Il leone e l’ Atlante

di Eno Santecchia – 

All’aeroporto di Roma – Ciampino saliamo a bordo del Boeing della Royal Air Maroc. Ad una velocità di circa 850 Km/h sorvoliamo il mar Tirreno e la Sardegna; cerco di individuare le isole Baleari, Minorca, Maiorca e Ibiza, ma sono troppo piccole da quell’altezza. Poco dopo, il pilota ci avverte che la temperatura interna è di 24° C mentre quella esterna è di – 45° C; infatti, la parete dell’aereo mi raffredda la spalla. Inoltre il comandante annuncia che a Marrakech il tempo è buono. Giunto sopra Almeria in Spagna, l’aereo vira a sud, diretto in Africa, attraversa l’estremità occidentale del Mediterraneo, non lontano dalle colonne d’Ercole, stretto che gli antichi navigatori avevano paura di oltrepassare. Nello stretto di Gibilterra in un tratto di 14 Km le fredde acque dell’Atlantico incontrano quelle calde del Mediterraneo. Durante l’ultimo conflitto mondiale, la satira inglese chiamava ironicamente Gibilterra: “Il tappo della bottiglia mediterranea”.
Nel frattempo il personale di bordo, un’hostess e due steward, ci ha servito il pranzo a base d’insalata di riso, piselli e pollo in salsa gialla, burro, marmellata, pasticcini, Coca Cola imbottigliata a Casablanca, acqua e vino. Il Marocco ha più di dieci montagne che superano i 4.000 metri d’altezza. Numerosi corsi d’acqua, anche a carattere torrentizio (uadi), nascono dalle nevi perenni dell’Atlante e sfociano nell’oceano Atlantico. Per quello che ho potuto vedere dall’aereo, le zone sorvolate non mi sono sembrate particolarmente ricche di vegetazione arborea d’alto fusto. Il terreno ha un tenue colore rossiccio, vi sono fattorie, serre e campi irrigati.
Il leone berbero
Un antico proverbio arabo dice: ” La Tunisia è una donna, l’Algeria è un uomo, il Marocco è un leone”. Sui monti del Medio Atlante viveva un tempo un magnifico felino il leone berbero o dell’Atlante (Panthera leo leo).
Il leone berbero si distingue dagli altri leoni per la criniera più scura, più estesa e per la peluria nera che ha sul petto e sull’addome. E’ il leone della Sfinge d’Egitto, poi ricostruita con il volto del faraone Cheope, e dei Romani.
Sfortunatamente l’ultimo leone berbero è stato ucciso da un cacciatore in queste montagne nel 1922. I sultani del Marocco però avevano da tempo nei serragli un certo numero di esemplari di leoni berberi. Con l’ausilio dei pochi leoni che avevano forti tratti distintivi dell’antica specie, ricercatori e scienziati, mediante selezioni ed incroci, stanno cercando di ridare vita a quest’animale leggendario. Il leone berbero, per maestosità e bellezza, è considerato il re di tutti i leoni. Molto importanti sono stati gli studi e le ricerche condotti dallo zoologo tedesco prof. Leyhausen e nel 1974 dal Dr. Helmut Hemmer dello zoo di Francoforte. In Italia del progetto di conservazione e di recupero del leone berbero se ne sta occupando il prof. Mariani dell’Università di Chieti.
In Africa!
Dopo meno di un’ora di volo, siamo arrivati a Marrakech dove si fa scalo. Poi si proseguirà con un volo nazionale per Agadir. All’aeroporto di Marrakech una giovane donna sembrava il factotum: controllava i biglietti, organizzava i transiti e le partenze, indirizzava i passeggeri alle porte, annunciava i voli. Ci ha radunati esclamando ad alta voce in francese: “Passager Agadir”, poi ci ha consegnato il biglietto di transito e ci ha fatto accomodare nella saletta di partenza. Nell’attesa ho cercato di trovare con il walkman – radio FM qualche stazione che trasmettesse musica leggera, ma ho trovato solo un muezzin che invitava alla preghiera. Il traffico non era intenso. L’aeroporto, in stile arabo di costruzione forse risalente agli anni cinquanta non era dotato di aria condizionata; la temperatura si aggirava sui 35° C, si stava bene perché il clima è molto asciutto. Dalle vetrate si potevano ammirare lussureggianti piante di banane, in un angolo dell’aeroporto alcuni gattini dormivano tranquillamente. Nel bar ho notato una macchina da caffè espresso, di fabbricazione italiana, del tipo a leva che da noi è scomparsa dai banconi oltre 30 anni fa. In una parete in alto vi era un grande quadro raffigurante la marcia verde del novembre del 1975, che portò i marocchini ad occupare il Sahara Occidentale, già abbandonato dagli Spagnoli.
