Il mio viaggio in India

di Giovanni Colnaghi –
Nonostante il periodo prescelto fosse dal 6 marzo al 17 marzo, il mio viaggio è effettivamente iniziato a novembre quando, cioè, ho deciso la mia destinazione.
Da quella data, appunto, ho cominciato a cercare in rete informazioni sui luoghi che avrei visitato. Ho letto tutta la guida Lonely Planet dedicata all’India del nord. Sono appositamente andato a tagliarmi i capelli dal barbiere indiano, vicino a casa mia, per raccogliere informazioni di prima mano. Neanche avessi dovuto affrontare un viaggio “fai da te”.

Mia moglie ed io, infatti, non possiamo certo considerarci ragazzetti di primo pelo. Entrambi siamo ultracinquantenni (io sono più vicino ai 60) e per un viaggio così impegnativo abbiamo preferito avvalerci di un noto tour operator italiano.

In ogni caso la preparazione, che è parte integrante di una vacanza, è entusiasmante quanto il viaggio stesso. Tant’è che ho pensato di decidere sin da ora la mia meta per il prossimo anno (un anno di organizzazione!).

6 marzo – partenza
Che levataccia! Non sono ancora riuscito a prendere sonno che la maledetta sveglia ha cominciato a suonare insistentemente. Ho bevuto avidamente un caffè che non sapevo se considerare quello della cena della sera precedente o quello della colazione di oggi. D’altro canto dobbiamo trovarci a Fiumicino per le ore 5:05 e, previdenti come siamo (se si guasta la macchina, se buchiamo ecc. ecc.), abbiamo deciso di svegliarci con largo anticipo.
Abbigliamento. A Roma le temperature non possono certo considerarsi già primaverili, mentre in India ci avrebbe aspettato un clima quasi estivo. Abbiamo pertanto deciso di vestire un abbigliamento jeans, sul quale abbiamo indossato un piumino per ripararci dai rigori romani che, giunti in aeroporto, abbiamo restituito al nostro autista (il figlio).
Documenti. Quando si viaggia, specialmente in paesi così lontani, smarrire dei documenti potrebbe costituire un grosso problema. Abbiamo fatto due fotocopie dei passaporti, delle carte di credito, del visto d’ingresso in India e dei biglietti aerei. Una fotocopia l’abbiamo lasciata a nostra figlia, l’altra fotocopia l’ha conservata mia moglie, mentre gli originali li ho custoditi gelosamente io, in un marsupio saldamente allacciato in vita. In fine ho fatto una scansione dei suddetti documenti e li ho messi on line in una pagina nascosta, raggiungibile esclusivamente dal sottoscritto da qualsiasi computer collegato ad internet.
Soldi. Per sicurezza ne abbiamo portati molti più del necessario. Pochi euro nel portafogli e gli altri nascosti in una cintura portadenaro che, fra l’altro, sosteneva anche i miei pantaloni. La cinta è passata inosservata anche ai rigorosi controlli aeroportuali.
Farmacia da viaggio. Cerotti, disinfettanti, antipiretici, antidiarroici, antibiotici a largo spettro, antistaminici, occhiali da vista di riserva ecc. ecc..
Materiale fotografico. La mia reflex digitale con 5 schede di memoria da 1 Gb l’una (ho fatto bene a portarmele in India costano più che da noi); la compattina digitale di mia moglie e la mia videocamera digitale con 5 cassette miniDV da 1 ora l’una.
Sigarette. Purtroppo sono un impenitente accanito fumatore e, per paura di non trovare le mie sigarette preferite, me ne sono portate due stecche acquistate al duty free di Fiumicino. Ho fatto male. Le Marl…. si trovano facilmente in India e ad un prezzo notevolmente inferiore a quello europeo.
Preparazione della valigia. Come ogni anno, alla vigilia di un viaggio, raggiungo con mia moglie un accordo che prevede di portarsi un minimo e sobrio abbigliamento. Purtroppo tale accordo viene puntualmente disatteso con l’avvicinarsi della data di partenza. Di colpo vedo la valigia, dimensioni armadio 4 stagioni, straboccare di vestiti e, quindi, aggiungersi a questa altre piccole valige. Ciò che in precedenza mia moglie aveva accettato come superfluo, all’improvviso diventa indispensabile (che ne sai…, una serata particolare…, al ristorante ecc. ecc.), salvo poi, al ritorno, darmi ragione e fare buoni propositi per la volta successiva.

