L’Himalaya indiano da un finestrino

di Giovanni Barbieri –

RUPIA: moneta indiana
CHAI: tea che nelle regioni Himalayane viene fatto bollire assieme al latte
L.P.: Lonely Planet, guida australiana utilizzata nel viaggio
CHAPATI: piadina di pane che viene cotta al momento
GOMPA: monastero tibetano
CHOMIN: spaghetti cinesi fritti
THUPPA: spaghetti cinesi in brodo
MOMO: ravioli tibetani
DHAL: lenticchie che vengono servite con riso in bianco
CHARPOY: letto di corda
PUJA: preghiera
THANGKA: immagine sacra
TSAMPA: farina di orzo
JOOLE: saluto Ladakho
CHANG: birra leggera di orzo 

8/8
Finalmente si parte,…… non sono ancora salito sull’aereo ma è quasi come se già fossi in India, infatti già al check-in per Delhi ci sono gli Indiani che tornano a casa con una piramide di merci: dal forno a microonde, al grill per barbecue fino agli ultimi modelli di frullatore, insomma ho davanti ai miei occhi un superstore.
Siamo decollati con un’ora di ritardo rispetto all’orario preventivato, eravamo tutti inscatolati come sardine nei nostri sedili, con le cinture allacciate nell’attesa che la torre di controllo desse l’OK, dopo l’agognato decollo quando è stato possibile slacciare le cinture il “popolo” dell’aereo ha iniziato a rumoreggiare ed ad alzarsi: orde di Indiani con e senza bambini hanno raggiunto le agognate toilette.
Fra un brano di musica Hindi e l’ultima fatica degli Aqua, (ascoltati grazie a delle cuffie che avevano dei tamponi perforanti da infilare nelle orecchie) e in un dormiveglia dove ho dormito saporitamente solo mentre sono passavano a servire la cena, siamo atterrati a Delhi.
Dopo un rapido controllo del passaporto (strano ma vero!) ed un altrettanto celere ritiro del bagaglio, appena uscito dagli “arrivals” sono stato avvolto da un’umidità “indian style” e a notte fonda mi sono imbarcato nel bus diretto alla “Interstate bus station” dove prenderò una coincidenza per Chandgarth.

9/8
L’umidità a Delhi è veramente soffocante…. , appena sono arrivato alla stazione degli autobus ho preso al volo il primo mezzo per Chandgarth: alla biglietteria in cambio di 120 Rupie ( 1 $ = 40.40 rupie) mi hanno dato cinque biglietti coloratissimi simili ai soldi del Monopoli.
L’autobus è del tipo “deluxe”, quello che lo distingue da un bus normale “ordinary” sono i sedili in velluto e la TV al massimo volume che non ti permette mai di dormire.
Il viaggio verso Chandgarth è stato monotono: a parte il film alla TV dal finestrino si vedono solo campi coltivati (la regione del Punjab è il granaio dell’India), a rompere la monotonia dei campi ai lati del nastro di asfalto sorgono infiniti negozi e botteghe che vendono l’inimmaginabile!
A Chandgarth nuovo cambio di autobus e coincidenza per Shimla la vecchia capitale estiva dell’Impero Britannico, qui ho avuto solo il tempo di bere un chai. In breve tempo siamo passati dalla pianura alle colline (le hill come le chiamerebbero gli Inglesi), il caldo da soffocante si è trasformato in un clima ottimale, le colline sono di un verde che più verde non si può, la vegetazione è tropicale ed a poco a poco si iniziano a vedere gli abeti che tanto ricordano le Alpi, le nuvole stanno sostituendo il cielo azzurro, queste nuvole basse che avvolgono tutto ricordano un po’ Darjeeling nel Sikkim ed un po’ la montagna sacra Emeishan in Cina, luoghi che quando li ho visitati erano “invisibili” perché anch’essi erano avvolti nella spessa coltre bianca.
La strada è un flusso continuo e incessante di autobus, camion e famiglie in vacanza in Vespa o in macchina (è Domenica e anche qui la gita fuoriporta è sacra), nell’indifferenza più totale sia delle mucche che degli uomini tutti fanno un uso esagerato dei clacson.
Dopo dieci ore di viaggio sono arrivato finalmente a Shimla (2206 m.), Shimla assomiglia un po’ ad un villaggio Svizzero con chalet dal colore pastello, non riesco a capire quanto sia grande, infatti sono avvolto nelle nuvole basse che mi fanno sembrare di essere più nella Pianura Padana che in India, ogni tanto le nuvole si alzano ma la visibilità non supera mai i 100 metri. Le stradine hanno tutte forti pendenze tipo salite da tappa alpina da “Tour de France”, solo il “Mall” una strada che forma un anello nel centro di Shimla ha pendenze “normali”, qui tutti si incontrano per lo “struscio” pomeridiano. Con il mio fedele zaino rosso ho iniziato a salire per una di queste strade e per dormire ho scelto l’ostello della YWCA definito dalla mia L.P. come: “it’s a convenient, friendly, old place, with great wiews”.
Il posto per essere “convenient” lo era (100 Rs), se fosse “friendly” non era dato a sapersi perché l’ostello era gestito da donne e ragazze che non parlavano assolutamente l’inglese: alla mia domanda se fosse possibile avere dell’acqua calda hanno risposto “domani” (acqua calda in un secchio, non acqua corrente), se dovevo registrarmi e pagare la stanza la sera stessa hanno risposto “domani”, alla domanda sul perché dai rubinetti non scendesse nemmeno acqua fredda (domanda che mi sono posto dopo un tentativo di lavarmi la faccia) avevo già intuito la risposta “domani”.
L’edificio era veramente vecchio e cadente un “old place” con lenzuola laidissime come le coperte, per quanto riguardava le “great wiews” al momento non potevo dire nulla perché anche qui ero avvolto dalle nubi! Dopo essermi “accasato” mi sono addentrato per le stradine che si diramano in ogni direzione sotto il “Mall”: le nuvole basse avvolgono tutto ed a questa atmosfera quasi invernale si aggiungono le lampadine colorate dei negozi e delle botteghe che fanno venire in mente il Natale; un Natale certamente diverso da quello italiano, in maglietta ed avvolto in una calda nebbia!
Alcune volte le nuvole basse si aprono dei varchi che si richiudono con la stessa velocità con la quale si sono aperti e Shimla sembra immersa in una fiaba, altre volte per via delle luci al neon rosse e blu sembra un piccolo Luna Park o una Disneyland in dimensioni ridotte.

10/08
Sveglia alle 6.30 per fotografare Shimla dall’alto ma è troppo tardi, il sole è già alto e dalle valli sottostanti le nuvole si stanno già sostituendo al cielo azzurro, il paesaggio è solo un “vedi e non vedi”.
I rubinetti ieri sera funzionavano, stamattina no, così ho chiesto un secchio di acqua calda e ne ho approfittato per farmi la barba, esperienza più unica che rara: per attingere l’acqua dal secchio dovevo utilizzare una tazza, inoltre il lavandino del bagno era talmente piccolo che era quasi inutilizzabile, lo specchio era nella stanza dove c’era il letto e facevo la spola fra una stanza e l’altra per radermi con risultati disastrosi!
Dopo l’acquisto del “The Times of India” che riportava notizie di cronaca nera tipo: “husband kills wife for refusingto prepare tea” ho cercato di fare colazione al “Goofa” ristorante che il mio book definiva come “serves a reasonable and early breakfast “, ma le colazioni venivano servite a partire dalle 9.30 in punto, e poiché il mio stomaco brontolava e non era propenso ad aspettare l’ora fatidica ho cercato un altro locale.
Mi sono infilato in un ristorantino “Indian style” e ho ordinato delle specie di frittelle salate condite con una salsa a base di patate lenticchie e ceci, gli ingredienti della mia colazione venivano messi a cuocere in un enorme pentolone e venivano sistemati ai lati, man mano che le verdure cuocevano il sugo si depositava al centro del pentolone, questa salsa veniva servita sulle frittelle o sul chapati, da bere l’immancabile chai.
Dopo colazione è iniziata la pianificazione del viaggio verso Recong Peo, la capitale del Kinnaur con l’acquisto del biglietto del bus per il giorno successivo e l’ottenimento in giornata al “District Magistrate”, “dell’Inner line Permit”, permesso necessario per attraversare la zona indiana che costeggia la frontiera tibetana fra le regioni del Kinnaur e dello Spiti, altrimenti off limits.
Successivamente sono andato alla Railway Station e sono salito al volo sul “toy train”, sul treno giocattolo che percorre la ferrovia a scartamento ridotto che gli Inglesi avevano costruito nel 1903 e che mi porterà alle “Summer Hills”, anche se per pochi Km sono riuscito a salirci sopra, questa linea ferroviaria è lunga 95 Km e per percorrerla tutta da Shimla a Kalka ci vogliono cinque ore, si passano 845 ponti e 102 tunnel!
Il treno sembra proprio un giocattolo: le carrozze così come i sedili sono piccolissime, ho come vicini di panca due famiglie di indiani in vacanza i cui figli si contendono fra urla e pianti un “Topolino” versione indiana mentre i padri cercano di riprenderli con videocamere e macchine fotografiche da tutte le angolazioni possibili inimmaginabili.
Sono arrivato alle “Summer Hills” subito rinominate “Summer Fogs” perché anche qui le nuvole basse la fanno da padrone e non si vede assolutamente nulla, dopo un chai sono tornato a Shimla dove ha iniziato a piovere in modo molto violento, così dopo una sosta al Post Office per un acquisto di francobolli sono entrato in una sala giochi per ripararmi dalla poggia: ci sono soprattutto videogiochi che propongono corse di auto, sono tutti videogiochi che si trovavano in Europa dieci o quindici anni fa.
La maggior parte dei bambini sale sui sedili e cerca di sradicare i volanti o sale sulle moto e le utilizza a mo’ di dondolo, il proprietario vende quasi solamente coni gelato o bibite alla spina ed è contento così, anche i ragazzi dai venti anni in su sono notevolmente affascinati da questi giochi: li osservano, fanno il giro del locale e poi se ne vanno soddisfatti!
Questo continuo piovere non piovere, queste nuvole basse che vanno e vengono mi ricordano un po’ l’attesa snervante che devono sopportare gli alpinisti per avere le condizioni atmosferiche ideali per domare le vette degli 8.000.
Mentre scrivo sono a fare merenda in un altro ristorantino “Indian style” con cibi dalle forme “geometriche”: ho notato che quando ti portano i samosa (triangoli di pasta frolla ripieni di verdure) o altri “stuzzichini” a forma di palle o di sfere (soprattutto frittelle grosse quasi quanto un pallone da calcio piene d’aria e quindi leggerissime) ti portano anche due cucchiai: non ne basta uno?
E’ dall’alba al tramonto che il “cuoco geometra” continua a sfornare e a cuocere le sue creazioni: dalla cucina ogni tanto gli portano una grossa e pesante palla di impasto da cui a poco a poco ne stacca dei pezzetti e con le mani gli dà la forma geometrica desiderata e poi li mette a cuocere sulla grossa pentola sferica; questi cuochi quando danno forma alle loro “geometrie” fanno schioccare l’impasto fra i palmi delle mani con rara maestria.
Uscito dal ristorantino ritemprato e rifocillato sono andato da “Maria Brothers” una libreria definita dalla L.P. in questo modo: “has a fascinating, jumbled collection of antique local books……”, la libreria era fornitissima sia di vecchi libri sull’India che di mappe dal 1800 alla metà di questo secolo ed era affascinante, un luogo dove è possibile perdersi fra gli scaffali per molte ore. Mi sono subito indirizzato verso le mappe: il prezzo era indicato con la “A” per le centinaia di rupie
e una “S” per le migliaia, così ad esempio il prezzo 55A significava 550 rupie; io naturalmente avevo capito il contrario e felice di potere acquistare qualche antica mappa dell’India ad un prezzo conveniente avevo fatto la mia scelta, la mappa però non costava 290 Rs. ma 2.900 Rs. e dopo la richiesta di un “little discount” ho terminato la visita dicendo che la notte mi avrebbe portato consiglio e che forse domani sarei ritornato, salvando così faccia e portafoglio. Dopo avere vagato senza meta per le vie di Shimla sono tornato all’ostello: il cielo era finalmente libero dalle nubi, dalla mia camera i puntini bianchi e arancioni delle luci delle case ricordavano la via lattea che brilla nelle notti invernali.

11/8
Alle 6.30 il mio bus è partito con una puntualità svizzera per Recong Peo la capitale del Kinnaur: il bus assomiglia ad un giocattolo di latta, ci sono cinque posti per fila e sono strettissimi e non c’è molto spazio per le gambe, in questa posizione risulta quasi impossibile dormire ed i colpi vengono accentuati ad ogni buca sia per la posizione che per la strada e per la quasi mancanza di sospensioni il bus assomiglia ad un go-kart.
Il bigliettaio ha una duplice funzione, oltre a fare i biglietti è munito di fischietto: un fischio ed il bus si ferma, due fischi ed il bus riparte, il bigliettaio è una figura necessaria per l’autista, è il suo terzo occhio, è lui che gli segnala il sopravvenire dei mezzi nella direzione opposta o che gli da le direttive nelle manovre più spericolate.
Dopo una sosta forzata dovuta ad una foratura dove ne ho approfittato per mangiare samosa e banane il paesaggio è iniziato a cambiare: dalle verdissime hills di Shimla a montagne sempre più brulle di colore ocra. Nuova sosta: tutti gli autobus si fermano ad un tempio Indù ed i passeggeri e l’autista scendono e si fanno benedire in cambio della rituale offerta, i “meno fedeli” ne approfittano per fumare una sigaretta.
Dopo dieci ore di viaggio sono arrivato a Recong Peo (2.290 m) e mi sono sistemato al “Fairyland Hotel”, anche qui i rubinetti sono out e non c’è acqua, ho incontrato due italiani Luca ed Anna che mi hanno detto che la strada per Kaza è interrotta a Yangthang (3.650 m) a causa di una frana, con un trekking di qualche ora è possibile aggirare l’ostacolo, con la mente rivolta a questo pensiero mi sono addormentato.

