I giorni di Tripoli e Sabratha

di Emilio –
Esperienza invernale di partenza da una Milano, gelida prossima al Natale, banalmente illuminata a festa nelle sue vie che non riposano mai, anche nel cuore della notte.
Il viaggio inizia in modo quasi surreale, ad affrontare disguidi aeroportuali, incontri di volti sconosciuti che mi accompagneranno per 12 giorni su ritmi nuovi e diversi, molto stress, leggera ansia, malumori di data recente che vorrei annegare nelle sabbie libiche, a poco a poco, procedendo verso le incognite di una terra vuota e polverosa. E fin dalle prime battute il viaggio e la convivenza con i compagni di ventura si rivelano problematiche. L’aria che si respira e’ carica di aspettative e di timori, la tensione e’ palpabile e transita dall’uno all’altro come una corrente elettrica. A Tripoli, terminate le pratiche di cambio valuta (versando i nostri ambiti euro riceviamo un fascio di banconote colossali sufficienti per riempire un
cuscino) all’interno di una sala che accusa l’usura del tempo e la vetusta’ della attrezzature, ci avviamo a bordo di un moderno mini-bus Renault, diretti ad un albergo di medio livello poco distante dalla medina. L’albergo, interessante per alcuni motivi architettonici e isolato come una cattedrale nel deserto in un ampio spazio dai confini indefinibili, in fondo non si discosta molto dal modello di hotel cui siamo abituati in Occidente.

La prima giornata libica e’ dedicata alla visita alla zona centrale della citta’, il suk della medina, molto caratteristico per i suoi vicoli coperti da volte in muratura, non larghi come quelli visti a Marraketch, ma altrettanto riempiti da una folla variopinta e inquieta che li percorre senza fretta. Gia’ si osserva il motivo dell’arco andaluso come ricorrente e si respira l’atmosfera magica del mercato arabo, la luce scarsa che filtra lateralmente dalle vie di uscita, gli aromi pungenti, le voci gutturali di richiami. La quantita’ e qualita’ delle merci esposte non e’ particolarmente degna di nota, ma si riesce a scorgere tutto cio’ che puo’ essere necessario alla normale esistenza del cittadino libico. L’abbigliamento della gente comune appare dignitoso, pur privo in genere di raffinatezze e segni particolari di eleganza all’occidentale. Mancano i mendicanti che tristemente afffollano piazze piu’ famose del mondo arabo. Entriamo al museo della Jamahirya ricavato in un settore del castello di Tripoli e ci perdiamo nelle grandi sale che illustrano la storia della Libya dagli esordi in epoca neolitica fino agli anni della rivoluzione. Nell’atrio del piano terra il cimelio piu’ curioso e’ la Wolkasvagen Maggiolino di color verde chiaro che fu usata personalmente dal colonnello negli anni della grande trasformazione.

Il giorno successivo si parte di buon ora per una escursione a Sabratha con il consueto mini-bus, un po’ scomodo e rumoroso, sebbene affidabile. La strada e’ ampia, polverosa sui bordi, liscia e non sconnessa. Qui mancano le aggressioni delle intemperie a lacerare l’asfalto. Si traversano ampie zone nelle quali la sabbia sconfina. Da queste parti crescono palmizi da dattero che raramente riescono a formare un consistente arboreto. Qua e la’ scorgo alberi che mi diranno essere acacie, e numerosi eucalyptus.
La diffusione del’eucaplyptus fu un in ingenuo tentativo di alleviare il problema della zanzara malarica coltivando un’ essenza che potesse costituire un antidoto naturale. Sono abbondanti anche gli arbusti di leguminose, di colore verde scuro, e zolle di erba corta e verdissima, segno di piogge recenti, ravvivano il paesaggio regalando un impressione di primavera incipiente. Sulla strada asfaltata si affacciano, a cadenza quasi regolare, basse case, per lo piu’ bianche od ocra, i colori del materiale piu’ diffuso. Le architetture sono semplici e lo sviluppo in altezza limitatissimo. Noto un disordine apparente e trascuratezza ovunque; una miriade di sacchetti di immondizia integri o gia’ lacerati da animali o dal vento del deserto sono sparsi su di una vasta superficie. Si tratta per lo piu’ di materiali non biodegradabili, come flaconi e bottiglie di plastica, ma anche lattine di birra analcolica o flaconi di vetro. L’ effetto visivo e’ deprimente, ma occorre sospendere qualsiasi giudizio morale sugli abitanti di questa terra i cui usi e costumi secolari distano anni luce da quelli cosiddetti “evoluti”. L’embargo economico Lo stesso colonnello Gheddafi, la guida effettiva del Paese, colui che ne ha fatto uno Stato funzionante e relativamente equo, e’ nato nel deserto alle spalle di Sirte, a 20 chilometri dal mare, in una tenda di pelli di capra, da genitori analfabeti.
Il regime di sanzioni imposte dalle Nazioni Unite a partire dalla primavera del 1992 ha giocato un ruolo importante nel rallentamento della crescita economica e nel ritardo con cui il Paese si appresta alla modernizzazione degli usi e dei costumi sociali. Le sanzioni economiche contro Tripoli sono state ormai revocate nell’anno 2000, ma il cammino della Libya come quello di tutti i Paesi africani verso l’effettiva indipendenza e dignita’ nelle relazioni economiche internazionali e’ ancora lungo e accidentato.