Bene. Torniamo a noi. Essere previdenti ha il vantaggio di non trovarsi in difficoltà in caso di imprevisti, ma il più delle volte significa essere costretti a lunghe ed estenuanti attese. E’ così che abbiamo dovuto attendere per diverso tempo, in un aeroporto a quell’ora insolitamente deserto, che aprisse il banco della Lufthansa per fare il check-in per il volo Roma Delhi con scalo a Francoforte. Inutilmente ho cercato di farmi assegnare i posti vicino alle uscite di sicurezza. Sono quelli con i sedili più distanziati e per me, che sono alto più di 1,90, non è cosa di poco conto.
Si parte puntuali alle 7:05 e, sempre in orario, siamo prossimi all’atterraggio in una Francoforte innevata, la cui rigida temperatura è facilmente intuibile dai laghi ghiacciati che abbiamo sorvolato. Cerchiamo di far passare il tempo gironzolando un po’ per l’immenso ma anonimo terminal tedesco. Più di quattro ore ci separano dalla partenza del Boeing 747 che ci porterà a destinazione. Alle 13:35, con precisione teutonica, il nostro velivolo stacca le ruote dal suolo europeo.
Già intuisco, dalla mia sistemazione, che il volo per me non sarà molto gradevole. Sono incastrato tra mia moglie, che per sua fortuna non è molto alta, ed un signore tedesco, in un sedile che ha uno spazio massimo di 20 cm. per le gambe. Per non bucare la schiena al passeggero davanti sono stato seduto tutto il tempo (7 ore) con le ginocchia addosso alle gambe di mia moglie. Al mio ritorno dovrò ricordarmi di sottopormi a diverse sedute di ginnastica posturale. Certamente mi aspettavo qualcosa di più confortevole da una compagnia come la Lufthansa. Voto insufficiente.

7 marzo – Delhi
All’1:15, fuso orario indiano, atterriamo all’aeroporto Indira Gandhi di Delhi. Espletate le formalità doganali troviamo ad attenderci un incaricato del nostro tour operator. Lì scopriamo che sul nostro volo viaggiava un altro componente il gruppo, un simpaticissimo architetto toscano e che gli altri sei partecipanti si uniranno a noi l’indomani mattina; anzi, no, stamattina. Hanno volato con Emirates e pernottano a Dubai. L’incaricato ci accompagna al nostro Hotel, “Le Grand Intercontinental”, un’immensa ed elegante struttura senza personalità. Hotel simili si possono trovare in qualsiasi parte del mondo.
Sono quasi le 3 ed andiamo a coricarci. Fra circa sei ore inizia la visita della città…..
Sono le 9:00 e neppure il forte caffè italiano, che ci siamo preparati con la moka elettrica, fedele compagna dei nostri viaggi, riesce a svegliarci. Il nostro orologio interno segna ancora le 4:30. Facciamo conoscenza con gli altri membri del gruppo giunti da Dubai, ai quali è riservato un benvenuto fatto di abbracci e collane di fiori. Conosciamo anche la nostra guida, un simpaticissimo ragazzo indiano di nome Vittorio (in italiano) che, come molti asiatici, ha la voce un po’ nasale dal timbro leggermente in falsetto, tipo Paperino. I nuovi giunti sembrano e si riveleranno simpaticissimi, madre e figlia perugine, una coppia toscana, viaggiatori incalliti dall’apparente età di quella di chi scrive ed una coppia di sposini in viaggio di nozze, anch’essi toscani, che sono stati “adottati” dall’intera comitiva. Ha inizio la visita della città.