12/8
Ho dormito otto ore, ma avrei continuato non so per quanto. Recong Peo è talmente piccola che sembra un villaggio in scala 1/24 (tipo i modellini delle automobiline) è piccolissima e dall’alto assomiglia ad un villaggio alpino, solo le case ed i volti ti fanno ricordare che sei sulle pendici Himalayane, sulla destra oltre al fiume si erge maestoso il Kinnaur Kailash (6.050 m.), in questa stagione a causa del monsone che qui è molto debole, non riesci mai ad ammirarlo nella sua totale bellezza perché le nubi la fanno da padrone ed è sempre un vedi e non vedi!
Alle 8.30 ho preso il bus per Kalpa, all’orario previsto sembrava che il bus dovesse partire, poi l’autista è sceso e non si sa dove sia finito, sull’autobus ci sono le facce le più variegate possibili: da donne con tratti somatici da India del Sud, a volti Cinesi, Tibetani, Indoeuropei e una moltitudine di studenti nelle loro immacolate divise con camicia e cravatta: mi chiedo quanti di questi bambini indosseranno camicia e cravatta nella futura vita lavorativa emigrando magari verso le grandi città indiane e quanti rimarranno qui a lavorare nei campi?
Kalpa è un paese arroccato a 2.960 m che nella mitologia indiana era la leggendaria casa invernale di Shiva e nel mese di Magha (Gennaio – Febbraio) gli Dei del Kinnaur si riunivano qui, le case a Kalpa sono di legno e sassi, sono circondato dalle pinete e nell’aria è fortissimo l’odore della resina, la gente è molto tranquilla e “vive” senza fretta con un ritmo di vita ancora più “slow” rispetto a Shimla.
Finalmente sto iniziando a trovare quella pace interiore, quella tranquillità, quella voglia di vivere le varie fasi della giornata senza essere assillato dai ritmi dell’orologio che da lungo tempo andavo cercando, qui finalmente è solo il sole che scandisce il ritmo della mia giornata!
Mi trovo realmente “fuori dal mondo”, sembra che il tempo sia fermo da “sempre” ed è una gioia per il corpo e per lo spirito immedesimarsi in questa dimensione: davanti a me i 6.050 m. del Kinnaur Kailash ed il Gompa con le sue tante bandiere al vento che portano “1000 Mantra” al cielo.
Mentre mi trovavo in questa “nuova dimensione” ho sentito dei suoni di trombe e tamburi provenire dal Gompa: erano le “prove generali” per una festa che si sarebbe svolta il giorno successivo al vicino villaggio di Kasmir, dopo la conclusione delle prove ho bevuto un chai con gli abitanti di Kalpa: domani non proseguirò il viaggio verso Nako, andrò alla festa!
Nel pomeriggio ho iniziato la discesa a piedi verso Rekong Peo (14 km), non c’erano ne macchine ne bus per elemosinare un passaggio e poi era troppo bello camminare in questa natura incontaminata.
Dopo una decina di Km sono arrivato al “Kinnaur Kalachakra Celestial Palace” dal quale si dovrebbe avere una vista eccezionale sulla valle e sulle montagne (nuvole permettendo), a tal proposito la mia L.P diceva: “the setting alone is probably worth the trip to Kinnaur”, il Tempio è stato inaugurato nel 1992 dal Dalai Lama, c’è una statua moderna e molto alta del Buddha che lo fa assomigliare più ad un extraterrestre che ad un asceta, a parte la vista il posto non è nulla di eccezionale, uno dei tre monaci mi ha offerto un bicchiere di limonata.
Cena in un locale – tugurio a base di “Vegetable fry rice e chiken masala”, alle pareti del locale poster di cantanti, star indiane e una raffigurazione di Hanuman il Dio Scimmia; da bere ho sostituito al chai una Coca Cola e sto pensando ai giorni di viaggio ed alle strade che questa bottiglia ha dovuto fare per arrivare fino a qui: l’inventore della “Coke” ne sarebbe fiero!

13/8
Alle 8.30 sono già sul bus per Kasmir dove oggi si svolgerà la Mela (festa) della quale ero venuto a conoscenza ieri al Gompa; con me c’è Ben uno Svizzero di Schaffhausen alto un metro e novanta che sta viaggiando in bicicletta da cinque mesi nella regione Himalayana: è partito da Srinagar ed ora è sulla via del ritorno per Delhi!
Trovare il “paese” di Kasmir se così lo si può chiamare è stata un’impresa, infatti il bus si è fermato a “Kasmir” ma a destra ed a sinistra c’erano solo alberi, ai lati della strada solo qualche venditore di frutta che poteva fare presagire che ci fosse “un qualche cosa” nell’aria.
Scendendo per un dirupo che non era altro che un vecchio letto di fiume in secca siamo arrivati al “villaggio” che è formato solo da una grande casa e dal Tempio, tutto attorno solo venditori che per il momento stanno facendo magrissimi affari. La festa avrà inizio a mezzogiorno, i bene informati ci avevano detto che avrebbe avuto inizio alle dieci, così Ben ed io ci siamo messi sotto un melo a mangiare delle ottime prugne acquistate per 9 Rs ed a contemplare la valle del Kinnaur che da questa posizione con le sue montagne sembra ancora più maestosa. Verso mezzogiorno è iniziata ad arrivare un po’ di gente, sono arrivati i suonatori con trombe, tamburi, lunghi tromboni tipo quelli che usano i monaci Tibetani, piatti, flauti e campanelle, alcuni uomini hanno iniziato a riempire delle brocche con un liquore che aveva un odore simile alla vodka e la bevanda alcolica è stata distribuita fra tutti i presenti nelle mani congiunte a mo’ di coppa.
Gli uomini sono vestiti con l’abito di tutti i giorni che è nello stesso tempo il vestito tradizionale: una giacca di feltro colore panna ed un cappello dello stesso tessuto con la visiera rivoltata di colore verde, le donne indossano invece degli scialli ricamati con dei motivi tipici che ricordano un po’ quelli degli Indiani d’America ed una lunghissima treccia sotto il cappello unisex identico a quello degli uomini.
I suonatori hanno iniziato ad eseguire incessantemente una nenia sempre uguale che è andata avanti per una buona mezz’ora, poi hanno smesso di suonare e nel ground è sceso il silenzio; nell’aria solo gli schiamazzi dei bambini che si rincorrono con le pistole di plastica con il tappo: premendo il grilletto il tappo esce e il loro sport preferito è quello di colpire la testa degli amici, queste pistole sono una vera contraddizione rispetto a questo luogo di pace e tranquillità.
Durante la pausa i locali hanno ricominciato a bere ed hanno sostituito le bottiglie alle brocche, uno dei suonatori mi ha offerto una sorsata di questa “torbida bevanda” e dopo un assaggio, contento per il mio apprezzamento mi ha regalato la bottiglia che poi ho donato ad un locale, in cambio ho ricevuto un grosso cetriolo!
Poi sono iniziate le danze: dapprima una decina di donne hanno iniziato a ballare in cerchio avendo come sottofondo un motivo monotono e ripetitivo, poi la gente è aumentata: 20, 30, 40 persone……. fino a quando la maggior parte delle persone da spettatori sono diventate attori e tutti si sono uniti alle danze, sono intervenuti anche gli uomini e la danza è diventata veramente collettiva, il momento clou si è avuto quando anche i suonatori si sono uniti alle danze. I suonatori stavano davanti a tutti ed era come se con i lori strumenti e le loro mosse dessero il tempo ed il ritmo: nel condurre le danze sia per l’alcool ingurgitato che per l’euforia sembravano in preda ad una trance isterica e spesso investivano la folla degli spettatori.
Le danze sono continuate per ore ed ore e mi sembrava di essere all’interno di un documentario del “National Geographic”, verso l’imbrunire Ben ed io abbiamo iniziato la discesa verso Recong Peo (17 Km) e solo dopo un’ora di cammino un’anima pia con un camion ci ha dato un passaggio fino alla capitale del Kinnaur!
Cena al “Chinese restaurant” con spaghetti cinesi fritti, i “noodles” che in tibetano si chiamano “chomin”: in questi chomin c’era di tutto: carne, vegetali, ed altri ingredienti indefinibili, sia per il sapore, sia perché si mangiava quasi al buio e non si vedeva quasi nulla; la cena è costata 25 Rs. compresa una tazza di tea al burro in omaggio.
Tornato al “Fairyland Hotel” ho conosciuto una coppia di Inglesi che stava aspettando di avere “l’Inner line Permit”, il permesso necessario per la “Spiti Valley”: saranno costretti a stare qui quattro giorni, infatti domani è Venerdì ed inizia il lungo Week-end degli uffici pubblici, per fortuna che al mio “permit” avevo già pensato a Shimla!

14/8
Sveglia all’alba ed arrivo alla bus station con il taxi-Jeep dell’albergo, non avevo voglia di fare a piedi i 3 Km di salita che mi separavano dall’albergo alla upper bus station!
Il bigliettaio mi ha informato che il bus per Nako non partirà alle 6.30 ma un’ora più tardi, ho così fatto colazione con chai e biscotti al “bar” della bus station.
Ordinare un chai è semplice più difficile è la preparazione, il chai viene preparato al momento e ci vogliono diversi minuti per la bollitura e altrettanti per riuscirlo a bere poiché è bollente, essendo servito in bicchieri minuscoli dovresti ordinarne almeno due!
Dopo colazione sono riuscito ad acquistare il biglietto per Nako: il bigliettaio ha davanti a se una decina di blocchetti di biglietti ad ognuno dei quali corrisponde un prezzo diverso, poiché il prezzo del biglietto era di 76 Rs ne ho avuti ben 9!
Il bus è il solito “ordinary”, dopo essere salito sul tetto a mettere il mio zaino e dopo numerose prove di frenata da parte dell’autista siamo partiti: la strada corre parallela al fiume Sutlej che è un fiume sacro perché nasce in Tibet dal lago Mansarovar.
Alla sosta ho mangiato chapati al burro: qui il chapati viene mangiato come una crepe, solo che qui diversamente che in Francia si prende il chapati ancora caldo e gli si mette sopra un pezzo di burro salato che con il caldo fonde, questa crepe viene servita in piatti di alluminio e fra il piatto e la piadina c’è l’immancabile foglio di giornale; altri avventori invece mangiano grandi piatti fumanti di riso al curry.
La vegetazione è scomparsa, ormai siamo alti rispetto al livello del fiume e continuiamo a fare il “pelo ed il contropelo” al bordo della strada che termina in fondo alla valle, spesso ci fermiamo perché la strada è interrotta ed allora bisogna liberare la carreggiata e gli operai intervengono il più delle volte con le mani per la cronica mancanza di mezzi meccanici oppure c’è un “check point” per il controllo dei passaporti ed io ne approfitto per scrivere. Dopo cinque ore nuova sosta a 3.200 m., il paesaggio qui è veramente lunare e sembra proprio di essere in Tibet, fa molto caldo, diresti che la temperatura si addice più alle zone Sahariane che a questi posti e mi sto riempendo la pancia con riso e dhal.
L’ambiente di questa locanda di montagna è inenarrabile: tutti gli occupanti del bus sono seduti attorno a quattro tavoli messi al centro della stanza, riso e dhal vengono serviti in grossi piatti che sembrano “da portata” per la loro grandezza, la donna una tibetana, come il bambino che serve continua a passare ed a colmare i piatti che a poco a poco si svuotano, dalla cucina è un andirivieni di cibo che viene messo con le mani nei piatti, il dhal invece viene versato in generose quantità sopra il riso: è molto singolare questo banchetto ad oltre 3.000 m. che si addice più ad una “mangiata fra amici” che ad un frugale pasto Himalayano!
Il bigliettaio ha suonato il fischietto e questo è stato il segnale della partenza, appena salito sul bus il bigliettaio mi ha detto: “Nako it’s here! “, mi sono guardato in giro un po’ scettico perché a 360 gradi c’erano solo aspre montagne.
In realtà eravamo a Yangthang, Nako era ad oltre sette km di distanza e dovevo coprire 650 m. di dislivello per arrivare alla meta, tutti mi avevano detto che la frana dove c’era l’interruzione si trovava a Nako, invece la strada era bloccata in direzione opposta solo a tre km dal luogo dove mi trovavo, ma questo l’avrei scoperto solo in serata.
A questo punto non ancora cosciente di quanto mi aspettava, con gli zaini a tracolla ho iniziato ad aggredire prima con foga poi con minore slancio la salita verso Nako, circa 28 Kg sulla schiena che erano una “zavorra” sotto un sole implacabile, erano appena passate le 12.30 e per l’occasione sfoggiavo il mio cappello modello “Legione Straniera” che continuavo a bagnare per mantenere al fresco la testa, i tornanti e soprattutto l’altitudine iniziavano a farsi sentire, eravamo ad oltre 3.200 m. di altitudine.
Dopo un po’ è sopraggiunto un locale che gentilmente che mi ha portato lo zaino verde per dieci minuti, ho avuto solo il tempo di salutarlo con un “Namaste” e velocemente è scomparso dalla mia vista, in seguito un nuovo incontro con un camionista al quale ho gridato “Nako ?”, che mi ha fatto cenno di si con il capo ma non mi ha dato un passaggio, poi più nessuno fino alla meta finale.
Intanto la strada continuava a salire, i miei zaini sembravano “di piombo” e l’aria si faceva sempre più rarefatta, ho iniziato ad aumentare le soste e verso la fine della “passeggiata” dovevo fermarmi a respirare ogni venti o trenta metri, sono comunque riuscito ad arrivare alla meta in meno di due ore stupendo me stesso!
Poi finalmente……. Nako, appena arrivato ho bevuto l’acqua freschissima e meravigliosamente gelata proveniente dalle sorgenti sotterranee e dopo numerose “docce” alla mia testa accaldata ho trovato l’unica Guest House esistente che era arroccata nel punto più alto del paese, non avevo una stanza perché “l’hotel” era in ristrutturazione, sono riuscito comunque ad ottenere un charpoy nel corridoio, per lavarsi non c’era che l’imbarazzo della scelta, andava bene uno degli innumerevoli ruscelli che scorrevano nelle vicinanze.
Nako è un villaggio tibetano proprio come te lo aspetti: ci sono le alte montagne brulle che sanno tanto di Tibet, qui il confine è vicinissimo appena oltre le montagne che ho davanti ai miei occhi, ci sono i campi di orzo resi ancora più dorati dalla accecante luce del sole, le case con le loro inconfondibili finestre, i templi con le bandiere di preghiera agitate dal vento. Anche qui sembra di essere in un’altra dimensione, sia per i luoghi che per la pace e la tranquillità che regnano sovrane.
Ho fatto amicizia con una coppia di Israeliani che mi ha dato informazioni preziose che mi saranno molto utili nella giornata di domani: ho appurato che la strada è interrotta proprio sotto Yangthang, e da qui bisogna prendere un sentiero, occorre prima scendere e poi risalire la valle dove scorre lo Sutlej, alla fine del trekking si arriva a circa 12 Km da Chango che dista 22 Km da Tabo, la mia prima meta tanto sognata e desiderata!
Cena seduti a gambe conserte attorno alla stufa nella cucina della “Guest House”: la cena consisteva in chapati a volontà e zuppa di patate e piselli, alle 21.00 dopo avere osservato una stellata di rara bellezza mi sono coricato a scrivere queste righe ma le pile della mia torcia elettrica si sono scaricate così mi sono abbandonato fra le braccia di Morfeo.



