Un mare di sabbia….e non solo!

di Claudio Perotti –
La destinazione:
Da tempo desideravo intraprendere un viaggio dedicato al deserto. Ho raccolto informazioni presso amici, conoscenti, viaggiatori al fine di individuare la meta più affine a ciò che andavo cercando. La scelta è caduta sulla Libia. Oltre ad avere zone ove predominano stupendi deserti di dune, la Libia offre siti di grande interesse archeologico, basti citare Leptis Magna, Ghadames, i graffiti del Methkandoush, le pitture preistoriche dell’Acacus. E’ un itinerario che nasconde qualche disagio, quindi è fondamentale essere profondamente motivati e consapevoli delle caratteristiche di questo tipo di viaggio. A mio giudizio la bellezza e l’esperienza che se ne trae ripaga ampiamente di quelle inevitabili scomodità che si sono dovute affrontare.

Il viaggio:
E’ durato 2 settimane, dal 15 al 29 marzo 2003. Ho fatto parte di un gruppo composto da 7 persone.

Le sistemazioni:
8 notti passate in tenda, 3 in albergo a Tripoli, 1 in casa privata a Ghadames, 2 in capanne presso camping.

Gli spostamenti:
Abbiamo percorso circa 1400 km su jeep 4X4. 700 km su un pullmino. Un volo interno da Sebha a Tripoli.

Il territorio:
Il nostro tour ha toccato la parte occidentale della Libia, ossia la regione della Tripolitania per quanto riguarda la zona costiera; la regione del Fezzan per quanto riguarda la parte centro-meridionale del paese.

Il paesaggio:
Il deserto di dune è stupendo, ha esercitato su di me un profondissimo fascino. Poi ci sono le sconfinate distese di nere e lucide pietre basaltiche, le polverose spianate di ciottoli, l’alternarsi di dune e di scure guglie rocciose, le acacie ed i cespugli che in alcune zone vincono la severità del deserto, i verdeggianti palmizi che, come un miraggio spuntano dalla sabbia, all’improvviso, nella regione dei laghi.

Il clima:
Notevole l’escursione termica. Di notte ha sempre fatto abbastanza fresco. Alcune volte freddo. In un paio di occasioni la temperatura è scesa addirittura a solo 2 o 3 gradi sopra lo zero. Di giorno si è arrivati anche a 35 gradi (al sole). Il vento è stato una presenza costante. Quasi sempre piuttosto freddo e fastidioso, quando si trasformava in brezza rendeva il clima estremamente piacevole. In un paio di occasioni è stato caldo e forte: preludio delle due tempeste di sabbia in cui siamo imbattuti.

I pasti:
Cucina da campo. A parte il primo e l’ultimo giorno, abbiamo sempre cucinato noi. Buona parte del vettovagliamento è partito dall’Italia. Oltre a pentolame ecc. la scorta viveri era composta da pasta, minestre liofilizzate, formaggi, insaccati, confetture e scatolame vario; cioè tutto quanto potesse servire per un’alimentazione opportuna ed equilibrata. Pane, frutta e verdura li abbiamo acquistati, quando possibile, sul luogo.

La moneta:
La moneta locale è il dinaro libico. Conviene cambiare all’aeroporto o tentare preso qualche sportello bancario sempre a Tripoli. Uffici di cambio non ne ho visti e le banche fuori Tripoli potrebbero anche non cambiare (a noi è successo a Germa). I cambi applicati sono stati i seguenti: 1, 392 Dinari per 1 $ e 1,535 Dinari per 1 €.



La gente:
Da pochissimi anni il governo libico ha aperto le frontiere al turismo. Ci sono stati momenti di chiusura totale. La gente è ancora molto poco abituata al turismo, niente a che vedere con gli approcci o gli assilli che normalmente si vivono in altri paesi nordafricani più turisticizzati. I libici sono più sulle loro, spesso li ho trovati un po’ chiusi, indecifrabili. Molto spesso la nostra presenza, destava curiosità. Per la quasi totalità del viaggio ci siamo trovati in situazioni ove eravamo gli unici occidentali nell’arco di non so quanti chilometri ed è quindi stato normale che fossimo “guardati”, ma questo è avvenuto sempre con molta discrezione da parte loro. E’ un popolo profondamente religioso, ma il fondamentalismo islamico non ha mai attecchito da queste parti. Un importante aspetto di cui voglio raccontare, è relativamente all’inizio della guerra in Iraq. Eravamo nella cittadina di Ghat, quando è giunta la notizia. Posso affermare che né allora né mai nei nostri confronti è stato manifestato nemmeno il più piccolo segno di ostilità.

L’itinerario:

Sabato 15/03/2003:
In meno di 2 ore di volo da Roma si raggiunge Tripoli. Un tempo veramente esiguo, se consideriamo che passiamo …”da un mondo all’altro”. Arrivati all’aeroporto di destinazione e sbrigate le solite formalità d’ingresso, ci dirigiamo ad uno sportello di cambio, dove ci procuriamo la valuta locale.
Incontriamo il corrispondente libico dell’agenzia con la quale l’esperta coordinatrice del nostro gruppo già si era messa in contatto dall’Italia, allo scopo di definire l’itinerario di massima e ciò che si sarebbe reso necessario. Paghiamo il convenuto e in pullmino raggiungiamo l’albergo che ci ospiterà per una notte. Bab al-Jadid, (Sharia al-Corniche). Prezzo: 35 D la camera doppia, 25 D la singola. Prima colazione inclusa. E’ una costruzione recente, situata in zona centrale, vicino al mare. Nella zona vi sono molte altre costruzioni nuove. Da come si presenta l’entrata e la hall sembrerebbe un albergo addirittura di lusso. Una volta viste le stanze, rivediamo le nostre valutazioni. Sono piccolissime, il bagno minuscolo, però con doccia con acqua calda. Sono dotate di televisore ed aria condizionata. Comunque vanno benissimo, per le nostre esigenze.
Lasciamo il bagaglio, risaliamo subito sul pullmino che ci porta alla Piazza Verde, il cuore di Tripoli. Divide la medina, simbolo della Libia tradizionalista, con negozietti, venditori ambulanti, ove si respira ancora un certo attaccamento ai costumi ed agli usi, con la parte della città più occidentaleggiante, con negozi di lusso ed un’aria molto più moderna.
Oramai è pomeriggio inoltrato, conveniamo di fare una visita di un paio d’ore ai dintorni e alla medina, prima di cena. La medina è un brulicare di gente, un dedalo di viuzze che coprono un’area piuttosto vasta. Noto un elevato numero di persone di colore, più di quanto mi aspettassi, segno questo di una forte immigrazione delle genti dell’africa nera verso questa nazione, molto più ricca rispetto alla media africana. Questa medina non ha certo il sapore esotico di quelle marocchine, ma ha comunque un suo netto connotato, con tutti gli edifici bianchi e gli infissi e le serrande dei negozi colorati di verde. Cena al ristorante “Lebanese Food” (Great Jamaherta). Locale accogliente, mangiamo molto bene al prezzo di 12 Dinari a testa. Menù a base, naturalmente, di specialità libanesi.

