Whisky Berbere

di Piero Maderna –
Dall’Atlante al deserto e ritorno con lo zaino e un fratello berbero
Prologo:
Aeroporto Menara di Marrakech, Marocco. Sono in fila al controllo passaporti. La coda si muove molto lentamente, ma si muove. È già qualcosa, penso, ricordando il mio primo arrivo in Marocco, due anni fa all’aeroporto di Casablanca.
Adesso sono le 8.30 del mattino, ora locale, ma allora era sera. Tutti gli sportelli erano chiusi, senza motivo apparente. Alcuni davano segni di nervosismo, altri, non capivo se più informati o solo più fatalisti, aspettavano serenamente. Chiesi a due ragazzi spagnoli, che se la ridevano come quelli che la sanno lunga, e mi dissero che il motivo era semplice: i poliziotti erano andati a mangiare.
“Ahora? Todos juntos?” chiesi stupito.
“Pues… claro que sì!”
Certo che sì: era la rottura serale del digiuno del Ramadan. Dovevano mangiare tutti, e tutti in quel momento, appena dopo il tramonto, e dopo la breve preghiera che segue il richiamo del Muezzin. Aspettammo quasi un’ora, ma devo dire in un clima piacevole. Molti distribuivano datteri, che sono il cibo con cui tradizionalmente si rompe il digiuno in Marocco, e c’era nonostante il fastidio dell’attesa una certa aria di festa.

Blink: una bustina fa capolino sullo schermo del mio cellulare. È un messaggio di mio fratello, dice che mi aspetta agli arrivi.
Niente di strano, penserete voi; invece qualcosa di strano c’è: intanto che sono figlio unico. Non voglio scomodare l’immortale Rino Gaetano, anche perché mio fratello no, lui non è figlio unico. È solo che è una fratellanza, diciamo così, elettiva. Tecnicamente non siamo fratelli. Ci siamo scelti, o forse sarebbe più giusto dire che lui ha scelto me.
E l’altra cosa strana è che io e mio fratello ci scriviamo in inglese. In inglese, insomma… io scrivo in inglese, il più semplice possibile, per fare in modo che capisca. Lui scrive in un suo inglese, che va un po’ interpretato. Ma ormai, dopo due anni di sms, ho trovato una chiave. Conviene lasciar perdere come è scritto, tanto la grafia non è quasi mai corretta, e provare a pronunciarlo come farebbe un arabo, o come farebbe un francese. In genere così il 90% delle volte si trova una vaga assonanza con una parola inglese, il resto si ricostruisce a senso.
Mio fratello si chiama Salah ed è nato sui monti dell’Alto Atlante, a pochi chilometri dalle più grandi e belle cascate del nordafrica, le cascate di Ouzoud. È lì che l’ho conosciuto due anni fa, durante il mio primo viaggio in Marocco.
Lui mi fece da guida quel giorno e mi prese subito in simpatia, forse perché da quelle parti non sono abituati a vedere turisti che viaggiano soli. Ma anch’io devo dire che rimasi colpito dalla sua gentilezza e dalla sua onestà. Così si autonominò mio fratello e ci scambiammo i numeri di telefono, con la promessa di tenerci in contatto. Si sa, sono quelle promesse fatte sull’onda del momento, che spesso non si mantengono. Ma lui l’ha mantenuta eccome. In questi due anni mi ha scritto come minimo una volta al mese, quando non due volte, spesso chiedendomi di tornare in Marocco per fare un altro giro con lui, molto più lungo stavolta. Per molte volte ho gentilmente declinato l’offerta, ma questa estate, per diversi motivi che ora non starò a spiegare, alla fine ho pensato “Perché no?”.

Certo, penserete voi, la sua proposta è interessata, ed è vero. Ma fino ad un certo punto. Io lo pagherò, è naturale, ma lui non fa la guida di mestiere, neanche in maniera per così dire “non ufficiale”. Lo fa soltanto per le cascate, che conosce come le sue tasche, e soltanto durante il Ramadan, quando è costretto a chiudere il piccolo bar che gestisce proprio al bivio da cui, dalla strada nazionale, si diparte quella per le cascate.
Quest’anno il Ramadan è venuto prima ed è già finito. Il bar lo dovrà affidare a qualcun altro. Dovrà stare lontano per parecchi giorni da sua moglie e dalle sue bambine. I posti che vedremo li conosce, ma non così bene: in alcuni almeno una volta è stato, in altri mai. Forse anche a lui fa piacere fare questo viaggio con me. Di sicuro a me fa piacere farlo con lui.