Abbiamo dovuto attendere circa due ore per riprendere lo stesso aereo che nel frattempo si era rifornito. In 20 minuti ci ha portato a destinazione, sorvolando a bassa quota l’Alto Atlante e giungendo in vista dell’Anti Atlante. L’aeroporto di Agadir è moderno, piccolo e attivo. Appena scesi dall’aereo abbiamo notato subito la differenza del clima da Marrakech: lì l’aria era secca e calda, qui fresca e frizzante. Si avverte la vicinanza del grande oceano!
Finalmente in Africa, terra dal dolce clima, dai ritmi naturali, dai colori antichi e morbidi dal cielo azzurro profondo! Nel Maghreb si è in Africa, ma anche in Oriente, inoltre si è abbastanza vicini da poter gustare i buoni sapori della cucina mediterranea. Amo il Nord Africa anche perché il clima è ottimo, la gente è amichevole. Sento una sensazione fortissima che mi dice sei a casa! Non mi sembra di trovarmi in una terra lontana e straniera.
Non so se questo sia solo merito dell’ospitalità del luogo, della cortesia di questi popoli o della mia passione di viaggiare; forse di tutti e tre.
L’oceano
Agadir si trova sulle rive dell’Atlantico, l’aria di montagna s’incontra con l’oceano, conferendo un clima sano che permette il riposo e la rimessa in forma fisica. Il clima è mitigato dalla brezza marina, la temperatura in agosto rimane stabile sui 26°. Con una temperatura del genere, a mio avviso, non occorrerebbe nemmeno l’aria condizionata, purtroppo però è molto usata. E’ il clima è ideale soprattutto per chi soffre il gran caldo. E’ detta la Miami Beach del Marocco. Mi dicono all’hotel che grazie all’inverno molto mite, questa ospitale cittadina è meta dei turisti del Europa settentrionale. Ad Agadir si praticano tennis, golf, sci nautico, paracadute ascensionale e pesca sportiva. E’ inoltre un’ottima base di partenza per le escursioni nell’entroterra e nel deserto.
Veniamo avvertiti che la moneta locale è il dirham suddivisa in 100 centesimi, equivalente a 187 Lire italiane. Si ricorda inoltre di cambiare i dirham prima di partire, poiché è proibita la loro esportazione e che il venerdì gli esercizi pubblici gestiti da mussulmani sono chiusi, anche se nelle zone turistiche ciò si avverte poco. In Marocco i telefoni cellulari funzionano; compare la scritta “MOR ONPT GSM”.
Il giorno dopo l’arrivo, il nostro tour-operator ha indetto un briefing all’hotel La Kasbah per illustrarci il programma della settimana. Questo hotel, completamente in stile arabo, è molto caratteristico. Nella saletta riunioni c’erano delle foto autografate di personaggi illustri che vi avevano soggiornato in passato: Elvis Presley, Raquel Welch, Paul Newman e molti altri divi di Hollywood.
Il Carrubo
L’hotel Tikida Beach, della catena tedesca Iberotel, si trova a pochi metri dalla spiaggia oceanica e a circa 15 minuti a piedi dal centro di Agadir. Dispone di quattro ristoranti, tra i quali uno italiano, di un centro di talassoterapia, di due campi da golf, di una discoteca interna e di un’ampia piscina all’aperto. Nella piscina a forma di laghetto, riscaldabile d’inverno, vi è un chiosco di legno con copertura in fibre vegetali; si può accedere al bar anche dall’acqua, sedendosi su degli sgabelli appoggiati sul fondo della piscina. L’hotel ha un ricco programma sportivo: tornei di tennis, passeggiate, giri in bici dei dintorni, jogging, ginnastica anche in acqua, tiro con l’arco, ecc..
L’albergo era circondato da un bel giardino, non molto grande, ma ben tenuto e curato, ricco di fiori, cespugli fioriti e pochi alberi. Un angolo soleggiato, nei pressi del ristorante era riservato ai cactus e piante grasse. Un giovane albero di Carrubo (Ceratonia siliqua), messo a dimora alla costruzione dell’hotel (4 anni prima), indicava che la struttura aveva preso il nome dal carrubo, Tikida in berbero. Nel parco dell’hotel, sufficientemente sopraelevato per evitare le lunghe onde dell’oceano e il dislivello tra alta e bassa marea, si snodavano ameni vialetti tra collinette artificiali simili alle dune del deserto; sullo sfondo l’azzurro dell’oceano. Gli uccelli cinguettavano canti melodiosi, si avvicinavano senza alcun timore a beccare le molliche cadute nella terrazza della prima colazione.
Ammiro volentieri le palme perché è la pianta che più di altre mi dà l’idea di viaggi, ferie e relax.
Nel parco c’erano alcune alte palme che però sembravano sofferenti. Mi sono subito chiesto il perché! Qualcuno mi ha risposto che la causa del loro malessere era la brezza salata dell’oceano. Ho scoperto poi che le palme, provenienti dall’entroterra, erano state trapiantate da adulte dopo la costruzione dell’hotel; non si erano quindi ancora completamente acclimatate.
