Dove la spiritualita’ e’ vita

di Luciana Coletti –
Viaggio in Nepal e in Tibet con il pellegrinaggio al Kailash, nell’anno del cavallo.
Tra tutti i miei diari di viaggio questo mi è particolarmente caro perché racconta le emozioni per arrivare ad una delle mie mete-sogno, il superamento di molti miei limiti e soprattutto perché mi ricorda il nostro indimenticabile amico, l’alpinista estremo Christian Kuntner che ha perso la vita nel maggio dell’anno scorso sull’Annapurna, l’ultimo degli ottomila che gli mancava. Mio marito ed io amiamo i viaggi “fai da te” e iniziamo molto presto a programmarli e organizzarli. Per questioni di lavoro possiamo affrontarli soltanto nei mesi estivi.
Nel gennaio di quell’anno Christian ci disse che avrebbe voluto andare al Kailash (montagna sacra tibetana dal quale nascono i fiumi sacri dell’India) perché era l’anno del cavallo e quindi un’occasione speciale per vivere un avvenimento unico per la gente di quei posti. Uno dei miei grandi, immensi sogni da una vita. pardon. da più vite, era quello e allora. decidemmo di parteciparvi senza pensarci due volte.

Si aggiunsero a noi due nostri amici, più loro figlio di 20 anni e un altro amico, amante della montagna e dei viaggi, che appena puó parte per qualsiasi avventura.
Con Christian eravamo in sette, un gruppetto di amici di vecchia data.
Un viaggio del genere richiede di affrontare determinate difficoltà a livello fisico e non solo, molta flessibilità, una bella dose di capacitá d’adattamento, pazienza e apertura agli imprevisti. Lo sapevamo ed eravamo pronti ed entusiasti. Iniziò quindi un periodo di allenamento fatto di finesettimana in montagna per allenarci a camminare per oltre sette ore.
Ma lascio la parola al diario che peró presenteró in più puntate per questioni di lunghezza. Ecco la prima.

27 LUGLIO 2002
Siamo pronti! Si parte!
Non ho quasi dormito. Sono felice ed emozionata come una bambina! Tutto é pronto!
Prima di chiudere la porta di casa, ultima controllatina alla lista per vedere se c’é tutto. (Per viaggi del genere non si usano valigie, ma i sacchi “da marinaio” oltre che i bidoni delle spedizioni.) Ho ridotto al minimo gli indumenti da portare via, ma la stessa cosa non mi é riuscita con i libri che voglio leggere durante il viaggio. Abbiamo naturalmente anche gli zaini. Christian ha messo in un bidone speck, formaggio di malga e schüttelbrot (pane secco e sottile tipico delle nostre parti) e ci dice che è una meraviglia mangiarli alla fine di un trekking. Noi sorridiamo e gli crediamo senza fatica.
Partiamo alle 23 da Monaco con la QATAR AIRWAYS. Durante il volo succede quello che capita spesso: pasti ad orari stranissimi. Ci portano la cena a mezzanotte e la colazione alle 3.30!!! Pazienza!
Mi svegliano nel momento dove ero riuscita a chiudere gli occhi, per darmi una salvietta rinfrescante di cui non avevo bisogno e che non volevo. Pazienza di nuovo! Sorrido ugualmente perché sono felice di trovarmi in volo verso il mio sogno.
Scalo a DOHA(Emirati Arabi) alle 5 del mattino, ora italiana, (qui siamo avanti di un’ora) e fuori a quest’ora ci sono 36°.
All’interno dell’aereoporto VENTI gradi in meno, “grazie” all’aria condizionata. E’ come passare dal forno al frigorifero.
Il volo per Kathmandu parte alle 8.30.
Dopo un volo di 4 ore e mezza atterriamo nella capitale nepalese.
Sono E-M-O-Z-I-O-N-A-T-I-S-S-I-M-A!
Il cielo è colmo di nuvole e prima di toccare il suolo cerco di vedere qualcosa dall’alto. Intravedo solo casette a 2-3 piani sparse nel verde intenso della vegetazione, molte terrazze, probabilmente coltivazioni di riso, dei nastri marroni che a guardarli bene riesco a distinguere. Quelli larghi sono fiumi, quelli stretti le… “strade”.
L’aereoporto “sa” molto di militare: freddo e poco accogliente. Dopo aver fatto il visto e ritirato i bagagli, usciamo. Temperatura non eccessiva – 29°- ma é l’afa ad essere opprimente.
Ci attende un mini pulmino e tre ragazzi ci accolgono con le collane di fiori.
Lungo le strade che ci porteranno alla nostra pensione, inizio ad immergermi in questa nuova cultura, paesaggio, atmosfera.
Mi stupisco ogni volta di come nel giro di “un paio d’ore” ci si possa trovare “in un altro mondo”. L’anima fa fatica a capacitarsene. Il corpo si adatta con piú velocitá.
Sembra un sogno bello… molto bello! Ma é REALTA’!

Vengo avvolta da mille stimoli, di tutti i generi che sembrano sopraffare i sensi e… “mi gira la testa”.
Odori piacevoli e altri meno, colori sgargianti, “disordine” per occhi provenienti dall’Europa, poca pulizia, macchine rumorose, moto puzzolenti, insegne di mille forme e colori, animali in mezzo alla strada, gente che non si sposta all’arrivo di un veicolo, case fatiscenti, spaghettate di fili della luce che attraversano le vie, che le accompagnano.
Poi ecco… l’architettura nepalese dei palazzi, alcuni stupa, dei tempietti.
E i volti orientali che i sorrisi illuminano incredibilmente e tanti bellissimi occhi che sembrano onici.
Sento una gioia in me che è difficile da esprimere e forse per alcuni anche da capire. Ma la sento ogni volta che posso immergermi in un mondo nuovo. Non mi importano le condizioni igieniche precarie, il non poter mangiare e dormire come a casa. Non mi interessa se avró troppo caldo o troppo freddo, se ci saranno molte zanzare o dovró stare attenta a non essere derubata. Tutto ció diventa secondario, marginale. Logicamente sto attenta a determinate cose, ma non mi preoccupano. La gioia di poter essere LI’, in quei posti, nel meraviglioso mondo su cui viviamo, mi rende FELICE, CARICA, colma di qualcosa di caldo e luminoso e anche vuota per accogliere quello che sará.
Arriviamo alla nostra pensioncina/hotel. La nostra camera è davvero deliziosa. Decidiamo di andare subito a fare un giretto in cittá. Siamo nel quartiere Thamel, quello dove si fermano i turisti prima di iniziare i trekking o il viaggio in Nepal. Tantissimi i negozietti pieni, stracolmi DI TUTTO, sia per le spedizioni che per accontentare turisti in cerca di ricordi. Vediamo pochissimi stranieri e Christian ci dice che essendo il periodo del monsone, ora è bassa stagione. Ci porta a cenare in un ristorante dove viene ogni volta che arriva a Kathmandu. E’ un cliente fisso e amato. Lo conoscono e lo salutano con grandi abbracci e sorrisi. Mangiamo su una terrazza che ci fa ammirare un tramonto sulla cittá, sui tetti delle case. Mangiamo, beviamo, ridiamo, parliamo di quello che ci aspetta.
Ci sono momenti dove non mi sembra vero di essere dove sono. Devo continuare e ripetermi: “Non sto sognando! Sono a Kathmandu. siamo in Nepal e andremo al Kailash! Sto VIVENDO un mio sogno!”
Andiamo a nanna presto visto che in aereo non siamo riusciti a dormire un granché… e poi per domani voglio essere in forma!
Voglio assaporare ogni minuto, ogni attimo di ció che mi aspetta.

KATHMANDU, 28 LUGLIO 2002
Stanotte ha piovuto molto. Le nuvole hanno mantenuto quello che sembravano promettere ieri sera, quando ho aperto la finestra della nostra cameretta per respirare a pieni polmoni l’atmosfera incredibile che hanno questi luoghi. Colazione alle 8.30 e poi viaaaaaa con due taxi per andare a vedere il famoso stupa BODHNATAH. E’ maestoso, imponente e quegli occhi penetrano davvero fino all’anima. Abbiamo girato intorno naturalmente in senso orario, insieme a tanti altri buddisti e quasi alla fine del percorso abbiamo notato due signore che facevano un mudra con le mani come avevamo imparato in Ladakh, ma ormai…ahimé… anche dimenticato.
Ci siamo avvicinati e abbiamo chiesto di mostrarcelo. Con un sorriso, tanta gentilezza e pazienza ci hanno fatto vedere come farlo e tutti e 5 abbiamo provato… e riprovato e provato ancora! Immaginate 5 turisti intenti ad aggrovigliare le dita in maniera strana ma con molto impegno ed attenzione, come bambini con la voglia di fare qualcosa di bello… e ad un tratto qualcuno grida: “Ecco! Ce l’ho fatta!”
Si puó davvero gioire delle piccole cose! In pratica le mani diventano una “ciotola” che contiene un ipotetico fiore di loto formato dalle dita. Sembra impossibile, ma vi assicuro che è piú facile di quello che puó apparire con le parole.
Dopo aver bevuto una birra in un bar con vista sullo stupa, abbiamo proseguito con altri due taxi verso la periferia di Kathmandu.
Viaggiamo, viaggiamo… e Christian a un certo punto si accorge che i ragazzi che guidano il veicoli nei quali abbiamo preso posto (non si possono definire taxisti!), non sanno dove portarci. Stiamo infatti andando cosí, a casaccio. Christian lo capisce perché ormai qui é davvero di casa. E dire che aveva pronunciato bene la parola SWAYAMBHUNATH, quasi sillabando questo difficile nome dello stupa dove volevamo dirigerci. Ma niente.
Si vede che la pronuncia deve essere stata orrenda.
Li fa fermare di botto con il suo tono deciso li apostrofa con la sua impulsività e un inglese dall’accento tremendamente tedesco. Li manda “a quel paese” consigliando loro di fare un altro mestiere, mentre noi rimaniamo a bocca aperta. Ne ferma altri due al volo e questa volta arriviamo incredibilmente a destinazione, senza alcun problema.
Questo stupa, simile all’altro, è posto su una collina, con una bellissima vista sull’intera cittá. Rimaniamo un bel po’ in quel posto speciale, assaporando il sole e la leggera pioggerellina che ogni tanto spruzza tutto. Io, come sempre, mi perdo nell’osservare le persone e in questo caso anche le numerose scimmie che girano dappertutto dispettose e agilissime. E’ bello “perdere tempo” per entrare nell’atmosfera che regalano certi luoghi, le persone che ci passano, lo popolano. E i nostri viaggi sono sempre stati e saranno tutti all’insegna della calma, di ritmi lenti, non di “mille cose e luoghi” in poco tempo.
Alla sera secondo approccio con la cucina nepalese e lo facciamo in un locale con la musica assordante, ma ottime pietanze piccantissime, tanto che beviamo birra a tutto andare.
Alle 23 siamo tutti nelle nostre camere, ma il percorso fino all’hotel è stato molto… allegro e all’insegna delle risate a crepapelle. Sará l’euforia della vacanza iniziata o l’effetto della birra? Non è importante sapere la causa. E’ bello vivere così, gustando il più possibile cibi e atmosfere, luoghi e persone, ridendo anche per “stupidaggini”.
Domani partenza per NEPALGUNGJ.
A Kathmandu ci dedicheremo ancora, con più tempo, al ritorno.