13/8/2013: Marrakech – Ait Benhaddou

Quando entro nel salone degli arrivi, riconosco subito Salah tra le persone in attesa. Lui ha un attimo di esitazione, poi ci abbracciamo.
Dopo i primi convenevoli, ci sediamo a prendere un caffè: gli spiego che ho dormito poco o niente, dato che il volo partiva molto presto. Ci scambiamo le novità sulle rispettive famiglie: la mia, in realtà, non è cambiata per niente; nella sua, invece, c’è un nuovo arrivo. Circa un mese fa gli è nato un nipotino, figlio di suo fratello.
Ma dobbiamo, prima di tutto, pianificare un po’ il viaggio. Nei nostri contatti via sms non abbiamo deciso nulla di preciso, c’è un’idea di massima dei posti dove andremo ma non sappiamo in quale ordine né con quale mezzo.
Come punto di partenza, tiro fuori dal portafogli un pezzo di carta di una stecca di sigarette su cui lui, due anni fa, mi aveva scarabocchiato un possibile itinerario tra montagne e deserto. Riconosce la sua scrittura, forse non se ne ricordava nemmeno ma è felice di vedere che l’ho conservato. Concordiamo che, più o meno, il giro sarà quello. Ma si pongono alcuni problemi: in quale senso farlo? E andare a casa sua subito o alla fine del giro? L’idea iniziale che mi aveva prospettato via sms era di andarci subito, dormire una notte lì e partire il giorno dopo. Ma, per fare il giro nel senso che a lui sembra migliore, dovremmo tornare qui a Marrakech, vorrebbe dire perdere un altro giorno di viaggio. Allora decidiamo di andarci soltanto alla fine, forse sarà anche più bello così: per lui sarà una sorta di ritorno a casa e per me… crescerà la curiosità di conoscere sua moglie e le sue bambine.
Prendiamo quindi un Petit Taxi (taxi cittadino) per raggiungere la stazione degli autobus, dove prenderemo un pullman diretto ad Ait Benhaddou, che sarà la prima tappa del nostro tour. L’operazione sembra semplice, ma vedo che lui inizia subito a contrattare sul prezzo. A quanto sembra, secondo lui il taxista chiede troppo. Probabilmente, con la cifra che chiede, a Milano faresti due semafori, ma vai a spiegarlo a Salah. Normalmente, almeno per i percorsi cittadini, i prezzi sono abbastanza fissi, ma lui non so come riesce a ottenere uno sconto e si parte.
Attraversiamo la città, che mi rimanda immagini quasi familiari: ho passato quattro giorni qui, due anni fa, in un ostello costruito in un vecchio riad a due passi dalla grande piazza, la Djemaa el Fna. Per capire dove siamo cerco con gli occhi il minareto della Koutoubia, che mi faceva da punto di riferimento per orientarmi nella medina.
La calura si fa sentire; la temperatura, apparentemente, è di “solo” 29°C, ma l’aria che entra dai finestrini del taxi sembra sparata da un enorme phon.
Alla stazione degli autobus ho la conferma che Salah ha preso molto sul serio il suo ruolo di guida. Si occupa lui di tutto, dal chiedere informazioni sugli orari, ai biglietti, alle bottiglie d’acqua da comprare per l’attesa e per il viaggio. Pretenderebbe anche di portarmi lo zaino, ma su questo sono irremovibile: lui è mio amico, anzi mio fratello, non il mio sherpa. Tu porta il tuo, gli dico, ché io mi porto il mio. Certo, il mio pesa sui 12 kg, il suo è parecchio più leggero: è partito per un viaggio di una settimana con uno zainetto da gita di un giorno. Dice che se occorre si laverà la roba, forse ha ragione lui.

Si è perfino fatto prestare da un amico una guida Routard in francese, così possiamo cercare insieme un posto per dormire presso la nostra prima destinazione. Io ho naturalmente la mia fedele Lonely Planet, quindi le possiamo confrontare. Come avrò modo di capire durante tutto il viaggio, anche se ovviamente sono io a pagare per entrambi lui, nella scelta, ragiona sulle sue tasche, non sulle mie. Perciò sceglie sempre i posti più economici, più “popolari”, per così dire. Non che questo necessariamente mi dispiaccia, anzi. Certo, lo standard non sarà proprio “europeo”, ma non importa… e poi se provo a fare obiezioni o a proporre posti di livello anche leggermente superiore dice: “No my brother, this is expensive!”.
Non mi va per niente di dirgli “Senti, dato che pago io fammi scegliere qualcosa di più decente”. Sarebbe come dire che i posti dove va lui, e dove va il 90% dei marocchini quando viaggia, fanno schifo, mi suonerebbe davvero offensivo. Perciò accetto di buon grado.
Abbiamo quasi due ore di attesa prima che parta l’autobus. Il primo problema è trovare un buon posto dove aspettare all’ombra. La stazione è strapiena di gente ovunque. Salah mi spiega che è perché il Ramadan è finito da pochi giorni e molta gente, che si è spostata per la festa che celebra la fine del mese del digiuno, ora sta tornando a casa. Perciò in questi giorni, in tutto il paese, gli autobus sono ancora più pieni del normale.
Una volta trovato il posto, approfittiamo di questo tempo per raccontarci quello che ci è capitato in questi due anni. Comunicando prevalentemente via sms, siamo costretti in genere ad essere molto stringati. Io gli racconto della mia operazione alla gamba e dei miei viaggi; sul lavoro solo due parole, non lo voglio annoiare ed è anche difficile trovare il modo di spiegarglielo in un inglese che sia comprensibile per lui. Da lui scopro invece che la famiglia sta bene, a parte suo padre che purtroppo è mancato, e anche gli affari non vanno poi male, tanto che sta cercando di aprire un nuovo bar più grande proprio accanto al vecchio. Se tutto va bene, inshallah, potrebbe aprire entro due o tre mesi.
Il pullman, oltre che strapieno, è veramente vecchio e malandato, l’aspetto non è molto incoraggiante. Ma è vero che in Marocco questa è quasi la normalità, ad eccezione delle due compagnie più grandi, che operano a livello nazionale.
La più grande, la CTM, ha standard buoni anche per l’Europa: bus nuovi, comodi, con aria condizionata, posti prenotati, addirittura i bagagli vengono numerati e portati con un apposito carrellino. Poi c’è Supratours, che è un gradino sotto ma ancora di livello accettabile anche per chi non vuole viaggiare come si viaggia in Africa. Va da sé, però, che, a parte i prezzi più alti, queste due coprono solo una minima parte dei possibili percorsi, sostanzialmente quelli che riguardano le grandi città. Tutte le altre compagnie, che lavorano a livello locale o regionale, sono completamente un altro mondo. I mezzi sono quello che sono, l’aria condizionata è un sogno, capita frequentemente che una decina di persone viaggi in piedi nel corridoio e che si viaggi con il portellone aperto. Per quanto riguarda gli orari, bè, sono… flessibili. Nel senso che può capitare, anche se è meno frequente, che se è pieno il bus parta mezz’ora prima. E capita frequentemente che, se non è totalmente pieno, parta mezz’ora dopo, per aspettare altri passeggeri. Questo succede anche per le fermate intermedie, almeno per le più importanti, quindi i tempi di percorrenza possono facilmente allungarsi.
Ma io questo lo so, ho scelto consapevolmente di viaggiare una settimana “da marocchino” e questo fa parte del viaggio.
Questa volta il ritardo è decisamente accettabile, neanche un quarto d’ora dopo l’orario stabilito si accende il motore e partiamo.
Può capitare anche, sebbene finora a dir la verità non mi fosse mai successo, che dopo pochi chilometri si resti senza gasolio. Ci fermiamo improvvisamente e lontano da centri abitati, all’inizio temo un guasto meccanico (sì, forse anche quello farebbe parte del viaggio ma non così presto!) ma Salah va a verificare e mi conferma che è questo: siamo a secco. Evidentemente l’autista ha sbagliato i calcoli; forse l’indicatore non funzionava, niente di più facile.
Ora che siamo fermi, il caldo è quasi insopportabile.
Ma per fortuna qui non siamo nel deserto. Nel giro di un quarto d’ora arriva un tizio in motorino con delle taniche e in poco tempo si riparte. Certo, tenendo conto che ci aspettano comunque come minimo 5 ore di viaggio se ne poteva fare a meno, ma tant’è…
Il vecchio pullman inizia a inerpicarsi faticosamente sulle montagne dell’Alto Atlante, attraversando la Valle di Zat e il Tizi N’Tichka. La strada è molto spettacolare: paesaggi estremamente diversi, da brullo, aspro e quasi lunare a boscoso, con colori altrettanto mutevoli.
Facciamo un’altra lunga sosta, stavolta programmata, in un piccolo villaggio in mezzo al nulla che ha veramente sapore d’Africa. Ci sediamo a bere qualcosa in un baretto, intorno a noi razzolano le galline, l’ambiente sarebbe anche piacevole se non fosse che l’aria è quasi irrespirabile, per un terribile mix di odori: gasolio, scarichi di motori e olio per friggere bruciato che viene dalle griglie su cui si cuoce carne di montone all’aperto.

