La maledizione di Atahualpa

di Gianni Fornai – 
9 Luglio Follonica-Milano- Madrid
10 Luglio Madrid Lima
11 Luglio Lima Arequipa
12 Luglio Arequipa. Santa Catalina
13 Luglio Arequipa-Puno 14 Luglio Puno (Sillustani)
15 Luglio (Lago Titicaca)
16 Luglio Puno-Cusco (Cattedrale, Corincacha)
17 Luglio Cusco (Saqsaywaman)
18 Luglio Cusco (Ollantaytambo)
19 Luglio Cusco (Machu Picchu)
20 Luglio Cusco-Abancay-Nasca
21 Luglio Nazca (Cahuachi)
22 Luglio Nazca (Cantayo)-Lima
23 Luglio Lima (Miraflores, centro)
24 Luglio Lima Madrid Milanoa
25 Luglio Milano Firenze Follonica

Premessa. Tra i libri che mi hanno seguito da un trasloco ad un altro ho ritrovato un piccolo quaderno comprato a Nazca, nel 2000, quando feci un viaggio con mia figlia diciottenne in Perù. Il mio ricordo di vicende lontane non coincide con quello che avevo scritto come se tra la memoria a breve termine e la memoria a lungo termine esistesse un conflitto. Il racconto del viaggio risente di questa commistione, Partimmo in business classe perché fui costretto ad anticipare di una settimana la data del viaggio per esigenze della figlia, di modo che il ritorno coincise con i giorni precedenti ai disordini di Lima (28 luglio) che portarono alla cacciata di Fujimori, el Chino, come lo chiamavano i Peruviani non distinguendo, evidentemente, tra il Giappone, stato natale del presidente e la Cina. Mentre eravamo in Perù ascoltammo diversi cittadini che stavano preparando la “Marcha de los cuatro suyos” diretta da Alejandro Toledo. A Lima il 28 luglio morirono 6 impiegati del “Banco de la Naciòn”, bruciati vivi durante gli scontri. Fujimori davanti al Palazzo Presidenziale teneva un carro armato già nel periodo precedente alla discesa dalle Ande dei discendenti degli Incas.

9 Luglio Follonica-Milano-Madrid. Partimmo da Milano con un volo Iberia, facemmo tappa a Madrid dove dormimmo in un hotel a 4 stelle fatiscente come capita quando il prezzo dell’hotel è incluso in quello del biglietto. Spendemmo l’equivalente di circa 500 € a testa per il biglietto andata e ritorno, mentre oggi il prezzo si aggira sui 650 €. Non ci fecero lo sconto per il bagaglio: uno zaino a testa e ognuno pesava meno di sette chili, l’ideale per muoversi rapidamente, ma non per portare vestiti pesanti. In verità mi ero premunito, ma mia figlia aveva altre idee in testa e volle viaggiare in pantaloni corti e maglietta, almeno i primi giorni.

10 Luglio Madrid Lima. La mattina dopo partimmo da Madrid per Lima. Ci eravamo alzati presto ed avevamo fatto un giro per Madrid, ma avevamo appuntamento per il pullman che ci portò all’aeroporto. Il volo in business classe, scontato perché last minute, è un’altra cosa. Hai un cameriere che ti serve i pasti e versa il vino, ti danno riviste pregiate da leggere, ti forniscono le pantofole e il nécessaire per il bagno. Gli zaini erano nella stiva dell’aereo e nessuno avrebbe pensato al nostro modo un po’ zingaresco di viaggiare. In una rivista trovai molte notizie sul Perù e mi feci un’idea dell’itinerario. Non avevo preparato niente. Anni dopo sarei diventato pignolo e avrei previsto un viaggio nei minimi particolari, ma allora un refoulement de jeunesse mi prese e con incoscienza somma partii. A Lima ci affacciammo fuori dell’aeroporto dove un esercito di tassisti urlanti attendeva il turista. Diventai prudente e rientrai nell’aeroporto dove avevo visto che si poteva prenotare un hotel e un mezzo di trasporto, un piccolo pullman che attendeva fuori in un zona protetta. Era buio e della notte è bene diffidare. Durante il tragitto feci attenzione alle strade, d’altro canto l’hotel era vicino all’aeroporto. Ricordo che faceva freddo nella camera, ma dormimmo profondamente.

