London and me

di Lucia Giachi – 

Tutto inizia a casa mia nell’attesa del taxi che mi porti a Peretola (io credo sia l’unico ridicolo nome che un povero aeroporto si trova addosso).
All’ora fissata scruto l’orizzonte…niente di niente.
Per puro caso richiamo al telefono dove la gentile, tranquilla, informale voce della centralinista di turno mi dice “ma guardi che la sua prenotazione è stata annullata”.
“Come? Quando? Dove? Perché ?….Aiuto !”. Il fato che incombe comunque è cancellato da un altro taxi e, mentre lentamente le mie pulsazioni riprendono un ritmo normale, raggiungo la prima di una serie di tappe a ostacoli.
Dopo il trasferimento con l’apposito, inutile e pomposo bussino dal terminal all’aereo…che è praticamente lì a dieci passi di distanza…quando scendo rapida e leggera sento una voce dietro di me “ma qui è rimasto uno zaino !”.
E’ un attimo…il cuore si ferma di nuovo. Torno indietro e lo afferro farfugliando un grazie che vorrebbe dire (la bendico…l’adoro…sono ai suoi piedi…) e mi avvio verso la scaletta.
Santi Numi! Questo sì che è quello che si dice un buon inizio!
Quando vedo sotto di me la Manica con le bianche scogliere di Dover (esistono davvero), mi sento commossa. Ho lasciato dietro di me il continente e sono arrivata nell'”Isola che non c’è” (infatti Peter Pan abita qui).
Ma non sono ancora a Londra. L’ultimo colpo di coda della famosa maledizione è il treno che dall’aeroporto va in città. A un certo punto si ferma. Spiegazioni a me incomprensibili, e poi inaspettatamente, fa marcia indietro e ritorna quasi al punto di partenza. Altra sosta poi si riparte…piano piano però. Insomma sembra che il macchinista sia in uno stato di confusione totale che naturalmente mi contagia subito.
Come Dio vuole si arriva!



Una sorpresa è stata l’albergo (scelto a caso, all’ultimo tuffo) situato in una posizione di una fortuna sfacciata…proprio di fronte ad Hyde Park. La fortuna ha voluto anche strafare fornendomi, alla reception, una ragazza italiana con la quale è stato un sollievo poter spiegare tutte le mie necessità e ricevere un sacco di aiuti e consigli.
E ora che dire di Londra ?
Ho cominciato da Parigi per arrivare a Londra. Sono così vicine, ma ci sono voluti cinque anni.
Io amo Parigi…è il mio primo amore, ma ora posso dire che amo anche Londra. Certo che si possono amare cose molto diverse e Londra lo è….”diversa” intendo dire, bizzarra, pittoresca, unica.
La prima cosa che mi ha colpito è il colore. E’ una città che stordisce di colori, ma su tutti quanti domina incontrastato il rosso. A “Red city” tutto è rosso fiamma…. I cari vecchi bus a due piani, le cabine telefoniche, la pietra dei palazzi, le giacche delle guardie della regina, le cappe dei dignitari di Westminster, la divisa dei guardiani della Torre di Londra, il rosso dei semafori con cui passano tutti i pedoni.
Riguardo ai taxi, oltre i classici “cab” neri, verde scuro o amaranto, vecchi, nobili e ostinati, vengono gli altri che fanno allegria. Sono dei veri gioielli in cui si scatena la fantasia. Su ognuno c’è una festa di colori, come un bambino che mette le mani nella pasta colorata e poi fa un gran casino, li sparge qua e là come viene viene……Non si potrebbe fare di meglio.
Le facciate dei negozi poi fanno a gara con i taxi per stupire e darci sotto con le più rare combinazioni cromatiche. Se si aggiungono i bobbies che indossano un giubbotto giallo fosforescente sulla loro classica divisa nera, col loro classico casco nero, gli operatori ecologici, presenti ovunque, in arancio squillante c’è davvero di che essere storditi.
Ecco, direi che la prima occhiata che ho dato alle strade di Londra è stata proprio questa – una festa per lo sguardo. Forse perché essendo spesso grigia e piovosa ha bisogno di riscattarsi….e ce la mette tutta.
A proposito dei taxi, qui, come il resto delle macchine, vanno a sinistra (del resto Londra è diversa). Quando sono uscita dalla stazione, aspettando sul lato destro, mi sono accorta che, pur essendo sola, nessuno dei taxi che passavano si fermavano ai miei cenni. Appena ho inquadrato il problema era troppo tardi. Avevo già fatto la mia bella figura.
Sulla sponda opposta appariva una fila lunghissima e ordinata a cui ho dovuto accodarmi con gli orecchi bassi.
Mi aspettava subito un’altra sorpresa.
Da noi, di solito, il taxista che ti vede carica di valige scende per metterli nell’apposito bagagliaio. Ho ben presto capito, guardando chi mi precedeva, che qui non va affatto così.