Domenica 16/03/2003:
Di buon mattino, partiamo alla volta di Ghadames. Dobbiamo raggiungere la nostra meta entro sera e lungo la strada abbiamo una tappa importante: l’antica città di Sabratha. Subito ai margini del centro urbano di Tripoli, lungo l’importante arteria di collegamento percorsa, notiamo un’abbondante presenza di rifiuti. Purtroppo questa sarà una costante delle periferie urbane da noi attraversate. Arriviamo dopo 1 ora circa. Come la stragrande maggioranza dei siti archeologici, il prezzo del biglietto è di 3 Dinari ciascuno, se si desidera fotografare ci vogliono altri 3 Dinari. Data l’importanza e la vastità dell’area da visitare, ingaggiamo per 40 Dinari una guida, che ci accompagnerà nella zona archeologica. Resti di diversi complessi termali, di templi, colonnati, qualche vestigia punico-fenicia. Interessante, certo, ma sinceramente mi aspettavo qualche cosa di più. Eccezionale invece il teatro, nonostante abbia subito un’opera di restauro particolarmente intensa, regala un impatto d’effetto, grazie alla sua imponenza, con i tre ordini di colonne corinzie che si ergono per oltre 20 metri dietro il palcoscenico. Era il teatro romano più grande dell’Africa, a testimonianza dell’importanza che ricopriva la città di Sabratha. Abbiamo visitato anche il museo annesso agli scavi (ingresso altri 3 Dinari), il quale custodisce solo reperti trovati nel corso degli scavi condotti nella zona, tra cui i grandi mosaici che adornavano la basilica di Giustiniano. Al momento gli scavi sono sospesi, anche se è stato stimato che una buona metà della città giace ancora sotto la sabbia. Al termine della visita ripartiamo e dopo circa 3 ore di strada arriviamo a Nalut, cittadina famosa per ospitare nei suoi pressi un antico granaio berbero fortificato. Scendiamo dal nostro veicolo, un forte vento gelido ci accoglie. Paghiamo l’esiguo biglietto d’ingresso ai guardiani, i quali molto gentili, ci accompagnano nella visita di questo strano sito. Il luogo è molto ben conservato, girando nelle strette viuzze del complesso, si possono vedere uno accanto all’altro le anguste stanzette dove era custodito il grano, l’olio ecc. Sono rimasti gli otri, i contenitori in terracotta, alcuni interrati, altri più evidenti. In alcuni ambienti sono esposti anche gli utensili utilizzati dalla comunità agricola, rudimentali falci, zappe, mortai, basti ecc. Data la bizzarria di come le stanze spuntano dalla struttura di malta, la tortuosità delle viuzze sopra le quali di tanto in tanto si affacciano anche dei minuscoli balconcini, la costruzione, nel suo insieme sembra quasi un alveare, oppure una città fantastica, abitata da gnomi. Abbiamo avuto modo di vedere anche una piccolissima e antica moschea, sempre costruita con mattoni di fango, e un interessantissimo frantoio ancora attrezzato, con le giare dove si lasciava decantare l’olio, le pietre da macina il meccanismo in legno che consentiva alla forza sviluppata dall’animale destinato al traino, di produrre il movimento che azionava la macina. E’ stata una tappa veramente apprezzata da tutti noi. Peccato per il freddo pungente, che non ci ha certo invogliato ad indugiare un po’ di più in questo strano luogo. Ripartiamo e raggiungiamo Ghadames, dove ci congediamo con l’autista ed il pullmino utilizzato fino ad ora e facciamo conoscenza con le guide che ci condurranno per i prossimi dieci giorni a bordo di fuoristrada nella parte più meridionale del nostro tour: verso il deserto. Il centro abitato di Ghadames è veramente squallido, caseggiati disposti alla rinfusa lungo le strade, la mancanza del più elementare senso urbanistico e l’incuria di quelli che sono gli spazi comuni, rendono questa città veramente triste. Oramai è buio, alcuni di noi raggiungono il posto telefonico dove chiamare casa. Per alcuni giorni, poi, non sarebbe più stato possibile. Il costo delle telefonate in tutta la Libia si aggira intorno ai 3-4 dinari ogni paio di minuti di conversazione. Cena piuttosto mediocre in un piccolo locale dal nome “Sahnon Restaurant”. Spendiamo complessivamente 80 Dinari. La notte la passiamo sistemati in stanze, messeci a disposizione presso una casa privata (costo 15 Dinari a testa). Il livello di pulizia lascia molto a desiderare.


