Lisboa: città sospesa tra Oceano e poesia

di Caterina Renna –
Chi arriva a Lisbona dall’Aeroporto (una struttura all’avanguardia sia dal punto di vista tecnologico che architettonico), puo’ aver preso il taxi o il 91, un mini-pullman con musica il cui costo è davvero irrisorio. Guardano fuori dal finestrino si notano le case basse e abbastanza signorili della periferia ricca. Quindi si costeggia una costruzione rossa e larga: è dove gli uomini, esseri evoluti con tanto di testa pensante, si divertono a irridere, sbeffeggiare e torturare delle povere bestie che non sono state dotate da madre natura di altrettanto cervello, solo di un po’ di forza e di tanta voglia di scampare agli assalti feroci di quegli esseri che a loro, ai tori, insomma, appaiono smisuratamente grandi. A Lisbona, però, questi disgraziati mammiferi (sono i bovini i più infelici tra i quadrupedi, tralasciando il maiale che alcune religioni, fortuna per lui, disdegnano di scannare per cibarsene) non hanno l’onore delle armi e vengono finiti altrove. Si prosegue per strade larghe e spesso alberate, fino al Parco Edoardo VII che è una vista suggestiva scendendo ad abbracciare quella grande arteria che è l’Avenuda della Libertade. Di qui fino a piazza Pedro IV dove Lisbona si offre completamente a tutte le direzioni.

Dopo una giornata estenuante di viaggio, trasporto bagagli, ricerca alloggio, pasti non consumati, ecco finalmente poter fare due passi senza doversi trascinare dietro dietro borse o pesi. A Lisbona fa buio più tardi. E quell’ora così particolare che è il pensoso crepuscolo arriva più adagio e avvolge a poco a poco. Dopo essersi inerpicati fino al San Giorgio, aver comprato della frutta fresca ed aver telefonato da una vecchia cabina in legno chiaro, la discesa diventava aerea e gentile nell’attesa del conforto di un pasto caldo. Ma questo viene repentinamente cancellato dal cuore, arrivando ad uno slargo con un giardinetto piastrellato di azuleyos, suddiviso in aiuole, fontane, panchine e con una sorta di balaustrata in pietra da cui affacciarsi. Si tratta del Miraduro S. Lucia. Una struttura che lascia stupefatti per armonia e quiete, e sorprende quando ci si affaccia. Di qui il Tago sembra di toccarlo e sporgendosi un poco si raggiunge l’Oceano sterminato e una miriade di tetti rossi proprio sotto. E ancora un cupola, un campanile, due facciate di chiese con il portale illuminato. Ci si riscuote a stento perché non si vorrebbe più proseguire.

Sintra non è un paese. E’ un’oasi tra vicoli e scale. E’ un fiore raro nascosto tra alberi ed erba. Si scende, venendo da Lisbona, in una stazioncina decorata da azuleyos allettanti. Si esce. Di fronte alcuni bar per far colazione. E poi sulla sinistra comincia la salita. Si respira aria buona e fresca. Sulla destra un edificio colpisce per lo stile e le proporzioni adeguate all’ambiente, è il Municipio.
Più oltre, sulla sinistra, sempre seguendo un tragitto fatto di curve, di alberi, fiori e particolare vegetazione, una fontana chiusa in una specie di protale. Qui, sia i locali che gli stranieri vengono ad attingere litri e litri di acqua da portarsi via. E’ un’acqua delicata e lieve che disseta in poche sorsate.
Si cammina ancora in leggera salita e si arriva allo spiazzo del Palazzo Nazionale che già si vedeva da lontano con due bianchi camini svettanti sul resto della costruzione, quasi vessilli riconoscibili ovunque. Qui comincia il paese. Un dedalo di stradine in salita circondate da piante in mezzo a cui ogni tanto una bella abitazione signorile afferma quanto lussuosa fosse questa localita’ eletta dai reali del Portogallo come residenza estiva.
Lo sguardo si perde nel verde. E sale e intravede le torri di due castelli intrepidi in quelle erte scoscese. Sintra è pure qui. Nella fatica e nella durezza dell’inerpicarsi fino alle sue roccaforti gemelle, adesso completamente avvolte in una umidità fatta di goccioline d’acqua che si sfaldano dalle nuvole che oggi avvolgono le vette.

