La Madonna di Monserrato

di Fernando Petrone –
Ci troviamo nell’Arcipelago Toscano per questo nostro viaggio che punta alla ricerca di fonti e notizie riguardanti una delle tante deliziose chiesette che, sparse qua e là per tutta l’Isola d’Elba, occhieggiano tra rovi di verde incolto e profumi di rosmarino in fiore. L’Arcipelago è, nel suo insieme, costituito di sei isole: l’Elba che è la più grande con i suoi 227 chilometri quadrati di superficie, la Capraia, la Gorgona, la Pianosa, il Giglio e Montecristo oltre a numerosi scogli di varie dimensioni, il più grande dei quali trovasi nel bel mezzo del canale di Piombino e prende il nome di Isola dei Topi.

Tutto l’Arcipelago costituisce un protetto ‘Parco Marino Naturale’.
Ci troviamo per questa nostra ricerca nella parte orientale dell’Isola d’Elba, dove stiamo compiendo un interessante giro turistico alla scoperta di luoghi bellissimi, di borgate civettuole e di piccole suggestive pievi cariche di anni e di ricordi, alcune immerse in un verde quasi sempre lussureggiante e molto spesso ancora incontaminato ed altre invece ‘appese’ a costoni montani, in bilico su scoscesi dirupi e svettanti sulla cima di creste impervie. Ed allora riprendiamo senza indugio alcuno il nostro viaggio che, per una sosta ristoratrice, avevamo interrotto per poco meno di un paio di ore. Lasciamo quindi alle nostre spalle le deliziose case di quella ridente e civettuola cittadina marinara che è Porto Azzurro, dai loro caratteristici tetti in cotto rosso e dalle loro persiane dal tipico ed intenso colore verde e tutte pigramente adagiate sul lato settentrionale di quella stupenda baia che a sera, dopo che il sole è andato a nascondersi dietro alla chiostra montana che guarda ad ovest per cercarsi il ‘suo’ letto nell’azzurra immensità del Tirreno, si accende di irreali e assai suggestive luci le quali avvolgono con infinita tenerezza le numerose vele che colà, assonnate e stanche per la lunga giornata che volge al suo termine, se ne stanno alla fonda, immobili, nella usuale attesa della silenziosa notte amica.

Ammirato l’ultimo riflesso di un raggio solare che sembra giocare a rimpiattino sulla superficie incantata della baia, si imbocca l’aspra rotabile che porta fino all’arcigno comune montano di Rio nell’Elba, non prima di aver toccato una incantevole perla che è Rio Marina la quale si specchia, fin dalle remotissime origini dei tempi, nel mare profondamente azzurro del Canale di Piombino.
Un’occhiata alla cartina la quale ci dice che nel nostro itinerario non è previsto che si debba raggiungere quella perla. Ed infatti, dopo aver percorso poco meno di un chilometro oltre l’abitato di Porto Azzurro, si supererà l’imbocco di una stradina bianca che se ne va su, pigramente e per conto suo sulla sinistra, per salire verso l’alto onde poter condurre fedeli e visitatori alla solatìa ‘San Giuseppe’, una di quelle tante piccole chiese devozionali che costituiscono il caratteristico insieme di ‘pievi’ sparse un po’ per tutta l’Isola e che sono oggi immerse nel fondo cupo e molto spesso misterioso delle valli sempreverdi oppure svettanti e solinghe su una di quelle tante cime delle creste montane della parte più orientale dell’Elba.

La nostra rotabile, invece, prosegue oltre quella diramazione stradale dapprima con direzione verso nord-ovest per piegare poi con decisione nella opposta direzione, ovvero quella che punta a nord-est. Però quando si è in vista della località cosiddetta “il Bocchetto”, tal quale è proprio così indicata sulle carte topografiche, si abbandona quella strada provinciale che avevamo imboccato a Porto Azzurro e ci si inerpica lungo un’altra strada la quale subito, e sempre sulla sinistra, s’impenna verso l’alto con decisione perché deve salire su una asperrima rugosità che, come si legge sulla nostra cartina, porta il nome di Monte Castello e che riusciamo a scorgere proprio sul nostro capo.

