Dieci giorni verso il lago Turkana

di Nicola Samà –

Sono un medico ospedaliero in pensione, da alcuni anni pratico attività di volontariato in Kenya.
Non mi è facile, ogni volta che vado in giro per l’Africa, riportare per iscritto o in foto tutto quello che vedono i miei occhi. Sono convinto che la testimonianza di un viaggio è sempre soggettiva e certe sensazioni non si trasmettono, si vivono. Cerco, perciò, di indirizzare il desiderio del lettore verso la conoscenza più che verso la curiosità dei luoghi visitati. E’ sempre la differenza tra il viaggiatore o visitatore e il turista. Insomma, il lettore cerchi di guardare attraverso i miei occhi.

08 Domenica.
La sveglia è per le 5,45 am, ma sono già sveglio da un po’ e mi alzo volentieri. Si parte da Nairobi, destinazione Marsabit e il lago Turkana, la parte nord del Paese che confina con l’Etiopia. Siamo in 13 e già il numero fa presagire qualcosa. Siamo un mix di nazionalità, kenioti, polacchi, italiani. Viaggiamo con “Overland truck “,

un grosso mezzo opportunamente adattato: metà camion, metà bus. Il percorso iniziale fino al bivio per Wamba, quindi dopo Isiolo, mi è già noto. Perciò mi capita anche di sonnecchiare.
La “sveglia” di soprassalto per noi tutti avviene, però, appena finita la sosta per il pranzo, subito dopo Nanyuki. Il nostro driver giace in cabina riverso privo di conoscenza. Accorro subito e constato un malessere serio. Questo significa, in pratica, uno stop prolungato per la sostituzione, cosa che ci fa annullare la visita al Samburu Park. Poco male per me, perché l’ho già visitato due anni fa per un giorno intero. Il driver infortunato viene accompagnato nel vicino ospedale. Aspettiamo notizie, ma sicuramente sarà ricoverato.

Il primo giorno si conclude in un camp non previsto, ma ci serve per piantare le tende e fare una doccia. Sono in coppia con Fabio, il più giovane del gruppo, volontario esperto che sta operando nell’AINA Children Home, presso Nchiru (Meru). Per inciso, io risulto il più anziano.
Spaghetti per cena, per me conditi con verdure, per gli altri una “bolognese”.
Ci siamo chiesti cosa sarebbe successo se il serio malessere fosse insorto mentre lo sfortunato driver guidava il nostro “Overland Truck”. Risposta ovvia ma è meglio non pensarci.
09 Lunedì.
Anche oggi sveglia in anticipo, voglio andare in bagno prima dell’affollamento, per fare una doccia, scottante per me. Colazione con marmellate calabrese e polacca, alcuni con omelette, poi partenza per Marsabit. Sappiamo già che lungo la strada dovremo assumere la scorta, prima di entrare nella zona “calda”, ma le trattative al check-point si prolungano: 2500 Ksh al giorno (poco più di 20 euro) e ci immergiamo in una vastissima zona sempre più desertica,

dove sopravvivono le tipiche acacie spinose, che ben ricordo dal primo viaggio nel deserto algerino. Fine dell’asfalto ed entriamo in una strada sterrata.
Ci fermiamo di lì a poco per lo scoppio di una gomma. Siamo nei pressi di un villaggio e la sosta obbligata ci permette almeno di vedere qualcosa. Gironzoliamo tra gli stands del mercatino, scambiamo qualche parola con dei giovani agghindati Samburu, alcune donne vendono scope artigianali, una donna ha in braccio un bimbo di un anno, strabico, le consigliamo di farlo visitare a Wamba dagli oculisti italiani.

Naturalmente cerco di fare delle foto. Qualcuno ci sta, qualcuno si oppone, qualcuno chiede monete. Forse, tutte le foto alle persone sono da considerare rubate, salvo il loro consenso.
Si riparte per Marsabit, attraversando più di 200 km di deserto.