KATHMANDU, 29 LUGLIO 2002
Siamo seduti all’aeroporto e stiamo aspettando il volo per Nepalgunj nel sud, zona tropicale e di malaria. Lí pernotteremo solamente, in attesa del volo per Simikot dove inizierá il nostro trekking. Christian dice che lí fará un caldo bestiale. Vedremo.
Stamattina abbiamo separato le cose che possiamo lasciare qui, da quelle che ci serviranno per la spedizione. A Carla è purtroppo scoppiata una venuzza nell’occhio e con Christian e suo marito sono andati all’ospedale per chiedere se puó affrontare le altitudini che ci aspettano. Il medico li ha tranquillizzati e le ha dato delle pastiglie e delle gocce. Prima di lasciare la camera, un’altra doccia godendola particolarmente, in quanto chissà per quanto tempo non riusciremo a farne un’altra.
Il volo che stiamo aspettando (sono le 13) partirá solamente alle 16 e noi cerchiamo di ingannare il tempo alla meglio e secondo i gusti di ciascuno. Gli uomini hanno indetto un campionato di carte. Carla riposa il suo occhio, suo figlio ascolta musica e io, naturalmente, scrivo il diario.
Sulla pista, ad un tratto, mi cade l’occhio su strani movimenti. Cerco di mettere a fuoco, sgrano le pupille… guardo meglio… non credo a quello che vedo! Ma… sí! Sono delle scimmie che gironzolano senza problemi tra un atterraggio e un decollo!



NEPALGUNJ, lunedì, 29 LUGLIO 2002
Atterriamo dopo un’ora di volo durante la quale abbiamo avuto la fortuna di avere una vista sulle cime delle montagne più alte, che sbucano dalle nuvole. Il “nostro” é un aereo piccolino, ma soprattutto BASSO. La compagnia è la MOUNTAIN AIR e ha due file singole di sedili, 20 posti in tutto, 10 sedili a destra e dieci a sinistra. Quando scendiamo dall’aereo é come se venissimo letteralmente sbattuti a terra dall’afa.
A me, al primo momento, sembra di non riuscire a respirare. Christian l’aveva detto! Ci “accolgono” un sacco di militari con i fucili spianati. Che strana sensazione!
All’uscita dall’aeroporto troviamo le jeep che sono venute a prenderci. Saranno cosí basse a causa dell’altezza media dei nepalesi? Un po’ di disattenzione e… sbeeeeeng… sbatto la testa entrando da dietro.
Per arrivare all'”hotel” percorriamo un tratto a mio parere interessantissimo, sudando tantissimo nonostante la jeep sia aperta. Incrociamo un sacco di gente a piedi, a dorso di mulo, con il carretto tirato da cavalli e in bici. Ci rendiamo conto di essere gli unici stranieri nel giro di km e km. La strada è in buona parte sterrata quindi la polvere che si alza non è poca. Ogni tanto qualche mucca in mezzo alla carreggiata che non pensa neanche lontanamente di spostarsi e nessuno oserebbe invitarla a farlo.
Vediamo tantissimi negozietti vecchi, “trattorie” all’aperto, tanti rifiuti dappertutto, baracche e sempre tante insegne di mille colori. Provate a indovinare qual’è quella che ho trovato anche qui come DAPPERTUTTO, anche in luoghi sperduti e remoti? Dai… è facile! “Naturalmente” quella della bevanda con la lattina rossa e la scritta bianca!!!
Mentre proseguiamo mi sento in un bagno di sudore, i miei capelli sono bagnati come se avessi fatto una doccia. Rifletto sul fatto che una zona come quella che stiamo attraversando non deve essere molto diversa da come era 50 anni fa, tranne che per le insegne. Arriviamo al nostro “hotel”. Definirlo cosí è decisamente generoso, ma non è poi cosí male. C’è una semplice, ma spaziosa sala da pranzo e le camere sono grandi anche se l’odore di muffa è molto forte. Tralascio di spiegare come è il bagno ma vi assicuro che tutto ha la parvenza di esser stato pulito con impegno. Certo il concetto di pulito nostro è differente, ma non importa.
Nella nostra camera la luce è fioca, ci sono le grate alle finestre ma c’è il condizionatore!!! E non solo! Sopra le nostre teste c’è anche un’enorme ventola che gira placida, a volte sí… a volte no… Come mai? Qui la corrente va… e viene… quindi purtroppo, sia lei che lui (ventola e condizionatore), non riescono a creare quel minimo di movimento d’aria continuo che spezzerebbe l’incredibile afa che ci pesa sulle spalle, sulla testa, nei polmoni. Abbiamo calcolato un buon 95% di umiditá nell’aria. Intorno all’hotel ci sono militari con i fucili spianati.
Siamo sorvegliati speciali? C’è pericolo? Le nostre menti cercano ipotesi e quella piú plausibile e tranquillizzante, visto che nessuno ci vuole spiegare, è che sia a causa delle vicinanza con l’India e degli avvenimenti politici degli ultimi tempi.
Cena nepalese con birra danese e gechi trasparenti che simpaticamente si arrampicano sulle pareti della sala da pranzo per eliminare le zanzare che intanto si sono fatte vive per benino.
Anche in questo ambiente l’afa è tremenda e la birra fresca è un piacere UNICO. Finito di gustare piatti davvero saporiti e dopo chiacchierate di ogni genere, Christian ci annuncia che domani la sveglia la dará alle 4.
Nessuno replica o si lamenta, anzi, ci diamo la buonanotte e ci ritiriamo nelle nostre stanze. Io mi butto sul letto vestita di tutto punto perché:
1. non avevo voglia di cercare il pigiama nel sacco a causa dell’afa; 2. per “un paio d’ore” di sonno non vale la pena spogliarsi; 3. essere giá belli pronti alle 4 del mattino è un vantaggio per chi ha la carburazione lenta come me anche quando si sveglia ad ore “cristiane”.

Domani inizieremo il trekking! Non vedo l’ora! Che emozione!

NEPALGUNJ – SIMIKOT – martedí, 30 LUGLIO 2002 Stamattina sveglia alle 4 dopo una notte da bagno turco. Il condizionatore, oltre ad andare a singhiozzo, verso la mezzanotte ha iniziato a fare un rumore continuo e fastidiosissimo. Alle 3 è iniziato a piovere a dirotto e… incredibile, ma vero,l’afa si è alleggerita regalandomi la possibilitá di respirare meglio.
Colazione alle 4.30. Per me vuol dire non riuscire a mandare giú nulla. Anche solo un tè é una gran fatica. Le jeep ci vengono a prendere alle 5 e una volta arrivati all’aeroportINO, dopo 45 minuti, è iniziata una vera e propria perquisizione a piú gradi.
1. grado: PRIMA di entrare nell’edificio vero e proprio, quindi nel “cortile” antistante. Praticamente subito dopo essere scesi dalle jeep.
2. grado: davanti alla porta d’entrata
3. grado: in cabina donne/uomini e non solo lo zaino, ma anche TUTTO ció che c’è all’interno, nei minimi dettagli, quindi ogni sacchettino, astuccio, libro, custodia, piega, tasca. Una poliziotta molto scortese e dall’espressione arcigna, mi requisisce due accendini che porto sempre con me anche se nessuno di noi fuma, perché… perché non si sa mai!
Sono le 7.30. Stiamo aspettando da circa due ore e in TEORIA dovremmo giá essere in volo, ma sembra che le cose non siano cosí semplici.
Eccoci ancora qui. Sono le 10.15 e siamo ancora bloccati a terra. Sembra che i problemi siano legati alle condizioni atmosferiche a Simikot. E intanto gli altri aspettano giocando a carte e io leggendo, ascoltando musica, sognando, fantasticando e scrivendo.
La compagnia con la quale voleremo si chiama YETI AIR. Evidentemente nomen est omen: non è facile né da vedere, né da… prendere.
Finalmente alle 12 ci dicono che il nostro aereo è pronto. Lo raggiungiamo a piedi e prima di salire un poliziotto ci fa capire che vuole perquisire un’altra volta i nostri zaini.
EEENNNOOO! Basta! Non per essere polemici, ma quando é troppo é troppo! Gli facciamo vedere I cartellinI della security che certificano i tre percedenti controlli e… ci lascia salire senza dire più una parola o tentare altro.
Riusciamo a decollare alle 12.30 dopo quasi SETTE ore di attesa e un’alzata alle 4 del mattino che non é servita a nulla. Stiamo facendo un corso accelerato di pazienza e posso dire che siamo ottimi allievi. Prendiamo tutto con una calma… da buddisti. Bene! Molto bene… direi! Nel nostro aeroplanINO solo noi, con TUTTI i “bagagli” (zaini, ma anche bidoni e sacchi) stivati davanti ai nostri nasi, in cabina.
Voliamo più o meno a quota 3500m, con portellone dietro il mio sedile che non tiene chiuso bene!!! SIG! Con la mia fervida fantasia immagino cosa succederebbe se si aprisse. Scene viste in vari film si alternano a titoli sui giornali, del tipo: “Turisti altoatesini dispersi sulle nevi himalayane!” Faccio finta di non sentire l’aria che entra dal portellone e osservo con particolare attenzione i piloti (un uomo e una donna) che sembrano sereni e sorridenti.
Dopo un volo di un’oretta atterriamo a Simikot, un villaggio incastonato tra i monti, su una pista d’atterraggio in terra battuta che a vederla dalla cabina di pilotaggio, pare grande quanto un. francobollo. Scendiamo e sentiamo subito che l’aria è PIU’ fresca, ma il sole, dove non c’è il venticello, è COCENTE. Un cambio sia di clima, sia d’altitudine non indifferente nel giro di pochissimo tempo. L’afa è sparita e si respira meravigliosamente anche se siamo a 2850m.
Accoglienza eccezionale: una fila fitta di abitanti si è addossata al recinto della pista per osservare noi, nuovi arrivati! Mi sento decisamente a disagio. Cerco di fare la disinvolta, saluto con la mano sorridendo e vengo contraccambiata con calore. Una volta scaricati tutti i bagagli, l’aereo riparte subito, prendendo la rincorsa e buttandosi nel vuoto dopo 100m (dicasi cento!!!) di “pista”.
Conosciamo i nostri compagni di viaggio locali: Biman, l’eccellente, simpaticissimo cuoco di tutte le spedizioni di Christian, Chandra, il capo degli sherpa e altri 3 ragazzi che guideranno i 3 dzo (incorcio tra yak e mucca) e i sei muli/cavalli che trasporteranno i nostri sacchi e bidoni oltre a tutta la cucina da campo, le tende, cibi e quanto ci servirá per il trekking. Decidiamo di “pranzare” sedendoci a terra. Biman ci prepara del tè e dei panini. Dobbiamo aspettare un’altra eternità prima che Christian riesca a farsi firmare i permessi. Tutto in questi posti viene fatto con estrema calma, senza fretta. E’ davvero un altro modo di vedere le cose, di considerare il tempo, la vita. E noi ci stiamo adattando davvero bene.
Nel frattempo arrivano sempre piú bambini che ci vengono a guardare con curiosità , la maggior parte scolari, tutti vestiti quasi di stracci. Chiedono delle penne e noi che sapevamo, gliele abbiamo portate. Abbiamo chiesto di guardare i loro libri e quaderni e ci è sembrato di tornare alle nostre scuole degli anni 40-50. E’ stato come fare un salto indietro nella realtá dei nostri paesini di montagna di quei tempi.
Una volta sistemata la burocrazia, Christian ci dice che possiamo partire. Gli chiedo se è il caso di mettere gli scarponi per il percorso di questo pomeriggio, ma lui risponde che vanno bene anche le scarpe da ginnastica che indossiamo. Finalmente muoviamo i primi passi. Non mi sembra vero!
Adrenalina a mille!!! Che bello! Che bello! Che bello!!!
Mi guardo ancora intorno…
Voglio fotografare tutto nella mia anima: montagna altissime che qui sembrano più basse visto che siamo noi più vicini alle loro vette, colori sgargianti, cielo sereno, la nostra piccola carovana che si mette in moto, il villaggio che diventa sempre più piccolo sotto di noi.
La prima bellissima sorpresa, una volta allontanati dal villaggio, sono molte donne che stanno facendo il bucato e la “doccia” a una cascata. Alcune hanno dei gioielli, soprattutto orecchini molto, molto belli.
Poco lontano una scuola!!! Naturalmente chiediamo di entrarci. Tutti i bambini portano una sorta di divisa, la maggior parte hanno tra i 4 e gli otto anni, non ci sono né banchi, né sedie. Sono seduti per terra (TERRA nel vero senso della parola!), in “aule” spoglie, senza mobili o quadri e disegni alle pareti, con i muri in sasso e una lavagna che sembra recuperata dalle nostre scuole di taaaanto tempo fa. Ci salutano con sorrisi e urletti e io ne fotografo tantissimi. Naturalmente iniziano a rumoreggiare forse per l’imbarazzo o semplicemente perché sono bambini ed ecco che arriva un signore, con un frustino, che li percuote per farli tacere e tornare a sedersi. Rimango impietrita e mi permetto di andargli a un palmo di naso, di guardarlo diritto negli occhi e di dirgli un NO! molto deciso! Lui sorride e si allontana. Dopo un po’ continuiamo il nostro cammino e veniamo salutati da tantissime manine e sorrisi. Sospiro di emozione e gioia.
Saliamo senza problemi di 280m, fino a quota 3130m. Difficile diventa invece la discesa di 700m su un sentiero pieno zeppo di ciotoli, sassi e molto, molto ripido, soprattutto se… – CHRISTIAAAAAAN!!! – …non si hanno le scarpe giuste! Quando gli dico che FORSE erano meglio gli scarponi, non mi risponde, ma sorride sornione come per dire: “Dai che ce la fai anche cosí!!!”
Certo… per lui le cose sono differenti, ma per me scendere un sentiero ripido senza la presa delle suole che hanno gli scarponi, mi rende insicura e mi sembra di scivolare su ogni pietra che devo superare e che mi capita sotto i piedi. Il sole COCENTE ci accompagna fino al tramonto.
Lungo il percorso incontriamo tante persone che tornano a casa dai campi e tutti salutano con un sorriso e il loro NAMASTE’.
Il nostro primo campo lo montiamo vicino a delle rocce. Le nostre 4 tende sono presto montate. Dopo una cena abbondante cucinata egregiamente da Biman, siamo più che pronti per andare a nanna. Abbiamo sulle spalle una levataccia alle 4 dopo una notte praticamente insonne, un’attesa lunghissima all’aeroporto e una camminata di 3 ore e 45′ sotto un sole caldissimo. In più non dimentichiamo la differenza di altitudine e di clima nel giro di poco tempo.
Ci sono proprio tutti gli ingredienti per renderci cotti e pronti a puntino… per il sacco a pelo.
Sono le 20.30 e nel campo non si ode più neanche una voce. Provo ad addormentarmi, ma non ci riesco. Sará l’emozione? La stanchezza? O l’altitudine?
Ad un tratto sento degli strani rumori vicinissimi alla tenda. Istintivamente mi verrebbe da cercare di svegliare mio marito, ma resisto. Cerco di capire l’origine di quello che sento e sul cartellino che trovo nell’archivio del mio vissuto c’è scritto <<trattasi del ruminare di qualche bestia.>> Ma… quale bestia??? Uno degli dzo? Un cavallo? Un mulo? O… addirittura lo yeti? Non si sa mai da queste parti!!!
La mia curiosità da bertuccia prevale sulla paura e mi permette di prendere il coraggio a 4 mani, di uscire dal sacco a pelo, di prendere la torcia elettrica, di aprire la cerniera della tenda per vedere di cosa si tratta, ma… qualcuno in quel momento fa scappare la bestia!!! Uffa!
Intanto mio marito, mi chiede cosa sto facendo e se ho bisogno di qualcosa. Gli rispondo: “Niente, niente… Dormi pure!” ma il mio cuore batte, batte.
Mi ri-infilo nel sacco a pelo e provo a dormire.

