Lombok e Sumbawa

di Maurizio Pinto –
Mi sveglio improvvisamente colpito da uno spruzzo d’acqua e immediatamente mi trovo sospeso tra cielo e mare, l’aria è dolce assai, il vento spira da lontano con soffi regolari. Sbarchiamo dopo circa 6 ore di traghetto, da Bali a Lembar-Lombok, prima isola dell’arcipelago delle Nusatenggara: si inizia da Lombok, segue Sumbawa, Komodo e Flores. Lembar è un l’unico porto commerciale, vecchi e decadenti traghetti con scritte scolorite “we move Indonesia”, i più attraversano con i fast boat americani, molto cari, ma sicuramente più sicuri. Si scende su una banchina improvvisata, anch’essa vecchia e arrugginita, fasti di una lunga dittatura. Sono circondato da qualche tenda costruita con materiali locali e pochi resti di lamiere, da un warung, da polvere, da uomini slanciati magri, nervosi, si riconoscono le influenze dei cinesi, in tempi passati chiamati “ping”, dei malesi. Molti hanno nasi alla cambogiana e altri simili ai maori, piccole le donne, ben fatte, tornite, con l’ovale delle giapponesi e le falcate arabe, indossano il tipico sarong, pelle bruna, occhi neri, qualche velo musulmano.

Sulla strada che costeggia il mare riflette il rosso del sole, la marea è molto bassa e lo specchio d’acqua assomiglia ad una pista di pattinaggio, palafitte di allevatori di ostriche, bilance per la pesca simili a stadere, donne che sbarcano da colorati trimarani di fantasie oceaniche. Con ancora quel poco di luce che filtra tra le alte palme si intravedono fabbriche di mattoni crudi, grandi buchi dove rubano l’argilla alla terra e enormi cataste di mattoni, con qualche foro dove sistemano la legna per la cottura. I villaggi sono poveri, umili, qualche fioca luce che riunisce i giovani in semplici serate in compagnia, quando la giornata finisce il villaggio acquista dei colori diversi, cambia la forma, si riempie di suoni, le famiglie si riuniscono nel rito del fuoco: il villaggio è vivo!! Il mattino chiama velocemente, il pesante sole carico di luce equatoriale si alza quasi dovesse abbrustolire tutte le cose, parto e attraverso Lombok.

Unica strada, da ovest a est, da Mataram a Labuan Lombok, qui prenderò il traghetto per Pototano Sumbawa. La tratta è breve, ma molto impegnativa, si attraversa tutto, cento villaggi, mercati, cortili, il vulcano di Lombok il “Rinjani”: una piramide naturale di 3726 metri, ti accoglie con una smorfia filosofica, impassibile, quasi a ricordare gli imperatori di Angor-Wat. Da questo punto di vista devo ammettere che Lombok ha della baraccopoli, la speranza di fortuna della vicina Sumbawa, ha trasferito molta gente in cerca di oro. Male di capitalismo!!
Mi imbarco velocemente per Pototano. Sul traghetto la gente è cordiale, i giovani cercano di esercitarsi con l’inglese, molti uomini e ragazzi, che qui si chiamano Pak e Mas, qualche estremista islamico, pochi occidentali. Orizzonte tondo, mare piatto, in lontananza spuntano lingue di sabbia, colline brune e montagne verde brillante, più mi avvicino alla costa e più il colore dell’acqua trasparente acquista una limpidezza cristallina. Quando si torna da un viaggio e ci si riunisce con gli amici per condividere esperienze, quando si mostrano le fotografie, esistono due tipi di persone: le prime annoiate e deludenti ti chiedono: “perché sei andato in questo posto?” e le altre un poco più interessate stanno a ascoltarti e cercano di immaginare. Le sensazioni, le emozioni, quel senso di libertà e potenza, di elemento della natura, questo è impossibile trasferirlo. Raramente ho avuto la sensazione di esplorare, comprendere un popolo, i costumi, l’evoluzione “darwiniana”, le caratteristiche fisiche, i perché e i per come, ho letto molto di esploratori, pirati, cacciatori e pazzi ed ora in questa parte di mondo mi sento fortunato. Esistono poche influenze del mondo occidentale, sporadiche. La natura, gli animali, le persone sono pure, come pura è la terra che le ha create.

Tutta la costa est, punto di eccellenza dei più grandi surfisti, è praticamente incontaminata da costruzioni invasive: primo stadio tende, qualche pentola, seguono capanne, i più fortunati posseggono una vacca o qualche capra. Le case sono diverse da Lombok, bianche con tetto rosso o verde, tutte a scacchiera quasi come se i nostri antenati avessero fatto una capatina.
La strada in direzione sud ricorda il grande sforzo dell’uomo, rapide salite e immense discese sterrate, il poco cemento distrutto da ininterrotte piogge e sole caldo, polvere, la giungla che si riprende il suo posto, poche persone e poche auto, anche i motorini qui sono l’unica eccezione, monkeys. Un susseguirsi di immensi anfiteatri naturali con ognuno una tragedia in atto. Il sole è al culmine della sua possenza, posto al centro domina lo spazio visibile. E’ il re! i primitivi dicevano: è Dio!