Arriva il tuo turno, apri la portiera, metti dentro da sola i tuoi enormi bagagli uno per uno nell’apposito spazio fra l’autista e il sedile posteriore. Se sei fortunata riesci ad entrare anche tu, ormai colpita da dolori lombari. E poi li chiamano gentlemen!
Il traffico è spaventoso, caotico, un flusso continuo che si incrocia, si sorpassa, si aggroviglia….con semafori ogni cento metri in cui – questo è strano veramente – il rosso dura un tempo interminabile e il verde, giusto quell’attimo per far passare due vetture. Eppure non ho mai sentito suonare un clacson, o visto qualcuno innervosirsi.
E quindi il mito della flemma inglese è davvero una realtà..
Ad esempio, alla fermata dei bus, la incredibile, inossidabile fila, uno dietro l’altro, in fila indiana, degli impiegati della City in completo grigio o nero (la bombetta forse è stata abolita).
E che dire quando salgo la mattina alle otto sul metro e trovo tutti i londinesi che vanno al lavoro, seduti o in piedi, uomini o donne, ricchi o poveri, dico tutti, con il loro giornale spiegato davanti (nessuno che dorma o dia un’occhiata in giro). Silenzio assoluto. Solo io mi trovo lì senza nemmeno una copia arretrata della Nazione.
E le scale mobili che vanno su e giù nei corridoi infiniti del metro portano altre file serrate e silenziose come in un rito consueto e immutato. Un suonatore di tromba, in mezzo alle due colonne di chi scende e chi sale, lancia note struggenti. Ci sarà chi ascolta quei magnifici suoni? Sono in tanti a suonare dovunque, così come li ho trovati in ogni città. A me danno gioia e pena insieme. Lo fanno per sopravvivere certo, ma spero sappiano che c’è chi si emoziona e si perde dentro quelle note. Tutto ciò che è grigio e squallido prende vita con la musica.
Eppure, a dispetto della calma che aleggia nei meandri e nelle vetture dei metro, la folla nelle ore di punta è straripante e si infila dentro fino all’incredibile. “No, vi dico che non c’entra più nessuno”…”ma sì…altri cinque….forse sette…magari dieci”
Ma non bisogna credere che gli inglesi siano solo forma e compostezza, questa è appena una delle tante facce di questa città incredibilmente varia.
La gente si muove, vive, le strade sono un brulichio della più diversa umanità. Non ci si annoia mai, c’è sempre qualcosa di pittoresco che colpisce lo sguardo e la mente.
Certo la faccia predominante di Londra è la nobiltà, la tradizione. Fa parte del gioco. Si respira ovunque. Come in quei tipi in elegante e apposito abbigliamento che, coi loro splendidi cavalli, passano a lento trotto vicino ai parchi, fermando al loro passaggio il traffico che quasi s’inchina …..”Noblesse oblige”.
Se guardi bene puoi vedere ancora intorno a te i Tudor, gli Stuart, gli York, Enrico VIII straripante di mogli morte ammazzate, Maria Stuarda, la regina Vittoria e uno stuolo immenso di teste coronate che hanno fatto la storia del passato, ma continuano ostinatamente a vivere nel presente e hanno già un piede nel futuro.
I londinesi amano anche le statue e gli eroi. Dovunque troneggiano re, regine (in particolare, Vittoria…..quasi un marchio DOC), Wellington (che sconfisse quel francesucolo di Napoleone), Nelson e la sua Trafalgar, ….Churchill… e tante statue alate di pace e di vittoria che svettano su alti obelischi.
Facendo il giro turistico della città in bus, continuamente ti vengono indicate le dimore di blasonati e lord con rendite da favola, titoli e proprietà a sfare.
Quando penso che ci sono anche fra di loro dei “nobili decaduti” non li immagino certo come poveracci senza una lira….solo che, con il loro appannaggio (che potrebbe coprire la nostra liquidazione nei secoli dei secoli) non consente quel certo tenore di vita per essere all’altezza degli altri. C’è una specie di distinzione in caste, come in India, dove del resto gli inglesi dominarono a lungo.
Poi, magari, lì accanto ti indicano le banche più famose, i centri finanziari del potere…la sede della onnipresente BBC….i negozi più prestigiosi.
Ma quello che invece mi fa sobbalzare il cuore è tutt’altro.
E’ il pensare alle persone vere o immaginarie che qui hanno vissuto, quel pezzo di passato che mi resta dentro come un patrimonio di ricordi, di conoscenze, emozioni.
C’è, fra queste strade, Dickens che ha riempito la mia infanzia….rivedo Davide Copperfield, Oliver Twist….Carl G. Lewis protagonista dello splendido “Viaggio in Inghilterra”…
Passo davanti a Scotland Yard, mi pare di essere in un film….potrei voltarmi e vedere Jack Lo Squartatore (magari sotto le spoglie di un oscuro impiegato).
