Portogallo nel pallone

di Simo –
Ultimamente pare che tutti vadano in Portogallo. Va molto di moda, il Portogallo: è bello, si sta bene, si spende poco, dicono.La Romi poi era da un po’ di tempo che indirizzava la sua immaginazione verso l’ultimo lembo occidentale d’Europa.e allora, dico io, perché no? Se questa volta, quindi, non abbiamo problemi nell’individuazione della meta, sorgono invece una serie di contrattempi riguardo alla tempistica. Ci mettiamo un po’ di tempo (mesi?) a decidere se e quando partire, poi decidiamo, contrattiamo, scegliamo, cambiamo idea, modifichiamo, ma alla fine tutto si risolve e partiamo sul serio! E da quel momento, quasi per magia, tutto scorre liscio come l’olio! Prenotiamo il volo già alla prima proposta perché sin da subito è la migliore che possiamo ottenere: volo diretto Bologna-Lisbona, orario fantastico e prezzo basso. Grandioso. Ciò non toglie che a me prende ugualmente il consueto mal di testa e la solita nausea da volo. E non è finita qui. Perché se apparentemente questa sembra la trasferta meno problematica della storia, in realtà sia io che la Romi siamo parecchio messe male, questa volta. Negli ultimi tempi stress, tensioni e ossessioni di vario genere ci hanno abbrancato senza tregua, così partiamo per il Portogallo solatìo con nervi a fior di pelle e stato emotivo pressoché fuori controllo.cosa ne uscirà? Riusciremo a tenere la sclero entro limiti sopportabili? Comunque iniziamo bene perché il volo dell’Air Portugalia è ottimo. Atterrate a Lisbona siamo abbastanza rilassate e anche piuttosto cariche, ed in questa predisposizione positiva ci avventuriamo sull’Aerobus per il centro. Incredibilmente riusciamo a trovare con facilità la nostra fermata al primo colpo. Inoltre notiamo che le distanze in città sono ridotte rispetto a quanto pensavamo, e questa è una gran bella sorpresa. Comunque l’impatto con Lisbona è più o meno come l’aspettavo: larghi viali sono costeggiati da palazzi chiari costellati da terrazzini e gerani, mentre le grandi strade principali richiamano un’atmosfera anni trenta. Osserviamo che molte grandi piazze e la stazione del Rossio sono in rifacimento, ma soprattutto ciò che ci colpisce è il fatto che ci sia pochissima gente in giro e poche auto per le strade. Sarà perché è sabato,o perché fra meno di un’ora il Portogallo gioca i quarti di finale del Mondiale di calcio contro l’Inghilterra? Bè, è chiaro.Nel frattempo tutto ci viene bene: troviamo in un batter d’occhio l’albergo che si trova in una traversa di Praça de Figueiras: essenziale, economico, con il letto dei puffi ma pulito. Ci sistemiamo e usciamo. Prima missione: organizzarci per domani. La buona sorte continua ad assisterci perché, proprio mentre stiamo analizzando la cartina alla ricerca di un punto informazioni, alziamo lo sguardo e ci troviamo esattamente di fronte ad un ufficio del turismo.

Ma dai! Le impiegate hanno una piccola televisione sintonizzata sulla partita iniziata da poco, però sono gentilissime ed in breve tempo recuperiamo le informazioni di cui avevamo bisogno. A questo punto siamo libere di dedicarci all’esplorazione del Bairro Alto, ma ben presto capiamo che il momento è davvero particolare! Tutti i bar, i caffè, i locali, le pastelerie che si affacciano sui vicoli sfoggiano televisori sintonizzati sulla partita, mentre dai tavolini sistemati direttamente sull’acciottolato turisti e locals soffrono e fanno il tifo. A mano a mano che saliamo e l’incontro entra nel vivo, l’atmosfera si fa sempre più surreale. Noi avanziamo, completamente sole, mentre i vicoli stretti inerpicati sul colle sembrano rilasciare dalle mura boati di disappunto o speranza ad ogni azione di gioco. Proprio in cima, la strada spiana davanti ad un bel giardino e ad un piccolo chiosco, dove hanno sistemato il televisore sopra ad un improvvisato altarino. Il tavolino su cui è appoggiato il televisore è ricoperto con la bandiera rosso-verde, mentre la stessa TV é sormontata da una benaugurante statuina raffigurante la Madonna: non si sa mai! Ad assistere all’incontro ci sono una ventina di persone super-tese. Del resto il gioco si fa duro, si è arrivati ai tempi supplementari, così decidiamo di seguire la conclusione della partita insieme a loro. La fine si fa attendere ulteriormente e si giunge ai calci di rigore.
Gli inglesi sbagliano due volte, il Portogallo segna, raggiungendo così le semifinali mondiali per la seconda volta nella sua storia.e comincia il delirio! Cori, grida e caroselli di auto impazzite sfrecciano tra le stradine del Bairro Alto mentre la gente, sorridente, sciama per i vicoli cantando cori. E’ proprio pittoresco trovarsi in mezzo all’incredibile numero di bandiere rosso-verdi che sventolano dalle finestre dei palazzi, in mezzo alla gente agghindata con magliette e sciarpe rosso-verdi, e davanti alla fiumana di auto e taxi addobbati con bandiere, coccarde, sciarpe e quant’altro. Ed è solo l’inizio di una lunga notte di festeggiamenti! Non c’è nessuno che non indossi i colori della squadra di casa, e il coro “Alé Alé Portugal!!!” si ripeterà all’infinito in ogni angolo, per tutta la notte! Eppure la serata mondiale non è finita qua. A mano a mano che si avvicina l’orario della partita successiva, si moltiplicano le bandiere e le magliette del Brasile indossate da lisbonesi, mulatti per lo più. In attesa del secondo evento della serata, anche se fa più freddo di come immaginavo, io e la Romi ceniamo in un bel localino all’aperto sperimentando porzioni teutoniche e i buonissimi antipasti portoghesi, le entradas. Poi non riusciamo a non farci contagiare dall’entusiasmo che non ha affatto abbandonato la tifoseria local, così rinunciamo ad ogni altra meta e ci infiliamo in un pub con maxi schermo e bolgia colorata. La maggioranza tifa spassionatamente per i fratelli brasiliani, altri forse sentono la rivalità storica perciò affrontano la partita come un derby per procura, tanto che uno sparuto gruppo di invasati ostenta rumorosamente il proprio misterioso tifo per la Francia! A noi viene spontaneo tifare per Ronaldo & C., ma dopo il goal francese all’inizio del secondo tempo, la palla non ne vuole sapere di entrare nella rete del buon vecchio Barthez.