Il deserto non è sinonimo di vuoto: assente l’acqua, l’aridità del terreno consente la crescita di una vegetazione tipica, l’acacia spinosa e arbusti vari che appaiono secchi. Non sono assenti gli animali, intendo dire le mandrie oltre a quelli selvatici. Dunque, non è assente l’uomo e non intendo i turisti come noi, ma gli abitanti, stanziali e nomadi. In un territorio che non appare compatibile con la vita ecco la sorpresa indipendente dal pensiero e dalla volontà dell’uomo.
Le nostre soste, infatti, sono puntualmente avvistate e così vediamo spuntare dal nulla bambini, giovani e donne anziane, tutti abbigliati con ornamenti Samburu. L’incrocio degli sguardi: non sai mai se gli esseri “strani” sono loro o siamo noi “wazungu” (bianchi).
All’ombra di un’acacia condividiamo insalata di riso e uova. Due giovani “guerrieri” restano in attesa di una porzione anche per loro. Una donna anziana non accetta foto gratis e resiste alla vendita della collana che porta al collo.
Ripartiamo. Con questa strada più che sconnessa non riesco a leggere un libro né a scrivere sul pc, quindi pur a fatica sto scrivendo sul cellulare.
Sul mio finestrino picchia ora il sole del meriggio, mi sposto dalla parte destra sul sedile a fianco di Nyawira, giovane bellezza locale. Jadlyne grida dal fondo: “Good luck!”, prontamente rispondo: “For me or for her?”. Risata generale Fa il caldo delle 3 pm, meglio chiudere gli occhi un po’.
Come previsto, arriviamo al Marsabit National Park ma ci viene detto che dobbiamo entrare da un altro ingresso, attraversando la città. Altri 20 km di “superstrada”, però ormai è tardi e andiamo direttamente al camp.
Si capisce che siamo in prossimità della cittadina dalla comparsa di una vegetazione florida. Sì, perché in fondo Marsabit è un’oasi, c’è l’acqua e quindi vita, alberi, popolazione.

Siamo accampati ”nel giardino delle scimmie”: frotte di babbuini scorazzano in lungo, in largo e in alto sugli alberi. Urlano e si inseguono forsennatamente, credo che non avremo una notte tranquilla. A cena il nuovo driver Charles ci avverte che il camping si trova proprio all’interno del National Park, pertanto tutti gli animali possono affacciarsi tra le tende.
C’è un albero particolare qui, il “mugumo”, mi dicono che è considerato sacro: disgrazie se lo tagli, cambi sesso se ci giri intorno 7 volte. Non ci ho provato. .

Sto scrivendo nella tenda, mentre attorno al fuoco si stanno spolpando una capra. Io non mangio carne, mi sono accontentato di un’omelette e ho abbandonato il desco. Il cuoco Henry è carino con me, non mi fa mancare mai un’alternativa alla carne.
Sento latrati ora intorno a me, che animali saranno? Mi dicono che sono i babbuini, ma prima emettevano suoni diversi. Mi auguro di evadere stanotte da qui almeno in sogno. Domattina presto faremo un giro nel Park, sperando di vedere gli animali che non vorremmo vedere stanotte.

10 Martedì.
Sveglia alle 5,30 am, doccia, un caffè keniota o un tè e via. Il breakfast lo faremo più tardi. Alle 6,47 am entriamo in una foresta fittissima, impraticabile, vergine, esiste ancora qualcosa di incontaminato dall’uomo.

Presso il laghetto Paradise, suggestiva immagine bucolica nella nebbia mattutina, solo pochi bufali e due zebre ad abbeverarsi, gli altri animali (elefanti, leopardi, antilopi, giraffe, leoni, etc.) non sono stati informati della nostra visita, ma l’attraversamento della foresta per parecchi km è uno spettacolo unico. Chi ama il bosco può capire.
Rientro al camp, colazione abbondante e partenza per Kalacha, oasi nel deserto del Chalbi, abitata dal popolo dei Gabbra. Prima facciamo una breve sosta nel centro di Marsabit per qualche acquisto.

Rubo un po’ di foto alle donne dai vestiti colorati e vivaci. A me sembrano musulmane e molte non gradiscono, ma mi dicono che anche qui, come nelle altre zone del Paese, sono presenti tutte le religioni.
La strada di 150 km è secondaria, quindi più disagiata, attraverso un territorio che più arido e polveroso non si può. Dal boscoso fresco di Marsabit alla desolazione paesaggistica e al caldo torrido del deserto.
Si susseguono per 4 ore circa vaste zone di territorio pietroso, poi completamente piatto e sabbioso, poi con cumuli di pietra lavica.
Incontriamo due coppie di dik dik e gruppi di dromedari, cosa brucheranno qui?
Nyawira ha una caviglia gonfia, sarà una distorsione, se c’è da camminare a piedi desisterà. Le do un Diclofenac, Ken proverà con un massaggio e un bendaggio.
Arriviamo al villaggio Kalacha verso le 5 pm e dopo uno spuntino veloce una guida locale ci accompagna a piedi per 2 km a vedere un pozzo naturale che viene utilizzato per irrigazione. Le piante di quest’oasi, che non è per nulla come Marsabit, sono le solite ombrose acacie e delle palme piegate dal vento. Ma se ci vive una popolazione è perché c’è l’acqua.