Un’annotazione. Non mi dilungherò a descrivere i vari monumenti e a raccontarne la storia, a ciò hanno provveduto eccellentemente coloro che mi hanno preceduto. Mi limiterò a segnalare curiosità e cercherò, se possibile, di trasferire particolari emozioni.
A Bordo del Pullman GT (che spreco per dieci passeggeri!) lasciamo l’hotel e ci dirigiamo verso il Qutub Minar, un alto ed imponente minareto. Delhi è una città caotica, ma, a dire il vero, da quanto avevo letto, mi aspettavo di peggio. Il traffico è molto simile a quello di qualsiasi grande città italiana e parimenti indisciplinato. Una cosa mi è sembrata strana. A New Delhi, a differenza che nel resto dell’India, non ho visto nessun bovino in mezzo alla strada. Secondo me, nonostante la loro sacralità, le autorità avranno preso qualche provvedimento per evitarlo.
Arrivati a destinazione, dopo aver varcato la soglia del parco in cui sorge il minareto, ciò che mi ha lasciato stupefatto è la cura con cui sono custoditi i giardini e la pulizia che vi regna. Se non sapessi dove mi trovo giurerei di trovarmi in Svizzera. Questa caratteristica la troveremo in tutti i parchi che visiteremo e rappresenta la grande contraddizione con i luoghi in cui vive la popolazione.
Lasciamo il Qutub Minar per andare a visitare la tomba di Humayun. Un mausoleo bellissimo che si dice aver ispirato l’architettura del Taj Mahal.
Si è fatta l’ora di pranzo e torniamo in hotel per il primo appuntamento con la cucina indiana.
E’ risaputo che il cibo indiano è molto speziato e molto piccante. Il riso è sempre presente, da mangiare in bianco o condito con salse. Altro alimento sempre presente è il Chapati, una specie di focaccia, apprezzatissimo dal gruppo. Immancabili le verdure ed i legumi, a differenza della carne che è limitata a polli ed ovini. In India del nord è spesso cucinato il pesce d’acqua dolce. Mia moglie ed io amiamo i sapori orientali e quindi, a differenza di qualche compagno di viaggio, non abbiamo sofferto crisi “mistiche” accompagnate da miraggi di spaghetti e fiorentine.
Dopo pranzo, appena il tempo di rinfrescarci,e di nuovo in pullman. Ci attende la visita del Forte rosso, che ammiriamo solo dall’esterno, e subito dopo ci dirigiamo verso l’India gate. “La porta dell’India” è un monumento al milite ignoto, simile all’arco di trionfo o all’arco di Costantino, ma più moderno e meno prezioso. E’ situato a New Delhi ed è circondato da stupendi giardini molto frequentati dalle famiglie indiane che portano a spasso i loro bambini. La stanchezza comincia a farsi sentire e tutti sono ben lieti di tornare in hotel per rilassarsi un paio d’ore prima di cena.
Con Vittorio (la nostra guida) decidiamo di recarci a piedi al ristorante, che dista un paio di chilometri dal nostro hotel, in modo da vedere l’India degli indiani e non quella dei monumenti. Che esperienza! Il pomeriggio, girovagando fra viali e giardini di New Delhi, avevo quasi pensato di trovarmi in una qualsiasi metropoli europea, forse anche ricca. Mi ero illuso che i racconti dei viaggiatori circa gli “orrori” dell’India fossero esagerazioni. Purtroppo mi sono dovuto ricredere. Il degrado che ho visto ed annusato in quei vicoli è stato di gran lunga superiore. Vecchi, adulti, bambini ed animali promiscuamente “stravaccati” sui marciapiedi lordi di escrementi e di chi sa quant’altro. Lebbrosi che ci inseguivano alzando la camicia per esibire le loro piaghe in cambio di qualche rupia. Che fare? Vittorio ci consigliava di far finta di non vederli. Sembra facile!
Devo dire che il vero degrado l’ho visto solo nelle grandi città che abbiamo visitato. Nei piccoli centri agricoli ho visto si povertà, ma ho anche visto serenità e dignità.
Durante tutta la cena nessuno ha avuto il coraggio di parlare di quanto i nostri occhi e i nostri cuori hanno dovuto assimilare, ma i nostri volti esprimevano chiaramente il tumulto interiore che ognuno stava vivendo.

8 marzo – Delhi – Neemrana – Jaipur
Sveglia presto. Oggi ci attende la visita della grande moschea Jama Masjid o, più semplicemente, la moschea del venerdì. La moschea è bella ma non mi ha infervorato, forse perché ne ho visitate di più belle e solenni.
In tarda mattinata saliamo sul nostro pullman che ci porterà a Jaipur. Distanza circa 250 chilometri, tempo previsto di percorrenza 8 ore comprese le soste. Velocità media circa 31 Kmh. Lo stato delle strade, il traffico caotico ed il modo di guidare degli indiani non permettono di più. Un consiglio. Se avrete la (s)ventura di farvi trasportare per le strade indiane, non guardate la strada. In caso contrario vi troverete, come è successo a me, con la gamba destra anchilosata nel continuo tentativo di premere su un freno inesistente. Il modo di sorpassare degli indiani, inoltre, è ciò che di più pericoloso abbia mai visto. I veicoli, provenienti da opposte direzioni, sembrano sfidarsi, muso contro muso, sino a pochissimi metri di distanza e, quindi, repentinamente, entrambi si buttano a sinistra (in India la guida è a sinistra), sfiorandosi, per evitare l’impatto frontale. Quanto ho invidiato mia moglie che dormiva beatamente al mio fianco!
La prima sosta per il pranzo è in un piccolo villaggio rurale, Neemrana. Come scendiamo dal pullman veniamo circondati da una frotta di bambini festanti (i bambini sono l’unica cosa che non manca in India) e di adulti curiosi. Tutti sorridenti e disponibili anzi…, orgogliosi di farsi fotografare. Neemrana è al di fuori dei più classici circuiti turistici e gli indigeni non sono tanto abituati agli occidentali. Dopo qualche minuto tutta la popolazione ci accompagnava per la strada impervia, verso la nostra destinazione, continuando a subissarci di domande circa il nostro paese di origine, le nostre impressioni sull’india e sul nostro “stato di famiglia” (non so perché, ma sono molto curiosi di sapere il numero di figli delle coppie che incontrano).
La nostra destinazione è la “fortezza-palazzo”, una costruzione del XV secolo, oggi adibita ad hotel e ristorante. Un palazzo costruito su un’altura, dalla quale si gode di uno splendido panorama, circondato da immensi cespugli di fiori coloratissimi. Veramente molto bello e suggestivo. Cucina ottima.
Dopo pranzo riprendiamo il viaggio, interrotto solo da una paio di “pipì-stop”. Mia moglie che dorme tranquilla al mio fianco ed io che cerco inutilmente di distogliere lo sguardo dalla strada.
Finalmente in serata raggiungiamo Jaipur ed il nostro prestigioso hotel “Le Meridien”. Una struttura moderna ma costruita nel rigoroso rispetto dell’architettura indiana. L’unico degli hotel di catene internazionali, provvisto di una certa personalità.
A riceverci troviamo un gruppo di suonatori indiani che interpretano musiche allegre e ritmate e delle ragazze, nei loro sgargianti sari, che ci baciano ornandoci il collo di una ghirlanda di fiori.
A proposito, non ho ancora parlato delle donne indiane. A parte la bellezza che caratterizza questa razza, gli occhi grandi, neri e profondi, i capelli nerissimi e tanto lucidi da potercisi specchiare, ciò che mi ha colpito è il portamento regale delle donne indiane. Giovani, vecchie, magre, grasse, signore dell’alta società e contadine, sembrano tutte modelle durante una sfilata. Il modo di incedere e lo sguardo fiero, attribuiscono loro un aspetto veramente signorile.
Tornando a noi, dopo la festa di benvenuto ed una ricca cena, il fuso orario, ancora imperversante, ci ha indotti a ritirarci immediatamente nelle nostre stanze.