15/8
E’ Ferragosto!
Spero che sia un Ferragosto memorabile coronato con l’approdo al millenario monastero di Tabo nella Spiti Valley!
Mi sembra impensabile che in Italia sia Ferragosto: rito vacanziero per eccellenza, “venerato” per chi rimane in città con l’immancabile gita fuoriporta e il pranzo modello “Natalizio”, rito che a tutti i costi deve essere “santificato”; qui c’è poco da “santificare” sempre su e giù fra autobus giocattolo e passeggiate oltre i 3.000 metri, ma come premio vivi questi posti e queste esperienze impareggiabili.
Sveglia alle 5.15 dopo una fumante tazza di chai, alle 6.00 sono salito sul bus che mi porterà a Yangthang dove ero arrivato ieri, il “driver” dava delle sgasate terribili tipo quelle fanno i motoristi del Ferrari Team di F.1 per testare il motore della macchina di Schumacher, non riuscivo a capire il motivo di queste prove e la cabina del bus era invasa dal fumo così siamo scesi tutti mentre il guidatore faceva queste prove di accelerazione davanti ad uno strapiombo alto più di 300 metri che finiva direttamente nel fiume sacro che nasce in Tibet. Arrivato a Yangthang non c’era nessuno che doveva superare la frana per andare verso Chango o Tabo così ho cercato di chiedere ai pochi indigeni in circolazione quale fosse la retta via, tutti mi dicevano di andare verso il villaggio di Mailing e da li fare la traversata, ricordavo però che i due Israeliani mi avevano sconsigliato di percorrere questa via perché lì ancora adesso la montagna franava in più punti; ero preoccupato perché nessuno mi diceva di prendere la “National Road” fino al punto dell’interruzione e ho deciso di seguire la strada fino a dove fosse stato possibile; nel frattempo le montagne iniziavano a colorarsi di rosa e dietro gli alti picchi il sole faceva capolino. In venti minuti di marcia sostenuta sono arrivato al punto dove iniziava il sentiero e bisognava scendere verso il fondovalle, ero sempre “alone” e solo come un cane, così mi sono deciso: ho abbandonato la strada ed ho iniziato a scendere per il sentiero; all’inizio è stato facile perché il cammino era ben segnato, successivamente ho perso la “retta via” e sono finito a fianco del canalone da dove venivano rumori sinistri e più in alto, in una nube di polvere, continuavano a susseguirsi frane, ora piccole, ora grandi.
A quel punto ero veramente sconfortato, avevo perso la pista, non c’era in giro anima viva e per non peggiorare la situazione ho deciso di risalire la valle, la salita è stata molto faticosa: i due zaini rappresentavano un peso insostenibile, il sole iniziava a riscaldare le rocce ed ero grondante di sudore, ho scelto la via più breve passando per una pietraia composta da massi giganteschi e dopo enormi sforzi sono riuscito ad arrivare ad un “Check Post” dell’esercito Indiano. Il capoposto, un Indiano che parlava un inglese Oxfordiano mi ha offerto una “cup of tea”, mi ha detto “sit down, please” e mentre gli stavo esponendo il mio problema è arrivato un attendente con tè e biscotti!
Da quel momento la sorte mi è stata amica, il militare mi ha trovato per 100 Rs un portatore – guida (uno sherpa nepalese), dopo il commiato ho diviso gli zaini con Lobyang il mio “Caronte” e sono partito: all’inizio poiché il sentiero era tutto in discesa l’uomo correva ed io riuscivo a stargli dietro (Lobyang indossava delle semplici ciabatte da mare con l’infradito), la strada per il primo tratto era quella che avevo fatto anche io un’ora prima, poi abbiamo abbandonato il sentiero e siamo scesi per una pietraia, strada che da solo non avrei mai trovato!
Arrivati a metà pietraia il passo di Lobyang, soprannominato per l’occasione “Norgay Tenzing” il famoso sherpa che con Hilary aveva scalato l’Everest è diminuito, affrontando un dislivello di 300 metri siamo scesi fino al fiume e dopo aver guadato un paio di torrenti (nei quali sono naturalmente finito dentro con le scarpe) abbiamo iniziato la risalita.
Ogni tanto ” Norgay Tenzing ” si fermava e diceva che aveva bisogno di ossigeno, ma penso che lo facesse più che altro per pietà nei miei confronti, infatti quando ci fermavamo si accendeva un bel “bidi” (una sigaretta indiana dal sapore dolciastro); in un’ora e venti minuti la traversata è terminata ed è iniziata la lunga attesa di un “qualche cosa” che mi permettesse di proseguire il viaggio, qui ci troviamo di fronte ad un vero e proprio “capolinea” fantasma che sfocia nel nulla, non c’è niente, accanto a me solo una ruspa immobile e silenziosa, poco sotto, la voragine che la frana ha provocato nelle viscere della montagna. A mezzogiorno è arrivato un bus e tutti gli occupanti appena arrivati hanno iniziato a percorrere il sentiero che in mattinata avevo fatto in senso contrario, dopo avere aspettato le ultime persone che lentamente stavano terminando la salita, alle 15.30 l’autobus è partito verso Tabo; sul bus non c’era un posto libero e le donne della “Sangla Valley” una valle vicina, hanno iniziato a distribuire a tutti i passeggeri generi di conforto: spicchi di mele, fette di cetrioli, chicchi di pannocchia abbrustoliti.
Dopo la fermata di Chango per il controllo del passaporto e dell’Inner line Permit”, nuovo controllo a Sumdo dove c’è il confine fra il Kinnaur e la Spiti Valley, la valle ha iniziato a stringersi ed il “driver” forse per non annoiarci si esibiva in mirabolanti ed emozionanti evoluzioni ritardando ripetutamente l’appuntamento con il fondovalle che fortunatamente, anche per oggi sembrerebbe rinviato.
Nel pomeriggio ha iniziato ad annuvolarsi ed è scesa anche qualche goccia di pioggia, a questo proposito il mio book recitava queste testuali parole: “between June and October, the days are sunny and the evenings are cold…..…”
Dopo due ore e mezzo di bus sono arrivato a Tabo: il suo Gompa (Monastero) è uno dei più importanti per il Buddismo Tibetano, è stato costruito nel 996 d.C. da Ringchen Zangpo “the gteat translator”, il complesso è formato da nove Templi tutti affrescati.
Ho trovato alloggio direttamente all’interno del complesso monastico al dormitorio della “Millinium Guest House”, la Guest House si chiama così perché nel 1996 si sono festeggiati i primi 1000 anni del Gompa, dopo una doccia con acqua rigorosamente gelata sono andato al ristorante del monastero ed ho ordinato “chomin”, i fried noodles che ormai rappresentano il mio piatto preferito. Questo “restaurant” è gestito direttamente dai monaci, fra gli avventori ci sono sia locali che occidentali, i miei vestiti di foggia occidentale ma ormai sporchi mi fanno sentire “anormale” rispetto a quello che indossano gli occidentali, le donne portano tuniche modello indiano con collanone “Sadu style” o camicioni e pantaloni indiani multicolori che vengono indossati anche dagli uomini. Nel “restaurant” tutti stanno zitti e immagino di essere alla mensa dei frati del film “Il nome della rosa” dove veniva imposta questa ferrea regola, ai tavoli siamo in otto me compreso e tutti mangiano molto sommessamente osservando “la regola del silenzio”, vorrei esternare la mia gioia per essere arrivato finalmente a Tabo magari parlando con qualcuno ma mi limito a scrivere il mio diario.
Sono arrivati i miei “chomin” con le verdure, fra gli ortaggi oltre alle carote c’è anche la loro pelle che per la fame sto mangiando avidamente, fra tutte le diete penso che quella del “Pianeta India” sia una delle più indicate e più a buon mercato: per colazione un chai con biscotti, a mezzogiorno nulla o quasi, la sera zuppa di vegetali con chapati o fried noodles. Dopo un chai al cardamomo alle 20.30 sono andato a dormire, il mio “Ferragosto Indiano” si sta concludendo: oggi in India è la festa dell’Indipendenza e proprio cinquanta anni fa, il 14 Agosto 1948 Nehru un’ora prima della proclamazione dell’indipendenza nel suo discorso alla radio pronunciava queste bellissime parole: “A mezzanotte, quando la gente dormirà, l’India si sveglierà alla vita ed alla libertà…….”

16/8
Sveglia alle 5.45 per assistere alla Puja (la preghiera mattutina) dei monaci che appartengono alla “Setta dei Berretti Gialli”: ieri il “monaco albergatore” mi aveva detto che a quest’ora avrebbero iniziato a suonare il gong per chiamare i monaci a raccolta; con puntualità “non svizzera” il gong è iniziato a suonare alle 6.00 ed il primo ad arrivare sono stato io con una nuova coppia di amici, una canadese di nome Dee e un australiano di nome Hawkins.
Verso le 6.15 il “monaco portiere” è venuto ad aprire la porta del “New Temple” e poco dopo i primi monaci sono arrivati alla spicciolata: i monaci quando arrivano si siedono a gambe conserte, sono disposti su due file parallele rispetto all’altare dove c’è un enorme Thangka (immagine sacra dipinta su cotone) ed una foto del Dalai Lama, il Lama che dirige la funzione è seduto su uno scranno e da lì domina con la sua vista gli altri monaci seduti al livello del pavimento. La preghiera è iniziata, i monaci dondolano il capo e con voci profonde recitano una preghiera che per il ritmo “cantilenante” ricorda il nostro “Rosario”, per pregare utilizzano un “libro tibetano” formato da tanti rettangoli di carta i cui fogli non sono rilegati fra loro ma sistemati uno sull’altro, il libro alla fine della preghiera viene avvolto in un panno di seta.
Ogni tanto il salmodiare viene accompagnato da suoni di campane, piatti, trombe e tamburi.
Un “monaco cuciniere” con un grande bricco contenente chai fumante sta riempendo le ciotole dei monaci, un altro ne ha portata una anche una a me. Mentre osservo la Puja, anch’io seduto a gambe conserte su un soffice tappeto tibetano è passato il “monaco cuciniere” e ha riempito la tazza davanti a me con la stessa bevanda: nella grande sala è sceso un grave silenzio ed i monaci hanno iniziato a bere, nell’aria solo il rumore della bevanda che lentamente scendeva nello stomaco; in controluce nella luce azzurrina del mattino il fumo che nel dissolversi saliva al cielo.
Dopo la pausa la preghiera è ricominciata per un profano come me apparentemente uguale a prima, la mia posizione a gambe conserte da “comoda” è iniziata a diventare “scomoda”, questa posizione meditativa provocava dolori di tutti i tipi alle mie gambe; dopo un’ora i monaci hanno terminato la preghiera ed istantaneamente sono usciti dal tempio: la fine della Puja è stata simile a quando si toglie la corrente ad un giradischi e la musica istantaneamente smette di suonare lasciandosi dietro uno strano eco.
Sono sceso al “restaurant” del Monastero a fare colazione e finalmente ho inaugurato il primo dei due barattoli di Nutella che mi ero portato dall’Italia: ho iniziato a spalmare “ampie cazuolate” della crema di nocciola sul “tibetan bread” che è una tonda focaccia senza sale simile alle nostre, ma più alta e meno soffice.
Nella cucina un “rasta people” sta preparando la pasta per i noodles, la pasta una volta “tirata” viene lavorata in una macchina della pasta uguale a quelle che si utilizzano da noi, questa è tutta in ferro mentre le nostre ormai sono in alluminio, una ragazza canadese invece sta pelando intere teste di aglio. Dopo colazione con i miei due nuovi amici ho visitato i nove templi che costituiscono il complesso monastico, il tempio principale è molto affascinante e dopo il passaggio di una comitiva di turisti francesi mi trovo solo al suo interno ed ho “l’old temple” solo per me, l’atmosfera è “magica”, l’unico rumore che si ode è quello della pioggia, il tempio è avvolto in una quasi totale semioscurità e da un buco sul soffitto entra un po’ di luce, alle pareti Thangka e affreschi vecchi con più di 1000 anni di vita: nella penombra è bello guardare queste pitture, a mano a mano che l’occhio si abitua se ne distinguono le forme; anche i templi più piccoli sono affascinanti e tutti affrescati, piove veramente tanto ed è un continuo entrare ed uscire dai templi, un continuo togliersi e rimettersi le scarpe, un’operazione monotona e fastidiosa!
Pranzo con i “momo” che sono dei ravioli molto grandi e sono un tipico piatto tibetano, questi sono ripieni di verdure ma insipidi così per insaporirli ho utilizzato la salsa all’aglio preparata stamattina dalla ragazza canadese ed un’altra al peperoncino.
Nel pomeriggio sono andato alla scuola del monastero: i maestri giocavano ad una specie di biliardo e al posto delle palle usavano le pedine della dama, le pedine dovevano essere infilate nelle quattro buche laterali utilizzando al posto delle stecche le punte delle dita, gli scolari invece giocavano a biglie fra le pozzanghere; poi sono salito alle grotte che si trovano su un fianco della montagna che domina la valle, queste grotte non hanno nulla di affascinante mentre altre grotte sono chiuse con grandi lucchetti e forse potrebbero essere più interessanti.
Il tempo è nuvolo ed il sole esce e si nasconde continuamente, è un vero peccato non godere di un cielo azzurro e luminoso: questa luce neutra non esalta il verde della valle ed i colori delle montagne, non ne mostra le sfumature e le asprezze che sarebbero esaltata dal sole, tutto risulta piatto. Con il sole la valle si trasformerebbe e farebbe mutare anche il mio umore che è altalenante sia per il tempo atmosferico che per la prosecuzione del viaggio, sono indeciso se rimanere in queste valli dell’Himachal Pradesh o se proseguire verso il Ladakh.
Cena con Enrick uno scandinavo conosciuto a Nako, forte ormai della mia padronanza con la lingua tibetana ho ordinato “thuppa” invece di “chomin”, così al posto dei soliti fried noodles che volevo mangiare ho ordinato una insipida zuppa di noodles in brodo!

