Polvere

di Gaia Grande –
Si snoda nel mio cervello la sensazione morbida del cuscino e della casa in silenzio. Ho sonno, vivo nel mio stato migliore: il sogno. Ecco la mia cura.
Ho bisogno di riposo.
Vorrei tornare a viaggiare. Da tempo.
Ormai, è il Nepal il mio rifugio involontario. Non ne ricerco le immagini, non ne rievoco gli odori ed i sapori ma sono tutti insieme presenti, come un’improvvisa ondata organica. Sono io. Sono io tutta quell’umanità dolce, dura, morente, che sta. Ricordo Pashuputinat, il corpo della donna nel fiume e sua figlia che piange disperata prima della cremazione. Piango anch’io. Mi giro e un ragazzo nepalese mi osserva stupito, come se avesse visto qualcosa di strano.
E poi mi capita di avere nel naso la polvere di Kathmandu e la sensazione di spossatezza della febbre da cavallo che mi ha colpito. Sento tutto questo senza averlo desiderato, rievocato.
Ho immaginato di essere la madre della Kumari. Ho sognato di essere una giovane donna alla quale è stata tolta la figlia per sacrificarla al tempio, alla volontà degli dèi. Ho immaginato il sari sfiorare il suolo lurido del monsone fino al tempio della Kumari e di soffrire per quella figlia inerme che la divinità vuole rendere saggia per forza.

La madre non c’è più, ci sono io nel tempio incazzata, rassegnata e lenta. Ma rido come una beona in estasi. Compro una barretta di cioccolata per la bambina Kumari e la consegno al custode del tempio perché gliela dia.
Me ne vado ancora in giro per la città.
Kathmandu in costante movimento, che per conservare i suoi tesori li avvolge nella polvere. Conserva attraverso un’alta carica batterica, cristallizza. Ma non può nulla contro i sentimenti impazziti che alzano la testa nel calmo sudario dell’anima della città.



Vado da Shankar a prendere un tè con il latte. Mi siedo fuori al suo negozio dove mi passano davanti bambini, malati, devoti del tempio, sadhu. Passa tutta l’umanità a colori di lì e a me piace stare come una vecchia comare davanti al negozio di Shankar.
Kathmandu è un viaggio solitario: tristemente vivace, fondamentalmente mistico.

Ogni chicco di riso, nel fango, tra gli zoccoli dei tori e delle vacche è un quadro batterico che nasconde le rughe e la fatica di chi non può far altro che vivere. Donne chine in acquitrini dove immagino risiedano i serpenti, e poi il sole. Quegli occhi mongoli che sembrano intagliati da un Dio superiore brillano. Non rievocano nulla se non il presente e le rughe sulle mani. E’ nella nostalgia del presente che emanano quegli occhi che si intuisce la barbarie della mia presenza globale. Piovuta da un aereo come milioni di persone ogni anno. Una che non si può distinguere, un simbolo di ciò che interagisce con quel presente costringendolo ad un salvataggio in estremis tramite la patina dell’omologazione polverosa.
In Nepal l’India è il grande mediatore telematico del concetto di potere occidentale, non è più mistica. La mia inferiorità culturale spicca ogni qual volta un viso segnato più del mio riesce a stare calmo. Ecco l’imbarazzante verità. Ed è così che di Kathmandu mi sento un pezzo di selciato, una tegola di tempio.
Poi il ritorno accellerato ma ecco che quelle sensazioni e quegli odori mi inseguono. Di più.
A volte sono proprio là.

 
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