Walking on the moonland!

di Maurizio –
Il gruppo trekking Dimensione Avventura e’ euforico per la partenza che e’ fissata per le 10 o giù di lì….. abbiamo quindi il tempo di tuffarci nella fantastica pozza d’acqua calda che si trova accanto al campeggio di LANDMANNALAUGAR, fare una bella doccia, visto che chissà quando ce ne recapiterà l’occasione, e mangiare qualcosa. Diamo un’ultima sistemata agli zaini, ingrassiamo le scarpe e siamo pronti per l’inevitabile foto di gruppo tra le grida di saluto e incoraggiamento dei nostri compagni di viaggio. 
Il tempo sembra buono, solo qualche nuvola qua e là che non basta a scalfire il nostro entusiasmo da giovani marmotte. Partiamo in fila indiana, tutti dietro Marco “la Voce della Natura”, equipaggiati più come un gruppo di escursionisti della domenica che come trekkers professionisti che si apprestano a compiere un percorso classificato dalla Lonely Planet come uno dei tre più belli al mondo. La tappa di oggi è tutta in salita. Incoraggiati dal sole e dal paesaggio che si rivela spettacolare fin dai primi minuti di cammino, percorriamo abbastanza velocemente il primo tratto del sentiero che si inerpica su per le colline alle spalle del campeggio. Una volta arrivati abbastanza in alto facciamo una piccola sosta, per riprendere un po’ di fiato e calorie. Dagli zaini spunta fori cioccolata in tutte le sue forme possibili, mentre inizia a cadere qualche goccia di pioggia. Il tempo di indossare giacche e pantaloni antivento, però, basta a far tornare il viaggio in Islandasereno. La marcia riprende lungo un sentiero che si fa ad ogni passo più bello. Attorno a noi, montagne di ogni forma e consistenza ci offrono un campionario di colori indescrivibile; c’è almeno un esemplare di tutti gli elementi presenti in natura: sembrano le prove generali della creazione! trekking in IslandaColline gialle dai fianchi morbidi come dune del deserto, montagne dalle pareti colorate di un verde acceso o di un rosso mai visto prima (Marco ci spiega che si tratta di minerali, rispettivamente rame e ferro, che il magma ha portato in superficie), distese nere di lava ruvida e increspata e, in lontananza, il bianco ormai familiare del ghiacciaio. Le nostre macchine fotografiche continuano a scattare, come impazzite, mentre ci arrampichiamo senza fatica lungo il sentiero.

Pranziamo sotto un sole fantastico, in una piccola valle attraversata da un fiumicciatolo di acqua sulfurea. Attorno a noi la roccia è completamente ricoperta da un muschio morbidissimo di un verde incredibilmente brillante e qua e là si apre per lasciar zampillare fuori getti di vapore o di acqua calda. Riprendiamo il cammino lasciandoci alle spalle una serie di laghetti bollenti di uno straordinario colore tra il celeste e il grigio, che spiccano come pietre preziose nel verde circostante. Ora la salita si fa più dura, o forse sono i chilometri che cominciamo ad accumularsi sulle spalle insieme al peso degli zaini. Ma l’Islanda ci premia ancora una volta con un altro scenario da favola. Appena “scavallata” la collina, davanti ai nostri occhi un immenso deserto di ossidiana luccica sotto questo sole ostinato. Le pietre, di ogni forma e dimensione, brillano come gemme intagliate da una mano sapiente e misteriosa. Ci lanciamo nella raccolta di souvenir, mentre la Voce della Natura ci raccomanda di non esagerare. E in effetti, una volta sollevati da terra e allontanati da quel contesto stregato, i piccoli pezzi di ossidiana perdono buona parte del loro fascino.