KERMI, 31 luglio 2002
Stamattina sveglia alle 6 con un tè portato davanti ad ogni tenda da Biman in persona. Stanotte ha piovuto, ma stamattina è tutto asciutto. Facciamo colazione all’aperto e dalle facce noto che non sono l’unica ad aver dormito così-cosí e … ad aver sentito QUEL rumore. Fonti ben informate dicono che era un asino che uno degli sherpa ha scacciato.
Partiamo prima delle 7.30 dopo aver smontato le tende, riposto i materassini e i sacchi a pelo. Stamattina vestendomi ho notato che ieri mi sono presa un bel po’ di sole sulle braccia e… anche in viso, nonostante il copricapo. Me lo dicono gli altri perché io non vedró piú la mia immagine in uno specchio per tutto il trekking. Ci laviamo con l’acqua calda che ci viene portata in una bacinella. Riponiamo tutto nei sacchi e negli zaini e via, in cammino.
Subito dopo la partenza mi sento una stranissima debolezza addosso. Cammino piano, piano e devo fare diverse soste. Decido di prendere un’aspirina e… dopo qualche minuto vomito e questo mi fa sentire subito meglio, come rinata. Le ipotesi di questo malessere possono essere tre: 1.la stanchezza di ieri, 2. l’uovo mangiato a colazione che solo a pensarci mi fa rivoltare lo stomaco anche adesso 3. il gran sole di ieri che ha arrostito la mia testa sensibili ai colpi di sole dopo un’insolazione bestiale e famigerata sul fiume giallo, in Cina. Da allora è un mio punto debole e devo stare particolarmente attenta.
Passiamo attraverso diversi villaggi con le case tipiche, fatte di fango e col tetto piatto sul quale viene accatastato lo sterco di yak che funge da combustibile. Da ogni buco, angolo, finestra, viottolo spuntano visi sorridenti che ci salutano. Namasté… Namasté…
Frotte di bambini ci accompagnano per un bel tratto, sorridendo, chiedendo penne, scherzando e dicendo: “ UOTS YOR NEIM? MAI NEIM IS…”
Incrociamo anche molte carovane di capre nane che fra le corna hanno un simpatico ciuffetto e sulla schiena portano sacchetti di sale.
Questa era ed è ancora oggi la Via del Sale dal Tibet al Nepal. La valle del Karnali, che stiamo percorrendo, non ha nessuna via carrozzabile, quindi non esistono mezzi meccanici che possono arrivarci o percorrerla. Si può fare solo a piedi o a dorso di mulo. La gente vive serena anche senza corrente, che è arrivata solo a pochi villaggi. Ci vengono incontro anche carovane di dzo guidate da pellegrini buddisti di ritorno dal Kailash. Le donne hanno bellissimi gioielli d’argento impreziositi da turchesi, coralli, qualche volta perle di fiume.
Pranziamo accanto a una cascata. Io mangio pochissimo. Prima di partire metto i piedi in ammollo sotto la cascata e… ancora un po’ mi si staccano di brutto. L’acqua è gelida!!! Ma come sferzata d’energia non é male! Riprendiamo il cammino su una salita ripidissima. Lo stretto sentiero che ci accingiamo a fare è un taglio nella roccia a strapiombo sul fiume Karnali. E’ incredibile come gli animali che portano i nostri bagagli e tutto il resto, riescano ad inerpicarsi su questi sentieri pieni zeppi di sassi e ciotoli! Christian ci precede agile come uno stambecco e… dietro a uno sperone roccioso eccolo con la videocamera che immortala sorridendo e commentando, le nostre facce affaticate, paonazze e sudate.
Dopo un’ora sento che ritorna il malessere, una debolezza davvero infinita. Sono come una batteria scarica, un motore senza benzina. Mi sorprendo, ma non mi spavento. Come inizio non è molto incoraggiante, ma so che lo spirito influenza il corpo, quindi… quanto prima torneró normale! Di sicuro! Gli altri hanno rallentato il passo per starmi vicino e si fermano anche quando mi fermo io. A volte mi fanno addirittura aria con i loro cappelli! Che coccole meravigliose!
Non vedo l’ora di arrivare al campo di stasera. Il percorso mi sembra eterno. Dopo 6 ore di cammino (calcolo sempre le ore NETTE e non ci aggiungo mai le pause), finalmente intravedo il giallo delle tende che questa volta Christian e gli sherpa hanno giá montato per noi. La sua si trova sul tetto di una… capanna? Casupola per viandanti? Stalla? Mah! Ma è proprio posizionata sul tetto di un edificio basso con una porta e una finestrella, nel quale abbiamo visto entrare alcuni passanti che dormiranno lì sulla paglia, in compagnia delle capre. Mi fiondo nella nostra tenda e sento uno strano calore, soprattutto in testa. Provo a misurare la febbre… giusto per vedere, dato che io non l’ho mai avuta in vita mia. Di solito la mia temperatura tende ad abbassarsi quando non sto bene. Guardo il termometro: 37.5! Per me questa è proprio febbre.
Mi sdraio… cerco di riposare. Dopo due ore mi sento di nuovo meglio. Ci ritroviamo tutti per cena e poi… a nanna subito! Il primo giorno di trek è alle spalle. Non ho iniziato molto bene… ma sono molto ottimista, visto come sto adesso che sono seduta nel mio sacco a pelo, nella nostra tenda, con la torcia elettrica sulla fronte per scrivere queste pagine.