Le foto alle persone sono assolutamente vietate. In realtà, vorrei evitare del tutto le foto, mi bastano gli occhi, ma mi sono utili per documentare il presente scritto e per stimolare la sensibilità di chi ignora questa realtà. E poi, quando i migranti vengono nel nostro Paese non pretendiamo, forse, che accettino le nostre regole?
Il cellulare qui non ha campo, internet uguale, siamo fuori dal mondo. Potrei dire che ora siamo uguali a quelli che vivono nel deserto, solo che loro lo sanno fare, noi invece ci sentiamo perduti. Mi resta, dunque, da pensare o da scrivere, da guardare il cielo stellato o la luna, che stasera ci fa risparmiare le pile.
Dov’è l’Italia, mi viene da dire, senza nostalgia. Perché le persone sono nel mio pensiero e nel mio cuore, ma l’Italia ora mi è estranea.
Mi accorgo che sto facendo questo tour come un citizen, un residente, un visitatore, non come un turista. Se devo scrivere un diario non posso tralasciare i pensieri. Dovreste vedermi ora, quasi mezzanotte, quasi sdraiato sotto un’acacia, mentre sto cercando di trasmettere al lettore nel modo migliore i miei pensieri, con le orecchie tese al sottofondo della musica africana, gentilmente proposta dal nostro dj Ken.

L’ho già scritto in un’altra relazione, c’è un Africa che vive utilizzando i mezzi naturali, la luce del sole, si muove a piedi. E non corre verso l’Europa. Ama la propria terra, le proprie credenze e tradizioni e si aspetta il sostegno del proprio governo innanzitutto, prima di accettare l’aiuto delle Organizzazioni internazionali. Questo per me è il fascino di un popolo che sa cogliere il senso della vita ancora nelle cose semplici, senza il bisogno di rincorrere un illusorio “progresso”, eventualmente imposto.
Qui al camp i servizi sono spartani, c’è poca acqua, ma noi siamo campeggiatori navigati. C’è caldo secco e il venticello attenua, speriamo bene stanotte, magari dormo fuori della tenda.
Prima della cena eravamo riuniti a cerchio sotto l’acacia per un drink e due chiacchiere, ascoltando musica locale, come fossimo in riva al mare…

11 Mercoledì.
Notte di vento ma almeno non abbiamo sofferto il caldo. Il risveglio, però, è stato turbato dal terzo incidente (atteso, ahimè): la caduta irrimediabile del phone di Marek nella rudimentale latrina del Kalacha Camp. E non c’è assicurazione per questo tipo d’infortunio!



Nell’attesa che il driver sistemi l’assetto ruote del truck facciamo una visita al villaggio. Sappiamo che dobbiamo tenere chiusa in borsa la macchina fotografica e ci avviamo. Incontriamo, invece, una giovane mamma, Mary Shuka, molto gentile e disponibile al dialogo e alle foto. Ci fa entrare nella sua capanna a cupola, riesco a fare foto anche nell’abitazione di fianco con pareti interne e soffitto rivestiti di drappi coloratissimi. La bellissima mamma che sta alla porta e poi se ne va presumo che non voglia foto, ma fidatevi del mio occhio. In mezzo al villaggio c’è un pozzo molto frequentato dalle donne, qualche foto la rubo dalla distanza.

Alle 11 am riusciamo a partire, direzione Sibiloi Park, 190 km. Speriamo che le gomme reggano. Nel deserto più deserto si incontrano ogni tanto pastorelle (sic!) al pascolo e persone che camminano anche sole in direzione di chissà dove, visto che nei dintorni non vediamo villaggi se non dopo molti km. Dromedari vagano nell’assolato territorio, chi se ne importa se non c’è acqua, loro ce l’hanno di riserva nella gobba.
Sosta forzata e prolungata a North Horr, accogliente villaggio fuori del mondo; stranamente, qui c’è connessione telefonica e internet. Risolta, perfino, la sostituzione della sim card del phone di Marek, ma i dati sono tutti persi. Qui le abitazioni, oltre che a cupola, sono anche in fango e in muratura. Le gomme sono difficili da riparare o sostituire, forse è anche difficile farsi capire dai meccanici locali. Mentre il cuoco Henry prepara il pranzo in un locale, noi gironzoliamo per negozietti, naturalmente non fatti per turisti (questi non vengono certo qui). Mi attirano sempre le stoffe e pure qui le donne vestono tutte con colori vivaci. Ne scelgo una per ricordo di questo simpatico villaggio.

