La mia Algeria

di Silvia Torretta –

“Temono il deserto, lo temono tutti quanti. Sono nel deserto e fanno come se non fosse il deserto, come se non fosse niente. Mai stato niente, non è niente, non sarà niente. Sono fuggita. Allora sono andata nel deserto.” (Ingeborg Bachmann, Libro del deserto)

PREMESSA SERIOSA.

Non è sempre facile usare le parole, strumento imperfetto e autoritario, per narrare di colori, luci, silenzi, emozioni.

Perchè così è il deserto, inenarrabile, inafferrabile con gli occhi, che pure credono di saziarsene, impercettibile nella sua immensità.

Tutti i sensi sono in stato di allerta, pronti a catturare ogni vibrazione. Lo sguardo si perde, l’orecchio risuona di un silenzio pesante, le narici accolgono il profumo del vento, le labbra assaggiano i granelli di polvere nell’aria, e la pelle tutta è tesa a cercare l’unione con la terra.

Partire per un viaggio nel gran deserto, nel deserto dei deserti, il Sahara, è sempre, ogni volta, un volo dello spirito oltre che del corpo, una fuga da sè per cercare sè attraverso lo sfinimento del fisico e della mente, una purificazione catartica per le tossine accumulate in testa prima che nel sangue.

ALGERI LA BIANCA.

Eccoci qua, direttamente catapultati dentro il Maghreb.

Algièrs la blanche. Così la descrive Albert Camus nel suo “Noces”: ….Alger s’ouvre dans le ciel comme une bouche ou une blessure. Ce qu’on peut aimer à Alger, c’est ce dont tout le monde vit : la mer au tournant de chaque rue, un certain poids de soleil, la beautè de la race… ». E’ strana, questa città non-bella, con i suoi palazzi eleganti in puro stile francese, arrogante ricordo dell’occupazione terminata nel 1962, i suoi viali alberati simil-parigini, gli alti porticati lungo il mare; ferita dalla sfrenata politica di assimilazione francese, che tentò di sradicare ogni forma di espressione e manifestazione culturale algerina e cancellarne l’identità, e invece adorata da alcuni grandi intellettuali d’oltralpe (primo fra tutti, appunto, Camus) che le dichiararono amore eterno in numerose ere.

Subito alle spalle della parte europea, appena sulla collina, inizia la Kasbah, il cuore arabo della città, fatta di vicoli decadenti e di antri bui. C’è poca gente in giro, è tutto chiuso, non si respira un’aria quieta e i fatti sanguinosi della cronaca recente ce ne danno una giustificazione più che plausibile.Vengo svegliata di soprassalto all’alba del mattino seguente dal muezzin che invita i musulmani alla prima preghiera della giornata. Inutile tentare di riaddormentarsi: resto ad ascoltare la strada che si sveglia, cercando di indovinare ogni suono. Infine ci dirigiamo in aeroporto per partire finalmente verso la nostra vera meta: il Tassili N’Ajjer.

Al check-in veniamo avvicinati da un signore che cortesemente ci chiede se può affidarci due pacchi da consegnare al “boulanger”, il panettiere, di Djanet. Ovviamente prudenti, squadrandolo obliqui e con l’immaginazione che galoppa verso brioches esplosive, baguettes dinamitarde, dolcetti a orologeria kamikaze assoldati dal Fronte Islamico per sgominare il fornaio e la sua famiglia, rispondiamo sicuri: ma certo, che domande, ci pensiamo noi!

IL SAHARA, DUNQUE.

Il volo è emozionante, e non per le presunte bombe che ci siamo caricati a bordo. C’è il Sahara sotto di noi, il padre di tutti i deserti, il Signore della Sabbia: cristo, è bellissimo! La terra rossa si spacca, come a cercare un varco per respirare. Quanto vuoto….eppure così pieno di sè! E onde, e rocce, e – rarissime – oasi, che quasi disturbano questa quiete immobile. Sorvoliamo il Grande Erg Orientale e il Tassili, infine, prima di atterrare letteralmente in mezzo al nulla.