YANGAR (2925slm), 1 AGOSTO 2002
Notte passata in maniera molto irrequieta. Mi saró svegliata almeno mille volte e girarsi e rigirasi in un letto non é un problema, ma farlo in un sacco a pelo fa in modo che ad un certo punto ci si senta stretti, come imprigionati in una camicia di forza.
Il percorso del mattino ci fa passare in mezzo a un paesaggio molto simile a quello delle Alpi: pini, abeti, montagne innevate come sfondo. Il tempo è sempre bello, il sole scotta sulla pelle. Per fortuna ogni tanto qualche nuvola lo copre. Oltrepassiamo un passo con le colorate bandierine che indicano il culmine raggiunto. Sopra di noi volteggia meravigliosa un’aquila. Moooolto pittoresco! Scendiamo per un’ora e ad un tratto ecco il primo ponte sospeso sul fiume. Avete presente quelli tibetani, fatti con le funi e il legno, che dondolano quando ci si passa sopra? Hem… hem… Mi faccio coraggio, mi aggrappo, anzi, avvinghio alle funi laterali e… un passo alla volta… guardando avanti e NON sotto di me… procedo alla meno peggio. Come premio, arrivati sull’altra sponda, il pranzo di Biman. Mentre mangiamo riflettiamo su una cosa che succede a tutti da quando abbiamo iniziato il trekking: non riusciamo a pensare molto quando camminiamo. Cerco di spiegarmi meglio: non ci rendiamo conto di pensare perché ci ritroviamo TUTTI in una sorta di meditazione, in contatto ravvicinato con le sensazioni, le reazioni, i limiti e anche le meraviglie che il corpo di regala, ci fa percepire. E’ un contatto con la mia fisicitá che mi stupisce, mi permette di superare i miei limiti e di raggiungere traguardi fino a qualche tempo fa per me inimmaginabili. (Mai e poi mai avrei pensato di arrivare a fare quello che sto facendo. Allo sport, alle escursioni preferivo di gran lunga il divano o la sdraia sul balcone. Prima di sposarmi sciavo… tranquillamente e altrettanto tranquillamente andavo in bici, ma niente di piú. Mio marito è riuscito a stimolarmi in maniera meravigliosa, aspettando che sentissi IO il desiderio di confrontarmi con determinate esperienze. Ha avuto pazienza, non mi ha mai imposto nulla. Ha solo PROposto e… aspettato, con pazienza e amore. E così ho scoperto cose bellissime, che mi riempiono di gioia e soddisfazione. Tutto questo per dire che ció che abbiamo fatto quell’anno, non è nulla di eccezionale e lo possono fare TUTTI, allenandosi, preparandosi, ma soprattutto VOLENDO. Dove c’é una volontá c’é una via… DAVVERO!)
Scopro il mio corpo forse per la prima volta in maniera cosí intesa e ravvicinata. LO SENTO, lo percepisco come non mai. D’altra parte nella vita di tutti i giorni non è cosí usuale camminare per 6 ore!
Sento le gambe che non faticano a seguire i piedi che ormai sanno con sicurezza dove e come appoggiarsi.
Sento il fiato che nelle salite fa fatica a raggiungere un ritmo normale e i polmoni a volte sembrano infiammarsi.
Sento la pelle che si surriscalda e diventa sensibilissima. Sento il cuore che a volte sembra correre impazzito ed altre a trovare inaspettatamente un ritmo tranquillo nonostante le fatiche e l’altitudine. E’ bello sentirsi.. sentirmi anima E CORPO. Mi sento in armonia con TUTTA me stessa. Dopo pranzo di nuovo parecchi sali-scendi. Ad un certo punto arriviamo a una capanna dove – udite! Udite! – ci offrono addirittura una birra (made in China) FRESCA!!! CHE MERAVIGLIA anche se ognuno ne beve poco piú di due sorsi, visto che siamo in 7! Devo dire che mangiando mi manca un po’, come pure l’acqua… “normale”. Riceviamo sempre succhi di vario genere o del tè, quasi sempre caldi o tiepidi. E’ logico che sia cosí perché devono bollire l’acqua per renderla potabile. Io preferirei qualcosa di fresco o freddo, peró mi adatto senza problemi, ma una birra inaspettata diventa una festa! Anche oggi incrociamo carovane di sale e tante persone a piedi con indumenti molto, molto malandati, rattoppati infinite volte, strappati, sporchi. Le scarpe poi sono in condizioni “indescrivibili”. Nessuno di noi sarebbe in grado di camminare su questi sentieri con calzature cucite e tenute insieme per miracolo. Eppure tutti hanno un’aria serena, felice. Il campo di oggi lo montiamo nel cortile di una scuola. C’è solo questo edificio e per km e km nient’altro. Qui vengono i bambini dei villaggi nei dintorni che non sono proprio a un tiro di schioppo. Mentre Biman e i suoi aiutanti preparano la cena, noi mangiamo un ottimo antipasto: speck, schüttelbrot e… due bottiglie di ottimo PENFOLDS ovvero un cabernet souvignon shiraz, bin 35 del ’99. Da dove saltano fuori? Dagli zaini di due pazzoidi amanti del vino che a Kathmandu hanno comprato 4 bottiglie da portarsi in groppa. Infatti non le lasciano portare agli animali nei sacchi grandi perché… si potrebbero rompere. Hanno aumentato di 2 kg a testa, il peso dei loro giá pesanti zaini, solo ed esclusivamente per il gusto di sorseggiare un buon vino insieme allo speck, anche alla faccia dell’altitudine. Ad alta quota sarebbe meglio evitare gli alcolici. Alle 19.30 arriva la cena! Spaghetti al dente (Biman sei eccezionale!!!) seguiti da ottimi momo al formaggio (cucina tibetana: sono ravioloni ripieni), chapati belli piccanti (cucina pakistana) e un’eccellente minestra di pomodoro e tante verdure. Insomma un ben di Dio più che abbondante. Io riesco di nuovo a mangiare! Sto davvero tornando normale! Verso le 21.30 ecco i tipici rumori serali del nostro campo: una sequenza di cerniere che si aprono e si chiudono (tende e sacchi a pelo)… luci e ombre… voci sommesse e poi… il silenzio riempito solo dai suoni della natura: uno sbattere d’ali, qualche fronda mossa dal vento… E poi quello della notte… delle stelle. Esiste veramente. L’avete mai sentito? E’ bellissimo… ricco, pieno.

2 e 3 AGOSTO 2002 – da 2905 a 3830m slm
(Cerco di condensare i due giorni e scrivere solo gli avvenimenti salienti.)
Sveglia sempre alle 6 e i miei sonni, a causa dell’altitudine, sono sempre irrequieti. Ma queste due ultime notti sono state disturbate anche dall’abbaiare continuo di un cane e da mio marito che a causa della dissenteria è entrato e uscito dalla tenda “cento” volte.
Noto che riesco a dormire solo per 2-3 ore di seguito e quando mi alzo ci vogliono due ore per essere veramente sveglia. Inizio sempre il trekking al rallentatore e sono SEMPRE l’ultima della “truppa”, con passi leeeenti e faccia da addormentata. Solo addormentata perché il bella mi sa che non sia una mia qualitá in questi giorni. Passiamo accanto a molti alberi stracarichi di albicocche che naturalmente assaggiamo! BUONISSIME anche se piccoline! Forse perché… rubate come da bambini!
Ci sono molti torrentelli scintillanti e cascatelle, ma anche tanta polvere a causa di un venticello che la sollevava ad ogni passo.
Fa molto caldo e al campo del 2 agosto andiamo al fiume a lavarci, dopo sole 5 ore e mezza di cammino questa volta. La notte del 3 piove tantissimo e a un certo punto, tocco la parete della tenda e sento che è bagnata e che lo stanno diventando anche i sacchi a pelo, gli zaini e pure gli scarponi, che naturalmente abbiamo con noi in tenda e non abbiamo dimenticato fuori. La colpa è nostra che non abbiamo ancora imparato a montarla come si deve. Ma impareremo… Eccome se impareremo! Essere circondati e a diretto contatto con l’umiditá che si intrufola dappertutto, non è piacevole. Soprattutto quando, una volta alzati, dobbiamo smontare e riporre tutto mentre piove ancora. Tutto si sporca di fango oltre a bagnarsi. Inoltre, prendere dai sacchi qualcosa che serve è un’impresa non da poco se si vuole che ciò che è dentro, rimanga asciutto.
Partiamo sotto un cielo plumbeo e una pioggerellina fine, fine, ma fitta, fitta. Ecco davanti a noi, quasi subito, un dislivello di 250 metri RIPIDISSIMI da fare su un sentiero dai 1000 ciotoli, dove cercare con attenzione un punto d’appoggio sicuro, che non mi faccia cadere con il pericolo di rotolare in basso. Mio marito è molto debole per “le corse” della notte sotto la pioggia e allora andiamo avanti slowly, slowly…
Arriviamo in cima e i nostri portatori ci dicono di aver sentito che i maoisti fermano i turisti di passaggio, per rapinarli “ufficialmente” di 100 dollari a testa, proprio dove vorremmo fare il campo stasera. Christian decide allora di fare due tappe in un giorno.
Ci guardiamo tutti senza parlare, ma sgranando gli occhi. Fare 1000 (!!!) metri di dislivello, anche se in discesa, alla fine di una giornata di trekking, non è facilmente sopportabile da tutti, anche se siamo allenati. Tutti indistintamente, decidiamo di vedere come ci sentiremo strada facendo e soprattutto la sera e quindi di vedere al momento. Ci fermiamo solo per mezz’ora, mangiamo solo qualche mela, beviamo del tè e proseguiamo. Christian parte con i portatori e gli animali dicendoci che dove vedremo le tende passeremo la notte. Per forza! Mi sa tanto che ha giá deciso lui per noi, a meno che non si decida per un ammutinamento e si dorma per terra da qualche parte. Ma ci fidiamo totalmente di lui, della sua conoscenza dei luoghi (ha giá fatto un’altra volta questo percorso al Kailash) e della sua bontá e compassione… buddista.
Camminiamo… camminiamo… e ancora camminiamo. Dietro ad ogni dorso nessuna macchia gialla (colore delle tende) ma solo un lunghissimo nastro che sembrava non finire piú e continua inesorabilmente ad entrare e uscire dalle valli laterali. Io inizo ad avere le mani gelate anche perché la temperatura è scesa di molto. Credo che sia anche colpa della stanchezza e per aver mangiato pochissimo durante tutta la giornata.
Ad un tratto K. prende le mie mani tra le sue che sono caldissime e giuro che in quel momento è la cosa piú bella del mondo. Abbiamo alle spalle 8 ore di cammino, di cui solo mezz’ora di sosta. Ad un certo punto sento dentro di me l’impulso di ridere e piangere contemporaneamente. Dopo un momento di stanchezza davvero grande, inaspettatamente, molto inaspettatamente, da una parte nascosta del mio essere escono nuove forze. Proseguiamo lentamente. In lontananza intravediamo le tende montate molto piú in alto del sentiero che stiamo percorrendo. Sono quasi le 19! Non abbiamo mai camminato fino a quest’ora. Siamo ai piedi della salita quando vediamo una figura che corre verso di noi come uno stambecco tra sassi, senza curarsi del dislivello. Chi puó mai essere a fare ció a quasi 4000m? Sí… naturalmente è lui, Christian, che ci porta del tè caldo e dei biscotti. Lo stesso incredibile uomo che stamattina, durante la grande salita ha letteralmente obbligato me e mio marito a dargli gli zaini per salire con piú facilitá. Il mio è medio, quello di mio marito è grande, ma quello di Christian contiene anche la videocamera custodita in una scatola di legno e metallo fatta da lui. Pesantissima! Ma come fa? E’ cosí esile e piccolino, ma pieno zeppo d’energia.
Rinfrancati da qualcosa di caldo, iniziamo a salire verso le tende.
Arrivata, tolgo la giacca a vento m’infilo alla velocitá della luce all’interno del sacco a pelo per non disperdere il calore corporeo. Ho fatto più di 10 ore di cammino. Sento solo stanchezza, neanche un briciolo di fame per non parlare della voglia di mangiare che è del tutto assente. Christian mi ordina di mandare giù una ciotola di minestra e del riso e io mi costringo a farlo con un braccio che sbuca dal sacco a pelo nel quale mi sono rintanata compreso il cappuccio sulla testa (i sacchi a pelo per queste quote lo hanno). Siamo accampati in un posto di ben 380m. più in alto del previsto.
Il motivo? Soprattutto cercare di evitare i maoisti. Proprio per questo, Christian ci dá nuove disposizioni: domani sveglia alle 5 e si raccomanda vivamente che per andare in bagno (qui vuol dire al primo masso vicino alla tenda) usare il meno possibile la torcia elettrica.
Piccola parentesi: naturalmente durante tutti i giorni in tenda, andare al gabinetto, vuol dire appartarsi dietro a qualche cespuglio, masso, albero o quando il luogo non offre altre possibilitá, solo fermarsi lungo il sentiero, lasciando andare avanti gli altri.
Ci ritiriamo nelle nostre suites gialle, molto intime anche se poco… arredate.
Buonanotte. Speriamo di non avere visite sgradite stanotte.