Una fontana con decorazioni berbere e con una cascata d’acqua ornava l’ingresso del ristorante a buffet seminterrato. Nella serata berbera un dromedario riposava nei pressi dell’ingresso del ristorante. Nella sala da pranzo ammiro Fatima, la giovane e bella maîtresse de maison del ristorante ha i capelli neri, i lineamenti fini e si muove con eleganza e disinvoltura. Ci consente di scattare una foto insieme nella fontana.

La spiaggia prossima all’hotel con sabbia fine e dorata è molto lunga. Si nota subito la differenza tra il Mediterraneo e l’oceano, dove le maree sono molto più alte e l’acqua è più fredda e meno trasparente. Nella spiaggia dell’hotel vi sono ombrelloni di legno robusti e pesanti; la parte superiore è costituita da fibre vegetali. Somigliavano alle capanne degli indigeni nel cuore dell’Africa.
Fino alle ore 9.00 -10.00 del mattino il cielo era coperto. Più che foschia a me sembravano nuvole, suppongo derivanti dall’evaporazione di vapore acqueo dall’immensa massa d’acqua dell’oceano a contatto con il continente africano. Per certi versi ciò comprometteva purtroppo gran parte della mattinata. Nelle guide dei migliori tour operator questo fenomeno è in ogni modo segnalato.
Al mattino, la spiaggia era frequentata da chi passeggiava a piedi, a cavallo e giocava a palla.
Divagazioni in riva all’oceano
Seduto sulla spiaggia dell’oceano, rifletto e immagino; la mia mente è libera di pensare e di viaggiare superando le barriere dello spazio e del tempo.
Cristoforo Colombo ha avuto certo un bel fegato ad affrontare l’immensità di quest’oceano, senza sapere nulla di ciò che poteva aspettarlo dall’altra parte. Sull’altra sponda c’è l’America del Nord, fin dalla sua scoperta meta di europei in cerca di libertà di culto, terra e lavoro.
Mi immagino il dolore e le sofferenze umane causate dal commercio triangolare introdotto dai portoghesi. Navi cariche di oggetti di scarso valore, tessuti alcool partivano dall’Europa dirette in Africa dove caricavano schiavi da portare nelle Americhe. Lì venivano caricati zucchero, tabacco, cotone e Rhum da riportare in Europa.
Vedo navi corsare inglesi, come la Golden Hind di sir Francis Drake, all’arrembaggio dei galeoni spagnoli carichi d’argento provenienti dalle miniere sud americane di Potosì.
Davanti a queste coste, nel 1800 – 1900, sono passati piroscafi carichi di emigranti europei diretti in America del Sud in cerca di lavoro e di fortuna come la Principessa Mafalda
Escursione a Marrakech
Il mercoledì si parte alle ore 6.00 per un’escursione a Marrakech che comprendeva anche pranzo e serata berbera (costo 650 dirham a persona). Percorriamo circa 150 Km di strada ben tenuta ma senza banchina transitabile. La nostra guida Salah, diplomato al liceo turistico, indossa, come tutte le guide ufficiali, una tunica chiara detta “djellaba”, il cartellino distintivo e calza un paio di babbucce.
Il Marocco dispone di una buona rete stradale, le strade anche se non eccessivamente larghe sono comunque ben tenute, il parco veicoli circolante sembra abbastanza funzionale. Nelle città e dintorni vi sono molti cantieri edili e stradali in opera. Ai lati del pullman scorrevano distese di palme, olive, mandorli, eucalipti, tamarindi.
Durante tutto il percorso, la nostra guida ci ampiamente illustrato la storia del paese con le diverse dinastie regnanti succedutesi nei secoli. Impegnato ad ammirare le bellezze dei luoghi, ricordo solo in parte.
Durante il viaggio da Agadir a Marrakech, la guida ci ha ampiamente illustrato la storia del paese con le varie dinastie regnanti succedutesi nei secoli. Inoltre, ci ha raccontato un fatto davvero curioso e interessante! “Vedete questa pianta che somiglia all’olivo si chiama Argan, è tipica della zona, produce un frutto polposo simile ad una prugna, molto gradito alle capre. Quando il frutto è maturo le capre sono accompagnate nelle piantagioni di Argan e leste si arrampicano sugli alberi. Le capre ghiotte mangiano la polpa esterna e lasciano cadere il nocciolo, che quindi viene raccolto a terra senza alcuno spreco di energie. Non si ricorda che una capra sia caduta da un albero. Il nocciolo viene poi macinato in appositi frantoi e così si ottiene l’olio di Argan che si usa in dosi minime per condire, ma viene anche usato come decontrattante muscolare per i massaggi. Per ottenere un litro di olio di Argan occorrono 100 Kg di frutti; quindi, data la scarsissima resa, l’olio costa circa 50.000 lire al litro”.