Lungo la carreggiata delle strade importanti manca la segnaletica orizzontale ed e’ scarsa anche quella verticale, rigorosamente in lingua locale. Il parco auto circolante e’ composto da svariati modelli di varie case automobilistiche, ma i giapponesi della Toyota e della Honda la fanno da padroni. Forse il pragmatismo tipicamente orientale ha prevalso sulla ragion di stato? Le nostre auto Fiat, che credevo abbondanti in una nazione da sempre legata strettamente all’economia italiana, sono scarse. Molti veicoli sono danneggiati esternamente, malamente rabberciati nella carrozzeria e molto impolverati o infangati (la pulizia richiede abbondanza d’acqua, tempo e denaro). In compenso sfrecciano in modo anarchico sorpassandosi senza alcuna regola di precedenza! Restando sulle notazioni negative, notiamo una relativa scarsita’ di pompe distributrici di carburante…e si tratta di un Paese che produce il miglior petrolio nel mondo. Lungo la via che percorriamo compaiono negozi ricavati in tuguri, o fabbricati che assomigliano a baracche. Nussuna insegna della CocaCola, piu’ abbondanti quelle della Pepsi, la grande rivale. Ma le multinazionali americane sono presenti capillarmente sul territorio grazie alle sigarette. Grandi icone della Marlboro troneggiano sinistramente all’ingresso di botteghine minimali, quasi a simboleggiare lo strapotere dei paesi ricchi del mondo su quelli poveri e oppressi. Mentre nei paesi ricchi del mondo si promuovono campagne contro l’uso del tabacco, nei Paesi emergenti purtroppo altre urgenze sono all’ordine del giorno… Il progetto ideale del colonnello di unificare il mondo islamico diventa sempre piu’ astratto e irreale, di fronte alla continua seduzione esercitata dai paesi occidentali su governi troppo facilmente corruttibili, abbarbicati ad un potere che deriva dalla forza dei clan e delle tribu’ locali piuttosto che essere frutto di un processo democratico.
L’ Africa di oggi necessita di unita’, di pace, di acqua, viveri per la sopravvivenza. A causa di ragioni di scambio inique svende invece le sue ricchezze naturali e riceve armamenti che vengono usati per guerre fratricide. Anche le epidemie catastrofiche di cui i paesi africani sono colpiti rappresentano i sottoprodotti della dominazione neocoloniale e della dipendenza politico-economica.
La censura di regime sulla stampa pare sia notevole qui in Libya, ma si notano numerosissime parabole per uso televisivo sui muri di case anche modeste. Nessuo puo’ fermare a lungo il libero fluire delle onde hertziane trasportatrici di inquitetanti modelli culturali ma anche di informazione molteplice…Altro segno di progresso, stavolta economico, sta nella presenza di condizionatori di aria molto diffusi ovunque. Le automobili, anche se danneggiate e sporche, circolano numerose per le strade di Tripoli, formando un traffico caotico e quasi sregolato. Arduo e’ l’attraversamento delle zebre pedonali, inattivi sono i vigili urbani che stazionano agli incroci senza sbracciarsi per dirigere i flussi come da noi. Stanno immobili a vigilare, semplici osservatori.