Lunedì 17/03/2003:
Inizia la giornata con la visita della città vecchia di Ghadames. Il biglietto d’ingresso costa 5 Dinari a persona. Prendiamo contatto anche una guida che ci accompagni e ci descriva ciò che incontreremo. Il suo ingaggio è di 50 Dinari. Se Ghadames nuova mi ha deluso per il suo squallore, Ghadames vecchia mia ha incantato per il suo fascino. Per buona parte l’antico centro è cinto da mura. Alla fine della nostra visita ho guardato a queste mura come si guarda un baluardo amico, un abbraccio protettivo che divide il mondo di queste affascinanti architetture da “mille e una notte”, dall’abbrutimento senza regole del nuovo cemento. Questa Ghadames è un dedalo di strette, bianche viuzze, che si insinuano tra quelle che erano le antiche abitazioni di queste genti. Ogni via resta per buona parte coperta al cielo, sfruttando archi, sottopassi e in genere la struttura stessa delle case. Questo accorgimento, oltre a quello per il quale le vie hanno una larghezza molto limitata, erano principi studiati ad arte per ottenere più riparo possibile dal sole, cocente per molti mesi all’anno. Altro elemento che sottolinea la maestria con la quale queste strutture urbane sono state concepite, è il fatto che il dedalo di stradine di cui Ghadames è formata, sono disposte in modo tale da permettere un continuo ricambio d’aria, sfruttando oltre il naturale favore dei venti, anche degli appositi sifoni creati per facilitare la ventilazione nei punti più difficili. Lungo ogni via per buona parte si snodano sedili di muratura, anch’essi bianchi, dove le persone potevano sostare e trattenersi. Di tanto in tanto piccoli slarghi, piazzette dalle piante irregolari, con gli immancabili sedili, con le mura bianche dove qua e là sono scavate delle nicchie create per ospitare le lampade ad olio. Alcune di queste case sono aperte, è possibile visitarle. Abbiamo visitato l’interno di una di queste abitazioni. Molto caratteristica, con diverse stanze, tappeti, dipinta tutta di bianco con decorazioni molto particolari, specie di arabeschi con predominanza del colore rosso. Altra sbalorditiva caratteristica di Ghadames è che attraverso i tetti è possibile andare da un capo all’altro della città, e le case confinanti sono tutte comunicanti, attraverso delle brevi scale che portano a cortiletti pensili. Dai tetti delle case è poi possibile godere favolosi panorami, sui verdeggianti palmizi che circondano la città. Altro dettaglio singolare di queste architetture è che ciascuno degli angoli posti sulla sommità delle abitazioni, terminano con punte triangolari e questo rende ancora più fiabesche le vedute della città dai tetti. Ghadames è patrimonio dell’Unesco e le attività di manutenzione sono particolarmente attive, specialmente in quelle parti della città ove i segni del tempo e, purtroppo, anche della seconda guerra mondiale hanno lasciato traccia. Altra caratteristica che ricordo con estremo piacere sono le stradine che conducono fuori dal “centro”. Queste, delimitate da muri alti 2-3 metri in malta, hanno solo la parte terminale dipinta di bianco, con motivi traforati a forma di triangolo. Quant’è piacevole percorrere queste viuzze dal corso irregolare, e vedere in alto, oltre i muri, le chiome delle palme, e più in alto l’azzurro terso e schietto del cielo. E’ stata una visita meravigliosa, ben condotta dalla nostra preparatissima guida locale.
Saliamo sulle 4×4, ma prima di partire sostiamo al mercato dove facciamo scorta di acqua, pane, frutta e verdura, sufficiente per circa quattro giorni, cioè tanto quanto staremo lontani da qualsiasi centro abitato. Le bottiglie d’acqua da 1,5 litri costano da 0,80 a 1 dinaro l’una. Un chilo di arance costa 1 dinaro. La verdura costa piuttosto poco, se con 12 dinari abbiamo acquistato una buona quantità di pomodori, zucchine, cipolle e patate. Abbiamo, poi, constatato che l’ordine di grandezza dei prezzi è più o meno lo stesso in tutta la Libia. Il pane ha un prezzo politico, incredibilmente basso. Con pochi spiccioli si comprano un sacco di baguettes, che tra l’altro sono davvero squisite, profumate, saporite, croccanti all’esterno e morbide all’interno, una vera delizia, tant’è che qualcuno, me compreso, le sgranocchiava così, senza companatico. Per quanto riguarda gli altri generi alimentari di base, tipo pasta, insaccati, formaggi e condimenti vari, ce ne è una buona scorta partita dall’Italia.
Oramai è primo pomeriggio quando partiamo, abbandonando il centro abitato. Quasi subito lasciamo il nastro d’asfalto per la pista di sterrato. Secondo la nostra tabella di marcia, oggi dovremmo percorrere circa 100 chilometri. In lontananza si vedono delle alture, qua e là qualche cespuglio secco, poi a mano a mano che ci addentriamo nell’hammada, il paesaggio diventa sempre più monotono, fino a entrare in un’immensa distesa di pietre, a perdita d’occhio. A questo punto del pomeriggio, la temperatura è piuttosto calda, nonostante il vento fresco. Uno dei fuoristrada si rompe, cominciamo bene. Un problema ad una balestra, sembra. Gli autisti si mettono tutti insieme a tentare di riparare il danno. Hanno una rudimentale cassetta degli attrezzi, dalla quale estraggono veramente di tutto. Il guasto ha dato un bel po’ di filo da torcere, ma dopo più di mezz’ora di tentativi sono riusciti ad avere la meglio. Hanno riparato il guasto grazie ad un cuneo di legno ricavato da un ramo secco, che hanno incastrato a dovere dove si è verificato il difetto. Questo è stato il primo di altri 3-4 piccoli guai tecnici occorsi alle nostre vetture, ma sempre riparati alla meglio dai nostri piloti-meccanici.
Ripartiamo. Il sole è oramai basso ed il freddo comincia a farsi sentire. Raggiungiamo una zona semi riparata da una paio di collinette di roccia. Il capoguida, Hadi, decide che questo è un buon punto per accamparsi. Fa disporre le tre jeep ferro di cavallo e qui montiamo le tende. Wadi Kezouin è il nome di questa zona. Abbiamo fatto meno strada rispetto al previsto, il luogo è piuttosto inospitale, il vento aumenta e con esso il freddo. Mentre io con alcuni compagni siamo intenti a terminare di montare le tende, vediamo un po’ di subbuglio vicino alle jeep. Più tardi gli altri nostri compagni ci informano che il trambusto è stato generato da una vipera che per fortuna Hadi e compagni hanno individuato e che sono stati costretti a sopprimere, data la pericolosità di quella specie (si trattava di un esemplare di vipera cornuta, velenosissima e tipica di queste zone). Mica male per essere il primo campo. Oramai il buio è calato, cuciniamo una delle numerose minestre liofilizzate di cui è composta la nostra “cambusa”, portata dall’Italia. Formaggio e prosciutto come secondo. Sono letteralmente intirizzito dal freddo.

