Racconti da Addis Abeba

di Fausto Toccaceli –

Addis Abeba
22 gennaio 
Statue romane ricoperte di addobbi natalizi, sopra, musica alta, troppo alta…Ora silenzio.
Ore 11,05 a.m., cortile del bar dell’Hotel Stion. Intorno inservienti, creature gentili, timorose e sorridenti, tre o quattro, dipende dai momenti, dal numero dei clienti presenti. L’avventura è iniziata. Girone nord dell’inferno, visto dal basso. Povertà, miseria, negli occhi della gente rassegnazione… Volere divino, sembra essere scritto in quegli occhi luminosi senza speranza. 

Silenzio, il cielo, silenzio. Addis Abeba, Addis Abeba risuona nella mente. Sono passati tre giorni e non tutto è chiaro. La città, cumulo di case fatiscenti e alcuni grattacieli nella zona centrale, Bole è il suo nome, ma poi baracche e fogne a cielo aperto in un puzzo acre, sgradevole. Città disordinata, ai limiti della tolleranza. Gennaio, 26° gradi, clima perfetto e luce accecante. Tutto, tutto ancora da scoprire.

22 gennaio ore 12,30
Abbiamo deciso di cambiare camera d’albergo. Un insopportabile rumore notturno non ci permetteva di dormire. E’ la pompa dell’elevatore dell’acqua dice l’inserviente, “no problem” potete andare nella stanza 37 da lì non si sente. Insieme al primo altri due ci trasportano i bagagli, 5 birr di mancia. Uno di loro, il più giovane, ha in mano la mia busta piena di medicinali, “I look”, dice, vuol vedere dentro una scatola per capire che cosa contiene. La apro, mi guarda sbalordito, capisco che non ne aveva mai vista una…Fortuna?.

23 gennaio
Lo “sprisse” è una delizia. Frullato di frutta, con la semplice caratteristica che ogni frutto non perde la sua identità. Colorato, come l’arcobaleno: banana, mango, papaia, ananas, avocado e altro di cui non so il nome e un piccolo limone da spremere nel tutto…Provare per credere.

23 gennaio
La Casa – Ciro è puntuale, arriva alle 9 –international time – come d’accordo, mi aiuta con il suo corretto amarico a risolvere un piccolo problema con la portinaia dell’albergo, assai isterica.
La corsa in auto è veloce tra l’acre fumo dei minibus blu e bianchi, che procedono a zig-zag. L’appuntamento con la proprietaria della villa è per le 9,45. Puntuali anche lì. Davanti il portone color grigio perla il guardiano ci aspetta. Appena entrato l’impressione è di meraviglia. Veramente bella, ingresso in cemento, spazioso, giardino ben curato con alberi grandi e verdeggianti, erba rasata e fiori ovunque. Ricognizione all’interno. Molta luce e a prima vista in ottimo stato, parquet in tutte le stanze, meno che in cucina e nel corridoio. . La proprietaria che parla un discreto inglese mi saluta con un inchino, è sorridente, sembra che io le abbia fatto una buona impressione. Ora è del prezzo che si deve parlare. In amarico, la signora il broker e Ciro iniziano una discussione a dir poco furibonda, ma così non è, sono già d’accordo. Il broker riceve una mensilità se l’affitto viene versato in unica soluzione per un anno e non mensilmente, di meno in qualsiasi altro caso, la metà se in sei mesi, un terzo se ogni tre mesi, che interesse avrebbe di farmi pagare meno e per un periodo breve?…12.000 birr al mese è la sentenza, faccio una breve riflessione su quanti euro mi stanno per estorcere; 850 euro. Mi guardo intorno, aria buona, uccelli che corrono, veramente un bel giardino…Ma sempre ladrocinio è.
Alternative, forse sì, ma siamo stanchi di stare in quella topaia di albergo, tra odor di pipì e musica assordante. La signora, ora diventata antipatica, dice che tutto si deve concludere nella mattinata, stesura del contratto e pagamento immediato, sei mesi subito e sei mesi entro la fine di aprile. Ciro mi propone di cambiare gli euro da un suo amico un certo C., che ha un piccolo negozio di souvenir in centro. C. è nero ma non etiope, sorride anche lui, “no problem” dice. Seimila sono gli euro da commutare in birr, non li ha tutti, dobbiamo aspettare che se li procuri. Nessun problema per l’attesa, anche perché il contratto lo sta scrivendo una signorina in un fatiscente ufficio poco lontano, una mezz’ora non di più, aveva detto. Ci sediamo, davanti il negozio di C che vende articoli per turisti, quali poi! Non c’è uomo o donna bianca fin dove testimonia l’occhio. Un po’ d’acqua? Dice Ciro, guardando il bar di fianco. Sì, perché no, dico io, il sole picchia e si fa sentire. Ma ecco ciò che sta per accadere: prima che riesca a varcare la soglia del bar, elegante a dire il vero, una capra, sì, una capra di dimensioni enormi con un orecchio viola e lo sguardo spaurito, lo anticipa ed entra prima di lui. Il povero animale una volta dentro, incomincia a girare tra i seggiolini roteanti nei pressi del bancone e le poche persone lì appoggiate. Scena a dir poco esilarante. Presumibile sia stato il proprietario del locale, senza non poche difficoltà, a prenderla per un orecchio, quello viola, a trascinarla con forza e sbatterla fuori . Una volta nella strada affollata, l’esterrefatto barista inizia a rivolgere frasi, ritengo ingiuriose, verso il proprietario del povero animale che stava procedendo, ignaro di quel che stava accadendo, sul marciapiede con il resto del gregge ancora composto. Ho un documento di quanto accaduto, sono riuscito a scattare una foto nella confusione generale, mentre ridevo come un pazzo. Qualche minuto ed ecco C. di ritorno. Sotto braccio un pacco, un pacco che sembra contenere panni sporchi o cose del genere. Lo seguo con lo sguardo senza perderlo un attimo di vista, mi si avvicina e con un cenno ci invita a seguirlo nel suo bazar. Il malloppo viene depositato sul banco, tutto alla luce del sole, mi guardo intorno incomincio a d avere paura. La gente scorre sul marciapiede. Aperto il pacco i 72000 birr compaiono, C. inizia a contarli con abilità di un cassiere di banca. Accertata la somma i soldi vengono trasferiti nella mia capiente borsa che porto a tracolla dopo essere stati posti in un sacchetto dell’ immondizia nero. Consegno gli euro, un veloce saluto e poi si riparte. Ritirato il contratto stilato in poche righe, ci dirigiamo verso la mia nuova casa. Dodici e venti, le signore, si perché alla prima nel frattempo se ne è aggiunta una seconda, sono sedute all’ombra degli alberi del cortile, sedute su seggiole da spiaggia romagnola. Il contratto che naturalmente non è stato registrato, viene firmato e reso esecutivo con la controfirma di due testimoni per ognuna delle due parti, io naturalmente e la signora, ancor di più sorridente. 240000 birr per due anni di affitto, recita il contratto. Madame riconta i soldi, sputandosi sulle dita ogni dieci banconote sfogliate, sorride ancora incrociando lo sguardo dei complici…Grazie al cazzo; anche questo pollo italiano è spennato…Possiamo andare.

24 gennaio
Giardino del bar dell’hotel Tsion. Seduto a un tavolo sorseggio un “ orange juice”, il vento, quasi brezza, muove l’aria altrimenti calda, mentre scorro pagine del dizionario italiano-inglese. Uovo, mi fermo. Ecco cosa posso ordinare oggi per pranzo, basta injera e carne poco cotta, basta riso scondito e pollo secco. Uova sode, che delizia. Hard-bolled eggs, recita il corrispettivo in inglese. Chiamo subito una cameriera, sono ancora le 10,30, ma è meglio mettere subito le cose in chiaro. Ne vengono tre, indico con il dito la parola uovo sul vocabolario, stando attento a non indicare la successiva e la precedente e mi rilasso sorridendo soddisfatto. Le tre carine fanciulle sorridono, ma intuisco che non hanno capito cosa voglio. Ne chiamo un’altra, vengono tutte, uno stuolo di cameriere, le guardo e pronuncio “hard-bolled eggs”. Il sorriso delle fanciulle si tramuta in risata. Sono sconsolato, non hanno idea di quello che sto chiedendo. Se ne vanno, una dopo l’altra…Ma ecco l’imprevisto, una di loro torna indietro e muovendo le mani con le dita racchiuse sul pollice emette un gorgoglio simile a quello di un tacchino…glu…bl…glug…ridendo come una pazza. Aveva capito, stava mimando il bollire dell’acqua…Aveva capito. Uova a pranzo, mi ripeto, uova a pranzo. Scolo il mio “juice”, mi sto per alzare, incollo la borsa e…ecco un cameriere, non presente nella circostanza precedente, mi si fa incontro balbettando “skin…peel…to cut…to season. Sconsolato ripiombo sulla seggiola gridando “No i peel…no you…” Anche oggi riso in bianco!?

27 gennaio
Compleanno di Lucilla.
Questa sera andremo a cena fuori dall’hotel, finalmente. “Blue tops” si chiama il ristorante italiano scelto per l’occasione. La camera non è stata ancora rassettata, decido allora di fare due passi verso il baracchino costruito in lamiera arrugginita, dove si trova sempre frutta fresca e in abbondanza, che spettacolo. Chiedo due banane, il ragazzo capisce che ne voglio due chili, due birr dice, il costo è sempre quello, sia che siano due o due chili, non saprei dove metterle e allora per due birr ne prendo tre. Sole sempre caldo temperatura 25-26°. Vento a brezza. E’ un sogno!?

27 gennaio
La bambina con il vestito rosso e la calzamaglia bianca, è domenica, sta giocando con una corda, veramente è uno spago di plastica sottilissimo, così leggero che non riesce a farlo passare sopra la testa e men che meno sotto i piedi saltellanti. Ha un’espressione un po’ triste, forse solo per la corda troppo leggera. Oggi scendiamo in centro, se ne trovo una adeguata al gioco la prendo e gliela porto.

28 gennaio
E’ passato a prenderci A., un “boss” locale che sta curando la spedizione e il successivo sdoganamento delle nostre masserizie che verranno dall’Italia e arriveranno a Gibuti. Quarantatre anni vissuti, ci racconta dei suoi viaggi, Europa, Sud America, Australia per festeggiare il suo 40° compleanno. Guida con sicurezza un’auto fuoristrada esageratamente grande, saluta la sua gente, quando si arresta ai semafori, come un pope. Grida allo scandalo per come vive, indicando mendicanti e donne disidratate che trasportano legna sulle spalle, ma dice anche che il popolo etiope non ha voglia di lavorare…I giapponesi e i cinesi invece sì…E la sua macchina diventa sempre più grande. Parla di Berlusconi e di Prodi di Putin e di Busch, si dice di centro sinistra e se dovessimo aver bisogno di soldi non ci dobbiamo preoccupare, ci penserà lui, senza interessi per il prestito naturalmente…E la sua macchina diventa sempre più gr…Spero ci accompagni presto in hotel.

29 gennaio
La gente è così cordiale, così gentile sempre sorridente, mi mette quasi in imbarazzo… Cosa posso fare?… Cosa posso dare?… Cosa pensare!?

30 gennaio
Con questo caldo a stento credo sia gennaio. L’idraulico se ne è appena andato, “no problem” ha detto, lo sciacquone funziona a dovere, meno male. Sissay lo “zabagna” passa e dice “no problem”, oggi sistemiamo le prese elettriche. La casa è veramente bella ma alcune cose hanno bisogno di manutenzione, vedremo. Ho un terribile mal di testa, è la prima volta che mi capita in A.A.. Ho cucinato tutta la mattina, avevo fagiolini carote e patate da cuocere. Yemserach, la “mamite” verrà domani mattina, lo spero, così cucinerà e rassetterà la casa. Ho bisogno di riposo.

30 gennaio
Passati dieci giorni ho quasi distrutto il mini-vocabolario di italiano-inglese a forza di consultarlo.
Chi più chi meno qui tutti parlano inglese, non ho ancora incontrato un etiope che parlasse italiano.
Il mio inglese migliorerà, ne sono certo. Di necessità, virtù…

31 gennaio
La casa è ancora vuota. Un frigo, una cucina a gas, un letto e quattro seggiole di bambù con un piccolo tavolo sul quale sto scrivendo, è tutto quel che c’è. Oggi pomeriggio spero venga Mike con il suo gippone, così mi accompagnerà a prendere almeno un tavolo per la sala ed uno specchio per uno dei due bagni. Mangiamo in casa ma per cucinare ho solo due padelle, senza coperchi, una pentola per far bollire l’acqua, un coltello, per fortuna molto tagliente, il resto, tutto di plastica. Sisay andrà a prendere del pane fresco e latte per domani, ma qui tutto è relativo, tutto diventa normale, anche mangiare solo una volta al giorno. Ci si abitua a tutto, le capacità di adattabilità umane sono infinite, basta trovarsi nella situazione giusta e provare.

Io e Sisay abbiamo fatto un bel lavoro ieri, pulito il giardino da arbusti inutile e “dry” ha detto lui.
“Good work” e ci siamo battuti le spalle. Qualche nuvola, le prime dopo dieci giorni, pensavo qui non esistessero in questo periodo –sono uguali alle nostre in Italia – ha coperto a tratti il sole sempre caldo, anche quando non c’è, mentre rapaci galleggiavano nell’aria. Il vento, che non ha nulla a che fare con quello che soffia a Cagli, è un refrigerio costante, passa sulla pelle come una carezza. Non mi stancherò mai di dire che il clima qui è perfetto, se ci fosse la possibilità di “regolarlo” penso che lo lascerei così com’è.

1 febbraio
Sono le undici e sono solo in casa. Lucilla a scuola, Sisay è andato alla società dei telefoni per l’allaccio e Yemserach verrà solo nel pomeriggio. Ho appena abbattuto come noci, con alcuni colpi di bastone due limoni, ne avevo bisogno per gli spinaci e i fagiolini.

Sisay, lo “zabagna” è un ragazzo giovanissimo, avrà più o meno venticinque anni, è sempre presente a volte anche troppo. Attento se ci abbisogna qualsiasi cosa e precipitoso ogni qualvolta lo chiami. Vive in una stanza, servizi li chiamano qui, dietro la nostra villetta. Ha un letto, un fornello, uno specchio, sul muro una cartina dell’Africa con vicino un poster con un aereo…La speranza è l’ultima a morire. Ha anche un gatto, mi ha detto che gli fa compagnia la notte e se può continuare a tenerlo con se, “no problem” gli ho risposto. Penso sia orfano, non gliel’ho ancora chiesto. Il pomeriggio per tre ore frequenta un corso scolastico, anche se non ho capito di che tipo, vuole studiare ed avere la possibilità di cambiare lavoro, glielo auguro sinceramente. Lavorava qui nella casa, anche quando era sfitta e adesso per noi per 500 birr al mese, 35 euro, è questa la tariffa, ci sono leggi di mercato, non si possono ignorare.

Yemserach, la “mamite” è una signora di circa 40-45 anni – non sono riuscito ad avere una venticinquenne – lavora qui da noi per il momento part-time. Ha un sorriso penetrante e uno sguardo dolce da cerbiatto impaurito, ma conosce il suo mestiere come la vita e la sofferenza, le sue spalle curve hanno più che parole. Una cosa mi ha colpito particolarmente nel mentre esegue le sue mansioni, fa il bucato a mano usando una tinozza di plastica appoggiata su due vecchie gomme d’auto e ho capito, senza avere avuto il coraggio di chiederle il perché, che questo sistema permette di ammortizzare l’urto quando sfrega i panni con il sapone. Il bucato ha odore d’altri tempi.

2 febbraio
Dopo il nostro arrivo in casa gli uccelli si sono moltiplicati, non conosco i nomi delle specie. Ne arrivano a decine di fattura e dimensioni diverse, anche se un tipo somiglia molto al nostro piccione, un po’ più grande e con la caratteristica di avere due macchie rosse che fanno da contorno agli occhi, sembra un trucco indigeno di guerra. Vengono a mangiare i residui del cibo, molliche di pane e altro, fin vicino ai piedi, non hanno paura, d’altronde era la loro casa prima che fosse anche la nostra. Il giardino ora curato a dovere è ancora più bello, è un delizioso passatempo.

Harlem jazz
Gaetano, un collega di Lucilla, è venuto a prenderci con la sua macchina stasera, noi siamo ancora appiedati. “Andiamo a mangiare fuori” ha detto, proprio qui vicino a casa vostra c’è un ristorante italiano dove preparano ottima carne ai ferri”, nome del ristorante “Il caminetto”. Ottima cena, carne in abbondanza, anche se di difficile identificazione, accompagnata da spinaci, qui sono particolarmente dolci. Una bottiglia di merlot e poi un whisky, così, tanto per scaldarci. Il costo di un pasto così come descritto non supera i 300 birr, 21-22 euro, per tre persone, naturalmente. Sono appena le dieci, a 500 metri un locale dove si fa musica, si nota già dall’uscita del ristorante, è “L’Harlem jazz”. Gaetano ci dice che il venerdì è la serata migliore, quella dove si esibiscono buoni gruppi jazz, ma anche il sabato si può sentire buona musica. Dopo avere contrattato all’esterno con una ragazzina di non più di tredici anni l’acquisto di tre pacchetti di marlboro light per 13 birr al pacco 0,90 centesimi di euro, entriamo nel locale, che a prima vista ricorda un club privato degli anni 60 in Italia, poca luce e discretamente angusto, ancora senza visitatori. Il nostro amico che ha già frequentato il locale più volte dice che la musica inizia dopo le undici, “Vedrete tra un po’ si riempirà”. Ci sediamo all’interno. Il locale è accogliente, piccole poltrone schierate a forma di U, con un tavolo in mezzo per le consumazioni. Ne occupiamo uno, dopo aver ordinato birra, aspettando che arrivi qualcuno. L’attesa è breve, nel giro di dieci minuti a coppie e a piccoli gruppi ecco i primi festaioli, soprattutto seguaci di Ras Tafari, in Europa conosciuti come “rasta”, lunghe treccine e cappelli colorati. Poi la musica ha inizio, regghe naturalmente, ritmo piacevole impossibile stare fermi, l’ondeggiare dei giovani presenti ci ha talmente coinvolti che Lucilla e un’amica di Gaetano sono avanzate fin sotto il palco e si sono unite ai ragazzi che ballavano.