Questo monte, veramente aspro ed arcigno, si erge fino a 390 metri sul livello del mare: ed è proprio qui, nei pressi della sua vetta, che finalmente si incontra l’oggetto ch’è meta della nostra escursione. Trattasi del delizioso tempietto della Madonna di Monserrato. E perché mai è stato edificato quassù, isolato da tutti e da tutto e per quale sua funzione? Ebbene quel Tempio non è altro che una vera e propria costruzione votiva, la quale ha alle sue spalle una interessante storia, e non leggenda, perché realmente accaduta.
Per accedere nel nostro Tempio votivo è necessario però compiere un’ultima faticaccia: lasciata infatti a se stessa l’automobile che comodamente ci aveva portato fin qui, bisognerà, a piedi, percorrere l’ultimo ripido centinaio di metri e poi addirittura arrampicarsi lungo una breve scalinata tutta di pietra e larga forse meno di due metri che troveremo di fronte a noi e che mostra oggi al visitatore interessato ogni suo scalino in parte smozzicato e in parte roso dall’inesorabile trascorrere del tempo.
Lassù, completamente lontani da ogni forma di vita comunitaria ed immersi in un silenzio profondo, si ha la balorda impressione di essere su un’altissima alpe, quasi che ognuno di noi possa essere uno di quei ‘Messner’ o uno di quei ‘Locatelli’ che, arditissimi e spericolati ‘scoiattoli’, si arrampicano con estrema leggerezza sulle più alte cime della terra, al termine di uno storico “ottomila-metri-himalayano”. E se da lassù rivolgi poi lo sguardo in direzione di nord-est, ti accorgi che da questa parte la vista è del tutto chiusa dall’orrida “Cima del Monte”, ancor più aspra e orrida della precedente che avevamo scorto al nostro approssimarci alla meta, la quale, dal sommo dei suoi 516 metri al di sopra del mare, si permette addirittura il lusso di nasconderti l’arcigno ed asperrimo Volterrajo (1). Invece volgendo lo sguardo dalla parte opposta, ovvero verso nord-ovest, la vista questa volta è sì, ugualmente chiusa, ma lo è dal lungo crinale del Monte Castello che va degradando verso ovest, per cui non potresti immaginartela in altro modo, se non con la tua sola fantasia, quella baia di Portoferraio che se ne sta lì stretta tra il dolce abbraccio del mare ceruleo e quello del cielo profondamente azzurro. Quella ampia baia che è sovrastata dal mediceo Forte Stella (2) e che è cinta, a sua munita protezione, da imponenti e possenti bastioni i quali si tuffano a picco verso le abissalità di quel fondale marino che se ne sta sempre amorosamente lì, in fiduciosa attesa del visitatore. E quei bastioni sono tutti in dura pietra di granito che fu a suo tempo prelevata dal ventre del Monte Capanne, un gigantesco monolite granitico che sorge nella parte più occidentale dell’Isola e che guarda verso la non lontana Corsica, ergendosi diritto come un fuso fino a 1102 metri sul livello del mare, quasi vigile scolta e vigile custode degli azzurri cieli elbani.



Ma se poi spingi il tuo sguardo a sud-est, allora il tuo occhio viene letteralmente investito da una luce meravigliosa che sa di sole sfavillante e di acre sale pungente, di gabbiani bianchi e di rondoni liberi e sovrani in quel profondo azzurro tirrenico, di vele multicolori e di chiglie cullate mollemente da quella risacca che è dolcemente sospinta dalla continua sequenza di onde le quali provengono da est, proprio da quella lontana costa che fu territorio degli antichi Etruschi di Populonia. E scorgi in basso Porto Azzurro che noi ci eravamo lasciato alle spalle all’inizio di questo breve viaggio che tuttavia, e non se ne sa proprio il perché, ci è sembrato di una lunghezza quanto mai interminabile. O forse proprio a causa della sua originale forma di bellezza assai selvaggia e ad un tempo molto delicata….
E se poi abbiamo anche l’ardire di fissare da lassù il nostro sguardo verso quella luce meravigliosa, allora potremo scorgere, laggiù in fondo e stagliata lontano sull’orizzonte, la costa verde del continente, proprio là da dove partono quelle onde le quali, una dietro l’altra, vengono poi a morire qui sotto, generando una delicata risacca che a ripetizione riempie l’aria di dolci e armoniosi suoni.