11 Luglio Lima Arequipa. Dopo colazione ci recammo a piedi all’aeroporto. Ritrovai la strada con facilità. Mia figlia era sempre in pantaloni corti e ebbi l’impressione che dai colectivos (piccoli pullman stracolmi di persone) le urlassero qualche cosa, ma poi capii che indicavano solo la direzione. Anni dopo avrei utilizzato quel mezzo di trasporto in Messico, ma in quel momento un po’ di stanchezza mi faceva diffidare. Inoltre l’aeroporto non era lontano. Trovai due posti in un aereo per Arequipa e, dopo un viaggio di circa due ore, arrivammo ad Arequipa. L’aereo era piccolo e vecchio, viaggiavamo pericolosamente vicino alle montagne delle Ande. Le due cose ci fecero decidere di utilizzare solo pullman e di dire addio agli aerei peruviani. All’arrivo avevo buttato via il cartellino appiccicato allo zaino e fui fermato da un tizio che mi volva sequestrare il bagaglio. Ritornai indietro al cestino e gli detti il tagliando, pensando che mi volesse derubare. Quando uscimmo dall’aeroporto vedemmo la cima innevata del Misti che arrivava a 6.000 metri ed era innevata. Accanto si trovavano altri due monti, sempre della stessa altezza, il Chacani e il Pichu-Pichu. Avevo letto che Arequipa era a 2.500 metri di altezza. Mia figlia gelava per il freddo. Prendemmo le maglie di lana, ma le gambe restarono non protette. Un tassista si offrì di accompagnarci in città e, dopo una discussione sul prezzo, ci accompagnò ad un hotel di sua conoscenza, di recente costruzione e poco costoso. Un cameriere di bassa statura, come la maggior parte dei Peruviani, si precipitò a prendere gli zaini. Quando gli detti un dollaro di mancia fece un balzo di gioia e toccò il soffitto con un dito. Non avevo ancora presente che in Perù, come in molti paesi del mondo, un dollaro è il guadagno medio di un giorno. Lasciati gli zaini in albergo andammo a fare un giro in città raggiungendo la Plaza Mayor o Plaza de Armas che si trova nel centro storico della città. Circondata da chiese, a cominciare dalla Cattedrale con portici ad Est, Sud ed Ovest, la Chiesa ha sofferto dei numerosi terremoti che hanno colpito la Cattedrale come la maggior parte degli edifici della città. Al centro della piazza una fontana in bronzo con una statua dà un ulteriore tocco caratteristico all’insieme architettonico.

12 Luglio Arequipa.(Santa Catalina). Andammo alla stazione di Arequipa perché avevamo letto che c’era un treno che raggiungeva Puno, ma l’impiegato ci informò che il treno faceva servizio solo una volta la settimana. Raggiungemmo la stazione dei pullman e prendemmo visione degli orari: il pullman partiva o la mattina presto o la sera. Ingannammo il tempo visitando varie chiese tra le quali la cattedrale. Pranzammo e tornammo in hotel. Due ore di sonno ristoratore e poi di nuovo fuori a visitare il convento di Santa Catalina. Si tratta di una serie di edifici che coprono una superficie di 20.000 metri quadrati con tre chiostri e un centinaio di celle disposte su sei strade. Ci sono diverse sale e settori. Non usufruimmo dell’illuminata spiegazione delle guide salvo ascoltare brani di spiegazione in varie lingue perché non avevamo troppa fiducia sul sapere dei “Ciceroni” di turno, come potemmo verificare nel seguito del viaggio. Restammo nella zona centrale della città, cenammo e poi, non avendo niente di meglio da fare, andammo al cinema a vedere “Mission impossible 1” in inglese con sottotitoli in spagnolo. La notte dormivamo come angeli finché una scossa di terremoto ci svegliò scuotendo i letti a sinistra e a destra. Sentivamo fuori urla di terrore, ma io mi girai e riaddormentai coinvolgendo nella mia scelta di padre incosciente la giovane figlia. La mattina a colazione ironizzavo con i camerieri: “El tremblor sin timor”. Avevo poco da scherzare, l’anno successivo al nostro viaggio un terribile terremoto coinvolse l’intera città.

13 Luglio Arequipa-Puno. Partimmo dall’ hotel con gli zaini, lasciando una mia camicia nell’armadio perché avevo portato con me solo vecchie camicie da buttare dopo l’uso. Mentre ci allontanavamo il cameriere del dollaro ci raggiunse di corsa con la camicia senza sapere che non ci faceva un piacere. “Al prossimo hotel”, dissi alla camicia dura a morire. Mangiammo, continuammo a passeggiare e poi raggiungemmo la stazione dei pullman. Devo confessare che i miei appunti sono molto sintetici e non dicono che cosa facemmo ad Arequipa nel tempo intercorrente tra l’uscita dall’hotel e la partenza del pullman, ma quello che la memoria non conserva è evidentemente poco importante, Il nostro mezzo di trasporto era arrugginito, ma questo era quanto passava il convento. Le persone che salivano erano vestite pesantemente e portavano coperte su coperte. Nella prima parte del viaggio funzionò il riscaldamento, ma nella seconda cominciò il freddo, sempre più acuto. Ci coprimmo con le maglie di lana e i giacchetti che avevamo negli zaini, ma non bastavano. Quando ci fermammo durante la notte andammo a bere qualche cosa di caldo e ci toccò la tisana nazionale: il mate fatto con foglie di coca. D’altro canto Puno è a 3.800 metri di altezza e la bevanda di quei luoghi è funzionale a vincere il mal di testa che deriva dall’altitudine. Un’altra usanza locale ci colpì: una giovane viaggiatrice a piedi nudi allargò la gonna accovacciandosi e si mise ad orinare in mezzo ai viaggiatori che rientravano nel pullman. La giovane restituiva alla terra, Pachamama secondo la religione Inca, quanto la terra le aveva dato. Secondo la lingua quechua mama significa madre e pacha mondo o terra. Mama Pacha è la dea della fertilità che presiede all’agricoltura. L’altra divinità è il marito Pacha Camac o Inti. Con la conversione religiosa al cattolicesimo Pachamama, in una forma di sincretismo religioso, è stata unita nel culto alla figura della Vergine Maria. Un gentile signore mi spiegò questo ed altro davanti al posto di ristoro a zero gradi di temperatura. L’altro riguardava Fujimori e la rivolta delle montagne, ma il freddo mi aveva ibernato il cervello, la mia conoscenza dello spagnolo era all’epoca limitata e non feci molto caso alle idee rivoluzionarie di quel signore.