5 febbraio
Plumber
La giornata sembra tranquilla, mi alzo, sono appena le otto, sette ore di sonno sono sufficienti anche per un minatore. Mi stiracchio un po’, attraverso le tapparelle intravedo un pallido sole mentre il muezzin continua blandamente nel suo canto mattutino, ormai alla fine. Entro in bagno ed ecco la sorpresa. Lo sciacquone riparato appena l’altro ieri, non tiene, un rigagnolo sottile ma continuo scende senza interruzione. Impreco ma non serve a niente. Dilettanti ecco cosa sono i plumbers di AA, solo dilettanti. Tre ore aveva lavorato l’idraulico per riparare il danno, dico tre ore e la perdita è ancora presente, anzi è peggiorata. In casa vi sono due bagni, ma l’altro è stato chiuso il giorno prima per lo stesso problema. Vado a pisciare in giardino? Ma neanche per sogno. Chiamo Sisay e gli mostro quanto sta accadendo con espressione notevolmente seccata. “No problem” dice lui, “problem” dico io, vedi che non c’è acqua nello sciacquone, sta andando via, vedo dove ma non so perché. Prende il cellulare e chiama un nuovo plumber, questo è bravo dice lui, lo spero dico io. Tra mezz’ora sarà qui. Non più di venti minuti ed ecco il nuovo plumber, entra dal cancello sorridente, in mano una valigetta da medico condotto, considerato anche il fatto che veste in modo elegante: camicia bianca a righe azzurre, pantaloni di velluto con tasca tagliata, scarpe leggere ed eleganti. Oddio, anche oggi si piscia in giardino. Continua o sorridere mentre Sisay lo accompagna nel bagno di servizio. Il lavoro ha inizio: un disastro, l’acqua esce da tutte le parti, anche dove prima stagnava. Con i denti svita la capsula argentata che serve per tirare l’acqua, non ha ancora perso il sorriso. “No problem” dice il plumber in un attimo risolviamo tutto. Ho qualche dubbio. Sfila la corda, la rimette, pompa alcune volte la valvola di chiusura, ma niente da fare l’acqua continua a scendere imperterrita. Altro tentativo sempre con i denti, che ora non sorridono più, sembra disperato, ed io più di lui che oltremodo sono anche incazzato. Si rivolge in amarico a Sisay, confabulano un po’, poi solleva la valigetta che contiene solo stoppa e una pinza e si dirige verso il bagno della camera. Hei! Sisay, ma dove và!? In inglese mi dice che lì il problema è risolto e sta andando a vedere cosa è successo all’altro sciacquone. E’ risolto un cazzo dico io, di acqua ne viene più di prima. Torna sui suoi passi, guarda l’acqua scendere riposa la valigetta e…Sono le 12’30, lo sto ancora aspettando è andato a comprare insieme a Sisay, con i miei soldi, un nuovo sciacquone. Che dio me la mandi buona.
Sono appena tornati, presto a dire il vero. Subito al lavoro a sostituire i vecchi pezzi con i nuovi appena comprati. Il plumber entra in bagno, poi torna sui suoi passi, si toglie le scarpe nuove e infila i calzoni sotto i calzini a mo di alpino, sceglie l’alternativa di rovinarsi definitivamente i calzini con un vistoso buco sul pollice e salvare i pantaloni nuovi, condivido. Sono comunque esterrefatto, mi allontano per evitare di finire affogato, non so più cosa fare, mi siedo con la testa fra le mani ascoltando i rumori che vengono dal bagno, aspettando come un padre aspetta il parto della sua compagna. Ancora qualche minuto e di nuovo mi affaccio incuriosito. Oddio! Lo sciacquone è stato smontato, tubi dappertutto, il plumber è serio e imbronciato nessuna parvenza di sorriso che mi possa tranquillizzare, mentre Sisay con degli stracci tampona ogni falla, cosa dovrei pensare? Torno sui miei passi e vado a pisciare in giardino. Il bagno è ridotto male, “una troscia” spaventosa galleggia minacciosa, non più una parola tra i due. Aspettiamo. Ora è comparsa una sega per il ferro, un mazzolo di dimensioni notevoli, alcune chiavi giganti e stoppa a volontà. Sisay sta ancora tamponando acqua. Aspettiamo. Mi affaccio ancora, lentamente, come un giocatore di poker sfila le sue carte e Sisay ora sorridente, mi fa notare che il pezzo nuovo che sta per sostituire il vecchio è “made in Italy”, dovrei per questo rallegrarmi?
Mazzate, colpi, ferri che cozzano, e… d’improvviso un urlo di vittoria. Corro incuriosito, il plumber sorride, Sisay sorride, a good work sento pronunciare, tra melma e ferri vecchi lo sciacquone taceva. Il lavoro era finito, l’incubo finito… alle due del pomeriggio.

5 febbraio – 16,45
Il giorno che abbiamo ricevuto la comunicazione della partenza per AA mi sono sentito leggero come un’anima e nello stesso tempo preoccupato come un bambino per il suo primo giorno di scuola. Leggero in quanto lo stato di incoscienza mi permetteva di librare in aria, sensazione fino a quel momento sconosciuta, vedere e non vedere, sentire richiami lontani, quasi il mio stato fosse di totale abbandono e sospensione. Le cose e le persone da sempre presenti e determinanti in quel di Cagli di un tratto soffondersi perdere consistenza. Il pensiero a mia figlia e a mia madre che sarebbero rimaste lì e che non avrei rivisto per molto tempo oltremodo mi rendeva inquieto. Tutto ciò che è nuovo che si verifica la prima volta ha un sapore assolutamente diverso, sconosciuto, che a tratti genera terrore…”Bellezza e terrore, andare si deve, gli affetti non sono mai troppo lontani”…Recita Rilke. Ho queste parole perennemente in testa, mi sono di aiuto ora che sono qui in terra d’Etiopia, lontano dal mio paese dalle persone care. Attraverso AA con molta curiosità, scruto con l’attenzione di un bambino e con molto rispetto un mondo che non è affatto ostile, anzi mi permette di vivere questi primi giorni con serenità e passione. Una passione rivolta soprattutto a un popolo veramente povero e disorganizzato che non chiede niente agli altri ma ai loro neanche a se stesso. Noto una generale rassegnazione, questo affidarsi ad un dio che per loro ha fatto veramente poco, è segno di tenera debolezza, molte religioni molti credo in una passività sconcertante. Ha un sapore di trascendenza questa esperienza, conosco ancora pochi e poco ma ciò mi basta per andare avanti alla scoperta di me stesso e di tutto ciò che può farmi crescere. La situazione precaria che io e Lucilla stiamo vivendo,- abbiamo si trovato casa, ma non abbiamo ancora niente, nessun arredamento, non la macchina per muoverci – a volte mi incupisce, ma penso sempre che in futuro, quando la casa sarà accogliente e un mezzo di trasporto ci permetterà di spostarci anche fuori dalla città, tutto si esalterà e ci concederà soddisfazione per questa scelta coraggiosa. In questi giorni amo la vita come non mai, non è stato così neanche nel momento in cui ho perso l’immortalità, in cui vedevo la fine di ogni giorno come la fine della vita. Amo la vita non nella speranza ma nella certezza, in quella certezza in cui ogni momento hai da scoprire ed imparare qualcosa . Conoscere gente e situazioni in ogni momento, guardare sempre stupefatto, aprirsi di continuo con ardore, cosa c’è di meglio da augurarsi? Nati per vivere, dovrebbe essere il motto di ognuno.

6 febbraio – 19.30
E’ appena iniziato a piovere, già dalle prime ore del pomeriggio il cielo si era oscurato, i grossi rapaci, ve ne sono veramente molti, a spirale si erano alzati di parecchio, quasi sembravano rondini nel cielo italiano. Sisay aveva detto, no rain, no rain, mentre innaffiava i fiori e l’erba, forse domani ma non oggi: si sbagliava. La cosa più strana e poi lo chiederò a lui, è stata, che appena è incominciato a piovere si è scatenata una sarabanda di fuochi d’artificio, come per festeggiare una ricorrenza o qualcosa del genere, ma tutto mi dice che i petardi sono scoppiati per salutare la pioggia, visto che in AA non pioveva dal settembre scorso, domani lo saprò.

“A party”, mi ha detto Sisay, nessuna festa per la pioggia, finita la poesia…Incomincia la poesia.

Mi sento uno scricciolo nel suo nido
In questa città confusa e colorata
Il tuono rumoreggia e confonde le idee
Ma è la pioggia la compagna del momento
E’ la pioggia a schiudere le fessure dei pensieri
Senza più confini in questo cielo immenso
Dove la luce regna e trapassa
Dove il sogno non è abbastanza
E le carezze hanno il sapore di un domani prossimo a venire.

2
A che serve saper volare
Se un alito è abbastanza per farci tornare indietro?
L’azzurro di questo cielo infinito
Se ogni momento è pregno di dubbi e non di passioni?
Il riverbero della luna
Se restiamo abbracciati alle nostre paure?
L’agire è un semplice rompicapo
Rispetto per noi stessi sopra ogni cosa.

3
Nell’’attesa di un momento che tarda a venire
La stanza è ben illuminata dentro le sue finestre lucide
La musica ondeggia e poi tace
Le mani fremono e si racchiudono
In una preghiera senza fine
Solo la corteccia dell’albero è immobile
E mentre le foglie si fanno il solletico
Io dormo un sonno che non ha eguali.

7 febbraio
I soldi sono quasi finiti, considerato che torneremo in Italia dopo la fine della scuola, fine giugno, bisogna correre ai ripari. Sapevamo già che in AA non era possibile aprire un conto corrente,- o quanto meno non era sicuro operare con le banche locali,- per far trasferire i fondi dall’Italia e che ci sarebbero stati altri modi per avere contante. Questa mattina è venuto a prendermi con la sua auto Ciro, non ci sono problemi ha setto, andremo a bussar cassa da “Bambino”. Bambno è il nomignolo di un commerciante cretese che vive in AA da circa vent’anni, ha aperto un supermarket lungo la “B. road”, importa ogni ben di dio dalla Grecia e dall’Italia soprattutto, compresi il prosciutto di Parma e il parmigiano reggiano. Tutti gli europei vanno da lui a fare spese e non solo. Concede prestiti ad un cambio concorrenziale al cambio nero che in AA è possibile fare ovunque. Siamo entrati nel suo ufficio dopo aver attraversato un altro ufficio che fa da anticamera abitato da due belle fanciulle etiopi. Ci ci riceve è un uomo corpulento sui settantacinque, capelli bianchi e sguardo da venditore ambulante, semplice ma distinto. Ci fa accomodare, mentre una signora, che poi scoprirò essere sua figlia, armeggia rumorosamente intorno. Dopo un “buongiorno” ben apostrofato da parte di entrambi, ci sediamo. ” Italiani, bene. Io tratto per affari con tutti gli europei, inglesi, francesi, tedeschi ma è con gli italiani che vado più d’accordo, – non avevo dubbi – voi italiani siete così vicini alla mia terra…Il detto, italiano greco una razza una faccia, -non sapevo quando ma ero certo che avrebbe citato questa cretinata- non può essere più azzeccato”.
Bla… Bla… Roma, Napoli, il figlio che vive a Cattolica e così via. E poi: “Lei” – rivolgendosi a me – “lavora all’ambasciata?”
“No” dico io, “sono un semplice marito di una insegnante della scuola italiana, la quale ha pensato bene di portarmi con se in terra d’Etiopia per sbrigare tutte le varie incombenze che normalmente possono capitare.”
“Non è il primo sa, ne ho conosciuti altri nella sua condizione. Siete qui per…”
Anticipo Ciro e…Be! Veramente ho bisogno di contante, birr naturalmente, lo stato italiano paga il primo stipendio dopo due mesi…e nel frattempo dobbiamo sopportare spese…l’affitto, l’arredamento della casa…
“E quanto vi serve?”
“Settantamila” dico io – cinquemila in euro -.
“Ho capito, ho capito, nessun problema”.
Chiama la figlia, che non parla italiano e presumo le dica di darci il contante.
“Ventimila subito e il resto sabato mattina, poi lei con calma, si senza fretta mi fa il bonifico,in Europa, con calma”.
Mi fa firmare su una comunissima agenda che ho ricevuto l’acconto, dopo aver trascritto il mio nome ed avermi consegnato gli estremi per il bonifico, senza verifica di nessun documento, una stretta di mano e arrivederci a sabato. Dimenticavo…Nel mentre stavamo uscendo dal suo ufficio prima di afferrare la maniglia…
”Sa signor Fausto, ad AA non c’è delinquenza, la gente è povera e disorganizzata, ma rispetta tutto e tutti, qui gli orefici possono lavorare con le porte aperte e lei può girare tranquillamente con ventimila birr nelle tasche, non si dimentichi mai che questa è una città abitata da gente onesta”…
Ed io che avevo già valutato, nel tragitto dalla sua scrivania alla porta, la possibilità di non farmi più vedere… Italiano greco una razza una faccia… Vatti un po’ a fidare…

Al ritorno, dopo essere stati da “Bambino”, Ciro ha percorso una strada sicuramente angusta ma oltremodo caratteristica, piena di negozietti colorati, dove puoi trovare ogni cosa. Questa simil-mulattiera che esisteva già nel periodo della occupazione italiana di fine anni trenta va ad incrociare la famosa Via Mussolini che ora non porta più questo nome. La storia che caratterizza questa via, di non più di cinquecento metri, è il suo nome: “la via dove non si deve chiedere niente”. E’ presto chiarito perché. La strada allora sterrata, era ai tempi dell’occupazione italiana frequentata da prostitute e chiunque dopo le otto era a passar di lì non aveva da chiedere niente, in quanto solo un motivo ti poteva portare, quello di andare a puttane.

8 febbraio
Questa mattina insieme a Sisay sono andato a comprare un po’ di cose per il pranzo, frutta pane e poco altro. Nel mentre stavamo attraversando “Bole road” si è presentata una scena a dir poco simpatica, due muli completamente liberi si sono messi, uno con il collo sopra quello dell’altro, in mezzo alla strada bloccando il traffico. Dopo alcune peripezie un vigile stradale e un operaia che stava pulendo lo spartitraffico sono riusciti ad allontanarli, dirigendoli al lato della strada dove con sufficienza e incuranza si sono messi a brucare l’erba. E’ frequente girando per AA trovare animali liberi soprattutto muli e capre e purtroppo anche cani di notevoli dimensioni, ma per quel che ne so nessuno è mai stato molestato da essi. Un altro scena molto divertente è l’omino che a giorni alterni occupa un angolo di “bole road”, nel tragitto mio abituale per andare a fare spese, al coperto di una lamiera sorretta da due pali di eucalipto, con la sua vecchia “Singer” per cucire tende e accorciare pantaloni. Questa mattina l’ho visto mentre stava arrivando a prendere il solito posto, insieme ad un collaboratore. Aveva sulle spalle la base della macchina, in ferro naturalmente, mentre l’altro, sotto braccio, portava la nera “Singer”, scene d’altri tempi.

9 febbraio
Nel ricordare quel che mi aveva detto Fiseha, l’autista di Clara, quando viveva in AA, che le case in Italia hanno un cattivo odore causa le chiusure ermetiche di porte e finestre, ho verificato personalmente che qui non solo la casa in cui vivo ma anche le altre che ho visto hanno fessure e spiragli un po’ ovunque, tutte le porte hanno nella parte sottostante almeno mezzo centimetro di luce e per questo è assolutamente vero che l’aria esterna ha lo stesso odore di quella interna, un buon odore. Tutto ciò è permesso dal meraviglioso clima e dalla quasi totale assenza di ogni genere di insetti.

Ieri pomeriggio abbiamo acquistato alla modica spesa di mille birr uno splendido tavolo, dopo tredici giorni abbiamo finalmente mangiato come dio vuole. Il precedente tavolinetto usato per i pasti è ora al suo posto, in un angolo con sopra il telefono. Oggi, invece, dopo aver fatto compere da Bambis, al ritorno, Lucilla ha preso uno specchio per uno dei due bagni, semplice e carino. Tredici giorni senza guardarmi ed ora eccomi di nuovo, abbronzato, barba lunga. Domani provvedo.

Una buona cena ieri sera insieme a Gaetano al ristorante armeno, a dire il vero un po’ troppo piccante ma il kebab era ottimo. Un figuro singolare ci ha accompagnato per tutta la cena con la sua musica. Meticcio, alto, pastrano e cappello in pelle. Entrando nel locale lui era all’esterno e vedendomi con la sigaretta accesa mi ha detto: “entra pure qui non siamo in Italia, si può fumare anche all’interno”. Base musicale, voce roca, canzoni anni 60-70. Ray Charles, Beatles, un po’ di rock-blues americano e Nico Fidenco… Ti voglio cullare, cullare… un granello di sabbia… Incredibile, in AA sentire questa musica e queste parole, il mio amico Gaetano ha esclamato: “tutto avrei pensato meno che di riascoltare questa canzone in questa città”. Come dargli torto. Al ritorno, proprio vicino casa, due ragazzine di non più di sedici anni stavano battendo il marciapiede, in quel punto la strada si stringe e Gaetano è stato costretto a fermarsi causa un’altra auto che veniva in senso contrario, le due ragazze si sono precipitate sorridendo pensando che lo stop aveva il senso di una richiesta di compagnia. Passata l’auto siamo ripartiti… ed io non ho più parole.

Fuori c’è un vento sostenuto, è la prima volta che mi capita di ascoltarlo così rumoroso. Scuote gli alberi del giardino e accarezza l’erba in modo deciso. Forse domani pioverà.

I gatti sono di un magro trasparente. Qui intorno ne girano due o tre oltre quello, ancora cucciolo, che fa compagnia a Sisay. Gli uccelli volano alti e non ho ancora visto né lucertole né topi o altro tipo di animale che potrebbe stimolare il loro appetito. L’altra sera ho messo in un piatto delle lenticchie avanzate, a dire il vero anche piccanti, posandolo fuori dalla porta, la mattina dopo non c’erano più.

L’omino con la macchina da cucire è diventato un mio amico, ogni mattina passo nei pressi e lo saluto cordialmente. Ho cercato di spiegargli che nei prossimi giorni diventerò suo cliente visto che siamo in procinto di acquistare le tende per la casa, ma penso che non abbia capito assolutamente nulla, non certo per sua colpa. Il mio inglese è pessimo e non tende a migliorare. Pazienza mi dico, pazienza.

Lucilla è serena e rilassata, si preoccupa un po’ per Alice, ancora la sua bambina, penso sia normale. Io guardo le foto che sono rimaste nella macchina portata dall’Italia, scatti dell’ultimo dell’anno a Siena. Manca anche a me.

Sono rilassato, sempre quando scrivo, anche la pressione arteriosa dà buoni segnali, fumo solo un po’ troppo.

Il vino Sudafricano non è per niente male, 13’50% di alcol, confermo non essere una falsa indicazione.

Com’è cordiale la vita
Nel mentre di un febbraio
Che sa di maggio inoltrato
E concede odori mai immaginati
Com’è fedele la vita
Nei suoi spigoli mai espressi
Nelle sue giocose voglie
Che sanno di mulino diroccato

Mentre le ultime ombre scappano
Il sangue scorre e non si ferma
È caldo dentro di me
Trasuda la gioia nello scorrere dei pensieri
Che sanno di ruggine dorata
E’ festa nel silenzio della notte
Dove l’ombra è un semplice ricordo
E i fiori traballano

Dove lo sguardo è assente ma tutto circonda
E il richiamo di un aiuto è subito ascoltato
Accovacciato nell’angolo espio le mie colpe
Che mai verranno perdonate
Quando da ovest il sorgere del sole
Accecherà l’invidia il rancore e l’ingordigia
Tutto procederà a ritroso
E la giustizia sarà l’ultima a morire.

10 febbraio
Domenica di febbraio. Ha appena chiamato Ketty dall’Italia, è stato un grande piacere sentire una voce amica. Lucilla e men che meno io abbiamo voglia di cucinare, non ci resta che una soluzione. Ci incamminiamo verso la Bole road per trovare un taxi, visto che il ristorante italiano a due passi da casa nostra la domenica è chiuso – ma qui se parla sempre de magnà -. Trovato il taxi, tariffa doppia per la festa, ci facciamo accompagnare al “Top View”, anche questo di un italiano. Appollaiato sulla sommità di una collina sopra l’incrocio tra Ring road ed Equatorial Guinea st, offre un panorama di AA veramente spettacolare. Abbiamo preso posto sull’ampia terrazza dove la domenica è aperto il self service. Pranzo succulento e abbondante, costo totale 120 birr, 8 euro in due, cosa dire? Giuriamo soddisfatti che sarà un appuntamento fisso per la domenica.