Prima di ogni cosa, parlando di Lisbona, c’è da premettere che, da qualunque parte devi andare, c’è una salita che ti aspetta. E, inevitabilmente, al ritorno, per fortuna, c’è la discesa. Per arrivare al Castello di San Giorgio che, come ogni castello che si rispetti, è stato nel passato una roccaforte a difesa della città, c’è quindi da inerpicarsi su stradine e vicoli impervi. Il quartiere che si percorre si chiama Alfama e ricorda molto paesaggi arabi: proprio in questa parte della città pare fossero relegati i Mori sconfitti, ma ormai stanziali libonesi.
Si arriva sotto le erte mura e finalmente si varca la Porta San Giorgio che immette al massiccio Castello. Il luogo, posto in alto, è molto ventilato e accoglie il visitatore con un giardino a tratti selvaggio e a tratti molto composto, tanto che alcuni angoli ricordano i giardini italiani del Cinquecento.
La vista che si gode dagli spalti del giardino, tra cannoni abbandonati e piante profumate è avvolgente e, pur spaziando fino a luoghi lontanissimi, ti lascia dentro un senso di intimità. Forse è perché senti di avere alle spalle il Castello a proteggerti. Si riesce a passeggiare fra gli alberi e l’entrata dal ponte levatoio con un’impressione di libertà e di gioia. Ci si siede sulle panchine inspirando il vento e guardando lontano. Se il tempo potesse arrestarsi sarebbe doppia magia se lo facesse a San Giorgio.



Dopo aver visitato San Rocco, notevole per una cappella in lapislazzuli e altre pietre preziose, nonché i mosaici che paiono dipinti, nonostante la giornata carica di pioggia, c’è il desiderio di una passeggiata al Giardino Botanico. Prima di arrivarci si incontra un altro giardino molto bello, carico di alberi rari e di fiori. Da un lato una fontana e vicino l’enorme Cedro i cui rami devono poggiasi su una struttura di ferro per non cadere, già citato nel 1925 da Pessoa. Un ristorante tutto di vetro si amalgama al Parco del Principe Reale, così si chiama il posto, accogliendo il turista stanco, affamato o bagnato per mancanza d’ombrello. Un cameriere ben disposto, di mezza età, con la faccia cordiale e simpatica, un discreto sorriso sotto i baffetti grigi, dalla corporatura robusta ma non pesante, ha reso il rifocillarsi più gradevole per via delle sue attenzioni e dei suoi sorrisi.
Dopo il pranzo il cammino si è fatto più piacevole anche perché aveva smesso di piovere e sembrava che il Sole volesse vincere sulle nuvole. Entrando nel Giardino Botanico , subito due serre con le piante carnivore che non fanno assolutamente presagire la vastità e la varietà di vegetazione contenuta tra i suoi viali e vialetti. Ogni pianta, o quasi, ha il suo cartellino con il nome scientifico in latino, quello volgare e la provenienza. Si intercalano esclamazioni di meraviglia a quelle di soddisfazione, per finire con una sorta di estenuazione quando si capisce che il girovagare potrebbe durare ben oltre le due ore che sono il minimo indispensabile per dare un’occhiata, seppur frettolosa, a tutto. Si esce da questo luogo colmi di gratitudine per chi è riuscito a mettere insieme tanti esemplari floreali per farcene godere.

Nella memoria di ognuno c’è posto per qualche chiesa che abbia dello spettacolare o che, comunque, commuova o coinvolga l’animo o i sentimenti più spirituali. Visitando Lisbona si mette nel novero il Moistero dos Jerònimos. Bello in ogni dove. All’esterno si erge magnifico e quasi consapevole di sé. Un succedersi di guglie e finestre bianche. L’entrata principale addobbata a figure, merletti e decori di pietra. L’interno in cui troneggiano le colonne e le nervature delle volte. Stiamo qui in pieno trionfo gotico. Ma non solo. Al gotico si è unito un che di dolce e rotondo che, invece di mitigare l’ardore verso l’Assoluto, lo esalta. Qui è tutto un osannare il divino e un gridare che l’umano ne è diretta conseguenza.
Dopo tanto incanto si va nel chiostro e lo stupore si rinnova. Ancora stile gotico, manuelino e rinascimentale insieme. Un susseguirsi di archi, di colonnine, di motivi ornamentali tondeggianti. Ci si immagina fra questi luoghi più che meditazione e preghiere, dispute teologiche e animate discussioni sulla religione. Si esce a malincuore. Tristi perché già si presagisce che il resto delle cose che si vedranno non reggeranno un simile confronto.