Peccato! Sfidando l’aria fredda io e la Romi affrontiamo la discesa fino al Rossio fra le strombazzate dei clacson, i cori di incitamento e le bandierine rosso-verdi attaccate ai vetri delle auto, che aumentano in maniera esponenziale anziché diminuire con il passare del tempo! A questo punto siamo stanche, stanchissime, e ci dirigiamo verso l’albergo senza ulteriori soste. C’è di buono che la finestra della stanzetta dà sul retro, sul lato opposto alla piazza in bolgia. Meno buono è che, proprio sotto la finestra, un generatore emette con cadenza regolare un rumore d’inferno. Non buono poi è il letto dei puffi, ma se è vero che chi ha sonno dormirebbe anche sui sassi, il lettino minuscolo è il minore dei problemi…

Domenica 2 luglio 2006
Dormire ho dormito veramente poco. L’aggeggio fuori dalla finestra sbuffava ogni quarto d’ora in maniera così indegna che sembrava di averlo sotto al cuscino! Mi sveglio spessissimo, e ad un certo punto mi prende pure un po’ di sconforto perché sembra che questa notte non passi mai. Alla fine anche la sveglia suona, e per una volta le sono grata! Oggi si va in gita fuori porta e, clamorosamente, la nostra organizzazione si rivela quasi perfetta: non è da noi! Metro fino alla stazione Zoologica poi treno interurbano per Sintra. A dire il vero quando abbiamo chiesto dove si trovava la stazione dei treni ci siamo trovate impreparate come principianti. Infatti lo chiediamo ad un simpatico signore coi baffetti, e quando noi diciamo poco convinte “treno” in italiano, o “ferrocarril” in spagnolo, lui ci domanda arguto “Comboios? Comboios?!?” Che cavolo è comboios? Però ci vogliamo fidare, rispondiamo poco convinte “si..comboios..”, seguiamo l’indicazione ed ecco che dall’altra parte della strada si materializza la stazione. Controlliamo sulla guida e ovviamente i comboios sono i treni. Che due babbee che siamo, potevamo controllare prima! Sintra, situata su un’altura in mezzo ad una vera e propria foresta che le dona un clima particolarmente fresco, si rivela molto bella e pittoresca. Nel centro del paese sono numerosissimi i negozietti e i bazar addossati a ristorantini e pastelerie affacciati su vicoli impervi. Una sorta di San Marino con sottofondo di Fado! I dintorni di Sintra offrono diverse possibilità di visita, e tra i vari palazzi e monumenti noi scegliamo di visitare la Quinta da Regaleira. Edificata all’inizio del Novecento, è un posto molto particolare, ispirato all’ideale romantico portoghese dell’epoca. Si tratta di uno strano insieme di costruzioni che nascono e spuntano in modo scomposto nel mezzo della foresta, in modo da realizzare i sogni magici del suo proprietario, tale Antonio Augusto Carcalho Monteiro, che spese quasi tutta la fortuna accumulata con i diamanti brasiliani per la costruzione di quest’opera. L’aria è fresca e il cielo portoghese, incostante, esibisce una dopo l’altra nuvole frettolose, consegnandoci alternativamente brividi di freddo e ondate di calore. Il posto è originale. Seguiamo il percorso sulla cartina di cui ci forniamo all’ingresso, e ripercorrendo le tappe degli affiliati massonici trascorre l’intera mattinata. Ho problemi a salire sulla graziosa torre circolare ma, stranamente, riesco senza difficoltà a scendere il “pozzo degli iniziati” il quale, confluendo in una scurissima grotta, porta ad un imprevisto laghetto e poi all’uscita, tra pareti di roccia. Torniamo nel centro di Sintra osservando di nuovo le cupole e le mura dei vari castelli e palazzi che ci osservano dalle alture circostanti e, soprattutto, notando la vegetazione davvero incredibile, quasi esotica, punteggiata di fiori dai colori accesissimi. La brama di shopping, adulata abilmente dai numerosissimi negozietti, comincia ad impadronirsi di noi, tuttavia decidiamo solo di guardare e di lasciar perdere, per il momento, perché è troppo presto per trascinarci dietro pesi e zavorre! Dopo uno spartano spuntino a base di toast in un localino altrettanto spartano, salutiamo la gradevole Sintra e giungiamo puntuali alla fermata dell’autobus per Cabo da Roca. Attraversiamo un bellissimo percorso lungo la strada litoranea tra microscopici paesini con case dai muri bianchissimi. La vegetazione è ovunque rigogliosa, tanto che forse me l’aspettavo più brulla. Eppure alberi, conifere, fiori e arbusti ricoprono in gran parte i colli, intervallati dai tetti rossi dei paesi e da poche coltivazioni. Cabo da Roca mi è piaciuto molto: è il primo contatto con l’aria salmastra e la vista dell’oceano. C’è la prevedibile folla attorno al monumento che indica la latitudine e la longitudine del punto più occidentale d’Europa, così noi decidiamo di lasciarci alle spalle la stele e la gente, inerpicandoci invece lungo il sentierino sul ciglio del dirupo. Il sole ha deciso di prendersi una momentanea rivincita sulle nuvole rendendo la sosta rilassata e piacevole, mentre ci fermiamo sull’alto strapiombo ad osservare i diversi toni dell’oceano, immaginando a stento le infinite ondate che senza ostacoli lo portano a lambire le coste del continente americano! Ma è già tempo di ripartire. La Romi si fa rilasciare dall’Ufficio del Turismo l’attestato di presenza nel punto “mais occidental de Europa”, quindi proseguiamo la gita facendo uno “scalo tecnico” a Cascais prima di raggiungere Belèm. A Cascais il dio dei turisti imbranati ci viene in aiuto perché stiamo per saltare la nostra fermata, ma fortunatamente la Romi con la coda dell’occhio intravede il segnale che indica la stazione. In zero-due ci scapicolliamo giù dall’autobus, poi non facciamo in tempo ad acquistare il biglietto che c’è già il treno per Belèm sul binario ad aspettarci. Tuttavia il dio dei turisti è un tipo birichino, e sembra voler rovinare il nostro “itinerario perfetto” perché accade che il treno non ferma a Belèm! Quando me ne accorgo io ho un attimo di smarrimento mentre la Romi sembra ancora più confusa di me. Comunque con sangue freddo scendiamo alla fermata successiva, raccogliamo le idee, guardiamo per bene i tabelloni, colleghiamo i pochi neuroni rimastici dopo questa lunga giornata e alla fine riusciamo a cambiare binario, aspettiamo il treno giusto e raggiungiamo finalmente Belèm. E’ già sera.parlando di tempo cronologico perché in realtà qua fa buio verso le dieci! Sta di fatto che camminiamo incessantemente da stamattina e siamo piuttosto distrutte, perciò decidiamo che la nostra sosta sarà di stampo “giapponese”: foto e poi via! Ci trasciniamo controvento fino al Monumento alle Scoperte, a memoria del periodo maggiormente glorioso e prospero del paese. Infatti all’inizio del Quattrocento Enrico il Navigatore organizzò le spedizioni con l’intento di andare il più lontano possibile a sud dell’Atlantico. Vennero scoperte Madeira, le isole Azzorre e Capo Verde, dove vennero create basi commerciali. Fu solo l’inizio della conquista. Bartolomeo Diaz raggiunse il capo delle Tempeste, ribattezzato Capo di Buona Speranza in quanto si credeva che da lì si sarebbero potute raggiungere le Indie. Nel 1495 ebbe inizio il regno di Manuel I il Grande, e con lui le grandi scoperte continuarono: le Indie nel 1498 ad opera di Vasco de Gama, il Brasile nel 1500 da parte di Pedro Alvares Cabral, quindi, nel 1540, la Cina.Il Portogallo fu a capo del più grande impero d’Occidente, dislocato nei cinque continenti, durato cinque secoli. E fu l’ultimo a crollare, con la rivoluzione dei Garofani, nel 1974. Le scoperte promossero il Portogallo al rango di grande potenza, ma già lo splendore nascondeva i segni del futuro indebolimento, dovuto soprattutto all’emigrazione massiccia verso le colonie che avrebbero reso la madre patria vuota, del tutto dipendente dalle colonie e senza più potere. Tuttavia questa sera non ci sentiamo in grado di approfondire gli splendori e le miserie della potenza coloniale portoghese, così ci limitiamo ad ammirare il bel monumento a forma di caravella stilizzata senza che ci passi neanche per la testa di salire in cima, quindi proseguiamo verso la torre di Belèm. Il vento fortissimo che soffia dal mare ci rintrona ancora più della stanchezza per cui non arriviamo nemmeno sotto la Torre, limitandoci a una brutta fotografia da lontano alla torre manuelina e arzigogolatissima, altro simbolo del Portogallo. Del resto l’atmosfera altolocata di Belèm si sente proprio, forse ancora di più oggi che è domenica, e i localini hanno tutti l’aspetto di esclusivi Club frequentati dalla Lisbona-bene. Preferiamo fare dietrofront rapidamente e dare un’occhiata al Mosteiro dos Geronimos, dichiarato patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Qua c’è tanta gente, in parte per il mercatino domenicale, in parte ci sono tantissimi turisti e una fila impressionante per entrare dentro l’edificio. Ovviamente noi soprassediamo a qualsiasi ipotesi di fila e tiriamo dritto, preferendo ammirare il panorama verso il ponte 25 Aprile e la statua del Cristo Re, copia in miniatura di quello più famoso di Rio de Janeiro. A questo punto ci avviamo con calma nuovamente verso la stazione, ma lungo il cammino la Romi si fa attirare dal canto della sirena di McDonald, oltre che dallo stomaco vuoto, così decidiamo di fermarci per la cena, anche perché un solo altro minuto di attesa avrebbe potuto esserle fatale e provocare il suo crollo orizzontale sull’asfalto! Mentre moltitudini di portoghesi bardati con gadget della Seleçao si fanno fuori badilate di gelato, noi mangiamo godendoci questa atmosfera rilassata da domenica pomeriggio. A malincuore mettiamo fine al piacevole relax rientrando a Lisbona con l’intenzione di fare una doccia e magari andare al Bairro Alto. Più facile dirlo che farlo! Naturalmente, appena appoggiate sul letto le stanche membra, queste si rifiutano di reagire e non ci resta che arrenderci al richiamo delle soffici coltri.in poche parole, crolliamo stremate sul letto dei puffi e non ci rialziamo più!