9 marzo – Jaipur – Samode – Jaipur
Ci svegliamo più riposati. Dopo la prima colazione tutti sul pullman che ci porterà ad Amber per la visita del forte. Pochi minuti di strada ed eccoci nel piazzale sottostante al forte. Il piazzale pullula di turisti provenienti da tutte le parti del mondo e da elefanti che, instancabilmente, fanno la spola per trasportare i visitatori sull’altura dove sorge il maestoso maniero.
Ho appreso con piacere che gli elefanti sono molto meno sfruttati che in passato. Oltre a poter contare su un orario di lavoro ridotto (mi sembra di aver capito che alle 10 di mattino termini il servizio), il carico che devono portare è dimezzato rispetto al passato. I due passeggeri di oggi rispetto ai quattro di ieri. In ogni caso fa sempre un po’ pena vedere questi pachidermi ridotti in stato di schiavitù, al solo fine di soddisfare i capricci dell’uomo. Ovviamente mia moglie ed io abbiamo raggiunto il forte a piedi e, se non fossimo stati assaliti dalla più folta ed agguerrita stuola di “venditori di tutto” che abbia mai visto, il tragitto l’avremmo coperto in cinque minuti.
Il forte è veramente bello e dalla sua sommità si può ammirare il laghetto sottostante dove gli elefanti, al termine del servizio, vengono a rinfrescarsi. In mezzo al laghetto, collegato a terra da un istmo, c’è un giardino dove in passato il maraja ha vanamente tentato la coltura dello zafferano.
Lasciamo Amber e ci dirigiamo verso Jaipur per visitare l’osservatorio astronomico. Dalle spiegazioni che ci ha fornito Vittorio e da ciò che abbiamo visto, l’osservatorio più che astronomico lo definirei astrologico. In ogni caso questa visita non mi ha detto e non mi ha lasciato nulla.
Dopo pranzo la nostra meta è il centro di Jaipur e finalmente comprendiamo perché è chiamata la città rosa. Tutti gli immobili hanno questo colore, compreso il famoso “Palazzo dei venti”, del quale è rimasta integra solo la facciata. Ha una strana architettura, ma merita di essere visto.
Proseguiamo verso il City Palace, la residenza cittadina del maraja. Il palazzo è bello ma non entusiasmante ed è pieno di guardiani (?) vestiti di bianco con turbante rosso, che si fanno fotografare per denaro. La nostra visita “culturale” di Jaipur termina qui.
Ora, preannunciato anche dall’eccitazione delle donne, ci attende lo shopping presso un grande megastore, dicono approvato dal Governo, “convenzionato” con l’Agenzia corrispondente del nostro tour operator. i prodotti esposti, prevalentemente capi d’abbigliamento in seta e cotone, sono di una tale raffinatezza che è impossibile restarne indifferenti. Il bagliore negli occhi di mia moglie fa presagire il peggio ed infatti…
Devo riconoscere che questi negozi sono organizzatissimi ed i commessi sono abili venditori, neanche avessero partecipato ad avanzati corsi di “tecniche di vendita”. Al cliente è offerta l’opportunità di scegliere il modello, scegliere la stoffa e nel giro di un paio d’ore gli è recapitato il capo, confezionato su misura, direttamente in hotel.
Dopo il negozio di abbigliamento è d’obbligo una sosta al negozio di pietre preziose e semipreziose, merce per la quale è famosa Jaipur. Anche qui è inevitabile l’acquisto di un “souvenir”.
Consigli per gli acquisti. Come in tutto il mondo anche in India è possibile fare acquisti nei grandi negozi o nei mercatini. Nei grandi negozi ci si sente più tutelati, mentre nei mercatini è possibile spuntare prezzi più bassi. Nei grandi negozi si può tranquillamente pagare con carta di credito ed ogni acquisto è accompagnato da regolare fattura, nei mercatini si paga solo per contanti e non si ha nessun documento valido per contestare un eventuale “cattivo acquisto”. In ogni caso la parola d’ordine è contrattare contrattare e contrattare. La contrattazione è d’obbligo anche nei grandi negozi dove si dice che i prezzi sono fissi. In India non esiste nessun prezzo fisso al massimo, nei grandi negozi, i margini di contrattazione sono leggermente inferiori. Se vi trovate in gruppo, infine, non acquistate mai per primi. Vi sarà riservato il prezzo più elevato. Lasciate tranquillamente acquistare agli altri dimostrando disinteresse vi accorgerete che il prezzo “spuntato” dagli altri diverrà punto di partenza della vostra trattativa. Beati gli ultimi….
Esercitato il diritto-dovere di incrementare le esportazioni indiane, passati in hotel per rinfrescarci, di nuovo in pullman per recarci a Samode per la cena presso il bellissimo palazzo della cittadina.