Si avvicina l’ora in cui è previsto l’arrivo a Sibiloi e ancora siamo qui a trafficare con le gomme. Giustamente, non possiamo rischiare, abbiamo davanti almeno 150 km di deserto non abitato.
Mi chiedo che cosa è la vita per questi adolescenti che sono qui sotto, di lato al truck, a guardare i nostri problemi. Per i bambini è scontato, dappertutto sono uguali, curiosi e cordiali, hanno solo la primary school da frequentare. I giovani, invece, hanno da costruirsi il futuro o qui non c’è? In effetti, il loro mondo è così piccolo, cosa devono costruire qui più che una capanna?
Ripartiamo. E’ sera nel deserto quando mancano ancora molti km al primo camp che troveremo sulla strada per la sosta notturna. Incrociamo le dita, questo viaggio ha già la sua dose d’avventura.
Ci fermiamo per una breve sosta tecnica, non lo dite a nessuno, abbiamo un’altra gomma dilaniata; per fortuna non è motrice, possiamo procedere. Nessuno di noi è preoccupato, l’avventura è inclusa nel pacchetto. E, comunque, abbiamo la scorta armata!
Alle 8 pm scoppia un’altra gomma. Nemmeno la luna, che sarà piena domani, ci dà una mano: risplende magnifica dal lato opposto alla ruota da sostituire. C’è un venticello fresco in questo silenzioso deserto quando scendiamo per assistere all’intervento dell’instancabile driver. Come si dice, vento in poppa!
E alle 9,15 pm ripartiamo.

In ogni situazione c’è sempre un incrociarsi di lingue swahili e inglese, cui sono abbastanza estraneo.
Sono le 11 pm, stiamo cercando la destinazione o il nostro destino?
Il truck traballa spesso, ma ora abbiamo incrociato una strada principale, apparentemente più piana.
Macché, traballiamo di più.
Alle 11,40 pm nuovo stop per una gomma danneggiata, ma siamo a meno di 20 km da Sibiloi. Non voglio pensare a quanto sarà stanco l’efficiente driver Charles, che deve fare anche il meccanico.
E’ mezzanotte quando ripartiamo per l’ultimo tratto, noi speriamo.
La graziosa Marie dorme da diverse ore, sdraiata sul sedile sotto una coperta Masai, si sarà accorta di tutti i nostri guai?
Alla 1,15 am di una notte ventosa si conclude per noi e per il driver una giornata travagliata. Ma all’alba bisognerà rimettere mano agli arnesi per riparare o sostituire non so quante gomme, vittime di un terreno accidentato ma anche di una cattiva organizzazione del mezzo per questo tipo di percorso.
Non ci sembra vero alle 3 am entrare nelle nostre tende a riposare, nessuno ha voglia di prendere più di un tè.

12 Giovedì.
Giorno di bucato, finalmente, con questo vento caldo asciuga in un attimo. Non c’è anima viva qui, tranne una stazione militare. Il driver sta provvedendo alla sostituzione delle gomme, pertanto, in attesa, si pensa a un trasferimento in un vicino camp più attrezzato. Poi andremo a Loyangalani, dove soggiorneremo due giorni per partecipare al Cultural Festival.

Mentre gli altri si defilano per il caldo, per stanchezza o per impegni di bucato, Skarb, il polacco dagli occhi azzurri e i baffi da ussaro, e io, accompagnati doverosamente da un ranger, facciamo a piedi un’escursione nei dintorni del camp: nulla di particolare a parte il deserto, solo animali nella fantasia (10 serpenti, 3 uccisi con il mitra dal ranger, 4 zebre, 3 leopardi, un solo leone) da riferire al gruppo.
Il venticello attenua il gran caldo, ma anche quello va scemando. Dovremmo andar via prima del pranzo ma il truck non ce la fa. Praticamente, essendo tutte le risorse a noi utili a Loyangalani, siamo isolati qui. Bivacchiamo con pranzo, siesta, merenda, etc. Se non arrivano le gomme o un altro mezzo non ci muoviamo. Superfluo dire che non c’è alcuna connessione, tranne la radio dei militari. Se c’è una dichiarazione di guerra lo sapremo. Alle 4,45 pm, dopo una sommaria riparazione, ci avviamo con molta precauzione; il problema delle gomme non è risolto, ma procediamo per 10 km fino a un camp più attrezzato.
Ci appare quasi subito un miraggio: a una distanza indefinita si vede il fenomeno dell’acqua che non si raggiunge mai. Vedremo se è di buon auspicio.
No, non è un miraggio, è il lago Turkana, da non credere!
Al camp ci sono degli edifici con camere e bagno, ma la maggioranza di noi preferisce dormire in tenda.
Sulla riva, distante circa 200 metri dal camp, mi vengono in mente parole come silenzio, assenza, presenza, altrove, soffio di vento, la pace del deserto e dell’acqua, a parte ippopotami e coccodrilli…
Tramonto sul lago e pensieri affidati al vento.