Dopo un breve riposino e mezz’oretta di giardinaggio – Sisay oggi ha il giorno libero – un brulicare di uccelli accompagnato da frenetico cinguettio ha attirato la mia attenzione. Sulla palma vicino il cancello stava avvenendo la sarabanda, dopo aver preso la macchina fotografica, mi sono avvicinato badando a non far rumore. Un vero spettacolo mentre continuava il concerto di voci birdiane, uccelli di ogni tipo, neri e viola, verdoni, una coppia abbastanza grande aveva una cresta piumosa ed una coda di circa quindici centimetri, un vero peccato non conoscere i loro nomi. La posizione al sole dell’albero mi ha permesso di fare alcune foto, anche se come spesso accade, non danno ragione allo spettacolo che stava avvenendo. E come tutto era cominciato nel breve lasso di tempo di pochi secondi, tutto è finito, una coppia dopo l’altra ha preso il volo e sull’’albero solo la brezza ha continuato a far rumore tra le foglie.

Voci incomprensibili di là dalla siepe, l’etiope stasera ha un tono da avvinazzato e rompe un silenzio quasi assoluto, caratteristica abituale del quartiere. La sua macchina non parte mai al primo colpo, soprattutto la mattina presto, poco male. Ora il silenzio predomina e vince. L’aeroporto è circa a due chilometri, in linea d’aria, ma il rumore dei jumbo si sente solo la notte nei momenti di veglia. Abitiamo in centro città e sembra di essere in una lontana periferia, tutto ciò aiuta la concentrazione e soprattutto i nervi sempre docili e a riposo. Buona notte.

11 febbraio
Ogni giorno la casa prende una diversa fisionomia, sia all’interno che all’esterno, aumentano gli oggetti utili e anche meno utili ma comunque belli per l’arredamento e tutto ciò rende più caldo e accogliente l’ambiente. Il telefono non è stato ancora allacciato di internet neanche se ne parla e non c’è ancora la televisione, poco male. Questi servizi che non sono ancora a disposizione poco contano in questa realtà così diversa da quella abituale. Le attenzioni e le emozioni sono rivolte a ben altro, soprattutto quando ci si immerge nella quotidianità della città, così viva, così esaltante e colorata.

La candela sul tavolo, come la vita, a volte si espande a volte si ritrae, è un gioco, come il respiro.

Book, book, ripete Sisay quando non capisco cosa dice, il mio book è utile ma io sono refrattario alle lingue, chissà se un giorno questo potrà cambiare.

Credere in ciò che si è e sperare di cambiare ogni volta.

Bicio mi ha appena trasmesso un messaggio con il cellulare. Lui è sempre molto gentile e dice che sente la mia mancanza e che presto verrà a trovarmi, a settembre probabilmente. Le nostre chiacchierate nel suo negozio mancano anche a me, come gli incontri con altri amici che lì avvenivano. Ma io ora sono qui, ed è giusto che sia così, lo sa anche lui.

Spazi, aver bisogno di spazio, cercare ciò che si apre e ciò che apre. Tutto prima o poi dovrà finire, gestire il tempo che ci rimane nel migliore dei modi. Rischiare e assumersi delle responsabilità costa fatica ma è indispensabile.

Ho dovuto spegnere la candela, stava tracimando, il friccicorio è cessato. Si è spenta come una candela. Anche Sviatoslav Richter è stanco, gli accordi non sono più gli stessi di prima è più lento e nebuloso, spengo anche lui, arrivederci a domani.



12 febbraio – “La cena con la valigia”

La notte era stata buona consigliera, sonno abbastanza profondo anche se breve. La partenza era imminente e alcuni amici mi hanno invitato a cena, cosa molto gradita considerato che non ci saremmo rivisti per lungo tempo. Giunti a destinazione nella bellissima casa di campagna noto con stupore che l’atmosfera è alquanto strana, la villetta che conosco da molto tempo, sempre accogliente e colorata si presentava angusta e poco illuminata. Dopo un buon aperitivo viene annunciato un primo di ravioli , non potevo aspettarmi di meglio. Eccoli in tavola fumanti anche se il loro colore appare alquanto strano, rosa pallido con striature rosso vivo, mai vista una cosa del genere. Nessuno al momento commenta questa particolarità e tra risa e racconti si dà inizio al pasto. I ravioli appena caldi all’esterno, sono di piccola fattura, irregolare, ma ciò che più risulta strano, dopo un primo assaggio, è che all’interno l’impasto è freddo, come se fossero stati appena tolti dal congelatore, impossibile mangiarli. Nessuno ha fatto caso a ciò tranne me, osservavo con attenzione le diverse espressioni dei conviviali , in alcuna traspariva disgusto e tutti mangiavano con rara avidità . Mi sono assentato un attimo per andare in bagno guardarmi allo specchio e chiedermi cosa stesse accadendo, non ho avuto il coraggio, al ritorno a tavola, di chiedere ad alcuno dei presenti se solo il mio piatto avesse quell’ orribile gusto o se tutti presentavano quella strana caratteristica, sembrava un piatto per morti viventi tanto raggelava e disgustava. Dopo alcuni minuti, intervallati da una sigaretta, siamo passati al secondo piatto. Erano creps, con cauta circospezione ho tagliato una di esse. Ma anche qui una sorpresa, l’interno era totalmente bruciato, invece di molle e fumante il ripieno, non saprei come definirlo, era carbonizzato, duro e nero come la pece. Una vampa di calore mi ha arrossato il viso, mi sono alzato di nuovo e ciò che è strano nessuno ha fatto caso a me che mi stavo allontanando, e, questa volta, per uscire fuori, all’aperto, dove l’aria fredda di gennaio tagliava in due come un coltello. Ho guardato il cielo stellato, tutto era al suo posto, le costellazioni brillavano come non mai e la leggera tramontana passava tra i rami spogli dei noci fischiando leggermente, tutto era normale. Ma all’interno cosa stava succedendo? Qualche bicchiere di vino lo avevo comunque bevuto e la fredda serata non mi dava fastidio più di tanto, nessuno mi stava cercando, ed io a tutto pensavo fuorché di rientrare.
Ad un tratto all’inizio della strada sterrata, che dista circa mezzo chilometro dalla casa, vedo i fari di un auto che si sta dirigendo verso di me, la macchina procede lentamente ed a strappi, sembra che l’autista non conosca affatto il luogo tanto meno la strada . L’auto si ferma proprio davanti ai miei piedi, in quel punto la luce pubblica posta sullo spigolo della casa illumina a giorno e così riesco ad intravedere all’interno dell’abitacolo un uomo che è al volante e una donna al suo fianco, avranno circa sessanta, sessantacinque anni, mai visti prima. Dopo aver calato il finestrino la donna esordisce dicendo:
-“Ci scusi ma penso proprio che abbiamo sbagliato strada, ci stavamo dirigendo verso la chiesa di San Giorgio dove domani mattina nel paese c’è una festa per il patrono, una persona all’incrocio precedente ci ha dato l’indicazione per questa vicinale, ma come ben capisco questo luogo non è San Giorgio, mi sa dire dove ci troviamo?”.
Ci mancava pure questa, penso tra me.
– “Senta io non ho idea di dove si trovi questo San Giorgio, nel raggio di dieci chilometri non esistono centri abitati e men che meno chiese, solo case isolate di contadini e un paio di agriturismo”.
La donna alzando la voce verso la persona che presumibilmente era suo marito, dice:
– “Sei il solito allocco, sapevo che sarebbe andata a finire così, chissà dove ci troviamo e vista l’ora non troveremo neanche più un posto per dormire”. Poi rivolgendosi a me:
– “Consideri, che questa gita, se così si può chiamare, è a causa di un premio vinto da mio marito alla lotteria indetta dal parroco per il restauro della parrocchia. L’ imbecille qui presente, ha vinto una valigia, una valigia con proboscide a forma di elefante… pensi un po’… con tanto di coda e orecchie, così è descritta nel tagliando”.

Prima che potessi proferire parola la donna ha continuato urlando e schiamazzando:
– “Brutto cretino di un cornuto, scendi da questa macchina e vai a piedi, mi hai seccata, sono stanca delle tue malefatte, esci fuori ho detto”.
-“Matilde, ma dove vuoi che vada a quest’ora e con questo freddo? Su calmati, magari torniamo a casa, il premio ce lo consegneranno a domicilio nei prossimi giorni”.
La donna rivolgendosi a me:
“Scusi, ma lei ha da fare? Sarebbe così gentile da accompagnarmi al più vicino albergo? Andiamo con la mia macchina, mi accompagna e poi torna dai suoi amici, l’auto la mando a prendere qui domani da un mio conoscente”. Alzando poi il tono di voce:” Tu Rodolfo torni a piedi naturalmente, senza discuterne ancora”.
Mi volto indietro, intravedo dietro le tende la compagnia che sta gustando le creps bruciate, guardo la signora e: “A me sta bene, il più vicino di albergo è a circa dodici chilometri se insiste la accompagno”.
“Insisto”.
Il marito come un palo rimane lì, per pochi secondi e poi in silenzio si incammina a passo lento scuotendo il capo, in senso contrario da dove era arrivato.
La luce del mattino cominciava a farsi vedere, erano appena le dieci di sera, ma ne ero certo stava albeggiando. Come fosse stato possibile ciò non era certo spiegabile, ma dopo tutto quel stava succedendo, nulla più poteva stupirmi. Percorro circa un chilometro senza dire una parola diretto verso l’albergo, la signora mi guarda una volta con un accenno di sorriso, poi un’altra, apre nervosamente la borsetta ne tira fuori cinque carte da cento le posa sul cruscotto mi slaccia i pantaloni, abbassa la testa sul mio biberon e comincia a pompare come un’assatanata. Riduco l’andatura, non so più cosa pensare. Faccio altre due curve e cosa mi appare? Un insegna stradale con indicato San Giorgio, frazione di San Giorgio. La strada ora è sterrata, a poca distanza alcune persone stanno camminando sul ciglio, prendo la testa della signora la alzo di scatto.
“Su si fermi, c’è gente”.
La signora riassettandosi le ciglia e ripassando il rossetto esclama: “Ma siamo a San Giorgio, ecco l’indicazione, e lei che mi aveva detto…”.
“Stia a sentire, percorro questa strada tutte le mattine, in questo punto non è mai e dico mai esistita nessuna frazione tanto meno quella di San Giorgio. Ha capito!? Non mi chieda quel che sta succedendo, per favore, non me lo chieda, che tanto non ho nessuna risposta da darle, nessuna”.
Molta gente nel paese fantasma, l’alba non è ancora diventata giorno ed è passata almeno un’ora dalla nostra partenza, tutti si stanno incamminando verso la pieve, la intravedo nella penombra in lontananza, su una collina ben esposta; fermo la macchina di lato e apro lo sportello, mi sporgo per vedere meglio quello che sta accadendo. La gente è sempre più numerosa ed ora occupa tutta la sede stradale; una voce al megafono strilla: “Il signor Rodolfo Procacci è pregato di venire a ritirare il primo premio della lotteria, il Signor Rod…” Il signor Procacci era lì, in prima fila, come abbia fatto ad arrivare prima di noi, questa poi…La valigia a forma di elefante con tanto di coda color rosa, gli viene consegnata tra il tripudio generale, la moglie nel frattempo è scomparsa lo sportello di destra è aperto, la cerco con lo sguardo tra la folla, niente, letteralmente scomparsa. Dopo qualche minuto il sig. Rodolfo scendendo la via, passa accanto la macchina che non avevo abbandonato e sorridendo esclama: “L’ha già mollata!? Si comporta spesso così, ma poi torna da me, ritorna, sa, non saprebbe dove andare altrimenti”; dopo una breve interruzione, tornando sui suoi passi: “ah!, già, dimenticavo, le chiavi dell’’auto per favore”.

14 febbraio
Comprati i fiori e i vasi, mancava solo la terra. Sisay mi ha detto che un suo amico, non molto lontano, ne aveva da vendere, due sacchi sono sufficienti e ne avanzerà anche un po’ per posare sopra l’erba, che ne ha bisogno. “Io vado”, ha detto, “un’oretta e sarò di ritorno, prendo un taxi e me la faccio trasportare fino in casa”; come annunciato eccolo di ritorno, lo sento armeggiare fuori dal cancello e confabulare con qualcuno che non riesco a vedere, lo apre, ma invece di Sisay ecco comparire due muli, con ognuno il suo sacco di terra sulla groppa. “Ma Sisay non dovevi farla trasportare da un taxi”? Esclamo sorpreso. “Si , ma il taxi si è rifiutato di caricare la terra, perché gli avrebbe sporcato il baule e allora il mio amico”, che si presenta con un inchino, “si è prestato lui a trasportarla con i suoi muli, due chilometri per strade con poco traffico, ed eccomi qua”. Mentre Sisay mi stava raccontando quanto avvenuto i due muli avevano incominciato a brucare i fiori, freschi freschi che avevamo piantato il giorno prima ai piedi delle palme. “Sisay ferma questi dannati muli, stanno divorando tutti i fiori, non vedi?”. Il proprietario, per primo, si è gettato sulle povere bestie, scansandole in malo modo, ma dei fiori non c’era più traccia.. “Sorry, sorry, non potevo pensare…”. “Hai pensato male, come vedi ormai il danno è fatto…poco male, domani li rimettiamo, sperando che di muli io non ne veda più, almeno qui dentro”. Un pasto per due muli e 25 birr, questo è quanto mi è costato avere due sacchi di terra in giardino.

14 febbraio
La serata è fresca ma non fredda, il cibo è stato appena consumato, carne di vitellone ma per me era ippopotamo tanto era dura, ne sono certo. In veranda mi faccio una moskovscaya ben fredda dopo aver bevuto un bianco sudafricano, guardo le stelle, la luna la parte chiara e la parte scura e tutto ciò che è visibile. Ecco arrivare Sisay, buona sera dice in un italiano lento, “slow” , come direbbe lui, ma preciso. Insieme a Lucilla iniziamo a dialogare, in inglese naturalmente. Sarà la moskovscaya o la serata fresca non so, ma di certo riesco a mettere insieme almeno cinque o sei parole con un paio di articoli e almeno un verbo, di fila, e anche a farmi capire, mi eccito e continuo imperterrito, quando non riesco, mimo, mimo tutto ciò che unisce una frase incompleta. Marcio per indicare un movimento, inspiro per mostrare una situazione di coraggio e indietreggio per indicare buio o paura. Spero nessuno mi veda, non saprei cosa raccontare.

16 febbraio
Con oggi, sono quattro settimane che siamo in terra d’Etiopia. Il tempo è trascorso velocemente, siamo stati molto occupati e questo ha contribuito in modo sostanziale. E’ ormai abitudine andare a fare spese da “Bambis” o da “Novis”, lungo la “Bole road” molto vicino a casa, supermercati che non hanno nulla a che fare con quelli che si trovano in Italia, sono molto più piccoli e di conseguenza meno forniti, comunque non vi manca l’indispensabile. Il taxi è per il momento il nostro mezzo di locomozione principale, non abbiamo mai usato ancora né i bus, ma ve ne sono veramente pochi e sempre affollati, né i minibus che sono dei furgoni adattati a trasporto persone con circa dieci dodici posti molto più pittoreschi e numerosi dei bus anche se il più nuovo avrà circa vent’anni, spesso se ne vedono fermi ai lati o in mezzo la strada con problemi meccanici e allora la gente scende e ne prende un altro. I taxi non hanno nulla da invidiare ai minibus, auto di marche diverse, Lada soprattutto ma anche Fiat 128, millecento e alcune cinesi o giapponesi, ma nessuna ha meno di vent’anni. In ogni taxi trovi la pelle, di non so quale animale, che copre completamente il cruscotto, sopra il quale, appese allo specchietto retrovisore scendono chincaglie varie, la più frequente è il crocifisso ortodosso in legno, ma anche rosari, bamboline, medaglioni, collanine colorate e tanto altro. Altra caratteristica è che in nessuno funziona la manopola per far scendere il vetro né tanto meno quella per aprire lo sportello, il tassista infatti scende per primo e poi ti apre dall’esterno, buone maniere si potrebbero chiamare. “I drivers” Sono comunque tutte persone simpatiche, almeno quelle che abbiamo incontrato fino ad oggi, parlano tutti e dico tutti l’inglese e quando capiscono che noi siamo le due uniche persone in A.A. che non lo parlano, tacciono riguardosi. “Taliani è!!”. Si, dico io e per questo siamo giustificati. “Taliani brava gente”, per fortuna, alcuni conoscono poco la storia e non sanno perché è stato edificato il monumento Yekatit , altri hanno la memoria corta, il vicerè Graziani!? E chi era costui!?… Eschi!

17 febbraio
Il percorso fino allo “Swiss café” non è più lungo di seicento-settecento metri. E’ un bar alla moda qui ad A.A., ci trovi anche l’immancabile donnina appena oltre l’ingresso seduta su un banchetto che fa il caffé, dopo averlo tostato lì, al momento. Arredato con gusto, molto spazioso e accogliente, offre paste e dolciumi vari, non molto frequenti da trovare. Penso sia l’unico bar in città che concede gratuitamente il collegamento internet senza fili, immancabili e numerosi sono gli astanti muniti di portatile che smanettano sulla tastiera, per lo più indigeni benestanti, probabilmente uomini d’ affari. Seduti sulla verandina che dà sulla strada della “Big Church” – tra l’altro la chiesa è appena di là la traversa che fa angolo con il bar-, ci sorseggiamo un frullato d’ananas al riparo di un tendone bianco e verde alquanto sbiadito; sono appena le cinque del pomeriggio il sole è ancora forte e le prime capre tornano da non so dove accompagnate dal loro proprietario con tanto di frusta, le vedo passare sul marciapiede di là dalla tenda trasparente. Ma cosa mangiano, e dove? Mi chiedo; nel mentre un altro piccolo gregge si ferma appena oltre la nostra posizione e incomincia a brucare un cespuglio di tipo non ben identificato, bene, ecco la risposta. Ci incamminiamo verso casa, percorrendo le vie interne meno frequentate osservando le villette appena costruite; il gusto architettonico lascia molto a desiderare, per lo più sono del genere americano anni settanta, che si possono ancora trovare nei piccoli centri di provincia statunitensi. Banani, alberi del pepe, buganvillee, ficus giganti, sicomoro altrettanto maestosi, fanno capolino dai muri di cinta che a volte sono solo siepi alte quattro cinque metri; ancora qualche passo e proprio vicino casa noto tre panciute mucche che stanno brucando l’erba del giardino esterno al muro di cinta di una di queste villette, la gente passa ma non vi fa caso, io ancora si.

19 febbraio
Il vento oggi è irriguardoso, soffia a tratti violento anche se non freddo. L’orto è stato finalmente zappato, da Sisay naturalmente, che domani andrà a comprare le sementi; insalata e prezzemolo saranno le prime piante che vedremo, lo spero; lui dice che sta per arrivare la stagione delle piccole piogge ed il periodo è ottimo per seminare. E’ stata per lui una grossa sorpresa ieri, quando sono tornato a casa con un piccone e una zappa, qui di vanghe non se ne trovano, e 25 metri di tubo per innaffiare; ha subito messo in pratica gli attrezzi ed ha eseguito perfettamente il lavoro. La cosa che fa più effetto in questa terra così ospitale per gli uomini, è che in qualsiasi periodo dell’anno puoi seminare per raccogliere, piogge permettendo naturalmente.