Al rifugio di SODULL mancano ormai pochi chilometri e li percorriamo senza difficoltà. Si trova a 1.110 metri di altitudine, proprio alle pendici di un ghiacciaio e anche qui c’è un panorama che non si vede tutti i giorni. Facciamo un po’ di stretching tutti insieme e poi montiamo le tende all’interno di muretti a secco a forma di ferro di cavallo che serviranno a ripararle dal vento. Nel giro di una mezz’oretta siamo di nuovo in marcia, diretti a JOKULHAUS, un punto in cui il ghiacciaio, sciogliendosi, forma una serie di grotte. Per arrivarci dobbiamo anche passare su di un enorme lingua di ghiaccio. Marco va avanti, per saggiarne la consistenza. Dietro di lui, in rigorosa fila indiana, tutti noi stiamo attenti a mettere i piedi sulle sue orme. All’arrivo una sorpresa: il resto del gruppo, con furgoni e fuoristrada, ci ha preceduti di poco. Ci godiamo tutti insieme questo spettacolo mozzafiato. Un’enorme caverna di ghiaccio il cui soffitto è stato scavato da misteriose forze della natura come un panetto di burro, fino a creare un cunicolo alla cui estremità spicca l’azzurro intenso del cielo. All’uscita della grotta l’acqua, scorrendo dalla sommità del ghiacciaio, crea una piccola cascata all’interno della quale, grazie ai raggi di questo sole così poco islandese (ma molto sardo….), si vede l’arcobaleno. Per noi è tempo di tornare al campo. Sul grande tavolo di legno posto davanti al rifugio iniziamo la preparazione della cena. È un trionfo di zuppe, minestrine e risotti liofilizzati. Non avrei mai creduto che questa roba un giorno mi sarebbe sembrata così gustosa. È una bella serata, ma dopo cena si alza un venticello freddo che smorza un po’ la nostra voglia di chiacchierare.
È ora di andare in tenda: domani ci aspettano altri 18 chilometri!

30 agosto 2003
“Sveglia bimbi! C’è il sole!”. Alle otto spaccate, come ci aveva promesso, la Voce della Natura interrompe una fenomenale notte di sonno. In effetti anche oggi è una bella giornata, magari non come quella di ieri ma, considerato dove siamo, proprio non ci possiamo lamentare. Facciamo colazione con calma, smontiamo le tende e ci rimettiamo in cammino. Oggi il sentiero dovrebbe essere quasi tutto in piano, se non in leggera discesa. Possiamo vederlo anche da qui, con i paletti rossi e gialli che spiccano sul nero della sabbia, inseguendosi a intervalli regolari, e scompaiono poi in fondo alla valle.
I fianchi della montagna sono attraversati da solchi profondi che scendono verso valle ripartendosi in mille canali simili a torrenti inariditi. Visti da qui, creano un bellissimo effetto e conferiscono al paesaggio un’aria morbida e rilassante. Ma quando ci tocca attraversarli, scendendo in profondità e risalendo dall’altra parte con i piedi che scivolano e affondano in questa sabbia nera il nostro entusiasmo si attenua. In questo tratto raggiungiamo anche una giovane turista canadese partita stamattina presto dal nostro stesso rifugio. Viaggia da sola, trascinandosi sulle spalle uno zaino gigantesco, il minimo indispensabile – ci dice – per un viaggio lungo come il suo. La salutiamo e proseguiamo il cammino.
Arrivati alle pendici del monte HARSKERDINGUR, che con i suoi 1281 mt è tra le cime più alte della zona, ci fermiamo per uno spuntino. Ma non facciamo a tempo a posare gli zaini che Marco proclama la scalata alla vetta con i pochi volenterosi che vorranno seguirlo. Ci arrampichiamo in 6, come formiche, su una parete che a me sembra praticamente verticale. Dalla cima, una vista spettacolare sulla strada che abbiamo appena percorso e su quella che ancora ci aspetta! Discendiamo la montagna su un altro fronte, completamente coperto di ghiaccio. Da questo lato la pendenza è meno decisa, per cui ci divertiamo a lasciarci scivolare simulando una discesa libera senza sci!
Il gruppo, ricompattato, riprende la marcia, incoraggiato dalla visione del traguardo intermedio della giornata: il lago dove dovrebbero aspettarci i fuoristrada nel pomeriggio. Si trova nella cosiddetta “valle delle fate” e, man mano che la nebbia davanti a noi si dirada, capiamo facilmente le ragioni di questo nome. Arrivati al punto panoramico dove consumeremo il pranzo, il lago riposa davanti ai nostri occhi nella tranquilla immobilità di un acquerello. Lo circondano montagne scure, su cui il muschio sembra scivolare in una serie di lingue sottili che scendono verso valle, come se qualcuno vi avesse versato su enormi barattoli di vernice verde brillante.
