Mont Saint Michel

di Elena –
Il giovedì fissato per la visita a Mont Saint Michel era stato il giorno più atteso di tutta la vacanza che stavamo facendo nel nord della Francia. Partimmo la mattina di buon ora procedendo verso il settentrione, sapendo che avremmo trovato, dove finiva la Terra, l’Oceano. Ma, navigando per un piatto mare di campi, vedemmo spuntare, quasi inaspettatamente, prima lui, l’isolotto sormontato dall’abbazia, sospeso tra cielo e terra, comparso con la stessa naturalezza con cui si può scorgere una cattedrale nel deserto. E della cattedrale aveva la maestosità e l’imponenza, tanto che gli occhi rimasero attaccati al vetro del finestrino della macchina anche quando qualche ostacolo impediva la vista di quel monte mitico e aspettavano, pazienti, di vederlo rispuntare, dietro una casa o qualcos’altro.

Solo avvicinandoci, vedemmo l’acqua che lo circondava attorno attorno, esclusa la parte della strada che lo collegava alla terra ferma. Scendemmo. Una debole brezza veniva dall’oceano e increspava leggermente la superficie dell’acqua. Davanti a noi si ergeva la cittadina, circondata da alte mura, che si avviluppava verso l’alto in forma piramidale, dalla base dell’isolotto fino alla punta del campanile.

Era mezzogiorno e la marea era al livello massimo per quel giorno; si era alzata di dodici metri. Pare che in questa zona si registri il più alto livello di marea di tutta l’Europa. Entrammo per la cittadina brulicante di gente vociante che saliva e scendeva le ripide stradine che si inerpicavano a spirale attorno alla collinetta. Quasi non parlavamo dall’emozione. Mentre salivamo, tenevamo spesso il naso all’insù per ammirare le pareti dell’abbazia che, imponenti, si ergevano a ridosso della strada. Poi salimmo fino all’ingresso della dimora dei benedettini; davanti alla chiesa si apriva un’ampia terrazza che dava sul mare. Ci affacciammo e vedemmo che l’azzurra immensità cominciava a ritirasi: dove prima c’era l’acqua alta, ora si allargavano chiazze scure che presto sarebbero divenute secche.

All’improvviso la brezza si trasformò in un vento, sostenuto ma non fastidioso. C’erano voci di ogni idioma intorno, ma piano piano si allontanarono. In quel momento ebbi come l’impressione che il tempo si fosse fermato e che potesse accadere qualcosa di eccezionale, come la rivelazione di una verità superiore. Quasi involontariamente, cominciai ad astrarmi dal presente ed ad immaginare questo posto nel medioevo, isolato dalla terraferma, lontano dai clamori del mondo e dai clangori delle battaglie. Immaginavo la guerra dei Cento anni, l’Inghilterra che aveva quasi domato la Francia e quest’isola, roccaforte della fede e simbolo dell’indomita resistenza francese, che non cadde mai in mano ai nemici. Pensavo alle nebbie mattutine che impedivano la vista dell’insidia delle secche alle imbarcazioni avversarie. E riflettevo sulla combinazione dei casi che hanno fatto di questa isola- penisola una delle meraviglie del mondo.



Lì dentro, altre battaglie si combattevano. Mentre fuori le secche si allargavano e i gabbiani pescavano con più facilità il pesce, entrai come in un sogno dentro la chiesa, uscì nel chiostro e poi rientrai ancora, nei locali del refettorio. Attraverso le stanze dove risuonavano, limpidi o sommessi, i canti e le preghiere dei monaci. Mi fermavo ad osservare le imponenti colonne romaniche, solide e sicure come questa abbazia che già allora vedevo in modo evidente come una chiara manifestazione della bellezza che, unica, ci può salvare dal peso e dalla noia della quotidianità.
Ma in quel momento ero come inebriata dalle emozioni del viaggio ed ero quasi abbagliata dalla meraviglia che mi si spalancava davanti e intorno.

Solo in questo momento, seduta davanti a questo camino a meditare sulla bellezza ho avuto la chiara percezione del motivo per cui abbiamo tanto bisogno di vedere cose belle. La peculiarità della bellezza, infatti, è quella di ricomporre all’improvviso i frammenti di una realtà che fino a poco prima ci sembrava impossibile da rimettere insieme in un tutto armonico. E’ lo specchio che rare volte ci compare davanti in tutta la sua limpidezza, di un’esigenza interiore di ordine e di armonia che in poche occasioni nell’arco di un’esistenza riusciamo a soddisfare. Raramente incontriamo la bellezza che ci lascia a bocca aperta e ci fa spalancare gli occhi. Con più frequenza accade durante i viaggi in cui ci spostiamo dai luoghi consueti in cui trascorriamo la maggior parte della nostra vita. Certi luoghi ci colpiscono in modo così forte che rimangono impressi nella memoria; così anche la loro semplice evocazione ci aiuta ad estraniarci per un po’ dalla realtà per poterla sostenere meglio.

Dopo aver visitato l’interno dell’abbazia ed esplorato tutti gli anfratti della cittadina, uscimmo fuori dalla cerchia delle mura e c’incamminammo verso il retro del monte, quello che dà verso il mare aperto. Erano quasi le sei del pomeriggio e là dove poche ore prima c’era l’acqua alta, si apriva una distesa limacciosa che si stendeva a perdita d’occhio: il mare si era completamente ritirato e solo qualche rivolo che correva lungo piccoli solchi ricordava la presenza di una ben più imponente massa d’acqua che ricopriva quei luoghi. Più a largo, spostata leggermente verso destra rispetto a Mont Saint Michel, si ergeva l’isola di Tombolaine che appariva ricoperta da una folta vegetazione: a questa, più lontana dalla terraferma, era toccata una sorte diversa e non era stata utilizzata per edificare una cittadina fortificata.

Il vento soffiava ancora e, con le scarpe in mano e i pantaloni ripiegati sui polpacci, ci avviammo verso Tombolaine, come molti secoli prima gli abitanti della terra ferma s’incamminavano verso Mont Saint Michel, meta di innumerevoli pellegrinaggi, che allora si poteva raggiungere solo durante la bassa marea. Una colonia di gente, qualche centinaio di metri davanti a noi, camminava con passo lento, quasi permeati dallo stesso spirito che aveva spinto molti altri nei secoli passati, verso la stessa direzione. Si narrava che molte persone fossero morte in passato, e alcune morivano anche oggi, perché, intrappolate dalle sabbie mobili, erano state sorprese dal repentino risalire della marea. Il pericolo al giorno d’oggi pur essendo molto ridimensionato comunque c’era. Ma la forza quasi mistica che ci spingeva verso l’isolotto era superiore a qualunque paura di fantomatiche sabbie mobili, così continuavamo ad andare, affondando i piedi nel giallastro e umido fango e arrivammo quasi a metà strada. Ma ci eravamo messi in cammino troppo tardi. Il sole già declinava e la strada che ci attendeva al ritorno non era poca. Così, nostro malgrado, dovemmo acconsentire alle richieste dei nostri compagni di viaggio che si erano fermati sulle rive del mare di fango, e tornare indietro. Poche decine di minuti dopo, l’acqua avrebbe cominciato a risalire. Come ogni giorno. Da sempre.

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