19 febbraio
Ieri niente scritti, la giornata è stata interamente occupata dalla istallazione delle due parabole e dall’impianto per la televisione. Due persone, tecnici della televisione –Bah!- si sono insediati in casa e hanno provveduto al montaggio di due enormi parabole, simili a dischi volanti, sopra il servizio di Sisay. Le due antenne, che non volevano saperne di ricevere il segnale, anche perché dirette completamente a mano, sono state fermate alla base da quattro grosse pietre, trasportate sul tetto a spalla, con non poche difficoltà; il lavoro di rifinitura all’interno della casa poi, è stato disastroso, chiodi d’acciaio da quattro centimetri spinti con un grosso martello per fermare il filo hanno in alcune parti sbriciolato il muro, se il mio amico“Ganascino” avesse visto un lavoro del genere avrebbe gridato allo scandalo. “Non devi far caso ai particolari”, dice sempre il mio amico Christian, che vive in AA da tredici anni, “ti devi abituare, qui è così che va”. Adesso abbiamo RAI sat international e un centinaio di canali che non guarderemo praticamente mai, solo alcuni in lingua inglese e per la maggior parte in amarico e arabo. “Porta a porta” comunque c’è, l’ho visto ieri sera, bella consolazione.

1
La voce incomprensibile è anche concitata
Lucciole sparute fanno da contorno alla luna
La brezza rinfranca la pelle
Come aureola che scappa
Ancora voci che sono solo suoni
Tutto è fermo il passo non scorre
Chiedo all’ultima lucciola rimasta dove siamo
Dietro la palma che fa la scontrosa
Fili metallici accarezzano una notte che è solo tempo
Il bicchiere grazie a dio non è vuoto
Ed io torno a ritroso
Dove il tempo non è solo notte.

2
Vermigli garofani occhieggiano
Sotto un battito d’ali
Cancelli arrugginiti si aprono
E tutto cigola e si confonde
Ancora fiori e corolle aperte
Germogli che odorano di terra
Terra che ha il sapore di un colore
Che non conosco
Il sogno si avvera
E la pioggia cade come sempre
Chiedo al mendico
Quanto ancora ho da aspettare
Lui mi risponde:
hai gia aspettato abbastanza
corri e non voltarti
tutto è già stato.

3
Vermi secchi cibo perenne
Latte e miele
Latte che scorre in un bianco argentato
Latte di cipria e di cicale affogate
Dove sono ora?
Pur sempre padrone della luce?
Luce che scappa dietro una siepe
E non torna fino a domani
Luce bianca e saporita
Che il canto non trafigge
Ma gusta appena
Luce e sempre luce
Mentre il cranio si gonfia senza confini
Ed esplode in una gioia che sa di fichi e di ametista
Dove colore e sapore sono sempre presenti
Dove tutto è fiume e tutto è fresco
In un piacere che sa di eterno
E in eterno sa di piacere

4
Orvero il tango incalza
Musica e canto
Triste e compassato
Ondeggio ma non sento più il suono
I colori mi abbagliano
Ma il tango è pur sempre con me
Nei miei passi che comunque procedono
E muovono in silenzio

5
Tra fichi e limoni al riparo di un sicomoro
La luce notturna scava appena
E si vedono solo ombre
Solo il respiro dice che non sono solo.

Seduti su piccole seggiole
la mano sul ginocchio
Stretto da jeans consumati
E accarezzato da fievoli parole.

La figlia da un po’se ne è andata.
Sulla finestra che proietta luce qualcuno cerca di vedere
Ma non c’è niente da vedere niente di niente
Ancora solo sagome sbiadite.

La mia maglia è fradicia
E la mia giacca non c’è più
Torno a cercarla con un po’ di paura
Fremo al pensiero e poi giaccio sfinito.

Ora le ombre sono scomparse
Con la promessa di tornare
Le ho sentite sussurrare tra le fronde
“Domani saremo qui di nuovo fino all’infinito”

21 febbraio
La casa era dietro la collina in luogo assolato
A prima vista sembrava disabitata, quasi abbandonata
L’orto poi, solo frasche secche
E residui di cavoli e di insalata
Sì, potrebbe andar bene, pensai tra me.
C’è da fare molto lavoro e in fretta, ma si farà
Gli amici sarebbero arrivati solo tra una settimana;
Di tempo ce n’era.
Uno stretto sentiero si intravedeva poco distante
Che si inoltrava tra la boscaglia
Percorrendolo mi accorsi che era ricco
Di acqua limpida che sgorgava senza interruzione
Scorrendo poi su rocce levigate e lucide
E Di bassa vegetazione ortaggi e frutta fresca
Uva ed insalata per lo più
Con la strana caratteristica che erano piantate all’ingiù
Le foglie della lattuga sotto terra e la radice in aria
L’uva incastonata come madre perla nelle fessure della roccia
Con acini simili a susine mature, non c’era traccia di vite
Ne strappai un po’ e la posi nel sentiero
Lasciando buche profonde dove piano piano emergeva ancora acqua
C’era ombra in quel punto ma tutto era rigoglioso.
Voltandomi indietro vidi due persone, una ragazza e un ragazzo
Risalire il sentiero, gli abitanti della casa,
Che il giorno stesso se ne sarebbero dovuti andare
La ragazza teneva per mano una bambina svestita e lurida
Non sorridevano non parlavano, solo camminavano, in avanti e poi indietro,
quasi fossero guidati da un meccanismo nascosto.

La piccola cittadina non era lontana e proseguendo nel sentiero la raggiunsi
Mi ci immersi non conoscendo le strade
E tanto meno il luogo dove avrei potuto trovare pali e canne
Persi un sacco di tempo tra le strette vie ritrovandomi sempre nello stesso punto
Mi decisi a chiedere indicazioni e poco dopo riuscii ad intravedere la piazza.
Molta gente, giovani e negozi chiusi.
Un concerto stava per iniziare ma la folla era così numerosa e compatta
Che il gruppo che stava per esibirsi non era visibile ai miei occhi
La diffusione era alta e così anche dalla via che confluiva nell’enorme piazza
Era possibile ascoltare la voce del leader che diceva:
“Chi ha una zappa la prenda”.
All’unisono la folla intonò dopo un fragoroso applauso “Il Pescatore” di Fabrizio de Andrè”.
Ma la canzone non recitava “All’ombra dell’ultimo sole si era assopito un pescatore”
Ma bensì “All’ombra del…si era assopito un zappatore”
Mentre a mala pena riuscivo a muovermi leggevo nelle labbra degli astanti
Una dopo l’altra, le parole del testo della canzone, con la sola differenza
Di zappatore al posto di pescatore.
Il pezzo che doveva essere eseguito dal famigerato gruppo
Tardava ad arrivare e allora ancor di più i ragazzi cantavano
E più cantavano e più aumentavano di numero
Confinandomi in una via ancor più lontana dalla piazza
Dove lentamente il frastuono si allontanò
Fino a che scomparve del tutto.
Canne e pali ero riuscito a trovare e caricare sul mio carretto
Utili per ristrutturare la casa, ed è verso casa che mi diressi.
Ma ad un tratto un uomo con un lungo pastrano nero
E cellulare all’orecchio comparve e continuando concitatamente a parlare
Stazionando in mezzo la strada mi impediva il passo.
Con la canna più lunga di color rosso lo toccai sulla schiena
Si girò e grugnendo si fece da parte non senza accennare ad un sarcastico sorriso seguito da un inchino.
Mentre procedevo verso casa incontrai i due ragazzi con la bambina per mano
Che con due vecchie valigie e tre sacchi a pelo
Si stavano dirigendo verso la vicina stazione.
La casa era libera.

22 febbraio
Questa mattina sono stato svegliato da violenti colpi di piccone, proprio sotto la finestra. Il sole già alto, erano le 8,30, si faceva spazio nella serranda semichiusa muovendo granelli di polvere infinitesimali. Sisay stava dissodando un pezzo di giardino, fino a pochi giorni fa invaso da arbusti secchi di ogni genere, per piantarvi erba e renderlo simile alla parte già magnificamente curata. La terra secca come mattoni si alzava a grandi zolle e Sisay scuotendo il capo diceva: “dry, no rain , problem” ;:”oggi andiamo a piazza e compriamo un sacchetto di sementi, vedrai che bel verde tra qualche giorno”. “No seeds, roots” dice lui, e poi mi spiega: “non c’è bisogno di semente per rinverdire il prato, basta togliere un po’ d’erba in qua e in là, con le radici naturalmente, e rimetterla a distanza di dieci quindici centimetri, innaffiare bene per qualche giorno e tutto diventerà verde “all grass all green no problem”. Vedremo.

Anche stamane, mentre fumando una sigaretta stavo lucertolando al sole, Sisay passando ha accennato ad un sorriso un po’ da “presa per il culo”. “Cos’hai da ridere”? “White” mi ha risposto indicandomi. Mi fa vedere le sue braccia , ride, e, additandomi ancora, “White”. Si è preso una ciabattata nella schiena ma per questo non ha smesso di ridere.

Ancora sul cibo – Dopo circa un mese ho capito quello che si può trovare o non si può trovare da mangiare. Stiamo per questo adeguandoci al cibo locale, non c’è altro da fare, ma ciò non crea certo problemi. La frutta e le verdure sono l’elemento base. Con pochi birr riesci, nei vari baracchini disseminati in tutta la città, a comprare ogni genere di frutta e anche di verdure e ortaggi. Banane, ananas, avocado, papaia, arance dolcissime, mango, uva, fragole, meloni, angurie e forse mi dimentico qualcosa e poi fagiolini,carote, spinaci, patate, cipolle di ogni tipo, cavoli e altro ancora. C’è da considerare che tutte queste prelibatezze si trovano fresche in tutti i periodi dell’anno. Una cosa desta interesse, la cottura delle verdure. In questo paradiso situato a 2500 metri, l’acqua bolle a non più di 90 gradi e questo allunga il tempo di cottura. Per cuocere, bollite , patate o fagiolini occorre non meno di mezz’ora e per la pasta che nella scatola riporta il tempo di cottura di dieci minuti, ce ne vogliono almeno tredici. Di uova ve ne sono a sufficienza, di due misure, sempre di gallina, ma un tipo è così piccolo che sembrano di quaglia. Carne ce n’è, soprattutto di manzo, ma probabilmente non la sanno tagliare, è sempre dura, difficile da masticare, la si trova gustosa e tenera solo nei ristoranti italiani. Non vi sono pescherie in AA ma in alcuni supermercati si trova del persico che viene pescato nel Nilo Azzurro, e, a vedere i tranci congelati che sono in vendita sembra essere un pesce di grandi dimensioni, il sapore è comunque insipido, bisogna condirlo molto per rendere il suo gusto accettabile. Il loro cibo o meglio la loro cucina l’ho sperimentata qualche volta, principalmente nei giorni in cui siamo stati in albergo, beh!, cosa dire. Parto dall’”injera” che è il piatto nazionale ed è alla base di ogni pasto. Rimane al gusto lievemente amara e al tatto umida e appiccicosa, non è proprio il massimo che si può trovare in cucina, sembra una piadina, grigia e spugnosa molto soffice ed è sempre fatta con questo cereale indigeno chiamato “tef”. Si usa associarla con cibo speziato e con carne di montone di pecora o di maiale, così detta “wat”. Il “tere sega”, che significa carne cruda, non l’ho mai assaggiato. E’ sconsigliato per noi europei perché può creare problemi intestinali, vista l’igiene e la mancanza di frigo per la conservazione della carne, è comunque servito quasi sempre nei matrimoni delle persone locali benestanti. Contenti loro.
Il mercoledì e il venerdì sono giorni dedicati al digiuno, durante i quali non si consumano prodotti animali. L’alimentazione di quei giorni prevede: “messer”, curry di lenticchie, “gomen”, ravizzone e “kai iser”, barbabietola rossa. Buon appetito.

23 febbraio
Sabato movimentato. Lucilla è andata a “piazza” al mercato insieme a due amiche e l’autista di una delle due. Vengo anch’io, ho detto, non c’è posto ha risposto lei, come non c’è posto, tre più l’autista la macchina è spaziosa…Ti ho detto che non c’è posto, se trovo tutte le cose che ho deciso di prendere, dove le metto?…Ah!, già, è vero, ho capito, cioè… non mi volete con voi, va bene io vado con Sisay a fare spese per il pranzo e per domani, qui vicino, bravo, ha risposto lei. Minimarket, frutta, vino e pane. E si, pane, la fornaia una ragazza carina di non più di diciotto anni ha insistito che le facessi una foto. Presto fatto, ma non è venuta poi così bene, non è voluta uscire dal negozio al sole, la luce all’interno era insufficiente, nera la stanza nera lei, nera la foto, l’unica cosa bianca i denti, ma nel momento dello scatto non ha sorriso, peggio per tutti.
Christian ha appena chiamato, il problema della televisione non è stato risolto, mi restituiranno i soldi della scheda. Stasera andiamo a cena fuori, ha detto, verranno anche due amici, lui italiano fiorentino che fa il consulente alla F.A.O. e la compagna keniota . Bene, ho risposto, non vedo l’ora di conoscere gente e posti nuovi, niente injera però, stasera solo cibo italiano…

24 febbraio
…Difatti, ristorante armeno, nessun problema però. Le uscite con le poche persone che ancora conosciamo, soprattutto la sera, hanno come fine principale la cena. E’ presto spiegato. In AA, per gli stranieri esistono poche possibilità di svago e praticamente nessuna culturale. Centri culturali, men che meno teatri in cui è possibile seguire spettacoli concerti o conferenze o tutto ciò che potrebbe aggregare gente di un certo tipo di fatto non esistono. Vi sono alcuni locali, si contano sulle dita di una mano, che permettono di ascoltare un po’ di musica, solo un paio dal vivo. Questi luoghi di aggregazione sono per lo più bar di recente costruzione adattati a discoteca, ma le persone che vi gravitano non hanno la possibilità né di ballare, ci sono tavoli ovunque e quindi non c’è proprio spazio, né la possibilità di parlare, la musica è troppo alta, sono comunque molto frequentati sia da ragazzi locali benestanti, sia da avvenenti ragazze pronte a tutto, molto belle per la verità e da europei, per lo più lavoratori residenti stabilmente nella città, pochissimi sono i turisti. Le sortite serali di conseguenza sono rivolte esclusivamente verso ristoranti o trattorie quasi unicamente di proprietà italiana, dove è possibili gustare ottimo cibo a dire il vero, a prezzi ridicoli –almeno per noi europei-, anche se nei trasferimenti da casa ai luoghi prescelti è sotto gli occhi la realtà di una metropoli la cui popolazione per un quinto dorme lungo i marciapiedi sterrati di strade sterrate per lo più infangate, in zone per niente illuminate, naturalmente senza acqua e senza servizi igienici, e ciò, è veramente crudele –ci si potrà mai abituare?-. Oggi si va per la Ring Road, un semi anello di strada a quattro corsie che per tre quinti ruota intorno la città, che ci porterà fuori AA. Christian dice che uno spaccato di realtà africana, vera Africa, è già visibile pochi chilometri Oltre la Ring. Vedremo, non ho ancora visto niente fuori la città. Ogni cosa ha un sapore nuovo, diverso e supera ogni volta la mia immaginazione.

25 febbraio
Sisay questa mattina ha ricevuto il suo primo stipendio, mese di febbraio, 700 birr, 50 euro puliti 1 euro e 70 al giorno, siamo veramente magnanimi, i suoi colleghi, i “zabagna” in questa zona ne guadagnano 500 di birr, lui è veramente fortunato. Al momento non riusciva a capire perché gli stessi dando tutti quei soldi. E’ il tuo stipendio, coglione, ti fai in quattro tutto il giorno, corri ad ogni mio ordine, mi vieni ad aprire il cancello quando torno a mezzanotte e non capisci perché ti do dei soldi? Grazie, grazie, un inchino a mani giunte e ancora grazie, ma cosa mi ringrazi, mi dovresti bastonare appena mi vedi e mi ringrazi. E’ felice Sisay in questa casa, dice a tutti che siamo delle brave persone e che non riuscirebbe a fare a meno di noi. Gli ho chiesto, qualche giorno fa, quanti anni avesse e della sua famiglia, ventisei mi ha risposto, – ed io che gliene avevo dati diciotto – ho tre fratelli e tre sorelle, -mi ha fatto vedere le foto, ma solo quelle dei fratelli, conservate in un album con un cuore scavato nella prima pagina- e mia madre e mio padre sono ancora vivi. Abitano a Lalibela a nord del paese, dove sono nato, ci vogliono due giorni di pullman per arrivarci oppure due ore di aereo si perché vicino c’è anche un aeroporto. Io sono in AA per lavorare e studiare, faccio la seconda media, spero un giorno di prendere un diploma e…Vai, vai Sisay…Vai.