Nei dintorni di Tripoli visitiamo una moschea. Entriamo scalzi ed e’ come trovarsi dentro un’oasi di frescura e benessere. L’aria e’ satura di incenso. Agli angoli della sala tre fedeli, seminascosti dalle colonne e dalla penombra, pregano, ed un piacevole suono formato dalle loro litanie sacre si spande come da un luogo indefinito. I fedeli modulano la voce con grande maestria e l’effetto e’ realmente suggestivo. Senti annullarsi la dimensione spaziale-temporale intorno a te, cioe’ la moschea ti appare come un non-luogo. L’interno della chiesa e’ disadorno, e la luce scarsa proviene da tubi al neon. A intervalli regolari colonne bianche, dipinte piuttosto grossolanamente a smalto, movimentano lo spazio. Tappeti isolano le estremita’ del corpo dal freddo della pavimentazione.



NEL DESERTO

La via per Gadamish e’ un lungo nastro di asfalto chiaro. Lungo la strada il paesaggio non cambia molto, e se cambia cambia lentamente, cosi’ come l’aspetto della gente, sempre scarsissima. Terra rossa e sabbia, pietre di forma irregolare, radi cespugli che somigliano a ginepri nani e palmizi costituiscono la caratteristica saliente dei luoghi. Dopo centinaia di chilometri percorsi avvistiamo alcuni dromedari al pascolo brado. Sono scuri di manto e ridotti nella stazza. A Nalut si sosta per visitare il villaggio antico, suggestivo e quasi surreale nell’oceano di aridita’ del deserto. Tuguri di argilla lavorata, diroccati e inondati di luce sfidano il tempo. Il vento costante ma non violento ti ricorda che quel che vedi e’ reale e destinato a sgretolarsi. Quel che vedi non e’ che un frammento di civilta’ ai confini con il nulla. Pochi uomini, venditori di te’, stazionano nei pressi di una costruzione circolare formata da cellette e adibita un tempo a contenitore fortificato di granaglie e olio per gli abitanti della comunita’. Le loro poche masserizie brillano al sole.
Le donne sembrano assenti anche qui, piu’ che altrove. Un pastore giunge al villaggio con un gregge di pecore belanti. Tutto appare all’insegna della poverta’ e dell’essenzialita’. A Gadamish si giungera’ in serata. La notte sta calando sul deserto e luci lontane ci avvisano che la citta’ non e’ lontana. La vegetazione diventa sempre piu’ rada e stentata, la polvere prevale sulle zolle di terra. Si entra nel nucleo abitato attraverso viali illuminati da lampioni sferici a luce gialla. Alloggiamo presso un’ antica casa berbera, proprieta’ di un notabile del luogo, legato al governo di Gheddafi, questa e’ la voce che circola fra i presenti. Ma qui a Gadamish i pannelli con la gigantografia del colonnello sembrano meno frequenti rispetto ad altri posti, anche minori. Notiamo che in ogni ritratto compare un Gheddafi diverso sia per eta’ che per abbigliamento. Di sicuro una prova del culto della personalita’ di cui si circonda il grande leader libico, abile e spregiudicato, ma anche timoroso di perdere la base di consenso che lo ha sostenuto fino ad ora contro ogni sorta di affronto interno e straniero.
Nella casa berbera la corrente elettrica salta di frequente ma siamo contenti di trovarci in un luogo cosi’ tipicamente africano e scordiamo perfino il freddo negli ambienti interni che costera’ ad alcuni di noi lievi malattie respiratorie.