Siamo finalmente a Djanet, villaggio a oltre 2000 km dalla costa mediterranea, ai limiti del confine tra Algeria, Libia e Niger, incastonato nell’unica oasi, e non fa neppure il caldo che l’aria torbida, dall’aereo, lasciava intendere.

E’ venerdì, è giorno di festa e infatti proprio una celebrazione si sta svolgendo lungo la via principale del paese. Una cinquantina di donne, avvolte in veli blu, viola e neri, accompagnano col loro canto ipnotico e rituale quattro guerrieri mascherati che si affrontano, armi in pugno, in una lotta acrobatica. Mi soffermo a fissare i volti intensi delle donne e del pubblico al ciglio della strada: c’è di tutto, in un melting pot di umanità bella e fiera. Berberi dai tratti alteri e dalla pelle chiara, tuareg scuri dai lineamenti gentili, africani dal portamento sinuoso ed elegante e imponenti nella loro statura. Alcune donne sono bellissime nella loro andatura flessuosa e superba che nessuna modella riuscirebbe a imitare: le osservo con discrezione ma completamente affascinata.

Come altri prima di me hanno pensato, visitando questi luoghi, se credessi alla superiorità di alcune razze su altre non avrei dubbio: appartengo ad una razza inferiore.

Consegnati i pacchi inesplosi al fornaio, acquistiamo generi di prima necessità e alcune taniche per l’acqua, merce rara e preziosa, da centellinare quaggiù come filtro magico. La sera, alloggiati all’hotel Tenerè, passaggio pressocchè obbligato per le manciate di turisti che si addentrano in questi luoghi, dopo una cena a base di chorba (zuppa di verdure e carne) e abbondante couscous, ci stendiamo sotto la tenda tuareg a goderci l’aria tiepida bevendo tè verde, un rito che ripeteremo con piacere le sere successive.

ALL’ASSALTO DEL TASSILI.



L’alba seguente ci vede pronti per l’ascesa al massiccio del Tassili, vera, grande e maestosa pinacoteca all’aperto, di cui percorreremo una parte in 5 giorni di puro trekking. Veniamo aiutati nel trasporto dei bagagli, limitati allo stretto indispensabile, da una decina di asinelli smagriti, che si caricano come se nulla fosse i nostri sacchi e le taniche d’acqua, rigorosamente disinfettata e potabile, nostra unica riserva del sacro bene per i giorni a venire.

Non ricordo quando esattamente ho iniziato a rantolare, ma credo non fosse passata più di mezz’ora… Ci arrampichiamo su pietraie sconnesse e scoscese, in mezzo a montagne dalla forma quasi dolomitica: “..il suolo è composto di una sabbia interamente ricoperta d’un solo strato di ciottoli brillanti e neri. Si direbbero scaglie di metallo e tutte le rupi che abbiamo intorno brillano come armature. Siamo caduti in un mondo minerale, siamo imprigionati in un paesaggio di ferro.” (Saint-Exupéry, Terra degli Uomini).

Fa caldo e si fatica. Dopo un paio d’ore arriviamo ad un primo pianoro, dove riposiamo all’ombra delle rocce e ci attacchiamo furiosamente alle borracce. Ci illudiamo che la salita sia terminata ma presto ne iniziamo un’altra, altrettanto dura e faticosa, che pare non finire mai, infrattata in un canalone pietroso stretto e ripido, il passo Akba Tafalet.

Ma infine…..la vetta!

Vetta…..Veramente tutto pare tranne che una cima: siamo sull’altopiano, una distesa a perdita d’occhio di superficie piatta, coperta di sassi e battuta da un vento fresco che asciuga in un attimo le nostre magliette intrise. Solo rocce intorno, lontano, fin dove l’occhio si può spingere. Eccoci sul Tassili, a circa 1600 mt, dopo quasi 4 ore di cammino, ed è appagante nella sua desolazione.

Due gazzelle, lontane, aggraziate, passano sfrecciando, unica nota di vita. “Portano fortuna” ci dice sorridendo Tahar, la nostra guida tuareg, avvolto nel taghelmuz nero che gli ricopre interamente il viso, “sarà un viaggio fortunato!”. Ci crediamo, fiduciosi e confortati.