Più a sud, proprio di fronte a te volgendo le spalle al piccolo tempo della Madonna di Monserrato, è possibile vedere la ‘libertaria’ Capoliveri (3): una orgogliosa manciata di case sovrastata da uno svettante campanile il quale batte le ore del giorno dall’Angelus al Vespro da un numero incalcolabile di decenni. Quella orgogliosa manciata di case è posta ai piedi del Monte Calamita e del Monte Torricello affiancati e che si ergono rispettivamente a 413 metri e a 341 metri sul livello del mare. A sinistra di quell’antico paese, poi, il territorio degrada verso il mare per terminarvi con Capo Focardo e Punta Perla le quali s’incuneano, come cime di medioevali e lucenti alabarde, nella profondità del Canale di Piombino. E l’incantevole scenario si prolunga infine e si spinge ancora più lontano: infatti alle spalle di questi due sporgenti speroni, si erge dagli abissi di quel mare Capo Caldo che è talmente superbo da poter essere considerato come la imponente porta che è stata colà eretta dal Creatore proprio perché se ne stesse immobile a perenne e vigile guardia di un’orrida e nel contempo meraviglioso tratto di costa. E’ quella la cosiddetta ‘Costa dei Gabbiani’, la quale è così denominata dal momento che qui, a migliaia, vivono in perenne simbiosi gabbiani e cormorani e dove, all’epoca delle loro due interminabili migrazioni annuali, una volta verso il nord e la successiva verso il sud, sostano anche gli stormi degli albatros, degli aironi e delle anatre per riposarsi un po’ prima di raggiungere la successiva aera di sosta, quella della Laguna di Orbetello, dove potranno così ritemprare le loro forze indebolite dal loro lunghissimo volo di trasferimento.