Sto scrivendo queste righe al cospetto di una modesta moschea di periferia, dalle mura scolorite dal tempo. Il Muezzin recita la solita litania da altoparlante. Piu’ lontano risuonano le note di un altro muezzin. La voce in breve si affievolisce e poi si spegne, e gli unici rumori restano quelli delle poche auto locali e dei sacchetti di cellophane presenti dappertutto. Plastica e vetro si trovano ovunque esista un agglomerato urbano. Davanti a me intravvedo il Sahara, enorme tavolato dai colori tenui, e un bosco fitto di palme. Ragazzini di eta’ varia giocano nella polvere con un ombrello colorato da pioggia, fra i ruderi e le case. Li convinco a lasciarsi fotografare nei loro abitini impolverati e consunti. Noto sui volti tracce di malattie della pelle, croste di cui ignoro l’origine, ma di sicuro attribuibili a scarsa igiene o dieta povera di oligoelementi e vitamine. I negozi di alimentari del paese forniscono quasi esclusivamente generi a lunga durata, come lo scatolame, ma il mercato di strada vende ottima frutta, specie agrumi bitorzoluti, ma anche pomodori, bietole, banane, pere, fichi secchi, granaglie, carote, sedani, peperoni, nonche’ pistacchi, arachidi e mandorle locali. Apparecchi elettrici ed elettronici sono reperibili a pochi passi di distanza, proprio vicino ad un bell’ albergo rinnovato dalle insegne luminose. Le officine meccaniche forniscono i pezzi di ricambio per i pick up Toyota, che a volte servono per trasportare turisti nelle oasi del deserto sabbioso, altre volte per traffici meno nobili, come l’espatrio di immigrati clandestini dall’Africa nera piu’ a sud.. A mezzogiorno, vagando in solitaria, non riesco ad identificare un ristorante accettabile per i nostri standard e il mio pranzo a base di biscotti si consuma sui gradini di una casa con vista sul centro. Godo questo breve tempo spendibile a piedi, contento di essere finalmente sbarcato dal minibus che ci ha condotto qui senza incidenti, cosi’ come il marinaio e’ contento di sbarcare dalla nave dopo lunga navigazione. Il viaggio di trasferimento da Tripoli e’ durato molte ore, a velocita ridotta di 80 km orari, come da regolamento. A bordo, oltre a noi e all’autista Aziz, c’e’ una presenza discreta ma costante, un agente della polizia turistica che ci segue, non richiesto (!) per l’intero nostro viaggio. Il suo nome e’ Mohammed. Probabilmente la sua mansione consiste nella protezione e nel controspionaggio. Ignoriamo se sia armato. Non sappiamo neppure se comprenda l’inglese o l’italiano.