25 febbraio
– la biblioteca –

Francesca lavorava nella biblioteca di Prato Freddo oramai da cinque anni. Quotidianamente tranne la domenica, ma solo il pomeriggio, la biblioteca era aperta al pubblico, lei la frequentava anche la mattina per catalogare i nuovi libri acquistati e sistemare come poteva la maggior parte di quelli in uso, veramente ridotti male, soprattutto quelli per ragazzi i più soggetti a prestito. La biblioteca non era grande, come tutte le biblioteche nei piccoli centri di provincia, ma comunque ben fornita o quanto meno raccoglieva tutti i settori di informazione: saggistica e narrativa soprattutto ma anche libri di storia, geografia, sociologia, linguistica e persino una Treccani aggiornata al dicembre 2007, cinquemila volumi in tutto, compresi alcuni fumetti. Quel pomeriggio di febbraio freddo e ventoso Francesca era al suo posto come sempre e in attesa di avventori stava leggendo un libro, che mai era uscito in prestito: “Ebano” di Ryszard Kapuscinski. La sua passione per i viaggi e l’avventura l’aveva condotta a questa scelta. Nel frattempo un visitatore era entrato nella biblioteca, sbirciando sottecchi notò che non si trattava di una persona conosciuta e nemmeno mai vista prima, nella cittadina di tremila anime più o meno tutti si conoscevano e quest’uomo non era mai caduto sotto i suoi occhi; un uomo particolare si sarebbe detto, tra l’altro era vestito in modo inadeguato per la stagione, abito leggero, anche se elegante e dopo un tiepido saluto si era diretto verso la scaffalatura dalla quale Francesca aveva sottratto “Ebano”. Dopo aver sbirciato a lungo e riposizionato accuratamente ogni tomo che aveva velocemente sfogliato, tornado sui suoi passi, si rivolse a Francesca con tono sicuro:
“Chiedo scusa signorina, sto cercando un libro che parli in modo particolare di viaggi in Africa, che non sia però una guida e tanto meno un libro famoso ricco di luoghi comuni tipo percorsi ufficiali o personaggi importanti e men che meno che tratti di economia o politica africana, ma un testo che racconti la vita di ogni giorno la vita della gente comune…Insomma…Mi ha capito signorina?”. Francesca, guardando la copertina del libro che aveva appena cominciato a leggere, ostentò un breve sorriso di soddisfazione ,e, la rivolse al visitatore.
“Questo potrebbe andar bene, gli dia un’occhiata”.
L’uomo prese il volume in mano, fissò per un attimo la copertina lo girò e lesse accuratamente la recensione riportata nel retro, lo sfogliò come un giocatore professionista scorre le sue carte, guardò di nuovo la copertina e poi disse:
“Penso proprio che faccia al mio caso, lo prendo, se fosse così cortese da prepararmi la scheda del prestito”.
Tirò fuori dalla tasca un documento lo posò sul tavolo e ritornò lentamente nel reparto che aveva poco prima visitato immergendosi in nuove consultazioni. Nel mentre Francesca stava compilando la scheda per il prestito del libro, sulla porta della biblioteca, timidamente, si affacciò una signora che con un cordiale saluto si presentò:
“Buona sera signorina, mi chiamo Paola Arditi, sono insegnante da pochi giorni nella locale scuola media, vorrei sapere se in biblioteca è presente un libro di cui però… mi scusi è… non ricordo l’autore, il titolo invece… purtroppo non sono sicura neanche di quello, dovrebbe essere “Edera” o “Esodo”…qualcosa del genere, quello che so di certo è che è un libro scritto da un reporter, è un libro-reportage insomma, che tratta dell’Africa e più precisamente di alcune persone indigene che l’autore ha incontrato nei suoi viaggi”.
L’uomo prima arrivato continuava a sbirciare tra gli scaffali, Francesca lo osservò in silenzio e poi rivolgendosi alla signora Paola le disse:
“Signora io veramente penso di sapere cosa stia cercando, è forse “Ebano” il titolo del libro in questione?”
“Ma si “Ebano”, è vero è quello il titolo…ma come ha fatto a capire di che libro stavo parlando? Non è certo così famoso”.
Francesca non fece altro che alzare il volume che teneva ancora sul tavolo.
“Eccolo signora, lo ha appena prenotato quel signore laggiù e vorrei anche aggiungere che sono due anni che il libro è in biblioteca e mai nessuno lo aveva chiesto in prestito”.
”Se è così, questa è pura casualità”,- ribadì la signora Paola – “Se permette vado a vedere se trovo qualcosa di simile, visto che questo “Ebano” è già in uscita, ho bisogno di qualcosa sull’argomento per una lezione a scuola per domani…mi scusi”.
La signora si diresse verso gli scaffali, salutò l’uomo con un sorriso il quale ricambiò con un inchino e si immerse nella ricerca. Francesca guardando i due, non poté, sorridendo e scuotendo leggermente il capo, pensare all’accaduto.
“Sarà pure un caso, ma che nel giro di pochi minuti due persone chiedano lo stesso libro che tra l’altro non era mai uscito per un prestito…Bah! È quantomeno singolare, per non dire strano”.
Nel mentre una voce amica la desta dal pensiero.
“Francesca, che piacere rivederti, da quanto tempo…”.
“Marco!!? E che ci fai qui? E’ forse andata a fuoco la biblioteca di Case Nuove?.
Marco era il bibliotecario della “Parini” la biblioteca di Case Nuove un grosso centro a venti chilometri da Prato Freddo, spesso e volentieri si sentiva con Francesca telefonicamente per aggiornarsi sulle novità librarie. Case Nuove aveva una biblioteca con più di ventimila volumi, una cosa seria insomma.
“Ma no è solo un caso che mi porta qui, sono appena stato in libreria qui nella piazza, cercavo per la biblioteca una nuova copia di un volume che mi è stato chiesto in prestito tre mesi fa e non mi è mai stato restituito, il ragazzo che l’ha preso è letteralmente scomparso nel nulla, pensa che mi ha persino lasciato un falso nome e così non ho nessun elemento per rintracciarlo”.
“Immagino sia un libro importante e raro se lo stai cercando in tutte le librerie e non lo hai ancora trovato…A proposito che libro è!?”.
“Ah!!…per l’appunto “Ebano” di Ryszard Kapuscinski…ne hai mai sentito parlare?”

26 febbraio
Il sole era già alto quando ci siamo mossi da casa, come al solito il taxista chiamato da Lucilla per raggiungere la scuola era in ritardo. Con Sisay abbiamo fatto compagnia a Lucilla fino a “Piazza” –piassa pronunciano gli indigeni – lì siamo scesi e ci siamo diretti verso un piccolo emporio dove vendono sementi per l’orto, così mi aveva detto Sisay. 11,30, per fortuna ho portato il mio cappello di paglia con i colori verde, giallo e rosso della bandiera locale, per fortuna…si perchè il sole picchiava inesorabile, marcia forzata per un paio di chilometri, senz’acqua. “Piazza” è il nome del quartiere storico per eccellenza di A.A.; non ci sono palazzi antichi, monumenti o chiese o luoghi particolari che possano in qualche modo richiamare un vecchio centro storico di qualsiasi città italiana, solo un paio di rotonde verdi ma senza fiori, in mezzo a una delle quali è posta la statua, in atteggiamento trionfale in sella al suo cavallo, dell’imperatore Menelik . Lungo il marciapiede che si percorre, per lo più sterrato si incontra gente di ogni tipo e di ogni età, ognuno che esibisce la propria merce da vendere. Si va dai comuni bracciali e orecchini a bastoni da passeggio, piccoli bastoncini mondati ad una estremità per la pulizia orale – qui in AA non si trova dentifricio nei negozi etiopici – sigarette, di contrabbando naturalmente, fazzoletti di carta, gomme da masticare e frutta, tanta frutta e verdure. Ognuno degli ambulanti ha un piccolo spazio per terra,- pochissimi possiedono un banchetto – dove è adagiato uno straccio e sopra la poca frutta che raccolgono in giro, scarti di grossi distributori: una papaia, tre o quattro avocado, un casco di banane e null’altro; ma sono a centinaia ed ognuno di loro tenta di venderti la sua frutta,- molto probabilmente molti di essi finiranno per mangiarsela durante il giorno – tra residui organici in putrefazione dei giorni precedenti e un acre odore di piscio. Mendicanti intervallano le varie postazioni di vendita, lebbrosi, invalidi, ciechi soprattutto accompagnati da bambini, ogni tre o quattro di essi, ad uno, concedi un po’ di elemosina, quasi sempre un birr, ti ringraziano fin quando sei alla loro portata visiva. Non ho incontrato una persona di pelle bianca per tutto il tragitto, se non ci fosse stato Sisay non so se avrei avuto il coraggio di attraversare quella zona. La particolare sensazione è che quando ti trovi in questi luoghi ti sembra di essere uno di loro, è d’obbligo immedesimarsi e far finta che tutto sia normale, non ci sono alternative, diversamente ne usciresti pazzo. Un ragazzo, nel nostro tragitto verso il negozio, mi ha accompagnato, camminando al mio fianco, per circa duecento metri, tentava di vendermi un laccio, probabilmente di una vecchia scarpa, ci ha lasciati solo nel momento in cui Sisay in amharico gli ha detto qualcosa in modo deciso e minaccioso.
Dopo lungo peregrinare eccoci arrivati al luogo prestabilito, praticamente un buchetto di tre metri per tre, fornito però di ciò che stavamo cercando: semi di lattuga, carote, bietola, ravanelli e cavoli non proprio a buon mercato. Il ritorno, sotto un sole ancor più cocente, non mi ha portato a vedere cose diverse da quelle che avevo già visto. Le gambe cominciavano ad irrigidirsi e non c’era traccia di taxi all’orizzonte. Finalmente dopo una decina di minuti una macchina blu e bianca, indiscutibilmente un taxi, appare, parcheggiato lungo la strada semi deserta, l’autista seduto su uno scalino nota il nostro andare vacillante e ci fa segno di salire. Era ora. La strada verso casa scorre veloce e nel silenzio osservo come sempre dal finestrino. Partendo da “Piazza” e scorrendo verso “Bole” è impressionante la differenza che si nota, si passa da un brulicare di gente tra vie strette e polverose con addossate ogni genere di baracche a un quartiere con larghe strade asfaltate e palazzi, soprattutto in costruzione, con gente composta che scorre velocemente sui marciapiedi, più che due quartieri sembrano due città, diverse radicalmente tra di esse. Quasi a casa, oramai rilassato, noto con stupore che l’antenna dell’auto-taxi è dentro l’abitacolo fermata dal parasole della parte di guida e cosa ancor più originale il clacson è posto sotto lo sterzo, e che clacson. Un interruttore che dalle nostre parti si usava nei primi anni che è comparsa l’elettricità, una “peretta” per essere chiari, posta a metà di un filo elettrico di circa trenta centimetri che usciva dall’accendi sigari per proseguire e fermarsi sotto il volante, cose da non credere. Non avevo con me la macchina fotografica, un vero peccato, chissà se quel taxi lo incontrerò ancora.

27 febbraio
Jemserach mi voleva insegnare a fare la pizza, a me!!…Non mi conosce ancora abbastanza. E’ venuta comunque buona, avevo qualche dubbio per il lievito, qui non si trova lievito di birra, ma solo liofilizzato. Questa mattina lei sementi comprate ieri sono state piantate, ho dovuto combattere tutto il giorno con i diversi tipi di uccelli che ci frequentano che non hanno trovato di meglio di nutrirsi con esse, pazienza, molta acqua e che dio ce la mandi buona.

Sole e polvere, polvere e sole e anche un po’ di vento. Vista dall’alto A.A. sembra ricoperta da una nuvola di sabbia, ma è solo polvere, tutti, fruttivendoli, taxisti, zabagna, mamitè dicono che dovrebbe piovere. Non una nuvola non un moto che induca a pensare a ciò. Polvere sugli occhiali, addosso, in ogni dove, solo polvere. Io sto bene lo stesso. La serata è sempre fresca, la mente sempre lucida e il sogno continua.

1
Gronda sabbia il nibbio
Che rincorre sempre la luce
Il vento è calato
Anche se il mare non c’è
Solo un gemito rincorre il ricordo
Ma io sono sempre stato qui?
Vedo in ciò che mi circonda
Ciò che sono sempre stato
E il tempo che passa
Ha ambasce di un unico
Che è nel mio presente
Quando non sono cerco
E allora provo a non cercare.

2
Verso sera quando la luce
E’ solo un ricordo
Le ombre si dilatano
E chiedono di te

Io ti ho vista poche volte a dire il vero
Ma il tuo seno mi circonda
Come una nuvola colorata che non porta pioggia
Si nasconde ma non se ne va

Scandisce un tempo
Oramai eterno
Che mi fa visita e mi sorride
Ogni volta, ogni volta.

3
Guardati
Mentre è sereno
E le foglie ostentano un verde che non è mai stato
Guardati
E aspetta la sera
Dove il tempo è foriero di pensieri
E i sogni vanno a dormire.

—————————————-

16 marzo, 22 marzo
Viaggio Arba Minch

“…Gli stati firmatari della presente convenzione sono tenuti a rispettare e a far rispettare le sopraccitate norme rivolte a bambini sotto i quindici anni, senza discriminazione di razza, di lingua, di colore di religione e di appartenenza politica.”

1
Il geranio ha svelato il suo colore, rosa.
La rosa ha svelato il suo colore, rosa.
Le fragole sono dolci e mature,
i limoni sull’albero sono finiti,
il caffé è ancora in fiore
e i semi nell’orto si sono trasformati.
Ogni giorno è sempre più intenso,
ogni giorno manifesta il suo colore,
sempre acceso.

Stanchezza manifesta alla fine del viaggio. “Camping Sabana” un miraggio che si concretizza, le gambe sono molli il sorriso è spento, troppa tensione, troppa intensità. Lungo e disteso apprezzo il sovrappiù, occhi chiusi, che ricordano. Il sole è sul lago, come nuotasse. I colori d’improvviso si sono accesi. Il lago brilla e guardarlo non costa niente. La stanza è veramente confortevole, non una cosa fuori posto, e che gusto!? Impossibile non rilassarsi, vivere in sintonia con il mondo e i suoi ritmi. Ganja nell’aria, non ci sta male. Lucilla con Giovanna è già andata a salutare Luana e Volli. Vedo Volli, appoggiato al palo della veranda che sta parlando con ardore, mi chiedo cosa stia dicendo, la voce è fioca, siamo lontani. Il mio mal di testa mi aveva portato a dire: “ci vediamo più tardi, a ora di cena”; Ancora c’è luce, gli ultimi, infiniti colpi, di bagliori colorati. Il tempo di infilarmi le scarpe e sono già per il sentiero che conduce da loro. Ma ecco apparire una figura dietro la rete metallica e la siepe che in quel punto è rada, esile, sorridente, è una bambina che mi saluta. Mi sono fermato con la mente e gli amici sono svaniti. L’espressione del suo viso con quel sorriso timido ma intenso e la luce degli occhi, quella luce di occhi che sanno raccontare storie e leggende, occhi capaci di regalarti emozioni, occhi che sanno come guardarti, fieri e limpidi come questo cielo e questo specchio di lago, mi riportano a sensazioni oramai sopite. Saluta con grazia unica, ed io timidamente rispondo. Esiste ancora la grazia? Si! Ne ho avuto la prova. Pochi minuti, raggiungo Lucilla e i suoi amici, lei è ancora lì. La vedo con occhio periferico, ma è sempre al centro dei miei pensieri. Baracche alle sue spalle, forse abita in una di quelle, sicuramente va anche a scuola, avrà amici con i quali giocare e cose con cui giocare. Non può essere diversamente, lo dice il suo sorriso lo conferma il suo sguardo. Saluta, ancora saluta, sarà passata almeno mezz’ora, è lei saluta. Saluta e sorride. Un bel posto il “Camping Sabana”…veramente un bel posto.

E’ arrivata di corsa, aveva un fascio sulle spalle, sicuramente leggero a dire il vero, erano foglie, solo foglie verdi. Ci eravamo appena fermati per fare una piccola pausa, eravamo stanchi ma anche vogliosi di arrivare. Altri due bambini la accompagnavano, ma senza fasci d’erba, né alcunché. Derege gli ha allungato una bottiglia d’acqua, la bambina con il fascio l’ha raggiunta per prima, ed ha risposto con un sorriso, mentre tendeva l’altra mano a chiedere qualcos’altro. Siamo subito ripartiti, dopo cento metri mi sono girato a guardarla dal cruscotto… aveva ancora la mano tesa…

Sono capanne, solo capanne. Non sapremmo viverci neanche un giorno.

Si è messo vicino, nella mia ombra e non mi ha più abbandonato. Dal momento che abbiamo messo piede nella piazza del villaggio mi ha sorriso e poi seguito, sempre nella mia ombra. “Faranji” diceva ogni tanto, faranji, strizzando gli occhi quando il sole lo colpiva sul viso. Dopo che il capo villaggio ci aveva cacciati e stavamo ripercorrendo il sentiero a ritroso, il bambino è venuto con me e a lui se ne è aggiunto un altro di qualche anno di più. Il bambino più piccolo camminava, incespicando a volte sui sassi sporgenti, sempre in silenzio, quello più grande invece ha cominciato a dire:
“Come ti chiami”.
“Fausto”.
“Da che paese vieni”.
“Italia”.
“Ah!”.
“Conosci l’Italia”.
“No”.
“Che piante sono queste qui sulle terrazze?”.
“Cotone e caffé”.
Continuavamo a camminare in modo spedito, ogni tanto mi voltavo e vedevo il paese che si allontanava, tra le terrazze di caffé e di cotone. Gli altri erano più avanti, quasi non li vedevo più nell’ansa del sentiero che rientrava verso la città. Il bambino più piccolo continuava a tacere e a respirare forte, faticava a tenere il mio passo, quello più grande ha continuato:
“Hai una penna”.
“No, le ho finite”.
“Birr”.
Mi sono fermato con lo sguardo verso la pianura sottostante, da quel punto il panorama è meraviglioso, soprattutto in quel momento, tagliato in due da un cielo con qualche nuvola. Ho ripreso fiato, il caldo soffocava.
“Birr?”.
Ha sorriso e ha teso la mano. Ho sfilato dalla tasca due birr e ne ho dato uno per ciascuno.
“Ma signore, lui è piccolo non va a scuola, io sono studente ne ho bisogno per comprare un quaderno e una penna, lui non sa come spenderlo”.
Sono rimasti immobili per qualche secondo mentre io continuavo a guardare il fondo valle, poi, si sono girati verso il villaggio e hanno incominciato a correre forte, sempre più forte…sempre più forte.

Appena presa la strada nel parco la vegetazione si è subito infittita, la pista è scorrevole, terra rossa, vulcanica, quasi sabbia. La “Range Rover” ben attrezzata all’interno ci permette di muoverci e guardare dai piccoli finestrini. Quaranta chilometri, ci aveva detto la guida-autista, per fare tutto il giro del parco, sei sette ore o giù di lì. Con il procedere verso il lago Chamo la pista diventa più impervia, grossi ciottoli occupano la carreggiata e la range rover annaspa, senza però mai fermarsi. Eccolo apparire il lago, piatto pulito non una imbarcazione. Fermata l’auto, scesi a guardarlo in un silenzio assoluto, in quel punto neanche un alito di vento, poco più in là due “dik dik” si inseguono indisturbati. Un branco di avvoltoi, assai grossi, più avanti, stavano cibandosi di una carcassa, forse di un’antilope, sono scappati al nostro passaggio, non molto lontano, per subito ritornare sulla preda. La strada si inerpica e si stringe, di sotto il lago nel suo splendore. Le prime zebre, curiose e vanitose, poi a branchi di dieci o dodici, sempre curiose e ancor più vanitose. Arrivati nel punto più alto del parco nella sella di montagna, chiamata “Ponte di dio” tra il Chamo e l’Abaya , circa 400 metri sul livello dei due laghi, ciò che appare è incantevole; L’azzurro del Chamo, con i suoi isolotti e il rosa dell’Abaya, così colorato dalla concentrazione in superficie di idrossido ferroso. “Nechisar”, nech sar è il nome del parco, “erba bianca”. E ora, in questo punto, si capisce il perché. L’erba secca della savana con i suoi steli tutti della stessa altezza e con la luce intensa del mezzogiorno, appare bianco argento con leggere sfumature gialle, il fruscio che sollecita il vento che l’attraversa è un delicato fragore di minuscoli cristalli in frantumi. Nel silenzio del nostro attonito osservare è l’unico suono che si ode, null’altro. E’ lunga la pausa, nessuno vuol rientrare nell’auto, solo osservare e pensare. Altre zebre e stavolta in una parte di savana bruciata, -alcune zone del parco vengono bruciate per creare isole di salvataggio per gli animali nel qual caso si sprigionino incendi accidentali o dolosi- quasi a mimetizzarsi col nero del carbone e il bianco della poca erba rimasta. Antilopi all’ombra di un’acacia, ci osservano appena, solo un attimo e continuano a brucare. Gibboni per niente impauriti pretendono mango o banane, non ne abbiamo. La luce è quasi accecante, ancora qualche sguardo da un nudo sperone verso i laghi sempre a riposo, poi la strada si richiude in un anello che prelude al ritorno.

Shashemene è il suo nome, la città dei rasta. Ras Tafari, Bob Marley, Giamaica, Marcus Garvey . Città piatta e confusa, poche attrattive se non la sua storia. Ristorante, quasi una bettola di confine, cerchiamo qualcosa da mangiare, ore 12,30. La signora non è per niente allegra, quasi scocciata. Chiediamo delle uova e pesce fresco. Per il pesce nessun problema, anche le uova ci sono, ma vengono servite solo a colazione, è possibile fare un’eccezione e quindi averle anche a pranzo, ma pagando il doppio della posta. Accettiamo. Il menù del giorno, consigliato dalla casa, che per discrezione e buon senso abbiamo rifiutato, era:
– Antipasto di ganja, appena scottata nell’acqua, ripassata nell’olio e cipolla.
– Ravioli con ripieno di ganja e ricotta.
– Frittata con ganja.
– Polpette di ganja con tomato e berbere.
– Gomen di ganja
Il tutto accompagnato da te di ganja.
Il viaggio è proseguito poco dopo, regolarmente, eravamo appena a metà strada.