Il buio, in un momento di solitudine che ricerco sempre, mi riappacifica con il mio sentirmi parte della natura. Essa è dappertutto, è vero, ma io la sento particolarmente qui in Africa. Anzi, m’infastidisce l’invasione incontrollata della plastica, il salto tecnologico in assenza dell’essenziale, l’emulazione banale delle mode occidentali. Preferisco osservare con rispetto e ammirazione le popolazioni che riescono a vivere veramente con poco. Mi chiedo, anche, quanto l’aiuto occidentale non sia per molti un business.
Se veramente l’Africa rappresenta la culla dell’umanità (proprio in queste zone sono stati rinvenuti reperti archeologici importanti) questo non si percepisce percorrendo le strade ed entrando nell’intimità delle popolazioni. Piuttosto, la sensazione è che questo riconoscimento è soppiantato e usurpato dal potere della civiltà occidentale.

Quante volte l’uomo dovrà rinascere dall’Africa?
Dopocena danzante. Nyawira è travolgente e ci coinvolge in molti. Prima mi propone un brindisi, mi dice: “Mentre beviamo guardami negli occhi”. Alla fine: “Seven years sex!” e io, pronto: “Only?”. Risatissima generale.
(Avrei potuto rispondere, altrettanto efficacemente: “When we begin?” ma mi è venuto in mente dopo. Altre volte mi capita di far ridere con battute che non si aspetterebbero da me, che normalmente ho un aspetto serioso).
Finale, comunque, in allegria, domani con le gomme non si sa.

13 Venerdì.
Avete letto la data? Ci troviamo fuori dal mondo e senza alcuna connessione. Siamo nella medesima atmosfera de “Il Deserto dei Tartari”.
Siamo in attesa di qualcuno che ci porti delle ruote ma di questo amico- nemico non abbiamo notizie. “Si dice” che sia partito e noi aspettiamo, null’altro possiamo fare.
Allarme, allarme, mentre scrivo scorre un liquido da un serbatoio del truck: è gasolio! Sarà buono per accendere lumi in caso di assenza di energia elettrica, che finora risulta una delle nostre migliori risorse?
Come si fa a scrivere un diario in questi frangenti, cosa volete che vi racconti? I miei pensieri? No, mi dedico ad altro. Ci aggiorniamo.
Sono le 3 pm, nulla all’orizzonte. Ho trascorso la mattinata a trascrivere il diario sul pc. Volete che vi riferisca i dialoghi in polacco-inglese-swahili del gruppo o vi affidate all’immaginazione? Ecco, collaborate anche voi lettori, grazie.
Nel pomeriggio si va in cerca di qualche distrazione, tanto ormai sappiamo di dover trascorrere un’altra notte qui. Alcuni non hanno nessuna remora a tuffarsi nel lago dei coccodrilli e ippopotami. Qualcuno li ha già fotografati. In genere non amo il lago per fare il bagno, pertanto resisto all’invito delle tre sirene keniote. Nelle vicinanze si notano fenicotteri, zebre e altri animali indistinguibili a distanza.
Alle 6,20 pm Babbo Natale (o la Befana) ci porta da Loyangalani una ruota. Dovrebbe almeno garantirci il viaggio fino alla città del Festival. Ve lo racconterò domani cammin facendo.
Sam, il simpatico responsabile dell’Agenzia con cui stiamo facendo insieme il tour, teme che racconti particolari non favorevoli per la sua pubblicità; in realtà, credo che lui stesso sia vittima del fornitore del mezzo non adeguato. La prossima volta sarà più accorto.
Sulle rive di questo lago capita anche di fare a un giovane locale una diagnosi di paralisi del nervo facciale o di Bell. Il nostro farmacista Karanja provvede alla prescrizione dei farmaci.
I coccodrilli ora possono dormire tranquilli e non piangere per la nostra partenza. La sveglia è per le 3 am per non disturbare nessuno. Il percorso di domani è un punto interrogativo cui nessuno di noi può ragionevolmente rispondere. Sfruttiamo questi ultimi momenti qui con un drink spiritoso, non con un ballo, sotto una luna piena generosamente propiziatoria.

14 Sabato.
Puntuale partenza alle 4,15 am, abbiamo davanti 250 km di deserto per Loyangalani. Mai un’oasi è stata tanto desiderata.
Non è ancora l’alba e siamo fermi per il primo scoppio di un gomma ausiliaria. Andiamo avanti lo stesso, quasi a passo d’uomo.
Il deserto che attraversiamo si presenta con tutta la sua aridità, interrotta a tratti da boscaglie di acacie. Gruppi di dromedari intralciano la pista, una gazzella ci corre a fianco per qualche centinaio di metri, più veloce di noi (siamo il nemico!), poi scompare all’orizzonte.
Sono quasi le 11 am, siamo in vista del lago, quindi in prossimità di Loyangalani. Operazione conclusa, ne usciamo indenni, grazie al cielo.
Dopo quasi 7 ore di deserto, a dieci minuti dall’arrivo, scoppia una gomma motrice. Nooooo…
Non è facile su questa strada la sostituzione, peraltro rimuovendo l’unica ausiliaria buona. Ci sarebbe da attendere un paio d’ore sotto un sole cocente.