Dopo pranzo ci aspetta un primo, piccolo guado. Marco studia dall’alto la situazione e individua il punto in cui il fiume sembra più facilmente attraversabile. Una volta arrivati sul posto, però, la situazione si rivela più complicata del previsto e, dietro l’esempio della nostra infallibile Guida, posizioniamo alcuni grossi massi nel fiume, più o meno in fila indiana, allo scopo di poterlo guadare più facilmente. L’operazione riesce e ne beneficia anche la turista canadese che nel frattempo ci ha raggiunti.
Ormai è quasi fatta. Percorriamo gli ultimi metri che ci separano dai fuoristradisti tenendoci tutti per mano e, quando arriviamo abbastanza vicini, iniziamo a correre e a gridare a squarciagola simulando una carica. Loro fanno lo stesso venendoci incontro: sembra una scena di “Brave Heart”, solo che, per fortuna, si conclude senza spargimenti di sangue, ma con abbracci, strette di mano e pacche sulle spalle.
Abbiamo poco tempo per riposarci e raccontarci le rispettive giornate. Massimo e Maurizio, i Capigruppo del viaggio, ci accompagnano in furgone per un quarto d’ora di strada e poi ci abbandonano nuovamente sul ciglio del sentiero. Al rifugio di BOTNAR mancano altri 8 Km di deserto nero. Li percorriamo in silenzio, a piccoli gruppi, con Marco davanti a fare strada. Siamo quasi arrivati quando, sulla cima di una duna alla nostra sinistra, vediamo un piccolo quadrupede che scappa, spaventato dalla nostra presenza. È una volpe artica, come ci spiegherà poi la Voce della Natura, attirata in questa zona dalla presenza del rifugio e dei relativi avanzi di cibarie degli escursionisti.
La ranger che ci accoglie è molto simpatica e ospitale. Mentre facciamo stretching e montiamo le tende inizia a cadere qualche goccia di pioggia. Non abbastanza, però, da farci rinunciare all’idea di cucinare tutti insieme sul grande tavolo all’aperto.
Dopo cena, mentre scende piano piano la notte e, con lei, un’umidità da tagliare a fette, Marco – tra un caffè, un tè, una tisana e qualsiasi altra bevanda calda che riusciamo a tirare fuori dalle nostre provviste – ci tiene svegli e allegri con alcuni esilaranti racconti di sue precedenti esperienze di viaggio, facendoci già sognare le prossime mete. Ma per il momento la prossima meta è la tenda! Buona notte!
31 agosto 2003
Al risveglio il campeggio è immerso in un banco di nebbia: ci muoviamo quasi a tentoni per raggiungere il tavolo della colazione! A poco a poco, però, mentre il fornelletto scalda l’acqua per il caffè, la visibilità va aumentando e, al momento della partenza dal rifugio, si può quasi dire che il tempo sia bello!
La tappa di oggi non dovrebbe presentare grossi problemi. 16 km circa, tutti tendenzialmente in piano, con un’unica, inquietante incognita: un guado piuttosto impegnativo a cui Marco ci sta preparando psicologicamente fin dalla partenza. Le nostre gambe, ormai abituate ai ritmi sostenuti di questi giorni, si mettono al lavoro senza protestare.
Dopo un tratto di saliscendi dobbiamo attraversare un fiume che scorre tra due alte pareti di roccia basaltica. L’acqua di scioglimento del ghiacciaio si incanala in un canyon abbastanza profondo che attraversa tutta la valle, offrendo ai nostri occhi uno spettacolo ancora nuovo. Per fortuna c’è un ponte, ma per raggiungerlo dobbiamo calarci lungo una discesa sabbiosa abbastanza ripida, aiutandoci con una fune.



Continuiamo a costeggiare il canyon che, in qualche punto, arriva a profondità di tutto rispetto. A renderlo ancora più spettacolare, le colonne di basalto che si allineano lungo le sue pareti, solenni e regolari come canne di un enorme organo.
Mentre il cielo comincia a coprirsi lentamente, diamo fondo alle scorte alimentari per l’ultimo pranzo da trekkers. Davanti a noi, parzialmente coperta dalle nuvole, domina il paesaggio una grande montagna dalle cime aguzze e irregolari. Il suo aspetto ha qualcosa di misterioso e diabolico e la nebbia, che ogni tanto l’avvolge, le conferisce un’aria ancora più tetra.