Mentre cammino penso che sto percorrendo una via carovaniera, tuttora battuta dai tuareg e da tutti coloro che vogliono raggiungere velocemente (a piedi o a dorso di mulo) la vicina Libia e Ghat, la prima città oltreconfine. Molti infatti sono i segni lasciati dai popoli in migrazione su queste pietre, e ci sono tombe ogni tanto, lungo il percorso, che impariamo a distinguere, essendo di forma diversa per gli uomini e per le donne.

TAMRIT, I CIPRESSI E LE TESTE ROTONDE

E’ da un pezzo passato mezzogiorno quando, da questo paesaggio arido, improvviso e inaspettato spunta un enorme cipresso millenario, paradossale fungo verde in mezzo al grigio, le cui radici pescano acqua da chissà dove. Tahar

ci informa che lì passeremo la prima notte e all’arrivo dei nostri poveri muli (peraltro decisamente più in forma di noi…) scarichiamo i bagagli e montiamo le tende sfidando il vento battente e nient’affatto caldo.

Dopo la meritata siesta sotto le fronde del nostro albero ripartiamo per visitare la zona di Tamrit, una delle più note stazioni rupestri del Tassili N’Ajjer. Le pitture che incontriamo sono grandiose. Appartengono quasi tutte alla civiltà delle Teste Rotonde, databile tra gli 11.000 e gli 8.000 anni fa, al tempo in cui il Sahara era ricco d’acqua e costellato di laghi e vegetazione rigogliosa (sic!). L’arte delle Teste Rotonde presenta caratteri inconfondibili ma allo stesso tempo è varia e polimorfa, con distinte fasi ben caratterizzate da soggetti e tratti diversi dei disegni, via via più eleganti e raffinati: vi sono scene di processione, danza, adorazione, levitazione; vi sono teorie di animali, figurazioni fantastiche, oggetti indefinibili e simboli confusi; uomini e animali sono più o meno trasfigurati nella silhouette, con occhi e fronte sempre coperti da maschere.

Sono onestamente stranita davanti a certi soggetti paragonabili, nel mio profano immaginario, solo a certa iconografia fantastica medievale e mi spiego molte cose solo quando mi dicono che tali popolazioni, raccogliendo tutta la mia simpatia, facevano abbondante uso di piante allucinogene!

Sulla via del ritorno al campo, complice anche una splendida luce del tramonto e alcuni scorci emozionanti, tra cui una sorta di anfiteatro naturale a strapiombo su un canyon di 500 mt, la stanchezza sembra passata. Ceniamo ormai al buio, indovinando i movimenti e sperando di non rovesciare nulla addosso al vicino.

Alzo il naso, il cielo si fa magnifico. Seduti in cerchio, con le braci rosse delle sigarette come uniche luci e facendo circolare una provvidenziale borraccia colma di rum, ascoltiamo Carlo raccontare leggende terrificanti delle valli bresciane, prima di infilarci un po’ inquietati nelle rispettive tende. Ma la stanchezza è tale che non sento neppure l’anonimo russatore che ha poi seminato per giorni lo scompiglio nei sonni della comitiva.

SEFAR, LA SABBIA E IL DIO PESCATORE

Il ritmo del sole già cadenza le nostre giornate, senza bisogno di sveglie artificiali moleste e inopportune, senza che il corpo fatichi ad adattarsi. Ci leviamo con i primi raggi, ci corichiamo quando ogni residuo di essi scompare e al loro posto le stelle fanno luce.

Alle 6 dunque ci alziamo e, ricaricati i basti dei muli, ricominciamo il cammino verso Sefar, la meta più prestigiosa e importante del nostro percorso. Lo scenario è mozzafiato: strane formazioni di arenaria simili a enormi alveari, scolpiti dal vento, creano forme di ogni genere con cui, come con le nuvole, giochiamo a riconoscere con la fantasia figure familiari. Tra guglie di rocce, stretti cunicoli ed enormi spianate si è insinuata, portata in braccio dal vento, la sabbia rossa del Sahara, modellando piccole dune di soffice borotalco. Non ho mai toccato una polvere tanto impalpabile, ed è una sensazione paradisiaca immergere mani e piedi nel suo calore.