17/8
Dopo essere stato punto da più di una zanzara che sopravvive anche oltre i 3.000 metri, alle 7.30 mi sono svegliato, stamattina al tavolo della colazione solo viaggiatori che soggiornano in India o nei paesi confinanti per tempo immemorabile: Enrick lo scandinavo e Dee la canadese un anno, Hawkins l’australiano 6 mesi, una francese appena conosciuta 4 mesi, per non parlare degli altri di cui non ricordo i nomi; mi ritengo fortunato perché il mio viaggio dura più di un mese, ma quando sento parlare di viaggi così lunghi sono un po’ invidioso e penso…….. beati loro!
Il mio barattolo di Nutella non stimola le papille gustative dei commensali, piace solo a Dee e mi sembra strano perché quando se ne apre un barattolo se ne sancisce in men che non si dica la sua fine, questo l’avevo aperto ieri per colazione e ne avevo mangiate grandi cucchiaiate, tutto preso dai calcoli se rimanere in Himachal Pradesh o dirigermi verso il Ladakh.
Rifatto il mio zaino sono andato alla fermata del bus in attesa della coincidenza per Kaza la capitale dello Spiti, alla fermata una moltitudine di gente con grandi bagagli, ortaggi e suppellettili, i locali vanno a Kaza perché c’è un festa e c’è una confusione indescrivibile.
In attesa del bus due donne abbondano in fantasia e cantano una canzone ad un bimbo di pochi mesi utilizzando a mo’ di tamburo una tanica vuota di acqua da 25 litri.
Alle 10.30 è passato il bus ma era talmente pieno che non si è nemmeno fermato, i passeggeri sorridendo ci facevano “ciao ciao” con la mano, i locali sono tornati alle loro case mentre i ben informati mi hanno detto che nel tardo pomeriggio ci sarà un bus proveniente da Chango per Kaza; sono rimasto ostinatamente seduto al bus stop deciso a fermare qualsiasi mezzo a motore che andasse verso Kaza, dopo un’ora ho sentito in lontananza il rumore di una jeep che per 100 Rs mi ha portato alla meta, con me c’erano Enrick, Dee, Hawkins e un monaco che avevo conosciuto al monastero di Tabo.
Dopo un’ora e mezza di viaggio sono arrivato a Kaza, è stato un problema trovare un tetto per la notte perché a causa della festa tutte le Guest House e gli alberghetti erano pieni, dopo avere imparato la magica parola “camera yota” che in boothi (la lingua locale parlata sia qui che in Ladakh) significa “hai una camera per me?” con la ormai inossidabile coppia Australiano/Canadese ho trovato una sistemazione presso una famiglia locale.
Nel pomeriggio abbiamo vagato per Kaza che era diventata un enorme bazar a causa della festa e fra le bancarelle abbiamo fatto un “pranzo continuo”: albicocche piccole come noci ma molto più saporite di quelle che si trovano da noi, samosa, dolci dal sapore e dalle forme indescrivibili e pop corn preparati ad oltre 3.000 metri di altezza!
Successivamente ho preso una “solenne” decisione: quella di proseguire il viaggio per il Ladakh, anzi per rendere “assoluta” la mia decisione sono andato alla bus station per acquistare il biglietto ma non ho ottenuto altro che un misero pezzo di carta da quaderno sul quale c’era scritto che avevo prenotato il posto n.9 sul bus delle 4.00 di dopodomani.
Mi dispiace lasciare queste valli, ma ho voglia di passi innevati oltre i 4.000 metri, di cieli perennemente blu e tanti Gompa tibetani…….
Tornato alla mia “home” ho trovato i miei due compagni in cucina intenti a pulire le verdure: cornetti, pomodori e cetrioli, tutto il necessario per una vera insalata; siamo così andati a tavola e con la famiglia che ci ospita abbiamo mangiato seduti a gambe conserte attorno alla grande stufa, poi sono sopraggiunti dei conoscenti della famiglia che entusiasticamente si sono aggiunti a noi: il menu comprendeva zuppa di patate con piselli, riso, insalata e uno yogurt molto forte simile al formaggio “chevre” francese, da bere acqua della Spiti Valley. La sera siamo andati a vedere il programma culturale del festival: nello spiazzo del paese è stato allestito un palco addobbato con tante lampadine colorate tipo albero di Natale, gli spettatori sono seduti sotto un grande tendone che sta in piedi grazie a dei puntelli che sembrano molto instabili, ma la vera festa non è questa ma dove ci sono le bancarelle che attirano gente da tutta la valle che osserva con occhi affascinati e stupiti tutta questa mercanzia e il Luna Park allestito vicino alla bus station.
Ci sono giostre e giochi per i quali la gente è attratta come Pinocchio dal “Paese dei balocchi”: c’è il gioco delle tre tavolette dove vince sempre il banco e i giocatori perdono sempre, c’è una specie di “roulette” dove gira una ruota che al posto dei numeri ha i semi delle carte e gli Indiani puntano sui semi dipinti sul tavolo verde e poi la ruota inizia a girare, c’è il gioco di abilità dove ti danno un cerchietto con il quale devi centrare gli oggetti e chi centra il bersaglio vince una scatola di biscotti o 10 Rs, sotto un tendone c’è un cinematografo all’aperto e gli spettatori non paganti tentano di vedere dalle aperture quello che succede, c’è una attrazione dove un galeone oscilla come “il pendolo di Fucault” ma questo è un gioco soprattutto per i bambini.
Seduto fra il pubblico, attorniato da donne e da ubriachi per nulla interessati allo spettacolo che vogliono assolutamente offrirmi un sorso di Whisky ho solo “intravisto” le danze perché sono stato “calpestato” da una moltitudine di indiani che cercavano di conquistare un posto migliore sotto il palco per cui è stato un continuo vedi e non vedi.

18/8
La notte è passata veloce, alle 7.00 ero già in piedi, i miei compagni di stanza erano andati a dormire vestiti di tutto punto ed anche io a poco a poco mi sto lasciando andare, non faccio la barba da giorni e ho deciso che me la farò tagliare in un “barber shop” a Manali o a Leh, i calzoni sono ancora quelli indossati dalla partenza e la camicia è la stessa da Recong Peo.
Sonam, la figlia della padrona di casa si è tagliata un dito e l’abbiamo aiutata con i medicamenti occidentali e dalla mia ho offerto due cerotti: per colazione prima tea “normale”, poi tea “salato” che ho allungato con “tsampa” (farina di orzo) che nella tazza del tea assomiglia ad una specie di omogeneizzato per neonati.
Dopo colazione ho tentato di lavarmi, sono andato alla fontana pubblica dove c’era una fila inenarrabile di persone con secchi e taniche, gentilmente mi hanno permesso di riempire la mia bottiglia di plastica da un litro senza fare coda, ho fatto così un veloce lavaggio dei denti e della faccia.
Al mio ritorno la colazione è continuata, in una volgare “pentola a pressione” utensile comune in tutte le cucine indiane avevano preparato i “thuppa”, ho fatto così per ben tre volte il bis, poco dopo Hawkins l’australiano è andato in cucina, ha messo un asciugamano sulla porta e con “la scusa” della meditazione si è messo a lavare i piatti che avevamo appena utilizzato.
Poiché a Sonam piaceva molto il cioccolato ho portato in tavola il barattolo di Nutella e proprio come nello spot televisivo…….. è stata una grande festa! Dopo avere finito la seconda colazione ho iniziato il mio trekking in solitaria verso il Ki Gompa, 14 Km dai 3.600 m. di Kaza ai 4.116 m. del Monastero: la giornata è limpida con un cielo blu che più blu non si può, proprio come piace a me e con le nuvole bianche che si rincorrono nel cielo.
Per il Ki Gompa c’è solo un autobus che parte da Kaza alle 14.00, il bus prima di tornare nella capitale dello Spiti prosegue per Kibber, un paese arroccato a 4.270 m. che viene ricordato per essere il più alto villaggio al Mondo.
Nella mia “passeggiata” non ho incontrato nessuno, solo una capra che belando mi ha seguito per un po’, stanco ma felice sono arrivato ai piedi del Gompa e dopo tre ore di cammino sono entrato in una locanda per ristorarmi con un chai prima dell’ultima salita, il Ki Gompa è irradiato dai raggi del sole e per la posizione assomiglia un po’ alle Meteore Greche, da qui sembra appollaiato come un’aquila sul suo irraggiungibile nido e risplende di luce propria, luce resa ancora più accecante dalle tante case dei monaci di colore bianco.
Ho preso una scorciatoia scortato da un monaco che mi faceva da guida e con il fiatone sono arrivato alla meta: la visita al Gompa è stato quanto di più divertente, coinvolgente, spettacolare, incredibile ed indefinibile mi sia capitato fino a questo momento del viaggio, appena arrivato il mio “monaco guida” mi ha portato sul “roof” del monastero da dove si aveva una vista che spaziava a 365 gradi, mi sembra di essere sul “”tetto del mondo” senza avere conquistato il K2 o l’Annapurna: ero ai confini dell’Universo!
Sul “roof” alcuni monaci suonavano le lunghe trombe tibetane, altri rappezzavano i cappelli gialli da cerimonia (simili a quelli degli ambasciatori) perché domani ci sarà in visita un grande “Lama”: ho iniziato a familiarizzare con i monaci, è stato un momento bellissimo con 20 o 30 monaci che erano curiosissimi nel vedermi e da quel momento è iniziato lo spettacolo!
Ero assetato ed un monaco con i capelli “rapati a zero” mi ha chiesto se volevo del chai, ho detto di si perchè erano ore che sognavo una tazza di tea, il monaco è tornato non con la solita tazza ma con una grande teiera, non facevo nemmeno in tempo a finire di bere che lui me la riempiva nuovamente, non penso di avere mai amato il tea come oggi; era un continuo guardare i monaci e un continuo ridere assieme: c’erano facce di tutti i tipi, monaci con facce carismatiche tipo il Dalai Lama e monaci dall’aspetto più semplice, era curioso come li osservavo e come loro guardavano me.
Mi hanno chiesto se volevo mangiare riso o tsampa, ho optato subito per il secondo e poco dopo è arrivato un enorme piatto di farina di orzo, non avevo molta fame e mi dispiaceva “impastare” tutto lo tsampa (che viene mangiato aggiungendo chai alla farina), per renderlo “più commestibile” si fanno delle palle con le mani che poi si portano alla bocca.
Poiché non volevo sprecare tutto quel ben di Dio ho fatto un po’ di spazio al centro del piatto e versando del chai ho iniziato timidamente a “impastare” il cibo che mi avevano offerto, i monaci mi dicevano di impastare lo tsampa con più vigore e poco dopo un monaco mi ha preso il piatto dalle mani e ha iniziato a impastare con mani esperte; in poco tempo ha completato l’opera e ha fatto grandi palle riscuotendo così l’approvazione generale dei monaci.
Avevo davanti a me un enorme piatto di palle, ho iniziato a mangiarne una o due ma queste erano “leggermente” hard da inghiottire, i monaci mi incitavano a trangugiare palle di dimensioni sempre più grosse e a deglutirle in un sol colpo ma io ho sempre desistito, poi un monaco corpulento ha preso una palla e in un sol boccone se l’è infilata in bocca, lui e gli altri monaci erano soddisfatti ed orgogliosi per questa “prestazione”, ma osservavo compiaciuto che il monaco faceva una certa fatica a deglutire questa “minibomba”.
Alle ore 15.00 dopo avere visitato il monastero ho preso il bus proveniente da Kaza e sono andato fino a Kibber, il paese che viene definito come il centro abitato più alto al Mondo: solo 12 Rs per un giro panoramico fra le vette Himalayane!
Per godere meglio il paesaggio mi sono installato sul tetto del bus e per stare più comodo ero seduto all’interno della ruota di scorta, all’andata ero solo e la vista spaziava a 360 gradi: sono passato dalle montagne brulle fino agli alti picchi innevati sempre più vicini.
Arrivato a Kibber non sono sceso dal tetto e dalla mia posizione privilegiata osservavo l’assalto al bus della gente diretta a Kaza per il festival, ben presto non c’era più posto nemmeno per uno spillo.
Negli occhi dei locali c’era un’allegria contagiosa ed il viaggio di ritorno è trascorso fra canti e continui saluti a tutti quelli che lavoravano nei campi: come in un film ho visto il lungo percorso fatto la mattina a piedi e l’ho apprezzato ancora di più!
Sono tornato alla “casa tibetana” l’abitazione dove dormo che è un “cubo” con le tipiche finestre squadrate; ero impolverato, cotto dal sole, stanco e non felice ma strafelice per la giornata appena conclusa.
Dopo avere visto le bellissime ed emozionanti foto che Hawkins aveva fatto alla gente dello Spiti e che regalerà loro quando nelle settimane successive tornerà a trovarli ho preparato lo zaino per la partenza di domani verso Manali.
In serata Dee e Hawkins si sono messi ai fornelli e hanno preparato una “sorpresa” per Sonam, la sorpresa non era altro che semolino, ma la cura e l’amore con la quale lo hanno preparato hanno rappresentato un bel momento; dalla mia anch’io ho voluto farle la mia piccola sorpresa: una tavoletta di cioccolato. In questi due giorni trascorsi con questa famiglia sono stato un gradito ospite, fra noi e loro si è creata una atmosfera familiare quasi da “amici intimi”, dopo cena è arrivato il momento del commiato perché domani la sveglia sarà alle 3.00 di mattina e il bus partirà alle 4.00, mi dispiace abbandonare questa valle, questa famiglia e la coppia di amici, ma il mio viaggio deve continuare. La giornata di oggi mi ha ripagato delle fatiche e delle piccole disavventure dei giorni scorsi e del tempo nuvoloso che rende anonima questa valle meravigliosamente esaltata dal sole e dai cieli blu. Adesso mi sento carico come “una pila al litio”, forse non avrò visto tutto quello che riescono a vedere i turisti che viaggiano con le jeep, ma l’incontro “in solitaria” con i monaci e il viaggio sul tetto del bus verso Kibber sono emozioni che si possono avere viaggiando solo in questo modo!

19/8
Sveglia alle 3.00, non ho avuto problemi ad alzarmi perché per la paura di perdere il bus non ho chiuso occhio, per fare prima avevo già preparato gli zaini e non avevo nemmeno dormito nel sacco a pelo ma nelle laidissime coperte che erano nella stanza, ad ogni “prurito” già pensavo ai pidocchi od alla scabbia e al risveglio l’unica operazione da fare è stata quella di mettere le scarpe! Sono partito armato di torcia elettrica verso la bus station, per le strade solo qualche cane che abbaia alla luna, “la città” a quest’ora ha un aspetto diverso rispetto al solito, in questi giorni di festa fino a tarda notte è un brulicare di gente e un brusio continuo, invece in questo silenzio assoluto Kaza sembra una “persona nuda” o una “città morta”.
Dopo un quarto d’ora di cammino sotto un cielo stellato di algida lucentezza mi sono presentato al “ticket office” e sono riuscito ad avere il mio biglietto, i bus sembrano dei “dinosauri addormentati”, con me solo alcuni “disperati” che prenderanno il bus delle 4.00, per il resto persone infagottate in coperte più o meno pesanti che dormono sui gradoni della sala d’aspetto o delle partenze. Finalmente alle 4.15 sono riuscito a caricare i bagagli: sul tetto del bus c’era una processione continua di gente che caricava merci di ogni tipo: ruote per auto, taniche per acqua, grandi sacchi dal contenuto sconosciuto e valige di ogni dimensione; sono salito sul bus, all’interno non ci sono luci per cui bisogna orientarsi con pile o torce.
Alle 4.30. siamo partiti, le montagne sembravano delle sagome di cartone con alle spalle uno sfondo nero, nell’oscurità ho riconosciuto in lontananza il Ki Gompa, poi a poco a poco si è fatto giorno.
La valle vista dal finestrino è sempre molto stretta con panorami mozzafiato, la neve ed i ghiacciai sono molto vicini come i picchi innevati che presentano pendenze vertiginose, ci sono molti yak, animali grandi e maestosi simili ai bisonti che si trovano solo a queste altezze: una mandria staziona davanti al bus ed è stata un’impresa avere la strada libera, gli yak correvano come cavalli imbizzarriti nel pieno della loro giovinezza.
Sosta al passo “Kunzum La” (4.551 m.), la vista spazia su tre alti picchi dai quali scendono ampie colate di ghiaccio, ogni veicolo che passa per questa strada deve fare un giro (Parikrama) attorno al Tempio che si trova al passo per ricevere la benedizione degli Dei.
La strada per Manali e una “pista”, non esiste asfalto ed ogni tanto si passa fra muri di neve alti più di cinque metri, dopo il pranzo a base di riso e “dhal” abbiamo raggiunto la vetta del Rothang Pass avvolto dalle nubi (3.978 m), poi il tempo è ancora cambiato: dal sole siamo passati ad una fastidiosa pioggerellina. Sono arrivato a Manali alle 17.30, 13 ore per percorrere 213 Km di strada sterrata spesso in condizioni “impossibili” guadando torrenti e fiumi con salite che non finivano mai e con il bus che arrancava ad ogni curva.
Sono pentito di non essermi fermato a Gramphoo e di non avere aspettato lì una coincidenza per Keylong o Leh, domani dovrò fare ancora una volta (al contrario) il Rothang Pass: fermandomi mi sarei risparmiato sicuramente più tre ore di strada!
A Manali ho subito prenotato il biglietto per Leh, ho scelto la migliore compagnia a disposizione (o la meno peggio) quella governativa della HPTDC di categoria “deluxe”, domani la partenza sarà alle 6.00.
La Manali – Leh è la seconda strada carrozzabile più alta al mondo, è aperta solo nei mesi estivi (neve permettendo) è lunga 485 Km e ci vogliono due giorni interi per percorrerla, ci sono due passi oltre i 4.000 metri e due oltre i 5.000 metri, la strada è stata aperta nel 1989 ed è l’unica strada percorribile per arrivare a Leh a meno che non si scelga di passare per il Kasmir e per Srinagar, è anche possibile raggiungere Leh da Delhi con il volo giornaliero dell’Indian Airlines ma non è facile trovare il biglietto e spesso il volo viene cancellato se le condizioni atmosferiche non sono più che buone.
Per dormire ho diviso la stanza con un giapponese già incontrato a Tabo, dopo lunghe contrattazioni abbiamo spuntato 85 Rs. per la camera doppia sostenendo la tesi vincente che a Manali siamo in “off season” perché piove sempre! Dopo una settimana nel Kinnaur e nello Spiti ho apprezzato un breve ritorno alla civiltà: qui c’è veramente di tutto e mi sento un po’ come gli abitanti dello Spiti quando si aggiravano per il bazar di Kaza in occasione della festa e scoprivano un mondo di meraviglie (si fa per dire!): per prima cosa sono entrato in un “barber shop” e mi sono fatto tagliare la barba, era dal lontano 1993 che non me la tagliavo, che sensazione stana rimanere senza, era come se mi mancasse qualche cosa!
Terminato il taglio della barba è iniziata la fase del massaggio, il “Figaro indiano” ha iniziato a massaggiare molto duramente la mia faccia, poi da un cassetto ha preso una macchina simile a un rasoio elettrico che aveva una specie di “rotella gommata” al posto della lama ed ha iniziato l’operazione, era una specie di “vibratore” tipo quelli pubblicizzati in televisione, ogni parte della mia faccia vibrava, persino il naso e le tempie.
Dopo la faccia è passato alla testa, con delle energiche “manate” utilizzava la mia testa come se stesse impastando “farina e lievito” per preparare la pizza, continuava a fare questo movimento da “pizzaiolo” battendo le mani sopra la mia testa (come se facesse un applauso), infine ha terminato l’opera “percuotendo” con vigore la mia schiena, facendomi quasi cadere dalla sedia e cercando di staccarmi prima il collo e poi tutte le dita dalle mani!
Cena al ristorante cinese “Chopsticks” definito dalla mia guida come “are cosy, friendly place where you can order genuine chinese food”, ho ordinato momo (ravioloni tibetani) e pollo in quantità industriale, come sottofondo musica occidentale e servizio “quasi” impeccabile, sazio e contento di aver mangiato qualche cosa di diverso dal solito menu quotidiano ho speso 150 Rs., quanto il costo di un viaggio e mezzo da Kaza a Manali e ritorno, oppure 55 chai, od 8 piatti di riso e “dhal” o tre notti al Monastero di Tabo!