Lunedì 3 luglio 2006
Di buono c’è che almeno la notte non si è trasformata in un tunnel senza luce. Sveglia alle 7.45, chiusura valigie, colazione, ricerca di informazioni sulla stazione Sant’Apollonia, partenza. Scendiamo fino a Praça do Comércio, deserta, che è molto grande ed evoca antichi splendori coloniali. E’ suggestiva perché si affaccia sulle acque del fiume Tejo ma non la definirei elegante. Ed ha davvero poco di elegante anche il giovanotto che ciondola vicino alla statua equestre vestito come un gangster di Bombay il quale, mascherato da venditore di occhiali (!?), cerca di piazzarci del fumo. Un travestimento, devo dire, non molto riuscito perché la sua occupazione è individuabile a chilometri di distanza! Dopo la ricognizione della piazza ci apprestiamo a salire sul famoso tram n. 28 che si arrampica arrancando sulle assurde stradine dell’Alfama, il più vecchio quartiere di Lisbona, l’unico rimasto intatto in seguito al terribile terremoto del 1755. E comunque anche prendere il tram, sembra facile, prendere il tram! In realtà la prima corsa stavamo per perderla ma io, la Romi e altri due tizi estremamente caratteristici ci facciamo mezza Rua do Comércio alla velocità di Carl Lewis ai tempi d’oro, riuscendo a saltare su senza perdere tempo. Constatiamo compiaciute che, ancora una volta in questa vacanza, prendiamo un mezzo di trasporto senza neanche un minuto di attesa.ma purtroppo la corsa finisce subito, e solo a quel punto ci accorgiamo di aver sbagliato direzione!! Va beh, ci riproviamo. E il tragitto dal Bairro Alto all’Alfama, trasportandoci da un colle all’altro attraverso incredibili strettoie, si rivela davvero unico! Anche perché si capisce quanto questi mezzi non siano solamente pittoreschi ma assolutamente indispensabili! Giunti a Largo do Graça comincia la nostra esplorazione dell’Alfama sotto l’abile guida della Romy e della sua Lonely, addentrandoci nelle strettoie polverose del quartiere moresco. Il reticolo di vicoli e stradine assomiglia a una ragnatela, ed il saliscendi è davvero micidiale. La salita “tira” peggio che il Mortirolo! Capisco anche perché vedo tanti anziani col bastone. Queste strade tagliano le gambe e non riesco nemmeno ad immaginare come gli arzilli vecchietti possano transitare sereni così numerosi per queste salite inospitali! Circumnavighiamo le mura del Castello dos Mouros, ristrutturate, per poi giungere al Mirador di Santa Luzia e alla Sè, la cattedrale dalla bella facciata. Costruita dopo la Riconquista, la chiesa ha l’aspetto di una fortezza perché i cristiani avevano sì riconquistato Lisbona, ma forse non si sentivano poi così sicuri! Dopo aver visitato la Chiesa di Sant’Antonio da Padova, che qui si ostinano a dire sia nato a Lisbona (ma che in realtà era africano!), ci accorgiamo che il tempo passa in fretta e che è tempo di incamminarci velocemente verso il Rossio, all’albergo. Ed è questo punto che la stanchezza si fa sentire in tutta la sua devastazione perché avverto incontrovertibilmente i segnali dell’acido lattico che si sta irradiando lungo i muscoli delle gambe. Ma quanto abbiamo camminato?!? Ci addentriamo sempre di più nella ragnatela, dove la Romi chiede ai simpatici locals il motivo dei numerosi festoni che, ovunque in questi giorni, abbiamo visto decorare vicoli e strettoie. Le rispondono un po’ straniti che è per la festa di Sant’Antonio, il santo più venerato del Portogallo, aggiungendo però che la festa già “acabò”, terminò, a metà giugno! A questo punto siamo noi perplesse.si vede che loro ci tengono a credere di essere ancora in piena bolgia! In realtà io e la Romi pensiamo che, visto che c’erano, abbiano mantenuto tutto l’ambaradan di decorazioni per i Mondiali di calcio. E gli ha detto pure bene, perché da quando sono giunti in semifinale sono tutti completamente impazziti! I giornali e le TV non parlano che di questi undici eroi, e in giro non si discute d’altro. Le centinaia di locali, bazar, negozi di souvenir, pastelerie, ristoranti, uomini e donne, grandi e piccoli, neonati e cani compresi, sfoggiano bandiere, sciarpe e magliette con i colori della Seleçao! E’ ufficiale: il paese è nel pallone!!
Alla fine io e la Romi rispettiamo perfettamente la tabella di marcia ed arriviamo con calma alla stazione Sant’Apollonia, dove prendiamo il treno per Porto. Lasciamo Lisbona, che ritroveremo brevemente alla fine di questa settimana, e mi dispiace un po’ non avere fatto in tempo a curare un altro aspetto interessante della città: l’epoca salazariana e la Rivoluzione dei Garofani. Mi sarebbe piaciuto conoscere meglio questo strano dittatore: celibe, ascetico, che ascoltava solo i consigli della vecchia governante, che non accumulava ricchezze personali ed aiutava i poveri. Ancora di più mi sarebbe piaciuto onorare la celebre “rivoluzione dei Garofani”, che il 25 aprile del 1974 mise fine alla dittatura in modo pacifico, con i soldati i quali, travolti dall’esplosione di gioia popolare, brandivano un garofano rosso infilato nella canna dei loro fucili. Sarà per una prossima volta, ora è davvero tempo di partire. Quasi all’improvviso è cambiato il tempo, e nell’entrare alla stazione veniamo sferzate da raffiche di vento fortissimo sotto un cielo improvvisamente ricoperto di nuvoloni scuri. Che è successo in pochi minuti alla splendente mattinata di sole? E’ colpa del vento, senza dubbio, del vento del Portogallo. Tuttavia man mano che il treno ci conduce verso nord le grandi nuvole, che si accavallano sospinte dall’umidità e dal vento dell’oceano, lasciano il posto a un cielo più aperto, più luminoso. Finalmente vedo coltivazioni, grano tagliato e granoturco non ancora maturo. Poche mucche e un paio di bei cavalli quieti. Poi alberi, tanti alberi. Ancora mi aspettavo un paesaggio più spoglio, invece il paese è verdissimo e rigoglioso, sembra di essere in Italia. Infatti che differenza c’è fra questo paesaggio di alberi e campi con il nostro, a parte le nuvole ballerine? Arriviamo a Porto e, in centro, rimaniamo sbalordite da Praça da Liberdade: è bellissima. Raccolta, allegra, con bianchi palazzi grandi ed eleganti, ariosa. La piazza è il centro dal quale si inerpica Avenida dos Aliados, intasata da un tremendo ingorgo da ora di punta. Troviamo facilmente l’albergo che dà proprio sulla piazza: è decisamente economico e si rivelerà il migliore del nostro soggiorno. Nonostante la stanchezza dovuta al tour del force mattutino all’Alfama, non indugiamo in camera un secondo in più, gettandoci a capofitto nella prima esplorazione di Porto. La città si rivela raccolta, carina, con angoli pittoreschi ornati da giardinetti e fontanelle. Soprattutto ci inseriamo in una fiumana impressionante di gente lungo Rua Santa Catarina, la via dello shopping. E’ il primo giorno dei saldi e l’assalto alle grandi catene di abbigliamento è più simile ad un’invasione di cavallette scalmanate che al piacere dello shopping! Noi proviamo anche ad infilarci in qualche negozio, ma non abbiamo sufficienti energie per fronteggiare l’orda barbarica che si va abbattendo lungo la Rua. A questo punto il nostro peregrinare continua alla ricerca di un luogo dove mangiare qualcosa, ma non è così facile. Pastelerie, caffè e simili scompaiono sotto i nostri occhi: i camerieri impilano sedie e tavolini sistemati sulla strada, ricacciano tutto dentro al locale, chiudono porte, serrande e serramenti vari quindi se ne vanno beatamente per i fatti loro! Girovaghiamo un poco alla ricerca di un locale che non ci faccia sentire troppo sole, ed alla fine troviamo un bel posticino in piazza. Soprattutto però facciamo il nostro storico debutto con il mitico Vinho Verde. Strepitoso! Tanto che, piano piano, ci siamo fatte fuori la bottiglia senza battere ciglio e senza nemmeno toccare acqua, in maniera vergognosamente casuale. Che spugne! Verso la fine della bottiglia raggiungiamo uno stato di amabile gioiosità ma ad un certo punto, altrettanto amabilmente, un cameriere ci fa notare che s’è fatta ora di chiudere! In realtà non è tardi, e non siamo nemmeno gli ultimi nel locale, però pare proprio che i ristoranti chiudano molto presto, infatti già verso le undici comincia a non esserci un anima in giro! In ogni caso ce ne andiamo, non prima che la Romi, presa nello spirito giusto, non saluti il tipo alla cassa con un cortese e convinto “Forza Portogallo!” e, a questo punto, come dice lei, per fortuna che dobbiamo solo attraversare Praça da Liberdade prima di raggiungere l’albergo! Naturalmente la nostra scoperta del vinho verde non è paragonabile a quella dei grandi navigatori quattrocenteschi, niente a che vedere con l’audace Vasco da Gama scopritore delle Indie Orientali o il favoloso Magellano, il circumnavigatore del globo, però a me e alla Romi ha sicuramente aperto nuovi orizzonti!