Martedì 18/03/2003:
Qualcuno di noi ha un termometro. Al nostro risveglio segnava +2° gradi centigradi. Non male per essere in Africa! Colazione, campo smontato e via, alle 8:45. Dobbiamo recuperare la strada non percorsa ieri. Dopo tre ore di percorso, siamo nel cuore dell’Hammada Al Hamra. Vediamo sconfinate distese di sassi, per molti chilometri è una spianata sassosa spazzata dal vento. Il sole batte sulle pietre lisce, a volte è addirittura abbagliante. Lentamente il paesaggio si trasforma, dà spazio ai primi rilievi, cominciamo a vedere i primi accenni di sabbia, che aumenta sempre più, fino a dare spazio alle prime dune. Sono le 14:00 quando siamo ai confini settentrionale dell’Idehan Ubari, uno dei “mari di sabbia” libici. Quando sostiamo per il pranzo siamo ai piedi di un’alta duna e la sensazione di monotonia che ci ha accompagnato per diverse ore, si trasforma nello spettacolo sinuoso di queste meraviglie della natura. Anche il vento è quasi del tutto cessato e la temperatura è salita notevolmente. Finalmente fa un po’ caldo! Riprendiamo il viaggio, e dopo pochi chilometri ai nostri occhi si presenta uno spettacolo davvero bizzarro. Vediamo, in una zona non più vasta di 300-400 metri quadrati una distesa di strane pietre grigie, levigatissime, tondeggianti veramente strane, sembrano sculture e ricordano le forme dipinte da Botero. Le nostre guide non menzionano questo strano luogo, mentre alle nostre domande gli autisti alzano le spalle, sanno che è un posto interessante, ma non sanno spiegare come mai in un contesto geologico e paesaggistico completamente diverso, ad un tratto spuntano queste stranissime rocce. Ora le dune prendono il sopravvento sul paesaggio, per un buon tratto della pista ne siamo circondati. Il sole comincia a scendere, e questo produce un effetto meraviglioso sul paesaggio circostante. Guardando avanti, e poi a destra, a sinistra, dietro, la luce gioca strani effetti sulla sabbia, sui rilievi, creando effetti cromatici completamente diversi, bianca da una parte, poi gialla, poi rossa dall’altra……Il tutto raccolto dall’abbraccio del cielo, così profondamente azzurro…….. Facciamo campo proprio in mezzo alle dune, riparati in una specie di catino naturale. Il capo carovana fa disporre i fuoristrada a ferro di cavallo, in modo di offrir riparo al punto in cui si accenderanno tra un po’ i fuochi per la cena. E’ il nostro primo campo tra le dune, siamo immersi nei cangianti colori delle sabbie al tramonto. Tutta un’altra cosa rispetto all’inospitalità del luogo di ieri. Ci gustiamo un’incredibile stellata, attendendo il sorgere della luna da dietro un’alta duna. Poi intraprendiamo una difficile scalata, illuminati dalle stelle e dalla luna. Stupenda è la sensazione sulla pelle dei finissimi granelli di questa sabbia fresca, nella quale in alcuni punti si affonda fino oltre le caviglie. E il lasciarsi cadere ansimanti sulla sabbia, che sensazione incredibile di libertà!. Serata memorabile, questa. Peccato che poi, nel corso della notte, si è levato ancora un fortissimo vento, tanto che i normali paletti della tenda non riuscivano ad ancorarla la suolo. Penso che siano stati i nostro corpi e i bagagli a fungere da zavorra e ad evitare il peggio. La tenda si piegava tanto da scendere sul corpo, e la violenza del vento produceva un inevitabile rumore il quale non è che propiziasse proprio il sonno….

Mercoledì 19/03/2003:
Bellissima alba di sole, il vento improvvisamente cessa. Partiamo alle 9:30 e solo dopo pochi chilometri siamo su degli stupendi tratti di pista dove le lisce rocce basaltiche riverberano l’intensa luce del sole mattutino. Dopo poco più di un’ora raggiungiamo un punto ove sorge uno strano pilone con scritte arabe. I nostri conducenti ci informano che quello è il segnale del confine tra Libia e Algeria. D’obbligo la foto appoggiati al pilone dalla parte algerina! Oggi fa caldo, dopo poche ore di tragitto il sole picchia sempre di più. Ad un certo punto il cielo va progressivamente oscurandosi ed il vento ad aumentare. Che strano, ma cos’è? “Tempesta di sabbia” dice nel suo stentato italiano, Hadi. All’inizio può risultare anche divertente, pensare: “Toh, che forza, una vera tempesta di sabbia”! Ma quando le ore passano e la situazione sempre peggiora, non si vive più il fatto come spettatori, ma come protagonisti passivi. Non si vede più la pista da seguire, è un problema scendere, mangiare, assolvere ai bisogni corporali. Il vento spara la sabbia negli occhi, nelle orecchie, nel naso, è un bel casino. Il paesaggio poi assume una luce e dei contorni a dir poco surreali. Paradossalmente mi ricorda la nebbia in val Padana! Ad un certo punto compaiono le sagome di cammelli, come sempre con quel loro fare imperturbabile. Purtroppo siamo obbligati a variare itinerario, anziché addentrarci tra le dune Diwane, siamo costretti ad aggirarle e fare tutta una tirata (quasi 200 km) verso Ghat, anticipando di un giorno l’arrivo. Delle dune Diwane vediamo solo la sagoma scura in lontananza, tanto sono offuscate dalla sabbia nel vento. Non è possibile addentrarci lì, saremmo letteralmente sommersi dalla sabbia, dicono le guide, le quali hanno il loro gran daffare a non perdere la pista, che in quelle condizioni di visibilità, spesso si riduce ad un tenue segno al suolo. Improvvisamente, come d’incanto dalla sabbia spunta l’agognato nastro d’asfalto, il che vuol dire che non siamo a più di un’ora dalla cittadina, in quanto solo nei pressi del centro abitato la pista di sterrato lascia il posto alla strada asfaltata. Fortunatamente anche il vento sembra diminuire. Arriviamo a Ghat al tramonto. Troviamo riparo all’interno del camping Anaya. Unici ospiti, il camping mette a disposizione delle capanne di foglie di palma (almeno non ci tocca montare la tenda), uno spazio coperto in muratura attrezzato a cucina con tavoli e sedie, delle docce intasate da sabbia e mozziconi di sigarette, servizi in condizioni igieniche ancora peggiori. Comunque non vediamo l’ora di fare una sacrosanta doccia, di toglierci la sabbia d’addosso e mettere qualche cosa sotto i denti. Verso le 21:00 il vento è cessato completamente.