Sono piccoli alcuni appena camminano, li trovi sulla strada, nei punti dove c’è un motivo per rallentare, ponti stretti, buche profonde, frane e così via. Danzano, imitano una danza tribale, caratteristica, che dovrebbe attrarre i turisti. La strada tra Shashemene e Arba Minch è un cantiere, piena di rallentamenti -curioso il fatto che dove vi sono segnali stradali che vietano di superare i trenta all’ora c’è anche una corda costellata di bandierine blu e gialle, fissata ad un palo da una parte e tenuta da un bambino dall’altra, il quale provvede ad allentarla e farla aderire all’asfalto non appena transita un auto, chiedendo soldi per il servizio, naturalmente- e quindi zeppa di bambini. Scorgono la vettura dei faranji e trecento metri prima cominciano a ballare, sembrano tarantolati se l’auto non si ferma gli corrono a fianco fino a che hanno fiato, tendendo la mano per una moneta, non sono tristi in quel frangente, non fanno neanche tenerezza, solo pena. Qualcuno gli ha detto oppure mostrato che nella vita si possono far soldi solo facendo i buffoni per la strada, senza versare tanto sudore. Quando gli passi accanto e sono alla fine della loro danza, cerchi di non guardarli, restando in silenzio Sono bambini di campagna i loro genitori, contadini, si spezzano la schiena muovendo la terra con una punta di lancia per un pasto al giorno, loro non lo faranno, ma staranno sicuramente peggio.

L’escursione al lago Chamo era stata preventivata già da AA. Dopo aver pranzato con due pesci enormi, serviti interi con tanto di peperone in bocca, ci muoviamo verso il lago. Ci accompagnano due indigeni che risulteranno essere i barcaioli, uno di loro seduto all’interno del portabagagli –mi sono accorto di lui dopo qualche chilometro- della nostra “Vitara”, in sei comunque nell’abitacolo. La strada è stata asfaltata di recente, niente a che vedere con il tratto precedente che porta da Shashemene ad Arba. Dopo qualche chilometro deviamo su una pista infangata e mal transitabile che ci porta sulle rive del Chamo. Ad aspettarci un uomo anziano, magro e silenzioso ed un ragazzo giovane, entrambi seminudi. La barca è lì a pochi metri dalla riva. Un sentiero di pietre costruito sull’acqua bassa ci permette di entrare a bordo. I primi uccelli, ve ne sono circa 320 specie, si intravedono tra i canneti che affiorano dallo specchio immobile del lago. Due aquile pescatrici appese ad un ramo secco biforcuto, scorrono al nostro fianco, sono grandi e bellissime, bianche e nere. L’uomo anziano con un lungo bastone che con forza appoggia al fondo, fa scorrere la piccola barca verso il largo, poi fa un cenno, ed uno dei due ragazzi accende il motore. L’acqua è appena increspata, schizzi sottili si infrangono sulla mia camicia, niente di male, anzi un po’ di refrigerio. Qualche minuto e ci avviciniamo alla terra ferma, l’auto non è più visibile dall’altra parte del lago. Eccolo, un coccodrillo, immobile con la bocca spalancata ad aspettare uccelli che gli ripuliscano i denti luccicanti che fanno paura, non si muove, ci siamo avvicinati è a circa dieci metri, non di più, mai vista una cosa simile sarà lungo sette otto metri, qualche tonnellata, ora si muove, solo la coda, guardo il ragazzo che tiene il timone, sorride, sorrido anch’io ma un brivido mi attraversa. “Non è che saremo troppo vicini”. Lui continua a sorridere gode quasi della mia paura, fa fare un giro alla barca su se stessa aumentando i giri del motore. Ora l’ho perso di vista, lo cerco ma non lo vedo più, è entrato in acqua. “Cazzo è sotto di noi”. La barca si allontana ed io respiro di nuovo. Il coccodrillo galleggia, vicino la riva, non era sotto la barca ma un po’ più lontano, altri simili di dimensioni diverse, lo seguono scivolando dalla riva bassa nello specchio increspato. Guardo Lucilla poi Giovanna vicino a Derege, hanno un sorriso stampato ma restano immobili, cercano di scaricare un po’ di tensione. Ma non c’è tempo, due “ippo”, come li chiamano loro, sono scesi in acqua per scomparirvi, sono in fondo, l’acqua è tornata piatta, cinquanta metri più avanti riemergono, uno dopo l’altro, anche loro troppo vicini, sono più grossi della barca, incutono timore. Ci allontaniamo, per fortuna. Ancora qualche minuto per vedere centinaia di trampolieri bianchi sul bordo del lago e: “penso che abbiamo visto abbastanza, possiamo tornare?” . Le aquile sono ancora lì, stanno aspettando la preda, non ci guardano nemmeno. Il ragazzo spegne il motore e l’uomo anziano asciutto come un’aringa agguanta il palo riappoggiandolo al fondo e spingendo lentamente la barca verso riva. Ora silenzio, si torna, la bocca un po’ impastata…si torna.

Tra A.A e Debre Zeyit il traffico è intenso anche se è domenica. La strada è costeggiata dalla ferrovia, prima a destra poi a sinistra, un unico binario che porta a Gibuti passando per Dire Dawa. Questa ferrovia fu costruita dai francesi e non dagli italiani come qualcuno pensa, è l’unica ferrovia di tutta l’Etiopia, circa mille chilometri . Transitando su questa strada si incontrano le coltivazioni di rose in serra più grandi del paese, già da pochi chilometri dopo essere usciti dalla città. I camion che trasportano soprattutto materiale edile procedono lentamente, la strada è a sole due corsie e l’andatura è più che da crociera. Debre Zeyit si raggiunge in un’ora, rimanendo sempre sull’altopiano e quindi mai scendendo sotto i duemila metri. A Mojo si incontra l’unico bivio di tutta la strada che andremo a percorrere, girando a destra, verso sud, come faremo noi, si va verso la Rift Valley e il lago di Langano, meta turistica, andando diritti, verso est, si va verso Nazret e poi Gibuti, potrebbe guidare anche un cieco e non si potrebbe sbagliare. Passato il bivio e attraversata la cittadina di Mojo il traffico cessa quasi del tutto e come per un incanto tutto cambia, il terreno diventa sabbioso, quasi deserto, diminuiscono le coltivazioni, le abitazioni prima baracche strutturate con pali di eucalipto e rifinite con malta o sterco mischiato a paglia e tetto di lamiera, diventano circolari capanne con tetto a cupola costruite con foglie di enset “finto banano” paglia o gambi di mais , il tutto appoggiato su una struttura di legno, sempre di eucalipto. Ma ciò che colpisce veramente e non può lasciare indifferente qualsiasi viaggiatore è quello che avviene in strada. La strada che diventa il centro di ogni cosa. Tutto accade in strada. La gente è in continuo movimento, tanti uomini in cammino. Osservi dal finestrino non vedi baracche non vedi capanne ma uomini sulla strada sì. Vanno nei campi, vanno ai mercati, vanno a scuola, vanno da un villaggio all’altro – per barattare un casco di banane e un cesto di papaie con una capra o un pollo,- a volte distante decine di chilometri. Alcuni, a piccoli gruppi, sono seduti sull’asfalto, parlano, fanno affari, commerciano, si riposano. La strada è degli uomini, non delle macchine, facciamo chilometri senza incontrarne una. Uomini accompagnati da muli carichi fino all’inverosimile, legna, taniche d’acqua. Taniche di acqua soprattutto, la zona tra Shashemene e Arba Minch, circa trecento chilometri, è un brulicare di uomini donne e bambini con muli e taniche di plastica che si spostano, camminando per ore, per raggiungere un pozzo. E’ la loro attività, è la loro vita, partire la mattina presto e tornare la sera con qualche litro d’acqua per poi ripartire la mattina, tutti i giorni, sperando che il pozzo più vicino non si sia asciugato, e, se così fosse fare altri chilometri per raggiungerne un altro, e tutto ciò tra la polvere di un deserto infuocato battuto dal vento che alza altissime colonne di sabbia, spezzato solo da qualche acacia e rade piante grasse. Arrivati a Sodo la strada diventa disastrata, buche profonde che non si possono evitare tante ce ne sono, la strada è asfaltata ma sarebbe stato meglio se non lo fosse stato, una pista sterrata sarebbe stata percorsa più velocemente. Cento chilometri, più di quattro ore. Cambia il paesaggio, cambia il fondo stradale, cambiano le coltivazioni –dalle cipolle, i pomodori e le fragole del primo tratto si incontrano frutteti di mango, papaia e banane- ma gli uomini in cammino ci sono sempre. Ora solo contadini, uomini e donne, i primi con lunghi macete per tagliare arbusti e enset o piccole lance per muovere il terreno, -qui si coltivano anche cereali cotone e caffé – con pesanti fasci di legna sulle spalle le seconde. In alcuni tratti la strada diventa terreno di transumanza, decine di capi di bestiame, soprattutto vacche e capre, la attraversano indisturbate, se si è in transito con un auto non si ha che da aspettare che l’ultima bestia sia al di là della strada. Percorrere questa pista guidando è impresa davvero ardua, non si può marciare a velocità sostenuta, anche se alcuni tratti rettilinei lo consentirebbero, perché in strada c’è sempre qualcuno, uomini o bestie e il rischio di incidenti è molto alto. Un cartellone stradale, -gli unici che si incontrano- che si ripete ogni 40-50 chilometri, raffigura un bambino insanguinato sdraiato a terra con un auto fuori la carreggiata nei pressi, è agghiacciante. Prima di avvistare dalle alture, – la strada prosegue a mezza costa- il lago Abaya, il lago più grande della Rift Valley, nei campi ora con più vegetazione, si notano dei cumuli di terra alti fino a due metri, sono termitai, ve ne sono a centinaia, nei pressi capanne elevate su pali di eucalipto fungono da granai, considerato che i cereali raccolti vengono trasportati nei silos, a parecchi chilometri di distanza, molto tempo dopo. Nel momento in cui si svalica e si prosegue verso il lago Abaya per poi costeggiarlo, la vegetazione diventa imperiosa e i pascoli sono verdi. Banani, papaia, mango. Anche la gente si fa ancor più numerosa . Faranji, ti senti dire dai bambini incuriositi, faranji. E’ quasi notte, sono due ore che stiamo costeggiando il lago e Arba Minch appare in lontananza nelle luci della periferia. Dodici ore, compresa la pausa per il pranzo, è durato il viaggio, la stanchezza è così tanta che non si ha più neanche la forza di guardare dal finestrino, abbiamo anche finito l’acqua. Chiudo gli occhi aspettando lo stop per l’ingresso al camping e tutto mi ritorna alla mente.

Siamo passati molto lentamente, la strada in quel punto era davvero disastrata, il bambino con una lancia in mano non appena ci ha visti scendere si è precipitato di corsa verso l’auto. Un chilometro, forse più ha percorso in pochissimo tempo. Non c’erano case né capanne in quel punto, solo molta vegetazione, il lago era vicino. Si è fermato a una decina di metri da noi, che all’ombra di una acacia stavamo fumando una sigaretta. L’espressione del viso sofferente, appariva sporco e malvestito, la lancia sempre in mano, con la punta verso l’alto, non aveva idee bellicose né segni di guerra, aveva solo sete. Non ha parlato, non conosceva l’inglese sicuramente, dopo essersi avvicinato ha teso la mano, quella senza lancia, gli ho dato una bottiglia d’acqua, l’ha afferrata con decisione e ha incominciato a bere, si è avvicinato ancora guardandoci senza parlare come guardasse una apparizione miracolosa, non voleva altro, si è girato e si è incamminato da dove era venuto.

Mezz’ora di pausa non di più, altrimenti si torna al tramonto e questo non fa piacere a nessuno. Siamo appena tornati da Konso, cento chilometri, tanti ad andare e altrettanti a tornare, di pista e polvere. Dal Camping alla strada che inizia a salire verso Chencha e i monti Guge, – 4000 metri – luogo di meta, si “attraversa” l’università di Arba Minch . Due imponenti ingressi in ferro battuto che guardano il viale antistante, permettono di intravedere l’interno dove due nuovi edifici si affacciano su una grande piazza transitata da pochi studenti. Non so quanti studenti frequentino questa università – l’unica nel sud del paese – diecimila, forse ventimila, quello che so è che gran parte di essi “è sulla strada”. Non poteva essere diversamente. In quel tratto in cui la strada solita, diventa viale alberato di circa due chilometri, alberi fioriti di un arancione acceso le fanno da contorno e nella parte superiore la chiudono quasi, è un vero spettacolo. I ragazzi sul viale camminano in modo ordinato, silente, molti tenendosi per mano, senza distinzione di sesso –in quel punto il transito delle mandrie che mai si interrompe avviene in una pista laterale, senza possibilità di accesso alla strada brulicante- Non ci sono contadini con macete né donne con fasci sulle spalle, tantomeno bambini tediosi che gridano “faranjie”, ma solo studenti. Sono educati, composti, fanno tenerezza. A vista, nei dintorni, non si scorgono ritrovi o locali di nessun genere, solo la strada. Finito il viale, finita l’università. Alcuni chilometri dopo, ecco una scena raccapricciante: migliaia di locuste sorvolano il terreno e fortunatamente anche la nostra auto, si dirigono come un esercito in rotta, verso il lago. Il cielo è diventato nero in un silenzio che fa paura, solo dopo quattro, cinque chilometri il cielo riappare e tutto torna come prima. Derege, che ha fermato l’auto, chiede ad un ragazzo seduto sul ciglio della strada intento ad osservare, se quell’emigrazione che si sta verificando alle nostre spalle è una cosa abituale o è a causa della siccità. “Speriamo si posino e vadano a morire nel lago, come è successo altre volte, altrimenti…” Si interrompe un attimo, guardando i campi e gli alberi da frutto tutt’intorno “…altrimenti non rimarrebbero che tronchi spogli e deserto”. Proseguiamo per la nostra strada, voltandoci ancora un attimo a guardare la macchia scura che si allontana. Dorze, Chencha, compare un cartello con freccia a sinistra, la prima indicazione stradale dopo ben seicento chilometri. La strada sterrata ma abbastanza ampia, subito si inerpica con dei tornanti insidiosi e il lago Abaya nel suo rosa acceso, nella piana sottostante, si allarga sempre più. Donne, solo donne, ricurve sui loro pesi avvolti da larghe stoffe, le superiamo lentamente, per non alzare polvere e creare ulteriore disagio. Più saliamo, più il loro numero aumenta, salgono sui tornanti come alpini con pezzi di obici sulle spalle, lentamente. Alcune fanno un cenno con la mano, le più giovani, non so se per un saluto o per chiedere un passaggio. Ci vorrebbe un treno lungo un secolo per farle salire tutte. Chencha dista ancora dieci chilometri, lo dicono le segnalazioni pittate su dei sassi che sporgono verso la carreggiata, uno ogni tre, quattrocento metri. La vegetazione di alta montagna, pini, cipressi e ginepri si fa sempre più fitta. Giunti quasi alla cima –siamo in questo punto sui tremila metri- la montagna spiana leggermente e appaiono le prime capanne a forma circolare e i primi prati, intervallati da terrazze costruite per la coltivazione di legumi, e, per evitare l’erosione della montagna. I Dorze, appartengono ad una delle etnie omotiche (abitanti della valle dell’Omo), del sud-ovest, grandi guerrieri nei tempi passati, oggi sono dediti all’agricoltura e alla produzione di uno dei più pregiati tessuti di cotone dell’Etiopia. Dopo il cartello “welcome to Chencha”, ecco i primi baracchini lungo la strada, che espongono i famosi tessuti colorati, sono magnifici. Proseguiamo per raggiungere il centro del paese e poter vedere le famose capanne dorze. Il paese è su un pianoro molto vasto da dove non è possibile vedere le pianure sottostanti, l’aria è sottile e pura, fresca abbastanza per farmi cercare gli ultimi raggi di sole. Ci fermiamo davanti la capanna più alta, all’interno di un recinto, quasi un fortino, la porta è aperta e da lì escono immediatamente alcuni ragazzi, curiosi di osservare gli ultimi, unici, venuti. Osservo con attenzione la capanna dorze, si resta veramente affascinati, ha le sembianze di un elefante sia per le dimensioni sia per la struttura, pali e paglia, niente altro . Ma prima di farci entrare a visitare l’interno, due ragazzi, a quanto sembra molto organizzati nel trattare con i turisti, pretendono trenta birr a persona, ci dicono che la visita comprende: dimostrazione di fattura di telo al telaio, visita all’interno della capanna, dimostrazione di fattura del pane di enset (falso banano), visita alle capanne che si possono affittare per trascorrere la notte, e infine uno stand con tutti i prodotti realizzati sul posto, in vendita naturalmente. Accettiamo di pagare la posta e chiediamo di visitare subito la capanna. La porta di ingresso è alta circa un metro, per non far disperdere il calore durante la notte, dice il ragazzo che fa da cicerone, bisogna accucciarsi, naturalmente, per entrare. C’ è subito un piccolo spazio con, sia a destra che a sinistra, una panca ricoperta di pelle di capra, transitati dall’ingresso quello che si vede è stupefacente, in un area che non supera i trenta metri quadri ci sono: sulla sinistra un letto per la coppia che la abita con sopra, a castello, un altro letto per i figli, due in questo caso, subito dopo, intervallato da un divisorio costruito in pali di eucalipto, un ripostiglio per anfore e masserizie varie, al centro dove un palo, più grosso degli altri, regge l’intera struttura, uno spazio più grande per cucinare, conciare pelli, fare qualsiasi attività possibile nei giorni di pioggia o nebbia, sulla destra uno spazio per le bestie, due capre nell’occasione. Alzando gli occhi in su si intravedono nella penombra due piccoli fori per il ricambio dell’aria, l’altezza massima al centro è di dodici metri, veramente imponente. Appesi, con delle corde, in tutta l’area c’è cibo in essicazione, dal formaggio all’enset e altre cose che non riesco ad identificare, ma cosa strana è, che tra cibo in essicazione e bestie ruminanti non c’è nessun cattivo odore. Quando si esce alla luce –all’interno ce né davvero poca- si resta in silenzio con un chè di soddisfazione nel sorriso. Pochi minuti però, perché tutti i ragazzini del villaggio sono già appostati e ognuno a da dire e vendere qualcosa, sono a decine. Ti propongono zucche vuote, che si usano per bere, canna da zucchero, tazzine e vasi in coccio, strumenti musicali a corda, contenitori in pelle e stoffe, tante stoffe, di ogni colore. Ho comprato una zucca, una chitarrina, un contenitore in pelle e un mazzo di canne, altro non riuscivo a tenere in mano, per le tazzine le brocchette e le stoffe ci ha pensato Lucilla. Per salire in macchina e poter ripartire ci sono state non poche difficoltà. Nell’ ultimo sguardo fuggitivo verso il prato sovrastante la strada, ho visto un uomo anziano, barba bianca, seduto, con i gomiti sulle gionocchia, guardava verso il tramonto dove i colori di un sole appena scomparso gli esaltavano il viso rugoso, non si è girato, non ha accennato ad un saluto, stava semplicemente lì, per i fatti suoi, immobile. Forse di bianchi, nei tempi passati, ne avrà visti anche troppi.

Ci seguiva ogni mattina, avrà avuto quindici anni, non appena ci fermavamo si precipitava appoggiando i gomiti sul finestrino abbassato di Derege, per mostrare denti. Denti di coccodrillo, denti di ippopotamo, di cinghiale e, l’ultimo giorno corna ricurve di gazzella. Non abbiamo mai comprato niente.

Dopo questo viaggio ho capito dove sono i settantacinque milioni di etiopi.