La Madonna di Monserrato è un Santuario che quando lo si ammira mentre ci si arrampica su per quegli scalini di pietra smozzicati ed erosi dalle intemperie del tempo offre a tutti la fallace impressione che se ne stia lì, ‘appeso’ come per miracolo al sommo di un pendio dove pare mantenervisi come per grazia ricevuta, tanto precario appare il suo equilibrio. Tutt’intorno si possono scorgere, cupi e silenziosi, gli strapiombi rocciosi e profondi che sembrano essere quasi le orride fessure della ‘crosta’ terrestre dell’isola, proprio là da dove forse, nella lontana età del ferro, salivano i fumi delle fusioni del prezioso minerale estratto per mano degli Etruschi da quelle viscere e dove oggi il Re Silenzio regna sovrano….. Non sempre però, perché nelle giornate battute dallo scirocco, allorché il mare sospinto dalle raffiche gonfia e si fa vieppiù livido, quelle fessure, ove si spinge sgomento e a volo radente l’onnipresente gabbiano bianco perché certo di trovarvi come sempre il suo sicuro protetto e collaudato rifugio, rimbombano di echi strani che paiono gli alti lamenti delle tante anime di coloro che furono in ogni tempo inghiottiti impietosamente dai flutti impazziti.
S’erge così, su quell’aspro pendìo, il Santuario di quella Madonna che è tanto cara alla devozione del popolo di Spagna. E’ un esempio bellissimo di una austera e lineare architettura rimasta sorda a tutti i clamori di quei roboanti fasti rinascimentali che allora erano vanto e gloria della vicina e opulenta Firenze dei Medici, suoi Signori, di quegli orgogliosi mecenati, cioè, la cui fama aveva di gran lunga superato i confini mediterranei. L’architettura del Santuario è, sì, sobria ed austera, ma non fosca come quella che, invece, potrebbe essere quella dell’arcigno Volterrajo il quale è posto a nord-est e che, come già si è detto, è sottratto alla vista del visitatore perché completamente nascosto dalla ben più alta ‘Cima Del Monte’.
Ma perché proprio all’Elba un Santuario per la devozione di una Madonna che non ha ‘radici’ nella nostra terra?
Ebbene, la costruzione di quel Santuario è dovuta a Juan Ponce de Léon dei Duchi di Arcos. Costui, Nobil Uomo e Governatore spagnolo della città di Napoli, non era altri che l’antenato di quel Rodrigo Ponce de Léon, che fu Viceré spagnolo di Napoli dal 1646 al 1648 e che legò il suo nome agli avvenimenti storici connessi con gli ‘accadimenti’ rivoluzionari del popolare e romantico pescivendolo da tutti noto come ‘Masaniello’ il quale, spinto dalla sua grande generosità partenopea, aveva ingenuamente accettato di essere un convinto ‘capo-popolo’ e, come tale, di comportarsi.
Juan Ponce de Léon, soprannominato argutamente dal popolino napoletano ‘Longone’ per via di quel suo particolare fisico alto e segaligno, era un ottimo marinaio ed amava spesso veleggiare al timone di un suo assai imponente ‘Tre Alberi’ ora verso le coste frastagliate del Mar Tirreno, ora verso sud superando i vorticosi perigli posti tra Scilla e Cariddi per addentrarsi nel Mare Jonio, spingendosi così molto, ma molto lontano dal bellissimo golfo di Napoli e dall’ombra amica e protettiva dell’allora ancor fumante cono eruttivo del Vesuvio.
Correva l’anno 1606 allorché Juan Ponce de Léon dei Duchi di Arcos, impegnato in una delle sue consuete navigazioni nell’area del Tirreno Centrale, fu sorpreso da una improvvisa burrasca di scirocco mentre era intento a risalire verso settentrione tutta la bella e verde costa della Versilia, la quale si estende oltre il Promontorio dell’Argentario, fino all’ombra delle alte Alpi Apuane. Il mare, di molto ingrossato, stava rendendo quanto mai pericolosa la navigazione al Governatore di Napoli, talché questi, benché fosse un uomo rotto ad ogni improvviso capriccio del mare, invocò calorosamente più di una volta la Madonna di Monserrato verso la quale, da bravo spagnolo quale egli era, nutriva profondissima devozione. Come il buon Dio volle (e di molto ce ne volle, e decisivo fu probabilmente proprio il taumaturgico intervento dell’invocato aiuto della Madonna di Monserrato…..), il vascello, malgrado avesse riportato la rottura di uno dei suoi tre alberi e ne avesse sopportato il conseguente trascinamento in acqua di quell’assai pesante ed ingombrante ‘corpo morto’ (4) costituito dalla relativa velatura totalmente sommersa, approdò a tarda sera, e dopo molte e lunghe ore assai difficili, nelle acque sicure di una profonda baia che si apre sul lato orientale dell’Isola d’Elba. Era ormai buio fondo allorché Juan Ponce de Léon fu in grado di gettare l’ancora laddove sorgeva un modesto villaggio di pescatori, una manciata di case di bianca calcina, allora conosciuto con il nome di ‘Cala Mola’ ed oggi invece, evolutosi urbanisticamente, chiamato Porto Azzurro. Di Cala di Mola resta, nella nostra epoca, il suo ricordo solo nel vicino bivio stradale con il suo toponimo ‘La Mola’, proprio laddove dalla rotabile provinciale, che viene da Portoferraio, si diparte un ramo stradale che conduce fino a Capo Focardo e che costituisce un passaggio obbligato per chiunque possa essere diretto verso l’abitato della libertaria Capoliveri della quale abbiamo già in precedenza parlato. All’epoca dei fatti che stiamo or qui narrando, in quella baia esisteva una guarnigione militare spagnola che era acquartierata all’interno di una munitissima fortezza la quale sovrastava (ed ancora oggi la sovrasta) la baia stessa proprio sul suo lato settentrionale, poiché tutta l’isola, ad eccezione di Prtoferraio e della sua baia, faceva parte dei territori del Regno di Spagna. Quella fortezza militare colà esistente è, ormai dal XVIII secolo, ancora oggi tristemente adibita a bagno penale.

Il Tre Alberi come Dio volle attraccò e si dice che, stravolto, il Governatore, non appena toccasse terra insieme ai suoi marinai a tarda ora di quella serata illune, volle per prima cosa inginocchiarsi a baciare il suolo, sicuramente per ringraziare con sincerità e con fede il cielo ed in particolare la Madonna di Monserrato per lo scampato pericolo. Solo dopo aver compiuto questo atto dal significato devozionale profondo ma anche un po’ scaramantico, decise di entrare nel piccolo villaggio di pescatori onde potersi ristorare. Era a quel punto un naufrago per cui scattò subito la viva solidarietà degli abitanti del posto, tutta gente di mare che con il mare doveva quotidianamente fare i conti: nessuno sapeva ancora che quegli fosse il potente Viceré spagnolo. Cosicché gli vennero prestati subito i primi soccorsi e fu rifocillato. Poi si venne a sapere chi fosse l’illustre naufrago. E fu proprio dal soprannome del potente visitatore che quel quieto villaggio di pescatori prese da allora il nome di Porto Longone, nome che fu in seguito trasformato, per volontà popolare negli anni Cinquanta del decorso secolo XX, in quello ben più gentile di Porto Azzurro. Fu così definitivamente abbandonato quello assai più antico ed oggi caduto nell’oblio di Cala di Mola.
Ponce de Léon dei Duchi di Arcos sostò per alcuni giorni nel piccolo borgo marinaro, prendendo sicuro alloggio nella guarnigione militare. Grazie a quella forzata sosta, il Governatore ebbe così modo, in virtù delle maestranze della stessa guarnigione militare e di alcuni modesti ma molto bravi ‘maestri d’ascia’ del villaggio, di riparare quei danni, per altro molto seri, che erano stati inferti dalla violenza feroce degli agenti atmosferici al suo superbo ‘Tre Alberi’. L’illustre Nobil Uomo spagnolo trovò anche tempo di familiarizzare con la umile ma rispettosa gente del luogo della quale raccolse benevolmente istanze e suppliche.