Giovedì 20/03/2003:
Ci svegliamo in uno splendido mattino di sole. Ci voleva! Mentre ci accingiamo a preparare la colazione, arriva la notizia: è iniziata la guerra. Cerchiamo di avere qualche informazione dai nostri autisti e dal gestore del camping, ma le notizie sono poche e frammentarie. Il giovane lavorante nero che presta servizio qui, è seduto, curvo a testa china con in grembo una vecchia gracchiante radiolina a transistor. Ha un’espressione sgomenta e preoccupata. Come non capirlo? Mi sento mortificato.
Ghat è stata un’antica città carovaniera. Attualmente ha poche migliaia di abitanti, stabilitisi nella parte nuova. Visitiamo la vecchia medina di Ghat, con le sue case costruite con mattoni di malta, la visita è abbastanza interessante, anche se non ha nulla a che vedere con la magnificenza di Ghadames. La Ghat vecchia è quasi completamente disabitata. Fanno eccezione tre-quattro famiglie di Touareg, ultimi abitanti della antica medina. Su un’altura, in posizione dominante, si erge il forte italo-francese, d’epoca coloniale. E’ una costruzione sobria e massiccia, ad uso esclusivamente militare. Dall’alto delle sue mura si gode di un interessante e bel panorama, grazie anche alla limpida giornata: da una parte le alture dell’Acacus, dall’altra il massiccio del Tassili algerino, subito sotto la vecchia medina e più avanti la Ghat nuova con le case, i minareti ecc. Poi le palme, e, davanti a noi, lontane, le dune. Lasciata la città vecchia, ci dirigiamo verso il suq, per acquistare acqua, pane, frutta e verdura. Oltre alla consueta concitazione che alberga nei mercati arabi, c’è un palpabile fermento in più, causato dalla guerra, immaginiamo. Partiamo più tardi del previsto, a causa di un improvviso guasto subito da una delle land rover. A riparazione effettuata, paghiamo al camping Anaya i 70 Dinari pattuiti e partiamo alla volta dell’Acacus. Cominciano paesaggi vari e magnifici, che ci accompagnano fino al punto in cui è possibile montare il campo, ai margini dell’Acacus e riparati da dune alte e gialle. Data la totale assenza di vento, e la piacevole temperatura, alcuni di noi (compreso il sottoscritto) decidono di non montare le tende e passare la notte con il solo sacco a pelo, sotto le stelle! Purtroppo a notte inoltrata il vento arriva, e a poco è servito l’esserci messi a ridosso delle land rover, il vento comincia a dar fastidio, e con il vento la sabbia! Fortunatamente non è durato più di un paio d’ore, permettendoci quindi di dormire (un po’ insabbiati!) per buona parte della notte. Morale: non fidarsi MAI delle apparenti buone condizioni del tempo. Il vento è sempre in agguato, come i cambiamenti repentini delle condizioni climatiche.

Venerdì 21/03/2003:
Entriamo nell’Acacus, è un’altra limpidissima mattinata, e cominciamo a notare gli straordinari panorami formati da rocce e sabbia, particolarità di questo altopiano. Incontriamo un presidio militare, dove dei gentilissimi soldati ci offrono del te alla menta. Questo check-point è costituito da baracche costruite un po’ in lamiera un po’ in murature e legno dove ci saranno non più di 6 o 7 militari. Vediamo anche un paio di cammion un po’ scassati, su uno dei quali spunta una mitragliatrice. Addentratisi nell’Acacus, inizia la rassegna delle meraviglie che questo lembo di mondo regala. Gli archi naturali, tra i quali primeggia per imponenza l’arco Afis Sigiar, alto 150 metri, i pinnacoli di roccia, la famosa duna “del non ritorno”, le pitture rupestri vecchie di circa 10.000 anni, e poi i panorami……l’alternarsi di sabbia rossatra e le rocce nere, tipiche dell’Acacus, generano stupefacenti scenari, con combinazioni policrome che sembrano quasi irreali. Lingue di sabbia che si insinuano nei crepacci scuri delle rocce, cumuli di sabbia che sembrano essere appoggiati per miracolo alle pareti scoscese dei crinali rocciosi. Poi l’effetto cromatico, che varia al variare dell’ora e dell’esposizione al sole. Sul nostro tragitto tocchiamo l’unico pozzo dell’Acacus, al quale attingono tutti coloro che passano da quelle parti e i Touareg che vivono nella zona. A proposito di Touareg, proprio qui ne incontriamo uno che ci mostra delle punte di frecce trovate nella zona. Per gli esperti Touareg è facile trovare questi affascinanti strumenti di un tempo oramai perduto, quando anche questi altopiani erano delle grandi praterie, ricche di animali e di vita. Le vendono ai turisti come suovenir. Anche oggi facciamo il campo in uno splendido punto, riparati dietro e di fianco da dune di sabbia e pinnacoli rocciosi e davanti a noi una vista mozzafiato. Prima notte senza un alito di vento.