10 marzo – Jaipur – Abhaneri – Bharatpur – Fatehpur Sikri – Agra
Anche oggi ci attende un lungo trasferimento per raggiungere Agra. La prima sosta è ad Abhaneri, un piccolissimo centro sprovvisto di qualsiasi punto di ristoro e sprovvisto anche di bagni. Gli uomini, bene o male, al riparo di un albero risolvono il problema toilette, ma le donne devono stringere i denti e non solo…
L’attrattiva che ci ha portato qui è il pozzo-palazzo, un edificio che invece di svilupparsi verso l’alto affonda nel terreno. Caratteristico.
La nostra seconda sosta è a Bharatpur per il pranzo. Il pullman non è ancora definitivamente fermo che le donne intraprendono una vera e propria gara di velocità per raggiungere i servizi igienici. Il ristorante prenotato è famoso, l’hotel Laxmi Vilas Palace, ma non sono riuscito a capire i motivi di tale notorietà.
L’ultima sosta prima di Agra è a Fatehpur Sikri, un’antica città abbandonata, probabilmente a causa di scarsità d’acqua, in un eccellente stato di conservazione. Qui incontriamo una scolaresca femminile in visita alla città. Tutte ragazze intorno ai 18 anni nei loro abiti coloratissimi, chiassose e sorridenti. Ci ha stupiti vederle divertirsi nei prati con giochi di gruppo, compreso il “giro tondo”, che le nostre bambine di 7/8 anni giudicano già sorpassati.
In serata raggiungiamo Agra dove ceniamo e pernottiamo presso l’hotel Trident Hilton. Un hotel moderno, ma carino, su un unico piano, edificato attorno ad un giardino molto ben tenuto, alla stregua di un convento attorno al suo chiostro.

11 marzo – Agra
Oggi dal gruppo traspare una forte emozione. Ci attende, infatti, la visita del “mitico” Taj Mahal, un monumento noto in tutto il mondo per la sua strabiliante bellezza.
Durante la fase di preparazione del viaggio ho avuto modo di ammirare centinaia di fotografie del superbo mausoleo e ho letto altrettanti appassionati commenti, tant’è che il mio timore è di restarne deluso a causa delle troppe aspettative.
Superati gli scrupolosi e giustificati controlli di sicurezza, eccomi al cospetto di…… Non ho parole per descriverlo. Nessuna immagine o filmato può rendere l’idea della grandiosità di quest’opera d’arte. I miei timori espressi in precedenza mai potevano dimostrarsi più infondati. Oltre ad essere splendido è ….immenso….. (non ho più aggettivi).
Agli appassionati di fotografia, oltre al classico scatto del Taj Mahal che si riflette nello specchio d’acqua antistante, consiglio di ricercare inquadrature dai giardini laterali al monumento giacché è possibile ottenere immagini con una prospettiva diversa dal solito e, forse, più suggestive.
Successiva tappa obbligata del tour è il forte Agra. Il forte dove il figlio del costruttore del Taj Mahal ha incarcerato il padre, si dice, per bramosia di potere. Personalmente sono più propenso a credere che tale iniziativa sia stata assunta quando il figlio è venuto a sapere dell’intenzione del padre di costruire un altro mausoleo identico al primo (di colore nero), per la costruzione del quale sono state dilapidate ingenti risorse. Probabilmente, ai tempi nostri, in simili circostanze, il figlio avrebbe semplicemente chiesto ed ottenuto l’interdizione del padre.
Elucubrazioni a parte anche il forte merita di essere visitato. Specialmente le stanze ove era detenuto il maraja e quella finestrella da dove è possibile vedere in lontananza il Taj Mahal, oggi avvolto da una leggera e misteriosa foschia.
Anche ad Agra non manca l’opportunità di fare shopping. Nel pomeriggio veniamo accompagnati in negozi, se possibile, ancor più forniti di quelli di Jaipur. Io sono particolarmente tranquillo in quanto le nostre valige sono già strapiene ed anzi, colgo l’occasione per rinfacciare a mia moglie la sua imprevidenza nel portarsi da Roma troppi inutili indumenti. La mia consorte, per nulla turbata dai miei rimproveri, risolve l’inconveniente con l’acquisto di un’altra valigia di dimensioni considerevoli e subito si dà da fare per riempirla.

