Oasi montane in Tunisia

di Massimo Romandini –

Da Tozeur verso tre oasi diverse da tutte le altre, in un saliscendi segnato da canyon e piste a stento percorribili. Una natura arida, solo di tanto in tanto punteggiata dal verde delle palme da dattero. Uno spettacolo, però, di alta bellezza.
Posta sul margine del grande lago salato (lo Chott El Djerid) che pare dividere in due la Tunisia, la bella Tozeur è una città-oasi che fa dimenticare i terreni desolati che la precedono e ti investe con le sue distese di palme.

Estesa per circa 10 kmq., centinaia di case addossate l’una all’altra, vari minareti di contorno, qualche simpatico e sempre ospitale albergo, Tozeur è un trionfo di colori tenui. Dove la vita acquista i suoni tipici di tutti i giorni è nei souk coloratissimi: qui si vende di tutto, spezie, tele, tappeti di ottima fattura, una miriade di oggetti artigianali a disposizione dell’acquirente disposto a passare un po’ di tempo in estenuanti, ma indispensabili contrattazioni.
E’ giorno da poco, ed è un giorno di metà luglio che si annuncia naturalmente caldo. Lasciamo le ultime case del centro abitato e attraversiamo in fuoristrada l’oasi che quasi assedia la città. Si procede in direzione di El Hamma du Jerid, 9 km a nord di Tozeur: anche qui palme da frutto in lunga distesa e sorgenti termali, oltre a resti romani che segnalano al viaggiatore la presenza di un’antica città mai recuperata.

Siamo diretti all’oasi montana di Tamerza, attraverso quelle di Chebika e Midés, lungo un percorso elevato ed accidentato di 70 km di faticoso procedere. Ne siamo stati avvertiti e lo sperimenteremo di persona.
Superiamo la piccola El-Erg, ancora nell’orbita dell’oasi di Tozeur, e il paesaggio comincia a mutare. Il verde comincia a cedere all’ocra delle zone desertiche e si intravedono, lontano ma non troppo, i primi rilievi. Al ventesimo chilometro attraversiamo, tra grandi sobbalzi, l’uadi El-Malah quasi secco e entriamo nello Chott El Rharsa che attraversiamo lungo l’estremità settentrionale. Ecco davanti ai nostri occhi una vasta distesa desolata, quasi lunare, ricca di incrostazioni saline multicolorate, soprattutto rosa e azzurro, che ci ricordano che siamo a 20 m sotto il livello del mare.
Il fuoristrada supera prove durissime, e noi con lui. Una guida ci dice che i rari acquazzoni locali procurano talvolta incredibili allagamenti.



Al km 54 appare finalmente CHEBIKA, la prima delle oasi di montagna. Alle difficoltà del procedere tra mille sobbalzi fa riscontro l’originale bellezza del luogo. L’oasi è a valle dei picchi che la circondano e si identifica con un’estesa macchia di verde nel monotono colore circostante. Vi si coltivano palme da dattero naturalmente, ma anche melograni, piante di henna (che le donne di Tunisia usano per la loro bellezza ed è venduto in polvere anche qui a Chebika), altre piante da frutto. Poche, povere abitazioni in lontananza…