Sabato 22/03/2003:
Questa mattina ci aspetta una sorpresa: tutt’intorno al campo e alle tende, notiamo numerosissime orme. Si tratta del fennec, ci informano i nostri autisti, la famosa volpe del deserto. Di medesime dimensioni delle volpi “nostrane”, hanno lunghe orecchie a punta e una coda meno voluminosa, rispetto alle cugine europee. Sono animali notturni molto diffidenti e difficili da vedere, si avvicinano ai campi solo la notte, alla ricerca degli avanzi di cibo. Oggi è una carrellata di pitture rupestri, scene di caccia, animali, momenti di vita tribale….veramente interessanti. Facciamo visita ad un campo Touareg, composto da quattro o cinque capanne. Ci manteniamo a debita distanza, in quanto, ci dicono le nostre guide, sono molto schivi e non gradiscono contatti ravvicinati. Un Touareg leggermente più socievole è l’uomo che fu la guida del prof. Mori, l’archeologo italiano che alla fine degli anni ‘60 scoprì le pitture rupestri dell’Acacus. E’ molto vecchio, e vive ancora da queste parti, assieme ad altre due o tre famiglie Touareg. Facciamo da lui una breve sosta, ci mostra alcune fotografie dove è ritratto assieme al prof. Mori. Come consuetudine di tutti i viaggiatori che si spingono fin quaggiù, lasciamo un piccolo obolo e riprendiamo il tragitto. Lasciamo l’Acacus. Il paesaggio cambia. Non è più la commistione di sabbia e di rocce, ma solo sabbia! Sono le alte e maestose dune di Wan Caza. Anche quest’oggi montiamo il campo in un luogo straordinario, ai piedi di un’altissima duna. Questa sera ci facciamo un bella passeggiata notturna sulle dune a godere al meglio anche delle incredibili stellate che ogni notte si presentano ai nostri occhi.

Domenica 23/03/2003:
Partiamo e il paesaggio ancora si trasforma, dune e sabbia diventano sempre più rare, fino a lasciare il posto a una vasta spianata ghiaiosa dove vediamo frequenti gruppi di spinosissime acacie. Stiamo attraversando il Messak Settafet. Il vento aumenta sempre più, la visibilità diminuisce. Esperienza già vissuta; è quello che temevamo: un’altra tempesta di sabbia. Ancor più violenta della prima, in quanto questa volta siamo costretti addirittura a stare fermi quasi tre ore, barricati dentro le Toyota. Non si vede né cielo né sole. Tutto diventa grigio-rossastro, viene a crearsi ancora quella sensazione di surreale, di impalpabile. Anche questa volta è necessario rivedere i piani. Siamo costretti a saltare la nostra meta, ossia le dune dell’Idehan Murzuq. Il campo nell’erg non è possibile, saremmo sommersi dalla sabbia. Urge trovare un luogo riparato. Non ci resta che raggiungere la zona del Methkandoush. Solo lì, sembra, possiamo trovare ricovero. Hadi, il capo guida decide di partire, nonostante la visibilità sia scarsissima ed infatti in un paio di occasioni ha perso la pista, ritrovandola però , fortunatamente, dopo pochi minuti. Un’altra bella tirata. A mano a mano ci si allontana dalla zona, il vento trasporta sempre meno sabbia, ma rimane implacabile. Verso il tardo pomeriggio siamo su un altopiano roccioso, brullo. Il vento è sempre fortissimo, ma fortunatamente non porta più sabbia. Siamo ad una delle estremità del trekking del Methkandoush. Fortunatamente ci sono dei rudimentali ripari fatti con pali di legno e foglie di palme. Non sono molto ma almeno contrastano la violenza del vento permettendoci, non senza fatica, di montare le tende.

Lunedì 24/03/2003:
Dopo una notte passata sotto la tenda battuta quasi sempre dal vento, fortunatamente la mattina la situazione migliora. Il vento si è trasformato in brezza, per poi sparire completamente. Iniziamo il trekking lungo il corso del wadi Methkandoush. Questo anticamente era un corso d’acqua lungo il quale abbondavano insediamenti umani. Il percorso è lungo circa 12 chilometri e per buona parte di esso lungo le pareti rocciose che ne delimitano il letto, è facile trovare graffiti risalenti circa a 12.000 anni or sono, raffiguranti giraffe, coccodrilli, struzzi, rinoceronti, elefanti, antilopi ecc. inequivocabile testimonianza che in una lontana epoca, questo tratto di deserto era una savana popolata da animali. La camminata è molto piacevole, per nulla faticosa ed è simpatico aguzzare la vista per individuare tra le pareti rocciose quelle sulle quali sono raffigurati gli animali. In alcuni tratti acacie e sterpaglie si frappongono tra sabbia e rocce. Attenzione alle vipere, che, come ci informa correttamente la guida Lonely Planet, tra questi cespugli trovano riparo. Infatti il secondo (e fortunatamente ultimo) incontro con la pericolosa vipera cornuta, lo abbiamo avuto proprio qui. Al termine della camminata raggiungiamo il punto stabilito ove ci aspettano le jeep. Facciamo un breve spuntino a base di parmigiano e arance, prima di affrontare i 100 km che ci separano da Germa. Fino ad ora il tempo è stato buono, nell’ultimo tratto del trekking il sole batteva forte ed ha fatto piuttosto caldo. Ora invece sembra che la temperatura tenda a riabbassarsi e infatti quando giungeremo a destinazione farà decisamente freddo. Per buona parte del tragitto si attraversa un altopiano incredibilmente piatto, di sabbia e ghiaia. Alle porte di Germa, vediamo ancora purtroppo ai bordi della strada e nei pochi campi non coltivati, cumuli di rifiuti, buste di plastica specialmente. Curioso particolare che notiamo, è che tutti i cartelli stradali sono bilingui (arabo e inglese), ma con le scritte in inglese cancellate. Passeremo la notte presso il camping Wat Wat, situato giusto alle porte della cittadina. Come in quello di Ghat, siamo gli unici ospiti. Al nostro arrivo i lavoranti si affrettano a preparare tre delle capanne in muratura con tetto in foglie di palma. I bagni, come nel campeggio di Ghat, sono in condizioni pietose. L’unico reale beneficio di cui si gode sono le docce, che dopo giorni di deserto….ci vogliono. Per il resto molto meglio la tenda e…le dune! Passiamo parte della serata davanti al televisore del campeggio. In tutti i giorni passati le pochissime notizie sulla guerra le abbiamo avute dai nostri autisti, i quali si sforzavano di tradurre qualche scarna notizia dai pochi notiziari in arabo che si riusciva a ricevere via radio. Quindi questa volta, disponendo di una televisione, ci siamo messi tutti insieme, italiani e libici, a vedere Al Jazeera! Quadretto veramente curioso, addirittura divertente, se non fosse per la tragedia della guerra in corso.