In un suono che distoglie
E fa scaturire un tepore da sogno
La marcia è continua di piedi nudi e affranti
Che appaiono e scompaiono.
Uomini in cammino
Verso un destino difficile da svelare
Con il sole negli occhi
E un sorriso eterno
Camminano in fila quasi mai appaiati
Trasportano cose assieme alla loro anima
Non parlano non cantano
Sono, e questo basta.

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1 maggio
Festa del lavoro anche in Etiopia, veramente non capisco cosa festeggiano visto che qui di gente che lavora ce n’è ben poca. La cosa non ci riguarda affatto considerato che dalle otto del mattino ci siamo messi all’opera per montare una luce al neon sopra il cancello di ingresso alla casa, diverse persone, che stazionavano in strada, ad osservare il nostro lavoro, facevano commenti, ridacchiando anche un po’, senza però dare una mano affinché tutto andasse a buon fine . E il lavoro non è andato a buon fine, di luce solo quella del sole. Il problema non lo abbiamo risolto, mi sarei meravigliato del contrario. Ora, Sisay, è in giro a cercare un elettricista, si perché questo mi mancava, sono venuti in casa per diversi lavori tutti i tipi di artigiani, ma l’elettricista mi mancava, vedremo il risultato…se riuscirà a trovarlo. Qualche minuto fa hanno suonato il campanello, ma non era lui né l’elettricista, bensì due ragazzine esili con una tanica d’acqua ciascuna portata a tracolla: “water”, mi ha detto una delle due. Volevano acqua, nel quartiere siamo in pochi i fortunati ad averla, solo coloro che hanno una cisterna di riserva, che si riempie durante la notte, quando il consumo generale cala. Non è la prima volta che mi fanno questa richiesta e non sarà neanche l’ultima , fino a che ce n’è per me ce ne sarà anche per gli altri…qual è il problema!!?.

Era davvero tardi e allora abbiamo deciso di andare a mangiare al ristorante, l’una, tutta la mattinata dedicata al neon che non ne voleva sapere…non ne voleva sapere. L’elettricista era al suo posto, assieme a rotoli di nastro e pinze varie. Le due e venti, siamo già di ritorno, ma il cancello non si apre, sembra ci sia un ostacolo dall’interno. Riusciamo ad entrare con l’aiuto di Sissay. L’elettricista era ancora lì, che con la scala piantata sul palo che sorreggeva la lampada, privava il passaggio…Oddio!!… quanto mi costa? Sisay è distrutto, non ha ancora mangiato, né bevuto. Il “plumber “, vaga ancora nella mente, temo un “deja vù”. Il tempo impiegato per la sostituzione del neon sopra il cancello, sarebbe bastato a realizzare un impianto elettrico in un palazzo di due piani. Ma la luce all’esterno sopra il cancello c’è, lo appuro, e, si divide equamente tra la strada pubblica, ormai al buio da un mese, e l’ingresso della casa. Mi faccio un pisolino, tranquillo, non ho più preoccupazioni, anzi, solo motivo per gioire. E’ già passata l’ora di cena, il sole vicino all’equatore è l’indomito padrone, ma alla sette di sera, è sempre, comunque notte, tutti i giorni dell’anno, anche quelli del calendario etiopico, che di mesi ne ha tredici . Regole della natura. Voci fuori, piacevoli, amiche, che tengono compagnia, ma stasera…sono molto più vicine, anzi vicinissime. Sono i guardiani notturni delle case dei ricchi, ricchi e bianchi…non hanno il colore della loro pelle.
E’ il loro lavoro, bisogna pur vivere. Sono tanti, ne ho contati undici, sono tutti quelli della via, undici ville, undici guardiani o “zabagna” che è come dire: terrone, contadino e servo tutto insieme…da noi in Italia. C’è una novità, una grande novità: c’è luce all’esterno nella casa di Sisay –loro amano chiamare le varie ville con il nome dello”zabagna” che le sorveglia, mi sembra giusto-. Ridono, soprattutto ridono…parlano e ridono. Sono tutti lì sotto, sotto quella luce nuova. Mi torna alla mente la situazione che si verificava fuori la finestra della mia casa – sono racconti di mia madre- nel 1955, me lo ricordo bene perchè è l’anno della mia nascita, donne, uomini e bambini con la seggiola, portata da casa, si sistemavano ordinatamente per vedere la televisione che mio padre provvedeva a sistemare all’interno dello stipite della finestra, rivolta verso l’esterno, sbadigliando, dopo una giornata feroce; loro invece sono solo “zabagna” devono dire di sì, anche quando non c’è alcun motivo, ma riescono a ridere e divertirsi…Questo vorrà pur dire qualcosa.
“Una giornata senza una risata, è una giornata persa”: L. Bunuel

5 maggio
E’ piovuto molto anche in Addis, l’orto ne è testimone, oggi si raccoglie la prima insalata, bella soddisfazione.

Gondar
Questa volta al nord. Dopo l’estremo sud di Arba, siamo volati in quel di Gondar, eletta capitale dell’Etiopia dall’imperatore Fasiladàs nel 1636, la prima capitale permanente, che rimase in auge, con alterne fortune, fino al 1855, i dervisci sudanesi intorno al 1880 misero definitivamente fine, con massacri e razzie alla magnificenza della città .

…C’è silenzio fuori, il vetro permette poco alla vista, niente all’udito…

Il fokker non è certo un grosso aereo e se ci si mette anche un tempo instabile, si balla. Solo un’ ora è la distanza tra Addis e Gondar e la relativa altitudine di volo permette di scrutare il suolo, sembra di stare in groppa ad un grosso uccello. Il lago Tana appare quasi subito e con esso le sorgenti del Nilo Azzurro, ben visibile, con le sue acque colorate dalla terra rossa che inesorabilmente viene dilavata e trasportata a valle. L’aeroporto è davvero pittoresco, una sola pista e la struttura sembra quella di una stazione ferroviaria di provincia italiana. Gondar è a venti chilometri, la guida contattata in precedenza da AA ci aspetta con un autista e il suo pulmino. Da lì la frontiera con il Sudan è a pochi chilometri, ci sono militari e posti di blocco insieme a carcasse di carri armati e camion, residui del conflitto ultimo con l’Eritrea. Nel tragitto scorrono: una Fabbrica di birra, una fabbrica di cioccolato, con la stella di David su una grande bandiera, l’ università, per poi arrivare alla periferia della città, dove spiccano nuovi palazzi in costruzione che costeggiano la strada che sale alla città antica, “Gondar la bella”. Il nostro albergo è proprio in centro, costruzione italiana, come il cinema e il palazzo delle telecomunicazioni, tutta la via che porta al centro è accompagnata da ville ed edifici italiani edificati alla fine degli anni ‘30.

I rapaci galleggiano nell’aria tersa, inconsistente.
Residui sparuti di nuvole, voci lontane.
Ritardo il momento, non si può cedere neanche un attimo.
La meraviglia sovrasta il pensiero.
Il viso riflette le onde del cielo
che trapassano gli alberi e li fanno vibrare.
Gli uccelli non si muovono più
sembra che tutto si sia fermato
con il cielo che sbatte sul lago.
E’ freddo, non si può più restare.

Ghoa Hotel, abbarbicato sul dirupo permette una vista stupenda. Gli eucalipti verdeggiano con rara intensità, sovrastando le piccole case, rigorosamente coperte con tetti di lamiera che luccicano come armi bianche di un esercito in attesa di un assalto. Il castello di Fasiladàs è ben visibile, le pietre nere dei torrioni spiccano sulla collina, anche questa verdeggiante, ma di pini e cipressi, che resistono da quasi trecento anni ai giochi degli uomini e della natura. Poco sembra di essere in Africa. Tutto ciò che è racchiuso all’interno del recinto imperiale sembra appoggiato su quella collina, tanto è il distacco con ciò che è stato costruito intorno. Il lago Tana è adagiato sull’orizzonte, verso sud, dove una luce rosa accompagna il cielo che poi muore sul filo dell’acqua. Si resta incantati, l’Hotel è distante dal centro abitato e tutto lì intorno è avvolto nel silenzio. Ora il sangue scorre più veloce e quel velo di stanchezza accumulata in questa lunga giornata è quasi scomparso. La terrazza è a centro metri dall’Hotel, mi volto verso di esso, le luci già accese all’interno, sembra un transatlantico in navigazione, ancora silenzio. Solo dopo aver percorso una ventina di metri, in direzione del Ghoa una lieve musica con un ritmo per nulla infastidente accompagna una voce diafana che ruota sulla chioma degli alberi per poi attraversare le mie orecchie. Più mi avvicino più la musica aumenta di tono e si unisce alle immagini ancora fisse nei miei occhi. Mi siedo, scegliendo una delle sdraie vuote, che fanno da contorno alla piscina circolare, priva di acqua. La musica continua, è veramente piacevole. Gli altoparlanti posizionati fuori l’hotel consentono un ottimo ascolto. Le vetrate illuminate permettono poco alla vista e niente all’udito, c’è solo musica fuori. Quindici, forse venti minuti me ne sto da solo ad ascoltarla, quando l’aria più fresca mi induce a rientrare. Luci accecanti, rumori, due televisori accesi che trasmettono i campionati africani di atletica leggera…diecimila metri tre etiopi al comando…siamo tutti contenti. La musica all’interno è svanita come il fresco dell’aria. Attraverso il salone e mi dirigo verso la reception dove le note come per incanto, mi raggiungono di nuovo, appena contrastate dallo speaker dei giochi africani, un inserviente dell’hotel, in giacca rossa, sta dietro il banco leggendo una rivista:
-“mi scusi, potrebbe scrivermi il nome del gruppo che è nel lettore CD e che stiamo ascoltando?…O anche farmi vedere il CD stesso, così che io possa trascrivere il nome del gruppo ed il titolo ”. Il ragazzo mi guarda un po’ stupito, poi sorride.
– “Sa, io amo la musica e vorrei conoscere qualcosa di quella etiope, fino ad ora non avevo ascoltato niente di interessante, ma questa mi sembra davvero bella”. Non risponde, si alza ed estrae il CD dal lettore, interrompendo l’ascolto che era diffuso anche all’interno, me lo fa vedere, naturalmente rigorosamente masterizzato e poi dice:
– “Questo CD?”.
– “Sì, certo, è quello che stavamo ascoltando?
– “ Cento birr”.
– “Cento birr!!?” Sorride, sa di aver chiesto una cifra spropositata in relazione al valore dell’oggetto”.
– “I am farangji, but not stupid”. Ora a sorridere sono io, lui non più.
– “Cinquanta?”. Trenta birr, ho preso il CD insieme ad una custodia di plastica trasparente…mi ha anche stretto la mano e augurato la buona notte.

La via che stiamo percorrendo fa pensare a Latina tante sono le case ed edifici costruiti dagli italiani nel periodo dell’occupazione fascista. Anche il nostro hotel (Quara) situato proprio in fronte alla rotonda, poco curata, che occupa il centro della piazzetta, è di architettura italiana, inconfondibile il design dell’epoca. Non siamo neanche tanto stanchi, solo un’ora di aereo per arrivare, ed altri venti chilometri dall’aeroporto , giusto il tempo di visionare le camere, posare i bagagli e poi pronti a partire per la chiesa di Debre Berhan Selassie (la Trinità al Monte di Luce, che bel nome), come da programma, situata a due chilometri dal luogo dove ci troviamo. Incantevole, atmosfera piena di tutto il colore, la vita, la vivacità e l’umanità dell’arte etiopica. La nostra guida, al ritorno, ci propone di assaggiare il cibo locale al “Habescha Kitfo”, sono appena le sette, ma non abbiamo pranzato e quando si ha fame, si mangia. Il locale è perlomeno singolare, all’ingresso vi è una grossa vasca in ferro ramato a forma di otre, utilizzata per lavarsi le mani prima di entrare per consumare il pasto, un uomo minuto con l’espressione sparuta gestisce il rubinetto posizionato ad un paio di metri dalla fontana, ti avvicini, allunghi le mani, guardi l’omino, che provvede ad aprirlo, venti secondi lo riguardi e lui lo richiude, poco spreco di acqua, buon sistema per queste zone. Si entra dopo aver attraversato un recinto fatto di canne di bambù che ha l’apertura sulla strada maestra. Il pavimento è rivestito di stuoie intrecciate, come vuole la tradizione, con sgabelli in cuoio e sedie in pelle, posto ideale, luce soffusa e musica piacevole. Ma c’è un particolare che non si può trascurare che accentua ancor di più la singolarità del locale: due anatre, si due anatre si muovono lentamente tra i tavoli e gli sgabelli, per niente impaurite, scendono e salgono i tre gradini che dividono le due sale del locale spiumandosi continuamente con il becco, veramente suggestivo, nessuno dei presenti, tanti, vi fa caso, solo per noi è un piacevole diversivo (niente NAS a Gondar). Si ritorna in hotel che dista circa cinquecento metri dal ristorante, niente di strano se non fosse che la via è completamente al buio e per lo più molto trafficata, ben è che Gaetano ha con se una piccola torcia e ciò ci permette di evitare ostacoli di ogni genere e il contatto con i passanti. L’albergo in lontananza, per fortuna, è illuminato, l’ampia terrazza è ben visibile e questo ci rincuora , sicuramente hanno un generatore. Così è, c’è un generatore e anche ben potente, il corridoio dal quale si ha l’ingresso per le camere è illuminato a giorno. Ci salutiamo, dandoci appuntamento alle otto dell’indomani mattina per il proseguimento delle visite alla città e al recinto imperiale. Ora veramente stanchi ci prepariamo alla notte, sono le dieci. Qualche goccia d’acqua batte i vetri protetti da un’ inferriata e ciò facilita il sonno. Ma ecco l’imprevisto, sono le due e un quarto, sei rintocchi intervallati tra loro da pochi secondi si odono lì vicino, molto vicino, sembra quasi che la campana sia posizionata all’interno del bagno. Preludio inconfondibile all’inizio di preghiere notturne, Gondar città abitata da Amhara, è il centro del culto cristiano ortodosso, partecipare ad una messa è la loro attività principale…ma cazzo, sono le due e un quarto. Immancabile da lì a pochi minuti l’inizio della funzione. L’abuna, con una voce gracchiante amplificata da un megafono, intona canti sgraziati mentre un coro di fedeli, puntuale ad ogni sua pausa, è pronto a risponde. Innervosito alquanto mi alzo dal letto, apro la finestra e cerco di capire da dove proviene la litania. Alberi di ogni tipo mi impediscono di vedere al di là ma la voce è vicina, non più di cento metri in linea d’aria, impossibile dormire. Le tre e venti, un paio di minuti di silenzio, sembra tutto finito, ma così non è. Lucilla dorme non so come faccia, io esco dalla camera con gli occhi sbarrati e faccio per dirigermi verso la hall, quando incontro un inserviente che mi guarda atterrito, sono in maglietta e mutande: “This is one church or one hotel?”, altro non mi è venuto in mente, la voce mi tremava e le mani anche. L’uomo mi guarda ancora, posiziona sull’avanbraccio gli asciugamani e torna sui suoi passi. Rientro, non è cambiato nulla. Sento movimento nella camera adiacente dove dormono –dormono!!?- Luana e Tommaso, non sono l’unico penso, ad essere sveglio. Le sei, ecco ora è finita davvero, mancano due ore all’appuntamento con l’autista… mi addormento. Al risveglio ci precipitiamo subito nella hall per protestare su quanto accaduto, pagare il conto ed abbandonare, per mai più ritornarci, l’hotel Quara.

La curiosità di visitare il recinto imperiale è troppo grande e così subito si dimentica la notte insonne. Però non sarò certo io a descrivere la magnificenza di ciò che si vede all’interno, per questo c’è la “Lonely Planet”, sicuramente c’è da dire che il verde tutt’intorno (ai vari edifici medievali), dell’erba e delle innumerevoli specie di alberi, che mai ti abbandona, associato ad un silenzio tombale (due o tre visitatori oltre noi), fanno si che ci si aspetti, da un momento all’altro (tanta è l’atmosfera e tanto è il profumo di quei tempi, che ivi si crea), l’arrivo di un cavaliere in armatura, picca, scudo e spada, in groppa al suo cavallo…

Si ritorna all’aeroporto. La piana che si allarga per poi morire sul lago Tana è verdeggiante e trasmette tranquillità. E’ ancora presto e ci sediamo sulla gradinata che sale fino al monumento dove in posizione imperiosa, l’imperatore Yohannes I, scruta l’orizzonte. Poco prima una soldatessa, ci aveva controllato i documenti e i biglietti di imbarco, all’ingresso dell’aeroporto, all’ombra del loggiato antistante la vetrata di ingresso, da dove traspare la “forca” del metaldetektor, il tutto in proporzioni lillipuziane. Si fa subito mezzogiorno, è ora di entrare e fare il “check in”. Brutta notizia però, l’impiegato dell’Ethiopian ci informa con sorriso stampato, che l’aereo che ci deve portare ad Addis ha tre ore di ritardo, problemi tecnici dice e poi aggiunge: dipende anche dal tempo…Mahh!! Lui continua a sorridere, sembra felice, forse il fatto di avere e vedere un po’ di gente nella hall di attesa non capita tutti i giorni, un poco di compagnia, non guasta. Tra una partita a scopa, un solitario e un giro tra i negozietti (tre) di artigianato, interni la sala d’aspetto, che colorano e vivacizzano l’ambiente, (Lucilla è riuscita a comprare un souvenir anche qui), si fa l’una. La Ethiopian, compagnia di bandiera, visto il problema tecnico o problema meteorologico (questo non lo sapremo mai) , ci offre il pranzo e mi sembra giusto, considerate le loro responsabilità per le tre ore di ritardo. Saliamo, verso il piano superiore, dove si trova la sala ristorante. Appena seduti, su tavoli rotondi da bar, il cameriere si avvicina e ci comunica che per il pasto offrono solo injera e uova strapazzate, bevande escluse. Ok mister, dice lui, cosa le porto? Io lo guardo, mi soffermo un attimo sulla sua fisionomia e penso: io questo l’ho già visto da qualche parte… ma sì… è l’impiegato che ci ha fatto il “check in” poco fa, lo guardo ancora…non mi sono sbagliato, è lui. –Diavolo di un mondo, sta a vedere che l’Ethiopian ha ridotto il personale-. Finito il breve pasto, riprendiamo la strada della sala d’aspetto e scendendo le scale incrociamo due inservienti che le stanno pulendo, un uomo e una donna…ma porca…E’ sempre lui, non è possibile, ma quante mansioni ha!?…Sono le quattro, in sala non c’è voce di speaker alcuno né tantomeno altoparlanti, ecco che allora un ragazzo si avvicina e chiede alle dieci persone presenti, chi tra di esse deve partire, destinazione Addis: “i passeggeri per Addis Ababa sono pregati di accomodarsi al controllo bagagli per l’imbarco”…Satanasso!…E’ sempre lui, questa volta non ha neanche indossato la giacca, la camicia bianca è sporca di shiro, è ben evidente che le “patacche” sono la conseguenza del servizio prima prestato al ristorante. Non credo ai miei occhi, mi sembra di vivere un incubo. Finalmente l’aereo, il Fokker atterra per venirci a prendere. In mezzo la pista, l’unica dell’aeroporto, un uomo con gilè giallo rifrangente è in posizione, con due palette in mano, anch’esse gialle, per dare indicazioni al Fokker che dopo un po’ si ferma e spegne i motori. Finito il suo compito, l’uomo mi passa accanto mentre mi sto dirigendo alla scaletta, mi guarda e mi sorride…Nooo!!…non è possibile…I bagagli mi scivolano di mano, mi ci siedo sopra, mani tra i capelli pensando che… Anche il pilota!!… No, questo no.