4 AGOSTO 2002
Ci svegliano alle 5 dopo aver passato la notte sempre con un orecchio teso e un po’ di tensione per la paura di una possibile visita dei maoisti, ma anche per pastori, che anche in piena notte, passano accanto alle nostre tende con i loro animali, CANTANDO. Stamattina non ci si lava e si beve solo un tè senza fare colazione.
Christian dice che è meglio andare via al piú presto e che ci fermeremo a farla prima della grande discesa.
Il paesaggio è fiabesco, mistico, unico e anche un pochino inquietante. Siamo avvolti dalla nebbia. Tutto é estremamente silenzioso. Tutti, tranne Christian, siamo più addormentati che svegli, piú rattrappiti che freschi, più silenziosi che mai. Non è più buio, ma c’è pochissima luce. Siamo pronti per fare la tappa piú impegnativa di questo trekking nel Nepal: il passo NARA a 4430m. Gli altri partono e dopo un po’ non lo vediamo più, inghiottiti dalla nebbia. Noi due iniziamo con calma per colpa mia… che come sempre sono la tartaruga del gruppo. Ad un tratto, eccoci alla base di una parete che non avevo visto da lontano, sempre per la nebbia. Intanto ha ricominciato a piovere. Sempre la solita pioggerellina fitta, fitta che a differenza di quella che abbiamo avuto quando eravamo piú in basso, é anche fredda. C’é anche un vento fastidioso e tagliente! Imbacuccati nelle nostre giacche e pantaloni di goretex, con tanto di cappuccio, berretto e guanti, iniziamo la scalata. Guardando verso l’alto arrivo a una conclusione: è in assoluto la parete piú ripida che abbia mai affrontato a piedi in vita mia e per un momento mi dico che saró in grado di salirvi solo con le ventose o i ramponi. Non avendo né le une né gli altri, mi tocca usare bene i piedi e le racchette. Un passo alla volta, combatto con il respiro affannoso. 10 passi e piccola pausa… Ad un certo punto, non so dire quanto tempo sia passato perché ne ho perso la cognizione, nella nebbia mi sembra di vedere le famose bandierine che segnano il raggiungimento del passo. Credo in un miraggio perché l’altimetro al polso mio marito segna che non siamo ancora arrivati a 4430m, ma che mancano ancora un centinaio di metri. Proseguiamo e… non é un miraggio!!! E’ PROPRIO IL PASSO! E’ l’altimetro che non funziona bene!!! Che meravigliosa sorpresa!!!! In un’euforia incredibile che mi fa completamente dimenticare la fatica fatta, metto anch’io un sassolino sul cumulo, come fanno tutti coloro che passano perché é un gesto di preghiera verso gli dei e naturalmente benaugurante. Mio marito mi abbraccia forte, mi bacia dolcemente e mi fa i complimenti! Dopo un po’ iniziamo la grande discesa, quella di 1000m di dislivello. Il secondo premio bellissimo é vedere che le nubi si dissipano, si aprono come un sipario, e ci permettono la vista su un paesaggio da favola stupendo. Montagne brulle, senza alberi, ma di “mille” colori e su un altipiano, di fronte a noi, un villaggio tipicamente tibetano, incorniciato nell’ocra e nel verde. Mi viene la pelle d’oca dall’emozione! Scendiamo per un tratto, nel punto dove Christian ci ha detto avremmo fatto colazione… ma nessuna traccia di niente e nessuno. Proseguiamo con davanti a noi una parete a strapiombo sul… niente. Il fiume é cosí in basso che neppure si intravede. Il sentiero che taglia la parete é un filo marrone sul quale si intuiscono dei puntini che si muovono. Un po’ alla volta riusciamo ad identificarli e vediamo che si tratta di yak, capre e cavalli e… delle persone. Camminiamo su una striscia di terreno strettissima, piena di sassi, davvero sospesa a 1000m dal “fondo”. Per far passare le carovane che incontriamo, dobbiamo addossarci alla parete e nonostante ció veniamo a contatto con gli animali. E’ una fortuna non soffrire di vertigini. Anzi… a me a volte piace proprio guardare verso il basso e piú sono in alto a guardare… piú sento una sensazione bella e… frizzante nello stomaco!
Intanto la pioggia é cessata. Rimane il vento freddo e forte che peró ora ci… spinge.
Ad un tratto… una delle persone che ci vengono in contro in senso inverso é… una faccia nota!!! “Ma quello é uno dei nostri sherpa!” Sí!!!! Christian ce l’ha mandato con una pentola piena di verdure, pane e riso piú un thermos di té. Mangiamo in un punto un po’ piú ampio in modo che gli animali che passano, riescano a farlo senza venirci addosso. Ma spazio per sederci non c’é. Rimaniamo in piedi, appoggiati con la schiena alla parete.
Mentre assaporo il cibo, guardo anche gli yak che mi passano accanto placidi e sicuri. Li osservo con attenzione. Hanno un passo molto lento, ma sicuro e fermo. Sono stracarichi d’assi di legno e ammiro la capacitá che hanno di rimanere in equilibrio anche quando una zampa si appoggia pericolosamente all’orlo del sentierino.
Arriviamo al campo alle 13 e ci mettiamo sdraiati sulle giacche a vento a farci riscaldare dal sole. Dobbiamo aspettare fino alle 16 i nostri animali (con tende e tutto il resto). Appena arrivano facciamo asciugare all’aperto le tende e tutto ció che era umido. Prima di cena Christian monta la doccia da campo che usiamo per la prima volta. Bisogna risparmiare acqua se vogliamo farla tutti e sette e cosí facciamo. Ci togliamo gli strati di polvere con un rigagnolo d’acqua calda che esce da una specie di otre sulle nostre teste, all’interno di una cabina di plastica simile a una tenda, ma alta e stretta. E’ una vera goduria, difficile da provare nella vita di ogni giorno, dove tutto é scontato… troppo scontato. Cena ottima che io divoro. Alle 21 a nanna. Sono veramente stanca, ma veramente felice! Tra le altre cose anche perché abbiamo evitato l’incontro con i maoisti.(Giorni dopo, abbiamo appeso che il gruppo successivo era stato “beccato” e che avevano richiesto non solo i dollari, ma si erano fatti consegnare anche macchine fotografiche e orologi!!! Che fortuna la nostra!!! Merito anche di Christian, sicuramente!)
Domani passeremo il confine con il Tibet! Kailash, stiamo arrivando! Sogno, sei sempre piú vicino!

TAKLAKOT (Purang per i cinesi) – 3700m – 5 AGOSTO 2002
Ieri sera Christian ci aveva detto che al mattino, per la prima volta, avremmo potuto dormire fino alle 8! Evvivaaaaa, – mi ero detta! – maaaa (c’é sempre un ma nella vita!)… alle 6 (!!!) viene il kichenboy a portarci il tè del buon risveglio e alle 6.30 l’acqua per lavarci. Alle 7 ci manca poco che i ragazzi… ci smontino la tenda “addosso”. Tutto ad un tratto uno stress che non riuscivamo a capire! Christian ci spiega che i portatori hanno fretta di andarsene! In Tibet se ne aggiungeranno altri al nostro gruppo. Alla faccia! L’unica volta dove non era il caso di averne, perché da oggi in poi si viaggerá in jeep fino a Darchen, la base per la partenza del kora al Kailash.
Cosí… volenti o nolenti ci dobbiamo dare una mossa e fare colazione alla svelta. Io ho gli occhi gonfi, ma la Nutella che mi sono portata da casa la troverei anche ad occhi chiusi. Attraversiamo un ponte e saliamo verso il confine col Tibet, con la Cina. Il nostro trekking in Nepal finisce qui.
Arriviamo a quella che è la base militare dove ci controllano MINUZIOSAMENTE i sacchi e gli zaini. A me e a J. requisiscono un libro e sapete perché? Perché é raffigurato il Dalai Lama. Comportamenti non concepibili per le nostre realtá! Il libro di J. è geografico, il mio sul vecchio Tibet.
Ci rimango molto, ma molto male. Per me che adoro i libri, lasciare qui una mia “creatura” é un vero dolore!!!
Mio marito ed io iniziamo a sentire anche un po’ di emozione perché… lo dico sottovoce… abbiamo nascosto da qualche parte, delle immagini del DL per regalarle ai pellegrini che incontreremo nel kora, cosa che fa loro tanto felici. Fortunatamente il nascondiglio non è alla portata d’intelligenza militare!
L’attesa si fa lunga perché i controlli sono minuziosissimi. Una volta finiti, saliamo sulle jeep e ci portano nell’ “hotel” dove ci tengono letteralmente segregati, fino all’arrivo dei militari che dovranno validare i nostri visti. Ci accompagna un militare che, più dalle stelline che dal fisico, sembra essere un pezzo grosso.
Christian insiste, chiedendogli di ridarci i libri e di strappare solo le pagine non…”idonee”, ma… non cede. Alle 13 arrivano gli altri ufficiali da chissá dove, solo per noi. Quello che parla anche un po’ d’inglese ci spiega con affabilità che in Cina sono VIETATI libri con l’immagine del Dalai Lama e con questo ci fa capire con decisione che il discorso é chiuso definitivamente.
Ognuno di noi deve presentarsi singolarmente, col passaporto per essere identificato e “schedato”. Ci affibbiano una… “guida” che sará il nostro accompagnatore ufficiale in Tibet, dove, come è noto, non si puó girare a proprio piacimento. Si viene sempre scortati… per… “sicurezza”! Costui, che parla inglese, ci dá il benvenuto ufficiale in Tibet, mettendoci al collo le famose sciarpette bianche. Che emozione!!! Non sto vendendo uno dei mille documentari guardati, non sto sognando. Sta capitando proprio a ME!!!! Ed ecco di nuovo le mille bollicine che frizzano dappertutto!
Il paesaggio fino a qui è stato magnifico, sotto un cielo sereno e azzurrissimo. Le montagne hanno mille colori, ci sono pinnacoli di terra che sembrano torri della cattedrale di Gaudí a Barcellona. Ed ecco tanti ghiacciai e nel fondovalle il fiume Karnali che scorre libero, ampio, solenne, dopo le gole nel quale era stato costretto fino a quel momento. Attraversiamo un paio di villaggi. La pista è stretta, piena di sassi.
La jeep deve passare in mezzo a fiumiciattoli e… ad un certo punto, qual’é il posto migliore per bloccarsi? Naturalmente in mezzo all’acqua! Se avessi aperto lo sportello sarebbe entrata di sicuro tanto era alta nel punto dove ci siamo arrestati. 
L’autista prova ad accelerare… e niente! Mette le ridotte oltre al 4×4 e… ancora niente!
Per un momento penso di dover uscire nell’acqua fino ai fianchi, ma dopo un paio di ulteriori tentativi… avanti… indietro… OOoooOOooISSSAAAAAAA!! Ce la facciamo!!!
In questo momento sono le 18.30. K ed io siamo appena tornati da una perlustrazione al paesino: tantissima sporcizia e militari dappertutto.
Gli unici mezzi a motore che si vedono, sono camion che trasportano terra, che un escavatore jurassico sta togliendo dalla strada. Mi siedo su un divano e sento le gambe che formicolano da cima a fondo. Non riesco a spiegarmi il perché. In questi casi sento sempre un bisogno “indispensabile e necessario”, di dare un motivo alle reazioni inusuali del corpo, non fosse altro che per tranquillizzarmi. Credo che sia per l’altitudine e con quest’ipotesi mi calmo anche se continuo a dirmi che é ben strano! Ceniamo nella stanza dove ci hanno “segregato” fino alla vidimazione dei visti. Alle 21 va via la luce, ma noi con la lampada sempre a portata di…fronte, raccogliamo le nostre 4 cose e ci dirigiamo nelle nostre camere: due stanze comunicanti. Nella prima 2 letti semi-matrimoniali che vengono automaticamente assegnati alle due coppie (mio marito ed io e per l’altra coppia) e la seconda agli uomini “soli”. I letti sono delle brande, con dei materassini, delle coperte e dei cuscini che evito di descrivere nelle forme e nei colori. Dediciamo che é molto meglio metterci sopra i nostri sacchi a pelo. Non parliamo poi dei “servizi”! Stendo un velo pietoso su quello che hanno visto i nostri occhi e… odorato le nostre narici. Chi ha fatto un viaggio in Cina, sa di cosa sto parlando. Gli altri lascino viaggiare la fantasia. Meglio, MOOOOLTO meglio i cespugli, gli alberi… la natura!!!