Ma la fortuna ci viene incontro. Il fuoristrada che ieri ha portato la ruota attesa ci ha seguito sempre: non ci pensiamo due volte, ci imbarchiamo tutti compreso il cuoco e in pochi minuti ci troviamo immersi nella folcloristica festa. Siamo felici.

Il vasto piazzale pullula di una moltitudine di persone variamente vestite e con acconciature secondo l’appartenenza tribale: Turkana, Samburu, El-molo, Gabbra, Borana. Sono in fase organizzativa, perché la manifestazione con la presenza dei politici è al pomeriggio.
Approfittiamo per consumare il pranzo a cura (sic!) del personale del camp
.

Alcuni di noi tornano sul piazzale, dove l’arrivo delle personalità dà inizio ai saluti, alla presentazione dei gruppi, ai discorsi, di cui non vi riferisco non per incomprensione della lingua, ma perché penso che non vi interessino.
Acquisto i soliti orecchini-present Turkana, non ci sono stands interessanti, in fondo è una festa popolare locale, non per turisti. Qualcuno compra ornamenti direttamente dalle donne che li indossano.
Il camp in cui siamo sistemati è molto popolato, non ci sembra vero dopo la solitudine degli ultimi giorni, e non pensate che siano tutti turisti occidentali, la maggior parte sono kenioti verosimilmente venuti per il Festival. Speriamo solo che funzionino i servizi. Il cielo è bello stellato, prima che spunti la luna; c’è il Grande Carro, a proposito, le quattro ruote attese arriveranno?

15 Domenica.
Notte di vento, si sentono sulla strada i danzanti del Festival che tornano a casa sul tardi, con i loro suoni prodotti dai gingilli legati alle gambe.

Al mattino vediamo davanti alle tende il fuoristrada “Sawa Sawa” che ha portato le ruote e ci seguirà pure lungo il percorso.
Riprendiamo, dunque, la regolarità del tour.
Loyangalani è una bella oasi sul lago Turkana. Ci sono alcuni resorts con piscina e perfino una pista per piccoli aerei. E’ evidente che è la meta più frequentata dai turisti.
Mentre il driver e gli aiutanti passano la mattinata a sistemare l’assetto delle gomme alcuni di noi vanno a visitare il museo del deserto a pochi km dal camp. Si trova su un promontorio sopra il lago e raccoglie molti oggetti d’uso di varie tribù. Al ritorno ci fermiamo per gli ultimi acquisti sul piazzale del Festival in smobilitazione. Porto in ricordo i vivaci colori delle stoffe che indossano le donne di qui.
Nel primo pomeriggio rombo di motori e si parte per South Horr, 150 km. Chi vuole potrebbe proseguire in fuoristrada, nessuno accetta, il gruppo è compatto, uniti fino all’ultimo!
La strada per un bel po’ costeggia questo grande lago dai contorni brulli. Non ci fa dimenticare che siamo in pieno deserto. Il fondo della pista è abbastanza accidentato, il territorio è una distesa interminabile di lava, il che dimostra l’origine vulcanica del lago. A tratti ci sono dei piccoli agglomerati di capanne e già a distanza vediamo gruppi di ragazze che danzano per noi. Ci fermiamo solo al primo per le foto e per dare qualche moneta, biscotti, qualche bevanda. Sono accoglienti e gioiose..

Il paesaggio per quanto monotono è spettacolare nel suo complesso, praticamente camminiamo in un cratere, il lago pare che nel tempo si sia prosciugato di 100 metri.
Durante tutto il percorso della zona desertica più volte attraversiamo torrenti in secca, che sono, comunque, un segno di piogge periodiche.
Ci fermiamo presso un piccolo villaggio, faccio una foto dal finestrino, mi vede una donna con bimbo e accenna, contrariata, a scagliarmi una pietra. Scendo dal truck, la chiamo e le metto in mano una banconota, mi sorride. .

Poi mi chiamano per medicare un’escoriazione molto sporca del ginocchio di un vecchio. Poco più avanti, verso le 5 pm, lo scoppio dell’ennesima gomma ausiliaria ci permette di scendere e socializzare con un gruppo di ragazzette e bambini Turkana, apparsi, come sempre, chissà da dove.
Arriviamo che è buio a South Horr, qualche difficoltà a trovare il camp, poi finiamo negli edifici della parrocchia di St. Joseph. Meglio per noi, alcuni dormiremo in un letto!