14 Luglio Puno (Sillustani). Quando arrivammo a Puno eravamo gelati. Cercarono subito di requisirci per venderci un pacchetto turistico alle sei del mattino. Dopo aver mandato a quel paese un paio di Peruviani, accettai l’invito di un terzo la cui faccia mi ispirava fiducia. Salimmo in un taxi che ci portò ad un albergo senza riscaldamento. Mia figlia cominciò ad urlare con quanto fiato aveva in gola e ci trasferimmo ad un secondo hotel dove c’era nella stanza una stufa elettrica. I padroni dell’hotel ci offrirono una colazione a base di mate di coca, pane e marmellata, colazione che non rientrò nel conto finale. L’unico difetto, grave, era che dai rubinetti non veniva a acqua calda, nonostante che la padrone di casa ci dicesse: “agua caliente”, facendo schioccare un bacio con le labbrone peruviane sulle dita della mano grassoccia. Mia figlia l’avrebbe accoltellata dopo aver fatto una doccia fredda in attesa dell’acqua calda promessa. Riuscimmo comunque a dormire al tepore relativo della stufa elettrica e ben coperti fino alle 11 del mattino.
Quando ci alzammo trovammo il manager turistico peruviano, un brav’uomo che parlava solo spagnolo, che aveva atteso le sue galline dalle uova d’oro per proporre due itinerari, uno nel pomeriggio ed uno per il giorno seguente. Chiese il pagamento in anticipo, gli feci scrivere e firmare una ricevuta e ci salutammo. Avevamo tempo fino alle 14 e girammo il mercato di Puno collocato lungo la ferrovia e, anche, sui binari con scene comiche quando arrivava uno dei pochi treni della giornata. I proprietari del banco dove erano collocati gli oggetti di vendita lo spostavano all’arrivo del treno per poi ricollocarlo nello stesso punto. Comprai un berretto stile militare per coprire la calvizie e due maglioni di lana di alpaca a poco prezzo. Andammo successivamente in un ristorante che ci avevano consigliato, cosa che generalmente evito. Nel ristorante un gruppo di uomini suonava musica locale vestito in costumi tradizionali. La cosa peggiore furono i Tedeschi: vestiti come se dovessero scalare il Monte Bianco formarono una tavolata e la guida cominciò a leggere ad alta voce il menù in spagnolo traducendo successivamente in tedesco con qualche battuta e grandi risate dei turisti. Trenta minuti di agonia; consumammo il minimo indispensabile e corremmo fuori a comprare del pane con il quale ci facemmo dei panini. Alle 14 salimmo su un piccolo pullman di dieci posti mia figlia, lo scrivente e otto Tedeschi. Raggiungemmo Sillustani che si trova a circa quaranta chilometri da Puno. Sillustani è un cimitero di epoca anteriore agli Incas che si affaccia sul lago Umayo. Le tombe sono delle torri delle quali solo una parte veniva occupata dal defunto, mentre la parte rimanente veniva riempita da pietre. La guida ci raccontò che erano ricoperte di oro che era stato portato via dagli Spagnoli una volta trasformato in lingotti. La veridicità della notizia non l’ho riscontrata da nessuna parte. E’ vero che gli Spagnoli rubavano l’oro agli Incas per poi essere derubati a loro volta dai pirati inglesi, è vero che la Spagna subì un vero crollo economico alla fine del 1500 a causa dell’oro e dell’argento peruviano e messicano perché l’immensa ricchezza arrivata bloccò buona parte delle attività produttive del paese, ma che la cultura Kolla avesse fatto ricoprire i chulpas di oro, questa è una leggenda metropolitana. Probabilmente nelle tombe sarà stato trovato qualche monile, ma questo è un altro discorso. La guida, non contenta, cominciò a raccontare che l’aria del luogo aveva un potere magico ed invitò i turisti a prendersi per mano in cerchio intorno ad uno dei tronchi di cono rovesciati e a respirare profondamente. Mia figlia, lo scrivente e un Tedesco ci mettemmo da un lato a guardare i cretini che facevano il girotondo. La guida mi avvicinò chiedendomi se nella borsa tenevo un compasso. Voleva forse dire che avevo troppo esprit de géometrie e poco esprit de finesse, ammesso e non concesso che conoscesse Pascal. Gli risposi che non ero venuto in Perù a fare la scimmia per i Peruviani. Forse per questa ragione evitiamo le visite guidate. Ritornammo a Puno e cenammo. Non ho appunti sui singoli pasti, ma sui vari tipi di cibo: lomo saltado, lomo fino, pescado, arroz y mariscos. Qualche piatto esprime l’incontro della cultura cinese con quella criolla.Uso il termine criollo che indica una casta sociale perché di uso comune.