Prima di ripartire onde ritornarsene a Napoli e prima di innalzare nuovamente sul più alto dei suoi pennoni le gloriose insegne dell’invitto Re di Spagna, Ponce de Léon dei Duchi di Arcos volle impartire precise disposizioni al supremo Comandante Militare della Guarnigione, al quale erano nel contempo demandate dal governo centrale spagnolo anche le responsabilità governative e le funzioni di Governatore Civile del luogo, perché venisse edificato, proprio nella zona di Cala di Mola, un Santuario votivo da dedicare alla Madonna di Monserrato a devota ed imperitura riconoscenza per la ricevuta grazia d’esser riuscito a scampare a quella paurosa tempesta generata dal violento soffio, a raffiche incalzantesi una dietro l’altra, di quell’improvviso vento di scirocco. Egli stesso, nei giorni precedenti, ne aveva scelto il sito ove il sacro tempio doveva essere eretto e cioè proprio lassù in alto, sulla cresta orientale di quel Monte Castello il quale, da sempre immobile, sovrasta la baia. Il che fu compiuto in brevissimo tempo, il tutto in ossequio ai suoi indiscutibili ordini e grazie all’alacre impegno dello stesso Supremo Comandante della Guarnigione Militare Spagnola.
Una volta completata la sua costruzione, il Santuario, con una solenne cerimonia liturgica, venne consacrato alla Vergine di Monserrato da parte del Vescovo Diocesano di Populonia. Era presente tutto il Presbiterio dell’Isola, erano presenti tutte le Autorità Militari della Ispanica Guarnigione e quelle civili dei comuni di Capoliveri, di Cala di Mola, di Rio ma era assente proprio il Governatore Ponce de Léon dei Duchi di Arcos il quale, pur avendolo caldamente voluto, fu impossibilitato ad intervenire a causa di numerosi e gravosi impegni che erano strettamente connessi con il governo del Vicereame i quali, suo malgrado, lo costrinsero prudentemente, in quel preciso periodo, a non muoversi da Napoli.
Il Santuario ha goduto di rinomata fama per tutto il secolo XVII e per il successivo secolo XVIII. Era divenuto la frequentata e devota mèta di numerosi gruppi di pellegrini, degli uomini della gloriosa marineria dei vascelli militari del Re di Spagna nonché degli iberici galeoni commerciali, presso i quali vivissimo è sempre stato quel sentito culto devozionale verso la Madonna del Monserrato. Culto questo che affonda le sue radici nella misteriosa profondità del tempo. Anche i tanti pescatori di origine spagnola i quali, partendo con le loro flottiglie dai vari porti disseminati lungo la costa orientale della Penisola Iberica, giungevano sino a quelle acque in occasione delle loro lunghe battute di pesca durante le stagionali migrazioni dei tonni nel Mare Tirreno, non si esimevano di portarsi fino a quel Santo Eremo per porgere il loro devoto omaggio alla Madonna di Monserrato.