Martedì 25/03/2003:
Mattinata dedicata alla visita del museo e della città vecchia. Germa fu l’antica capitale dei Garamanti e un importante centro carovaniero, purtroppo però è rimasto poco della fiera città che diede filo da torcere alle legioni romane. A differenza di Ghadames e Ghat, fu abbandonata già in epoca lontana, con conseguente decadimento delle strutture urbane, realizzate con mattoni di malta. Prima di lasciare Germa, occorre fare rifornimento di pane, acqua, frutta & verdura per i prossimi giorni di deserto. Avremmo potuto partire presto, ma purtroppo la mattina tutti i negozi sono chiusi e la città quasi deserta, in quanto, ci hanno detto i nostri autisti, moltissimi hanno preso parte ad una manifestazione pro-Saddam. Fortunatamente nel primo pomeriggio i negozi riaprono, permettendoci così di completare i nostri rifornimenti di generi di prima necessità. Partiamo, e dopo meno di venti chilometri entriamo in una parte di deserto di dune tra le più belle fino ad ora viste. Ci si ferma spesso, rapiti dalla magnificenza di questo spettacolo naturale. Le fotografie si sprecano, come le salite e le discese, di corsa, dalle dune! Mano mano che ci addentriamo la sabbia diventa l’unico elemento e le dune disegnano forme fantastiche. Il sole comincia a scendere ed ora il gioco di luci ed ombre inventa chiaroscuri bizzarri, sempre più fantasiosi. Disponiamo il campo in uno stupendo catino riparato. Montiamo le tende, disponiamo tutto quello che serve. Poi, ciascuno per la propria direzione ci incamminiamo sulle dune, come se fossimo attirati da una forza invisibile. A volte si arranca, causa la ripidezza della salita, o della consistenza della sabbia, talmente soffice da sprofondare fino alla caviglia. Invece a volte è più compatta, rendendo i passi molto più facili. E’ bello, poi, lasciarsi cadere seduti sulla sabbia, respirare profondamente, guardarsi tutt’intorno, sentirsi dentro questi spazi infiniti, sentire sulla pelle il vento e udire il suono sommesso del deserto, dei minuscoli grani di sabbia che rotolano li uni sugli altri, sospinti dal vento. Oppure ascopltare il fruscio della sabbia mossa dai passi, che scivola giù, lenta lungo il crinale della duna. E’ un’emozione profonda.

Mercoledì 26/03/2003:
Giornata dedicata alla visita dei laghi di Ubari. Partiamo, cominciando una bella traversata sulle dune. Aspetto divertente di affrontare le dune con i land rover, è quello che devono essere lanciati ad una velocità sufficiente per poterne raggiungere la sommità, per poi scendere dall’altro versante. L’effetto è decisamente da “montagne russe”, con sicuro divertimento per gli scavezzacollo e con qualche apprensione per i meno “arditi”. A mano a mano che ci si avvicina alla zona dei laghi, il paesaggio un po’ si trasforma. La sabbia non regna più incontrastata, la chioma di qualche palma comincia a fare capolino dalle dune, poi sempre più frequente anche qualche cespuglio verde. Quando spunta il primo lago, il Mavo, il colpo d’occhio è senz’altro d’effetto. E nuovo, in quanto l’elemento acquatico non è certo cosa consueta. Vediamo il colore verde-azzurro delle acque con attorno una fitta corona di palmizi e sullo sfondo il giallo ocra delle dune. Mica male. Il secondo lago è il Gebroun, dista solo 4 km e decidiamo di raggiungerlo a piedi, anziché sulle quattro ruote. La camminata è assai piacevole. Quello che vedo davanti a me rappresenta un po’ l’iconografia classica dei “dispersi nel deserto”. Sono dietro, l’ultimo del gruppo, e vedo i miei compagni di viaggio qualche centinaio di metri davanti a me, camminare lenti nella sabbia del deserto, sotto il sole a picco, che oggi è piuttosto caldo. Tutt’intorno a noi solo sabbia. E’ divertente pensare che questa scena che si apre davanti ai miei occhi, potrebbe essere tranquillamente riportata in un film dal titolo: “Dispersi nel deserto” o qualcosa di simile! Ma nessuno di noi è preoccupato, sappiamo che a non molto tempo di marcia arriveremo al prossimo lago, il Gebroun, dove le nostre land rover ci stanno aspettando. E così è: cominciamo ad avvistare lontano i primi ciuffi verdi, segno inequivocabile che non siamo lontani dalla meta. Prima di vedere il lago attraversiamo un villaggio abbandonato. Le case quasi interamente crollate, presentano macerie e rottami tutt’intorno. E’ stato abitato fino al 1991, come apprendiamo dalla precise notizie della guida Lonely Planet e come poi confermato dagli autisti. Le genti di questo villaggio erano conosciute per essere chiamate “mangiatori di vermi”, per via dei minuscoli animaletti rossi, simili a gamberetti, che una volta popolavano le acque di questo lago e di cui queste genti si cibavano. Arriviamo al lago, protetto da un lato da un’altissima duna. Sull’altra riva un touareg ha messo in piedi una struttura, che chiama “camping e restaurant”. Del “camping” non c’è nulla, se non una spianata dove sarebbe possibile piantare le tende, del “restaurant” ….chissà, noi abbiamo preso solo del te verde, sempre piacevole. La caratteristica di questi laghi è di avere una alta concentrazione di sale. Un nostro compagno di viaggio, incurante del vento fresco che all’improvviso si è levato, ha voluto provare l’ebbrezza di farsi un bel bagno, confermando quanto fosse salata l’acqua e dell’effetto tipo “mar morto”, dove il galleggiamento è garantito dalla pesantezza dell’acqua. Dopo un po’ di relax ci rimettiamo in viaggio, verso il terzo lago. Godiamo ancora di un paesaggio stupendo, sempre fatto di belle dune, di sabbia, ravvivate qua è la da macchie verde smeraldo di piccoli gruppi di palme. Arriviamo al lago Umm Al-Maa, senza dubbio il più incantevole, dal punto di vista paesaggistico. Le sue acque sembrano più trasparenti, il colore è più vivo e le palme e le dune circostanti sono disposte in modo tale da specchiarsi nitide sulle ferme acque del lago. Veramente favoloso. Nelle vicinanze della riva un gruppo di touareg, ci propongono i loro oggetti. Ultimo lago, il Mandara, ha la superficie di gran lunga più vasta, ma è per buona parte prosciugato. Le pozze d’acqua sono rare e circondate da ampie macchie bianche di sale. Anche intorno a questo lago vediamo qualche casa di malta, abbandonato e semidiroccata. Anche qui troviamo un bel gruppo di touareg che ci invitano a vedere le loro mercanzie.
Ci dirigiamo verso quello che sarà il nostro ultimo campo. Il percorso è in mezzo a straordinarie dune, attraversando le quali incappiamo in un bell’insabbiamento per una delle nostre jeep. Giù tutti a spingere; in pochi minuti risolviamo il piccolo inconveniente. Nonostante i numerosi chilometri percorsi sulla sabbia, solo un paio di volte ci siamo insabbiati. Oggi c’è una luce intensissima. Anche qui siamo di fronte a dune alte, bellissime, i cui crinali serpeggiano sinuosi, disegnando linee irregolari. E’ il nostro ultimo giorno lì, ciascuno di noi vuole assaporare al massimo queste emozioni, sensazioni. Ultimo tramonto. I chiaroscuri e poi le ombre, sempre più decise, più lunghe, stanno prendendo il sopravvento sulla luce. Inizio a scalare un’alta duna. Arranco, affondando nella soffice sabbia. Arrivo in vetta. Il panorama circostante è stupendo. E’ indescrivibile. Mi siedo. Gli spazi sconfinati, i silenzi profondi, l’invito alla meditazione. Sento ciò che mi circonda e mi abbandono allo spettacolo a cui ho la fortuna di assistere.