L’altopiano di Marrakech mi è sembrato fertile e coltivato. Marrakech costituisce una delle quattro città imperiali con Rabat, Fes e Meknes; il tour che le tocca tutte è lungo 1047 Km e richiede circa otto giorni di tempo.
In periferia della città visitiamo i giardini e il bacino della Menara, con il padiglione saadiano che si specchia nelle sue acque tranquille.
Arrivati a Marrakech, notiamo alcuni



dromedari sellati che pascolano; i proprietari attendono i turisti che vogliono fare la tradizionale passeggiata. I dromedari hanno l’aspetto di animali mansueti e, a differenza dei cavalli, riposano seduti: sulle zampe hanno, infatti, dei calli, dove si appoggiano a terra.
Attraversando la periferia di Marrakech, lungo la grande avenue de la Menara, la guida ci segnala che a destra vi è l’hotel Mamounia e ci dice: “E’ l’hotel più lussuoso e costoso dell’Africa; qui hanno soggiornato numerosi capi di stato tra i quali Winston Churchill e alcuni presidenti americani”. Notiamo che all’ingresso vi sono due guardie di servizio. Forse anche allora era ospite qualche personalità importante!
Sovrasta e domina la città il minareto della moschea Koutoubia alto 77 m. che, costruito nel XII sec. dagli Almohadi eguaglia in altezza le torri della cattedrale di Notre – Dame a Parigi. Sebbene via siano altri minareti più nuovi e dai colori più vivi, il simbolo della città è la Koutoubia.
Ecco Marrakech “la perla del sud”, città risalente al IX sec. d.c., dai colori ocra e rosso al centro di un gran palmeto (150.000 alberi). E’ circondata da oliveti, agrumeti e meli, i suoi bastioni murari color ocra dalle quali si stagliano verso il cielo altissime palme, sullo sfondo le cime innevate dell’Alto Atlante. La cinta muraria, dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, misura 12 chilometri di lunghezza e 7 metri d’altezza. La città, che si stende ai piedi dell’Alto Atlante, fu fondata nel 1062, ma raggiunse il maggior splendore sotto gli Almohadi. Attrasse numerosi scienziati e poeti tra cui il famoso Averroè, filosofo e giurista arabo celebre per i commenti sugli scritti aristotelici, che vi morì nel 1198.
Da sempre nobili e benestanti sofferenti di problemi respiratori hanno trascorso qui qualche periodo, beneficiando del clima salubre perché molto asciutto. Anche per questa sua peculiarità vi è un notevole afflusso di turisti tutto l’anno.
Passiamo a piedi sotto la porta Aguenaou, la più antica delle dieci porte della città per recarci in visita alle tombe saadiane, che a dir la verità mi sono apparse un po’ spoglie.
Il Palazzo Bahia è stato costruito da Ahmed el Mansour, sovrano che ha garantito al paese grande ricchezza, in stile arabo-moresco con materiali preziosi, tra i quali marmo di Carrara che è stato scambiato con carichi di zucchero. L’ampio cortile e il loggiato con pavimenti di marmo e piastrelle erano destinati alle concubine del sultano. Immagino il palazzo all’epoca di maggior splendore, il vociare, i pettegolezzi, fascino e i colori delle belle concubine; così mi è sembrato vuoto! Abbiamo poi ammirato le rigogliose piante di banane, aranci e profumati gelsomini del giardino Andaluso. Proseguiamo la visita della bellissima città imperiale entrando nei vicoli stretti ed affollati dei souk, dove si mescolano i più svariati odori a mille colori. I souk sono divisi per mestieri e corporazioni, gli artigiani possiedono botteghe molto piccole e strette, così la maggior parte di loro lavora sui vicoli, impegnandoli in parte. Per esempio i fabbri, usavano la forgia all’interno, ma usavano la saldatrice elettrica sul marciapiede dove transitavano le persone. Invece caratteristica della corporazione dei tintori erano i capi d’abbigliamento appena tinti, stesi ad asciugare e i recipienti con le tinte un po’ dappertutto. Si possono trovare venditori di qualsiasi tipo di merce. Questo è il più pittoresco e caotico souk che abbiamo mai visto, infatti, quello di Tunisi al confronto sembrava un ordinato mercato europeo.
