Il sonno del vulcano

di Silvia Torretta –

“Scendi nel cratere dello Snaeffelsjokull, che l’ombra dello Scartaris viene a toccare alle calende di luglio, audace viaggiatore, e arriverai al centro della terra. Il che ho fatto. Arne Saknussemm” (J. Verne, Viaggio al centro della terra).
La jeep rossa corre dritta contro la luce innaturale delle 3 di notte. Sforzo lo sguardo oltre il mare, socchiudendo gli occhi per proteggerli dal vento gelido che vìola i finestrini. Ma infine ecco che ne intuisco, lontana, la sagoma a cono stappato: lo Snaeffels, l’ingresso per il centro della terra, la porta da cui il Prof. Lidenbrock, sulle tracce di Arne Saknussemm, raggiunse, nell’immaginazione di Jules Verne e di me bambina, un incredibile mondo sotterraneo. Scoprirò che la terra emersa, qui, lo è ancora di più.

Ma ora chiudete gli occhi e immaginate….Si, perchè l’Islanda la si può descrivere solo così.

Mi occorre la vostra collaborazione, gentili lettori, e mi appello alla vostra fantasia, perchè non sarò mai capace con le mie sole parole di rappresentare esattamente ciò che ho visto lassù.

Immaginate dunque….

GEYSIR

…..Immaginate una balena che, emergendo placida dall’oceano, soffi con prepotenza verso il cielo il proprio superfluo carico d’acqua. Ora restringete il mare fino a farlo diventare una pozza circolare poco più grande di una piscina per bambini, scaldatelo, imprigionatevi la balena sotto la superficie. Con gli occhi sgranati osservate la formazione dell’enorme bolla blu che si ingrossa sempre di più, e si gonfia e infine esplode nella sua ritmica detonazione sorda proiettando fino a 20 mt di cielo il getto d’acqua. “Gheisir”, lo pronunciano gli indigeni. “Gaiser” ci ostiniamo a chiamarlo noi sudditi americani. Ma in fondo il significato non cambia: furore. Mai termine fu più appropriato.

La notte, accampati lì a fianco, sembra la sera di capodanno.…

LANDMANNALAUGAR

…..Immaginate una vastissima piana alluvionale, solcata da ruscelli fanghigliosi, circondata da piccoli coni vulcanici ciascuno dei quali sembra la tavolozza di un diverso pittore. E poi, adagiata ad un lato della piana, l’enorme massa nera e arricciata di una colata lavica, rigurgito della terra, a formare una lunghissima e inquietante muraglia, alle cui pendici scorre un eterno rubinetto di acqua sorgiva a 40° C. Immaginate ora, se potete, la sensazione fisica di immergersi nudi in tale brodo amniotico, mentre fuori la temperatura oltrepassa di poco lo zero (e immaginate anche il tremendo percorso al contrario della pelle molle e arrossata che va a sbattere contro con l’aria gelida!).

Scegliete una collina, saliteci di corsa e ridiscendete dall’altro lato e poi risalite su un’altra e ridiscendete, in una sorta di montagna russa infinita: incontrerete prati di muschio verde fluorescente, del colore esatto dell’evidenziatore, dossi ghiaiosi colorati di rosso ferro, fumarole disseminate lungo i fianchi delle colline e annuserete l’odore fastidioso dello zolfo che sgorga ribollendo dalle fessure del suolo e ne lascia una traccia gialla come la paglia.

LAKAGIGAR

…..Immaginate una superficie nera come il carbone, a perdita d’occhio, così aguzza e tagliente che neppure due robusti scarponi riescono a solcarla indenni, fiancheggiata da strisce di fluo-muschio, in un pendant molto acido. Ma cos’è questa desolazione irreale? Occorre salire, per capire. Arrampicatevi dunque sul primo cono, nel cui cratere giottiano riposa ormai un romantico laghetto popolato di anatre e svassi. Ora voltatevi e osservate: 120 vulcani giacciono in linea retta, precisi, schierati come soldati, fino all’orizzonte. E’ la dorsale medio-atlantica, quella lunga spaccatura della crosta terrestre che dal polo nord attraversa l’Atlantico segandolo in due: l’Islanda ci capita proprio in mezzo. Qui ogni tanto la terra si sgranchisce e vomita lava da una delle numerose bocche d’uscita.