Giovedì 27/03/2003:
Smontiamo a malincuore il campo e partiamo alla volta di Germa. Siamo obbligati a sostare qui, in quanto il volo che ci ricondurrà a Tripoli è previsto per le ore 20:00 e l’aeroporto di Sebha non apre (ebbene sì!) prima delle 18:00. 180 km di strada separano Germa da Sebha, quindi è opportuno indugiare il più possibile. Non che Germa sia bella e piacevole da visitare, ma se non altro è possibile gironzolare un po’ qua e là, telefonare, acquistare qualche spezia, mangiare un Kebhab. Raggiungiamo Sebha nel pomeriggio, al nostro arrivo il piccolissimo aeroporto è deserto. Si popolerà sempre più con il passare delle ore. Purtroppo la brutta sorpresa è che questo volo interno partirà con più di 4 ore di ritardo. Arriviamo a Tripoli e poi all’albergo letteralmente distrutti alle 2:30 del mattino.

Venerdì 28/03/2003:
Oggi è prevista la visita a Leptis Magna, la quale dista 140 km da Tripoli. La raggiungiamo in 1 ora e ½ di pullmino. A differenza di Sabratha che, a parte il teatro, è abbastanza deludente, Leptis ha un livello di conservazione eccellente. E’ stata la città romana più importante e sontuosa d’Africa e città natale dell’imperatore Settimio Severo. Inizia la visita con il bell’Arco di Settimio Severo, poi il Teatro, le Terme di Adriano, il Foro e la Basilica dei Severi in uno stupendo stato di conservazione, con mura perimetrali intatte per buona parte. E ancora il Mercato, l’Arena, lo Stadio, le Terme dei Cacciatori. Nei pressi di queste terme, chiamate così in quanto al loro interno vi sono dei magnifici affreschi raffiguranti scene di caccia, sono rimasto affascinato, letteralmente a bocca aperta, alla vista di due colonne con tanto di capitelli, spuntare per un terzo dalla sabbia….chissà cos’altro c’è lì sotto! Il biglietto d’ingresso è costato 3 Dinari a testa e l’ingaggio di una guida 40 Dinari. Abbiamo avuto la fortuna di avere come cicerone un ragazzo, attento, preparato, ben informato, educato che parla un ottimo italiano, senza dubbio la migliore guida che abbiamo avuto. Se passate da queste parti, chiedete di lui. Il suo nome è Ahmed Alfergiani.
Nel pomeriggio ritorno a Tripoli e la sera cena allo stesso buon ristorante del primo giorno.

Sabato 29/03/2003:
E’ il giorno del nostro rientro in Italia. Alle 14:00 parte il nostro volo. La mattina è però dedicata alla visita del museo della Jamahiriya, il più importante della Libia, situato nei pressi della Piazza Verde. Secondo me è imperdibile. Oltre a ricoprire un arco temporale che va dalla preistoria agli anni della rivoluzione, possiede reperti veramente straordinari. Mosaici, statue eccezionali. Sono stato catturato da una scultura magnifica, raffigurante un putto dormiente. Ricordo la testa abbandonata su una spalla, le gambe dolcemente accavallate e i riccioli che ricadono sul dorso di una mano. Mi ha veramente rapito. Vicino al putto ci sono due statue femminili, di squisita fattura, dai drappeggi delicatissimi e dai volti severi. Ho apprezzato molto anche le “Tre Grazie”, altra opera romana, esempio di armonia. Incantevole il profilo, con le labbra appena socchiuse di una, i capelli raccolti sulla nuca, con qualche ciocca che scende sul collo. Tratti che raffigurano alla perfezione l’ideale classico della bellezza. C’è anche un favoloso mosaico, sempre d’epoca romana, che rappresenta scene di pesca. Un pescatore cattura un pesce con la canna da pesca, un altro è impegnato a guadinare la preda del primo, mentre un altro ancora è intento a mettere l’esca sull’amo. Stupefacente. Una preziosa raccolta di opera d’arte che ci fa accommiatare da questo paese ricco di meraviglie, ancora sconosciuto ai più.

 
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