Rifletto sulla relativita’ delle stagioni nel mondo, dato che qui e’ difficile cogliere il senso dell’inverno, poiche’ il sole scalda l’aria costringendoci alle maniche corte. Mentre sono assorto affluiscono pochi fedeli alla moschea, altri escono senza fretta, come si esce dal cortile della propria casa. Dalla porta dietro le mie spalle (sono seduto su gradini nuovamente) escono una giovane donna elegantemente vestita e la sua bimbetta. Mi sento improvvisamente un intruso a casa d’altri e decido di muovermi. Percorro la strada polverosa e ampia del paese. Grandi spazi non utilizzati ma mai ordinatamente vuoti si alternano a grappoli di case ad un piano. Il colore ocra si fonde vsivamente al colore grigio delle costruzioni piu’ recenti. I vari spazi sono percorsi anche da donne in abito islamico. Noto che le forme del corpo sono quasi celate. Rifletto sul fatto che, forse, un simile tipo di indumenti che, per cosi’ dire, smaterializza la donna, ne accentua in realta’ il fascino che e’ fatto di mistero, distacco, leggerezza. La bellezza femminile non viene ostentata ma e’ intuita, percepita dietro i veli e le vesti. In occidente la donna e’ carnalita’ che straripa dai jeans attillati, tanto che puoi quasi cogliere il colore della pelle. Paradossalmente la gente qui e’ piu’ spontanea, malgrado la notevole ritualizzazione dei comportamenti sociali, l’abbondanza di gesti codificati, la religiosita’ diffusa che permea l’esistenza di quasi tutti.
I ragazzi si affollano intorno a me durante le soste per la scrittura di questo taccuino, e non si notano segni di ostilita’ o diffidenza anche da parte dei numerosi abitanti di pelle scura. Sono gli immigrati da Sudan, Ciad, Niger che un tempo Gheddafi accoglieva entusiasticamente, cercando di convincere i suoi cittadini libici a mescolarsi con loro attraverso matrimoni misti. Molti libici di ogni eta’ vorrebbero comunicare con noi senza che ve ne sia la possibilita’, ma anche l’ostacolo della lingua straniera non li turba. Con gesti e saluti esprimono comunque segnali di buona accoglienza. Quando scende l’oscurita’ mi aggiro per le strade cercando di cogliere frammenti di verita’ su questa isola nel deserto. Oltrepassando la strada che lambisce l’abitato si spalandca l’orizzonte ed una enorme distesa di colore tenue confonde lo sguardo.
Il Sahara marocchino che avevo conosciuto nel luglio del 1987 era inquietante e portatore di sofferenza. L’hamada di Gadamish invece appare rassicurante, come un enorme tavolo da gioco, con le sue sporgenze costituite da rilievi collinari.
Al buio, dopo le 19, si accendono i lampioni e le case sembrano quasi villette. Tutto diviene suggestivo.
La mattina, una di quelle mattine inondate di luce da farti credere ad una estate inaspettata, ci si inoltra nella citta’ vecchia, la vera meta della lunga digressione verso Gadamish. Entriamo nel borgo fatto di case e tuguri di argilla, vicoli di terra ocra, minuscole piazzette nascoste, dove venditori di cianfrusaglie e souvenirs (non sempre di pregevole fattura) attendono pazienti i turisti, similmente a ragni che tessono la tela. Un vecchio berbero fa da cicerone e precede i nostri passi raccontando quel che sa in italiano approssimativo ma comprensibile. Curiosa la testimonianza di un uso antico secondo il quale gli uomini camminavano rigorosamente sul lato sinistro di un lungo tunnell coperto e fresco, delimitato dai muri di abitazioni, mentre le donne erano tenute a procedere sul lato opposto. Quando un giovane desiderava dichiarare il proprio interesse per una fanciulla era uso che deviasse dal suo cammino portandosi sul lato destro e, trovandosi di fronte all’amata, le palpasse il seno al buio. Un gesto audace ed esplicito, e’ vero, ma anche fortemente evocativo e simbolico. Non ci e’ dato sapere quel che poteva succedere in caso di diniego (quali parti anatomiche maschili venissero colpite altrettanto simbolicamente)

SULLA COSTA MEDITERRANEA

Si riparte da Gadamish di buon mattino. Il cielo e’ velato. Noi siamo stanchi e provati. Si ripercorre in gran parte l’itinerario dell’andata fino al villaggio di Kabaw, anch’esso dotato di antico granaio e nucleo di abitazioni berbere. Una pace senza tempo grava su questo luogo. Terra e polvere del Sahara sono elementi predominanti nell’ambiente. Poi nuova sosta al villaggio di Gharian, dove visitiamo un’abitazione berbera trogloditica del XV secolo, costruita ricavando spazi nel sottosuolo che garantissero frscura nella torrida estate e tepore nel gelido inverno desertico. I vani sono numerosi e notevolmente ampi, le volte basse e i cunicoli di accesso bui ma comodi. Due donne anziane si fanno trovare accovacciate all’interno del corridoio di entrata, su di una stuoia, intente alla tessitura della lana. Dopo la nostra partenza scompaiono richiudendo il portone di accesso. Un gesto di cortesia rimarchevole. In serata arriviamo ad Al-Khums, al termine del lungo viaggio di trasferimento verso la costa. L’albergo e’ un banale hotel che potrebbe trovarsi ovunque, con ampi spazi (tutte le abitazioni libiche si stendono in orizzontale e raramente in verticale) arredati sommariamente ma con gusto discreto. Le camere sono normalmente ampie e luminose, i letti accettabili, anche se, in ultima analisi, si puo’ notare una serie di malfunzionamenti che sarebbe facile eliminare. Il servizio e’ buono e il personale disponibile. Anche qui comunque, dalle finestre si avvista l’immancabile distesa di sacchetti neri di spazzatura sparsi dovunque. La attina dopo, finalmente , Leptis Magna E’ magnifico il sito archeologico di Leptis Magna. L’impressione che si ricava accostandosi ad archi, statue, colonne, e’ quella di trovarsi proiettati in un ‘altra epoca, come passeggeri di un viaggio nel tempo, un mondo a se’. La luce solare e’ tenue, nuvole bianche velano il cielo e rendono ancora piu’ bello e irreale l’intero quartiere antico. Dentro Leptis perfino i turisti non mi disturbano. Sono pochi e la loro presenza sembra quasi rassicurante. Da Leptis dobbiamo nuovamente muoverci per un lungo massacrante trasferimento in minibus a Sirte.