15 Luglio (Lago Titicaca). Il nostro manager turistico attendeva il nostro risveglio per portarci al piccolo porto dove si trovava l’imbarcazione dove saremo saliti per la visita del lago Titicaca. Eravamo turisti di diverse nazionalità, erano presenti anche due cinesine di Hong Kong e un turista belga attori di due episodi che racconterò. Il personale di bordo era rappresentato da una guida e dal timoniere il quale ci spiegò che l’acqua del lago Titicaca era buonissima, la raccolse nell’incavo della mano e la bevve. Più tardi per migliorarne la qualità ci orinò, ma questo è un altro discorso. Il Titicaca è un lago immenso diviso tra il Perù e la Bolivia con diverse isole abitate. Eravamo diretti verso una di esse, ma prima facemmo tappa alle isole galleggianti abitate dalle tribù degli Uros. Le isole sono formate con una pianta di nome totora, così come le barche messe a disposizione dei turisti. Gli Uros, ci raccontò la guida, vivono, mangiano e dormono sulle isole. La sera incontrai tutti gli Uros, che avevo visto il mattino, nell’ufficio del nostro manager turistico. Mi dissero che non erano mica tanto scemi da prendersi l’umidità della notte a 4.000 metri e preferivano le loro solide case in muratura. Il viaggio in barca ci portò all’isola di Taquile. All’approdo tutti si precipitarono in bagno e mia figlia fu l’ultima. Il gabinetto consisteva in un buco scavato per terra dal quale usciva un fetore mortale. Quando ci accingemmo a salire i 540 gradini che ci conducevano alla cima ci accorgemmo che il gruppo era distante. Affrettammo il passo, ma, nonostante il nostro allenamento di maratoneti avemmo presto il fiatone. Per colmo di sventura e vergogna una vecchietta ottantenne con un’enorme fascina di legna sulle spalle ci sorpassò. Raggiungemmo il gruppo di turisti ed andammo al ristorante. L’unica cosa che ricordo del pranzo fu la muña offerta come prelibatezza alle cinesine. Come in un film comico vidi il vapore uscire dalle loro orecchie e dal loro naso. Ci volle del tempo prima che fossero ricondotte alla realtà. Ho poi letto che la muña è una pianta comune nella cultura culinaria del Perù, ma non la consiglio a nessuno. Dopo il pranzo ognuno girò per conto proprio per l’isola e ci si ritrovò tutti, meno il turista belga, alla barca. Questi aveva lasciato anche la propria giacca sul sedile da lui occupato, cosa non consigliabile a 4000 metri di altezza. La guida decise di partire, aveva i suoi orari. Gli detti del delinquente e lo diffidai dall’appropiarsi della giacca, ma fu irremovibile. Il Belga parlava solo francese e fiammingo e, probabilmente, non aveva capito niente dei discorsi della guida. La sera andammo dal nostro manager che aveva prenotato il viaggio per il giorno seguente a Cusco e fummo informati che avremmo trovato un’altra guida a Cusco. Salutammo il nostro amico e tutti gli Uros presenti ed andammo a cena.

16 Luglio Puno-Cusco (Cattedrale, Corincacha). Il pullman che prendemmo era decente, l’unico in buone condizioni tra tutti quelli utilizzati durante il viaggio. C’era anche la televisione collegata a un lettore di CD e vedemmo “la vita è bella” di Benigni. Eravamo gli unici a capire le battute in italiano e gli altri passeggeri, per non passare da stupidi, cominciavano a ridere quando ci vedevano spalancare la bocca per una risata. Anche per le ultime scene molto tristi. Oltre all’autista erano presenti come personale di bordo un apprendista autista ed una hostess. Mancava la guida dei tours turistici e si sarebbe stati al completo. Era la piena occupazione di Fujimori a zero soles per una parte dei lavoratori( il sole è la moneta locale che equivale a circa 30 centesimi di euro al cambio di oggi). A Cusco ci aspettava la manager turistica alla quale il nostro amico aveva venduto le galline dalle uova d’oro. Con un taxi fummo portati in un mediocre albergo e concordammo le visite a partire dal pomeriggio. Feci scrivere in modo articolato quanto la pregiata ditta della signora offriva con relativa firma e data. Dal momento che avevamo tempo prima di pranzo decidemmo di andare a vedere il santuario più importante degli Incas, il Coricancha intitolato al Inti, il dio Sole. Purtroppo sopra l’edificio Inca gli Spagnoli hanno costruito un Convento intitolato a San Domenico. Dal momento che avevamo tempo leggemmo tutti i cartelli con indicazioni precise che ci permisero di conoscere le funzioni dei diversi locali e di identificare l’altare dei sacrifici. Così Vercilago de la Vega descriveva il Coricancha: “La porta principale del tempio era orientata a nord così come si vede oggi, ma vi erano anche ingressi secondari. Tutte erano rivestite di lastre d’oro a guisa di facciata. All’esterno del tempio, nell’estremità superiore delle pareti, correva un fregio d’oro consistente in una tavola larga più di una vara’, che cingeva al modo di una corona tutto il tempio”. Dopo il viaggio cercai a Madrid il libro ” Comentarios Reales de los Incas” di Garcilaso de la Vega. Si trova gratuitamente su Internet nell’originale spagnolo. Mia figlia ed io fummo entusiasti della visita al tempio ed andammo a mangiare in un buon ristorante del centro di Cusco. Io mangiai bistecca di alpaca con patate e mia figlia, non so per quale ragione, alpaca al tamarindo, carne fatta bollire nel succo di tamarindo. Quando le portarono il piatto ebbi da ridire sulla scelta perché in viaggio non mangio mai pasta in brodo, minestroni o comunque cibi restati in un liquido a 30° perché basta niente per creare un ambiente favorevole a virus. Inoltre a Puno avevamo visto al mercato interi alpaca scuoiati portati a spalla sul banco del macellaio e coperti da mosche. Noi non possedevamo nell’intestino o comunque al nostro interno degli anticorpi tali da combattere i virus peruviani. Tranquilli, comunque, andammo a fare le prime visite in città previste dal nostro nuovo manager turistico. Il pomeriggio saremmo andati alla Cattedrale e, successivamente, al Coricancha. La parte della Cattedrale che prima era la Chiesa del Trionfo e il nucleo iniziale dell’edificio era in rifacimento. Gli interni erano barocchi con quadri dell’epoca. Quando la guida sbagliò secolo e descrizione mia figlia gli fece un lungo discorso in inglese dimostrando insolite competenze in storia dell’arte e lasciandolo allibito. Ci spostammo al Coricancha dove ci aspettavamo una descrizione da parte della guida più esauriente di quanto avevamo potuto apprendere la mattina dalla lettura dei cartelli. Raccontò invece un mare di cavolate soffermandosi, ricordo, sul ritrovamento di una lattina di Coca Cola sotto le macerie di una parte del tempio. L’unica cosa interessante che disse fu il riferimento alla direzione della luce del sole nel tempio il quale veniva attraversato tutto dal dio Inti. Passeggiamo poi un po’ per la città, cenammo e tornammo all’hotel.