Dopo un altro paio d’ore di viaggio, arriviamo finalmente ad un bivio, dove scendiamo e ci mettiamo in attesa di un Grand Taxi, che ci porti ad Ait Benhaddou.
Il Grand Taxi, per chi non lo sapesse, è di solito una vecchia Mercedes, di quelle vecchie ammiraglie ormai pronte per la pensione, che in Europa erano destinate a diventare un mucchio di rottami e che invece a volte incontrano una nuova vita qui, in Africa, a solcare strade polverose caricate all’impossibile. Già, perché il Grand Taxi serve a collegare città, o piccoli villaggi, quando non esiste un altro mezzo. E per i marocchini, quasi sempre, è un Grand Taxi Collectif. Cioè ci si sale in diversi, diretti tutti più o meno nello stesso posto, e si divide la spesa. Generalmente, il Grand Taxi si considera pieno quando ci sono sei persone più l’autista, così disposte: due al posto del passeggero e quattro dietro. E finché non è pieno non parte.
In questo caso l’attesa è di breve durata, in pochi minuti raggiungiamo il numero necessario e si parte. Naturalmente non è il massimo della comodità, ma stavolta è solo per pochi chilometri.
Raggiunta Ait Benhaddou, troviamo posto per la notte in una Maison d’Hote segnalata sulla Routard di Salah. Dormiremo in due per 150 Dirham (meno di 15 euro) e il posto non è neanche male.
Ci sistemiamo e andiamo subito a visitare la Kasbah del secolo XI con le mura in mattoni di fango e paglia, che ha fatto da sfondo a diversi filmoni hollywoodiani (Il Gladiatore in primis, ma anche Lawrence d’Arabia, Gesù di Nazareth, Il gioiello del Nilo…).
Ora ci vivono solo dieci famiglie, una delle quali ci ospita per un tè rilassante, servito col solito rituale che prevede di ributtare nella teiera i primi due-tre bicchieri e di versare tenendo la teiera più in alto possibile, naturalmente senza mancare il bicchiere.
La kasbah è talmente congelata nel tempo da apparire un po’ finta, ma lo scenario è sicuramente unico e la quiete è pressoché totale. Il silenzio è rotto solo, di tanto in tanto, da urla di bambini e versi di animali (asini, capre, galline), fino al cantilenante richiamo del muezzin per la preghiera della sera.
Stasera cena leggera e a nanna presto, perché c’è molto sonno da recuperare e qui non c’è letteralmente niente da fare.



