Himba, popolo senza futuro

di Mario Boschetti –

La nostra Land Rover corre veloce attraverso le colline sassose ricoperte da cespugli ingialliti dal sole e dalla siccità , sollevando una nube di polvere che penetra e si deposita ovunque .
Dopo una settimana le narici sanguinano la gola sempre più secca implora un po’ di liquido . 
La temperatura nonostante la stagione autunnale è torrida e la birra ghiacciata promessa da una insegna scolorita che ci appare all’improvviso , diventa un miraggio irresistibile .
Siamo ad Opuwo un paesotto di frontiera alle porte del Kaokland la regione semidesertica che si trova al limite nord della Namibia. E’ un insieme di grossi negozi , poche case, tante baracche , bordelli e bettole che si allineano lungo la strada principale . In una di queste ingurgitiamo la nostra birra osservati da giovani in jeans, T shirts ed occhiali neri . Da una radio una musica rock urla note disordinate e fuori posto .
Seduti a terra all’ombra della tettoia, scostati dai giovani , uomini non ancora vecchi annegano nell’alcool a poco prezzo i resti di una dignità che ancora traspare da occhi sempre più opachi . Vestiti con resti sbrindellati di vecchie giacche militari indossate sul tradizionale costume , i capelli raccolti a crocchia sotto una specie di turbante , gli uomini Himba , sradicati dalla realtà della loro tradizione , bevono lentamente un’altra dose di veleno aspettando che mogli e figlie , spesso solo adolescenti , si procurino prostituendosi i pochi denari necessari per la successiva bottiglia .

Le ragazze sono belle , fiere , e nonostante il loro mestiere e la seminudità del tradizionale costume quasi pudiche . Siedono appoggiate al muro delle bettole e giocando con i loro bambini aspettano di essere scelte da qualche occasionale amante . E’ la prima choccante immagine che , chi arriva fino a questa cittadina polverosa , ha di una delle ultime etnie africane di pastori seminomadi , di un popolo la cui tradizione e originale sistema di vita costituisce l’unico richiamo per un viaggio in questa zona dell’ Africa australe .
Sono parte di una etnia che fino a pochissimi anni or sono viveva la propria vita seguendo il sentiero delle tradizioni degli avi , isolati nella desolata terra del Kaokland , una delle più selvagge e meno conosciute regioni dell’Africa sudoccidentale
Solo circa 3000 di loro ancora persistono nel vivere l’antica vita pastorale , percorrendo l’arido territorio semidesertico che il fiume Kunene separa dall’Angola , seguendo nella continua transumanza le mandrie di bovini , che sono la loro ricchezza , orgoglio , motivo di vita , ed anche fonte di credenze religiose .
Fino a pochi decenni or sono nessuno si avventurava in queste terre ; erano l’esclusivo dominio degli Himba , non esistevano strade e neppure l’organizzazione centralista imposta dai coloni di origine tedesca si era mai interessata a questi territori considerati troppo sterili , anche in un paese perennemente assetato quale la Namibia .
Gli Himba non solo riuscivano sopravvivere , ma addirittura prosperavano , le loro mandrie assommavano a decine di migliaia di capi , e permettevano a questo popolo di essere totalmente autosufficiente e libero da ogni imposizione .
L’isolamento territoriale e la mancanza di contatti con genti diverse hanno fatto si che gli Himba abbiano evoluto una forma sociale assolutamente originale .
Costretti a continui spostamenti al seguito del bestiame , la loro struttura sociale si basa sulla famiglia allargata , il clan agnatizio , ma con particolarità assolutamente uniche .
Come in quasi tutte le società africane è l’anziano a reggere il comando della famiglia e ne determina la provvisoria residenza , le precedenze e la turnazione ai pascoli , gli spostamenti stagionali , le minute decisioni , le relazioni con gli antenati , in altre parole la vita nella sua quotidianità .
Ma è il clan uterino , la discendenza in via matrilineare che determina l’aspetto sociale , le relazioni interfamigliari e tra i vari gruppi , le parentele di sangue od acquisite , i matrimoni , e soprattutto la discendenza e l’accesso all’eredità .
La preponderanza della stirpe materna differenzia nettamente gli Himba dagli altri popoli simili , qui la posizione sociale della donna è enormemente superiore .
Per matrimonio entra nel clan paterno del marito ma senza uscire dall’omanda , il proprio clan materno , anzi portando i figli a farne parte , al punto che il maggiore di essi erediterà dal fratello della madre anziché dal proprio padre .
Questo aspetto in apparenza complesso e astruso deve essere valutato nell’ottica dei legami e delle necessità che la vita in questi territori comporta .
La parentela per discendenza materna e l’interesse per la prosperità dei consanguinei , diventa un fattore di coesione sociale che inibendo la concorrenza permette alle famiglie che vivono in questo ambiente ostile di contare sempre sul mutuo aiuto e sulla solidarietà non solo formale dei parenti .
E’ normale che un bambino trascorra parte della propria vita nella famiglia dello zio materno , che considera la sua reale famiglia , visto che le vere parentele si trasmettono solo all’interno del matriclan .