12 marzo – Agra – Gwalior – Orchha
Dopo la prima colazione ci avviamo verso la stazione ferroviaria di Agra per prendere il treno che ci porterà a Gwalior. Qui salutiamo il nostro autista ed il suo simpaticissimo aiutante, che tornano a Delhi per accompagnare un altro gruppo. Mia moglie ed io riserviamo un affettuoso saluto all’aiutante, un ragazzino di quasi 18 anni, con il quale in questi giorni, grazie al mio stentato inglese, siamo riusciti a stabilire un qualcosa di simile ad una conversazione. Abbiamo appreso che è il terzo di sette figli e che è molto orgoglioso del proprio lavoro e dell’aiuto che è in grado di fornire alla famiglia. Abbiamo constatato che non si sveglia mai “con la luna di traverso” e che per lui la vita è bella e merita di essere vissuta gioiosamente. Proprio come i ragazzi europei….!
Le stazioni ferroviarie italiane sono caotiche e vi si incontrano i personaggi più strani. Immaginate come può essere una stazione indiana. Caos elevato alla decima potenza. In ogni caso è un’esperienza che vale la pena di essere vissuta.
Il nostro treno, il Shatabdi Express, arriva con mezz’ora di ritardo che, in indiano, significa essere puntualissimo. La carrozza a noi riservata è paragonabile alle nostre obsolete terze classi, ma per i canoni locali è considerata una super lusso. Il viaggio è confortevole ed io non devo angosciarmi preoccupandomi dei sorpassi.
Giunti a Gwalior veniamo immediatamente accompagnati a visitare il forte che, come tutti i forti (non quello di Delhi), sorge in posizione sopraelevata. E’ un bel palazzo tutto decorato con lapislazzuli. All’esterno del forte incontriamo dei ragazzini che, senza insistenza, cercano di venderci i soliti oggetti ricordo. Mia moglie entra subito in confidenza con una ragazzina, poco più che bambina, dai lineamenti delicati e di un’infinita dolcezza. Ho immortalato l’incontro e, quindi, ho lasciato la mia Signora ai suoi immancabili acquisti.
Accanto al forte si erge un candido Tempio Sikh, abbagliante in questa splendida giornata di sole. I giardini prospicienti sono ricchi di fiori dei più svariati colori, che conferiscono all’ambiente un clima di gioiosa allegria. Qui incontriamo e fotografiamo dei barbuti seguaci della religione sikh, nelle loro vesti bianche, i turbanti colorati e l’immancabile spada. Prima di lasciare Gwalior non ci resta che ammirare le impressionanti statue di Tirthankar della religione jain, scavate nella viva roccia. Queste statue fanno tornare alla memoria quelle fatte esplodere scelleratamente dai Taliban in Afghanistan.
Dopo il pranzo presso il palazzo Usha Kiran saliamo sul pullman che ci conduce ad Orchha. Raggiungiamo la cittadina in serata dove ceniamo e pernottiamo presso l’heritage Amar Mahal.