20/8
Sveglia alle 5.00, dopo una colazione con chai ed una “pastafrolla” vecchia di almeno qualche mese ho trovato il mio bus che in due giorni mi porterà a Leh, il bus è il solito modello “giocattolo di latta” ma più “lussuoso” perché ha i finestrini colore “fumo di Londra” e assomiglia un po’ ad un “carro funebre” e fra un sedile ed un altro c’è più spazio del solito.
I miei nuovi compagni di viaggio sono soprattutto inglesi, sono diversi da quelli incontrati in Kinnaur o nello Spiti, alcuni si atteggiano a esperti viaggiatori e sono un po’ “trendy”, altri mi ricordano i loro antenati rimasti qui per così tanti anni ma per il momento accorrono come “mosche al miele” da un venditore piazzatosi strategicamente davanti al muso del bus che fa dei panini con “omelette” ed è uno spettacolo vedere con che maestria prepara il panino: prima sbatte le uova all’interno di un bicchiere, poi dopo averle mixate per bene ne versa il contenuto nella padella, quando l’omelette è pronta la mette con cerimoniosità nel panino.
Il viaggio verso la mitica Leh è iniziato, il programma prevede per oggi come una mitica tappa alpina del “Giro d’Italia” o del “Tour de France” due passi: il Rothang Pass (3.978 m) che avevo già valicato ieri e il Baralacha La (4.883 m). Ogni sosta è una processione “interminabile” verso i “luoghi feticcio”: tutti, me compreso facciamo a gara per farci ritrarre in cima ai passi vicino alle “bandiere di preghiera” o vicino al cippo che indica dove ed a che altezza siamo; costeggiamo alti muri di ghiaccio e quelli che terminano in fondo alla valle sono rotti in più punti, visti dal bus assomigliano a delle “tavolette di cioccolata” spezzate.
A Kosar abbiamo fatto la sosta per il pranzo e ho mangiato dei momo conditi con salsa ketchup, spesso il viaggio viene interrotto a causa dei “lavori in corso” sulla strada: tutto contribuisce a rendere instabile il percorso, ruscelli grandi come fiumi che ci attraversano la strada, frane piccole e grandi, nevai a destra ed a sinistra.
E’ un continuo “cucire e ricucire” la strada e subito il problema si ripropone in un altro punto: una frana o la dirompente forza dell’acqua sotto forma si pioggia, la nascita o l’ingrossamento di un torrente o di un fiume, questa lotta contro le forze della natura non avrà mai fine.
E’ un continuo vedere persone che cercano di “rappezzare al meglio” questa importante arteria: alcuni uomini fanno avanti e indietro con enormi massi che caricano e scaricano a mani nude sui trattori, costruiscono contrafforti per rendere più stabile questa instabile via ed è un continuo erigere “barriere antifrana” che negli anni futuri verranno spazzate via, così questo paziente lavoro dovrà ricominciare.
Altri uomini con grandi martelli sminuzzano grandi sassi che servono a produrre il catrame che viene preparato in enormi vasche simili a casseruole e mentre all’interno di queste “cuociono” sassi, sabbia e bitume si levano alte le nubi di fumo che contrastano con il blu del cielo, il catrame viene poi versato con le carriole sulla strada e appiattito con i badili.
Vedendo scorrere dal finestrino questo “mondo lillipuziano”, questo interminabile cantiere ad oltre 3.000 metri di altezza fatto di sudore e fatica si vedono uomini che lavorano alacremente, uomini sfatti dallo sforzo che fissano il vuoto e stanno al riparo dal sole sotto grandi massi “più grandi di loro”.
Ci sono uomini di tutte le età, qualche donna, ma soprattutto giovani o ragazzi poco più che adolescenti: si fanno tante crociate per i piccoli cucitori di palloni Pakistani o per i produttori di scarpe sportive rubati alla loro gioventù, ma di questi piccoli lavoratori d’alta quota non parla nessuno e forse mai nessuno parlerà di loro sui giornali o alla televisione.
L’abbigliamento per i più fortunati consiste in pesanti tute colore kaki, gli altri indossano consunte giacche a vento, il colore della pelle ed il contatto con il catrame li fanno assomigliare a minatori d’alta quota; alcuni vivono e dormono vicino al posto di lavoro in tende costruite con pali, pietre e teloni di colore azzurro, altri armati dei loro strumenti di lavoro partono dai villaggi tutte le mattine su enormi autocarri anch’essi di colore azzurro verso i cantieri.
Controllo passaporti a Darcha, in un paesaggio quasi lunare dove non esistono più alberi ma solo alte cime e pietraie è tutto un turbinio di sabbia che ricorda più il deserto che i grandi contrafforti Himalayani mentre le nuvole sembra che ci rincorrano!
Alle 18.00 dopo avere superato anche il Baralacha La (4.883 m) ci siamo fermati in una grossa tenda a bere un chai così ho ordinato omelette e chapati, quando è arrivata la frittata l’ho arrotolata nel chapati e l’ho mangiata in un battibaleno, sarà una frase scontata ma non so quando avrò ancora occasione di mangiare una “crèpe salata” a queste altitudini.
A notte fonda siamo arrivati al ” tent camp” di Darcha (4.200 m) dove era prevista la sosta per la notte: il campo era al buio e le tende si intravedevano solo grazie ai fari del bus, l’aiutante dell’autista armato di torcia ci ha scortati fino alle tende (a quattro posti) che avevano all’interno dei veri è propri letti, dopo avere preso possesso della mia tenda siamo andati nella “tenda comunitaria” dove veniva servita la cena.
La cena è stata consumata nel silenzio più totale, il menu prevedeva una brodaglia dalla quale emergevano lenticchie e fagioli, eravamo “a lume di candela” seduti su delle sdraio tipo spiaggia che rendevano difficoltosa l’operazione, poi sotto un cielo incastonato di stelle sono tornato nella mia tenda.

21/8
Sveglia alle 5.30, oggi sono previsti il Lachlung La (5.060 m) e il Taglang La (5.328 m), il tetto del viaggio!
La notte è trascorsa veloce e nel mio sacco a pelo ho dormito benissimo, al mattino appena uscito dalla tenda sono stato aggredito da un “vento polare” ed è stato un’impresa lavarsi all’aperto, le dita mi si sono letteralmente “congelate” e lo sono ancora adesso mentre scrivo, colazione alla “tenda comunitaria” con una “mini omelette” ed una fetta di pane, al momento della partenza tutti erano imbacuccati: gli indiani con coperte o passamontagna, gli europei con piumini e abbigliamento “high tech”.
Dopo il sorgere del sole ha iniziato a fare caldo, poiché ero vestito “a ciplolla” ho iniziato a svestirmi: via il K-way e il maglione per rimanere solo in maniche di camicia, stamattina il cielo è blu che più blu non si può e le nuvole volano nel cielo, ora il paesaggio è drasticamente cambiato, sono diminuiti i ghiacciai e siamo passati da una zona desertica ad un altopiano simile a quello tibetano ad oltre 5.000 metri di altezza. Dopo il passaggio sul passo Lachlung La abbiamo sostato per il pranzo alla tendopoli di Pang, si mangia su instabili tavolacci seduti su sedie ancora più instabili, nella scelta fra thuppa o chomin ho optato per i primi, tutti ne approfittano per fare i propri bisogni in questo deserto di pietre: le donne hanno qualche problema perché non esistono toilette, così rimane solo la possibilità di fare un qualche centinaio di metri, accucciarsi e farla davanti a tutti, esperienza per niente entusiasmante!
Una turista tedesca ha chiesto “toilet?”, ma quale toilet, non ha ancora capito che le toilet qui non esistono e tutto questo “deserto” di montagne, sabbia e sassi è un’immensa toilet?
La strada è asfaltata solo in prossimità delle salite e delle discese verso gli alti passi ed è disseminata di “carcasse” arrugginite di barili di bitume che sono necessari per l’asfaltatura, non è un bello spettacolo da vedersi, ma riportare a valle tutti questi barili sarebbe molto costoso ma forse non impossibile vista la propensione degli indiani a riciclare tutto a partire dalle bottiglie vuote dell’acqua.
Finalmente a 109 Km da Leh abbiamo valicato il Taglang La (5.328 m) il secondo passo carrozzabile più alto al mondo dopo il Kardung La (5.602 m) passo che si trova in Ladakh nella Nubra Valley, dopo il passo è iniziata la discesa a picco verso la meta finale e abbiamo incontrato i primi segni che ci indicavano che ci trovavamo in una regione buddista.

Tanti “Chorten”, monumenti eretti a memoria di santi buddisti tipo le nostre cappelle: queste cappelle non vengono restaurate ma vengono lasciate alla inclemenza delle intemperie, quelle nuove sono ricoperte di un intonaco bianco, quelle più consunte sono li per li per crollare e se ne intravede “l’anima” in mattoni, è emozionante vedere tutte queste “presenze religiose”!
Oltre ai Chorten che risplendono sotto un sole fiammeggiante sono cambiate le montagne: montagne con le forme e le colorazioni più incredibili, montagne talmente modellate dal vento da formare all’interno di esse strette intercapedini che le fanno assomigliare a delle fette di “panettone” o a dei coltelli lunghissimi e affilati, alti picchi di un rosso granata che si specchiano nel fiume contornato da un “green” degno del migliore campo da golf con cavalli ed asini che brucano e che si abbeverano al fiume.
Ed ecco la valle dell’Indo, la valle da strettissima è diventata larghissima, sono comparsi i pioppi che tanto mi ricordano la regione Cinese del Sinkiang, in rapida successione dal finestrino del bus ho visto i monasteri di Stakna, Tikse e Shey e poi Leh, la capitale del Ladakh, luogo irraggiungibile e sognato per tanti anni, luogo dal nome affascinante ed esotico: ora Leh dopo tre giorni di autobus nella rossa luce del tramonto è finalmente ai miei piedi!
Appena arrivato alla “New bus station” mi sono incamminato verso il quartiere di Changspa che si trova a più venti minuti di cammino da qui, voglio raggiungere l’Oriental Guest House, la “pensioncina” consigliata sia dalla mia L.P. che da Ben, il ciclista svizzero incontrato a Recong Peo.
Dopo aver percorso la scalinata che porta dalla “New bus station” alla “Old Bus Station” ho deciso di raggiungere la meta in taxi e per 60 Rs sono arrivato a destinazione, appena entrato alla Guest House tutti, dal proprietario agli ospiti mi hanno salutato con un “joole” (parola che si pronuncia joo-lay) e che vuole dire allo stesso tempo ciao, arrivederci, per favore e grazie!
Non ho fatto nemmeno in tempo a chiedere se c’era una camera per la notte che subito Nawang la figlia del proprietario mi ha anch’essa accolto con ripetuti sorrisi e “joole” sulle labbra, al mio passaggio tutti mi riverivano con altrettanti sorrisi e numerosi e squillanti “joole”.
Terminati i salamelecchi non ho trovato una stanza ma un letto in un locale che allo stesso tempo è cucina (ci sono bicchieri, tazze, pentole e un’enorme stufa), dispensa (ci sono patate, tsampa e numerose scatole di fiammiferi), dormitorio (ci sono tre letti) con la promessa che domani avrò una vera stanza tutta per me; per il momento manca sia la corrente che l’acqua calda e siamo sempre alle solite, che sia Pecong Peo, Tabo o il “tent camp” di Darcha le cose non cambiano mai!
Ho cenato alla Guest House, accolto da numerosi “joole” sono entrato in cucina e dopo un chai al cardamomo ho visto una enorme quantità di tortelloni fatti a mano che stavano per essere versati in una enorme pentola, così mi sono spostato nel “salone refettorio” e a lume di candela ho aspettato l’arrivo dei tortelloni. Ogni volta che Nawang porgeva il piatto ad un commensale gli offriva anche un sorriso e un “joole”, fra me e me pensavo a questi poveri tortelloni”, poterli mangiare con un sugo al ragù o conditi col burro sarebbero stati sicuramente più appetitosi, invece li vedo galleggiare in questa insipida brodaglia di verdure, ma queste sono solo farneticazioni al oltre 3.500 metri di altezza! Dopo avere fatto onore con due bis ai tortelloni alle 20.30 sono andato a dormire.