Ma ormai le nostre energie sono tutte concentrate sul guado che si avvicina inesorabilmente. Prima, però, ci aspetta un’ultima salita per raggiungere la vetta della collina dalla quale Marco, scrutando il fiume, individuerà il punto ideale per l’attraversamento. Visto da qui non sembra poi così difficile. L’acqua, infatti, non scorre in un unico alveo, ma si ripartisce in tanti piccoli rivoli, apparentemente poco profondi. In realtà poi, arrivati sull’argine, ci accorgiamo che forse è il caso di ridimensionare un attimo gli entusiasmi.
Ci sparpagliamo nella zona per fare la pipì, secondo le indicazione della Guida: pare, infatti, che l’acqua gelata aumenti mostruosamente lo stimolo, per cui è consigliabile farla qui per evitare di trovarsi in situazioni imbarazzanti nel bel mezzo del guado!
Marco attraversa per primo. Si leva scarpe e pantaloni, inforca le ciabatte e, con lo zaino sulle spalle ed in mano gli inseparabili bastoni da trekking, affronta la potenza del fiume.
Procede lentamente, appoggiando i piedi con estrema cautela. Nel punto più alto l’acqua gli arriva alle cosce il che, considerato quant’è alto, vuol dire che per noi è il caso di tirare fuori le mutande di ricambio!
Per secondo passa Gianni, che ci rimette una ciabatta, travolta dall’impeto delle acque. Poi, uno alla volta, in mutande, giacca a vento e zaino in spalla, passiamo tutti, ognuno col suo stile, magari non sempre impeccabile, ma evidentemente efficace, visto che non consegniamo vittime al fiume.
L’acqua è effettivamente gelida, ma siamo così concentrati a seguire le istruzioni di Marco, che dall’altra sponda regge il capo della fune di sicurezza con cui siamo imbracati, che in quei momenti non ci si fa neanche tanto caso.
Il tempo di asciugarsi e rivestirsi in fretta e siamo di nuovo in cammino per percorrere l’ultimo tratto di strada. Il paesaggio cambia ancora una volta e, mentre inizia a cadere una pioggerellina sottile e fastidiosa, noi scavalchiamo una collina dopo l’altra attraversando questo inedito bosco di betulle nane (i primi alberi che vediamo in Islanda!).
Ai bordi del sentiero, un impressionante numero di funghi porcini dalle dimensioni mai viste prima attirano subito la nostra attenzione. Iniziamo a raccoglierli come fossero rarità, ma dopo un po’ di metri, riempita la grande busta che al povero Gianni tocca trascinarsi dietro, ci accorgiamo che qui praticamente sono presenti come le margherite nei nostri prati e ci concentriamo di nuovo sulla strada per la volata finale.
Nella nebbia che ci avvolge completamente arriviamo, esausti e bagnati, al rifugio di VALAHNUKUR. Ci fermiamo qualche minuto per riprendere fiato. All’interno della piccola struttura in legno, quattro ragazzi chiacchierano seduti in poltrona davanti ad una pentola fumante… dopo una giornata come la nostra questo posto mi sembra incredibilmente familiare ed accogliente.
Siamo praticamente arrivati, in lontananza si intravedono i furgoni che ci aspettano qualche centinaio di metri più in là. Sul ponte, Barbara e Chiara fanno da esca involontaria per la trappola che Spartaco (leggi Maurizio) e i suoi perfidi scagnozzi (leggi Massimo e Luca) hanno preparato per noi. Nascosti dietro le rocce, anticipano il nostro passaggio con una piccola, scherzosa frana di benvenuto! Siamo troppo esausti per accorgercene… altri pochi passi e saliamo a bordo dei furgoni, diretti al campeggio di BASAR dove ci aspetta il resto del gruppo.
Siamo stanchi, ma di una stanchezza bella, di cui essere tutto sommato orgogliosi !!!

Grazie Islanda, grazie Marco, nostra insostituibile Voce della Natura e grazie Dimensione Avventura ….nessuno di noi dimenticherà facilmente questi giorni!

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