16 Lunedì.
Il tempo di ammirare dei magnifici mango nel giardino della parrocchia dopo la colazione e ci avviamo a percorrere i 175 km che portano a Maralal, fuori dal duro deserto. South Horr è un villaggio in una vallata in mezzo alle montagne. .

E’ una zona verde e ci sono coltivazioni, notiamo i banani. Anche il percorso è tra le montagne e tra boschi di acacie. Ci sono salite ripide che creano qualche difficoltà non solo a noi. Incontriamo, infatti, un camion militare fermo davanti a una salita, con poco gasolio in serbatoio. Tutto si risolve in una mezzoretta con spinte a mano e un travaso.
Mi tocca medicare una piccola ferita alla caviglia del cuoco Henry.
Proseguiamo sempre tra il verde verso Maralal.
Breve sosta a Baragoi per rifornimento di gasolio e cibarie. Le donne sembrano Turkana, in realtà non le distinguo facilmente da quelle Samburu.
La pista ora è molto sconnessa e il truck traballa all’inverosimile, con rumori fastidiosi e caduta di vari oggetti. Leggo o scrivo con difficoltà, neanche Marie può riposare tranquilla. E per fortuna abbiamo le gomme nuove!
Attraversiamo il villaggio Marti, dove si intravede un camp di polizia.
Dopo continui saliscendi della pista, che procede in mezzo a una boscaglia impervia, verso le 3 pm entriamo in Maralal..

La cittadina presenta una strada principale con ai lati innumerevoli negozietti, che ne denotano l’aspetto e la funzione commerciale. Ai nostri occhi, mentre giriamo per un’eventuale shopping, appare una popolazione mista Samburu, Turkana o più attuale, anche nell’abbigliamento maschile. Bevo una bibita fresca insieme con Nyawira, che mi aiuta all’acquisto del caratteristico mantello o coperta Masai (shuka).
Pranzo al camp e alcuni di noi vanno a visitare il Maralal National Sanctuary. Vediamo solo gruppi di zebre e di impala, in compenso facciamo una bella scarpinata fino alla sommità del parco, ammirando il vasto panorama che ci si presenta davanti.
Il camp Yare club ci consente di vedere nel bar-ristorante una partita di calcio del campionato mondiale in Brasile. Incomprensibilmente, toilets impossibili.

17 Martedì.
Notte fredda e umida, ma siamo in zona molto alberata e ricca di acqua.
Si parte verso il lago Baringo, 166 km.
Siamo nella Rift Valley, in continuazione dalla Valle dell’Omo in Etiopia (che ho già visitato qualche anno fa) e del lago Turkana. La pista scorre dritta nel vasto altipiano ricco di vegetazione ma scarsamente adatto alla coltivazione. Ai lati si vedono distese di fichi d’india, saranno commestibili? Ho chiesto in Kenians ma pare non li conoscano. Non ricordo di averne visto in altre zone dell’Africa nera. Ci sono mandrie di bovini e ovini, pozze d’acqua, abitazioni sparse o piccoli villaggi. In una zona recintata vediamo grandi gruppi di impala, qualcuno vede un elefante.
Ora la pista è di nuovo sconnessa, sembra una strada interpoderale in mezzo a una fitta boscaglia.
Sono il primo ad avvistare in lontananza il lago Baringo, ma ci vorrà un’oretta prima di arrivare al Roberts Camp, situato proprio sulla riva e molto ben attrezzato..

Dopo il pranzo, non ci poteva mancare una gita in barca. Peccato che non siano venuti tutti. Nella parte iniziale abbiamo visto gli effetti dell’inondazione di qualche tempo fa, quando il lago, che già aveva subito un prosciugamento notevole per sfruttamento energetico, si è ripreso il suo spazio naturale. Purtroppo ne hanno fatto le spese un lodge ed edifici vari, tra cui una scuola e un dispensario, che giacciono semidistrutti in mezzo all’acqua, insieme a tanti alberi. .

Tutto l’insieme è uno spettacolo surreale, mentre esploriamo in barca. Penso che questo succeda ogni volta che l’uomo non tiene conto del diritto e della forza della natura, che chiede solo di essere rispettata.
Abbiamo visto vari tipi di uccelli, qualche coccodrillo e due ippopotami. Siamo stati anche su un’isoletta abitata da una famigliola. La giovane mamma è incinta per l’ennesima volta. Volete che l’isola resti disabitata?.