Dietro quell’angolo la casa di Scherlock Holmes…. Mi pare di udire l’odore del suo tabacco da pipa e il ticchettio della sua mente laboriosa. Forse nei vicoli, di notte, striscia l’ombra di Mister Hyde….o magari si potrebbe rabbrividire sfiorando quell’uomo eternamente giovane dalla espressione innocente e l’animo dannato che si chiama Dorian Gray. E’ qui che Bernard Shaw ha già pensato al suo Pigmalione, finchè non arriverà la deliziosa My Fair Lady e Mr. Dolittle a danzare e cantare per le strade di Londra. E Philas Fogg…..è esistito davvero…c’è la sua casa…. lui che ha ispirato “Il giro del mondo in ottanta giorni”.
Agata Christie ha trovato in queste strade, fra queste case, i personaggi delle sue storie.
Ma quello che mi attira più di tutti è l’immagine di un ragazzetto povero che, poco meno di un secolo fa, giocava nelle strade di periferia sognando di andare in America e diventare ricco e famoso. Lo diventò davvero…e chissà se immaginava che sarebbe stato per sempre ” un Vagabondo”……ma il più grande di tutti i tempi. Il suo nome era Charlie Chaplin.
E ancora, andando indietro nei secoli, avrei potuto incontrare re Artù, Merlino, Lancillotto o magari Robin Hood venuto in città a sfidare l’usurpatore di Riccardo Cuor di Leone.
E il piccolo Lord giocherà ancora nel castello del nonno?
Comunque, il personaggio più vicino a noi che mi viene in mente è…”qui Londra, vi parla Sandro Paternostro”.
Scusate, mi sono lasciata trascinare, ma mi accorgo ora che Londra, l’Inghilterra è stata la patria dei più vari e favolosi personaggi che sono un patrimonio per tutti.
Ma anche i londinesi che sembrano volare in alto per orgoglio e tradizione, a volte scendono a terra e diventano comuni mortali, fra l’altro di una encomiabile cortesia.
Ci sono tanti pregiudizi un po’ su tutti i popoli…i francesi sono nazionalisti, i tedeschi troppo inquadrati, gli inglesi snob….c’è del vero certo, ma io non ho trovato ovunque che persone molto disponibili.
Stavolta, dato che ormai avevo quasi dimenticato le circa venti parole di inglese che conosco, è stata dura. Le richieste erano quasi continue. Tutti si sono fermati, hanno dato lunghe risposte e, ai miei gesti di sconforto quando non capivo proprio un’ acca, spesso mi hanno perfino accompagnata per un tratto di strada. Devo dire che, a un certo punto, per non apparire troppo importuna, dopo la seconda spiegazione preceduta da un “scusi non ho capito, può ripetere ?”….pur non capendo di nuovo assolutamente nulla facevo un luminoso sorriso di comprensione…OK …”that’s all right!”. Tanto per farli contenti.
C’è una cosa che forse non dovrei dire, ma dovete sapere che ho continuato per giorni a fare domande di questo tipo..”excuse me, save you where is….?”, con l’intenzione di dire “mi sa dire dove…?” e invece stavo dicendo “scusi, mi salvi, dove…?” (che in fondo in fondo però aveva un ché di verità). La mia salvezza dipendeva da loro ed erano troppo cortesi per sgranare lo sguardo o fare un piccolo cenno di divertito compatimento. Anche qui comunque ho fatto la mia bella figura.
Bisogna dire che a me piace tanto fermare la gente, ancora di più se la richiesta è semplice, come quella di una foto. Quasi sempre è uno scambio di favori.
Una compagnia di giovani, dopo che gli ho chiesto una foto, mi ha catturata e ho avuto il piacere di ricambiare. Praticamente tutti volevano apparire nella foto, fatta ognuno con la propria macchina. Me ne sono prese non so quante e ho fatto scatti a ripetizione. E’ stato divertente.
Alcuni addirittura, prima di scattare, dicevano pure “one…two…three….” E’ molto buffo non l’avevo mai sentito…..mancava solo il “cheese” finale.
Tanto per cambiare argomento, se vogliamo parlare del tempo, “purtroppo” il meccanismo si è inceppato. Io che aspettavo le grigie e piovose giornate londinesi ho trovato sole e persino un caldo non indifferente (tutto compreso nel prezzo).
Però forse per non lasciarmi questo rimpianto, la tradizione è stata rispettata. Mi è stato concesso molto più di quanto pensavo. Alcuni giorni piovosi, freddissimi e ventosi….forse anche un po’ troppo direi. Ma non si può avere tutto.
Anzi direi che è stata un’esperienza molto simile alla sauna finlandese. Caldo – freddo. Solo gli inglesi appaiono imperturbabili col sole o col freddo, nei loro vestiti leggeri a camminare nei prati quando la gente normale si fornisce di giacche a vento e dopo sci.