Arriviamo a Sefar verso le 13.30, sotto un sole a picco, e ci intrufoliamo in un dedalo di vie fiancheggiate da porticati naturali, per sbucare in una sorta di piazzetta rotonda, attorno alla quale scegliamo il nostro spazio per le due notti che trascorreremo lì. Ovviamente nessun villaggio, nessuna strada comunemente intesa, solo intrecci di sentieri più o meno ampi tra le rocce che, convesse, creano ripari per i viandanti. Mi addentro tra le costruzioni di pietra, scovando un pertugio all’ombra che sembra fatto apposta per me, dove mi adagio e mi metto in ascolto del vento che sibila tra gli anfratti e le fessure.

Passate le ore più calde partiamo per una passeggiata intorno a Sefar, alla scoperta delle sue splendide pitture: solo qui vi sono 82 pareti istoriate e 1171 raffigurazioni! Ho ormai imparato a distinguere, nelle infinite sovrapposizioni, i dipinti più antichi da quelli più recenti, che hanno colori, dimensioni e forme ben differenti. Talvolta sono piccole e scolorite, altre volte enormi e ben definite. Resto colpita dall’immensa raffigurazione del cosiddetto “dio pescatore”, immane mostro sicuramente partorito sotto l’effetto di sostanze psicotrope, che con ragionevole certezza so che rivedrò nei miei prossimi incubi notturni! Ma soprattutto, regrediti tutti quanti ad età prescolare, ci divertiamo a ruzzolare nella sabbia fine, resa finalmente viva dal sole calante.

La sera dopo cena, immersi nel buio pesto che solo nel deserto sa essere così buio, emuli di Indiana Jones, armati solo di poche e fioche torce, tentiamo di avventurarci tra i faraglioni per ritrovare il famoso dio pescatore e osservarlo al chiarore tetro delle pile. L’impresa dura pochi minuti: il luogo è un vero labirinto, perdersi è un gioco da scemi, quali ci sentiamo. Torniamo al campo a farci consolare intorno al fuoco dal fortissimo e buonissimo tè verde dei tuareg: la tradizione vuole che ne vengano serviti tre giri, più che sufficienti a mantenere lo stato di veglia e l’occhio sbarrato tutta la notte.

DIAVOLETTI, LEVITANTI E SCIACALLI

Il giorno seguente camminiamo verso Tin Tefriest e Tin Tazarift attraverso un bel percorso tra guglie, spianate e ouadi prosciugati. Qui ammiriamo alcuni tra i graffiti più curiosi: sono di epoca più recente rispetto alle grandi figure viste finora e rappresentano i cosiddetti “diavoletti”, sorta di piccoli demoni rintracciabili anche in pitture rupestri dall’altra parte del mondo. Ancora più inquietanti sono le figure delle “levitanti”, corpi di donne che si librano in una sorta di volo magico, collegabile forse a tecniche estatiche o di trance, tuttora ben diffuse soprattutto nei paesi animisti dell’Africa Subsahariana. E infine ecco i labirinti, raffigurazioni a spirale dalle svariate e incerte interpretazioni, comuni anch’essi a diverse civiltà.

Il vento si è alzato, arrivano folate di sabbia che ci pizzicano il viso e irritano gli occhi “….come quando a Riccione ti sbattono gli asciugamani controvento…” (anonimo brianzolo). La sera, riparati sotto il nostro porticato naturale, aspettiamo il tè confrontando con i tuareg storie di indemoniati, di riti grigri (una sorta di voodoo), di sciamani che parlano con i morti, scoprendo somiglianze incredibili tra leggende di popoli sparsi su tutto il globo. Con la coda dell’occhio qualcuno scorge, qualche decina di metri in là, un animale che passa, identificato come un coniglio.