22/8
Sveglia alle 6.00 dopo una doccia gelata, per vedere Leh dall’alto sono andato allo “Shanti Stupa” che si trova proprio sopra la mia Guest House ed ho iniziato a salire verso la cima della montagna.
Per arrivare in vetta occorre percorrere un’irta e lunga gradinata, a tale proposito la mia L.P. commentava: “it on foot, there is a very, very steep set of steps – not be attempted if you have just arrived in Leh !”; da qui la vista è veramente “great”, spazia su tutta la valle e si odono suoni e canti di ogni tipo provenire dai templi, lo Stupa è di un bianco accecante che contrasta in modo meraviglioso con il cielo blu cobalto di stamattina, attorno allo Stupa tantissime immagini di Buddha: predominano il giallo, l’arancio ed il rosso, è una vera festa ed un’esplosione di colori, ecco, questo è proprio il Ladakh che volevo!
Dopo la colazione a base di chai e di “tibetan bred” ho fatto la registrazione del mio arrivo alla “Oriental Guest House”, questa è un’operazione lunga e pedante che fa perdere un sacco di tempo: tutti i dati compresi quelli del “visa” ed il numero del passaporto vanno prima riportati su un grande libro dalle dimensioni di un atlante geografico e poi nuovamente su un libro più piccolo. Da Changspa mi sono incamminato verso Leh: la cittadina è veramente piccola e non l’avrei mai immaginata di queste dimensioni, dopo varie peregrinazioni per le strette vie sono arrivato all’ufficio dell’Indian Airlines per tentare di prenotare un volo per Delhi: affascinato da questa valle e dalla quiete di Leh volevo tentare di evitare i quattro giorni di autobus verso Delhi e rimanere così più tempo in Ladakh.
L’ufficio è sperduto nella campagna circondata da pioppi e da canali, davanti a me una lunga fila di stranieri alla ricerca di quello che cerco anche io, c’è un silenzio assoluto e non succede nulla, dopo un po’ ho scoperto che la causa di questo silenzio era dovuta al blocco dei terminali, la mattinata è passata lentamente fra continui blocchi e sblocchi dei computer fino all’arrivo del mio turno.
All’interno di questo ufficio (nel quale si sa quando si entra ma non quando si esce) ci sono due file, gli Indiani cercano di non rispettare nessuna delle due e si infilano da tutte le parti, verso le 13.00 sono riuscito ad ottenere non il biglietto ma una prenotazione in lista d’attesa: il n.3 in “business class” e il n.47 in “classe turistica” e il mio ottimismo è drasticamente diminuito come il valore delle azioni alla borsa di Hong Kong.
Uscito dagli uffici dell’Indian Airlines ho deciso a malincuore di rinunciare al volo Leh – Delhi e di acquistare il biglietto del bus che la settimana prossima mi porterà prima a Manali e poi a Delhi e per sfogare la mia delusione, in mancanza di un barattolo di Nutella, ho optato per un piatto di momo del “Dreamland Restaurant”.
Nel pomeriggio ho vagato per le stradine e per i mercatini organizzati dai rifugiati tibetani, vedendomi arrivare i mercanti mi facevano ampi sorrisi sperando in qualche mio acquisto ma io avevo solo voglia di guardarmi attorno e vedere la mercanzia, tutti erano molto gentili e bastava un “joole” per ricambiarli; i più agguerriti erano invece i Kasmiri, i “mercanti di Srinagar” che avevano bei negozi lungo la “Fort Road” o lungo la “Main Bazar Road” con scritte tipo “Amex” o “Visa”, appena ti vedevano ti piombavano addosso come avvoltoi e con un sorriso a 32 denti ti chiedevano se volevi entrare nel loro negozio, non per comprare, ma solo “only to look”! Dopo aver vagato per tanto tempo sono tornato al mio alberghetto e finalmente ho fatto una vera doccia calda.

23/8
Sveglia alle 6.00 con la decisione di lavare i miei vestiti, ieri avevo chiesto al proprietario della Oriental Guest House se era possibile usufruire del servizio di lavanderia, lui con il solito sorriso e il solito “joole” mi aveva fatto intendere che l’unica possibilità era quella di lavarseli da soli, così stamattina mi sono recato al “lavatoio”, un semplice masso di granito e con le mani immerse nell’acqua gelata del ruscello ho iniziato a combattere contro lo sporco dei miei vestiti.
E’ stata una dura lotta: armato di un grande spazzolone e del sapone da bucato (ormai merce rara anche fra le lavandaie italiane) ho lavato i miei indumenti dai quali usciva a fiotti acqua di colore nero che contribuiva a inquinare il delicato ecosistema Himalayano.
Terminata l’opera sono andato in cucina a fare colazione, la cucina è una piccola stanza che comunica con il “salone mensa” che invece è molto grande, la maggior parte degli ospiti preferisce stare ammassata qui piuttosto che altrove, siamo tutti asserragliati su basse panche e con enormi difficoltà cerchiamo di adempiere questo rito mattutino con Tibetan bred, omelette o pancake; per soddisfare la sete black tea, jasmin tea o il più classico chai.
Dopo colazione sono partito verso la “new bus station” per prendere la coincidenza per il Matho Gompa: il mio book diceva che il bus era alle 9.00, il mio albergatore alle 8.00, mente alla stazione dei bus mi hanno detto che l’unico mezzo era partito alle 7.30, così ho variato programma: oggi andrò al monastero di Tikse e domani a Matho.
La stazione degli autobus di Leh è un posto veramente originale: c’è un grande spiazzo, c’è qualche bus disposto a casaccio sul piazzale, non esiste ne biglietteria ne ufficio informazioni e l’unica chance è quella di trovare un qualche locale che ti dia una mano, tutto sembra asettico e nessuno “urla” le destinazioni, non si odono nemmeno i molteplici trilli di fischietto che annunciano le partenze, sembra che gli automezzi non partano mai!
Ho trovato posto sul minibus per Tikse, siamo partiti quando non poteva entrarci più nemmeno uno spillo, al mio fianco pile di bagagli, una confezione da 50 uova e persone di ogni età, ad ogni fermata la gente aumentava, dopo una frenata le uova sono finite sul cruscotto e miracolosamente non si sono rotte, vicino al pedale della frizione hanno infilato due grossi pezzi di carne fresca avvolti in carta da giornale, infine hanno messo in braccio al guidatore un bambino non cosciente di dove stava seduto!
Il Tikse Gompa assomiglia al Potala di Lhasa in scala ridotta e contrasta scenicamente con il blu del cielo, la vista dal tetto del monastero è spettacolare così come l’interno del Tempio principale che è interamente in legno e tutto affrescato: è un luogo incantato che infonde estrema pace e tranquillità, qui il tempo sembra essersi fermato da secoli (questa è la solita frase scontata ma rispetta fedelmente la realtà).
Stare seduto a scrivere in questo Gompa è veramente rilassante e non vorrei mai andare via, vicino a me ci sono tutti gli oggetti sacri utilizzati nelle preghiere, sono sparsi in giro e sembrano essere collocati senza un ordine logico: gli strumenti musicali, la libreria con i testi Sacri avvolti in panni di seta, le ciotole contenenti l’olio che brucia senza sosta, infiniti Thangka e statue lignee, in corrispondenza di ogni posto occupato dai monaci durante la Puja ci sono le scodelle in legno per il chai e lo tsampa.
Quando entra qualche persona all’interno del Tempio e parla spezza questa atmosfera incantata e mi fa ritornare alla realtà, il silenzio e la penombra rendono invece questo luogo unico.
Terminata la visita al Tikse Gompa mi sono incamminato verso il Gompa di Shey che era la vecchia residenza estiva dei re del Ladakh, dopo avere abbondantemente sudato sotto il solleone di mezzogiorno ho scorto in lontananza un minibus che per 2 Rs. mi ha risparmiato 5 Km. di cammino, arrivato a Tikse ho visto un ristorantino sotto i pioppi e ho ordinato thuppa e birra.
Attorniato da mucche ed asini che brucavano l’erba e da mussulmani che sorseggiavano le loro birre in barba alle leggi coraniche ho lavato le mani utilizzando la brocca dell’acqua potabile e ho divorato i miei thuppa in meno di 60 secondi.
Ancora affamato ho iniziato l’ascesa verso il Gompa: la salita è stata più dura del previsto perché passeggiando sulle pietre roventi abbrustolite dal sole faceva un caldo terribile, la birra bevuta ad oltre 3.500 metri di altezza aveva iniziato a provocare i suoi venefici effetti e pur avendone bevuta solo una bottiglia era come se mi fossi ubriacato; il Gompa poi non mi è piaciuto ed il palazzo era tutto in rovina, bella solo la statua in rame dorato del Buddha Shakyamuni, la più grande della valle.
Appena salito sul bus per Leh mi sono addormentato, dopo numerose lavate rigeneratrici sia di testa che di faccia sono andato al bazar e per 5. Rs. mi sono messo in mutande ed ho fatto aggiustare i calzoni che stamattina si erano strappati, ho una sete “infinita” e nemmeno una bottiglia di “Sport Cola” (un surrogato della Coca Cola) è bastata a placarla, poi sono entrato in un “barber shop” e mi sono fatto tagliare la barba, il barbiere dopo il taglio ha iniziato una serie di operazioni per me “oscure”: con una specie di pietra mi ha massaggiato il volto ed ha terminato l’opera spruzzandomi una lozione alcolica, io ero tutto “fuoco e fiamme”! Tornato alla Guest House c’era pizza per tutti e non era nemmeno male: non mi sarei mai aspettato di mangiare qui la specialità napoletana.

24/8
Non ho mancato l’appuntamento delle 7.30 con il bus per il Matho Gompa, per le strade solo negozianti e venditori ambulanti che cercano di pulire il loro “spazio per le vendite”, Leh non è una città sporca come la maggior parte delle città indiane, qui non predomina la spazzatura ma la polvere, tutti cercano di fare pulizia con degli “scopini” fatti con rami di legno e ammorbano l’aria con incredibili nuvole di polvere provocando così più danni che benefici! Alle 9.00 dopo l’irta salita che conduce al monastero sono arrivato alla meta, mentre mi aggiravo sui tetti ammirando il panorama che spazia verso l’infinito ho sentito un suono di trombe e di tamburi provenienti dal tempio principale, sono sceso rapidamente dalla malferma scala sulla quale ero salito prima e mi sono precipitato all’interno dove era in corso una Puja, una Puja un po’ speciale perché ero l’unico “osservatore” straniero.
I monaci pregavano dondolando gravemente il capo, nelle pause si sentiva solo il rumore del vento e lo “sgranare” dei grossi e pesanti rosari buddisti, poi è arrivato un novizio con un barattolo di tsampa e con un mestolo riempiva le ciotole dei monaci, uno di questi ha fatto una palla e me l’ha offerta, ho iniziato a masticarla ma senza bere nulla era indigesta da deglutire, fortunatamente il novizio poco dopo mi ha portato una tazza di tea salato con burro e tsampa che in Ladahk si chiama “gur-gur”.
Dopo la fine della Puja un monaco che aveva con se un pesante mazzo di chiavi mi ha introdotto nelle più segrete stanze del Gompa, ho visitato il piccolo museo dove c’era anche uno yak impagliato, l’antica libreria ed altre stanze con Thangka vecchi di oltre 600 anni, maschere lignee e sciabole utilizzate nelle danze rituali.
Terminata la visita mi sono incamminato verso il monastero di Stakna che dista da qui 5 km. e che si vede in lontananza.
Ho attraversato un deserto di pietre percorso da torrenti che non finiva mai e le mie scarpe affondavano nel fango, ogni tanto mi fermavo ad immergere il cappello nell’acqua per dare un po’ di refrigerio alla testa.
Il sole era allo zenit, davanti a me la vista abbracciava sia le alte montagne che i Gompa di Tikse, Matho e Stakna; ormai esausto per il caldo ho trovato una scuola e ho chiesto di potere entrare per poterla visitare e per avere un po’ d’ombra.
C’erano una ventina di bambini molto piccoli che continuavano ininterrottamente a fare lo “spelling” delle parole scritte sulla lavagna: lion, lamp, leaf e lemon; mentre ero seduto all’ombra della cattedra i bambini mi guardavano con crescente meraviglia e curiosità, Stakna era finalmente davanti a me, dovevo solo affrontare la ripida salita per arrivare al monastero.
Appena arrivato in vetta ho chiesto al primo monaco incontrato se era possibile avere un chai, come risposta ho avuto un “no possibile”, però il monaco mi ha subito messo in mano un biglietto d’ingresso da 20 Rs.; dopo la visita al Gompa il monaco che prima mi aveva negato il chai me ne ha offerta una tazza, il tea e i wafers che avevo con me hanno avuto un effetto rigeneratore!
Dal tetto del Gompa il panorama spazia a 360 gradi sulla valle dell’Indo e il mio book dice: “from the roof are the best “moonscape” views to be had of Ladakh…..” Dopo aver attraversato l’Indo su un ponte tibetano ho preso “al volo” un minibus per Leh e davanti ad una fetta di torta della “German Bakery” ho scritto e affrancato le cartoline.
L’affrancatura dei francobolli in India è una lotta contro i mulini a vento, questi quadratini oltre ad avere un “gusto” terribile non si attaccano mai, così si continua a lottare leccando e rileccando la parte gommata fino a quando la poca colla si esaurisce e bisogna alzare “bandiera bianca”, poiché volevo terminare l’opera di incollatura ho chiesto un po’ di colla al cameriere e questi è tornato con un cucchiaio la cui punta ne era intrisa!
Tornato alla Oriental Guest House ho rifatto il mio zaino e dopo un piatto di riso e vegetali sono andato a dormire, domani andrò a Lamayuru, il bus per la mia prossima destinazione parte alle 5.30:
Lamayuru si trova sulla strada per Srinagar e ospita uno dei Gompa più famosi e spettacolari del Ladakh.
Lamayuru merita una sosta non per le collezioni di Tangka o per le opere d’arte ma per la posizione che occupa: il monastero si trova su uno sperone roccioso, tutto attorno aride montagne che cambiando continuamente colore riflettono una luce ora neutra ora carica e non ti stancheresti mai di guardarlo!