Una cosa che mi ha veramente scioccata è stata il vedere, l’ultimo giorno, quando la pioggia cadeva a dirotto, che la maggior parte della gente di tutte le età non portava l’ombrello, ma camminava a passo normale, lasciandosi inzuppare con estrema indifferenza. Nessuna corsa per mettersi al riparo o passare fra goccia e goccia,
Evidentemente per loro la pioggia è un evento talmente naturale, che sono arrivati ad ignorarlo. Certo che gli inglesi, bisogna lasciarli stare, sono unici nel loro genere.
E del resto una Londra tutta sole, pizza e spaghetti non ci sta proprio.
Ma dove trovare, se non in quei cibi così familiari e bramati, un po’ di conforto al povero, disgustato palato? Qui tutto va bene purché sia un ignobile miscuglio di cibi innominabili. In questo almeno gli chef francesi battono Londra 99 a 1.
Ora, se vi interessa, ma anche se non vi interessa, potrei intrattenervi su due o tre momenti di difficoltà che ho incontrato.
Naturalmente non poteva mancare la visita al Museo delle Cere che è veramente impressionante, non solo per la somiglianza dei personaggi (a volte scarsa) con l’originale, ma per la veridicità della persona stessa.
Vi giuro che è impossibile distinguerli da quelli veri. Questo disorienta molto. Mi è capitato di avvicinarmi a un poliziotto per chiedere un’informazione e fermarmi perplessa a due passi da lui. Poteva benissimo essere immobile…oppure no….neanche dagli occhi si capiva. Ho preferito non rischiare. Infatti ho riscontrato che era un falso.
E’ una realtà virtuale dove ti muovi e sfiori continuamente esseri che si confondono con altri che, in più, hanno solo il respiro.
Da Bogart a Hitchcock. La Taylor e John Wayne, Sinatra e i Beatles, Chaplin e Marylin, Elvis e Sean Connery e poi il favoloso Indiana Jones.
Ma la parte forse più impressionante è quella dei politici, dei potenti. Mi trovo accanto Gorbaciov, Arafat, Ghandi, Mandela, Lenin e Lincoln come se fossi finita in mezzo a secoli di storia. Poi la famiglia reale inglese, che ormai ci ha già stufato e naturalmente nessun politico italiano. Infatti “che c’azzecca?”.. come direbbe qualcuno. Gli unici Italiani sono il Papa (anzi nemmeno lui) e Pavarotti. Contentiamoci.
Avevo giurato a me stessa che non avrei visitato la sala degli orrori, ma l’attrazione era forte. Devo dire che l’atmosfera che hanno creato è terrificante davvero. Non soltanto per i decapitati, i torturati, gli impiccati, gli scheletri e tutto quel sangue, ma perché si entra in un tunnel oscuro, quasi camminando a tentoni…tutto è di pietra, il pavimento è sconnesso, buio quasi totale. La nebbia sale dal basso come nei bassifondi dei film del terrore…..tipo Jack lo Squartatore mentre arrivano suoni orribili di lamenti, di passi, ghigni soffocati.
Confesso che, siccome sono entrata da sola (in quel momento non c’erano altri visitatori), m’è presa veramente una paura notevole. A un certo punto ho pensato “che faccio?…vado avanti, chiudo gli occhi o torno indietro urlando?”.
Ho completato la mia prova di coraggio e me la sono rapidamente svignata.
Lì accanto c’è il Planetarium e qui è cominciata la mia odissea…chiedevo e chiedevo (col solito sottile sospetto se l’interlocutore fosse vero o no) e ognuno di loro si sbracciava in lingua ostrogota a darmi indicazioni completamente diverse. Non so quante volte mi sono ritrovata a fare inutili, sconfortanti giri che mi riportavano sempre allo stesso punto. Alla fine un ultimo pietoso guardiano a cui quasi piangendo ho confessato “Excuse me…is impossible exit!”….il gentile giovanotto per evitare che ritornassi per l’ennesima volta a scocciare, ha capito che la soluzione del problema consisteva nell’accompagnarmi di persona nella direzione che, in realtà, nessuno mi aveva ancora indicata. E poi non c’era nessun cartello!
Sarebbe spaventoso rimanere lì chiusi in mezzo a quelle statue mezze morte, o forse vive…Una, vi giuro, mi è sembrato proprio che muovesse gli occhi….un boia giacobino con un ghigno orribile che mi fissava anche quando mi spostavo.
Finalmente fuori da lì, lo splendido spettacolo del Planetario dove, seduti in un grande teatro siamo immersi nell’atmosfera delle stelle e delle galassie con una impressionante vivezza, specie quando ti sembra di essere proiettato come un’astronave, a velocità impazzita, in un percorso fantasmagorico. Mi ricorda la scena di Indiana Jones su quel carrello che corre velocissimo nel tunnel del tempio maledetto. La musica che accompagna il tutto è quella bellissima di “Balla coi lupi”.
La seconda disavventura di cui vi dicevo è accaduta nel metro.