13 marzo – Orchha – Khajuraho
Il cambio di fuso orario sembra non infastidirci più e questa mattina ci siamo svegliati un po’ prima per dare uno sguardo all’hotel, che è un antico palazzo riadattato. Le stanze da letto sono immense e le porte si chiudono sia dall’esterno che dall’interno per mezzo di grossi lucchetti. Anche questo albergo, come quello di Agra, è costruito su un unico piano attorno ad un giardino interno ricco di vegetazione, fontane e ruscelli. Interessante l’attenzione che viene prestata alla cura dei giardini. Analoga attenzione l’ho riscontrata in Marocco. Finalmente il gruppo ci raggiunge e possiamo così iniziare la nostra visita con la grandiosa fortezza di Orchha. Ormai di palazzi, forti e fortezze ne abbiamo fino sopra ai capelli, ma dalla sommità dell’antica magione è possibile ammirare uno splendido paesaggio ed il volteggiare degli avvoltoi che hanno nidificato sui suoi torrioni. Prima della partenza ci rimane del tempo per una passeggiata al mercato del villaggio. Un mercato ove è possibile sostare davanti alle bancarelle e valutare tranquillamente la merce esposta, senza essere assaliti da petulanti venditori. Quasi tutti esponevano grandi recipienti colmi di polvere dalle diverse colorazioni che, ingenuamente, credevo trattarsi di spezie. Solo il prossimo 15 marzo scoprirò la realtà.
Dopo il pranzo in hotel, partiamo per Khajuraho che raggiungiamo verso il pomeriggio inoltrato. Questa sera, ahime!, ci attende uno spettacolo di danze indiane presso il centro culturale Kandhariya. Spero solo di non addormentarmi al suono di improbabili strumenti monocorda che interpretano monotone melodie. Sono veramente tentato di rinunciare all’evento, ma non voglio fare la figura del solito ignorante materialista.
Prendiamo possesso delle nostre camere presso l’Holiday Inn e, dopo cena, raggiungiamo il centro culturale. Devo ancora una volta ricredermi. Lo spettacolo è più che bello. Le musiche sono allegre, i musicisti ed i coristi sono abilissimi ed il balletto è coinvolgente. Al termine dell’esibizione ho la sensazione che sia durata troppo poco.

14 marzo – Khajuraho
Questa mattina il programma prevede la visita al complesso dei templi occidentali, famosi per le loro rappresentazioni delle posizioni del Kamasutra. E’ veramente riduttivo che queste superbe costruzioni debbano la loro notorietà esclusivamente a dette sculture erotiche. Il parco che ospita i monumenti e i monumenti stessi, si prestano particolarmente a riprese videofotografiche, specialmente in una giornata come quella odierna, insolitamente limpida.
Dopo i templi, che avrebbero meritato maggior tempo, ci dirigiamo a bordo di rickshaw verso il piccolo villaggio rurale che è Khajuraho, distante quattro o cinque chilometri. Il rickshaw è una specie di bicicletta con sedile per trasporto di persone. In pratica un taxi a trazione umana. Il nostro driver è un tipo alto e dal fragile aspetto. Non riesco a stare serenamente seduto sul mio scranno vedendo quel giovanotto arrancare sotto il peso di mia moglie ed il mio quintale, per guadagnarsi un tozzo di pane. So benissimo che se non fosse offerto loro anche questo tipo di lavoro, non potrebbero contare su nient’altro, in ogni caso non è giusto. Parlando con la guida scopro che per questo servizio viene remunerato 100 rupie (circa € 1,90). Non resisto alla tentazione e, di nascosto dagli altri, quadruplico il suo compenso. Non sarà certo per questo mio (sconsigliatissimo) comportamento che andrò a stravolgere l’economia dell’intera India.
Il villaggio è proprio piccolo e, come al solito, zeppo di bambini che ci corrono incontro curiosi. Si vede che qui sono più abituati ai turisti. I ragazzi, specialmente quelli più grandicelli, sono più smaliziati e con argomentazioni varie, la preferita è che studiano e i libri di testo hanno un costo insostenibile per i genitori contadini, cercano di spillarti qualche rupia. Non cedo a questi ricatti morali, ma preferisco acquistare merendine e patatine presso il locale negozietto, da distribuire (in questi casi non sai mai quale sia il giusto comportamento da tenere). Il pomeriggio è dedicato allo shopping. Le valige aumentano di peso ed io mi alleggerisco sempre più.