Che strano poggiarsi su tale subbuglio, che precarietà e che incredibile sensazione guardare quella terra sempre neonata, sempre fresca, sempre diversa.

JOKULSARLON

….Immaginate il ghiacciaio più grande d’Europa, il terzo del mondo: il Vatnajokull. Immaginate che piano piano esso scivoli verso il mare gelido, tuffandosi direttamente in acqua, circondato dai lembi di terra di una piccola baia che, lentamente, si popola di enormi pezzi di ghiaccio galleggianti dalle forme più incredibili i quali, con molta calma, si dirigono verso il mare aperto.



La calma. Qui è tutto così lento, così primordiale, così selvaggio; eppure è una calma apparente perché basta pochissimo per sconvolgere radicalmente ogni dettaglio e ciò che sembra antico, in realtà, è più giovane che in qualsiasi altro punto d’Europa.

Immaginate poi un’otaria che, curiosissima, vi segua lungo la battigia nera, emergendo ogni tanto e puntandovi addosso quei suoi vivacissimi occhioni scuri e tondi.

E il silenzio notturno è interrotto dai boati sordi degli iceberg che, lentamente – appunto – , si rotolano nell’acqua, capovolgendosi e facendo respirare le loro membra sommerse.

PAUSA.

GLI ISLANDESI.

Sono il popolo più “puro” del mondo. I loro incontaminati geni vichinghi sono stati estrapolati, esaminati, analizzati, vivisezionati, scomposti, ricomposti e infine venduti, a beneficio dell’intera umanità.

Sono il popolo più “internettaro” del vecchio continente: 275.000 anime (di cui 150.000 a Rejkjavik) sparse su un’isola dove esiste un’unica strada ad anello (la mitica Ring Road), neppure del tutto asfaltata e impraticabile da ottobre ad aprile per neve, hanno subito adottato il sistema più veloce per comunicare.

Sono un popolo di ubriaconi: l’alcool è contingentato da una politica neo-proibizionista che impone la vendita di superalcolici solo in pochi negozi di monopolio statale e a prezzi astronomici. La produzione clandestina e casereccia di distillati di vario genere è dunque la norma, non l’eccezione, e il venerdì sera l’alcool scorre a cascate. Complimenti al governo per l’intelligente e efficace strategia. Il risultato lo ritrovi riverso sui prati, il sabato mattina, in stato di incoscienza post-etilica.

Sono un popolo di importatori: ben poco queste terre furibonde hanno da offrire al sostentamento dei rari abitanti: alcune timide serre tentano di sopperire alla mancanza cronica di sole, caldo e humus, ma con risultati appena credibili. Maggiore abbondanza di risorse forniscono i mari e i merluzzi diventano preziosa merce di scambio col resto del mondo. Ma resta ovviamente tutto carissimo e al povero turista rimangono in mano solo dolorosi scontrini per ogni minimo acquisto.

E infine…..sissignori, le donne sono davvero belle, diavolo!

RIPRESA.

MYVATN E KRAFLA

…..Immaginate un lago, popolato, molto popolato…..di moscerini! Tanti moscerini, innocui ma talmente numerosi da doversi bardare con retine da apicoltore per evitarne l’assalto furioso.

Si, il lago è anche un paradiso per avifauna e birdwatchers, ma di fronte all’attacco delle microscopiche belve ciò passa disgraziatamente in secondo piano. Immaginate dunque di battere in ritirata e spostarvi un pochino più in là, verso il Krafla, uno dei vulcani più attivi d’Islanda.

Forse anche voi certi gironi danteschi ve li figuravate così: fango grigio e molle che ribolle pigro, insopportabile puzza di zolfo, fumarole, zampilli di gas rosso e infine la solita, immensa colata nera tutt’attorno. Solo che questa è del 1991, è ancora calda e fuma vistosamente nel raffreddarsi. Camminarci sopra è quantomeno inquietante.