17 Luglio Cusco (Saqsaywaman). La mattina dopo la dedicammo alla visita di Cusco. Cominciammo dalla Plaza de Armas che originariamente era molto più grande, ma che era stata divisa in due parti da una serie di edifici costruiti dalla parte opposta alla Cattedrale credo dopo il terremoto del 1950. Da una lato della piazza si trova la chiesa della Compagnia di Gesù che risale al 1576. La facciata è divisa in tre parti con due torri simmetriche alla parte centrale e numerose finestre. L’interno è in barocco con l’altare coperto da una lamina d’oro. Vicino si trova la Calle Hatun Rumiyoc con la muraglia incaica appartenuta al Palazzo dell’Inca Roca. Sulla sinistra della chiesa della Compagnia di Gesù trovammo via Loreto che è una delle più affascinanti strade della Cuzco preispanica. Le mura ai lati sono ancora quelle originali del tempo degli Incas. Cuzco è ricca di edifici religiosi, chiese e conventi, tutti in un’elegante architettura coloniale con ricche collezioni di quadri. Visitammo anche la chiesa e il convento della Merced, ma mia figlia ebbe dei forti dolori di pancia ed ebbe bisogno di un bagno che trovammo proprio di fronte alla chiesa della compagnia di Gesù. Fu l’inizio di un lungo calvario perché la diarrea perseguitò, a momenti alterni, la povera ragazza fino a Lima, Era la maledizione di Atahualpa, l’imperatore inca fatto uccidere da Pizarro, che colpiva gli Europei. Ci fermammo al ristorante di fronte alla chiesa della compagnia di Gesù per mangiare con la bella vista del monumento davanti agli occhi. Nel pomeriggio un pullman ci aspettava per portarci a Saqsaywaman come si scrive in lingua quechua Sacsayhuamán . Si tratta di una fortezza cerimoniale con muri formati da pietre gigantesche a due chilometri da Cusco ad un’altezza sul livello del mare di 3.700 metri mentre la città si trova a 3.400 metri. Il paesaggio è molto bello, bisogna camminare per vedere e dato che la guida era un buon marciatore i turisti facevano fatica a seguirlo; così mia figlia ed io potemmo fare una miriade di domande a nostro piacimento. Per il folklore locale ci venne spiegato che la forma della costruzione corrisponde alla testa di un puma. Oltre al puma gli altri quattro animali sacri agli Indios sono il condor, l’alpaca, il serpente e la rana. Hanno cercato più volte di spiegarci che le città sono state costruite nella forma di uno dei cinque animali come il Machu Picchu che ha la forma di un condor, mentre il lago Titicaca ha la forma di un puma (in questo caso ci ha pensato la natura). Quello che la guida non riusciva a spiegare era come da cave lontane molti chilometri fossero state trasportate pietre così gigantesche e come avessero fatto a sovrapporle in un modo così preciso. Gli Incas non conoscevano la ruota e l’alfabeto, erano invece astronomi molto abili, ma l’astronomia non solleva le pietre, specialmente se sono alte 9 metri. Nella parte superiore della fortezza si trovano tre torri: Muyumarca, Sallacmarca e Paucamarca. La prima è di forma cilindrica, è alta 12 metri ed ha un diametro di 22 metri. La seconda è quadrangolare e permetteva di dominare dall’alto tutta Cusco, la terza, sempre di forma quadrangolare, si trova dalla parte opposta di Sallacmarca. Per la gioia dei turisti il 24 giugno viene organizzata una festa che abbiamo visto anni dopo alla televisione. La visita ci piacque molto. La sera la figlia ebbe la brillante idea di andare in un ristorante quechua frequentato solo dai locali, non mangiò niente mentre lo scrivente finì i suoi piatti. La portai allora a mangiare la “tarta de manzana” in un bar elegante del centro e fu contenta. Ma la maledizione di Atahualpa la colpì durante la notte.