Già disfatta da una giornata molto faticosa, trovo un posto libero e mi siedo. Finalmente! Ci sono solo quattro fermate e poi mi aspetta la doccia, un pasto (chiamiamolo così) e il letto. Dopo la seconda fermata, arriva un lungo messaggio in lingua indigena che mi incuriosisce “chissà se è una cosa importante?”. La situazione comincia a diventare allarmante quando tutti scendono e vedo che le vetture rimangono completamente vuote, tranne me che sto lì come un baccalà. “Oddio no…ma che succede?”.
Così mi accodo agli altri e poi, per capire qualcosa di più, chiedo a una donna poliziotto.
Ma capire non è esattamente l’espressione giusta….mi sento perduta di fronte a un profluvio di spiegazioni ripetute pazientemente tre o quattro volte, finché mi metto le mani nei capelli “help me”……a quel punto la mente si apre e finalmente capisco. La vettura del metro è guasta e ci trasferiamo in superficie su un bus di soccorso.
Questo dimostra che a volte il caso fortuito crea dei miracoli. Quante volte, vedendo passare quei meravigliosi bus rossi a due piani avrei desiderato salirci. Ma non riuscivo mai a capire dove andavano ed era troppo rischioso ritrovarsi poi chissà dove. Ed ora ecco che questa occasione mi viene presentata su un piatto d’argento. Dalla disperazione al desiderio esaudito!
Mi dovete scusare, ma penso di aver fatto un po’ di confusione, passando da un argomento all’altro così come mi veniva alla mente, ma Londra mi ha messo in subbuglio. Le emozioni, le sollecitazioni sono state talmente tante che non sono più in grado di riordinarle. Lascerò così che affiorino una per una come succede per i ricordi che a tratti aprano immagini vissute davanti agli occhi della mente.
Non ho ancora detto niente di tutti i monumenti classici che fanno di Londra quella che è.
Indovinate la prima cosa che ho cercato?…il banalissimo e scontato Big Ben.
Chi avrebbe immaginato che fosse così perfettamente inserito nella piazza del parlamento, con quelle meravigliose guglie gotiche che ricamano i tetti fra terra e cielo.
Quando mi sono vista proprio sotto e ho guardato in alto quel mitico orologio, dentro di me gridavo piano.. “sono a Londra…ci sono…eccomi qui…sono io!”
Un altro avvenimento che a Londra non si può perdere è il Cambio della Guardia a Buckingham Palace. Certo che, arrivandoci dall’ampio, imbandierato the Mall, appare laggiù in fondo come un miraggio da favola. Io sono arrivata di lato ma il colpo d’occhio è stato grandioso. Direi che qui si assapora e si respira il massimo della tradizione e della forma, in una cerimonia perfetta come una macchina con tutti gli ingranaggi ben oliati.
Se penso che questo avviene ogni giorno da secoli, mi chiedo come possano farlo per ore, sempre allo stesso modo con lo stesso convinto rigore.
Per chi, come me, assiste per la prima volta è una festa. Io arrivo col mio solito anticipo….circa un’ora e mezza. Dicono che si devono prendere i posti per tempo e infatti, vista la splendida giornata, minuto dopo minuto la folla si ingrossa e riempie l’ampio cortile, davanti a quelle superbe cancellate con le due solite guardie rosse immobili sotto il loro alto colbacco, che compiono rituali movimenti ogni circa cinque minuti.
Stavolta c’è un sole a picco così caldo da cuocere il cervello. Cerco di ripararmi il più possibile all’ombra, poi, quando tutto sembra imminente, riesco con noncuranza ad avanzare e infiltrarmi fra la gente e raggiungo indisturbata la prima fila.
Qui, se qualcuno cerca di fare il furbo e di andare troppo avanti, non ha vita facile. Passano di continuo poliziotti a cavallo che, se fai tanto di spostare un piede di dieci centimetri oltre il limite stabilito, ti strapazzano con ordini secchi e perentori. Uno di loro in particolare, un poliziotto di colore, pare il più burbero e severo. Non concede nulla. Nulla sfugge al suo sguardo. Dentro di me penso che sia il più antipatico. E’ l’unico che grida e mette tutti in riga. Poi si ferma proprio davanti a me. Io mi faccio piccola piccola e stretta, ritirando il mio piede di qualche colpevole millimetro. Il suo cavallo mi sta a dieci centimetri. E’ un animale stupendo, vorrei carezzarlo ma non oso, dato chi lo cavalca. Qualche bambino in fretta allunga la mano e gli tocca la coda.
Accade che quell’odioso poliziotto comincia a parlare con la folla ed evidentemente spiega lo svolgimento della cerimonia. Ora appare più umano. Credo che parli di sé, che faccia battute, perché tutti ridono e fanno domande. Si crea un feeling particolare fra la gente e quest’uomo che ora scopro avere una faccia simpatica e sorridente. Si diverte a divertire. Io non ho il coraggio di guardarlo perché temo che pensi, dato che non rido alle sue battute che ce l’abbia con lui. Solo che non capisco un cavolo, ma non posso stare neppure troppo seria perciò ogni tanto lo guardo e lancio un sorriso di intesa.