Un detto Himba recita : “ Se incontri un fratello di tuo padre lo devi salutare e riverire ma se incontri un parente di tua madre devi farlo entrare nella tua capanna e dividere con lui la tua birra “.
Le loro abitazioni , piccole capanne di rami intonacate dalle donne con fango e sterco , sono rinchiuse all’interno di un recinto di ramaglie spinose , l’otjunda , che alla notte le protegge dagli animali selvatici che ancora vivono in queste regioni , sono utilizzate solo come ricovero notturno nel periodo invernale quando , al tramonto , la temperatura scende repentinamente.
All’interno del recinto sono protetti anche i vitelli ed i capretti che ancora non sono in grado di seguire la mandria . Brandelli di carne poggiati ad essiccare al sole e di crani di bovini testimoniano periodici macelli ad uso alimentare ma anche ad uso sacrale . Ogni pastore possiede vacche che considera sacre escluse dall’eredità matrilineare e collegate agli avi paterni . Tra tutte la preferita , quella nella cui pelle alla morte sarà avvolto e sepolto .
Molte altre a seconda della ricchezza del defunto saranno sacrificate sulla sua tomba .
Il pastore Himba vive la propria vita assieme alla mandria che deve proteggere dagli assalti delle iene e provvedere a dissetare alle poche sorgenti e pozze di acqua che progressivamente si asciugano durante la stagione secca .

Sono sempre pochi gli uomini presenti al villaggio , guidano in continuazione i loro animali , e la ricerca di un buon pascolo può portarli a decine di silometri dal recinto , dove rimangono solo le donne , qualche vecchio troppo anziano o malandato , ed i bambini ancora incapaci di seguire il padre o di portare al pascolo le capre .
Le donne vestono solo un gonnellino di pelle di capra , sul capo un fiocco di morbida pelle sta a significare il loro stato di spose , sul dorso portano il bambino più piccolo sorretto da un triangolo sempre di pelle annodato tra i seni . Le più giovani sono belle ed hanno fascino , il corpo snello è ricoperto da una impasto di burro ed ocra , profumato con essenze selvatiche che le protegge dagli insetti e dal sole e le fa apparire di un bel colore nero ramato . Le donne sposate fanno valere l’anzianità acquisita ed a loro volta accettando quella della matriarca , che con decisione e cipiglio tipico di chi è abituato al comando impone la propria autorità , simboleggiata dalla conchiglia di strombo che pende tra i seni avvizziti .
E’ lei la custode del sacro focolare , l’ okuruwo , che arde davanti alla sua capanna , è su quel focolare che ogni mattina il latte appena munto viene consacrato ed offerto agli antenati per chiamarli a rinnovare quotidianamente il legame tra il presente ed il passato , immutato e ritenuto fino a poco tempo fa immutabile .
Oggi per la prima volta , è il futuro a preoccupare i vecchi . Sta mancando loro giorno per giorno la sicurezza che veniva dalla
certezza delle tradizioni . Il territorio è stato sconvolto da una guerra che non potevano capire , e la guerra ha generato problemi che stanno cambiando i lenti ritmi pastorali portando inevitabilmente ad un cambiamento totale della loro vita .

Il conflitto che ha opposto i guerriglieri della SWAPO all’esercito Sudafricano si è risolto da ormai un decennio e dopo mille problemi sotto le piante di mopane sono tornati a pascolare le vacche .
Ma le ferite che la guerra ha lasciato sono più che mai aperte e non potranno mai più richiudersi .
Le piste ad uso militare sono diventate strade di penetrazione e sfruttamento , che complice il turismo porta anche qui necessità altrimenti sconosciute .
L’apparato statale impone la propria autorità a chi non ha mai avuto padroni e , legato alle economie di mercato , ora deve imporre balzelli richiesti dagli allevatori bianchi che temono l’ingresso sul mercato delle decine di migliaia di capi di bovini che gli Himba prima d’ora non avrebbero mai pensato di vendere .
Questo è inevitabile ma determinerà la morte del popolo Himba .
La possibilità di commerciare il bestiame contribuisce ad accentrare nelle mani dei maschi il potere che deriva dal denaro , scalzando il secolare diritto di discendenza matrilineare e l’importanza dei legami di interessi incrociati e parentali .
L’utilitarismo di mercato genera concorrenza tra le famiglie di allevatori e la monetizzazione del valore del bestiame fa apparire agli occhi delle nuove generazioni , selvagge ed arretrate le forme religiose ad esso collegate .
Anche in questo angolo di mondo il profitto sta creando attraverso la ricchezza di pochi quelle differenze che sempre si traducono nella miseria delle maggioranza , che assolutamente impreparata ad affrontare la società dei consumi , ne è abbagliata e ne sarà divorata nel volgere di pochissimi anni . E’ una amara conclusione , il popolo Himba sta soccombendo ed ancora una volta siamo noi , i popoli ricchi portatori di una cultura ritenuta superiore ad esserne responsabili .
Ormai è tardi per salvali . L’ingranaggio che li stritolerà è già avviato ed ormai possiamo solo guardare con rammarico ad un’altra diversità culturale che pressoché sconosciuta sta scomparendo La società occidentale deve capire che non può applicare il suo metro ovunque nel mondo , e che ciò che a prima vista appare primitivo ed arretrato spesso è il prodotto di secoli di esperienze di vita in uno specifico ambiente .
Ogni popolo , ogni persona merita di essere avvicinata con tolleranza , rispetto , voglia di conoscere per capire e per stupirci ancora delle differenze che ci fanno tutti autenticamente umani .