14/8/2013: Ait Benhaddou – Ouarzazate

Dopo una colazione tipica a base di pane e olio (e tè, naturalmente), ci spostiamo, di nuovo in Grand Taxi Collectif, a Ouarzazate, stretta tra il deserto e l’alto atlante. Questa città è famosa per la sua kasbah settecentesca, dove sono state girate scene di Guerre Stellari e di decine di altri film dei vicini studios, con argomento biblico, o ambientazione nell’impero romano, in Egitto o quant’altro.
Ne dà testimonianza il museo del cinema, pieno di oggetti e set ricostruiti ma a dir la verità un po’ povero di spiegazioni: o sei un vero cinefilo (di quel genere) o devi andare un po’ a naso.
È più interessante la vera kasbah, che visitiamo con una guida locale, che parla italiano e che ci illustra con dovizia di particolari ogni luogo del palazzo del Pascià (ma qui si dice Bachà) Glaoui, dalla sua stanza a quella della favorita, a quelle dove pranzavano o pregavano le sue quattro mogli e le sue venti concubine. La favorita era sempre la madre del primo erede maschio, e non perdeva mai il suo titolo.
Il palazzo ha splendidi tetti intarsiati in legno di cedro e oleandro, usato perché tossico e quindi non attaccabile dalle termiti.
C’è anche un quartiere ebraico con una antica sinagoga, ma gli ebrei rimasti se ne sono andati in Israele nel 1967, ai tempi della guerra dei 6 giorni.
La guida locale ci porta in un laboratorio di tessitura, dove un uomo lavora ad una coperta. Tradizionalmente, la tessitura dei tappeti è compito delle donne, mentre gli uomini si occupano di coperte, copriletto, sciarpe e altro.
La sinagoga è diventata un negozio-museo, dove un berbero dalla parlantina inglese molto sciolta ci spiega, prendendo spunto dagli oggetti esposti, varie cose interessanti. Per esempio, ci parla delle analogie tra la stella di David e la stella a cinque punte berbera (che campeggia anche sulla bandiera del Marocco), entrambe basate su triangoli. E poi, della “carta di identità” che anticamente portavano le donne berbere. Si tratta di due spille che portavano sulle spalle, a forma di triangolo per le donne sposate, di fiore per le ragazze vergini. Le due spille erano unite da una catena, con appese tante medagliette quanti erano i figli. Se la donna non aveva più marito, perché vedova o perché ripudiata, non portava più la catena.
Alla fine cerca di vendermi dei copriletto belli ma un po’ costosi. Avendo già comprato due sciarpe nell’altro laboratorio, gli lascio solo un’offerta per il museo.
Dopo un pranzo a base di Tajine, andiamo a riposarci nel piccolo albergo che abbiamo trovato, anche perché il caldo sta diventando asfissiante.
Salah è sempre più efficiente, tanto che mi sto quasi annoiando… fa tutto lui, non sono abituato. Però è indubbio che è un bel vantaggio avere qualcuno che contratta sul prezzo al posto tuo in tashelhit, la lingua berbera di qui.
La sera, nella piazza centrale di Ouarzazate, assistiamo ad un bello spettacolo di musica e danze popolari berbere, chiamato “Ahouach”. Le ballerine sono una quindicina di donne che ballano tendenzialmente in cerchio, i musicisti sono uomini e suonano un grande tamburo, oltre al classico liuto berbero e allo strumento ad arco, a due corde, che si chiama rbab. Forse dura un po’ troppo, alla lunga diventa ripetitivo, ma è interessante.

15/8/2013: Ouarzazate – Gola di Todra

Prendiamo un autobus la mattina presto per Tinerhir. Il viaggio, attraverso tutta la valle del Dades, dura tre ore. Il paesaggio anche qui è mutevole: a tratti desertico, a tratti più verde.
A Kelaa M’Gouns inizia la valle di Ait Bougomez, detta valle delle rose. Ora non è il momento della fioritura, ma l’acqua di rose è onnipresente sulle insegne dei negozi. Questa valle è famosa anche per i pugnali: rose e pugnali, curioso accostamento.
Qua e là vediamo anche scritte fatte coi sassi sui pendii delle montagne, che dicono cose tipo “Dio, la Patria e il Re” oppure “Il Sahara è nostro”, con chiaro riferimento alla questione del Sahara occidentale, rivendicato sia dal Marocco che dal popolo Saharawi.
All’arrivo, cercando come raggiungere la gola di Todra, veniamo agganciati da un tipo che ci “raccomanda” l’Auberge Etoile des Gorges, peraltro segnalato anche dalla Lonely Planet. Il prezzo è buono, quindi accettiamo.
Ci porta a fare un presunto giro nella vecchia Mellah, il quartiere ebraico, che Salah voleva vedere. Prima però mi chiede un favore: dovrei andare a comprare per lui (ma con i suoi soldi) una bottiglia di vino al bar di un hotel. Secondo lui agli stranieri le vendono. Tento, ma in realtà non è così: mi dicono che posso solo berlo lì, non vendono (ovviamente) bottiglie take-away.
Il giro nella Mellah si trasforma rapidamente in una sessione di vendita di tappeti (sapevo che prima o poi mi sarebbe toccato). Tutto sommato però non sono brutti e i prezzi sono ragionevoli, trattando un minimo. Ne prendo uno con il disegno di un pettine da telaio, che simboleggia la creazione artistica, ed altri simboli berberi utilizzati nei tatuaggi.
Mangiamo un tajine piuttosto cattivo in un posto raccomandato anche questo dal nostro amico e tentiamo di ripartire. Ma, nel frattempo, l’ufficio di Supratours dove ho lasciato lo zaino in consegna ha chiuso per il pranzo. Così aspettiamo più di mezz’ora, durante la quale Salah tenta di agganciare due turiste franco-marocchine nella speranza di dividere con loro il taxi per la gola di Todra (e forse per Merzouga). Per ora gli va male, ma presto le incontreremo di nuovo.
Riusciamo finalmente a prendere un altro Grand Taxi Collectif e a raggiungere la gola, che è davvero molto spettacolare e ripaga di tutte le fatiche. Un’altra cosa bella è che, sì, ci sono stranieri ma la maggioranza dei “turisti” sono famiglie marocchine con bambini, che danno al posto un’atmosfera di festosa confusione.
Ci arrampichiamo su per un sentiero, ma dopo un po’ siamo costretti a tornare indietro, perché purtroppo non è ben segnalato. Arriviamo però ad un bel punto panoramico.
La cena tarda un po’ ad arrivare perché nell’albergo, alimentato da un generatore diesel, la corrente elettrica non arriva fino alle nove. Ma alla fine è gustosa, insalata marocchina e brochette (spiedini) di tacchino.
Facciamo una breve chiacchierata con una coppia di spagnoli, con cui ci mettiamo d’accordo per dividere il taxi domattina. Prenderanno il nostro stesso autobus, ma a loro hanno detto che termina a Erfoud, mentre Salah è sicuro che arrivi fino a Merzouga. Lo scopriremo solo domani…