Quelli che sembravano preliminari imminenti durano un’altra mezz’ora. Il caldo è forte, cerco piccoli spazi d’ombra dietro persone più alte di me che mi nascondano il sole come un’eclissi.
Finalmente si sentono lontano rullare i tamburi e arriva maestosa e trionfante la sfilata della banda e delle guardie della regina.
L’inno inglese, quel bel rosso fiammante delle divise, il nero dei colbacchi, il luccichio dorato degli strumenti e delle spade crea un’immagine indimenticabile. Sono pochi minuti in cui ti senti parte di un rito collettivo, forse inutile, ma di grande bellezza…e qualcosa brulica dentro. Ancor più al passaggio del corpo delle guardie a cavallo, con bellissimi destrieri ed elmi dorati, piumati bianchi e rossi.
Signori, questo sì che è stile! Cerimonia impeccabile. Ne valeva la pena.
Ho dimenticato di dire che dal mio letto ogni giorno vedo l’alba, cosa che non mi è mai successa a casa mia ed è stupendo. Un giorno mi sono svegliata con davanti i raggi di un bel sole che però mi ha ingannata. Sono uscita allegra e pimpante per visitare la Torre di Londra. Arrivata col mio solito anticipo, ho visto che improvvisamente le nubi cominciavano a oscurare il sole e soprattutto ho sentito che la temperatura era scesa vicino allo zero e tirava un vento gelido da tagliare le orecchie.
Nonostante che, dopo venti lunghissimi minuti fossi quasi un ghiacciolo, mi ha scaldato il cuore la vista del London Bridge. E’ così semplice e così straordinario. Torri gotiche di stile antico traversate da moderne campate metalliche, bianche e azzurre che ricordano un po’ il famoso ponte di New York, quello che si vede dalla altrettanto famosa panchina del film Manatthan.
Il tutto è come guardare una cartolina viva o entrare in una foto.
Quando finalmente la Torre apre, ci accolgono i caratteristici Beefeater, i guardiani della Torre che da secoli portano quella pittoresca divisa nera e rossa con quello strano copricapo. In effetti in molti luoghi di Londra non sai mai se sei nel presente o nel passato.
Anche qui arriva la mia solita, magra figura.
“Dove vendono i tickets?”……All’ennesimo tentativo di spiegazione fallito, un maestoso Beefeater in alta uniforme mi scorta di persona. E la fila, al solito, è già lunghissima. Mi metto al mio posto preferito…in fondo.
Gli abitanti tipici della Torre, oltre ai Beefeater sono, non delle persone, ma semplicemente cornacchie. Non so perché, ma questo da sempre è il loro regno. Non temono nulla. Camminano fra le gambe, ignorando ormai i visitatori e, gracchiando, danno il loro benvenuto.
Io ho trovato che erano enormi, come un tacchino rispetto a un pollo. Forse le nutrono esageratamente o forse sono semplicemente una razza superiore, regale.
Ora, a parte che in queste torri ci sono più che altro ricordi di prigionie, condannati a morte, esecuzioni (basta ricordare Maria Stuarda), la loro fama deriva dal fatto che, nella torre bianca, quella centrale, è conservato il tesoro del trono d’Inghilterra.
Infatti i poliziotti all’ingresso esaminano tutti da capo a piedi per evitare sorprese.
Che so…. qualcuno magari potrebbe avere con sé un martello, una mazza da golf, per sfondare le teche di vetro, o una bomba al plastico, più pratica e sbrigativa, o bombole di gas per addormentare i custodi…..e così via.
Se fossi Arsenio Lupin però, riuscirei lo stesso a ingannare i controlli e fare un bottino favoloso.
C’è da rifarsi gli occhi a guardare tutto quel profluvio di ori, diamanti, zaffiri, smeraldi, rubini che riempiono sale intere, e molte di queste si sono posate su infinite teste coronate.
Teste che, a volte, sono cadute (recuperando prima la corona, che si poteva sporcare di sangue) o che avrebbero fatto miglior figura se, invece di farsi incoronare, si fossero date all’ippica. Cosa che in effetti facevano già.
Ad ogni incoronazione – è chiaro – serviva una nuova corona….”My God!….ma che cos’è questo orrore?…..non vedete che ormai è passata di moda…..mettetela pure nell’armadio….non posso fare la figura di uscire con la stessa corona del mio predecessore”.
Ma il bello è che in realtà queste numerose corone sembrano tutte uguali. La differenza forse sta solo in una perla in più, o nella piega più stretta della stoffa. Fatto sta che in due sole stanze ci saranno miliardi e miliardi di valore. Mai che ci sia una svendita o un riciclaggio.
L’unica cosa certa è che qui fanno proprio tutto in grande!
Finora ho parlato di tante cose, la cui vista mi ha dato emozione e piacere, ma c’è, anche in questo vissuto, un gradino in più.
E cioè tutto quello che non solo emoziona, ma procura una vera beatitudine, uno stato particolare che fa sentire fuori dal tempo, come in un’altra dimensione dove ci si può perdere, col desiderio che quel momento duri per sempre.