Come appaiono piccole e lontane le città degli uomini, le passioni, le religioni. Come tutto appare grande e potente, l’acqua, la sabbia corallina, le montagne, le persone, le passioni. Poi il sole si immerge lentamente nell’infinito, un atomo di fuoco, il tramonto è sbalorditivo, solo un grande pittore riuscirebbe a riprodurre questa magnificenza, ma non su una tela, mi immagino le grandi vetrate delle cattedrali europee. Azzurri, rossi, argenti e porpore si mischiano alla spuma delle onde, sono così suggestivi, nell’orgia del tramonto, che si ha l’impressione di precipitare da sterminate altezze. Resto lì, senza scopo, immobile, senza la forza fisica d’andar via, intorpidito dal tepore dell’aria, inchiodato dalla pesantezza dell’universo. E’ uno stato d’animo difficile da analizzare, più difficile ancora da far capire, come un senso di isolamento, con una sfumatura di tristezza. Sotto una pressione potente mi si apre una meravigliosa cappa del firmamento, brulicante di piccoli atomi, palloni veneziani di carta e lampade cinesi di seta formano un quadro che non ha nulla del nostro cielo, il progressivo venir della notte che avanza dalle lontananze del mare accende la Croce del Sud. Maluk, chi ci arriva deve essere premiato. Questo ha deciso la natura.

Arrivo di notte, cerco un warung dove mangiare, solito villaggio sulla strada, molti “surfisti” indonesiani, oltre alla miniera è l’unico sostentamento ed evasione per i giovani ai quali è permesso di imparare un poco di inglese e di salutarti all’hawaiana. Un Mas mi chiede se voglio fare surf: “no grazie per questa sera solo un ristorante”. Mi porta in quello che noi chiamavamo trattoria: banconi in legno, una cucina improvvisata sotto una tenda, all’ingresso un grande catino con la pesca. Prendo uno red-snapper e un pollo alla brace, prima volta che mi viene servito attorcigliato tra gambe e collo, con zampe e testa, senza posate, riso bollito e l’indimenticabile salsa piccante.

Nord di Sumbawa, Sumbawa Besar, percorro la strada principale, da Pototano verso il centro dell’isola, da un lato il mare, dall’altro brulle distese australiane, pochissima gente del luogo, nessun occidentale, alte palme, mangrovie, risaie, giganti alberi con frutti di cotone, simpatiche bandiere tibetane sventolano nei villaggi e immancabilmente si sente una voce da lontano: “Mister, Mister!!” Mi fermo a visitare un villaggio sull’acqua, un lungo ponte di sabbia e terra si estende verso il mare, verso un miraggio di palafitte. I giovani in motorino cercano di attrarre l’attenzione per scambiare qualche informazione del mondo, del nostro mondo, così lontano, visto in televisione, il mondo del denaro e del calcio! Vengo travolto da un centinaio di bambini che giocano in un cortile di una scuola, tutti in divisa: camicia bianca e pantaloni rossi.
Gli strumenti per viaggiatori sono una bussola, umiltà e spirito di adattamento, non ho mai pensato di apparire come “il ricco uomo bianco”, effettivamente in questa situazione mi sono sentito più uno straniero, di quelli mai visti prima. Ricordo che da piccolo avevo un cocker, Paki, tornavo a casa e mi travolgeva di spintoni, leccate e ogni forma animalesca di felicità. Ecco proprio in questa situazione ho riprovato le stesse emozioni di calore e affetto, interesse e coinvolgimento che provavo allora. Mi allontano con grande dispiacere, avrei voluto poter stare di più, per comprendere, osservare e apprezzare, per poter come mi dice sempre Michele: “cerca le storie delle persone!!”. A volte nella vita si deve sbagliare strada, perdersi, come quando si dice che le cose migliori sono quelle non organizzate, mi perdo spesso, in Italia, nei viaggi, nella vita.

Ora mi trovo in Indonesia, a Sumbawa, Besar la “grande”, cerco la direzione per AirBari. Attraverso un mercato colmo di maleodorante pesce, cumuli di spezie, carne, montagne di sale, ceste con volatili, piccioni, anatre. Nord, la mia direzione è verso nord. Trovo una strada di montagna che si inerpica tra le costruzioni, a ricordare le favelas di Rio, lo spettacolo dall’alto è sempre mozzafiato. La piccola strada diventa velocemente sterrata, mi addentro nella foresta seguendo villaggi e indecifrabili cartelli scritti in indonesiano, le case in mattoni, due ragazze giocano in strada a volano, molte persone riunite nei campi, i bambini provano la marcia per la festa dell’indipendenza, qui l’ambiente cambia e si percepisce una povertà di città, non quella delle spiagge o delle campagne, qui siamo vicini alla “grande”. Il sole sta per calare, è ora di trovare un posto per la notte.

fotografie: http://www.panoramio.com/user/1695095

video: http://www.youtube.com/user/uovocollezioni#p/c/0BD87BF01EB1CD5B/20/yr2RPLZFnpI

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