06 AGOSTO 2002 – TAKLAKOT –> MANASAROVAR
Notte rotta da un urlo proveniente dalla stanza accanto: “Porco Giuda!!!!! Non cosí per tutta la notteeeeee! NoooOooOoo!!!” E’ Christian che non riesca a dormire per il russare di J., che è nel letto vicino a lui. Noi, nell’altra stanza, non abbiamo sentito nulla. Dopo tante notti in tenda, ecco la prima sotto “solide”, sporche, vecchie e malandate quattro mura. L’intonaco sembra staccarsi ad ogni parola detta a voce piú alta, il colore delle pareti é svanito nel tempo. Il pavimento é in terra battuta. Qualche ragnetto qua e lá e… facciamo anche conoscenza con uno scarafaggio e la sua famigliola. Ma nonostante tutto, siamo tutti felici perché è un piacere non dover smontare le tende e doversi dedicare solo a preparare i bagagli.
In questo viaggio, fino ad ora, abbiamo scoperto che tutto è relativo: i canoni di pulizia personale e quella degli ambienti. Anche il tempo. Giriamo tutti pieni di polvere dalla testa ai piedi senza grossi problemi anche se non possiamo quasi lavarci; i bagagli esternamente sembrano sacchi che hanno alle spalle anni di strade impolverate.
Per la partenza di stamattina arrivano due nuove jeep. Per tutto il resto abbiamo un camion, niente piú dzo, muli. Parte la prima jeep con la famigliola madre, padre e figlio. Poi la nostra, con Christian J., mio marito ed io,
TENTA di fare altrettanto, ma… niente!
L’autista apre il motore, tira… stacca… e riattacca qualcosa e… via anche noi.
Viaggio di 70 km che dura tutta la mattina in mezzo a paesini, radure immense e una luce limpidissima e forte che rende tutto vivissimo.
Arriviamo a un primo lago… e poi al meraviglioso MANASAROVAR, il lago magico del Tibet, che ha una carica d’energia, un’atmosfera STRAORDINARIA!
Qualcosa di fantastico. Indescrivibile! Quanti anni l’ho sognato!!! Quanto ho letto su questo luogo! Quante immagini ho cercato, visto!!! E… ora sono QUI… sulle sue sponde!
Non mi sembra vero! Giuro che non mi sembra vero! Mi apparto da sola… mi siedo per terra. Lascio vagare lo sguardo in quel paesaggio irreale e bellissimo… e piango.
Arrivati al lago ci dirigiamo quasi subito al piccolo, ma meraviglioso monastero sulle sue sponde, dove vivono, pregano e meditano solo due monaci che ci accolgono sorridenti e felici di vedere qualcuno. Per arrivarci, una salita non molto lunga che richiede peró passi lenti. Siamo a 4600m. Il fiato diventa di nuovo subito corto.
Arrivati in cima e andando sul tetto lo sguardo puó spaziare fino a un orizzonte lontano. Rimaniamo tutti senza parole e prima di fotografare veniamo rapiti, assorbiti dalla bellezza nella sua espressione più semplice, piena e primordiale. Stiamo tutti zitti, in un silenzio che mi sento di definire religioso, di rispetto e stupore oltre che gratitudine. Dopo un bel po’ torniamo all’interno del convento e lo visitiamo con calma grazie alla cortesia e dolcezza dei due monaci. Nella sala delle preghiere accendo un lumino dedicandolo a tutti coloro che amo e ringraziando tutte le divinitá… universali, per quello che sto vivendo.
Scendiamo fino alle jeep. Mi allontano dagli altri che vanno a passeggiare lungo le sponde nonostante le zanzare dalle antenne pelose.
Mio marito sa che ci sono momenti dove ho bisogno di stare sola proprio per ascoltarmi dentro, aprire quei canali invisibili che mi permetteranno di diventare una sola cosa con quello che sto vivendo. Non è un volerlo escludere dalle mie esperienze. Assolutamente no. Ci sono momenti molto intensi che viviamo in due, voluti, cercati e trovati. Ma ho anche bisogno della “solitudine” per entrare in contatto con una parte del mio giardino nascosto. Mi viene in mente la canzone di Zucchero (Ahum – da Shake)…
Sono seduta sulle rive del lago mistico e misterioso, incastonato in una distesa pietrosa, che secondo le tradizioni buddiste e induiste è il Lago del sole e di Dio perché rappresenta le forze della luce. Non è scindibile dal Kailash, perché se questo è il Padre, il Manasarovar è la Madre. Giuro che giá da adolescente ho avuto questo desiderio, essere qui… sentire l’atmosfera, respirare quest’aria… guardare questi paesaggi, questi colori, forme e… la Luce. E’ come se fossi arrivata a casa. Non so spiegarMI e spiegare la sensazione che sto provando, ma mi viene la voglia di credere veramente alla reincarnazione. In questo caso una mia vita molto importante devo averla vissuta proprio qui, tra il Padre e la Madre.
Sono qui… ORA… IO… in questo briciolo d’eternitá che non ha tempo e che mi immerge in uno spazio infinito non solo fuori, ma anche dentro di me.
I miei occhi spaziano con calma, quasi al rallentatore, in modo da assorbirne ogni frammento. Le percezioni sensoriali sembrano ridursi, ma non per questo perdono d’intensitá, anzi, si arricchiscono di calma, tranquillitá… serenitá. Inizio a percepire, sentire in maniera inconsueta, più lenta.
Ciò che in qualsiasi altro posto potrebbe risultare brullo, qui è luminoso e intriso di libertá. Sembra eliminato tutto ció che è superfluo per lasciare spazio soltanto a ció che è essenziale, che dá forza, che rende intensa la bellezza della terra nei suoi colori e forme originali. La coulisse di brulle colline viola, rosa, arancione sembrano onde di un immenso oceano di terra. E davanti, sul “palcoscenico” le acque calme del lago, dai colori che variano dal turchese al blu cobalto. Qui sembrano esistere solo la Terra, il Cielo e l’Acqua che nella loro trilogia primordiale si frappongono all’infinito.
Provo un brivido a guardare il blu delle volta celeste che sembra sostenermi, farmi volare. E’ una tonalità cosí profonda e pulita che tutto intorno impallidirebbe se la luce non modellasse le forme con nitida plasticità.
Io che adoro fotografare, sento che qui è impossibile fissare su pellicola ció che sto vedendo e considero quasi un peccato al cospetto degli Dei, rinchiudere l’infinito e questa toccante armonia, in rettangoli sempre TROPPO piccoli. Continuo a guardare… assorbire come una spugna che non diventa mai satura.
Tutt’ad un tratto ho l’impressione di avere delle ali che imprigionate da troppo tempo, vogliono squarciare la pelle per farmi provare ciò che prova il falco che ci accompagna da qualche giorno. Sento una voglia infinita di librarmi sopra questi orizzonti che si susseguono all’infinito. E provo una sorta di dolore nel dover accettare i limiti del mio corpo che non possono seguire, assecondare i desideri della mia anima.
Sí… qui sto capendo il vero significato della parola INFINITO.
Lo vivo, lo vedo, lo sento in me, DENTRO e FUORI di me, in quest’esperienza dove mi scopro colma di vita tanto da traboccarne. Sì… si puó piangere anche quando la bellezza e l’armonia diventano palpabili.
Nel primo pomeriggio raggiungiamo un gruppetto di baracche adiacenti ad un altro monastero non più sulle rive del lago, ma su una collinetta poco distante.
Qui passeremo la notte. Dormiremo in una grande stanza dalle pareti e il soffitto ricoperti da stoffe colorate. Anche qui il pavimento è solo in terra battuta. Noi 6 dormiremo insieme in questo dormitorio, mentre Christian ha deciso di farlo in una specie di sgabuzzino, tutto solo. Alla domanda del perché risponde che il russare di alcuni di noi non gli permette di dormire. Lo prendiamo in giro per un po’, ma lui fa altrettanto con noi. Sono le 16 e gli uomini preparano una merenda a base di speck. Noi due donne facciamo un sonnellino nella jeep. Dopo esserci rifocillati andiamo a zonzo e ci troviamo immersi in una luce magnifica, quella del tardo pomeriggio.
Il monastero che è poco lontano da noi, sembra impacchettato nelle bandierine colorate di preghiera. Rimaniamo a fare il pieno di sole e Luce vicino a un chorten dove arriva un pellegrino che ci gira attorno pregando. Si assapora un’atmosfera davvero diversa. A volte mi sembra di essere sospesa da terra, non di camminare, ma di muovermi su dei cuscinetti d’aria. Strano…
Mangiamo la cena cucinata dal nostro cuoco Biman (quello che ci ha viziato durante il trek) in una cucina tibetana che ha solo qualche semplicissimo mobile di legno. Siamo seduti su delle panche in file parallele, gli uni di fronte agli altri, a tre metri di distanza. Il padrone di casa rimane a farci una muta, ma sorridente compagnia fino alla fine. L’unico cenno di civiltá moderna è una lampadina che scende dal soffitto alimentata – udite! Udite!!! – da batterie solari. Alle 20.30 tutti a nanna, come sempre, ma non è facile arrivare alla nostra stanza dormitorio. Bisogna passare per una sorta di labirinto che passa anche vicino a una stanzetta con un altarino dove pregare.
7 AGOSTO 2002 – MANASAROVAR –> DARCHEN
Notte molto irrequieta perché mio marito che oltre a far fatica a respirare, ha avuto di nuovo un forte attacco di dissenteria. Io invece, nel mio sacco a pelo facevo la sauna. Ma se mi scoprivo, congelavo. Ho dovuto andare al gabinetto a mezzanotte. ACCIDENTI! CHE NERVI! Ciò vuol dire uscire all’esterno del gruppo di baracche. Solo lì si trovano gli unici “servizi pubblici” per tutti, quindi devo vestirmi (la temperatura di notte a questa altitudine è freschetta!), mettermi gli scarponi, cercare la lampada e… avventurarmi nel… labirinto, mezza addormentata. Il tutto cercando di non disturbare il sonno degli altri. Arrivo finalmente fuori dopo una specie di mini-eternità che in certi momenti diventa una tortura, ma scopro che di notte chiudono il portone d’entrata. La casettina è lá… la vedo, ma non posso raggiungerla. Allora che fare??? L’arte di arrangiarsi è indispensabile in un viaggio del genere e devo dire che ho dimostrato un paio di volte di essere in grado di servirmene molto bene. Anche in questo caso. Ritorno nella mia sauna dove riesco si e no a dormire fino al mattino, perché mi sveglio ogni volta che sento mio marito che deve continuamente uscire per il suo “pellegrinaggio”. Domani si parte per il kora intorno al Kailash. Speriamo che sia in grado di farlo. Se sará troppo debole dovrá rinunciarvi, ma una cosa è chiara anche se mi ha detto che non è d’accordo con me: e se non va lui, non ci vado neppure io. Salutiamo il Lago con una sensazione di tristezza infinita. Stiamo lasciando un luogo specialissimo e sappiamo che da ora in poi avrá un posto d’onore nei nostri ricordi più cari, per il resto della nostra vita.
Il viaggio fino a Darchen dove passeremo la notte è stato incredibile per la jeep. Mai attraversati tanti fiumi, tanto fango, tanta acqua in una verde distesa infinita, incorniciata dai 6-7mila innevati che qui sembrano bassissimi. Arriviamo a quella che è la base per la partenza del kora, un villaggio di baracche con moltissimi rifiuti dappertutto. Dormiremo in una molto spartana, dove ci sono mini-stanze con due letti. Intorno, tante tende di pellegrini che faranno o hanno giá fatto lo stesso pellegrinaggio. Christian sostiene che mio marito ce la può fare anche se debole. L’importante è che si riposi per bene fino a domani. A sera ci consultiamo, riflettiamo: andiamo o rinunciamo? ANDIAMO. Sente che ce la fará, nonostante la debolezza. Dice che rinunciare vorrebbe dire annullare un sogno tanto atteso, tanto desiderato, non poter vivere un’esperienza unica e meravigliosa. E che gli Dei, soprattutto quello che dimora sul gioiello di neve, ci assistano. Io sono un po’ preoccupata per lui, ma lo guardo e ad un tratto sento che ci riuscirá. Mentre lui continua a riposare, vado al mercatino e compro delle bandierine di preghiera che metterò sul Dölma-la, il passo al culmine del kora, come ricordo, come preghiera, come ringraziamento. Prima di cena prepariamo i sacchi per portarci dietro quello che ci servirá nei prossimi tre giorni. Il resto rimane qui. Parlo anche con tre turiste germaniche di ritorno dal pellegrinaggio. Ci dicono che ha nevicato e che non sono riuscite a vedere il Kailash perché la nebbia lo nascondeva. Aggiungono che è dura e bisogna fare tutto con calma. Ritornano alcuni timori.
DARCHEN – Kora intorno al KAILASH – 8 AGOSTO 2002