Parlo ad esempio dei parchi di Londra.
E’ impossibile descrivere a chi viene come me da una città dove il verde si riduce a un bel mini giardino qua e là, che cosa si prova quando lo sguardo spazia all’infinito nel verde. Ecco, qui ho pensato, “Londra è rossa fuori ma verde dentro”.
Si può camminare quasi due ore per viali di cui non si vede la fine o in quei prati enormi, soffici, verdissimi con alberi dal tronco e la chioma gigantesca. Le sole cose che restano sono, semplicemente….respirare e guardare.
Lì la gente vive e si rilassa, li attraversa prima di andare al lavoro, fa jogging, ginnastica, sulle panchine legge libri, scrive oppure si sdraia in mezzo all’erba a prendere il sole.
Era anche a questo che mi riferivo quando parlavo di flemma inglese. Io credo che la natura influisca sul carattere delle persone. Forse dove c’è tanto verde è più facile recuperare pace e tranquillità, dando tregua al caos della giornata.
Io , Hyde Park, l’ho “vissuto” davvero come un miracolo. Ho assaporato questa beatitudine di poter guardare anch’io verso l’infinito dove ogni tonalità di verde tocca una corda diversa del cuore. Ho respirato…mi sono sdraiata fra gli alberi per aderire alla terra, carezzare l’erba fresca, guardare le nuvole e ringraziare Dio di questa abbondanza di meraviglie. E succedeva che, mentre chiudevo gli occhi tra foglie e cielo, sentivo gli uccelli che volavano e cantavano intorno.
Poi uno scoiattolo mi è passato accanto, così vicino come non l’avevo mai visto. Trattenevo il respiro e, senza paura, ne è passato un altro, poi un terzo…….Cip, Ciop e Ciap.
Si fermano per un attimo ritti sulle zampe posteriori, immobili e attenti a ogni rumore, poi, più in fretta delle lepri, corrono via facendo oscillare la loro morbida e lunga coda.
Nei giardini di Kensington ho cercato Peter Pan. Ci sono voluti tre giorni per trovarlo.
Chiedevo e nessuno era sicuro, tutti mi mandavano di qua e di là….alla fine di fronte a un laghetto pieno di uccelli acquatici, è comparsa quella statua.
Ma sappiamo bene che Peter Pan non è lì……vola via, non vuole stare sulla terra……l’eterno bambino torna all’Isola che non c’è….e a noi lascia un bambino di pietra per ricordarci che lui esiste.
Fra i tanti simboli di Londra ce n’è un altro che mi ha provocato la beatitudine di cui parlavo. L’abbazia di Westminster.
Io ce l’avevo già un po’ negli occhi e nel desiderio quando la vedevo nei film……quelle cerimonie di incoronazione….i cori splendidi dei cantori e delle voci bianche.
Una storia soprattutto mi ha sempre appassionato. Quella del “Principe e il povero”. Era bello quando si arrivava alla scena finale e, nell’abbazia di Westminster, il vero piccolo re arrivava, all’ultimo momento, a salvare l’amico straccione da un non molto invidiabile destino regale.
Quando sono entrata, anche qui accolta dai guardiani in cappa rossa (guarda caso..), sono rimasta per un po’ immobile a bocca aperta e gli occhi in su a guardare lo splendore del soffitto della navata centrale bianca e intarsiata come da mille ricami……e la bocca poi non si chiude più.
In uno dei transetti laterali, scranni in legno scolpito portano, sopra di loro, ognuno un’armatura da guerriero….sull’elmo il simbolo della casata e, al di sopra ancora, un enorme stendardo col proprio stemma nobiliare. Il colpo d’occhio è notevole. Queste insegne che troneggiano in alto sono così grandi che entrando, in prospettiva, è tutta una serie di colori e immagini sgargianti che si inseguono in alto sullo scuro dei sedili di legno.
Al centro c’è, sopra un tavolo, un grande specchio. Un’idea grandiosa…se uno si affaccia vede in contemporanea il bianco intarsio, capolavoro della volta, che si riflette sulla sequenza inesauribile di quelle stoffe dipinte e ricamate.
La Sala del Coro è, in modo completamente diverso, altrettanto suggestiva.
Anche qui scranni severi di legno lavorato e, a fianco di ognuno, una lampada simile a una torcia che diffonde un morbido colore rosso e giallo. Di fronte un magnifico altare, a sbalzo dorato.
Quando ero lì in mezzo con, da un lato nella penombra quelle luci sfumate, dall’altro quelle brillanti delle altissime variopinte vetrate, non sapevo dove guardare. Alla fine mi sono seduta e finalmente ho potuto contemplare il tutto in pace.
Queste due esperienze sono state per me così straordinarie che le posso paragonare solo ad altre due. La visita alla Sainte Chapelle di Parigi e la navigazione sui fiordi di Norvegia.