16/8/2013: Gola di Todra – Merzouga

E il giorno dopo si scoprì che il bus andava solo fino a Erfoud. Ma poco male.
Un altro Grand Taxi (stavolta in quattro, ci sembra un lusso) ci porta di buon’ora dalla gola a Tinerhir. Il risveglio alle 6.30 è traumatico, perché di nuovo manca la corrente e siamo costretti a lavarci e prepararci al buio.
Il bus per Erfoud è ancora strapieno e il viaggio è quanto mai “caldo”. All’arrivo anche i nostri due nuovi amici spagnoli appaiono esausti. Nel frattempo abbiamo scoperto qualcosa di più su di loro.
Lei si chiama Amaia ed è basca, di San Sebastian. Lui, Eduardo, è canario di Tenerife. Vivono a Madrid.
Lei lavora per l’ACNUR, dove ha conosciuto anche Laura Boldrini. Il suo lavoro le ha permesso di vedere mezza Africa e un bel po’ di America Latina. Ma è un’appassionata viaggiatrice (zaino in spalla) anche per diletto: mi raccomanda il Laos e alcuni posti poco turistici della Thailandia.
Lui è un consulente “economista” (così si definisce) che lavora per una grande società, ma dentro assicura che gli batte un cuore ambientalista.
Al gruppo si uniscono poi anche due ragazze parigine. Una, Fatima detta Fati, è marocchina di origine. I suoi genitori sono di Oujda, ma non pensa di andare a trovare i parenti, almeno non in questo viaggio, il che scandalizza non poco Salah. L’altra sua amica, Elodie detta Elo, ha un nonno valenciano e perciò parla un discreto spagnolo (ma si meraviglia molto di come lo parlo io, che non c’ho nemmeno il nonno; in generale, mi pare di capire da mezze frasi buttate lì che non abbia un’altissima opinione degli italiani).
Da Erfoud a Merzouga altro Grand Taxi, stavolta in sei. Le due francesine si siedono davanti e l’autista impazzisce: non guarda la strada (per fortuna è un’unica striscia di asfalto sempre dritta), straparla, dà evidenti segni di squilibrio, parla al telefono guidando, ecc.
Merzouga: ora ci siamo, questo è il Sahara. Grazie ad un contatto fornitoci dall’albergatore di Todra Gorges, che viene a prenderci al taxi, ci portano a mangiare, ma solo frutta. C’è un caldo terrificante, non riusciremmo a mangiare altro, e poi Amaia ha problemi di stomaco. Dice che non può mangiare nemmeno il melone e si perde parecchio, perché è ottimo e freschissimo. Ma al momento la sua dieta prevede solo banane e coca cola.
Ci portano poi in una casa con un accogliente salottino, dove ci illustrano tutti i dettagli dell’escursione nel deserto, anzi delle varie possibili escursioni.
Si può andare ad un semplice accampamento (40 minuti di cammello, anzi dromedario) o all’oasi (circa due ore).
Abbiamo escluso a priori il fuoristrada, che permette ovviamente escursioni più lunghe, ma per noi è troppo costoso e poco ambientalmente sostenibile.
Il tempo passa, tra un bicchiere di tè alla menta e l’altro. Qui lo chiamano whisky berbere: è sempre la stessa battuta, l’avrò sentita almeno venti volte, ma ogni volta si sorride e si brinda fingendo che sia la prima…
Alla fine tutti propendiamo per l’oasi, ma cerchiamo di ottenere una riduzione del prezzo da 350 Dh/persona a 300. Il nostro ospite, Mohamed, è restio: dice che lui non è uno che ruba, i suoi soldi li guadagna onestamente, dobbiamo capire che lui sostiene dei costi per portare noi e la roba nel deserto, insomma fa un po’ l’offeso. Ma poi, con l’accordo che per cena avremo solo tajine, tranne Amaia che chiede e ottiene il riso in bianco, ci concede lo sconto.
A questo punto siamo tutti d’accordo tranne le francesi, che sono ancora indecise.
Primo problema: il dromedario ha una gobba sola; vogliono il cammello, quello con due gobbe, perché secondo Elo è più comodo. Questo, però, si risolve (quasi) subito perché purtroppo c’è un piccolo dettaglio: qui non vivono cammelli, il loro habitat è in Asia centrale. Mohamed lo afferma deciso, le due sono un po’ dubbiose, della serie “ma non è che se andiamo da un altro ce l’ha?”, ma quando tutti confermiamo che è come dice lui si convincono.
Il secondo problema è più spinoso: sono venute con l’idea di dormire in un hotel con piscina a Merzouga (sanno che ce ne sono almeno un paio) e andare solo poi nel deserto, semmai domani. Ma, per quanto la cosa sembri folle, l’essenziale è la piscina, non il deserto. Io e gli spagnoli ci guardiamo attoniti, ma sembrano decise, anche perché poi scoprono con immenso dolore che, mais n’est pas possible, all’oasi non c’è la doccia! Finché Salah tira fuori l’idea:
“Ma perché non venite con noi e teniamo il gruppo unito? In piscina potete andare domani”.
Questa semplice ma saggia considerazione le fa vacillare, finché cedono: è fatta, si va tutti.
A dir la verità Salah vorrebbe seguirci a piedi, non capisco se per paura del dromedario o nella speranza di farmi risparmiare qualcosa, ma in ogni caso gli dico che non se ne parla: lui farà quello che facciamo tutti.
Nell’attesa della partenza, a turno ci facciamo una doccia (dato che all’oasi non c’è…) e si chiacchiera.
Con difficoltà, usciamo vivi da una discussione sulle differenze tra Europa e Marocco nei rapporti tra uomini e donne. La conclusione è che sono ancora grandi, ad eccezione delle città principali del Marocco, che sono un po’ “europeizzate”. Ma, prima di arrivarci, da parte dei due berberi presenti (senza contare Salah, che saggiamente si astiene) ne sentiamo un po’ di tutti i colori. Alcune sono evidenti spacconate, ma comunque segno di un retroterra culturale che è duro a morire. Per fortuna in questo momento non c’è Amaia, la conosco ancora poco ma mi dà l’idea che avrebbe mal sopportato questo genere di conversazione.
Per alleggerire il clima, Mohamed si esibisce in questa battuta: “Sapete qual è il punto più alto di Parigi (Paris)?”
Fioriscono risposte tipo la Tour Eiffel, Montmartre, Montparnasse e altri posti di cui non ricordo i nomi. In realtà la risposta è “il punto sulla i”. Segnatevelo.
Finalmente si parte. Il viaggio non è dei più agevoli. Si balla non poco, soprattutto quando il dromedario sale e scende dalle dune. Per le parti basse (tutte) e per la schiena non è un toccasana. Per di più la mia bestia, ogni volta che ci fermiamo anche un minuto per fare delle foto, si siede. Forse pensa ogni volta che siamo arrivati, non lo so. Fatto sta che ogni volta devono farlo rialzare e io devo cercare di restargli in groppa.
Anche Fatima ha qualche problema, credo non trovi una posizione comoda. La fanno scendere, le sistemano la sella e si riparte. Salah invece se la cava più che bene.
Il deserto, comunque, ripaga di tutto. Le dune cambiano colore ad ogni minimo cambio di luce e le nostre ombre lunghe sono le nostre sole compagne nel mare di sabbia.
All’oasi la serata passa in un clima piuttosto allegro e ciarliero, nell’attesa di un tajine che non arriva mai.
All’inizio, quando eravamo ancora a Merzouga, si era pensato di usare l’inglese come lingua franca del gruppo, peraltro tutto mediterraneo, ma le francesi, soprattutto Fatima, hanno evidenti problemi. Allora alterniamo francese e spagnolo. Elodie, che conosce sufficientemente bene entrambe le lingue, traduce in caso di particolari difficoltà.
Si parla soprattutto di viaggi, con qualche digressione politica. Purtroppo l’eco delle banane tirate alla Kyenge è giunto fino in Francia e in Spagna; mi trovo quindi costretto a spiegare che non siamo un popolo di razzisti, almeno non potremmo e non dovremmo permetterci di esserlo con la storia che abbiamo, ma ci sono degli idioti che sollecitano questi sentimenti. Si sa, poi, che la crisi non fa che acuire il risentimento dei mediamente poveri verso i più poveri di tutti. Non so se riesco ad essere convincente, ma ci provo.
Mustafa, il ragazzo che ci ha portato fin qui, fa l’intrattenitore e intanto ci prova un po’ con Fatima, con tutte le scuse possibili: le insegna a farsi il turbante e mette alla prova il suo berbero, che peraltro è diverso da quello che parla lui. Lei, essendo del Nord, parla Tarrift. Lui, come tutti qui nel Marocco centrale, parla Tashelhit. Non credo che le differenze siano sensibilissime, ma ci sono.
Alla fine la cena arriva tardi ma è abbondante: oltre al tajine e al riso di Amaia, ci portano anche l’insalata marocchina.
Dopo una breve passeggiata sulle dune alla luce di una torcia, ci corichiamo all’aperto davanti alla tenda. La notte all’inizio è nuvolosa, ma poi il vento inizia a soffiare impetuoso (almeno per noi, come sempre i locali minimizzano) e spazza il cielo; quindi la stellata sopra di noi è notevole. Alla fine anche il duo che ho soprannominato “tres jolie a Paris” pare abbia (quasi) dimenticato la piscina!