Per cena, ovviamente, uno si aspetterebbe pesce fresco e, infatti, per me c’è.
Ma ho visto scuoiare una capra e credo che tutti gli altri parteciperanno alla sua “festa” a chiusura del tour.

18 Mercoledì.
Il dopocena di ieri sera si è concluso con drinks tanto generosi quanto i discorsi che ognuno di noi ha fatto relativamente al tour. Tutti abbiamo riconosciuto che le difficoltà insorte a causa delle gomme non idonee non hanno inciso in maniera sostanziale sulla riuscita di un viaggio che un po’ avventuroso doveva essere, visto il territorio che abbiamo attraversato. Per di più, i problemi sono insorti soprattutto per la mancanza di connessione sia telefonica che di internet, che ha reso più tardivo l’aiuto esterno. Per quanto mi riguarda, mai ho temuto alcunché, però, obbiettivamente, ci sono stati dei momenti di tensione quando si è avvertito il rischio di non poter raggiungere il camp la notte degli scoppi a ripetizione. Tutti abbiamo riconosciuto e apprezzato che, nonostante le difficoltà, l’impegno dello staff è stato efficace.
Lasciando a malincuore questo eccellente camp sul lago, si parte verso Nairobi. La strada del ritorno dopo un po’ non è più sterrata. Attraversando Marigat e Nakuru ci fermeremo a Naigasha per il pranzo finale, i ringraziamenti allo staff e la consueta foto di gruppo.
Naturalmente, come ci si avvicina alle città e alla capitale il territorio, le abitazioni, le coltivazioni e le persone acquistano un aspetto più ordinario e attuale. Quasi quasi abbiamo nostalgia dei Samburu.

Alla fine di questo particolare tour mi viene da fare qualche considerazione.
Il viaggio nella vasta zona desertica, pur nella sua varietà, ha una certa monotonia. Diciamo che la visione dal finestrino del truck in genere è sufficiente a soddisfare le aspettative. La monotonia, però, è interrotta, quando uno meno se lo aspetta, da nuclei più o meno numerosi di persone che incontriamo per strada e che vivono in abitazioni e agglomerati così fuori del comune che meriterebbero una sosta e un contatto. Voglio dire che il deserto ha la sua particolarità attrattiva proprio nella gente che ci vive, contro ogni logica apparente. Il deserto, dunque, è vivo e consente la vita a tutti quelli che ci abitano. E’ affascinante, perché custode di tesori ancora incontaminati, i villaggi-oasi, incastonati come gioielli nel mezzo di un territorio apparentemente arido e inospitale.

Consente di stupirsi, ancora, nello scorgere un puntino nero muoversi nell’immensità della solitudine dietro gruppi di capre o di cammelli. Cosa ne sarà del futuro di queste popolazioni “privilegiate”? Una volta esse venivano chiamate e considerate primitive o “selvagge”. Io credo che abbiano diritto a mantenere le loro tradizioni e meritino rispetto. Non sono un ornamento conservato per i turisti. Sceglieranno loro, quando vorranno, ogni eventuale cambiamento. Lo Stato deve garantire la loro sopravvivenza, come è per tutte le minoranze. Se il loro progresso deve essere un’emulazione dell’occidente, perché ci credono loro o perché alla fine cederanno alla globalizzazione, queste popolazioni scompariranno, il deserto rimarrà, allora sì, vuoto e privo di interesse culturale e si verrà in Kenya in inverno, come già alcuni, per abbronzarsi al mare di Mombasa…

Overland Truck è giunto a destinazione, percorrendo circa 1700 km.
Il nostro percorso d’avventura nel deserto si è concluso.
Onore al driver Charles. Grazie a tutto lo staff.

Nicola
nicsam50@libero.it

P.S. Ogni giorno una gazzella sa che per mantenersi in vita deve essere più veloce del leone.
Ogni giorno un leone sa che per mantenersi in vita deve correre più veloce della gazzella.
Io sto dalla parte della gazzella. Nic

Staff
Sam, responsabile dell’Agenzia Sawa Sawa Africa, viaggiatore anche lui
Charles, driver
Henry, cuoco
Joe e Nicholas, aiutanti

Viaggiatori
Kenioti: Karanja, Ken, Marie, Nyawira
Polacchi: Kristine, Marek, Beata e Skarb
Misti: Jadlyne e Marek (anche staff)
Italiani: Fabio, Nicola

SAWA SAWA AFRICA
NAIROBI
www.sawasawaafrica.com
Email: karibu@sawasawaafrica.com

Nel Blog dei Bimbi del Meriggio sono raccolti gli articoli e le foto di Nicola scritti durante la sua permanenza in Kenya come medico volontario. Potete leggerli all’indirizzo:
http://aina-village.blogspot.it

 

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