Chebika è quanto resta dell’antica Ad Speculum romana: un baluardo difensivo naturale di ieri e di oggi. La nuova Chebika dalle bianche case in muratura si fonde alla vecchia Chebika, ormai in rovina tranne poche abitazioni, quasi tutte lasciate al loro destino di progressiva decadenza accelerata dalle piogge inaspettate e dall’abbandono dell’uomo. E’ qui che beviamo un buon tè alla menta dal sapore forte, che conforta la prima tappa di un percorso difficile ed attraente ad un tempo.
Ripartiamo a piedi per raggiungere, più in alto, le sorgenti che sgorgano in uno splendido scenario a 500 m dal villaggio. Si procede in fila indiana sul terreno sassoso. Si passa attraverso profonde spaccature della roccia. Il percorso è breve, ma sembra molto più lungo. Le sorgenti si trovano in una gola di particolare bellezza, da cui l’acqua viene giù lentamente fino a formare il piccolo uadi che dà vita a quest’oasi montana. Ci troviamo a 700 metri di altitudine
Ritornati al piccolo ristoro da cui abbiamo cominciato l’ascesa ed effettuati gli acquisti di rito, si riparte lungo la pista che si annuncia ancora più dissestata. Eccoci, dopo pochi chilometri, alla piccola oasi di El-Khanga; poco oltre si sfiora anche la più grande oasi di Tamerza dove sosteremo sulla via del ritorno, e puntiamo decisi su Midés.
MIDÉS, l’antica Madés, è a breve distanza dal posto di confine con l’Algeria che si attraversa senza intoppi per antica consuetudine. Siamo come in bilico tra due Stati, ma solo le parole delle guida ci dicono la reale situazione geografica del momento: noi non vedremmo differenze di sorta. Di qua o di là non ce ne accorgeremmo. Di più, Midés col suo territorio è un po’ Algeria e un po’ Tunisia.
Sostiamo presso un modesto locale in muratura, orgogliosamente chiamato Café, dove è possibile trovare datteri di ottima qualità, acqua minerale e qualche bibita. Di fronte, un profondo canyon, scavato dal vento e dall’acqua dell’uadi El-Udei, crea dal nulla una scenografia di sicuro effetto. Il villaggio è sospeso in alto. I ben levigati costoni del canyon sono stati terrazzati dalla millenaria azione della natura.
Il piccolo locale attorno a cui i turisti di passaggio si accalcano per un po’ di refrigerio è quasi una stonatura nel silenzio naturale che ci circonda con il vociare scomposto e l’inevitabile incrociarsi delle lingue (italiano, arabo, francese, inglese).

Ripartiamo in direzione di TAMERZA, l’oasi di montagna che si estende sul sito dell’antica Ad Turres, parte di un sistema difensivo utilizzato dai Romani e in età bizantina sede episcopale. La pista è un susseguirsi di enormi buche in cui il fuoristrada fa quel che può a dispetto dei fastidiosi sobbalzi. Ci fermiamo al margine di un vallone da cui si domina una lunga teoria di palmeti insieme alla vecchia e alla nuova Tamerza.
La vecchia Tamerza è ormai solo case in rovina, molte delle quali ridotte al solo basamento, e bianche tombe di marabut, ben conservate e costante meta di pellegrinaggi. Nel silenzio generale Tamerza si presenta a noi come la più attraente delle oasi montane.

Ripartiamo per raggiungere il vallone dell’uadi El-Khanga e la cascata che a Tozeur ci è stata annunciata per la sua bellezza. La pista ci consente di costeggiare, dopo breve percorso, il sottile corso d’acqua che contrasta con tanta aridità. Ci attardiamo davanti al solito piccolo locale che testimonia l’antica sete di commercio: si vendono cartoline, tappeti, tele dipinte, piccoli oggetti dell’artigianato locale, rose del deserto dai bellissimi colori e dalle originali forme, scorpioni chiusi in vasetti o tra due vetrini.

Procediamo quindi a piedi, attraversando il corso d’acqua e seguendo, subito dopo, una traccia di via incassata tra i massi circostanti, già ammirati dall’alto. Saliamo e scendiamo nello stesso tempo con qualche rischio per la nostra incolumità. Infine, raggiungiamo un punto più elevato in cui dall’alto, tra due alti costoni, precipita una cascata in un gioco di chiaroscuri, che ci ripaga delle fatiche sopportate. Qualcuno fa un bagno fuori programma…

Siamo alla fine del nostro percorso. Qui, al confine tra due paesi accomunati dall’aridità della natura, il tempo conserva i suoi ritmi antichi e i paesaggi, gli uomini, gli animali hanno un fascino antico. Riprendiamo la via per Tozeur: è stata una gran fatica arrivare fin qui, ma ne valeva la pena.

 
Commenti

Nessun commento