A Belém si arriva benissimo con il tram n. 15 da Piazza do Comércio, oppure con il n. 18 che passa vicino piazza Figuera. Il tram è forse l’unico che non si inerpica, ma viaggia seguendo il percorso del Tago. Come sempre anche il tragitto con il tram è piacevole. Fuori dal finestrino, non c’è molto da guardare, ma già la vista del corso d’acqua è rilassante e invita alla distensione dopo tutti quei dedali che si inerpicano senza posa. Prima di arrivare alla bianca torre, simbolo della Lisbona manuelina, si passa per uno slargo, una terrazza aggettante sul fiume sulla quale si protendono le statue dei più grandi scopritori portoghesi. E’ il Monumento delle Scoperte, opera grandiosa non priva di fascino. A pochissima distanza, tuffata nel fiume, ecco comparire la torre collegata alla terra ferma da un pontile. Suggestiva proprio per questa sua dissolvenza acquatica e per il candore che viene esaltato dall’azzurro che la circonda, la torre è l’unico retaggio completamente manuelino del Portogallo. Girigori, merletti, balconcini di delicata fattura e finestre moresche: sembra di guardare un sogno e non un’opera destinata a qualcosa di utile. Un po’ come il castello de la Penha a Sintra o il Neuschwanstein in Baviera. Opere da favola che colpiscono sempre l’immaginario d’ognuno (Disney per il suo mondo di cartone ne ha voluto uno simile9. Alle spalle della torre, sulla terraferma, dei piacevoli spazi verdi da cui godere del paesaggio.

Rossio, o Praca Dom Pedro IV è, come tutte le piazze, un punto di ritrovo e di vita all’aperto. E’ disseminato di caffè e di bar che affacciano sulla colonna centrale che sorregge la statua di Dom Pedro. I lisbonesi non si trattengono a lungo in questi locali, giusto il tempo di un caffè e di un dolce, mentre i tavolini sul marciapiede sono affollati di turisti. E’ una piazza in cui fa piacere sedersi o passeggiare, chiusa com’è a nord dall’imponente Teatro Nacional de Dona Maria II, e abbellita da grandi alberi. Adiacente a questa c’è un’altra piazza, forse meno turistica, senz’altro più caotica, visto che fa da capolinea a numerosi tram e autobus, Piazza Figuera, detta così da un albero di fico, (figuera), che pare troneggiasse in questo luogo.
Un’altra piazza di notevoli dimensioni, indimenticabile non tanto per quelle, quanto per l’ubicazione, visto che, perfettamente quadrata, da un lato guarda al Tago e, anzi, sembra tuffarcisi dentro, e da quello opposto si inoltra nella città attraverso una bella porta, è Piazza do Comercio. Vi troneggia la statua di Dom José, sovrano al tempo del terremoto e quindi della ricostruzione per opera del Marchese di Plombal, che la volle circondata da edifici classici. Anche qui un flusso ininterrotto di gente e di tram, tra l’odore del fiume, del vento e purtroppo di smog.

Sé, significa in portoghese, Cattedrale. Quindi è questa la basilica più importante di Lisbona. Sta in cima ad una salita non troppo disagevole e appare quasi più come una roccaforte che come un edificio sacro. Sobria, quasi austera e in stile romanico, sopra il portale un grande rosone e ai lati due torri gemelle. Bianca come ben si addice alle opere che non debbono destare meraviglia per il cromatismo, bensì per l’essenzialita’ dell’architettura. All’interno la cosa che prende più visceralmente è il deambulatorio attraverso cui si può percepire la sensazione di quotidianità della vita monastica di secoli ormai lontani. Il chiostro del XIII secolo è in completo abbandono. Sopra, alcune tettoie in plexiglass il cui scopo è quello di non far naufragare i visitatori in caso di pioggia. Sconfortante e triste il disinteresse per un luogo che deve essere stato tanto bello. Si esce dal Sé con voglia di sole e di luce, e se piove si respira profondamente sull’ampio sagrato, aspettando una piccola tregua.

Poesia degli innamorati in pellegrinaggio:
A Lisbona non possono venire che amanti felici.
Quelli appena in dubbio, o sfiorati dall’ala di un incerto destino,
quelli dilaniati da altri ricordi,
quelli affamati dal corpo l’uno dell’altro,
quelli che vivono di nostalgia,
quelli con lo sguardo remoto
e dalle mani inerti,
quelli che sperano oltre l’irragionevole,
quelli dagli occhiali d’oro e dalle molte fotografie,
quelli non devono venirci.
L’Oceano con il Tago non fa per loro.
E il mesto crepuscolo.
E la sospesa tristezza azzurra e bianca
d’angoli smussati dal vento e dai sospiri.

 
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