Il mattino, ripartendo, Tahar ci indica delle tracce di sciacallo! “In effetti mancavano le orecchie” sosterrà poi candido l’incauto avvistatore “e neppure saltava!”.

RITORNO ALLA CIVILTA’

Ripartiamo per concludere il nostro percorso ad anello e tornare verso Djanet, trascorrendo l’ultima notte accampati.

Il clima è piacevole, il vento tiepido e ciò favorisce il lungo, lunghissimo attraversamento di un deserto pietroso desolato e interminabile, rotto ogni tanto da alcuni faraglioni su cui ci arrampichiamo per buttare lo sguardo il più lontano possibile, fino a scorgere il confine libico e, pallida sull’orizzonte, la sagoma dell’Acacus, altro poderoso massiccio sahariano.

L’unica forma di vita che incrociamo è la temibile e velenosissima vipera cornuta, vero incubo dei tuareg, nel nostro caso placidamente addormentata su un masso a ridosso del sentiero.

La discesa, l’indomani, è scomoda, ripida e fastidiosa al passo, reso incerto e ogni momento precario dalle pietre mobili.

Ma infine, a metà mattina, siamo già giù, ritrovando il luogo della partenza, dopo cinque giorni di affascinanti scoperte e di piacevolissime traversate in compagnia del silenzio.

Mi sento triste, svuotata ma soprattutto indegnamente sporca! Ci guardiamo l’un l’altro divertiti e non possiamo credere che tra poco potremo gettarci sotto una doccia, dopo aver avuto per tanto tempo acqua solo per bere: sembriamo un gruppo di profughi, i vestiti ormai del colore della sabbia, la polvere infilata ovunque, le braccia e le facce scottate dal sole. Ma soprattutto ci sconvolge la temperatura, che in pochi giorni è salita come fosse trascorso un mese: il termometro, alle 10.30 di mattina, segna 43°.

Rientriamo all’Hotel Tenerè, posiamo finalmente il fondoschiena su qualcosa di morbido, turbati, perfino, da questa strana sensazione…Lavati, sbarbati e profumati pranziamo al ristorante prima di tornare in centro a Djanet, trasformati in turisti doc, e dedicarci allo shopping, come si conviene.

L’HAMMAM

In realtà questa attività non mi interessa affatto. Preferisco di gran lunga accettare la proposta di un bagno caldo all’hammam del villaggio. Io e Susanna, dunque, entriamo circospette in un edificio squallido e di dubbia igiene, per usare un eufemismo. Il primo locale è un androne ai cui lati, per terra, giacciono accostati una trentina di materassi sgualciti. Ci spogliamo e infiliamo un paio di ciabatte di plastica pescate da un cesto colmo posto all’ingresso della stanza successiva. Una pesante porta in legno ci invita al tepidarium, 2×2 mt di locale umido e caldo, anticamera per l’inferno di vapore dell’hammam vero e proprio, la cui porta di ingresso è un sofisticato gioco di carrucole e pesi che le permettono di restare sempre chiusa: una vera porta automatica!

Entriamo e subito la temperatura e l’umidità ci appiccicano la pelle. E’ un posto tremendo: le pareti alte e scrostate, verdognole di muffa, il pavimento bagnato piastrellato multicolore, con un tombino al centro per far defluire l’acqua in eccesso, calda e fredda, che è possibile far scorrere dai rubinetti disseminati per tutto il perimetro e gettarsi sul corpo. Evitiamo di sederci per terra ma in un attimo i pensieri si sciolgono al vapore e restiamo a goderci cotanta abbondanza del liquido che ci è mancato nelle ultime100 ore.

Dopo un’ora di salutare sudata, espellendo dai pori fatica, tossine e smog milanese residuo, molli come fichi torniamo alla prima sala e ci lasciamo asciugare prima di rivestirci. Usciamo dall’hammam senza aver usufruito del vigoroso massaggio che tipicamente si accompagna alle sedute, ma comunque in stato di totale abbandono psicofisico: non mi sono mai sentita tanto rilassata!