Durante la faticosa attraversata dei souk, la guida ci ha portato in un laboratorio d’erboristeria, del quale però non sono riuscito a notare l’insegna. Ci hanno fatto accomodare su alcune panche disposte in circolo in una bella stanza. Sulle mensole e scaffali vi sono vasi in vetro contenenti radici, piante ed estratti d’erboristeria. Il presentatore, assistito da alcuni giovani aiutanti, parlando un discreto italiano ci ha mostrato le principali erbe usate in erboristeria, spiegandoci chiaramente le proprietà curative e i vari usi. Il presentatore indossava un grembiule bianco, parlava bene l’italiano; ogni tanto faceva qualche battuta scherzosa, senza però urtare minimamente la suscettibilità di nessuno. Ci disse che a noi italiani spiegava a voce, mentre ai turisti tedeschi dava dei depliant, poiché non conosceva il tedesco. Ci ha mostrato moltissimi prodotti! Ha illustrato le proprietà curative di vari prodotti d’erboristeria, un estratto da respirare per chi soffre di raffreddore e di una pomata per distorsioni o mal di schiena. A questo punto alcuni dei presenti, me compreso, si scoprirono le spalle per farsi massaggiare con questo prodotto. Ognuno dette una mancia ai massaggiatori. Ci ha poi mostrato uno stick facendolo passare sul palmo delle mani a signore e signorine volontarie. Si poteva stabilire, secondo come cambiava colore, se la donna era brillante, pimpante oppure aveva le batterie scariche. Mi ricordo il viso di una ragazza alla quale disse che aveva le batterie un tantino scariche! La giovane rimase un po’ delusa. Non mancava l’henné una polvere usata da millenni per il trucco femminile. Alla fine i commessi passavano per consegnare ciò che ognuno aveva acquistato. Noi abbiamo comprato una boccetta d’olio d’Argan, ottimo per i massaggi e una sostanza che, messa in un fazzoletto, strofinata e respirata, calma le infiammazioni nasali. Questa all’erboristeria è stata una sosta veramente piacevole e rilassante! Ci siamo divertiti molto; quando si tratta di vendere qui nel Maghreb ogni rivendita è un palcoscenico e i commercianti diventano attori consumati!
Percorriamo poi la Piazza Jama el Fna (convegno dei defunti) che è il cuore pulsante della città, il luogo più vivo di Marrakech; una folla multicolore e multietnica rende la piazza diversa a seconda delle ore del giorno. Il mattino è pressoché vuota, sembra una normale piazza; il pomeriggio inizia a riempirsi di bancarelle, ambulanti. La sera è unica: ammaestratori di serpenti, di scimmie, caratteristici venditori d’acqua, danzatori, acrobati, maghi guaritori, scrivani pubblici, venditori ambulanti rappresentano un colorito spettacolo unico e indimenticabile. Singolari sono i venditori d’acqua. “C’è persino chi toglie i denti!” ci dice la guida. A sera inoltrata si leva il fumo prodotto da chi cuoce o scalda le vivande. La guida ci ha detto: “Per trovare una piazza simile a questa bisogna andare in India, in Africa non c’è”. La guida ci assicura che alla fine ognuno si occupa di sistemare i propri rifiuti, non vengono lasciate in giro lattine, bottiglie o cartacce.
Marrakech è il crocevia di diverse strade africane, quindi luogo d’incontro e di scambio di merci dalla notte dei tempi. Mi sembra di vedere una carovana con cammelli e uomini che si dissetano, riposano si divertono finalmente dopo centinaia di chilometri percorsi nel cuore del Sahara sotto il sole ardente. Dalla notte dei tempi, sarà accaduto che qualcuno sbagliando la pista è quindi rimasto nel deserto inospitale più del dovuto. La bella città di Marrakech sarà apparsa come un miraggio!
Ad un’ora d’auto da Marrakech vi è Oukaimden, un’importante località sciistica sull’Atlante.
La Piazza Jama el Fna è un luogo da visitare assolutamente per comprendere il paese di ieri e di oggi. Agadir è una cittadina moderna, i contrasti, i colori e gli odori del vero Marocco si scoprono solo a Marrakech. Consiglio di visitare questa città con un’ottima guida o con un’escursione organizzata; i souk sono troppo caotici per girare da soli.
Ultima tappa della nostra escursione è la cena in un tipico locale marocchino, molto caratteristico. Le vivande sono buone; allietano la serata danze del ventre con musiche tipiche. Salah, la nostra guida, scherzando ci ha confidato di avere un sogno: sposare una ragazza giamaicana e trascorrere la luna di miele in Italia.
Le origini di Agadir
Nel 1505 un gentiluomo portoghese Joào Lopes de Sequeira costruì una fortezza chiamata Santa Cruz de Cap Guè. Nel 1540 la dinastia saadiana riconquista le città dopo un lungo assedio. A causa della sua posizione privilegiata sull’Atlantico, la città di Agadir divenne presto ambita meta delle potenze coloniali europee e quindi teatro di lotte fra loro. La città è, infatti, ricordata anche per il cosiddetto “Incidente di Agadir”. Nel 1911 il governo tedesco inviò ad Agadir la cannoniera Panther (1 luglio) a monito delle truppe francesi entrate a Fes e Meknes nell’aprile precedente. L’incidente di Agadir si risolse il 4 novembre 1911 con un accordo che riconosceva alla Francia la supremazia in Marocco e alla Germania una porzione di territorio nel Congo. Il porto di Agadir è il più importante del Marocco per la pesca e del mondo per la pesca delle sardine.