Martedì 4 luglio 2006
Sveglia ad un’ora decente. Sonno per me frammentato come al solito, ma questa volta in maniera tollerabile. Mi hanno solo fatto un po’ innervosire i gabbiani che, a quanto sembra, hanno letteralmente stazionato davanti alla nostra finestra sin dalle primissime ore del mattino, forse attratti dalle nostre scarpe da tennis pericolosamente lasciate in balia del vento e degli altri uccelli. Ci affacciamo alla finestra e ciò che vediamo è un cielo color piombo. Guardando in basso, sulla piazza, la gente che si stringe nelle giacche ci suggerisce un notevole vento freddo. Non potrà mica essere che faccia davvero tempo brutto!? Cerchiamo di indossare un abbigliamento a strati, quindi usciamo. Faremo il giro di Porto su un classico pullmino turistico, scendendo alle fermate che più ci interessano. Per prima cosa però ci avviamo verso la Chiesa di San Francisco. Cimitero sotterraneo, cripte e un’esplosione di barocco, opulenza e oppressione davvero rivoltante. E’ comunque una cosa da vedere, perché dà la misura degli eccessi e delle ipocrisie che segnano la storia. Dopo l’immersione nel buio è ancora più bello uscire sul piazzale e avvolgere in una sola occhiata il panorama sul fiume Douro, con le scritte e i nomi delle cantine di vino che si stagliano a Vila Nova de Gaia, il comune autonomo che fronteggia la città di Porto dall’altra riva del fiume. No so bene perché, ma credo che i fiumi, il mare, l’acqua, facciano a tutti, sempre, lo stesso effetto di apertura e leggerezza. Una sensazione che aumenta quando ci affacciamo sul lungofiume della Ribeira per un po’ di foto. Ma è già tempo di cominciare il giretto sull’autobus, dove impariamo alcune cose sulla città. Sulla sua storia legata al commercio che si riflette sull’architettura, caratterizzata da grandi palazzi di stile europeo/fiammingo con il piano terra costituito da negozi e magazzini. Impariamo anche che Praça da Liberdade veniva detta La Praça, nella quale si riunivano le personalità più influenti della città: politici, banchieri, commercianti. La sosta alla Sé, la cattedrale, ci consente più che altro di ottimizzare i tempi e prendere nel frattempo il biglietto per Tomar alla stazione vicina. Compiuta questa missione proseguiamo il tour spingendoci fino ad angoli lontani di Porto: raggiungiamo i quartieri residenziali con villette e giardini molto “signorili” ed il quartiere della Foz, la Foce, il quartiere dei pescatori. Bello e pittoresco, con le case spazzate dal vento, e il Douro che durante l’inverno arrivava a lambire le soglie degli edifici, prima che la città facesse dei lavori di sistemazione. Risalendo il quartiere ci vengono raccontate tutte le follie della Festa di San Giovanni che si tiene a fine giugno. Dalle martellate in testa alle persone, alle grida, ai fuochi d’artificio, alle cascate d’acqua, all’imperversare della lavanda e dell’aglio (come a Cesena!!). E’ una notte di follie che celebra l’arrivo dell’estate perché la Festa di San Giovanni è “la grande festa del Nord” del Portogallo. Così come la festa di S. Antonio sta a Lisbona, così San Giovanni sta a Porto. Torniamo verso il quartiere della Ribeira poi oltrepassiamo il bel ponte di ferro Dom Luis I ed eccoci a Vila Nova de Gaia, ovvero al di là del fiume! Mi piace tantissimo il ponte dalle grandi arcate in metallo costruito da un architetto allievo di Eiffel! Il pomeriggio lo trascorriamo quindi a Vila Nova de Gaia, passeggiando sul bel lungofiume formato da un ridente praticello inglese e panchine che permettono di ammirare con calma i rabelos, le imbarcazioni a vela che un tempo provvedevano al trasporto delle botti di vino porto dalle regioni della vendemmia, situate a nord, fino alla città di Porto per l’invecchiamento e l’imbottigliamento. Mangiamo in uno dei tanti localini affacciati sul Douro poi partiamo alla ricerca della cantina Graham’s, una delle più vecchie, per fare il nostro incontro col vino. Fatichiamo un po’ a trovarla. Percorriamo vicoli come sempre impervi dove veniamo importunate da tre ragazzini in cerca di guai che, dopo essersi avvicinati urlando parole incomprensibili, passano oltre sghignazzando divertiti.piccoli teppistelli molesti! Nel frattempo sto per perdere ogni speranza di trovare Graham’s quando, finalmente, dietro una curva sbuca la grande insegna dell’azienda, versione “portense” della celebre insegna di Hollywood! In questi giorni il tempismo non ci fa difetto ed anche in questo caso, appena entrate, ci dicono che possiamo aggregarci a un gruppo di turisti italiani che ha appena cominciato la visita con una guida in lingua! La tizia ci dice un po’ di cose sui tipi di vino, le procedure di raccolta, l’invecchiamento, l’imbottigliamento e il colore, passeggiando tra file di botti immense, della capacità di migliaia di metri cubi di litri, mentre i bottai fanno il loro lavoro rimaneggiando botti e tini a suon di fragorose martellate. Al termine della visita ci apprestiamo alla degustazione con curiosità e, devo dire, i tre bicchierini di porto costituiscono un buon intermezzo, tanto che l’effetto si fa subito sentire. Diamo espressione a una variegata serie di cretinate e ci ripromettiamo di fare il bis. Detto fatto, arrancando sulle ripide stradine di Vila Nova de Gaia approfittiamo degli assaggi dei simpatici amici di Croft. Non paghe arriviamo nelle chiccosissime cantine Taylor. Si tratta di un posto particolarmente elegante ma noi davvero non ce la sentiamo di bere ancora.per oggi pomeriggio abbiamo dato! Poco male, belle allegre riguadagniamo il lungofiume appostandoci sulle scalinate a raccogliere gli ultimi raggi di sole, fino al momento di oltrepassare nuovamente il ponte per sistemarci in un localino della Ribeira da dove assistiamo alla partita Italia – Germania. Eh già, perché oggi si gioca la nostra semifinale contro i padroni di casa del campionato mondiale! Davanti allo schermo si va formando uno sparuto gruppo di italiani e tedeschi, mentre i portoghesi, logorroici, continuano a parlare tutto il tempo disquisendo per l’ennesima volta di ogni singola azione della partita contro l’Inghilterra!! Purtroppo però il locale è all’aperto, presto il vento sul lungofiume si fa pungente ed io soffro tremendamente di freddo. La partita poi, bloccata sullo zero a zero, sembra non voler finire mai! I gruppetti di portoghesi intanto continuano a parlare incessantemente commentando talvolta le azioni della partita trasmessa ma, più che altro, rianalizzando per la milionesima volta la loro storica, epica, eroica partita! La cosa mi diverte.poi lo so che tutto sommato i portoghesi tifano per l’Italia! Ed ecco, negli ultimi due minuti del tempo supplemetare arriva il miracolo..l’Italia segna i due gol che le assicurano la finale mondiale! Noi pochi italiani esultiamo increduli, la Romi si lascia andare a salti di gioia irrefrenabile e a gesti di puro agonismo mentre ai tedeschi, sotto shock, non resta che andarsene da qualche parte ad ingoiare il rospo. A questo punto, belle serene, io e la Romi escogitiamo il nostro piano per domani. L’ossessione portoghese per il mondiale e per la loro nazionale così espansiva merita appoggio, e noi domani glielo assicureremo! Torniamo in albergo. In pieno clima da generale ubriacatura mondiale la signora della reception alla quale chiediamo la chiave, una tizia tranquilla sui quarantacinque, apparentemente estranea al delirio collettivo, con nostra sorpresa ci intrattiene, gasatissima, facendoci i complimenti e affermando che lei “sapeva” che l’Italia avrebbe vinto due a zero! Tutti dicevano che si sarebbe andati ai calci di rigore ma lei l’aveva detto che l’Italia avrebbe vinto due a zero.E il delirio continua!!!!