17/8/2013: Merzouga – Khenifra

Non riesco quasi a dormire, soprattutto quando il vento inizia a sollevare la sabbia. Soltanto verso la fine della notte la stanchezza ha il sopravvento, ma ho preso sonno da poco quando Salah mi sveglia: ha deciso che dobbiamo ripartire.
In realtà avremmo ancora un po’ di tempo, ma ne approfittiamo per andare a vedere sorgere il sole, anche se in mezzo alle nuvole. Anche l’alba sulle dune rosa mantiene veramente le promesse.
Appena fa giorno si risale in groppa e si ritorna a Merzouga.
Lì facciamo colazione e qualche altra chiacchiera, prima di separarci.
Parte una disputa calcistica: Mohamed, convinto di far piacere alla coppia di Madrid, si dichiara fan di Cristiano Ronaldo. Non l’avesse mai fatto. Lui non lo sa ma Amaia, essendo basca, non sopporta il Real Madrid e lo mette subito in chiaro. Io ed Eduardo, simpatizzanti del Barça, gli rispondiamo che è più forte Messi, non ci può essere dubbio.
“Messi?” – fa lui – “Ma Messi è argentino! Voi siete europei, dovete tifare per Cristiano! E poi, Messi è un evasore fiscale.”
“Perché, tu sei convinto che Cristiano le paghi tutte, le tasse?” dico io.
“Siamo noi che le paghiamo tutte.” – taglia corto Amaia – “Loro trovano sempre il modo di non pagarle.”
Intingiamo il pane arabo nell’olio e nel miele, poi lentamente beviamo l’ultimo tè insieme.
È il momento dei saluti. Le due ragazze parigine vanno finalmente verso la sospirata piscina; io, Salah, Amaia ed Eduardo prendiamo un altro taxi per Erfoud.
Quando arriviamo lì il sole è ormai troppo alto per fare qualsiasi cosa. Restiamo un paio d’ore seduti al tavolino di un bar a bere coca cola e a raccontarci altri viaggi nell’attesa dei nostri autobus, che partono quasi insieme. Noi ora siamo diretti a Khenifra, loro vanno verso la costa per godersi un po’ di mare.
Ci lasciamo con la promessa di scambiarci le foto, poi chissà… le feste d’estate che ho frequentato una decina d’anni fa nel Paese Basco hanno lasciato nel mio bagaglio anche qualche parola in Euskara, abbastanza per salutare Amaia con un “gero arte” (arrivederci). Lei sorride e mi augura buon viaggio. Saluto anche Eduardo, con l’auspicio di rivedersi alle Canarie, magari a Fuerteventura, che entrambi conosciamo.
Il viaggio verso Khenifra, costeggiando Alto e Medio Atlante, è molto lungo. Arriviamo che ormai è troppo tardi per mangiare. Compriamo solo dei fichi da una bancarella per placare un po’ la fame.
Dopo essere stati quasi sbattuti fuori in malo modo da una padrona d’albergo invasata che evidentemente non aveva molto in simpatia Salah, troviamo da dormire in un modesto alberghetto vicino alla stazione degli autobus. La posizione purtroppo è un po’ infelice. Siamo costretti, per il caldo, a dormire con la finestra aperta, mentre gli autobus vanno e vengono quasi tutta la notte.