Osservando una vecchia cartolina ristampata, noto che già verso la fine degli anni 50 iniziarono a svilupparsi numerose strutture alberghiere. Nella notte del 29 febbraio 1960 un violento terremoto di 15 secondi, con epicentro nel centro storico, la rase al suolo provocando 15.000 vittime. Il re Mohammed V volle ricostruirla tre chilometri più a sud, nei pressi della foce dell’uadi Souss.
Nel XX sec. divenne un’importante località balneare detta la Miami Beach del Marocco, un centro turistico internazionale grazie ai 10 Km di spiaggia sabbiosa frequentata anche nei mesi invernali per il clima mite e dolce. Ad Agadir ci sono 40 hotel e otto residence.
La città
Il giovedì abbiamo fatto un giro nel centro di Agadir. Siamo andati a fare un prelievo di contante in banca, abbiamo poi acquistato dei francobolli all’ufficio postale. Passeggiando per bei viali spaziosi e alberati, siamo entrati in una libreria per comprare una guida del Marocco e sulla città. Il locale è pieno di libri scolastici in francese e in arabo, per i bambini delle scuole di primo grado. Visitiamo poi la “Vallè des oiseaux” che è un piccolo, ma bellissimo parco nel cuore della città. Il giardino è percorso per tutta la lunghezza dalle fresche acque di un ruscello che, scende dai vicini monti dell’Atlante per poi gettarsi nell’oceano Atlantico. E’ ben tenuto e curato; ricco di diverse specie animali, di cascate e varia vegetazione tra cui cespugli di papiro che qui vegeta bene all’aperto. Tra gli animali vi sono grandi pappagalli rossi, fenicotteri rosa, ecc. ed alcune ricostruzioni in scala di animali preistorici. Ad Agadir vi sono in vacanza anche numerose famiglie marocchine provenienti da altre regioni del paese.
Percorrendo boulevard Mohammed V, il viale più importante della città, abbiamo notato la nuova moschea costruita in stile moderno, abbiamo scattato alcune foto all’esterno. Sapevo che non si poteva visitare, ci siamo affacciati all’entrata ed ho chiesto al custode “Jusqu’a?”, che mi ha fatto un cenno bonario di conferma con il capo. Abbiamo però potuto ammirare il salone principale, decorato da una miriade di colonne e da splendidi lampadari in cristallo. In città vi è anche la chiesa protestante di Sant’Anna ed una sinagoga. La cittadina possiede numerosi mercati rionali.
Oltre ad alcune passeggiate nella città di Agadir, abbiamo fatto un’escursione in auto, merito di un bravo tassista, il quale, nonostante avesse un’auto un tantino malmessa (il motore stentava ad avviarsi), è stato molto paziente e cortese. Ci siamo subito diretti alla Kasbah, la vecchia città di Agadir. Il colle Cap Ghir, con su scritto a grandi caratteri: “Allah Patria Re”, che domina la città nuova è alto 236 m, ha sulla sommità la vecchia fortezza. Mentre stavamo salendo i tornanti che portano alla montagna, abbiamo visto uno sparuto gruppetto di turisti che si arrampicavano a piedi per il colle. Ho esclamato: “Questi giovani si fanno una bella arrampicata tra i cactus, che qui crescono liberamente all’aperto”. L’autista mi ha risposto che tra i cactus ci sono i serpenti cobra. Se si tratta del cobra (Naja naja), dal quale si fece mordere la regina Cleopatra d’Egitto, si può affermare che è veramente pericoloso perché uccide in maniera fulminea. Non sono più convinto che abbiano scelto bene il luogo dell’arrampicata!
Nei pressi della vecchia fortezza vi erano alcuni dromedari con piccoli al pascolo; con una mancia al proprietario possiamo fotografarli da vicino.
La fortezza risalente al XVII secolo mostrava chiaramente i segni del disastroso sisma del 1960. Sulla porta principale c’era una targa scritta in olandese. Non sono riuscito a capirla e nessuno è stato in grado di tradurmela! Dal colle si può ammirare uno splendido panorama: la baia, il lungo litorale, la distesa di abitazioni e alberghi bianchi, il centro abitato della nuova Agadir e i massicci dell’Alto Atlante.
Siamo poi passati vicino al grande porto di Agadir dove attraccano i pescherecci oceanici. Agadir possiede un ampio porto commerciale, da qui partono per l’Europa le navi cariche di pesce appena lavorato e inscatolato. Infatti, nelle vicinanze vi sono grandi stabilimenti per la lavorazione e il confezionamento del pesce (sgombri, sardine, naselli, branzini, tonni cefali, gamberi, aragoste, astici).