Stanotte ho dormito malissimo sia per l’emozione, che per le tante domande… dubbi.
Mio marito ce la fará davvero o sará troppo dura? Non vorrei che si sforzasse solo perché sa che senza di lui non andrei. Riusciró a superare i miei limiti fisici? Mai arrivata a quasi 5700m. Se penso che il Monte Bianco è alto 4810m mi vengono altri dubbi… qualche paura. E se ad un tratto soffrissi il mal d’altitudine? Mi ripeto che abbiamo fatto una buona acclimatazione e quindi da questo punto di vista devo stare tranquilla.
Avró forza, energia a sufficienza? Mi dico che dove c’è una volontà c’è una via… un viottolo, un sentiero! E la mia volontá è enorme, immensa, a patto di poter vivere quest’esperienza col compagno della mia vita. Senza di lui rinuncerei senza pensarci, anche se questo è uno dei miei grandi sogni, da più vite.
Ma al mattino, come per miracolo, sta meglio. Molto meglio. Riesce addirittura a far colazione dopo una giornata dove ha bevuto praticamente solo tè e mangiato qualche biscotto. Il tempo al mattino è nuvoloso.
Prima di muovere il primo passo ci guardiamo, ci abbracciamo e partiamo… verso quella che sappiamo fin d’ora sará una delle esperienze piú toccanti, profonde e emozionanti della nostra vita.
Il percorso odierno non ci ha proposto grandi dislivelli, ma molti chilometri, per la precisione 14. Il cielo è nuvoloso. I primi chilometri li facciamo insieme a una famigliola con dei bimbi di massimo 6 anni, ma poi si affiancano a noi anziani, ragazzi e ragazze e bambini. Rocce dalle forme strane incorniciano la vallata solcata solo dal fiume. Ogni tanto delle cascate che tagliano la roccia. Mi domando se riusciremo a vedere il gioiello di neve. Dio mio, quanto lo desidero!!! QUANTO! L’ho scolpito nella memoria grazie alle mille immagini che ho visto nei libri, nelle guide, in TV. Ha una forma maestosa e magica. Una sorta di piramide nella quale si puó scorgere, volendo, un volto. Nel primo pomeriggio ci sorpassano i nostri yak e io mi sento stanca. Il percorso di oggi mi sembra eterno e dopo il frugale pranzo, inizia a piovigginare quando stiamo salendo verso i 5000m. Incrociamo alcune persone che fanno tutti i 52 km del pellegrinaggio in un paio di settimane, misurandoli con il loro corpo. Al palmo delle mani e alle ginocchia legano dei pezzi di legno o di cuoio. Congiungono le mani in fronte e sul petto, poi si inginocchiano, tracciano una linea sul punto più lontano e si alzano. Fanno due piccoli passi e poi si prostrano di nuovo con gli stessi movimenti. Incredibile! Alcuni sembrano in trance, assorti nei loro mantra, nelle loro preghiere, immersi nella loro fede, nella spiritualitá che per loro é presente in ogni momento della vita. E’ la vita.
C’è da fare ancora un’ultima salita per arrivare al campo con le tende quando il tempo sta migliorando decisamente e le nuvole lasciano spazio al sole. Proseguiamo e dopo aver passato un fiumiciattolo… eccolo!!! Si mostra a me nella sua immensa bellezza, nella magia che lo avvolge, nella sua energia e maestosità. La parete nord è di fronte a me su uno sfondo azzurrissimo ed è spruzzata di neve fresca. Il nostro campo è proprio al suo cospetto. Non riesco a staccarne gli occhi. L’accompagnatore cinese, di (nascosta) religione buddista si accorge della mia commozione e divide con me dei bigliettini colorati con delle preghiere, da gettare in aria come dono per gli dei. Lo faccio col cuore pieno di riconoscenza e felicitá. Mi siedo su una pietra dopo 9 ore di cammino e mi immergo in quelle profonde sensazioni ed emozioni che sento prendere il sopravvento e mi fanno piangere. Arriva mio marito, mi abbraccia e mi dice: “ Il tuo sogno si è avverato! Eccolo davanti a te, addirittura illuminato dal sole.” E’ davvero una grande fortuna. Le tre ragazze che abbiamo incontrato ieri avevano detto di non averlo mai potuto vedere a causa del maltempo. Non mi nuovo da quella pietra per tanto tempo, fino a quando il sole tramonta e il buio inizia a farsi strada. Cena e poi a nanna perché domani ci sará la tappa piú impegnativa. Il sonno prevale sul desiderio di strappare ancora un’ora alle sensazioni straordinarie che questo luogo mi dona, ma sono certa che se stanotte sogneró, saranno sogni speciali grazie al gioiello di neve, il Kailash.

KAILASH 9 AGOSTO 2002
Sveglia alle 5. Di notte ha piovuto. Ho avuto un sonno irrequieto pieno insicurezze alternate alla fiducia di farcela. La mia volontà mi avrebbe fará superare le limitazioni del corpo? Esco dal sacco a pelo, mi vesto, indosso la giacca a vento, gli scarponi. Mi lavo come i gatti con l’acqua che uno sherpa mi dá in una ciotola. Mi sento debole. Ho gli occhi gonfi. E’ ancora buio. Smontiamo le tende, prepariamo gli zaini che cerchiamo di tenere il piú possibile leggeri. Mandar giú un solo biscotto o un sorso di tè è un vero e proprio sacrificio. Partiamo alle 6. Ci sono giá moltissimi pellegrini che ci precedono sul sentiero e ci raggiungono. Prima salita importante, il primo dei tre passi che ci aspettano.
Piano, piano – continuo a dirmi – un passo alla volta. Ce la farai!
Il sentiero è stretto e s’inerpica a serpentina. Bisogna proseguire in fila indiana.
In quest’anno del cavallo del calendario tibetano, ci sono piú pellegrini del solito che fanno questo pellegrinaggio chiamato kora. Sempre piú gente ci accompagna e noi accompagniamo loro. Persone di tutte le etá, vestiti in maniera per noi “incredibile” e ai piedi scarpette di gomma e tela.
Avanziamo un passo dopo l’altro in una nebbiolina che ci avvolge. Tutto sembra irreale. Scorgiamo delle ombre, sentiamo il cantilenare dell’ “omani padme hum”.
Il mio respiro diventa sempre piú veloce. Devo fare delle frequenti pause, prendere fiato. Mi sposto di lato, faccio passare gli altri. Una donna con le trecce lunghe e nerissime, un’altra con un gioiello di turchesi, un uomo con un amico sulle spalle che sta male. Ci chiede delle aspirine. Vuole arrivare a fare il kora con lui, perché è sicuro che lo aiuterá a guarire. A quasi 5000m il corpo a peso morto è un peso immane. Rimango stupita, provo immensa ammirazione e grande commozione. Lungo il percorso troviamo dei posti speciali per i pellegrini, rocce sotto le quali si infilano, altre che abbracciano, altre ancora dove battono dei sassi in incavi particolari, dove tirare fuori della terra sacra e cercare di leggervi il destino.
Riprendo il mio cammino, la salita dopo essermi fermata ad osservare. E’ dura, faccio fatica. Al primo passo la nebbia si dissolve. Le bandierine colorate che sventolano sono una gioia. Vuol dire che siamo arrivati ad un altro passo. La zona è disseminata dappertutto di stracci colorati che rivestono i mucchi di pietre e il terreno. Si tratta del cimitero di Shiva. Vicino a noi, intorno a noi una fila ininterrotta di esseri umani spinti da qualcosa di molto potente che permette di affrontare difficoltà e disagi fisici notevoli.
Trovo un ritmo che mi permette di superare il gran dislivello con piú facilitá: 70 passi – piccola pausa per riprendere fiato – altri 70 passi. Non mi siedo perché il rialzarmi richiederebbe un grande dispendio d’energie. Sono felice di essere qui, di poter vivere quest’esperienza. Mi passano accanto giovani, donne, bambini, anziani. La maggior parte si ferma per guardarmi con curiosità, per sorridermi, per darmi coraggio con parole che non hanno bisogno di traduzione o solo per dirmi “Tashidelé!”
Giovani uomini mi prendono i bastoncini, li provano, li guardano e vorrebbero barattarli con i loro di bambú. Alcuni per scherzo fanno finta di rubarmeli per poi ridarmeli con un sorriso birichino e luminoso. Due donne anziane prendono la mia mano e sorridendo ci mettono due pezzi di zucchero candito. Mi sento una strana forza addosso. Sono certa che sia anche il dono delle centinaia di persone che “mi spingono”, mi portano insieme a loro in alto, verso il magico luogo. E’ una sensazione meravigliosa che mai dimenticheró. Mi sento una goccia di un oceano, la perla di una collana.
Siamo quasi a 5700m e tutt’ad un tratto il mio corpo non è più una zavorra.
Davanti a me, di fianco a me e dietro di me gente che prega, che mormora, che ride, che canta, che respira affannosamente. Mi accorgo che la salita non mi pesa piú. E intanto il cielo è quasi privo di nuvole. Improvvisamente in lontananza vediamo sventolare altre bandierine. E’ il segno che siamo arrivati in cima, al passo principale, il Dolma-la. Siamo circondati da pezzi di stoffa coloratissimi che riempiono l’aria di preghiere che riesco a percepire. Pellegrini cantano, mormorano o mani padme hum. Tutti sono sereni, felici… luminosi. Sono euforica, mi sento leggera, soddisfatta, piena e grata. Cerco quasi correndo – incredibile! – un posto dove legare le nostre bandierine con le preghiere. Le appendo insieme a migliaia di altre e con loro le mie 1001 emozioni.
E i pensieri vanno, corrono da un angolo all’altro della mia anima, del mio essere lí in quel momento che è intriso d’eternitá. Mio marito mi abbraccia e mi dice che posso essere orgogliosa di me stessa. Ci guardiamo intorno e i respiri profondi che facciamo non sono dovuti solo all’altitudine, ma alla voglia di immagazzinare con essi il più possibile, in ogni nostra cellula. Voglio rimanere un po’ qui, sedermi e guardare, assorbire tutto, ma arriva il momento della grande discesa, molto ripida. Quella che abbiamo davanti è una pietraia scoscesa con due laghetti turchesi che sembrano dipinti. Ogni passo richiede grande concentrazione anche a causa della stanchezza dopo i 700m di dislivello della salita. Ogni tanto ci fermiamo ad ammirare il paesaggio, per riprendere fiato e per riposare. Veniamo raggiunti e avvolti dai canti acuti e melodiosi di ragazze che agili corrono verso il fondovalle, dove vediamo puntini neri (gli yak) e puntini bianchi (capre e pecore) sparpagliati su una moquette verde attraversata da dei nastri d’argento (l’acqua del fiume che scorre libero occupando quasi tutto il fondovalle). Arriviamo in fondo e guardando verso l’alto capisco ancora meglio quanto sia stata ripida la discesa. Ora vorrei tanto poter camminare “normalmente” ma ci tocca farlo ancora tra mille sassi e soprattutto i tanti cumuli d’erba e di fango. Spesso si tratta di guadare e più si va avanti, più è necessaria concentrazione ed attenzione, mentre io ne ho sempre di meno. Incomincio ad inciampare e a sentire tanta, tanta stanchezza. Christian ci ha detto che troveremo il campo vicino al monastero di Milarepa. Non sappiamo quanto cammino ci aspetti ancora. Spero ancora poco, visto che sono giá le 16 e siamo in piedi dalle 5. Mezz’ora dopo, alle nostre spalle rumore di tuoni, bagliori di fulmini e un cielo nero-grigio impressionante. Ci rendiamo conto che è bene aumentare il passo e indossare l’abbigliamento antipioggia. Non facciamo quasi in tempo che il cielo si apre. Mio marito si trova sotto la pioggia fittissima, battente e gelida che ancora deve vestirsi e cosí si bagna. Nel giro di pochi attimi la pioggia diventa un’enorme fittissima grandinata che copre TUTTO di palline bianche e che ci colpisce con forza, per fortuna da dietro. Vedere dove mettere i piedi, diventa ancora piú difficile. In questa “apocalisse metereologica” che sembra non finire più, incontriamo dei compagni di viaggio, un gruppo di 4 donne e un uomo russi che cercavano di raggiungere il loro campo, bagnati come i pulcini e infreddoliti fino alle ossa. Insieme ed aiutandoci a vicenda cerchiamo di trovare il sentiero guadando il fiume e cercando il sentiero che la grandine ha fatto sparire.
Arriviamo alle loro tende, li salutiamo rifiutando il tè caldo che ci vogliono offre perché non sappiamo dove sia il nostro campo e quanto tempo dobbiamo ancora camminare. Non riusciamo a capire perché Christian abbia deciso di montarlo cosí lontano. Incontriamo un monaco che viene dal senso opposto e cerchiamo di sapere dove si trova ‘sto benedetto monastero di Milarepa. Lui ci fa capire che la strada è ancora lunga. Dietro ogni dorso di montagna speriamo di vedere il “famoso” e familiare giallo, ma niente e… sono giá le 18. Inizia a far buio. Ad un certo punto, una figura viene verso di noi. Scopriamo che si tratta del nostro “accompagnatore ufficiale” con un thermos di tè caldo e ci spiega che il campo è ancora abbastanza lontano. Non so se interpretare quell’abbastanza in senso positivo o negativo. Per fortuna il maltempo è finito e alle nostre spalle c’è una luce bellissima che ci incanta. Mio marito beve il tè, io lo rifiuto e incomincio a camminare più velocemente con un’energia che non riesco a capire e a spiegarmi perché dopo una giornata come questa, dovrei essere scarica. Andiamo avanti ancora… e ancora, poi… FINALMENTE le luci delle nostre tende. Mi sembra di camminare da una vita, di spostare ormai il mio corpo “a caso” nel buio, di muovermi quasi senza accorgermene, in uno spazio sconosciuto con il desiderio ardente di arrivare FINALMENTE a “casa”. Dal momento che vedo dove sono le luci delle tende, spengo la mia torcia, credendo di poter prendere una scorciatoia senza illuminare il sentiero… ma il buio mi impedisce di vedere un ruscello largo e soprattutto troppo silenzioso, nel quale affondo i miei scarponi. Arrivata alla tenda con i piedi in ammollo tolgo tutto nel giro di pochi attimi e mi fiondo nel sacco a pelo. Dopo undici ore e mezzo di cammino l’unico, impellente e unico desiderio è quello di dormire al caldo. A fatica mando giù una minestra che il cuoco mi porta. Ci sarebbe anche una buona cena alla quale rinuncio senza esitazione. Se penso che in tutto il giorno ho mangiato solo 3 biscotti e 6 cucchiai di Nutella più una mela, mi domando da dove ho attinto le energie. Il mio corpo continua a stupirmi e a farmi capire molte cose.
Chiudo la cerniera del sacco a pelo e…parto all’istante per il mondo dei sogni nelle braccia di Morfeo. E che non mi chieda di andarci a piedi!