18/8/2013: Khenifra – Ouzoud

Khenifra è solo una tappa di passaggio. Ci alziamo presto per prendere il primo autobus per Beni Mellal.
Da qui, in Grand Taxi fino ad Azilal. Ormai siamo a pochi chilometri da casa di Salah.
Prima di tutto andiamo all’hammam. Non è uno di quelli lussuosi che si vedono nei film, riccamente decorati e pieni di maioliche luccicanti. È un hammam vero, popolare, anche se oggi non c’è quasi nessuno perché è domenica. Ne avevamo bisogno, comunque, per buttar fuori un po’ di tossine e rilassarci come si deve.
Poi andiamo al souq per fare una grande spesa di frutta e comprare dei vestitini nuovi per le bambine.
Con questo carico saliamo su un altro taxi, che ci porta fino a Ouzoud. Casa, finalmente.
Certo, uno si immagina la vita nel Marocco rurale ma quando poi ti ci trovi fa un altro effetto. Vivono in nove (due famiglie con bambini e la madre di Salah) in una casa di forse 70 mq, senza acqua corrente e solo con un bagno alla turca. La corrente va e viene, per quando c’è comunque non manca la tv satellitare, anche se piccola. Ci sono mandorli, ulivi, galline che scorrazzano, 11 pecore, 3 gatti e un asino. Per l’ospite hanno attrezzato un giaciglio fatto di tappeti cuciti dalle donne di famiglia.
L’accoglienza è calda, con un enorme piattone di cous cous e un altro traboccante di fette di melone.
Ma la cosa più bella sono le bambine. C’è Ouarda di quasi 5 anni e Jalila che ne ha quasi 3, come la cuginetta Nassima. Lei è figlia del fratello di Salah, che ora è via per lavoro, e ha anche un fratellino di appena un mese.
Certo con loro la lingua può essere un problema. Per ora parlano solo tashelhit; l’arabo lo studieranno quando andranno a scuola, il francese lo prenderanno solo dal terzo anno. Se poi andranno alle medie, che qui non è banale, faranno anche inglese o spagnolo. Ma, nonostante tutto, con poche parole chiave e tanti gesti e sorrisi si stabilisce un canale di comunicazione. Sono bellissime, di una vivacità contagiosa, ridono con niente e non si lamentano mai.
Come tutti i bambini di quell’età sono curiose, parlano, fanno domande. E si arrabbiano se non rispondi, vogliono attenzione.
Cerchiamo di spiegare loro che vengo da molto lontano e per questo non capisco la loro lingua. Per fortuna c’è un piccolo aereo di plastica, lo prendo e inizio a farlo volare facendo il rumore con la bocca. Decollo, volo, poi atterraggio. Poi ancora decollo, e così via. Ridono come matte, la più grande sicuramente capisce, le altre almeno si divertono.
E poi ho l’arma segreta: il cellulare. Basta far loro qualche foto, poi fargliele vedere, fargliene vedere altre a caso, e restano incantate. Ma è questione di un attimo, poi Ouarda ha già imparato a farle scorrere, a ingrandirle e a rimpicciolirle. Ripete facilmente tutto quello che faccio io. Muove agilmente il ditino, come se lo facesse da una vita.
E non si può davvero sospettare che abbia già visto uno smartphone. Salah ha un vecchio cellulare di non so quanti anni, col vetro rotto e che non fa nemmeno le foto.
Resto veramente stupito, ma Salah mi conferma che è molto intelligente. Certo, cuore di papà, ma in questo caso mi pare che non si possa che essere d’accordo con lui.
L’unico problema è anche le più piccole vogliono giocare col gioco nuovo; cerco di far fare qualcosa anche a loro, senza che facciano troppi danni.
Abbiamo anche comprato una tavoletta con i numeri, le lettere e gli animali. Provo a insegnare a Ouarda i numeri da 1 a 10, prima in francese e poi in inglese. Lei ripete tutto, senza sbagliare una pronuncia.
Dopo cena guardiamo anche le foto del nostro viaggio, quelle dove c’è Salah, che abbiamo fatto stampare in un fotolaboratorio ad Azilal. Le più gettonate, ovviamente, sono quelle di papà sul cammello.
Poi Salah insiste perché guardiamo il DVD del matrimonio del fratello di Fatima, sua cognata. È un matrimonio tradizionale berbero, celebrato ad Agadir, città di origine della famiglia di Fatima. La cerimonia è suggestiva, con belle musiche, grandi tatuaggi all’henné e infiniti cambi d’abito della sposa. Ma dopo due ore inizio ad essere seriamente preoccupato della durata… Salah, con naturalezza, mi informa che dura sicuramente più di 6 ore. Con tatto commento che è un segno del diverso valore dato al tempo in Europa e in Marocco, lui ne conviene. Per fortuna, per ora, ci salva un malfunzionamento del lettore DVD. Tutti a nanna.