Mercoledì 5 luglio 2006
Prima missione di oggi: acquisto delle mitiche magliette “Portugal”. Sono talmente un must che non possiamo non averle, e se ci dice bene le sfoggeremo stasera stessa! Adocchiamo quelle che fanno al caso nostro in un negozietto molto trendy in Praça da Liberdade e senza indugio procediamo a toglierci lo sfizio. Purtroppo c’è scarsità di misure, quella che mi piace è un po’ piccola ma pazienza, la prendo lo stesso: la devo avere a qualunque costo!! Dopo il nostro imprescindibile acquisto girovaghiamo ancora per il tremendo saliscendi di Porto dove non possiamo fare a meno di notare che, inequivocabilmente, tutti i camerieri della Ribeira sembrano indossare come divisa scaramantica la maglietta della Seleçao! L’ultima sfacchinata la facciamo con le valigie salendo la Avenida dos Aliados e la Rua San Antonio, arrancando distrutte fino a Praça Batalha.è durissima! Oltre alla fatica ci si mette anche un vago senso di mortificazione perché, mentre noi avanziamo con il fiatone, uomini distinti super-incravattati in scarpe di cuoio e tipe con tacco da otto ci umiliano, ancheggiando serafici senza un briciolo di affanno! In seguito consumiamo il nostro pasto randagio nella sala d’aspetto della stazione Batalha facendoci fuori le ottime susine acquistate all’ombra della Torre dos Clerigos, infine partiamo per Tomar, la città dei Templari. Quando lasciamo l’autostrada cominciamo ad inerpicarci per le strette stradine dell’entroterra. Ancora una volta sembra di essere in Toscana o in Umbria: coltivazioni e vegetazione potrebbero benissimo essere quelle del centro Italia se non fosse per i colori dei paesi, che qui sono per lo più bianchi e non del colore ocra dei borghi medievali. Il viaggio in autobus, sul quale siamo gli unici turisti, prosegue tranquillo accompagnato dal sottofondo della radio accesa dall’autista. Sono proprio andati questi portoghesi! Ogni due canzoni mandano le telefonate a supporto alla nazionale da parte degli ascoltatori: il loro rumoroso entusiasmo è da matti! Inoltre, ad ogni intervallo pubblicitario c’è lo spot ufficiale di sostegno, nel quale un tizio esagitato urla forsennatamente, a squarciagola, ripetendo ossessivamente come un mantra un’unica, magica, speranzosa parola: “Por-tu-gal! Por tuu-gaaal!! POR-TUU-GAAALL!!!!” Mancano poche ore alla semifinale, e il tempo sembra essersi fermato. Ogni paese che attraversiamo è inondato di sciarpe e bandiere, sistemate persino in cima agli alberi. Ad un semaforo assistiamo alla scena grottesca di un tizio con maglietta della Francia il quale, chissà perché, approfitta del rosso per scendere e togliere la bandierina portoghese appesa al finestrino della sua auto. Arriva il verde, il nostro autista strombazza e lui chiede scusa, poi sorridendo fa segno con le mani: due a uno! Non ci ho capito nulla, ma è stato divertente! Tomar ci accoglie placida e ridente, attraversata dal rio Nabão, con il ponte e la grande ruota idraulica che crea una frizzante cascatella all’ombra di un rigoglioso salice piangente. Ci sistemiamo in albergo e finalmente siamo pronte anche noi per partecipare alla grande serata dei portoghesi! Indossiamo la nostra maglietta-talismano, sentendoci solo un po’ cretine mentre seguiamo la folla rosso-verde che si va dirigendo verso il palazzetto comunale per assistere alla partita sullo schermo gigante. Ci mimetizziamo e ci infiliamo nella bolgia di magliette, bandiere e sciarpe. All’ingresso in campo dei giocatori è il caos, all’inno si alzano tutti in piedi in tripudio e alla lettura delle formazioni si scatena niente di meno che il delirio…infine al nome di Scolari temo fortemente per la stabilità dell’edificio! Per il resto è tutto piuttosto normale: urla di disperazione, gemiti di speranza e insulti all’arbitro. Il goal di Zidane è una pugnalata, ma il tifo continua e nell’intervallo si canta. Alla fine il sogno del Portogallo svanisce. Un ragazzetto piange, ma l’atteggiamento predominante non sembra essere né la recriminazione, né l’arrabbiatura e nemmeno la delusione, piuttosto la cieca adorazione della Seleçao e l’amore quasi mistico per gli eroi che sono stati al centro del mondo permettendo di cullare speranze di vera gloria! Al termine della partita io e la Romi ci rifugiamo in un barettino per un gelato consolatore. Fuori non si può stare perché fa un freddo pazzesco: soffia un gran vento gelido e ben presto il localino si riempie. Loro sembra la prendano bene, limitandosi ad ubriacarsi di chiacchiere e di caffè.Che sia la ricetta portoghese contro le delusioni da pallone?!?

Giovedì 6 luglio 2006
La nottata trascorre abbastanza bene, a parte un seccante odore dolciastro, di cui non vedo l’ora di liberarmi, che impregna l’aria, i muri e probabilmente tutti gli oggetti presenti nella stanza! Oltre a ciò subiamo un’inevitabile misura di schiamazzi post-partita nel corso della notte, nonché il rumore assurdo dei mezzi della spazzatura appena prima dell’alba. Ma bando alle nevrosi notturne! Oggi è il grande giorno dei Templari, e ci dirigiamo alla volta del celebre Convento di Cristo Re. Devo dire che qui facciamo la cavolata, nel senso che il modo migliore di visitare il Convento è attraverso la visita guidata, ma noi purtroppo non ci siamo organizzate, il tempo è poco e così ci tocca accontentarci di una visita “fai da te”, molto meno suggestiva di quello che avrebbe potuto essere. In ogni caso l’impressione all’arrivo è quella dell’imponenza. E’ proprio come ha detto Umberto Eco: “Se dovessi immaginare un castello che ha a che fare con i templari, ecco, così è Tomar”. L’ordine religioso-militare dei cavalieri templari fu fondato il 25 dicembre 1118 da nove cavalieri francesi che avevano fatto voto di proteggere dai banditi musulmani i pellegrini che si recavano in Terra Santa. Re Baldovino di Gerusalemme li ospitò nel suo palazzo, che in precedenza era stato un tempio ebraico, da cui deriva il nome dell’ordine. Infatti i cavalieri si rinchiusero lì, in quello che fu il tempio di Salomone, per nove anni, senza nuove adesioni e senza attività conosciuta, il che dà origine a quei misteri che non smisero più di alimentare la loro storia. Cercavano l’Arca dell’Alleanza, il Graal, il favoloso tesoro di Salomone, i segreti alchemici della costruzione del Tempio? Nel giro di poco tempo i templari si diedero una rigida disciplina semireligiosa e un’organizzazione gerarchica a capo della quale si trovava il gran maestro, indipendente da ogni potere e responsabile soltanto di fronte al Papa. In seguito l’entusiasmo per il nuovo ordine divenne enorme in tutta Europa, le adesioni e il patrimonio accumulato non cessarono di aumentare. Per i loro servizi vennero ricompensati con terre, castelli e titoli; l’ordine si arricchì e giunse ad acquisire possedimenti in tutta Europa, nel bacino del Mediterraneo e in Terra Santa. Il talento amministrativo e finanziario permise loro di gestire una fortuna colossale trasformandosi rapidamente in una potenza economica, politica e finanziaria, una specie di multinazionale del Medioevo! Verso la metà del XIII secolo Filippo IV, re di Francia, spinto dal desiderio di impossessarsi delle ricchezze dei templari con i quali era fortemente indebitato, o forse solo timoroso del loro potere, iniziò a perseguitarne i membri, appoggiato dal papa francese Clemente V. I templari furono in gran parte arrestati con l’accusa di eresia e le loro ricchezze furono espropriate. In Portogallo, Dom Dinis seguì l’esempio francese sciogliendo l’ordine nel 1314, ma lo ricostituì alcuni anni più tardi con il nome di Ordine di Cristo, subordinandolo all’autorità della corona. Fu in gran parte grazie alle ricchezze dell’ordine che il principe Henrique il Navigatore poté dare inizio all’epoca delle grandi scoperte. In seguito l’importanza dell’Ordine venne ridimensionata fino ad occuparsi solo di compiti religiosi, per poi essere sciolto, come tutti gli altri ordini religiosi, nel 1834. Già nel 1158 venne scelta Tomar come