La Liverpool dei Beatles e Manchester

di Anna Favaro –
Siamo partiti dall’ aeroporto di Treviso con uno dei voli low cost diretti a Liverpool , aeroporto John Lennon. E già qui mi commuovo suscitando ilarità nel mio ragazzo. Da grande fan dei Beatles quale sono, non potevo certo non fare una capatina di 4 giorni nella loro città. Il volo è stato perfetto e soprattutto molto comodo. Abbiamo lasciato Treviso e due ore dopo eravamo in terra Britannica.

L’aeroporto non è molto grande e se uno a fame deve per forza attendere di arrivare al centro città visto che dentro non ci sono nemmeno fast food. Però è tenuto molto bene e soprattutto molto pulito. Appena usciti dalla Gate, ci siamo fiondati verso il punto informazioni perché ora dovevamo raggiungere il centro della città con qualche mezzo. Allora, mi sono lanciata nella richiesta di informazioni in inglese e la gentilissima signora dall’altro lato del desk mi ha risposto parlando velocissimamente e con il tipico accento di Liverpool che non ha nulla a che vedere con il pulitissimo accento del sud dell’Inghilterra. Lo scopo fondamentale del viaggio, mio soprattutto, era quello di approfondire la conoscenza proprio del dialetto Scouse poiché la mia tesi di laurea specialistica verte proprio su questo argomento. Diciamo pure che il primo impatto con la lingua è stato sufficientemente traumatico.

In qualche modo siamo riusciti a capire che dovevamo prendere il bus numero 3 per raggiungere la stazione centrale di Lime Street. Il viaggio in bus è stato piacevolissimo in quanto abbiamo attraversato parte della periferia sud di Liverpool costellata delle fantastiche casette a schiera tipicamente inglesi così ordinate e ben tenute, ognuna con la porticina di un colore diverso e tutte con i mattoni a vista.



Arrivati alla fermata del bus di Lime Street sani e salvi, ecco che sfoderiamo il mitico stradario “A to Z Liverpool” per tentare di capire che direzione dobbiamo prendere. A malincuore apprendiamo in men che non si dica che la strada in cui si trova il nostro hotel è in salita, Mountpleasant Street. Ovviamente trascinare la valigia su per una strada in salita dopo un viaggio non è proprio il massimo, eh… quindi a fatica, ma ce l’abbiamo fatta. L’hotel era carinissimo, proprio ben tenuto e ordinato, pulito e anche alla reception le signorine erano tutte molto cortesi. Qualche difficoltà a capire anche loro ma poi, una volta fatto l’orecchio, si va alla grande.

Decidiamo di riposarci un po’, ma usciamo subito per avere un’idea di dove eravamo finiti. La zona era vicinissima al centro e tranquilla. Il primo problema è stato attraversare la strada. Il senso di marcia in Inghilterra è invertito, quindi guardavamo a destra, sinistra, sopra e sotto onde evitare spiacevoli inconvenienti. Erano quasi le 15.00 e non avevamo ancora pranzato, quindi qualsiasi posto andava bene. Il primo che troviamo è una specie di fast food gestito da pakistani. Ci precipitiamo in cerca di cibo. Niente servizio al tavolo, dovevi ricordati il numero del tavolo e poi andare alla cassa a ordinare e pagare. Il cibo era proprio come quello dei fast food ma per il primo pasto ci siamo accontentati anche perché non ci vedevamo più dalla fame. Una volta saziati, eccoci per strada in esplorazione. Le strade sono tutte molto ampie e pulite. Era sabato e la gente era tutta in centro e nei negozi. La via centrale era veramente grande e lunga con molte stradine laterali, anche queste abbastanza ampie. Matthew Street è stata la nostra prima meta, dove c’è ancora il mitico Cavern Club, purtroppo non più nella sua posizione iniziale, ma non fa nulla. Si respira l’aria degli anni Sessanta e della Swinging Liverpool, sembra di sentire ancora le ragazze che urlano e si strappano i capelli fuori dal Cavern in attesa che escano i Beatles dopo uno spettacolo. Scendiamo nello scantinato del Cavern e troviamo tantissime persone che conversano e ascoltano musica, rigorosamente con una pinta di birra in mano. E’ emozionante rendersi conto di essere nel luogo in cui è nato un mito. Le pareti sono tappezzate di poster di Paul e John e il piccolo palco sotto la vota a botte di mattoni a vista è preparato con degli strumenti, pronto ad accogliere una band. All’uscita ci imbattiamo nel gigantesco hotel extra lusso costruito in onore dei Beatles e inaugurato proprio nel 2008, “A Hard Day’s Night Hotel”, con le gigantografie dei volti dei Fab Four sulla facciata principale. Ci rendiamo veramente conto che Liverpool vive praticamente dell’eredità dei Beatles, oltre che della ricchezza dovuta al commercio del porto. Le persone sentono un legame molto forte con questi quattro personaggi che hanno cambiato la storia della musica ma anche la storia di questa piccola città.
Ci ritiriamo per un po’ in hotel e decidiamo poi di uscire verso le 21.00 per cenare, ignari dell’enorme problema che ci attendeva. Usciti dall’hotel soffiava un vento freddissimo e, giunti in centro, abbiamo realizzato che tutti i ristoranti erano chiusi. Allora ci dirigiamo verso un pub, ma vediamo che tutti, nessuno escluso, stavano bevendo birra, ma nessuno stava mangiando. Cominciamo a preoccuparci e decidiamo di dirigerci verso le Docklands, pensavamo ci fosse movida, qualche ristorante, una pizza al taglio… il nulla. Tutto chiudo. Ora eravamo seriamente preoccupati e già ci vedevamo a letto senza cena. Per le strade non c’era anima viva e i negozi erano tutti chiusi. Ci imbattiamo in un pub, e ci dicono che la cucina era già chiusa e ci scacciano in malo modo. Quando la fame ti attanaglia lo stomaco è dura. La nostra salvezza è stata un ristorante italiano (per modo di dire) del centro che alle 22.00 era ancora aperto. Ora, la cucina italiana era alquanto discutibile, ovvero di italiano aveva solo il nome, ma è stato proprio quel ristorante a salvarci da fame certa.