Ma fu proprio con l’avvento dissacrante di Napoleone Bonaparte sulla scena europea, ed in particolare su quella del Mediterraneo sia centrale che occidentale, che proprio su quel piccolo Santuario dedicato alla Madonna di Monserrato, oggi ricoperto dalla inesorabile patina dei secoli che tutto rende nostalgico ed un po’ triste, scese l’oblio delle genti. E l’oblìo del tempo fece sì che quel piccolo e romantico Santuario venisse poi definitivamente dimenticato un po’ da tutti. E lo fu anche al momento di quella pacifica Restaurazione tracciata e definita nello storico Congresso di Vienna del 1815, il quale fece seguito alla ‘rumorosa’ caduta dell’Imperatore còrso ed al conseguente smembramento del suo vasto impero che era stato costruito sì, con orgogliosa sicurezza, ma che era costato un numero assai rilevante di vite umane sacrificate sugli innumerevoli ed orgogliosi altari delle battaglie.
Il Santuario divenne così proprietà dei Monaci Agostiniani che erano di stanza nella vicina Piombino (proprio sulla costa toscana prospiciente i lati nord ed est dell’Isola d’Elba). In esso sono stati di volta in volta ospitati, sino allo scadere del XIX secolo, solamente frati e talora anche alcuni eremiti provvisti del necessario ‘nihil obstat’ della Curia Vescovile di Populonia.
Oggi è solo silenzio intorno a quelle mura vetuste fatte erigere dalla convinta, sincera e, per certi aspetti, anche umile devozione di un uomo che, per contro, era allora molto ma molto potente e da tutti assai temuto. E’ oggi Re Silenzio il vero ed incontrastato sovrano che tutto permea, un Re che non è né potente né orgoglioso ma che è immortale nel tempo.
E così ad interrompere quel silenzio che aleggia su tutto non sarà mai l’uomo bensì il solo e cupo brontolio del mare che giunge fin lassù, e null’altro, allorché questo viene scosso con violenza dalla tempesta. E questo mentre le raffiche tese e fredde del vento di levante che viene dal vicino Continente oppure quelle incalzanti del vento di scirocco che con direzione da sud-est verso nord-ovest provengono dalle lontanissime coste dell’Africa della Palestina e della Siria le quali sono sature della grande umidità che hanno raccolto dalla superficie del mare lungo il loro tormentato tragitto senza fine, investono il piccolo sacro tempio votivo ed erodono con estrema lentezza ma inesorabilmente quella ormai vetusta e riarsa muratura, facendo sì che essa, briciola dopo briciola, vada a spargersi come impalpabile cipria sul terreno circostante, oppure sospinta dolcemente dai refoli del vento si disperda lontano, fino all’azzurro del mare. E fra le crepe profonde dell’intonaco, vere e visibili rughe del tempo, vivono ora lucertole e sparuti ramarri mentre vi crescono solamente muschi e licheni, contribuendo così a creare quel velo di diffusa e mesta malinconia che aleggia tutt’intorno e che gli sporadici riti religiosi, che ancora oggi con devozione vi si celebrano, ormai non hanno più la forza sufficiente a diradare. Ed è proprio per questo velo di malinconia, mesta sì ma non triste, che l’animo di chiunque per avventura qui sale si sente come magicamente trasportato in un altro mondo, in un mondo che non gli appartiene perché fu di altra gente, perché fu degli umili e dimenticati pescatori di Cala di Mola, perché fu dei tanti naviganti non solo spagnoli ma anche di ogni altra nazionalità di quel pescoso tratto del Tirreno, perché fu di Joan Ponce de Leon, soprannominato ‘Longone’, il potente e segaligno Governatore Spagnolo di Napoli titolare di quel nobile blasone che fu l’invitta insegna della gloriosa casata dei Duchi di Arcos.

NOTE: (1) – Il Volterrajo è un castello militare che venne costruito nel XVI secolo ad opera e per volere di Cosimo I° dei Medici con compiti di difesa della Baia di Portoferraio la quale era, all’epoca, un assai munito porto militare. (2) – Il Forte Stella sovrasta la Cittadella di Portoferraio: la sua costruzione risale alla prima metà del XVI secolo. Esso venne edificato per ordine di Cosimo I° dei Medici dall’ingegnere militare sanmarinese Giovanbattista Belluzzi, tecnico assai rinomato nell’epoca rinascimentale per la sua acclarata bravura e per la sua alta capacità nella progettazione e nella successiva costruzione di cittadelle, mura e fortezze militari. (3) – Capoliveri è uno degli otto comuni dell’isola d’Elba: sorge a sud di Porto Azzurro, alle falde del Monte Calamita; è sempre stato irrequieto centro di ‘libertari’ e di ‘anarchici’ che di volta in volta si sono opposti alle varie dominazioni (Medici, Spagnoli, Francesi, Piemontesi e, più recentemente, anche al regime fascista). (4) – ‘Corpo morto’ è detto in gergo marinaresco ogni ingombro non utile alla navigazione che rimane semi-sommerso pur restando attaccato allo scafo, costituendone così una zavorra che rallenta la navigazione e che, a volte, può essere anche estremamente pericolosa.

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