sede dell’Ordine. In una prospettiva esoterica si può rilevare che Tomar è situata nel parallelo equidistante dalla frontiera nord e sud del futuro territorio portoghese. Oltre a ciò esistono altre coincidenze astronomiche che hanno a che fare con la costellazione dei gemelli, il segno templario, e con quella della Tazza (il Graal?), che fanno di Tomar un punto strategico a livello esoterico. Inoltre, la disposizione ottagonale della Chiesetta che riproduce il Santo Sepolcro sarebbe la riproduzione di una concezione cosmologica che permetterebbe l’integrazione dell’uomo nel cosmo attraverso l’iniziazione.Le simbologie continuano. L’insegna dell’Ordine di Cristo è identica a quella dei Templari, a cui è succeduto: soltanto una croce bianca iscritta nella croce rossa indicava la purificazione dell’ordine. Tutta l’epoca delle scoperte è simbolizzata dalla croce di Cristo. Nel sigillo dei Templari si possono vedere due cavalieri che montano la stessa cavalcatura. La dualità, la simmetria e la sintesi dell’opposto sono tipici dell’ordine templario: monaci e cavalieri, la loro esistenza è segnata da aspetti in parte accessibili a tutti e in parte occulti, accessibili soltanto attraverso l’iniziazione e la decifrazione dei simboli iscritti nelle cattedrali gotiche, nei templi e nei castelli che, sotto questa prospettiva, rappresentano chiavi di interpretazione di un supposto segreto dei Templari. Una cosa è certa: in tutti i luoghi in cui si stabilivano, i Templari ebbero sempre una attitudine di apertura ad altre tradizioni che incorporava uno spirito di sintesi, come una specie di fratellanza universale. E’ anche questa spiritualità che impregna di sé l’epoca delle grandi scoperte, il cui segnale diverrà l’insegna dell’Ordine di Cristo iscritta nelle sagome delle caravelle, erede della missione templaria che finalmente univa il mondo dell’occidente all’oriente, a partire da Tomar. Il Convento di Cristo Re si trova alle pendici di un’altura coperta da boschi che domina la città, è racchiuso tra antiche mura, ed il colpo d’occhio quando oltrepassiamo l’arco all’entrata dà l’idea della forza, del potere e del mistero. Imponente e suggestivo come una leggenda, fuori. Minaccioso per la complicata struttura, dentro. Scalinate cieche, porte e archi che conducono a sale, corridoi, cappelle e chiostri. Ali del convento che si susseguono e si intersecano e, finalmente, la chiesa centrale, edificata inizialmente secondo il modello circolare del tempio di Gerusalemme. Curioso l’impatto fra il nucleo centrale della chiesa, più antico e oscuro, e la bella navata costruita in epoca successiva, imponente e luminosa, dove si dice i cavalieri templari entrassero ed assistessero alla messa direttamente in sella ai loro cavalli. Bellissimo il Chiostro Grande, di stampo rinascimentale. Invece la famosissima finestra di Tomar, capolavoro dell’arte manuelina, ci lasca un po’ perplesse. Più che altro noi ci aspettavamo di rimanere colpite da quello che avremmo visto fuori dalla finestra, non dalla finestra stessa! Quello che si dice un disguido.Tuttavia, osservandola, è evidente perché sia considerata una delle massime espressioni della corrente neomanuelina. E’ davvero arzigogolata, con le sue decorazioni di fiocchi e nastri, occhi e visi, corde, croci maltesi e alghe marine, conchiglie e ormeggi che celebrano i fasti dei cavalieri sugli oceani. Un’impressione resa ancora più suggestiva dallo strato di muschio che la ricopre, dandole un aspetto ancora più ambiguo e oscuramente “organico”. Al termine della visita ci rendiamo conto di non avere la preparazione necessaria per affrontare la visita dal punto di vista della leggenda dei Templari, con la sua attrattiva di avventura, mistero, numerologia ed esoterismo, eppure riusciamo ad avvertire comunque l’importanza e la suggestione dell’Ordine, tra verità e leggenda.
Dopo la visita alla fortezza dei monaci-soldato vogliamo andare a vedere l’acquedotto dos Pégoes.tanto una signora ci ha detto che si trova a soli due chilometri dal castello, sempre a sinistra! Seguiamo le indicazioni, ma dopo parecchia strada è evidente che stiamo sbagliando percorso. Segue un momento di inevitabile demoralizzazione, sbattimento e conseguente ritorno sui nostri passi. Ad un bivio la Romi chiede informazioni ad una provvidenziale automobile in transito, quindi proseguiamo camminando a lungo, fiduciose, lungo una bella stradina ondulata costeggiata da cipressi, in mezzo ad una campagna color arancio e verde, sotto ad un sole piuttosto aggressivo. E’ una faticata, altro che due chilometri, ma alla fine arriviamo vittoriose all’acquedotto! Avremmo voluto camminarci sopra, ma c’è troppo poco spazio lungo il camminamento che scorre fino ad una enorme altezza, direttamente a strapiombo sulla strada sottostante. Facciamo poche foto, anche perché la macchina fotografica della Romi è momentaneamente fuori uso in seguito alla comparsa di una misteriosa “T” sul display, non riportata nemmeno nel foglietto delle istruzioni che la mia solerte compare si è portata con sé! Ci concediamo una necessaria sosta per ripigliarci dalla sfaticata, solissime in mezzo a questa campagna, quando ad un certo punto, dai campi dietro le nostre spalle sbuca dal nulla un’auto bianca, si immette sulla strada deserta e immediatamente sparisce dietro le tipiche cunette appena prima che cominciamo a chiederci da dove sia sbucata! Di lì a poco, sotto il sole di mezzogiorno, ci apprestiamo al rientro a Tomar dove arriviamo decisamente stravolte, visto che in sostanza ci siamo fatte quattro ore di camminata no-stop. A questo punto la pausa pranzo è quanto mai provvidenziale e ristoratrice dopodichè, rigenerate e indomite, ci rechiamo all’ufficio informazioni. La tipa, gentile, ci illumina e alla fine ci saluta facendoci gli auguri per “el juego ” di domenica, per la partita di domenica! Anche lei! Chissà se riusciremo a “vendicare” questi portoghesi tifosissimi e delusi? Ma è già tempo di lasciare la cittadella dei templari, quindi ci apprestiamo ad attendere l’orario della partenza all’ombra degli alberi del parco di Tomar, dove possiamo apprezzare appieno i caratteristici rumori del luogo! Si tratta dell’onnipresente sussurro di sottofondo causato dall’imperversare senza fine del vento, unito al mormorio dell’acqua e al frusciare delle foglie degli alberi. Un rumore perenne, costante, che oscilla tra il fruscìo e il boato, causa di bruciore agli occhi e testa pesante. I “tomaresi” ci saranno abituati, io a lungo andare potrei impazzire! E comunque non è solo un’impressione che in questi luoghi soffi così tanto vento, vista la numerosa presenza di tante pale eoliche avvistate sui colli all’orizzonte: non sarà mica un caso! Il viaggio in autobus risulta ancora una volta tranquillo e puntuale. Giungiamo infatti a Nazarè in perfetto orario, verso sera. Anche qui soffia il vento, ma è un vento diverso, umido. E’ vento di mare. Subito ci vengono incontro le famose “donne di Nazarè”, molte delle quali ancora vestite con il tipico fazzoletto in testa e la gonna alle ginocchia, ampliata da ben sette sottogonne. E’ evidente da subito: questo vecchio borgo marinaro ormai votato al turismo di massa pare stia riuscendo a far convivere tradizione e modernità.ma è meglio abbandonare le considerazioni sociologiche perché dobbiamo impegnarci ad oltrepassare il muro di sbarramento delle donne che ci offrono le camere, per poi dirigerci spedite verso l’albergo da noi prescelto. La scelta si rivela buona ed economica, con un unico difetto: siamo costrette a farci a piedi tre piani di scale così ripide e strette come non ne ho praticamente mai viste in vita mia! Ovviamente fra lo stupore e il peso delle valigie ci prende una indomabile risarola, così fatichiamo ancora di più ad arrivare in cima.ma alla fine vengo ripagata da una bella foto che riesco a scattare affacciandomi alla finestra della camera, riprendendo un inizio di luce rosa serale e un’anomala vista su tetti ed antenne!