Il giorno seguente, dopo un sonno ristoratore, comincia la vera visita della città. La prima tappa è ovviamente il Beatles Story Museum. Tutto, ma proprio tutto sui Beatles in un percorso cronologico, dalla nascita dei quattro fino alla morte di John Lennon e alle carriere soliste. Ovviamente non potevo tornare a casa senza aver comperato qualcosa dal bookshop! Magliette, calzini, calamite, tazze, spille, capellini, borse…di tutto di più! Insomma il paradiso!
Usciti dal Beatles Story, dopo una passeggiata gelida lungo il fiume Mersey, ci dirigiamo verso la Tate Gallery. Ingresso gratuito per tre piani di arte contemporanea, anche troppo contemporanea, che ti porta a pensare che chiunque potrebbe esporre qualcosa alla Tate. Pranziamo all’interno del museo e il pranzo è sempre un momento difficoltoso. Il menù e criptico e figuriamoci se c’è la traduzione. Se capisci bene, sennò è un problema tuo! Io riesco a mangiare un panino con dei funghi, ottimo tra l’altro. Il mio ragazzo ordina del salmone con una salsa “rocket”. Siamo perplessi e attendiamo il piatto. Risultato: 5 grammi di salmone e tanta verdura di contorno. La salsa…no comment. Insomma, siamo più affamati di prima e soprattutto pieni di freddo.
Allora ci ritiriamo in hotel decisi però a non farci incastrare per la cena. Usciamo allora alle 17.00 e vediamo che i ristoranti sono pieni, tutti stanno mangiando. Noi facciamo lo stesso però questa volta in un ristorante spagnolo, “La Tasca”: era l’unico posto in cui avevamo la garanzia di mangiare qualcosa di buono. Sazi come non mai torniamo in hotel, ma usciamo prontamente verso le 21.00 per andare al pub. La temperatura scende ancora di più nelle strade, attorno ai 13 gradi, ma vediamo che tutti sono in maniche corte. Le ragazze sono tutte elegantissime e vestite con vestitini di cotone, veli e tessuti leggerissimi, mezze nude, come se non sentissero minimamente il freddo. Noi eravamo coperti fino al naso con tre felpe. Ci rifugiamo in un pub. Musica da discoteca fortissima e tutti in pista a ballare ubriachi già alle nove di sera. Beviamo anche noi un paio di birre (a fatica perché erano enormi) e rimaniamo fuori fino a ora tarda per vedere come evolve la serata. Notiamo anche che le ragazze vanno in giro in gruppetti di sole donne, dai 15 ai 50 anni tutte insieme, e lo stesso vale per gli uomini. Non ci sono gruppi misti. E tutti di spostano in taxi. Sono veramente pochi quelli che si muovono in macchina oppure in bus, almeno durante la notte.

Lunedì è il nostro ultimo giorno e, siccome è una “bank holiday” ed è tutto chiuso, decidiamo di prendere il pullman e andare a Manchester che dista solo una quarantina di chilometri. Il terminal del bus è organizzatissimo: facciamo il biglietto, ci mettiamo in coda per salire e, una volta a bordo, ci fanno allacciare le cinture di sicurezza, e passano pure a controllare! Il viaggio attraverso la campagna inglese è piacevole e arriviamo in perfetto orario. Manchester è molto più vitale di Liverpool, più colorata. Ci dirigiamo verso la Town Hall della città e ci imbattiamo in una processione di tutte le chiese della città. Ci accodiamo così visitiamo tutti i luoghi più importanti. Arriviamo alla cattedrale, uno spettacolare esempio di stile gotico inglese con il fraticello d’erba verde curatissimo all’esterno. A pochissima distanza, un tipico pub con una piazzetta piena di tavolini e subito accanto una gigantesca ruota panoramica. Decidiamo di salire e Manchester vista dall’alto è proprio bella. Scesi, ci addentriamo in un centro commerciale. Beh, dire che occupa un isolato intero non è un’esagerazione. Quattro piani di vestiti e scarpe, soprattutto, e un intero piano dedicato ai fast food, dove pranziamo anche noi. Le persone sono tutte in strada e ci dirigiamo verso una delle piazza principali, dove ci si può stendere sull’erba e sulle panchine. Fa sempre freddo, ma lì non ci badano. Torniamo a Liverpool sempre con lo stesso pullman e ceniamo, sempre alle 17.00.

Il giorno successivo facciamo la valigia un po’ a malincuore. E’ stato un viaggio di scoperta e sorpresa, abbiamo visto cose e abitudini locali che non immaginavamo nemmeno, utile per la mia tesi. Liverpool e Manchester meritano una visita, soprattutto per imparare a comprendere le culture diverse dalla nostra, sempre accompagnati da una buona pinta di birra e dall’immancabile fish&chips.

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