 

 

Ruht

La luce radente del tramonto accende di colori solari e caldi le sabbie del Damaraland.Un arcobaleno sorge dalla terra gialla e polverosa ed attraverso un cielo quasi nero precipita su montagne rugginose , sterili ed assetate , ancora una volta illuse da nubi inutilmente grigie.Ruth , appoggiata alla capanna di canne e fango si fa schermo con la mano e guarda la sua terra nel sole.
E’ una terra antica , carica di silenzi , di vita passata e delle cicatrici di immani sconvolgimenti , consunta nei millenni dall’inarrestabile lavorio che tra trasformato le montagne in rughe , i fiumi in gole riarse e sassose , la terra fertile in sabbia dorata. Una terra che come il volto di Ruth conserva il fascino dell’antica bellezza nascosto sotto i segni del tempo .
E’ un paese semidesertico, assolato ed arido , ma le pietraie cotte dal sole, le gole scavate da antichi fiumi, i deserti sabbiosi e brucianti, la boscaglia, le immense distese di arbusti spinosi sono una tavolozza incredibile di colori esaltati dalla limpidezza unica dell’aria.
Il verde della vegetazione attraverso tutte le sue gradazioni si lega al giallo , arancio , marrone, grigio, nero della terra, al blu cobalto del cielo sempre sereno e percorso da nubi bianchissime che corrono verso l’orizzonte limitato da colline ocra ai cui piedi incredibilmente spuntano alberi la cui chioma ritorna al verde .
Tutti i colori della Namibia sono riuniti ora nel tramonto a Sassfontain …
Ruth, carica di anni e di rughe come la sua terra, seduta sulla porta della sua capanna, alza la mano, saluta e sorride.

 

Tra le dune di Sossusvlei. Deserto della Namibia

Nessuna terra , nessun panorama mi ha mai emozionato come il deserto quando, per la prima volta lo vidi in tutta la sua ampiezza.Nonostante le fotografie, le letture, le immagini assorbite in tanti anni ne fui colto totalmente impreparato. I miei occhi benché pieni , lipidi e fermi erano stranamente increduli.Da quando ero salito sulla cima di quella alta duna non riuscivo a trovare le parole per esprimere l’effetto che tutta quella vuota immensità esercitava su di me.Osservavo il deserto che si spiegava in tutte le direzioni in una unica grande distesa, come fosse di onde gialle, ocr , magenta, e via-via verso l’orizzonte, viola e blu, onde fissate a sorpresa nel momento di un’alta marea di un mare alieno.Era la più ampia ed aperta distesa di terra che mi miei occhi avessero mai ammirato.

Ed era fertile, della più rada ma perfetta fertilità che un deserto possa esprimere.
Guardavo con attenzione tra le curve morbide delle dune , come tra ascelle umide ed odorose, come tra morbidi seni di sabbia , dove sbocciavano fiori rosa e gialli e tenera erba verde, accanto a quella già scolorita e bruciata dal sole. Vicino alla sterpaglia i cespugli spinosi risplendevano di un marrone intenso macchiato dal verde tenero di poche foglie e la sabbia, sotto, tra gli spazi ombrosi appariva come satinata, di un giallo così chiaro da sembrare biodo platino.
Quel contrasto faceva risplendere il verde acido delle foglie di acacie quasi nascoste dalle dune che ne coprivano in parte il tronco stringendole in un abbraccio di ombra e sole, di vita e morte.
Il verde delle foglie , il marrone dei tronchi , il giallo della sterpaglia, i vivi colori dei pochi fiori , si fondevano in una tavolozza intensa , chiusa dai colori pastello, dolci, caldi ed emozionanti delle dune al sole.
Mai prima di allora avrei immaginato che il cielo potesse formare una cupola così alta, ampia, perfetta al punto di ricondurre alla giusta proporzione tutte le forme che si stendevano davanti a miei occhi in un cerchio perfetto , orlato dal fregio delle colline violacee all’orizzonte.

Mai prima di allora mi ero sentito più fuso e partecipe della natura che mi conteneva , ma più come allora ho capito la mia pochezza e la mia immensità nel mondo , mai più ho goduto della gioia di scorrere quella sabbia bruciante tra le mie dita , come vita in quel momento vissuta.


Testo e foto sono di proprietà esclusiva di Mario Boschetti
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