Dopo esserci sistemate usciamo a dare un’occhiata al tramonto. Il lungomare si presenta affollato di locali, bazar, negozi di souvenir e vacanzieri: è come essere a Gatteo Mare! Per fortuna ci sono le mulhere di Nazarè a ricordarci dove siamo, con i loro assurdi vestiti, le loro profferte di stanze, frutta secca e ammennicoli vari. E poi c’è la spiaggia, che è davvero bella, grande. Da una parte ci sono cabine fatte con tendoni sgargianti, tipo anni Venti, dall’altra il mare si sta colorando rapidamente, punteggiato dai brillantini arancio del tramonto. Oltre a tutto questo, naturalmente, c’è un forte vento fresco e per l’ennesima volta patisco un gran freddo. Chi l’avrebbe detto, in luglio, in Portogallo!? Io no di certo, infatti la mia felpa leggera e il giubbotto di jeans si rivelano completamente insufficienti ad affrontare la gelida brezza serale. Io quasi batto i denti ma anche la Romi non è proprio a suo agissimo, tanto è vero che dopo cena vorremmo gironzolare un po’ ma non ce la possiamo fare. Non si resiste qua fuori al freddo e a questo punto aspiriamo solo ad una confortante doccia calda!

Venerdì, 7 luglio 2006
Finalmente oggi ci si rilassa! La giornata si preannuncia splendida sin dall’alba. Di buon’ora facciamo la nostra spesa di frutta fresca al mercato coperto di Nazarè, dove possiamo osservare ancora una volta le signore bardate con fazzoletto e gonna larga al ginocchio. Non posso fare a meno di pensare che quelle che vediamo, probabilmente rappresentano l’ultima generazione delle famose “donne di Nazarè”, infatti difficilmente le giovani indosseranno mai gli abiti tradizionali. Anche questa è un’usanza destinata a finire presto, in questo inizio di ventunesimo secolo! Noi nel frattempo siamo finalmente pronte per il mare. Ci piazziamo sotto l’alto promontorio del Sitio e ci godiamo un’intera giornata di sole.E’ meraviglioso! Si sta benissimo perché il vento oceanico rinfresca l’aria, tanto che ben presto i nostri coloriti virano decisamente verso il tono aragosta senza che nemmeno ce ne accorgiamo.Solo a quel punto ci rendiamo conto che, tutto sommato, non è stata un’idea brillante quella di non portarci la crema solare! Beh, in un momento di particolare stanchezza mentale ci siamo dette che non ne avremmo avuto bisogno dato che eravamo già piuttosto abbronzate, ma evidentemente sei ore di fila sotto il sole non sono esattamente la ricetta giusta per garantire idratazione ed elasticità alla pelle! A questo punto mi precipito a cercare tra i bazar una crema solare qualsiasi, in modo da evitare il peggio. Ne compriamo una di marca sconosciuta ma, ad ogni modo, dopo il trattamento ci sentiamo legittimate ad intrattenerci ancora in spiaggia, osservando con sfrenata ammirazione i temerari che si avventurano in acqua. E non sono pochi! Bambini, signori con prominenti maniglie dell’amore, ragazzi e ragazzetti!! La spiaggia è molto bella, la sabbia di un bianco quasi brillante. Dal lungomare fino alla riva brulica di ombrelloni e gente, il bagnasciuga poi è un vero campo da gioco. Tutti i ragazzetti sono impegnatissimi soprattutto con il pallone, e tra un “numero” e l’altro si gettano in acqua con goliardica convinzione. Noi lo troviamo impossibile! Io mi sono bagnata solo i piedi e già all’impatto mi è preso un mezzo infarto; poi quando un’onda particolarmente alta mi ha bagnato il polpaccio ho avuto un inizio di crampo! Questa non è semplice acqua ma una specie di irsuto puntaspilli! Tuttavia non possiamo arrenderci così. Azzardiamo una passeggiata sul bagnasciuga ma non c’è niente da fare, la sabbia bagnata dall’acqua gelida ci toglie praticamente la sensibilità ai piedi e al ritorno ammettiamo che non abbiamo più risorse, così abbandoniamo la spiaggia. Eppure per oggi non è ancora finita! Andiamo a vedere il Sitio, ovvero la parte superiore della città che si trova sul promontorio. E’ un borgo molto carino, proprio come lo si può immaginare: vicoli stretti e bianchi, il vento che soffia fortissimo, vecchietti che trascorrono ore sulle panchine e la bella chiesa di Nossa Senhora de Nazarè, ricoperta di azulejos, nella quale entriamo mentre stanno dicendo il rosario. Visitiamo poi la piccola cappella vicina al belvedere, costruita sull’orlo del precipizio per via di una famosa leggenda. Si narra infatti che nel XII secolo un cavaliere inseguisse al galoppo un cervo il quale, per sfuggirgli, cadde dall’alto della scogliera. Il cavaliere avrebbe certamente seguito la sua stessa sorte, se non che si appellò alla Madonna, che compì il miracolo arrestando di colpo la corsa del cavallo. Anche il Sitio brulica letteralmente di bazar, ristoranti e negozietti di souvenir. Soprattutto ci sono “bellissime” nonnine venditrici di frutta secca, abbigliate in maniera colorata e assurda, che imperversano a suon di grida e incitamenti. Ridiscendiamo in paese dove concludiamo la questione acquisti e pensierini, saliamo un momento in camera ad appoggiare il tutto, poi troviamo le energie, la forza, la voglia, in una parola, il coraggio di sottoporci ad un ennesimo sforzo per arrivare al porto. Avanziamo stanche anche perché, come se non bastasse, siamo travolte da un vento fortissimo! Arriviamo fino in fondo, ma purtroppo non trovo quello che stavo cercando: niente barchette tradizionali e niente pescatori. Ma dove sono i famosi pescatori di Nazarè? Soprattutto, ci sono ancora? Il porto è affollato di barche “normali” e a quest’ora, sono le otto, appare praticamente deserto. Peccato! Nel tornare indietro abbiamo anche il vento contro e quando raggiungiamo l’albergo siamo proprio stanchissime. Inoltre, dopo il tanto mare e il vento di oggi ho la testa pesante e gli occhi rossi e brucianti, ma neppure questo ci demoralizza perché la giornata non è ancora terminata: la missione di stasera è ordinare una vera cena di pesce! “Docciate” e riacquistata un minimo di parvenza umana, troviamo un bel posticino dove ci facciamo fuori riso ai frutti di mare, baccalà alla griglia con verdure più mezzo litro di vino (ovviamente vinho verde) senza battere ciglio. A questo punto ci starebbe anche una bella passeggiata dopo cena ma, come sempre, fa troppo freddo. Ci infiliamo in una sorta di pub supertrendy, ci proviamo davvero, eppure ancora una volta la botta di vita dura poco. E’ anche vero che ci guardiamo attorno e non possiamo fare a meno di notare che “il mondo è dei giovani”! C’è gente davvero giovane, ma è anche vero che un po’ dappertutto, in questi giorni, pare ci siano in giro solo giovanissimi.Ed è a questo punto che si fa strada, strisciante, un atroce dubbio: non sarà invece che siamo noi ad essere decisamente fuori quota? Va bè, non importa. Tanto in ogni caso oramai siamo davvero cotte a puntino e, coerentemente, non ci resta che raccogliere le nostre poche cose e procedere ad una dignitosa ritirata verso i nostri affidabili letti.