19/8/2013: Cascate di Ouzoud

Nonostante il “letto” improvvisato dormo benino e vengo svegliato solo dal canto del gallo.
Colazione e poi, dopo due anni, si torna alle cascate, stavolta con più calma e con la piccola Ouarda al seguito. C’era già stata una volta, ma è comunque felicissima. Le piace tutto, sgrana gli occhioni e cammina instancabile su per i sentieri con i suoi sandaletti, per mano al papà e a volte anche a me. Ogni tanto va anche da sola, sa quando può e quando non può.
Le cascate sono sempre uno spettacolo incredibile ma non può essere come la prima volta, forse quest’anno c’è anche un po’ meno acqua.
Nel primo pomeriggio torniamo a casa e passiamo il resto della giornata in giardino, tranne una breve passeggiata con le bambine. Jalila, la più piccola, tiene il muso al papà: è arrabbiata perché non l’ha portata alle cascate, ha visto andare la sorella e non riesce ancora a mandarla giù. Lui cerca di spiegarle che è ancora troppo piccola, che presto porterà anche lei, ma non c’è verso.
Prendiamo il tè in giardino, poi Salah va “dal vicino”, dice lui (in realtà sta a un paio di chilometri), per concordare la consegna di un carico di mandorle.
“Ma dove vai? E le bambine?” gli chiedo io.
“Tranquillo, vedrai che sono buone” fa lui.
È vero, sono buone, ma non sono esattamente abituato a doverne gestire tre, senza nemmeno parlare la loro lingua… anche se, per la verità, ho sviluppato un vocabolario minimo che aiuta: Wakha (sì, va bene), la (no, questo non si fa), jalla (su, andiamo), baraka (basta, stai ferma). Con queste quattro parole e chiamandole per nome riesco più o meno a cavarmela… e poi mi viene di nuovo in aiuto l’amico smartphone. Ouarda con quello la tengo buona, grazie anche ad alcuni filmati di musica; Nassima canta e balla da sola, Jalila si dedica alle costruzioni: è convinta che, mettendo un sasso sull’altro, prima o poi riuscirà a tirare su una casa.
Per fortuna Salah torna abbastanza presto. Dopo un po’ arrivano anche i “vicini”, con tre muli pronti per il carico. Naturalmente offriamo il tè anche a loro.
Tra loro c’è una signora molto anziana, o che sembra tale (qui si invecchia presto…), dal viso incartapecorito di rughe, che cammina appoggiandosi ad un bastone. Mi alzo per farla sedere ma Salah mi intima di stare seduto, ché ci pensa lui. Va a prendere uno sgabellino di plastica dove potrebbe sedersi giusto un bambino. Lei lo guarda, rifiuta con dignità e resta in piedi appoggiata al suo bastone.
Questo episodio mi infastidisce non poco, ma non ho il coraggio di fare discussioni. Certo, se avevo dei dubbi, mi fa realizzare che in questa società rurale c’è ancora parecchia strada da fare per le donne. È strano vedere come, finché sono bambine, se si avvicinano alla tavola dei grandi (degli uomini naturalmente, le donne mangiano sempre in cucina) nessuno le manda via, anzi possono mangiucchiare qualcosa anche loro e sono vezzeggiate e coccolate da tutti. Poi, quando diventano donne, via: in cucina.
La cena diventa faticosa per me, perché inizio ad accusare un po’ di malessere allo stomaco. Mi dispiace, perché temo che si offendano nel vedermi rifiutare il loro cibo, ma non ci posso fare niente. Lo spiego a Salah, così mangio quello che posso del tajine e un po’ di frutta.
Le bambine nel frattempo sono crollate, dormono tutte come sassi. La giornata è stata lunga per loro. Mi dispiace di non poterle salutare come si deve, visto che domattina dovrò partire presto, ma va così.
Dopo cena, non si scappa: c’è la seconda puntata del matrimonio berbero. Guardiamo un secondo DVD e un pezzetto del terzo, poi si fa veramente troppo tardi e ce ne andiamo a dormire.

20/8/2013: Ouzoud – Essaouira

La notte, purtroppo, non è delle migliori: sembra che alla fine il mio apparato gastro-intestinale non abbia retto, e in effetti se penso ai posti dove ho mangiato è già abbastanza eccezionale che ce l’abbia fatta fin qui. Sono costretto ad alzarmi un paio di volte, poi comincio a buttare giù Imodium sperando che faccia effetto. Mi aspetta un viaggio in autobus di due ore e mezza fino a Marrakech e, da lì, altre tre ore fino a Essaouira.
L’autobus passa alle sette. Salah è riuscito, non so come, a mettersi d’accordo con l’autista perché fermi praticamente davanti a casa sua. Così, non dobbiamo nemmeno arrivare fino al bivio.
Faccio una colazione veloce, perché non riesco a mangiare molto. Saluto le donne di famiglia, poi io e Salah ci mettiamo, una mezz’ora prima, ad aspettare sotto un albero sul ciglio della strada.
C’è il tempo per qualche ultima impressione sul viaggio e per dirci che continueremo a tenerci in contatto. Soprattutto, ci tengo che lui sappia che, se avrà difficoltà, potrà contare sempre su un aiuto da parte mia. Magari col nuovo bar le cose andranno meglio, gli auguro, ma in ogni caso le bambine devono assolutamente andare a scuola. Inshallah, dice lui.
Chiedo a Salah di spiegare alle bambine che quello strano zio che non parla la loro lingua vuole loro bene e che prima o poi tornerà.
Ci sentiamo come due vecchi amici, forse dopo questo viaggio ormai un po’ lo siamo anche. Per questo ci sono anche lunghi silenzi, entrambi siamo tristi per la separazione.
Il pullman arriva, un ultimo abbraccio e salgo. Come quasi sempre in questo viaggio, sono l’unico europeo.
Non è stato facile venire via, penso che le sensazioni di questo viaggio le porterò con me per parecchio tempo. Ma ora ho bisogno anche di rilassarmi un po’. E il fascino di Essaouira, che sarà l’ultima tappa, mi attira molto. Mi sembra già di sentire il richiamo ipnotico della musica gnawa. Voglio passare gli ultimi due giorni al fresco, assaporando il vento, l’odore del mare e un buon cous cous di pesce, inshallah.

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