L’ERG D’ADMER E LE DUNE

La mattina dopo, tanto per cambiare, sveglia all’alba: due fuoristrada tra le più scassate che io abbia mai visto ci aspettano per portarci verso un altro degli infiniti volti di questo immenso Sahara, l’Erg d’Admer,  dove “.. inizia il deserto, quello vero, e sono cazzi…”(da Marrakech Express).

Quello che vediamo tutt’intorno ai finestrini è la rappresentazione più classica del deserto da cartolina: dune gialle acuminate rotte da speroni di roccia nera. E la strada diritta, solitaria, della stessa sfumatura della sabbia, che spezza l’armonia dello spazio. L’emozione è fortissima e diffusa tra tutti. E mentre dalla bocca dell’autoradio Fossati e la sua banda suonano il rock, noi balliamo per la strada, a piedi nudi, ebbri del paesaggio che ci abbraccia e esaltati di libertà. Null’altro esiste.

E’ con fatica infatti che riprendiamo il viaggio verso Essendilène, la valle degli oleandri, che visitiamo a piedi sotto un sole che ci scotta anche l’anima. Al termine della stretta gola, dopo un percorso suggestivo tra il verde fiorito di rosa, strani e rari colori in questa terra arida, ecco aprirsi, come un vero miraggio, una pozza d’acqua smeraldo, fresca e invitante. Ma non si tratta di acqua sorgiva bensì piovana, che si raccoglie nell’unico scroscio annuale. Ci limitiamo dunque a godere dell’ombra ventilata riprendendo fiato e pressione.

Ci rimettiamo in auto diretti finalmente verso la meta più ambita: le enormi dune rosse su cui trascorreremo l’ultima notte. Eccole, laggiù, sempre più vicine, sempre più imponenti. Il sole sta scappando, non cogliamo che i brandelli di tramonto, ma lo spettacolo è comunque magnifico.

Mi sia concesso un attimo di poesia: un po’ di spazio al sentimento! Ho il cuore a mille: le dune, la sabbia….quanto l’ho voluto, quanto l’ho desiderato, quanto l’ho sognato! Balzo giù dalla macchina, scalza ormai dal mattino, e in un attimo sono sdraiata a terra, ancorata come una ventosa, per non perdere il contatto fisico: ogni cellula della mia pelle è compressa contro la sabbia tiepida, ne sento la forte energia che mi avvolge il corpo. Cammino sulla lama di una duna, dove un piede calpesta il caldo e l’altro, in ombra, il freddo. Mi ci siedo a cavalcioni, come su un enorme destriero, e giro lo sguardo intorno: una successione infinita di colline rosse che lì inizia ma chissà dove finisce. “…Interminati spazi, sovrumani silenzi, profondissima quiete…”. Sono senza fiato.

E mentre Orione si leva all’orizzonte il sole si nasconde dietro questo mare ondulato, lasciando spazio allo stupore allorchè le stelle si accendono una dopo l’altra. La serata passa con il naso all’insù, supini a guardare lo spettacolo a 360° che questa natura portentosa ci offre, in silenzio, con generosità. Dormiamo così, à la belle étoile, faticando in verità a prendere sonno, per il rammarico di veder scomparire una tale bellezza.

Quando riapro gli occhi il cielo è un po’ più chiaro: giro la testa verso sud e vedo sorgere uno spicchio di luna che abbraccia Venere, la bandiera dell’Algeria che occupa il cielo quasi a far valere, prepotente, il proprio dominio su di noi. Sono le 4.30, ci sfiliamo dai sacchi a pelo per arrampicarci sulla duna più alta e aspettare l’aurora. Camminare sulla sabbia, in salita, è faticoso ma appagante e adrenalinico. Appena il sole sbuca da est il paesaggio improvvisamente si colora, le ombre si formano e si deformano, i crinali ondulati si alternano a fianchi lisci e scoscesi e il vento, il vento, ci porta il profumo del Sahara e della sua solitudine….

Il ritorno è tristezza, precoce nostalgia e rifiuto degli spazi stretti.

Arrivederci a presto, mio Gran Signore sconfinato. Inshallah.

 
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