25/8
Sveglia alle 4.00 e passeggiata al buio verso la bus station, ho incontrato solo una ronda di soldati armati di fucile e cani che vagano e annusano tutto quello che trovano per terra.
Sul tetto del bus diretto a Srinagar i passeggeri sistemano quantità immemorabili di merci, al mio fianco un mussulmano che dorme con una espressione enigmatica che il sonno fa sembrare più sveglio e un altro con una enorme gobba che lo fa assomigliare al “Gobbo di Notre Dame”, speriamo che porti fortuna!
Sosta alla pompa di benzina della “Indiane Ladakh gas service”, gli occupanti del bus sono tutti scesi e guardano la pompa come se fosse un oggetto misterioso, la strada verso Lamayuru è suggestiva: dove scorre l’Indo che ha un “colore caffelatte” è come se la valle fosse percorsa da una “verde autostrada” e predominano i pioppi e gli albicocchi, appena si abbandona il fiume solo montagne con colori che vanno dal grigio al rosso e contrastano con il blu del cielo. Sosta a Kalsi e spuntino a base di riso e vegetali fra i quali, come una mitica creazione di Fabergè troneggia un uovo sodo, risaliti sul bus abbiamo aggredito i primi tornanti del passo Fatu La (4.147 m.), spesso ci si ferma per i lavori in corso sulla strada e tutti i mezzi incolonnati continuano a dare delle terribili sgasate per tenere “su di giri” il motore e non farlo spegnere.
Finalmente dopo 6 ore di bus, dopo 124 Km. percorsi sono arrivato a Lamayuru, il posto più a nord del mio viaggio definito dalla L.P. come “it’s the location that makes it special…….”.
Osservando con occhi incantati queste aspre montagne ho celebrato l’arrivo con due tazze di chai, sono contento, commosso ed orgoglioso di essere arrivato qui, ma soprattutto di esserci arrivato con i miei mezzi, dopo giorni e giorni di “bus giocattolo”, di pranzi saltati o di spuntini a base di riso e dhal, di chai, di alberghetti senza luce con le lenzuola sempre sporche, di docce sempre gelate e di continui risvegli alle 4.00 od alle 5.00, ma molto più contento ed appagato del gruppo di turisti Francesi seduto al mio fianco pronto a partire per il trekking verso Padum che forse non vedrà nemmeno questo Gompa, che ha a disposizione una carovana di jeep schierate come un battaglione pronto a mettersi in marcia, che pranza al sacco con anonimi “box” a base di tramezzini e di uova sode, che beve Coca Cola anche in questo posto solitario, gruppo scortato da guide sempre sorridenti e abbigliate con giubbotti da “Indiana Jones” dove tutti i componenti sono vestiti con abbigliamento “superprofessionale” e sono dotati dell’annessa oggettistica da alta montagna.
Arrivato al Gompa ho preso alloggio al dormitorio del Monastero: all’interno del Tempio principale i monaci stavano preparando piccole palle di tsampa per la Puja, un monaco mi ha invitato nella sua cella e mi ha offerto delle albicocche secche che erano dure come cemento ed io ho ricambiato con quelle fresche acquistate stamattina a Kalsi.
Al suono di una campana mi sono recato nel luogo da dove provenivano i ritmici rintocchi e così ho scoperto la grande cucina del Gompa: mi sono seduto ad osservare i monaci che arrivavano alla spicciolata per il pranzo e poco dopo sono stato invitato ad unirmi a loro, ho accettato con piacere, tutti mangiavano rumorosamente con grande appetito ed il “rutto” era libero! Ho passato il pomeriggio nel salire e nello scendere sulle alture che sovrastano Lamayuru per godermi il Gompa da tutte le angolature possibili, al mio ritorno ho assistito alla Puja celebrata all’interno del Tempio principale: la cerimonia è iniziata con la benedizione delle palle di tsampa, i monaci che pregano seduti nelle prime file sono più attenti, quelli seduti più dietro sembra che pensino ad altro.
I novizi continuano a colmare la mia tazza e quelle degli altri con tea al burro, poi i monaci hanno iniziato ad intonare ripetutamente gli “Om” ed il Mantra “Om mani padme hum”, finalmente li sento recitare e non li vedo solamente incisi sui “Mani”, sulle pietre che da giorni incontro in prossimità dei Gompa. Dopo la fine della Puja i monaci hanno continuato a suonare a lungo le lunghe trombe e le conchiglie rituali, stanco ma felice alle 20.00 sono tornato al dormitorio e mi sono subito infilato nel mio sacco a pelo.

26/8
Dopo avere assistito alla preghiera delle 6.00 alla quale ha partecipato anche un cane che scorrazzava allegramente fra le gambe dei monaci ho abbandonato a malincuore questa oasi di pace e tranquillità dove tutti hanno sempre avuto un sorriso per me, mi hanno fatto da guida e mi hanno invitato alla loro mensa. Mi sono incamminato verso la “main road” per trovare un qualche mezzo che mi desse un passaggio verso il monastero di Likir, mentre salivo per il sentiero ho ricominciato a sentire il rumore della civiltà, in lontananza il rumore dei clacson che contrastavano con il suono magico delle campanelle tibetane usate nella Puja di stamattina.
Dallo spiazzo si sentiva prima flebile poi sempre più forte il rantolo degli automezzi provenienti dal passo Fatu La, con gli occhi era un cercare di vedere quale mezzo sbucasse da dietro la curva e il pensiero correva subito alla possibilità di avere un passaggio!
Dapprima ho tentato di “estorcere” un passaggio a una delle numerose autobotti provenienti da Srinagar che in due giorni di cammino arrivano a Leh, questo è l’unico modo per fare arrivare la benzina in Ladakh e poiché l’autostop non ha avuto buon fine sono arrivato a destinazione con l’autobus proveniente da Kargil. Oggi il tempo è nuvolo e cade qualche goccia di pioggia, le montagne hanno un colore grigio che non esalta la loro bellezza rendendole così anonime, la discesa sembra ancora più pericolosa e a tratti si vede la strada fino al fondovalle che dal finestrino del bus assomiglia ad una lunga pista di biglie costruita nella sabbia.
Inizia a piovere seriamente, un indiano tutto contento mi ha detto: “first time to rainning in Kasmir”, non sono molto contento, se qui piove la strada per Manali verrà chiusa ed io devo tornare a Delhi in autobus! Alle 14.00 sono arrivato al villaggio di Saspul e con le mie due nuove compagne di viaggio Eva la teutonica e Dorian la canadese abbiamo raggiunto il villaggio di Likir insediandoci alla “Norboo Guest House” definita dalla L.P. come “hospitable and pleasant…..…whit a large, authentic Ladakhi kitchen!”.
La cucina della Guest House è molto bella, al centro c’è la grande ed antica stufa con tante stoviglie che occupano una parete intera del locale: sia la famiglia che gli ospiti sono qui, fuori piove ed è rilassante stare seduti con il gatto tigrato che regolarmente si posiziona fra le mie gambe conserte e non mi permette di scrivere mentre il tempo passa lentamente.
Nel pomeriggio ho vagato senza meta per le strette stradine del villaggio, sono veramente “fuori dal mondo”: attorno a me solo qualche casa, gli infiniti campi dorati di orzo, ruscelli e montagne con qualche spruzzata di neve fresca. Verso sera il cielo si è aperto ed a poco a poco grazie ad un vento poderoso ampi squarci di cielo si sono conquistati a viva forza la loro fetta di blu, il sole ha fatto capolino ed i campi di tsampa risplendevano di un colore giallo carico più di quanto la mente umana possa immaginare.
A Likir ci troviamo a oltre 3.500 metri di altezza, un posto come Lamayuru popolato da viaggiatori o “anime erranti senza pace”, alla ricerca sicuramente di qualche cosa, qualche cosa forse di misterioso e indefinibile: voglia di fuggire dal Mondo, ricerca della propria identità, ricerca della pace interiore, voglia di fuggire da se stessi e chissà quant’altro ancora!
Cosa spinge persone di tutte le età, dai ragazzi poco più che maggiorenni ai maturi cinquantenni a venire qui e proprio qui su queste montagne ed in queste valli?
Non è solo la voglia di “esotismo” o di montagna che ci spinge quassù o “l’impresa” di avere fatto la strada Manali-Leh “by road”, ma è qualche cosa di più oscuro ed intricato che forse trova la risposta nel Mantra “Om mani padme hum” che significa “il tesoro si trova nel fiore di loto” cioè “il tesoro è rappresentato dalla luce nascosta nel fiore della mente”.
In posti come il Ki Gompa, Lamayuru, Matho Gompa o Likir è possibile scoprire la luce nascosta nel fiore della mente?
Quando “la luce” diventerà “luce” se mai lo diverrà?
Cosa spingeva il “rasta people” di Tabo a fare thuppa e chomin, Eva la teutonica a mondare i piselli, Hawkins l’australiano a preparare il semolino ed a lavare i piatti per la famiglia di Kaza o gli ospiti della “Norboo Guest House” a trasportare i covoni di orzo con il sorriso sulle labbra?
Forse non troverò e nessuno di noi “anime erranti” troverà risposta a questa domanda ma è bello o almeno lo sarebbe, svegliarsi una mattina ed essere illuminati dalla luce nascosta nel fiore della mente!
Erano mesi che pensavo su come e quando discorrere su questo Mantra, la visione di questa “valle dell’Eden”, di questi campi dorati e di questo cielo indescrivibilmente stupendo me ne hanno dato l’occasione.
Oggi è il primo giorno che vedo il mio viaggio non come un’epica cavalcata fra passi Himalayani e meravigliosi Gompa, la sosta di Lamayuru e Likir mi ha fatto vedere questo viaggio con occhi diversi.
Seduto nella bellissima cucina Ladakha se alzo gli occhi posso leggere la seguente frase scritta a caratteri cubitali: “may all beings be happy”, frase ancora più emblematica perché notata proprio in questo momento, un particolare che mi ricorda come viene scelto il futuro Dalai Lama, verrà scelto il bambino che saprà riconoscere determinati oggetti e saprà immedesimarsi in determinate circostanze!
Dopo una cena a base di chapati e vegetali e dopo avere brindato con Norboo e i miei nuovi amici con il chang che è una birra leggera a base di orzo ho raggiunto il mio charpoy e mi sono addormentato all’istante.

27/8
Sveglia alle 6.30, il tempo è ancora capriccioso, ci sono squarci d’azzurro che convivono con nuvole basse e minacciose, scende qualche goccia di poggia e stanotte sulle montagne che sovrastano il Monastero di Likir ha nevicato veramente a bassa quota.
Colazione con tibetan bred e burro salato, Norboo controlla che tutto sia a posto e passeggia avanti ed indietro per la cucina come un “grand commis” di un hotel a cinque stelle lanciando occhiate a destra ed a sinistra, poi abbandona questo compito e va a ricongiungersi con Padma la figlia di sei mesi che si agita su una panca, Norboo ha mani grosse come badili che contrastano con l’esile figura della figlioletta.
Eva nel locale attiguo sta facendo il burro, è un’operazione che dura circa due ore: con due maniglie legate ad una corda continua ritmicamente a fare ruotare un otre al cui interno ci sono acqua, latte e sale.
Dopo un’ora di cammino sono arrivato ai piedi del Gompa e sono stato invitato in una casa del villaggio dove tutti volevano farsi fotografare!
Le donne, in genere così restie nel farsi riprendere dall’obbiettivo facevano a gara nel farsi belle, tutte hanno indossato il vestito della festa ed il tipico cappello Ladakho che assomiglia alla “tuba” dello “Zio Paperone” di Walt Disney. L’anziana del villaggio aveva un viso che sembrava più duro della carta vetrata, indossava una tunica laida e cenciosa e sulla schiena portava a mo’ di mantello una pelle di pecora, in testa il tipico cappello.
Il Gompa ha un’enorme statua di Buddha che troneggia davanti all’entrata principale del Tempio e domina la valle, anche il suo interno è degno di nota ma non apprezzo più i templi come i primi giorni poiché ne vedo più di uno al giorno, tornando verso la Guest House sono entrato in uno shop che oltre a vendere le cose più strane ed incredibili come saponi di marca “Lifeboy”, “Wheel”, “Fena” o “Chek” aveva al suo interno anche due macchine da cucire funzionanti e mi sono messo in mutande per fare aggiustare i miei calzoni. Dopo quaranta minuti di cammino sono tornato al mio alberghetto e dopo una ultima tazza di chai sono partito, me ne vado con la morte nel cuore perché è il posto più “peaceful e frendly” incontrato fino ad ora, ho raggiunto la “main road” in attesa di un qualche mezzo a motore per Alchi.
Poco dopo ha ricominciato a piovere, attorno a me “il nulla”: solo sassi ed una distesa di sabbia contornata dalle grigie e alte montagne ancora più minacciose del solito perché incappucciate nelle nuvole basse, regna un “silenzio assoluto” rotto solo dallo sventolare delle bandiere di preghiera; dopo una lunga attesa è arrivata una jeep che andava verso Alchi.
Alchi ha un Gompa particolare, non è scenografico come quelli arroccati sulle alte cime, come Tabo si trova in mezzo ad una valle e si distingue perché gli interni dei Templi tutti in legno, sono finemente lavorati e nel chiaroscuro le alte statue hanno un fascino particolare mentre le pareti sono affrescate con centinaia e centinaia di Buddha diversi fra loro.
A fianco del Gompa c’è un accampamento di tende di colore arancione dove dei novizi dai dieci anni in su sono qui per un “picnic”, ballano al ritmo della “Indian dance” e si arrampicano come scimmie sugli alberi.
Dopo avere pranzato al “Zimskhang Restaurant” con dei pessimi fried noodles il proprietario di una moto “Vespa” in cambio di un litro di benzina mi ha portato al villaggio di Saspol, non si vede nemmeno un autobus per Leh e tutti i camion ai quali lancio segnali “di soccorso” non accennano a rallentare. Mentre iniziavo a perdere la fiducia un camionista mi ha dato un passaggio, mi mancava ancora l’esperienza su un “truck” originale indiano: il camion è coloratissimo (il colore più gettonato è l’arancione) ha un sacco di scritte del tipo “Oh God, save me!” o “horn please” e sopra il finestrino il “permit” per gli stati indiani nei quali può circolare, la cabina di pilotaggio è molto spaziosa e ci possono stare oltre all’autista tre passeggeri, l’interno è talmente colorato e particolare da assomigliare a un flipper o a una slot machine.
Dal rumore, dagli scossoni e dalla velocità del camion (20 km all’ora) sembra di essere su una ruspa o su un carro armato: quando si viaggia in pianura la velocità è bassa, quando si affrontano le salite si va a passo d’uomo, quando poi il camionista ribattezzato “l’uomo di Srinagar” (perché proviene da lì) deve sterzare o fare le curve sembra Sansone contro i Filistei, spesso ci si ferma in prossimità di un ruscello per fare bere il radiatore.
Dopo tre ore finalmente Leh, con un “Insciallah” ho salutato il mio driver mussulmano e nel buio della notte mi sono incamminato verso Changspa, destinazione l’Oriental Guest House, prima della meta un indigeno in “Vespa” mi ha dato un passaggio.
Arrivato alla Guest House sono stato riverito dalla solita valanga di “joole” che ho ricambiato altrettanto calorosamente, per cena non c’era più nulla ma sono comunque riuscito ad elemosinare un piatto di riso in bianco che ho condito con una scatola di tonno portata dall’Italia.