18 Luglio Cusco (Ollantaytambo). Intera giornata da dedicare alla valle sacra degli Incas. La prima mera è Ollantaytambo che si trova a 75 chilometri da Cusco. Nel 1.500 fu testimone dello scontro tra Spagnoli ed Incas. Attraverso una lunga scalinata si sale fino alla sommità dove si trovano i resti di un tempio. Sulla montagna di fronte è visibile una costruzione che costituiva un deposito alimentare. La città era la porta di ingresso alla Valle Sacra. Le pietre servite per la costruzione sono state trasportate dall’altra riva del fiume Urubamba facendo rotolare dei tronchi di albero sopra i quali erano appoggiati gli enormi massi. Percorrendo al contrario il solito viaggio previsto per i turisti ci fermammo poi ad Urubamba per il pranzo. La comitiva era formata dai turisti del pullman. La guida parlava inglese e spagnolo e forniva notizie essenziali con tono professionale. Nel pomeriggio raggiungemmo Pisac della quale è noto il mercato e possono essere visitate alcune rovine. Pisac è all’altro ingresso della valle Sacra. I viaggi guidati non sono la nostra passione e ricordiamo ben poco della giornata.

19 Luglio Cusco (Machu Picchu). Il viaggio ad una delle sette meraviglie del mondo era stato organizzato dalla nostra manager che il giorno prima ci aveva anche dato i biglietti per il pasto. Tutta l’organizzazione ci dava un certo senso di soffocamento. Il treno per Machu Picchu ricorda l’epopea americana della nuova frontiera. La ferrovia non è fornita di cremagliera e il treno, per superare un dislivello, deve prendere la rincorsa. Se non ci riesce al primo tentativo torna indietro e riparte. Sul treno c’erano delle hostess che non facevano niente, ma sorridevano stupidamente. Questo era il loro lavoro. Liberi da comitive ci godemmo il viaggio. Mia figlia parlò a lungo in tedesco con una signora sorprendendomi sul come aveva acquisito la conoscenza della lingua in solamente due anni di studio. Ad Aguas Calientes prendemmo un pullman piuttosto affollato per arrivare alla cittadella. Probabilmente non era quello prenotato dalla manager, ma nessuno guardò i biglietti. Arrivati alle porte della cittadella ci fermammo ad ammirare il panorama dall’alto accanto ad una capanna costruita secondo gli antichi sistemi degli Incas, con il tetto di paglia e i muri in adobe (mattone fatto di acqua e argilla). L’insieme del complesso lascia estasiati per la bellezza del luogo. Ci intruppammo poi nella prima comitiva che trovammo con guida parlante spagnolo, mentre la nostra sarebbe stata con guida parlante inglese e doveva ancora arrivare. Riesco ad apprezzare un sito archeologico quando c’è silenzio e poca folla. Devo dire che il vantaggio temporale acquisito sui passeggeri del treno ci permise di usufruire come volevamo del sito, almeno inizialmente, nel tratto tra la porta di ingresso principale, il templo de las tres ventanas e il tempio osservatorio del sole o Torreon. La cittadella non è grande e, devo dire, una parte era in rifacimento con muratori che innalzavano i muri di alcune case seguendo un loro criterio. Mi ricordavano altri muratori in Italia che rifacevano i merli di un castello secondo le indicazioni di un libro delle elementari del figlio. Sul lato della collina ci sono dei terrazzamenti. Li ricordo bene perché alla figlia presero forti dolori di pancia e, scartata l’idea di lasciare un ricordo all’interno di un’antica abitazione “abilmente” rimodernata, ci precipitammo lungo la collina al centro servizi. Mentre mia figlia si dirigeva nei bagni trovai un dottore al quale spiegai la situazione prima in spagnolo e poi in inglese. Il dottore mi rifornì di due pastiglie e di una polvere da sciogliere nell’acqua per riequilibrare la flora intestinale. Acquistai una bottiglia d’acqua a prezzo astronomico. Accanto a noi passarono i reduci del cammino degli Incas con gli sherpa che portavano un carico superiore al loro peso. Erano tutti abbastanza provati dalla loro impresa sportiva. Tornammo a vedere la parte bassa della città e la plaza alargada costruita su terrazze, ma la folla era notevolmente aumentata. Durante il ritorno, nonostante le pasticche, la figlia ebbe un altro attacco. A Cusco trovammo una farmacia che ci vendette altre pastiglie a numero e non a confezione, tragedia dei paesi poveri che non possono sprecare i medicinali!