Sabato 8 luglio 2006
Mi sveglio troppo presto! Alle sei apro gli occhi e non riesco più a chiuderli. Sarà che ieri è stata una giornata strana per me: sono arrivati tutti insieme un po’ di pensieri, e se durante il giorno non ho avuto modo di elaborarli, evidentemente il mio inconscio mi vuole obbligare a farlo ora! Ma io lo raggiro, il mio inconscio, e mi attacco al lettore MP3 sparandomi l’intero album dei Green Day prima che la sveglia suoni! Fuori sembra coperto e freschetto. Poco male, soprattutto per la Romi che ieri si è rosolata per bene, quindi oggi farebbe meglio ad evitare di prendere troppo sole. Comunque, dopo un paio di commissioni anche oggi trascorriamo la mattinata poltrendo beatamente in spiaggia, sempre più affollata e calda a mano a mano che il tempo migliora e le nuvole se ne vanno. Però oggi ci sono un gran vento e onde pazzesche, infatti sono poche le persone che si avventurano in acqua. Il mare è scosso da cavalloni enormi e gelidi, ed è un vero spettacolo! Anche il rumore della marea è straordinario. Lo si deve forse all’effetto tipo “cassa di risonanza” del promontorio che si staglia a semiciclo sull’acqua, mentre il movimento cadenzato dell’oceano produce boati bassi e persistenti, quasi impressionanti. Poi però sia il boato sia l’onda terminano sempre il loro percorso con il consueto, rassicurante sciabordìo schiumoso della risacca sulla spiaggia. Sgranocchiamo il mais e le noccioline acquistate ieri al Sitio nel banchetto di una tarchiata mulhere con le calze verdi, incredibilmente pittoresca. Mangiamo la nostra frutta, lanciamo un’ultima occhiata all’oceano che chissà quando lo rivedremo, e via! L’autobus per Lisbona è puntuale come tutti i mezzi che abbiamo preso questa settimana. Questa volta il panorama verso sud è un po’ più interessante. Più coltivazioni, più casette e soprattutto molte pale eoliche e qualche mulino. Eppure, ancora una volta, penso che guardando fuori dal finestrino si potrebbe credere di essere in Italia! Abbiamo già riservato la camera alla Pensao do Norte, al Rossio, l’albergo nel quale abbiamo alloggiato al nostro arrivo. La stanza è la stessa, la finestra è sempre lì sopra il rumorosissimo generatore, i tipi della reception sono uno più strambo dell’altro, ma almeno non dobbiamo stare a cercare. E verremo premiate per questo! Infatti il tizio della reception ci dice una serie di cose di cui non capiamo assolutamente nulla, se non che non dobbiamo pagare. I casi sono due. O gli stiamo molto simpatiche, oppure abbiamo pagato troppo l’altra volta. Oppure è impazzito, può succedere! Dopo poco siamo pronte per il Bairro Alto, dove nessuno ha ancora ammainato le bandiere, i taxi sono bardatissimi con sciarpe e coccarde, e tutti indossano in qualche modo i colori della Seleçao. Molti camerieri vestono la mitica t-shirt “Portugal”. Sono tutti superconvinti che il Portogallo abbia finora giocato benissimo, che non si meritava di uscire e quindi ci terrebbero moltissimo a finire questa epopea, questo sogno, con almeno una vittoria! Anche se contro la motivata Germania, squadra di casa, sarà dura. Guardiamo la partita mentre ceniamo ad un tavolo al quale, secondo l’uso locale, siamo sedute con altri commensali. In particolare, oltre a noi siedono al tavolo due ragazze spagnole e una coppia di locals. Mangiamo sardine, salmone e, neanche a dirlo, coroniamo la nostra ultima serata portoghese con l’immancabile vinho verde. Ma tanto! E va bè, chissà quando ci ricapita! Inizialmente l’atmosfera della partita è tesa: il primo tempo scorre senza emozioni mentre nel secondo tempo la situazione precipita in un 3-1 che sorride ai padroni di casa, a Klinsmann e alla Merkel. E’ sconfitta totale per i portoghesi che però, bisogna dirlo, per quanto sono esagitati nei festeggiamenti sono composti nella sconfitta. Nel locale non mancano turisti tedeschi, questa volta sorridenti, rilassati ed esultanti, mentre i clienti di altra nazionalità parteggiano evidentemente per il Portogallo! Al primo goal della Germania il mio vicino si alza da tavola dicendo qualcosa tipo “basta!”, si risiede sconvolto poi si rialza immediatamente per andare a sistemarsi più vicino al televisore. Ma il risultato è quello che è! Eppure i valorosi protagonisti di questa settimana mondiale (Por-tu-gal Por-tuu-gaal! Por-tu-gaaaall!) hanno provocato una vera ebbrezza collettiva, facendo del Portogallo un paese completamente nel pallone! Poi è finita così, senza gloria.ma con onore! Io e la Romi siamo arrivate proprio il giorno della grande vittoria e dell’inizio dell’esaltazione. L’abbiamo vissuta nel suo tendersi, caricarsi e nello spegnersi dopo la sconfitta, e ora, che si può fare? Niente, si può fare, così decidiamo di consolarci concedendoci un paio di dolci che si rivelano fenomenali, anzi, oserei dire indimenticabili!! Poi girovaghiamo per il Bairro Alto e la Baixa Chiado, più che altro per far sì che passi il cerchio alla testa causato dalla sovrabbondanza di vinho verde. Ed è un lungo girovagare! Le facce comunque sono super-distese e sorridenti. Anche i loschi figuri che agli angoli delle strade offrono mercanzia particolare sembrano rasserenati dalla fine della tensione. Dopotutto è sabato, e sicuramente i portoghesi troveranno presto altre scuse per festeggiare! Ci sarà qualche santo patrono da omaggiare da qualche parte! Quando prendiamo la strada dell’albergo attaccano discorso due stravaganti tipi di nome João e Antonio. Parlano benissimo italiano e intavoliamo un’amabile conversazione che va dal kazoo, alla musica italiana, al Fado, ai fanghi Guam, alle vacanze sulla Riviera Adriatica, alla lingua italiana e a quella portoghese. Quando ci salutiamo non possono non farci mille auguri per la finale, come se si trattasse di una questione nostra personale! Non basta; altri tizi ci sentono parlare italiano mentre camminiamo e ci incitano “Va a gagnar la final!! Italia va a gagnar!” Direi che i portoghesi contano sull’Italia per castigare l’immeritevole Francia.vedremo, vedremo anche questa! Nella discesa verso il Rossio abbandoniamo il cuore di Lisbona, dove il vento si fa sentire anche questa sera, seppure questa volta nella veste di una tiepida brezza che si insinua fra vicoli e palazzi. Anche questa sera ha voluto lasciare il suo segno il vento, compagno di questa settimana. Gelido, pungente o frusciante; umido, salmastro e prepotente, oppure tiepido e incostante, mi lascerà ricordi di un potente brusìo, occhi strizzati, pelle d’oca e nuvole ballerine. Intanto si è fatto tardi e domattina sveglia alle 6.15. Boa Noite, Portugal.

Domenica 9 luglio 2006
La giornata del nostro ritorno scivola via veloce dietro a piccoli episodi. La notte in albergo alla fine non l’abbiamo pagata, sull’autobus per l’aeroporto siedo accanto a una loquace signora simil-capoverdiana che continua a tirar su col naso in maniera sconcertante, l’aereo è in ritardo di mezz’ora e, soprattutto, in aeroporto vengo sottoposta a minuziosa perquisizione da parte di una gentilissima signorina in divisa. Mi domanda se “può perquisirmi per cortesia?” Che faccio, le dico di no, preferirei lasciar perdere, per questa volta passo?? Mi piacerebbe, invece le offro un tirato sorriso di accondiscendenza. L’affabile agente mi chiede amabilmente di seguirla un po’ più in là -ma sempre di fronte a tutti- profondendosi in mille sorrisi, che però non bastano a cancellare la frustrazione e il disagio causati dal sentirsi mettere le mani addosso. Che esperienza alienante! Arriviamo in Italia dove ci accoglie un’aria afosa, inesorabilmente inconsapevole del vento oceanico, e dove avvertiamo immediatamente l’atmosfera sospesa che precede i grandi avvenimenti. Eccolo, finalmente è arrivato il giorno della Finale! Notiamo che anche qui in questi giorni si sono moltiplicate le bandiere alle finestre.tricolori, però! Ma questa è tutta un’altra storia che avrà inizio proprio nella serata del nostro rientro, e chissà cosa ci porterà! La settimana mia e della Romi in Portogallo, invece, ci ha regalato immagini decadenti e moderne, paesaggi familiari e azzurri unici, sapori genuini e modi schietti, allegria e riflessioni, sole e tanto vento, trepidazione euforia e confusione! Insomma, sono state giornate piene, esuberanti e caotiche.belle giornate con la testa nel pallone!

Il Viaggio Fai da Te – Hotel consigliati in Portogallo

 

 
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