Alla fine del lungo giro il tassista, di sua iniziativa, ci ha portato in un ingrosso il complesso artigianale Aroussat El Janoud. Sono rimasto sbalordito dal vastissimo assortimento. Suppongo che lì c’era tutto quello che si può comprare in Africa e non solo, ho anche saputo che lì si riforniscono tutti gli ambulanti. Logicamente i prezzi erano molto più bassi, ma fissi non si poteva trattare. Nell’ufficio mi sono soffermato ad osservare due giovani donne occupate ad elaborare testi con Word usando la tastiera araba. Quando mi sono avvicinato ho pensato: “Come mai queste ragazze che hanno i lineamenti del viso così fini vestono in maniera tradizionale araba?”. Evidentemente mi hanno letto nel pensiero, in quanto una di loro mi ha detto: “E’ una nostra libera scelta, non ci costringe nessuno”.
Nel parcheggio dell’hotel, una sera uscendo abbiamo visto un addetto che, seduto, vigilava le auto. Un proverbio arabo, sempre valido, infatti, dice: ” Confida in Dio, ma lega il cammello!”.
La sera uscivamo per una passeggiatina; nei dintorni vi erano moderni negozi molto ben forniti. Ottima la pelletteria e tutti i prodotti derivanti dalla lavorazione della pelle. Mia moglie ha acquistato per conto di un’amica un fez colore rosso tipico copricapo, quello color viola è meno conosciuto perché è usato solo dai nobili. Molte persone di Agadir hanno familiari o parenti che lavorano, anche stagionalmente, in Italia e in Europa. Agadir è una cittadina tranquilla e non è per nulla pericoloso spostarsi senza guida anche di notte. L’unico problema è che i commercianti vorrebbero che si comprasse sempre qualcosa. Appena si dimostra un briciolo di interesse si è coinvolti in lunghe trattative. La contrattazione rientra nella cultura dei magrebini, chiunque si deve impegnare al ribasso del prezzo. Per noi occidentali ci sembra un paradosso, ma nelle trattative al ribasso è importante non avere fretta, si acquisterà così la considerazione e la stima del venditore; la trattativa diventa spesso una conversazione cordiale e amichevole. Si racconta che nel mondo arabo le donne fossero acquistate pagandole in cammelli, e ancora oggi i giovani del luogo, per scherzo, quando vedono una bella ragazza chiedono con quanti cammelli possono acquistarla.
Sabato mattina, mentre i miei familiari sono rimasti in albergo sono andato a fare un passeggiata a piedi per la città. Sono passato davanti al moderno casino “Le Mirage” dove, a differenza degli altri, possono accedervi anche i minori, ma suppongo solo per assistere. Sono transitato vicino ad un villaggio Valtur, una residenza reale, un grande McDonald’s. Poi mi sono recato a visitare il locale museo dell’arte berbera, piccolo, ma ben tenuto; il custode mi ha permesso di scattare alcune foto. Vi erano tappeti, tende e suppellettili dei nomadi berberi, una sella completa per dromedario, contenitori per vivande intrecciati in fibre vegetali, antichissime lampade a olio sia in metallo che in ceramica, tipo quella di Aladino per intenderci.
Nei centri turistici e nelle grandi città i ritmi di vita e di lavoro sono molto vicini a quelli europei, ma nei piccoli villaggi la giornata è scandita dal sole. Nei paesi mussulmani l’ospitalità è sacra e lo straniero è benvenuto. Cortesia e buon umore sono diffusi e ricambiati. In Marocco Islam e modernità si coniugano bene, la religione è leggera e non opprimente come in alcuni paesi. La coesistenza con altre religioni è ottima e garantita dalla costituzione. Come in altri paesi del Maghreb gli uomini sono scherzosi, le donne più riservate, ma molto attive. Noto che la gente ha una gran voglia di fare ed assicurare ai figli un avvenire migliore. In Marocco la popolazione è giovane ci sono molti bambini; un terzo della popolazione ha meno di 15 anni. La disoccupazione, mi è sembrata elevata forse a causa dell’alta natalità; ci sarebbe forse bisogno di programma di controllo delle nascite più energico.
Tutte le persone con cui ho avuto modo di conversare serbavano un buon ricordo del Re Hassan II deceduto il mese precedente il nostro arrivo. Con la vicina Algeria, per via dell’appoggio fornito da questa ai guerriglieri del Polisario, non corre buon sangue. Un signore ci ha spiegato che il petrolio non è acquistato dai vicini bensì dagli Stati Uniti o da altri paesi arabi.
Una sera nell’hotel c’è stato lo spettacolo della danza del ventre, ma a causa della mia non perfetta tecnica fotografica, non sono riuscito a fissare sulla pellicola la giovane ballerina. Non n’e’ rimasta traccia sulla pellicola è venuta la foto senza ballerina!