20 Luglio Cusco-Abancay-Nasca. La mattina ci svegliammo alle sei. Il portiere dell’albergo sosteneva che non avevamo pagato. Gli feci vedere la ricevuta della nostra manager che fu svegliata ad ora antelucana e confermò che sarebbe passata di buon mattino a saldare il conto. Appena usciti trovammo subito uno dei mille taxi della città e il tassista ci portò alla stazione degli autobus. Dovemmo accettare un biglietto che ci portava fino ad Abancay, dove avremmo dovuto prendere un altro pullman per Nasca, ma perdemmo la coincidenza. Durante il viaggio trovammo un pullman elegante di turisti tedeschi preso a sassate dalla collina sovrastante. Noi del gruppo peruviani, invece, fummo ignorati dai dimostranti che emulavano gli antichi Incas i quali avevano decimato in questo modo le truppe spagnole. Abancay, dove arrivammo sani e salvi, offriva la vista di una cittadina povera con capanne coperte da lamiera. Cittadina non turistica senza particolari attrattive dove capitammo per caso. Le cose che ci divertirono furono due: la corsa pazza di un maiale tra le auto inseguito dal padrone e il computer dove scrivemmo i nostri nomi per l’acquisto del biglietto per Nazca. I tasti erano talmente consunti che non si leggevano e le tastiere spagnole non corrispondono a quelle italiane. Cercai dove trovare riso da mangiare per la figlia che continuava a stare male e ripiegammo su un ristorante cinese. La sera, quando il pullman fece tappa ad una locanda, mangiammo lomo saltado che contiene riso sperando di calmare i dolori di pancia. La notte dormimmo tranquilli in pullman anche perché la temperatura era più calda. Il pullman era pieno fino all’inverosimile con gente in piedi che durante la notte si era sdraiata per terra dormendo tra i piedi miei e quelli di altri passeggeri. Odori strani venivano emanati da vestiti poveri di persone che andavano a Lima facendo venti ore di viaggio.

21 Luglio Nazca (Cahuachi), Raggiungemmo il centro della città di Nazca dove nella piazza principale si trovavano due alberghi. Ne scegliemmo uno e ci mettemmo a dormire. Eravamo arrivati alle 6 del mattino ed avevamo sonno dopo il viaggio in pullman. Alle otto del mattino sentii bussare alla porta e mi si presentò un tizio di un’agenzia turistica che mi propose una viaggio in aereo sopra las lineas. Risposi che non ero interessato, ma accettai di andare alla città cerimoniale di Cahuachi. Anticipai 100 soles, feci firmare una ricevuta e tornai a dormire. Nazca si trova a 588 metri di altezza sul livello del mare e rispetto a Puno e Cusco faceva caldo. Alle 11 aspettammo il nostro autista che non si presentò. Fiutando l’imbroglio andammo a parlare con la direzione dell’albergo chiedendo se i ladri e i truffatori avevano libero accesso alle camere dato che avevo trattato con il presunto autista nella hall davanti agli impiegati dell’hotel. Mia figlia sembrva contenta: “We’ll go to the police”, diceva con aria tranquilla avviandosi verso la porta di uscita. Il Direttore dell’albergo che era arrivato subito chiamato dagli impiegati inseguì mia figlia alla velocità che gli concedevano la pancia prominente e le gambette corte: “No, senorita, no lo hagas por favor”. Non lo faccia, per favore. Guardammo con aria interrogativa la faccia sudaticcia dell’uomo. Ci recuperarono rapidamente due conoscenti del truffatore che si scusarono e ci dissero che ci avrebbero portato loro a Cahuaci nel primo pomeriggio e gratis recuperando dal truffatore la somma da me pagata. Così avvenne. Cahuachi è stata studiata dall’archeologo italiano Prof. Giuseppe Orefici e si trova a circa 30 chilometri da Nazca. Ci arrivammo su una Cadillac che era senza sospensioni ed aveva raggiunto da tempo i venti anni. Cahuachi fu il centro della cultura Nazca della quale rimangono ceramiche, monili, mummie essiccate ed i famosi geoglifi noti in tutto il mondo. Le costruzioni in adobe sono andate distrutte, ma restano tracce di legno di guarango che faceva da sostegno per le porte e finestre. Nei silos sotterranei sono stati trovati semi e ceramiche. Il più giovane dei due accompagnatori finse di trovare dei pezzetti di ceramica e ce li regalò. La mattina dopo ne vedemmo la provenienza. Vedemmo il Tempio Scalonato, la Grande Piramide e i monticelli in adobe. Ritornammo a Nazca dopo esserci dato appuntamento per il giorno seguente. A Nazca non vidi gruppi di giovani riuniti davanti alle civette di giornali, muti e arrabbiati per la truffa elettorale di Fujimori come era accaduto a Puno e a Cusco. In compenso assistetti ad una parata di bambini delle elementari che marciavano a passo d’oca per la parata del 28 luglio, il giorno che celebrava l’indipendenza del Perù e che sarebbe stato l’inizio della rivolta.