KAILASH, 10 AGOSTO 2002
Risveglio dopo una notte nella quale non mi devo essere mossa neppure di un millimetro. Non sento male da nessuna parte, neanche ai piedi. Smontiamo il campo, visitiamo il monastero e poi ci avviamo verso la fine del kora su un sentiero pianeggiante. Solo due ore e trenta di cammino ed arriviamo alle jeep e al camion che ci aspettano. Torniamo a Darchen e rifacciamo il percorso dell’andata. Le jeep devono cercare la pista in mezzo a mille fiumi, fiumiciattoli, torrenti che scorazzano liberi nella valle. E’ bellissimo. Proprio come piace a me: attraversare il fango, guadare, cercare con le gomme un appiglio solido non visibile a occhio nudo. Arriviamo al MANSAROVAR dalla parte opposta e montiamo le tende giusto in tempo, prima di un temporale. Ci ritiriamo nelle tende a giocare a carte o a riposare. Io mi addormento e quando a causa di un chiasso che non riesco bene a identificare, metto la testa fuori dalla tenda per vedere di cosa si tratta, non riconosco più il nostro campo! Si sono aggiunte tende di nomadi a destra e a manca, ci sono camion e bambini che gridano, adulti che accendono fuochi e chiacchierano ad alta voce. Dopo un po’ cala la sera e Chandra ci prepara un’ottima cena che gustiamo fino in fondo.

MANASAROVAR,–> LATHSE –> SHIGATSE, 11 – 15 AGOSTO 2002
Da oggi in poi ci muoveremo con le jeep per 1200 km nel Tibet occidentale, verso LHASA. Attraverseremo paesaggi incantevoli, diversi passi, su strade molto sconnesse, in mezzo al fango, alle buche grandi e piccole, fangose e secche, alla polvere e ai guadi. Zone di una bellezza indescrivibile, dai colori nitidi e forti. Non l’aria rarefatta alla quale ormai siamo abituati, ma campi gialli e addirittura rosa ci tolgono il fiato.
Passiamo per villaggi con le tipiche costruzioni tibetane, tante bandierine colorate sui tetti, ma anche bandiere cinesi e purtroppo tanti rifiuti moderni: plastica su plastica. Per la prima volta dopo due settimane, siamo sotto i 4000m. Le nostre schiene vengono messe a dura prova dal fondo “stradale”. Incontriamo nomadi con capre e cavalli che questo problema di sicuro non lo hanno. Gente dalla pelle scura e dagli occhi scintillanti.
Ci mettiamo 4 giorni ad arrivare a LATHSE e pernottiamo nelle nostre tende lungo i fiumi, in mezzo a una natura a tratti aspra e per me estremamente affascinante. Colline di roccia spolverate di sabbia, si alternano a distese immense dove l’occhio si perde e l’unico movimento che percepisce è la polvere alzata dalla jeep che ci precede. Prima di arrivare alla cittadina in stile – ahimè – molto… cinese, troviamo il primo asfalto e dopo tanto tempo scendiamo in un “hotel” molto semplice, dove posso lavarmi solo con un po’ d’acqua in una bacinella. Ma dormiamo finalmente in un letto. Meraviglioso!
Il giorno dopo decidiamo di andare a far visita a un monastero in una valle laterale. Arriviamo in un piccolo paesino, SHALU, immerso in campi di frumento.
Stretti viottoli ci portano al gompa (monastero) e dappertutto sventolano colorate bandierine di preghiera.
Ad ogni angolo ci accolgono sorrisi luminosi e continui tashi delek (è il loro saluto che vuole dire: la buona sorte ti accompagni). Entriamo nel perimetro antistante il convento. Da un grande incensiere si espande un profumo gradevole che invade tutto.
In questo luogo sacro il tempo, in maniera inclemente, sta lasciando purtroppo tracce indelebili.
Entriamo nell’edificio principale. Gli occhi fanno fatica ad adattarsi alle scarse condizioni di luce. Siamo nel luogo dove i monaci si ritrovano per le preghiere. Gli occhi intuiscono delle sagome, ma non le distinguono.
Ad un tratto raggi di sole penetrano la semioscurità e danno forme concrete alle silhouettes intraviste.
Sono i mantelli gialli dei monaci, arrotolati a forma di cono sui tappeti, nel punto dove si siedono per recitare le loro preghiere.
I fasci di luce ci permettono di vedere affascinanti e preziosi oggetti per le cerimonie, pile di scritture sacre avvolte nei tessuti dai colori sgargianti.
E poi sulle pareti, sulle colonne di legno, i mandala dipinti con perizia, ma anneriti dal fumo delle lampade di burro di jak che riempiono l’aria con un odore acre. Un monaco ci viene incontro e ci salutata con un sorriso che sprigiona tantissima serenitá. Ci avverte che nel pomeriggio ci sará una puja (messa). Non sto più nella pelle.
Nel frattempo ci porta a visitare gli angoli piú segreti del convento.
Gallerie semi-buie ci portano in “cappelle” dove troviamo statue di divinitá maschili e femminili, alcune dai volti orrendi. Poi di nuovo mandala dove riconosciamo molti dei simboli di buon auspicio: il nodo dell’eternitá, la ruota d’oro a otto raggi, il fiore di loro, il vaso dei grandi tesori, il parasole prezioso. Arriviamo sul tetto e da lí godiamo ancora meglio del paesaggio circostante. Giallo oro a perdita d’occhio interrotto qua e lá dal verde intenso dell’erba. Sui tetti piatti delle case lo sterco di yak, il fumo che si leva in spirali armoniose e una selva delle solite, immancabili bandierine.
All’ombra l’aria é pungente, ma incredibilmente, il sole scotta sempre e ancora. Mi siedo e apro tutti i canali d’accesso al mio spirito. I miei occhi avidi cercano di fissare indelebilmente ogni particolare.
Il tempo si ferma come ogni volta che avverto con grande intensitá la presenza di qualcosa di immenso, di potente. E’ acqua che viene offerta ad un assetato nel deserto e la mia anima vi si abbevera con ingordigia.
Arriva il momento della preghiera. La gente del villaggio si accinge ad entrare nel gompa: donne dai gioielli incastonati di turchesi o coralli, uomini con lunghi capelli corvini raccolti a coda, bambini dagli occhi meravigliosi, anziani pieni di dignitá e serenitá. Tutti sorridono…
… tashi delek… tashi delek…
Ci mettiamo in un angolo per non disturbare.
Iniziano i canti accompagnati dal suono argentino delle campanelle e da quello profondo e vibrante dei tamburi.
Poi il “gracchiare” delle trombe e soprattutto le voci profonde, profondissime e cantilenanti dei monaci.
Brividi intensi percorrono tutto il mio essere fisico e spirituale. Sono suoni e ritmi che rapiscono totalmente l’anima portandola in uno stato simile alla trance.
Ci sono da fare dei movimenti ben precisi e noi ci impegniamo ad imitarli al meglio. Ad un certo punto viene gettato del riso ai fedeli, in segno di benedizione e verso la fine della cerimonia un giovane monaco serve del tè di burro di jak a tutti. Esco da quel luogo con un calore infinito dentro di me.
Mi sento colma, piena… “completa”. Suoni, luci, profumi, odori, ritmi, l’incontro con la gente, il paesaggio, l’atmosfera speciale di questi luoghi mi regalano un’armonia interiore incredibile. Non voglio andare via.
Salgo nella jeep con un magone infinito. Dobbiamo partire per SHIGATSE.
Il nostro viaggio nel Tibet più autentico e assolutamente meno turistico, finisce qui. Nei giorni seguenti visiteremo LHASA e i dintorni per poi tornare con un volo a KATHMANDU e da lí verso casa.
Ma questa voglio che sia un’altra storia.

 
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