28/8
Sveglia alle 6.00 e lavaggio dei vestiti al ruscello, con le mani ancora intorpidite dal freddo ho fatto colazione con omelette e tibetan bread per poi raggiungere la bus station: alle 9.30 doveva esserci il bus per l’Hemis Gompa ma nessuno l’ha visto così ho cambiato itinerario: destinazione il Gompa di Spituk. Ancora arrabbiato per l’autobus fantasma e per l’ora e mezza di permanenza alla stazione dei bus di Leh sono arrivato in dieci minuti di minibus a Spituk, questo Gompa si trova su uno sperone roccioso, purtroppo la vista che spazia su tutta la valle è rovinata dalla vicinanza dell’aeroporto.
All’interno del Tempio Principale tre Monaci stavano fabbricando un Mandala di sabbia, la vista di quest’opera d’arte mi ha un po’ rasserenato: il Mandala è molto grande e viene fabbricato in due giorni, i Monaci lavorano seduti chini e a gambe conserte su un grande ottagono di legno sul quale è disegnata a matita la figura da riprodurre.
Alcune ciotole contengono la sabbia colorata, per farla scendere vengono utilizzate delle lunghe cerbottane che posano su un cuscino e riducono le vibrazioni, i monaci si aiutano anche con dei manici di coltello che utilizzati ritmicamente permettono alla sabbia di posarsi più delicatamente, ogni tanto fanno la pausa per il tea e cercano di memorizzare il lavoro da fare il cui disegno è rappresentato su un cartamodello, in un angolo un novizio con una lunga cerbottana prova e riprova a disegnare dei fiori di loto, una volta terminata l’opera rimette la sabbia nella ciotola e ricomincia l’operazione.
Tornato a Leh ho sentito nell’aria una musica provenire dal Gompa situato fra Fort Road e Bazar Road, guidato dal suono di questo motivo che ha il potere di sciogliermi il cuore mi sono recato al Tempio e ho chiesto ai monaci dove era possibile acquistare la musicassetta, mi hanno così indirizzato verso il “Mahabodhi International Meditation Centre”, nel pomeriggio ci farò un salto! Vista la fame e attratto dalla descrizione della L.P. del ristorante tibetano “La Montessori”: “serves up big portions of very tasty chinese and tibetan food, and it’s popular with local monks…….” ho ordinato il “today special”, tea tibetano alle erbe e piccole pannocchie fritte, poiché le mini pannocchie erano sei di numero e non ero sazio ho ordinato anche fried noodles e contrariamente a quanto diceva la L.P. i monaci forse……….. avevano cambiato ristorante!
Il pomeriggio è trascorso fra acquisti nella zona del mercato tibetano e del bazar, dopo avere fatto visita al solito “barber shop” sono andato al “Meditation Centre” per acquistare la musicassetta, il centro sembrava una “ghost town” e tutti i discepoli erano in meditazione al piano superiore così ho desistito nell’acquisto, prima di tornare verso Changspa sono salito ancora una volta allo Shanti Stupa per vedere un’ultima volta Leh dall’alto, tutta la valle nella luce del tramonto brillava di un colore rosso porpora da rendere indimenticabile l’addio con la capitale Ladakha.
Alla Guest House mancava la luce elettrica così ho dovuto sistemare lo zaino e fare la doccia assistito solo dalla mia fedele pila, dopo la cena rigorosamente a lume di candela con ravioloni in brodaglia sono andato a dormire.

29/8
Sveglia alle 5.00 per non mancare l’appuntamento con il bus per Manali, la marcia con i miei due zaini ha rappresentato un quindici minuti di autentica passione! La luce inizia prepotentemente a prendere possesso del suo spazio vitale, attorno a me solo i cani e i futuri compagni di viaggio, prima fermata dopo 47 Km per il controllo passaporti a Upshi dove ho ordinato per colazione chapati e omelette, poi il Taglang La che rappresenta il tetto del viaggio (5328 m.) dove una famiglia tibetana ha appeso una fila lunghissima di “bandiere di preghiera” al piccolo Tempio, dopo 184 Km sosta a Pang per il pranzo.
A grande richiesta dei passeggeri abbiamo effettuato una sosta “volante” per i bisogni corporali, mentre anch’io stavo terminando questa operazione l’autista ha dato due veloci colpi di clacson ed è ripartito, velocemente mi sono ricomposto ed ad oltre 4.500 m. ho iniziato un inseguimento che si è concluso dopo un centinaio di metri, ma ero in debito di ossigeno!
Dopo 263 Km percorsi e 12 ore di viaggio sosta per la notte all’accampamento di Sarchu con cena fotocopia rispetto a quella dell’andata a base di fagioli riscaldati e riso, alle 19.30 mi sono “infilato” nel mio sacco a pelo.
Questo viaggio da Leh a Manali sembra meno lungo di quello dell’andata, sarà perché questa strada l’ho già percorsa e idealmente rappresenta l’addio all’India ma questa sensazione sembra comune a tutti gli occupanti del bus, sarà perché mi sono assuefatto a questi mezzi e mi sembra di essere all’ultimo giorno di scuola o di assistere ad una partita di calcio che non ha più nulla da dire e che deve essere giocata fino alla fine.

30/8
Sveglia alle 5.45 con una tazza di chai che è caduta a terra dopo la prima sorsata, fuori è ancora buio e fa freddo che più freddo non si può, mi sono vestito “a cipolla” con tutto quello che ho trovato compresi guanti e cappello di lana, sul bus tutti tossiscono e sembra di essere in un cronicario.
L’autista si lancia a folle velocità nei rettilinei, quando affrontiamo le curve e le frenate il bus oscilla e assomiglia ad un cavallo a dondolo o a una culla manovrata da una mamma; quando incrociamo un altro mezzo l’autista se c’è poco spazio usa la massima cautela, se invece c’è n’è di più accelera facendo il pelo a precipizi e burroni e non si fermerebbe davanti a nulla.
Sosta a Darcha per la colazione, ho ordinato del chapati che ho accompagnato con la Nutella che ancora gelosamente conservavo, era impossibile estrarre dal barattolo la crema alla nocciola perché con il freddo era diventata cemento ed al contatto con il calore del chapati si scioglieva come il sangue di San Gennaro che si liquefa a Napoli nel giorno del Santo Patrono.
In ogni ristorantino le lattine di Coca Cola e le bottiglie di Pepsi da 300 ml. sono messe in mostra come se fossero “Rolex” o i pezzi migliori dell’argenteria di famiglia, dal freddo polare di stanotte siamo passati nel giro di tre ore ad un caldo Sahariano, è in corso una spaventosa inversione termica!
Le foreste di abeti hanno sostituito le nude montagne Ladakhe e dopo Khoksar in questa atmosfera da “alpeggio alpino” abbiamo aggredito i primi tornanti del Rothang Pass, questa è davvero l’ultima volta che percorro questa salita che sembra non finire mai (è la quarta volta in 15 giorni!), la cima del passo è avvolta nelle nubi come il Parnaso, la montagna sacra per gli antichi Greci. Nella discesa verso Manali una Maruti è finita fuori strada ed ha centrato in pieno un albero, questo è uno spettacolo normale, è facile vedere in fondo ai precipizi o sul greto dei torrenti carcasse di autocisterne o camion accartocciati come pacchetti di sigarette buttati via che rimarranno li fino a quando non verranno consumati dalla ruggine.
Dopo 222 Km e dopo 10 ore e mezza di bus finalmente l’oasi di Manali, per la notte ho scelto l’Hotel “Mona Lisa” dotato di TV in bianco e nero, acqua calda (da verificare) e di un copriletto quasi impeccabile con le immancabili lenzuola laide!
Manali dopo la parentesi Ladakha sembra il paese dei balocchi di Pinocchio: la città trabocca di pasticcerie che vendono ogni ben di Dio, dai dolci dalle forme geometriche e dai sapori enigmatici a torte con la glassa dal colore azzurro o verde pisello, ci sono gli autorickshaw che tanto mi mancavano, drogherie che vendono di tutto, un enorme bazar dove ci sono file di negozi che vedono sempre e solo le stesse cose e non si capisce come i negozianti facciano a sopravvivere. Il ritorno alla civiltà ha comportato l’acquisto del giornale “The Sunday Tribune”, una rasatura del mio regale cranio dal “cerusico” dell’andata, una vera cena al ristorante cinese “Mount view”, da bere una soda (più gasata della francese Perrier) con limone!

31/8
Passeggiando per le strade ho notato la somiglianza di Manali con una vera città Indiana brulicante di gente, per le strade c’è una legione di Sadu, mucche sacre e indiani la cui attività principale è quella di non fare nulla. In questa ridente cittadina simile ad una stazione alpina stazionano indiani in vacanza, coppie indiane in luna di miele, questuanti, turisti in partenza per i trekking nella valle, viaggiatori in transito per Leh o la Spiti Valley, stranieri alla ricerca di paradisi artificiali.
Seduto sotto la statua di Nehru che è uno dei padri fondatori dell’India sto osservando la saga quotidiana di questo popolo costretto a vivere nella sua “statica situazione” senza mai poterla ne volerla cambiare. Colazione con pane e Nutella, quando è arrivato il chapati ho iniziato a spalmare la crema alla nocciola sulla grossa frittella ovale ancora fumante, il chapati era piccante per cui questa accoppiata ha rappresentato una colazione nefasta e disgustosa, dopo avere fatto acquisti per le strade del Mall e del Bazar nel tardo pomeriggio sono salito sul bus che mi condurrà a Delhi, questo è un vero bus “deluxe” di foggia occidentale.
Osservare dal finestrino la stazione dei bus di Manali è un po’ come osservare il mondo da una gabbia dorata, oltre il vetro le grandi e piccole miserie della “real India” e dell’India pre Himalayana.
In questa bus station regna un caos primordiale: davanti ai miei occhi i bus giocattolo che mi hanno accompagnato in tre settimane di viaggio, un camion che trasporta polli ammassati in piccole gabbie che sembra impossibile stipare in questo modo, venditori di frutta praticamente marcia o quasi, indiani che si godono il via vai di questo caravanserraglio, mendicanti e tutto attorno montagne cariche di nubi che fra poco ci regaleranno una spruzzata quasi invisibile di pioggia!
Alle 17.00 siamo partiti in perfetto orario ma subito c’è una sosta: un trattore è entrato in collisione con un autobus, questo contatto ha provocato un “graffio” nella carrozzeria del bus e ha causato il blocco totale della strada.
Il proprietario di uno shop si gode in tutto relax questo spettacolo e se ne sta comodamente seduto mentre sorbisce un fumante chai, un centinaio di indiani si accalcano sul luogo del “delitto” e i due conducenti confabulano animatamente, questa sosta forzata non ha fatto altro che creare un ingorgo pazzesco in questa strada di montagna, bus e camion sono affiancati in ambo le direzioni e non ci si muove più; nessuno protesta e questo è un segno dell’ineluttabilità del destino cara alla mentalità Indù ed anche io inizio ad abituarmici!
In Italia questo fatto avrebbe provocato uno sfogo con centinaia di clacson impazziti pari alla vittoria della Nazionale di calcio nella finale di coppa del Mondo, la situazione sembra inestricabile e i mezzi assomigliano ad “automobiline giocattolo” nelle mani di un bambino che le fa cozzare una contro l’altra; ci troviamo in una “sit in comedy” tipicamente indiana e per evitare questo ingorgo primordiale sarebbe bastato che i due litiganti avessero accostato i loro mezzi sul ciglio della strada, ma forse tutto ciò sarebbe stato troppo semplice!
In questa selva di mezzi a motore non esiste un varco, forse uno spillo ci passerebbe ma una bicicletta sicuramente no, caldo ed umidità iniziano a farsi sentire e dopo più di un’ora iniziamo a muoverci lentamente, davanti ai miei occhi sfilano camion e minibus di ogni tipo.
Per la cena ci siamo fermati in un dhaba (snack bar) disperso fra le hills, sul nero nastro d’asfalto vige la legge del più forte e l’uso indiscriminato di trombe e clacson è cosa comune: il tratto di strada da Manali a Kullu è stato molto più pericoloso che l’affrontare i ripidi tornanti del Kunzum La, erano continui gli incontri ravvicinati con bus ed autocarri provenienti dalla direzione opposta, per tutti gli automezzi l’utilizzo dei fari è stato un tabù fino a notte fonda, autorickshaw e camion venivano tranquillamente parcheggiati in mezzo alla strada, intere famiglie di indiani erano sedute sul ciglio della strada e venivano continuamente sfiorate dal nostro mezzo.
La notte è trascorsa veloce in un continuo dormiveglia che mai si è tramutato in sonno profondo.

1/9
E’ l’alba, siamo fermi in una lunga fila incolonnati nella verde campagna del Punjab che è “il granaio dell’India”, questi campi mi ricordano quelli della pianura Padana e il pallido sole che sta nascendo non è altro che il preludio di una feroce e infuocata giornata indiana, come sottofondo un concerto di grilli. In questo drastico cambio di temperatura dove le fresche notti Himalayane sono solo un ricordo i miei vestiti hanno subito una drastica mutazione e sono appiccicati al corpo regalandomi una umida e sgradevole sensazione di sporco. Ogni tanto la marcia riprende, percorriamo una decina di metri poi il motore ricomincia a tacere, dentro e fuori l’autobus un silenzio di tomba, nessun colpo di clacson, nessuna protesta o imprecazione, io continua a guardare l’orologio, le 17.35 sono ancora lontane ma anche Delhi è lontana come lontano è l’Indira Gandhi Airport ed il mio volo per la Tailandia.
Con solo 125 Dollari in un’ora di aereo sarei arrivato da Leh a Delhi, ma trovare il biglietto nella capitale del Ladahk sembrava più difficile che fare 13 al Totocalcio, sono quattro giorni che viaggio in autobus e nonostante i miei calcoli sulle coincidenze fra bus e aerei la mia prossima destinazione sembra lontana anni luce!
Ogni volta che la colonna di mezzi si mette in moto l’autista suona il clacson e ci fa salire, tutti si siedono ai loro posti ma la speranza di riprendere il cammino si smorza subito come la flebile luce di una candela spenta da una folata di vento, facciamo solo qualche metro e poi tutto ricomincia come prima e di nuovo si ridiscende.
Dopo quattro ore la lunga fila che era stata causata da un incidente si è dissolta, abbiamo così iniziato a percorrere gli ultimi 132 Km, dal traffico che c’era sembrava che tutti gli abitanti dell’India si dirigevano verso la capitale, poi finalmente l’interminabile periferia di Delhi.
Dal finestrino ho visto scene già viste a Bombay o a Calcutta: in una enorme spianata i camion della spazzatura scaricavano quintali di rifiuti e i più miserabili dei miserabili ci rovistavano dentro come avvoltoi contendendosi così “i pezzi migliori”, masse di diseredati stipati sui camion e aggrappati ad ogni loro appiglio come ad una scialuppa che sta per affondare cercavano di raggiungere Delhi, venditori che non avevano altro da offrire che due o tre pannocchie male abbrustolite, venditori di “cold water” che offrivano un bicchiere per mezza Rupia (50 paisa), centinaia di autorickshaw ed autobus cittadini che si rincorrevano fra loro.
Dopo 21 ore invece delle 15 preventivate siamo arrivati a Connaught Place, appena sceso dal bus ho fermato un autorickshaw e sono partito verso l’aeroporto, questi mezzi a tre ruote dipinti di giallo e nero somigliano ad api ronzanti e dopo un po’ che inizia il viaggio diventano roventi, la carrozzeria si scalda così tanto da tormentare sia i piedi che ed il sedere del passeggero!
Sono arrivato all’Indira Gandhi Airport a meno di due ore dalla partenza per Bangkok e felice per avere ottenuto la mia carta d’imbarco ho iniziato le ultime operazioni che accompagnano ogni partenza dall’India: dapprima coda interminabile per il controllo del passaporto e timbro di colore rosso sia sul passaporto che sul “boarding pass”, poi seconda fila alla Dogana e secondo timbro di colore azzurro sul “boarding pass”, poi “security chek” e terzo timbro ancora di colore rosso sia sul “boarding pass” che sul cartellino “Air India” del bagaglio a mano con perquisizione sia del bagaglio che corporale, poi controllo che su ogni “boarding pass” ci siano i tre timbri, pena la condanna ad essere rispediti indietro, poi distacco di una parte della carta d’imbarco ed infine prima di salire a bordo ultimo controllo per vedere ancora una volta se sul “boarding pass” ci siano i tre timbri!
Dopo avere terminato questa serie di controlli sono finalmente salito sul Boeing 747 dell’Air India e mentre sorseggiavo un succo di mango siamo decollati, destinazione Bangkok, ma questa è un’altra storia che forse un giorno vi racconterò!

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