In tutti questi casi ho fatto il bis. L’ultimo giorno è sempre per me un ritorno, prima dell’addio, a qualcosa che si vorrebbe poter portare con sé.
Quando ho rivisto Westminster, oltre a gustarmela con più calma, ho fatto una scoperta che la prima volta avevo ignorato. Cioè che all’interno sono sepolti moltissimi personaggi importanti.
Mi è capitato, camminando, di leggere davanti ai miei piedi – “Charles Dickens”. Mi sono sentita commossa. Come mi piacevano le sue storie! Le ho lette e rilette tante di quelle volte! E’ ora è così vicino che posso dirgli grazie.
Accanto a lui Kipling…..e come non pensare a Kim? Era così affascinante questo ragazzo coraggioso…..l’India misteriosa….il santo vecchio alla ricerca del fiume della vita!
Ogni nome fa passare davanti agli occhi della mia mente tante pagine di libri sfogliati e consumati o le immagini di film indimenticabili. C’è un’infinità di storie che mi porto dentro e mi hanno riempito la vita.
Ecco le tre sorelle Bronte e, accanto a loro, ci sono le brughiere dove vaga, in cerca del suo amore, il misterioso e disperato Heatcliff di Cime Tempestose….o il castello dove la dolce e fortissima Jane Eyre segue il suo affascinate destino.
Leggo anche Carl Lewis Carrol e subito sento dietro di me i passi di Alice che corre indispettita inseguendo il cappellaio matto.
E poi…..bisogna inchinarsi davanti a Shakespeare, “il mito”….il re di tutte le tragedie e, poco lontano da lui, Lawrence Olivier, come per rendergli eterno omaggio recitando i suoi versi.
Mentre uscivo ho visto un’altra lapide che portava il nome di Livingstone. Dentro di me è scattata la famosa frase “Mister Livingstone i suppose?”. E infatti era proprio lui, il missionario esploratore, perso e ritrovato in circostanze avventurose.
Westminster è una chiesa, è vero, ma dà piuttosto l’idea di un monumento, di un gioiello da osservare e non usare. In più c’è che il fatto che i protestanti non celebrano la messa e per me questo sminuisce molto il senso del sacro.
Infatti ho sentito il bisogno, come in tutti i paesi che ho visitato, di assistere alla messa domenicale. Per caso appena arrivata, proprio a poche centinaia di metri dal mio albergo, ho notato, quasi nascosta fra tanti negozi, la facciata di una chiesa. Era cattolica e così ho deciso che sarei andata lì.
Sono arrivata un po’ prima delle otto del mattino, mi sono trovata in un luogo molto particolare. La struttura della chiesa, piuttosto piccola, era circolare, anzi un emiciclo con due piani. Non avevo quasi mai visto una chiesa così. Ma quello che mi ha emozionato è stato vedere come, nonostante l’ora, poco a poco i posti si sono riempiti, forse quasi sessanta, settanta persone. E nessuna uguale all’altra – di tutte le razze voglio dire. Neri, cinesi, arabi. filippini, polacchi e io. Ognuno aveva a disposizione il foglio delle letture tradotto in ogni lingua.
La celebrazione mi ha particolarmente toccata, sia perché, pur non potendo capire, cercavo, con quelle poche parole conosciute, di seguire il loro ritmo nella mia lingua, come una traduzione simultanea. Mi è sembrato bello che ognuno pregasse nella sua lingua…e mi ha contagiato il silenzio e il fervore con cui tutti assistevano e si inginocchiavano profondamente.
Mi ha commosso e mi ha fatto un po’ vergognare. Ho pensato che è proprio dove la chiesa cattolica è in minoranza, che può accogliere i più diversi e si mostra più unita e fervida, perché è piccola e si sente fiera di dare testimonianza, come i fedeli della chiesa primitiva.
Dove invece la religione è un fatto scontato è più facile che prevalga l’indifferenza e l’abitudine. Il sacerdote alla fine ha invitato i fedeli a prendere in caffè insieme. Questo è bello…ogni piccolo segno crea comunità.
E così, dopo la visita bis a Westminster, ho voluto chiudere proprio qui la mia esperienza londinese. O meglio non l’avevo deciso ma, di nuovo me la sono trovata sulla strada cercando un ristorante per mangiare.
Per fortuna era aperta. Dentro c’era il solito sacerdote e due uomini inginocchiati a pregare. Il tempo è passato e quasi non me ne sono accorta, lì in quel silenzio, con la pioggia fuori che mi dava l’ultimo saluto di Londra, ho concluso questo viaggio.
A scriverlo mi è parso lunghissimo e mi rendo conto di come in pochi giorni ho accumulato una miriade di immagini, di emozioni, di esperienze.
Nella “Perfida Albione”, come, durante la guerra, veniva chiamata l’Inghilterra, io invece ho scoperto una nuova, cara, stravagante amica e, dato che ormai mi sento un po’ inglese anch’io…….
GOD SAVE THE QUEEN AND SAVE ALL THEESE MEMORIES IN MY HEART !

 

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