22 Luglio Nazca (Cantayo)-Lima. Alle 8 aspettavo le due guide del giorno prima, ma venne solo il meno giovane che per quanto era stato taciturno il giorno precedente diventò loquace quella mattina. Ci raccontò che avevano messo le mani addosso a Luis, il truffatore, e così era stata fatta giustizia alla peruviana, ci raccontò, mentre facevamo colazione, della sua vita a Nazca e del caldo insopportabile durante l’estate. Parlava pacatamente in spagnolo e capimmo tutto. Partimmo per l’acquedotto di Cantayo e ci raccontò del terremoto che aveva distrutto Nazca nel 1926. Facendo i conti dei terremoti, Arequipa 2001, Cusco 1950, Nazca 1926 Pacha Mama, dea dei terremoti ogni tanto deve essere piuttosto nervosa. Sembra che risparmi solo le costruzione degli Incas, forse perché le uniche costruite a regola d’arte. Sempre per parlare di abilità tecnivhe anche la civiltà preincaica ci avevo messo del suo costruendo degli acquedotti che ancora forniscono acqua a una regione desertica. Le acque risalgono dalle falde acquifere mediante dei condotti a spirale che la guida ci fece vedere aprendo uno degli “ojos de agua”, dei pozzi che portano alla superficie il prezioso liquido. La spirale funziona da filtraggio e rende l’acqua potabile. Ho letto che le spirali si ispirano alla costellazione di Orione, ipotesi suggestiva non falsificabile, direbbe Popper, La guida ci portò poi a vedere dall’alto di una collina una delle “lineas” disegnata sul silicio, mentre le altre sono disegnate sul basalto. Si trattava del “Centro di implementos textiles2, molta antica. Senza salire sull’aereo le linee sono visibili dalle alture circostanti. La guida ci raccontò la storia dell’archeologa tedesca Maria Reiche che curò per tutta la vita la conservazione delle “lineas”, storia che conoscevo già e che mi fu confermata. La guida ci portò poi ad un sito “Los Paradones” non noto e per un breve periodo mia figlia ed io ci godemmo il piacere della scoperta di luoghi non visitati dai turisti raggiungendo l’osservatorio astronomico collocato nel punto più alto. Il cielo di Nazca è puro, senza inquinamento, e favorisce la visione notturna delle stelle. Come ciliegina sulla torta finimmo il viaggio di due ore in un centro artigianale dove si fabbricano vasi finti con colori originali, ma non avendo spazio negli zaini e temendo la dogana non comprai neanche una statuetta. Al ritorno in hotel, anzi, prendemmo gli zaini e a piedi arrivammo alla stazione dei pullman in tempo per prenderne uno per Lima. Durante il viaggio la figlia ebbe il solito attacco di mal di pancia per ben due volte, ci toccò far fermare il pullman. Subì anche un attacco di perros randagi mentre cercava un posto per le sue necessità. Per caso sentii che le due persone che si trovavano nei sedili di dietro parlavano francese, lingua che conosco bene. Ci attaccai discorso con loro grande piacere ed una di loro mi fornì due pasticchine per il disturbi della figlia. Ne bastò una e l’incubo finì. I due erano belgi e fidanzati, l’uomo un dottore specializzato in oftalmologia che faceva pratica con i Peruviani, la fidanzata, invece, mi ricordava il disperso di Taquile. Mi fu raccomandata per il viaggio di ritorno in aereo, ma le fui poco utile perché arrivò all’aeroporto molto prima di noi e sbrigò le sue pratiche in anticipo, finendo all’ultimo posto dell’aereo, il più scomodo, per ragioni che mi restarono ignote.

23 Luglio Lima (Miraflores, centro). Dopo un viaggio così avventuroso dormimmo in un hotel a quattro stelle nel quartiere Miraflores, l’hotel Contado. Pagammo 100 dollari, oggi sarebbero 116, ho controllato, non molti per un quattro stelle. Avevamo risparmiato molto in precedenza. Era anche il giorno del mio compleanno e mi feci il regalo di un bel bagno caldo in vasca e di una colazione con i fiocchi. Guardammo anche la televisione, onnipresente in Perù, con solo telenovelas e notizie locali. L’albergo era invece collegato alla parabola e potemmo aggiornarci seguendo la CNN. La mattina andammo a vedere l’Oceano Pacifico e i surfisti che ne affrontavano le onde. Fummo anche inseguiti da due malintenzionati, ma quando puntai il raggio laser del mio portachiavi sul viso di uno dei due, si allontanarono in tutta fretta. Restammo in hotel fino alle 11 e poi ce ne andammo verso il centro dove vedemmo il palazzo presidenziale protetto da un carro armato e da mezzi corazzati. Visitammo anche un museo privato scoprendo che solo il 10% delle ricchezze archeologiche del Perù era emersa alla luce. Verso le 19 arrivammo all’aeroporto in taxi, dopo aver visto la bidonville di Lima avvolta nella garua, la sua nebbia perenne mista a gocce di pioggia. Facemmo il nostro viaggio in economy class dormendo.

24 Luglio Lima Madrid Milano. La mattina arrivammo a Madrid. L’aereo per Milano ci sarebbe stato dopo diverse ore e, così, prendemmo un bus ed andammo a fare un giro nel centro della città. Avevo cambiato ad un tasso capestro pochi soldi in pesetas e non facemmo acquisti, nonostante alcune tentazioni. Erano anche 38° e c’era poco da stare allegri. Da Madrid a Milano il viaggio fu breve e una volta arrivati dormimmo in albergo nei pressi della stazione.
25 Luglio Milano Firenze Follonica. L’ultimo tratto di viaggio in treno ci sembrò una passeggiata. Ricordammo le vicende salienti del viaggio, ma non sapemmo se non dopo qualche giorno di averla scampata bella, Però il Perù…vale bene un viaggio non organizzato.

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