Da Sirte, scalo tecnico per le nostre membra intorpidite, si riparte la mattina verso Benghazi, citta’ che a me pare la vera capitale libica, a giudicare dai palazzi imponenti e dall’aspetto di modernita’ che si respira in giro per le sue vie. Lungo il viaggio si sosta per visitare una zona archeologica benedetta dal duce durante un sopralluogo. All’interno di un prato vediamo pochi sassi battuti dal vento, resti di iscrizioni in latino su pietra testimoniano la misera e vergognosa pagina di storia scritta qui dai nostri connazionali qualche decennio or sono…

Dopo trasferimento di 260 km la mattina e’ dedicata alla visita di un’antica citta’ cirenaica circondata da uno splendido scenario naturale, fatto di terrazzamenti ricoperti da vegetazione mediterranea rigogliosa. La campagna e’ arsa dal sole e sferzata dai venti, ma ricca di arbusti spinosi ed eucalyptus. Un pastore dal volto rugoso, avvolto nella tunica come un personaggio da presepe, guida il gregge di pecore bianche con testa nera sull’altipiano ricco di erba corta e verdissima come un muschio. Fra le colonne ancora in piedi e le rovine imponenti si vede la striscia di azzurro carico del mare e quasi mi stupisco notando che il Mediterraneo qui sia il medesimo che bagna le nostre coste. Guardando alle colline ognuno di noi ripensa alla Sardegna, cosi’ solare e povera d’acqua. L’acqua veniva raccolta e incanalata dai romani attraverso aperture quadrate sul terreno, oggi perfettamente conservate come trappole a cielo aperto per incauti ragazzini. Il museo locale contiene splendide testimonianze di scultura classica e pregevoli bassorilievi. Si riparte per visitare un’antica basilica paleocristiana bizantina, luogo dove l’arte si e’ espressa con mosaici raffiguranti animali della fauna esotica secondo uno stile naiv e una purezza che commuvono. E fatico a pensare che in un mondo ancora arcaico e legato ai bisogni della sopravvivenza, come quello classico, siano esistiti artisti che dedicavano tempo ed energie creative ad attivita’ non produttive.
Il viaggio prosegue nei dintorni, fino a raggiungere un sito di montagna dove si trovano raffigurazioni antropomorfe scolpite nella roccia e risalenti all’epoca neolitica: uno dei tanti gioielli archeologici a mala pena segnalati da un misero cartello in lingua araba. La via del ritorno verso l’albergo non e’ delle piu’ agevoli, in quanto il buio incipiente ed una fitta nebbia ostacolano la marcia del Renault sul quale siamo stipati alla meno peggio in compagnia dei nostri bagagli. Un dromedario attraversa la carreggiata e rischiamo l’impatto. La nebbia di dirada scendendo di quota, e si corre fra alberi di eucalyptus, antidoto contro la malaria, arbusti verde scuro, terra argillosa, sabbia, ulivi. A volte gli ulivi, in Tripolitania, sono distribuiti in filari di enorme estensione, un po’ come i pioppi sulle terre sabbiose lungo i fiumi del nord Italia. Sono i coltivi piu’ grandi fra quelli notati in Libya dal finestrino del bus. Qua e la’ nella campagna si scorgono casottini bassi di pastori, greggi di pecore, qualche capra, qualche cavallo. Un mondo di umanita’ rarefatta e aria pura. Anche in Cirenaica la strada principale e’ interrotta da alcuni check point, dove sparuti agenti vestiti in divisa alquanto imperfetta e armati di kalashnikov chiedono documenti di viaggio.
Segue di solito una disscussione breve e animata con il nostro agente a bordo e il viaggio riprende. La presenza della milizia nei paesi e nelle citta’ appare scarsa…segno di poca criminalita’ o di carente organizzazione?