15 marzo – Khajuraho – Varanasi
Questa mattina usciamo di buon’ora e troviamo ad attenderci Vittorio con un’aria scanzonata. Si avvicina a mia moglie tenendo in mano una polverina rossa chiedendo se le può applicare del colore. Mia moglie, convinta che voglia dipingerle il centro della fronte, segno distintivo delle indiane, acconsente con piacere. Il problema è che Vittorio le imbratta tutto il viso ed i capelli e successivamente è il mio turno. Oggi, ci spiega, è la festa di Holy ed è usanza sporcarsi reciprocamente con quelle polverine colorate che ad Orchha avevo scambiato per spezie. Ci guardiamo attorno e, in effetti, notiamo che tutti o quasi portano i segni di questa usanza. Quando scendono gli altri del gruppo, inizia una vera e propria battaglia che cessa solo quando in India sono terminate le scorte di polvere colorata.
Simili ad Arlecchino montiamo sul pullman che ci porta a Raneh Falls, un mini Canyon all’interno di un parco naturalistico. Non riusciamo a vedere animali selvatici, ma lo spettacolo delle cascate, ancorché quasi asciutte, ed i profondi solchi che la corrosione dell’acqua ha lasciato nella roccia, giustificano questa nostra escursione.
In tarda mattinata ci trasferiamo all’aeroporto per prendere il volo per Varanasi. E’ la prima volta che prendo un volo in India e devo dire di non aver mai visto controlli tanto severi e tanto accurati. Mi hanno sequestrato persino i fiammiferi e, forse, non avrebbero disdegnato di smontare lo zoom della mia fotocamera per verificare che non vi nascondessi qualcosa di pericoloso. Il volo è tranquillo e dopo circa quaranta minuti raggiungiamo Varanasi, dove ad attenderci troviamo il nostro terzo equipaggio di pullman che ci porta al Radisson, il nostro ennesimo Hotel. Verso l’ora del tramonto, ancora una volta in rickshaw, ci rechiamo sulle rive del Gange per assistere alle cerimonie serali che vi si celebrano.
Le vie di Varanasi sono costantemente percorse da un traffico incredibile costituito da automobili, moto, motorini, rickshaw e tuc-tuc che corrono incessantemente, apparentemente senza meta. Ognuno sembra avere una fretta inconcepibile e tutti suonano per chiedere strada. Mai visto una città più sporca, mefitica ed insana. Mai visto tante persone vivere o vegetare in tale degrado. E’ impensabile vedere bambini di due o tre anni camminare da soli, nudi o semi nudi, per le vie della città. Nessuna parola può rendere l’idea di come sia la vita quaggiù.
E’ con sollievo che raggiungiamo le rive del Gange e improvvisamente mi sento catapultato in un altro mondo. La spiritualità di questo luogo cancella l’angoscia che mi aveva attanagliato. Un silenzio rotto solo da canti di preghiera, che qui sembrano avere un percorso preferenziale verso il Destinatario.
Dalla barca, sospinta da un anziano barcaiolo, ammiriamo le celebrazioni che si tengono sulle rive, anche se qualcuno sembra più interessato a fotografare o filmare le cremazioni che incessantemente si susseguono. Forse dovremmo portare più rispetto.
Torniamo in hotel per la cena e quindi subito a letto. Domani ci attende una levataccia.

16 marzo – Varanasi – Delhi
Sono le 03:30 e il telefono squilla. Dove sono? Ah! si, sono in India. Rispondo e ringrazio. Ho ringraziato la sveglia automatica. Questa mattina ci attende un altro giro in barca per vedere il sole che sorge sul Gange e i fedeli che si immergono nelle acque putride del fiume per purificarsi.
Oggi Varanasi è completamente deserta. La guida ci spiega che ieri hanno tutti fatto bagordi per la festa di Holy e stamani dormono. Sul fiume c’è una nebbia che si taglia col coltello; sembra di essere sul Tamigi o sul Naviglio. Addio fotografie!
Dopo pochi minuti di navigazione si scorge attraverso la nebbia la palla bianca del sole e, piano piano, la foschia inizia a diradarsi. Si cominciano ad intravedere i ghat, le scalinate che dalla sommità degli argini entrano nell’acqua, e poche rare persone che, nonostante la notte brava, non rinunciano al bagno purificatore. La strana luce attribuisce al panorama un aspetto, se possibile, ancor più sacrale. Estraggo la fotocamera!
Torniamo in albergo per la prima colazione e poi di nuovo a Varanasi per un po’ di shopping. Più tardi visitiamo Sarnath, località dove il Budda tenne il suo primo sermone, dove vediamo solo un bel giardino e delle macerie. Cominciamo a sentire un po’ di nostalgia di casa e dei nostri affetti, mia moglie ed io pensiamo principalmente alla nostra cagnetta Luna che mai è rimasta tanto tempo senza la nostra compagnia e lei, a differenza dei figli, soffre davvero per la nostra lontananza.
Il primo pomeriggio, superati gli immancabili controlli, ci imbarchiamo sul nostro aereo per Delhi, dove veniamo accompagnati all’hotel Radisson per la cena e dove attendiamo l’ora della partenza.

17 marzo – Delhi – Roma
Ore 00:30 faccio il chek-in e scopro che il mio bagaglio supera di 25 kg. il massimo consentito. Pago con carta di credito la differenza di prezzo che mi è stata richiesta ed imbarco i miei 85 kg. di valige. La nostra sistemazione in aereo è forse peggio che all’andata, ma siamo stravolti dalla stanchezza e cadiamo in un sonno profondo…

Il Viaggio Fai da Te – Hotel consigliati in India

 

 
Commenti

Nessun commento