Sabato 7 agosto 1999 è arrivato in camera un biglietto di invito ufficiale per la partecipazione al cocktail che si teneva sulla terrazza dalle 18.30 alle 19.30 in occasione del quarto anniversario dell’inaugurazione dell’hotel Tikida.
Sull’aereo al ritorno abbiamo conosciuto una simpatica ragazza abruzzese, grande viaggiatrice, che aveva acquistato una grande pentola tajine in terracotta completa di coperchio e treppiede. Aveva la pentola nelle valige mentre il treppiedi nel bagaglio a mano. Chissà se avrebbe dovuto poi ricomporre i pezzi?
L’amore per i souvenir non si discute!
La cucina magrebina
La cucina magrebina, considerata la migliore delle cucine orientali, accosta con raffinatezza legumi, frutta, pesce, carne e spezie.
Protagonista è il couscous, semolino cotto a vapore con carne e verdure, che può essere considerato come il nostro primo piatto di pasta. Il couscous è anche un piatto dell’isola di Lampedusa. Nei ristoranti internazionali e nei luoghi turistici la cucina nord africana sente molto l’influenza della cucina francese, ma nei villaggi e nelle campagne ciò non avviene. Nel Maghreb non si rispetta l’ordine delle portate. La tajine è uno stufato di carne o di pesce, ma anche il nome della pentola in terracotta con cui si fa. L’harira è una zuppa a base di lenticchie, cipolle, pomodori, altre verdure, vitello e carne di montone. La pasticceria è buona, ma molto dolce; può dar fastidio la grande quantità di zuccheri e sciroppi di cui si fa uso.
Significativo è quanto dice il Corano: “I credenti mangiano con tre dita, i profeti con due e gli ingordi con cinque”.
Ottimi sono i vini di Meknes. Il the alla menta viene servito zuccherato e con una foglia di menta fresca in piccoli bicchierini di vetro, è una bevanda molto dissetante e rinfrescante.
Da vedere senz’altro
Oltre al giro delle città imperiali, consiglio di visitare la famosa città di Casablanca e la bella Tangeri.
Bellissime sono le cascate d’Ouzoud dove l’omonimo fiume precipita da un’altezza di 110 metri, è l’unica cascata del genere nel Maghreb.
Vicino Agadir nei pressi della foce del fiume Massa c’è il parco nazionale del Souss Massa con canneti, banchi di sabbia rifugio ideale di uccelli migratori. Nel parco vi sono il raro ibis eremita, fenicotteri, anatre, tortore, aironi cenerini, falchi pescatori, gazzelle, cinghiali e manguste. Purtroppo siamo venuti a conoscenza troppo tardi dell’esistenza di questo parco, per questo non abbiamo potuto visitarlo.
La strada costiera che da Agadir porta a Tiznit e poi Tan Tan è lunga 400 km e porta al Grande Deserto il Sahara immenso, il deserto per eccellenza. A Guelmin c’è il più grande mercato di cammelli del Marocco.
Consiglio anche un’escursione nautica sull’oceano al largo di Agadir.
Considerazioni finali
Siamo ben lieti che in Marocco l’integralismo e il fanatismo religioso non abbiano preso piede, altrimenti questo bel paese non potrebbe essere ammirato da tanti occidentali.
Per svariati motivi, trai quali il rispetto, la tolleranza e il desiderio di conoscenza, la mia famiglia ed io ci siamo sempre trovati bene a contatto con l’Islam, non abbiamo mai avuto problemi. Forse anche perché non abbiamo mai mostrato ostilità né chiusura a conoscere i loro usi e costumi, condividendo, per quanto possibile, i loro punti di vista. Ho quindi l’impressione che ci sta di fronte spesso ha la capacità di intuire e distinguere chi è loro ostile e chi no. Sono in ogni caso per la tolleranza religiosa, non apprezzo minimamente le discriminazioni religiose, razziali e gli integralismi da qualunque parte vengano. Il viaggiatore che vuole veramente arricchirsi culturalmente, deve rispettare gli usi e costumi del luogo che visita.
Credo che i quaderni di viaggio possano fornire alcune informazioni che non si trovano nelle guide ufficiali o nei siti Internet di Enti o Agenzie turistiche e non si possano estrarre dalle semplici foto. Le foto, pur importanti, da sole non sono sufficienti a restituirci i ricordi, le emozioni, le sensazioni, i colori, i sapori, i profumi così come li abbiamo vissuti. Anche le impressioni e le considerazioni personali hanno la loro importanza.
Mi auguro quindi che questa relazione sia di aiuto a chi voglia affrontare un viaggio analogo. Queste mie esperienze, impressioni ed emozioni messe per iscritto inoltre mi consentiranno di ricordare ciò che il tempo tende inevitabilmente a cancellare.
Eno e Isabella Santecchia

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