Scrivo anche oggi, 2 gennaio 2006, con mano malferma a causa della nevralgia che mi sta rendendo piu’ faticoso muovermi per le esigenze quotidiane e accorcia di molto il mio tempo di sonno la notte. Son gia’ desto alle 5 del mattino e sento il muezzin che invade l’aria calma con il suo canto ritmato e melodioso. Poi torna il silenzio, e fuori e’ ancora buio. La religiosita’ e’ molto sentita anche qui in Libya, il paese piu’ laico del mondo arabo. Il nostro autista, Aziz, a volte ferma l’auto, accostando a destra, e senza dire nulla scende a terra, percorre alcune decine di metri nel deserto, si ferma e prega, dapprima in pedi, rivolto alla Mecca, poi inginocchiato compie le flessioni rituali. Ho digerito da poco la cena luculliana che abbiamo ricevuto nel ristorante turco, dove ci hanno servito enormi portate di carne e di pesce che sarebbero sufficienti a risolvere la fame di un esercito di commensali e mi trovo immobile nella stanza 116 del residence dove siamo alloggiati.
Infreddolito e dolorante penso ai volti e ai colori di questo breve viaggio nello spazio libico, ma anche nel tempo di esistenze, le nostre, cosi’ cariche degli echi di dolori passati e mai dimenticati, felicita’ intraviste, progetti abortiti, speranze cui aggrapparsi per il futuro. E penso che comunque sia possibile cogliere l’attimo che fugge se si e’ capaci di correre piu’ veloci del nostro destino. La giornata di capodanno e’ trascorsa, faticosa e surreale, a causa di malumori mattutini e di lunghi trasferimenti sulle colline fra Benghazi e Tobruk, alla ricerca dei siti archeologici di Cirene e Apollonia. Sul tavolo di una stazione di rifornimento sono comparsi dolci italiani, torrone, schegge di parmigiano e altre leccornie generosamente donate dai compagni di viaggio. (Io mi sono accontentato di una terrificante colazione libica divorata con il cronometro al polso che ha sottoposto il mio gia’ provato organismo ad una prova di eroica resistenza). Magnifiche le vedute dei resti della citta’ antica di Cirene, spesso ben conservati, immersi nella macchia mediterranea. Odore di timo, profumi di natura viva. Manca l’incontro con animali selvaggi, ma se ne intuisce la presenza. E’ bello camminare fra le rovine greche o romane che non perdono nulla della primitiva bellezza abbandonando schegge di se’ al terreno arido. Dominano sull’ambiente circostante, si impongono a qualsiasi presenza umana. Sono cosi’ immanentemente reali e tangibili da sembrare finte….

Ma oggi, all’alba, nell’anonima stanza del residence di Benghazi, sento soltanto un desiderio di luce forte a colpirmi negli occhi, e di calore che mi riscaldi le ossa. Oggi all’alba sento compassione per me stesso povero ricco occidentale. Oggi all’alba vedo soltanto i miei occhi stanchi e stupiti specchiarsi nel muro davanti a me. Una inutile televisione incombe sopra il mio capo, pronta a trasmettere disgustose notizie di un mondo oltre queste spiagge, un mondo che spesso vorrei rimuovere, sapendo di non poterlo trasformare e migliorare. E chissa’ perche’ non tento di riprendere sonno come tutti i turisti che mi accompagnano. Ripenso ai minuscoli centri commerciali libici, che appaiono all’improvviso sulle vie nazionali di counicazione, le file di modeste bottteghe dall’aspetto di garage, riforniti di agrumi, acqua, lattine, scatolame. Fili elettrici che si incrociano disordinatamente, carcasse di capretto a penzolare dai ganci della macelleria senza refrigerazione, il girarrosto che rosola i polli sul bordo della strada, bene in vista, qualche tavolino di plastica dove ti puoi divertire ad immaginare il Calindri del Cynar seduto con la bottiglia scura davanti. E i pannelli dei molti Gheddafi, i ragazzini che si aggirano come insetti frenetici, le donne libiche che frusciano veloci e silenziose, le lampadine semplici e nude appese a lunghi fili.
Su tutto grava un strato di polvere che le rare piogge non riescono a cancellare… Per ora.

 
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