Ma fuggendo dall’inferno ecco il paradiso: dormire al centro di un cratere, in mezzo al nulla, vale un grosso sforzo di fantasia e il tramonto del sole intramontabile dalla cima vale una lacrima composta e silenziosa di commozione.

ASKJA

….Immaginate una caldera (nient’altro se non un cratere collassato dopo il rigurgito magmatico) di qualche decina di km di diametro. Immaginate di solcarne a piedi la corona completamente ricoperta di pomici che scricchiolano sotto i piedi come biscotti rotti. Il vento è gelido e feroce, e una pioggerellina storta imbeve lentamente le ossa. Ma lo sguardo si sazia comunque dell’immenso e cupo lago nero che si allarga nel maestoso cratere, adornato, ad un certo momento, da un improvviso arcobaleno, che coi suoi colori rinnova il paesaggio. Si illumina anche il Viti (letteralmente: inferno), una pozza “balneabile” dall’acqua tiepida e densa color del latte e dal fondo di fango: avete mai provato la sensazione poco rassicurante di stare a mollo in un pentolone che bolle?…

SPRENGISANDUR E HEKLA

….Immaginate un deserto sabbioso, tipo quello sahariano classico. Ora dipingetelo di grigio e nero e accostatelo a contrafforti rocciosi che lambiscono un ghiacciaio. E’ diventato simile a un paesaggio lunare? Se è così ci siamo, è lo Sprengisandur, il deserto d’Islanda. Non più distese morbide di muschio e salici nani, uniche forme di vita verde nell’isola, non più lava dura e acuminata, paesaggio ormai consueto e familiare.

Sabbia, incredibilmente. Sabbia.…

E poi correte più giù, verso la costa, attraverso orizzonti di silenzio rotti solo dallo stridio delle sterne artiche, fino al mostro vivo, il re dei vulcani, il monte Hekla, che, secondo le colorite saghe locali, è la porta per l’inferno delle anime dannate.

“Né anche potea conservare quella tranquillità della vita, alla quale principalmente erano rivolti i miei pensieri: perché le tempeste spaventevoli di mare e di terra, i ruggiti e le minacce del monte Ecla, il sospetto degl’incendi, frequentissimi negli alberghi, come sono i nostri, fatti di legno, non intermettevano mai di turbarmi.” (Giacomo Leopardi, Dialogo tra la natura e un islandese).

INFINE.

AURORA BOREALE

…….Immaginate….no, cari lettori, qui non si può. Non posso chiedervi una tale fatica, anche perché, in questo caso, la realtà supera ampiamente qualsiasi fantasia. E’ impossibile rappresentarsi questo fenomeno, il più incredibile, delicato, magico evento che la natura riesca a regalare a noi piccoli e fastidiosi predatori di queste terre dure.

Colorate le mie parole dunque, addobbatele di fiori e arabeschi, illuminatele d’immenso.

Appare una striscia per prima, una luminescenza biancastra sul fondo chiaroscuro del cielo: sembra un fantasma, un ectoplasma fluttuante tra le stelle invisibili. Ad un certo punto prende a muoversi, si allunga, si allarga, si deforma, si sfilaccia, raggiunge l’apice del cielo. Poi, improvvisamente, non è più bianca, è verde, no è rossa, no, è azzurra, o forse giallastra? Gli spettatori mandano strilli rauchi ad ogni mutamento, in un delirio senza sosta.

Come un fuoco d’artificio sembra scoppiare e precipitare dal cielo, un fiore che si apre, i petali tremuli, i contorni che oscillano, una pioggia di luce che ti casca addosso, occupando tutta la cupola celeste. E poi torna verde, forma onde, vibra come un’arpa, pare di sentirne la melodia.

E infine, improvvisa com’è venuta, si spegne e se ne va, lasciando tutti con un groppo alla gola, lo stomaco in subbuglio, gli occhi ancora spalancati e la testa che gira, dopo il lungo sforzo all’indietro. Nessuno parla. Non serve.

L’ultima occhiata islandese, all’alba, è ancora per lo Snaeffels, che resta lì, piccolo gigante dalla testa bianca, muto custode di chissà quali mondi misteriosi, fiero baluardo di questa strana terra. E mi resta il dubbio che il Prof. Saknussemm, forse, avesse ragione…

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