I camerieri dell’hotel Ghoa, hotel governativo, hanno in media 65 anni, le loro giacche lise, color nocciola, con risvolti di raso marrone, hanno “patacche” storiche, sicuramente alcune hanno visto servire il dittatore – comunista- Menghistu. Non sorridono mai, sembrano conservati sotto naftalina. Sono cimeli, come la falce e il martello.

Anche oggi sto scrivendo a lume di candela, il computer no, lui ha le batterie (fin che durano).

L’etiope ottantaduenne che ha lavorato in Italia e parla un discreto italiano, ha ribadito, per l’ennesima volta, dietro mia provocazione, che Mussolini e Menghistu erano due grandi uomini, il perché è semplice: hanno fatto del bene al popolo etiope…Certo…certo. Mentre me ne sto andando mi chiama e mi dice: “Taliano, tu sei padrone”. Perche?, dico io. “ Perché tu sei bianco, ecco perché”. Gli do una bottiglia d’acqua, e lui: “grazie padrone”.

La donna appare per la prima volta nella sala ristorante. Ha delle scarpe piane nere, sopra le quali spiccano due calzini rosa che terminano a mezzo polpaccio, su gambe pelose. La gonna, un sacco bianco con motivi floreali verdi. Penso sia alta non più di uno e sessanta per circa settantacinque chili, corpulenta assai, si direbbe non proprio una bella donna. In testa, a mo’ di corona, ha una fascia di spugna, capelli mediocorti divisi in due, fermati all’estremità da due comuni elastici colorati. Potrebbe essere nordica, la pelle è molto chiara, forse scandinava o olandese, ma forse anche americana, del nord, stato del Montana o su di lì. E’ da sola appoggiata a un tavolo, con alle spalle una finestra aperta. Legge, legge un libro del quale non riesco a scrutare né il titolo, né l’autore. Sembra molto interessata, legge solo, non mangia neanche. La perdo di vista nel momento che scendiamo nella sala d’aspetto, lei è rimasta lì, a finire il suo libro, come fosse un piatto di injera. La ritrovo in aereo, proprio al mio fianco, solo il corridoio tra di noi, è molto vicina. Riesco finalmente a leggere il titolo , ormai è quasi alla fine, mancano poche pagine: “Lost in the space”. Che delusione. E’ sicuramente americana. Ho una foto del personaggio. Nessuna invenzione, nessuna bugia, è tutto vero.

Scritti a lume di candela. Giovedì 8 maggio, ore 23
1
Il labirinto è chiuso all’uscita, è solo possibile entrare.
La maschera ha gli occhi bianchi e la candela è spenta.
Un mazzo di fiori disperde odore di incenso.
Un libro, chiuso, un vaso nero decorato, con corolla d’argento
Anch’essi emanano solo profumo
Nulla è permesso alla vista
Si ha solo la sensazione del nulla.
Fuori uomini che ridono,
ma cosa c’è da ridere?

2
Scacchi che si muovono da soli
Stupiscono con una partita memorabile
Si parlano tra loro, solo i pedoni non ne hanno il permesso – linguaggio incomprensibile-
Sono ancora tutti lì, nessuno è fuori la partita
La regina è infreddolita
Il Re con il pastrano di flanella, ingurgita e rigurgita – cibo già masticato-
L’alfiere è libero di andare
Ma resta ancorato in g4, sta ad ascoltare il suono che cala dalla torre.
Se si ha un cavallo, lo si usi per scappare,
il più lontano possibile.

3
La rugiada è bianca e anche gelata
Scompare per poi riapparire l’indomani
Sopra una ragnatela dismessa
Che fretta c’è nel capire il giorno?
Io non lo so
Aspetto un vaticinio coraggioso
I colori accecano fino a scomparire l’uno nell’altro
Alla fine ne rimane solo uno, come è sempre stato.

4
Ma che sogno è il sogno che sogna se stesso?
Mi vedo di notte come di giorno
Sudato, con un filo leggero sulle labbra
La profezia è pronta a condannarmi
Io rido, e me ne frego.
Fri…fri…Hai forse licenza di cantare?
Io rido, e me ne frego
Ricado nel sonno e sogno me stesso
Non c’è speranza, ne prendo atto
Persone che mi cullano, cose che mi abbandonano
Tiresia è un bugiardo, lo è sempre stato.
Abemus …abemus gigli, assenza di profumo
Come un sogno notturno.

5
Sei venuta da me anche stanotte
Con il tuo lungo pastrano scolorito
Perché non riveli la tua verità dentro quest’ombra maledetta?
Capelli neri nascondono un viso deturpato
Che ha lo sguardo eterno di chi non respira
Facezie e giullari ricompongono il cerchio
Io godo e stramazzo, senza più forze, senza più forze.

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Un fruttivendolo mi ha offerto, da comprare naturalmente, del “chat”, chiedendomi di provarlo almeno una volta. Se non tutti, molti lo usano, anzi lo masticano a dire il vero, costa poco ed è legale. L’effetto è simile a quello della cocaina, un po’ più blando. Per quel che ne so, si mastica per delle ore, iniziando la mattina così che nel tardo pomeriggio inizia a fare effetto. E’ solo una perdita di tempo, mi ha detto C., dopo due ore ti stanchi di masticare amaro e così è come se non avessi preso niente. Di ganja, invece, ce n’è a volontà, di ottima qualità, ma questa non è legale, anche se l’uso che ne fanno soprattutto i rastafariani è tacitamente permesso. Nel quartiere di Bole di rastafariani ce ne sono molti…molti, molti…

23 ottobre
Studi, letture, musica. In questa terra e tra questa gente, le sensazioni generate da ciò che passa attraverso i miei occhi, le mie orecchie e la mia mente, assumono un carattere diverso. Per quanto ne dica Vitaliano Brancati: “…ascoltare la musica, nel suo svolgimento di musica , direi quasi nella sua tecnica, comprendere il preciso sentimento. Evitare il più possibile le immagini affinché tutto quanto è sonoro non si perda nel corporeo…” le immagini quotidiane o quelle , in particolare, che scorrono nel momento che si è, in quanto si vede e apprende, influiscono sulle percezioni sensoriali e quindi determinano la scelta dei componimenti musicali che si vanno ad ascoltare; accostamento: immagine, (sia che sia visiva o proiettata dalla mente) ascolto, non è scindibile. Non per questo la musica di Arvo Part subisce differenze in relazione a dove la si ascolti, come quella, d’altronde, di Baker, Coltrane o di Beethoven; è ben evidente che questi compositori nell’espressione della loro musica prescindono dal fatto che un ascoltatore si trovi su un sofà, in cima all’Etna o nella terra dei Galla, ciò che si percepisce non muta in funzione del luogo dove la si ode. Si può dire la stessa cosa di tutte le composizioni e di tutti gli artisti!??; in alcuni casi il territorio e la cultura ad esso associate , dove le musiche hanno avuto origine, influenzano l’ascolto in modo determinante (la musica diventa “provinciale”, non ha spazi): nell’Etiopia degli abissini la maggior parte delle melodie perdono forza, pathos, l’ armonia smarrisce l’intensità; stare con gli occhi aperti o chiusi, ascoltarla con luce accecante o nel buio più pesto, queste combinazioni musicali perdono, man mano , vigore ,efficacia, e questo perché provengono e appartengono ad un luogo “lontano”, non esclusivamente inteso come luogo “ geografico”, ma piuttosto, ad uno spazio “non universale” e in questa terra immensa si dissolvono nell’aria come polvere infinitesimale, ben prima di giungere all’orecchio . Per ciò che concerne le letture poco cambia; autori senza “confini”, privi di alcun tipo di barriere, riescono con la loro scrittura a comunicare “l’infinito” che intendono esprimere: c’è forse differenza leggere Sterne, Gadda, Melville, Eliot in Italia e in qualsiasi altra parte del mondo!? Penso proprio di no; ce n’è invece per altri, soprattutto per questi nuovi romanzieri della nuova era, i quali pensano sfornando a raffica romanzi “sentimentali” e “senza anima” di fare buona letteratura, solo perché hanno un buon mercato. Ognuno faccia ciò che vuole: ascolti e legga ciò che vuole, le mie sono solo semplici considerazioni; io, comunque, ascolto Part e Baker leggo Gadda e Melville, in qualsiasi parte del mondo mi trovi; qualcosa in contrario!? (Penso che qualcuno obietterà, o più che altro, sintetizzerà, dicendo: esiste buona musica e cattiva musica, esiste buona letteratura e cattiva letteratura, semplicemente, non c’entrano spazi o immagini, paesi o culture…Posso non essere d’accordo anche su questo?).

24 ottobre
ETHIOPIA: “13 months of sunshine”
Si è in pericolo ogni qualvolta il sudore stempera il calore / La notte non è tranquilla e le labbra secche/ Non c’è alternativa è apodittico il segnale delle ciglia / che si muovono appena/ il cuscino continua a inumidire e inframmezzata da piccoli spazi / la luce dei lampioni penetra ancora/ E’ notte, è tetro l’esterno e l’ incubo tarda a svanire / i piedi senza vita si muovono e si muovono ancora / poi il tutto zittisce e si ristora nel sibilo di uno scricciolo / rischiarato dal bagliore dell’orizzonte arancio / Quanto tempo, quanto tempo è passato? / solo il necessario per riprendere fiato / e rimandare tutto alla prossima notte.

25 ottobre
Arriverà domani, forse, il suo pullman è partito oggi, Lalibela- Addis Abeba, ottocento chilometri, ma le strade, dice Sisay, non sono buone, poco asfalto e molte buche; due giorni e una notte, durante la quale i passeggeri potranno dormire. “Anch’ io ho fatto quel tragitto, quattro,”- poi si corregge,- “no cinque anni fa, ma durante la notte non si può riposare, i movimenti sono bruschi, la strada dissestata non lo permette”. E’ il fratello maggiore, lo studente che ha finito le scuole superiori, quello che stiamo aspettando; Sisay ride, non riesce a contenere la propria emozione: “Sono cinque anni che non lo vedo, insieme a tutta la mia famiglia”, -e poi continua- “Lui non lavora, non lo ha mai fatto, gli abbiamo permesso di studiare, io e i miei genitori; ora viene in Addis per iscriversi all’università, dormirà e vivrà dai miei parenti…Ma…Solo la prima settimana…Potrà farlo qui? Solo dormire, durante il giorno sarà occupato all’università” – si ferma ancora un attimo- “Sono quei giorni che sarete a Gjibuti, non darà nessun fastidio, solo per la notte, durante il…”. Gli occhi gli sono arrossati, il respiro in affanno, poche parole e confuse, non saprei descrivere una sensazione di gioia così tanto gioia, non ne avevo mai vista prima. “Lo riconoscerai!?” gli dico sorridendo. Ci pensa un po’ e poi ride anche lui: “certo che lo riconoscerò”; capisce la mia ironia e ride ancora più forte. Il dente ha smesso di fargli male, ha altro a cui pensare; deliziose immaginazioni. Si muove, non riesce a star fermo e ride, ride, mostrando i suoi denti enormi e si muove: le mani in tasca, poi si aggiusta il cappello, controlla se ha la patta dei pantaloni aperta, si gira su se stesso e scalcia qualcosa che non esiste, come ripudiasse il sogno e pregustasse una prossima, sospirata realtà. Fa tenerezza, i daria n’ basc.
26 ottobre
Fervono i preparativi, già dall’alba. L’arrivo è imminente, oggi è domenica e la festività contribuisce ancor di più a rendere fausta la giornata. Odor di cipolla e schirò già da qualche ora, la stanza è diventata come lo studio della “prova del cuoco”: tegami, pentole e fornello da campeggio alimentato a petrolio a tutto vapore; patate sbucciate, pomodori, aglio e un stecco di incenso al profumo di rosa con l’intento di stemperare l’ammasso di odori degli ingredienti al fuoco. “Perché non apri la stanza di fianco! Potrete mangiare seduti almeno, e poi sto cazzo di fornello potevi accenderlo fuori, stai forse cercando di suicidarti?”- mi guarda sconcertato- “Che cosa stai cuocendo dalle sei di stamattina!? Forse dei sassi? Quale legume o altro può impiegare tanto tempo per cuocersi?” “Sto preparando lo schirò e le patate lesse, per insaporire l’injera”. Mentre parla continua a girare una poltiglia di colore indefinito: “ma che hai messo lì dentro?” “Olio di soia, cipolla, patate, berberè, un po’ di sale e acqua” “Che bisogno c’era di renderlo così fluido, sembra acqua colorata, non l’hai fatto cuocere un po’ troppo?” “Tu dici?” “Dico di si, sembra un preparato per tingere una stoffa, spegni quella fiamma, ora basta “ . “Dopo pranzo andremo a Merkato e poi a trovare nostro zio, il fratello di mio padre…” “Si, ho capito, ma il pranzo che gli offri, è tutto qui?” “Mmhhh!!! Beh!!!…Si, perché, non lo ritieni sufficiente!” “Tieni, è un piccolo regalo”, gli passo 50 birr “compraci almeno due birre e qualche banana…” Sorride, mentre estasiato rivolge lo sguardo al mangiacassette: c’è Jovanotti sul “piatto”, è la cassetta che gli ha mandato Alice dall’Italia; per l’arrivo del fratello ha inscenato un gemellaggio Italia – Etiopia: e cosa di meglio di un piatto di injera con shirò e una canzone di Jovanotti poteva rappresentarlo!? Diavolo di un Sisay.

26 ottobre
Mannaggia. Piove.

Il cristo risorto si incontra con il sarto senza filo, la mela è matura e l’inverno non c’è più. Tutti, ed io compreso, pensano che ciò che ci circonda faccia il giro del mondo: ma non prendiamoci in giro! L’intera umanità ha un sussulto. Crepa carogna che apprezzi il fido e disprezzi l’infido, ma l’infido è in noi e in ciò che rappresentiamo. Verrà un giorno in cui nessuno piangerà per il dolore. Verrà!!? E’ il momento della verità, quel momento in cui si dice: ho capito; ma sarà tardi, terribilmente tardi. Dovevi farlo prima, prima di venire al mondo – e che vuol dire?-; o è così o è cosà: sono cazzi tuoi. Un mio amico predicava: fino a 35 anni non si capisce niente (ne avevo appena 28), io alzerei il tiro: si capisce solo all’ultimo, con l’ ultimo respiro. Cazzi e pere, femmine e miele…Fate ciò che volete, io so cosa fare, ma non venite a chiedere niente, perché niente vi dirò…Ambaradan.

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Giubilo, disperazione: gioia di vivere e di morire
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Piove. Mannaggia

Sei contento del giorno e del sole che lo circonda: bravo, bravo, ma quanto sei bravo; crolla la borsa con tutti i denari. Strisciano i coglioni che hanno speculato, strisciano nel fango; crolla il fico con tutto il suo latte (non sono ancora maturi) e che ci facciamo? Dei soldi o dei fichi? Scelti tu , coglione. – Piove, è bello sentir piovere; – certo, perché sei sotto il tetto, ma chi è fuori e non ha un tetto? – Sta bene anche lui. – E chi te lo ha detto? – Chi è senza tetto, mi ha detto che è bello sentirsi piovere addosso. – Non ci credo – Vai fuori, e lo capirai anche tu… – Allora, ci credo.
E’ bello essere in vita, dicono i vivi…e i morti, cosa dicono!?? Chiedilo a loro, come posso rispondere io, che sono in vita? Ahh!!

27 ottobre
Abbiamo riavuto i nostri specchietti; ce li avevano rubati due giorni fa, lungo il percorso che conduce a “old airport”, nel momento in cui la macchina era parcheggiata in strada, davanti il negozio di “Lucy”. Penso siano proprio i nostri, gli stessi prelevati dalla nostra auto. E’ così che funziona: i ladri fanno il loro mestiere, rubano e immediatamente rivendono a “Merkato” la refurtiva, un intermediario, che tutti i ferenji conoscono e che è facile contattare, contratta la merce ( nel caso dei nostri specchietti 500 birr ai ladri e 100 a lui) e te li restituisce a domicilio; cosa volere di più? Considerato il fatto che di ladri, al mondo, ce ne saranno sempre!?

28 ottobre
Giorno di partenza, Gibuti, lago salato di Assal e isola Moucha. Si è sempre un po’ tesi quando si parte, quando si abbandona la monotona giornata che comunque dà sicurezza. L’imprevisto gode di simpatia e stuzzica il carattere sopito. Mar Rosso e le balene squalo, Mar Rosso e i delfini, con l’orizzonte blu e silenzioso; si potrà mangiar pesce e respirare il trito di alghe e di corallo. L’isola è nostra, dicono; vedremo se così sarà: c’è solo un piccolo camping e saremo noi, il nostro gruppo (otto persone) ad occuparlo; venti minuti di barca per raggiungere l’isola da Gibuti. Il silenzio è assicurato, prenderò appunti e farò qualche foto all’ombra delle palme.

– La madonna –

Ieri non c’era, è sicuramente arrivata stanotte: ma come ha fatto a trovarla così in fretta? Il sibilo e lo scroscio sono stati testimoni della sua venuta. Ma perché la gente ora la vuol vedere? Cos’ha di strano che non hanno le altre “madonne”? Ha il velo azzurro che le copre le spalle ed è inconfondibile l’aureola giallo oro che cinge i suoi capelli. Ha capisco! Il suo vestito, a pois ,corto e le scarpe con il tacco. “Senti ma da che locale l’hanno prelevata? E cosa sta masticando!?…Su , toglile quel chat, per favore. Potevano almeno metterle un gabi bianco, lungo fino ai piedi e levarle quel pezzo di plastica che gli tiene raccolti i capelli…Nera poi; avessero scelto un’amhara, proprio una orhomo che più nero non si può. Rimandiamo a domani l’apertura delle visite, non hai neanche provvisto il banco di noccioline e aranciate; su, dai, chiudiamo il botteghino. Vedrai, ne troveremo un’altra”.

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29-2 novembre – il mare.

1
Solo il mare, solo, nel raggio che sconfina nell’ignoto/ Parole di uccelli che comprendo e dissimulo / la risacca nei piedi imita ciò che è onda / Terra ferma, immobile, di roccia e di arbusti / il biancore della sabbia e le sue impronte lenite / ora scorrono a pelo d’acqua e sopra, un lamento di infante.

2
Sono solo/ e ciò mi rincuora / siamo soli / e questo mi spaventa / il vento non è nessuno / e, nemmeno l’ombra, che non è mia.

3
Che ci sono venuto a fare / se non so nemmeno respirare!?

4
Appunti, e, colori di moti eterni e di pensieri affranti.

5
Il richiamo è forte e si scuote con me / Che a volte sono e altre non sono.

6
Chi disdegna la bianca sabbia!? / Il granchio ci vive, e non si lamenta.

7
Mi muovo e mi rimuovo / batto le ali e sono sempre fermo / nel mio arido, nel mio insensibile.

8
E’ il sole che mi abbaglia o il respiro del mare?

9
Non si può rincorrere la follia, sarebbe troppo facile. E’ privilegio di pochi, meta di nessuno. La si guarda da sotto le sottane e la si pensa come una fica vogliosa. Guardo e indago curioso, mentre mi attraverso. Dipende dalle brame. Il volo è radente sotto lo scoglio, sopra il mare, e davanti il cielo; chi sa far di meglio, non abita qui.

10
Il vento attraversa il pensiero poi lo trasporta sopra l’onda; / un sogno, nella folata che dura un attimo.

11
Nel buio tutto si vede, attraverso il cielo che soffia e luccica / Il rumore della risacca e dei sassi, sotto le scarpe / luci vicine di terra ferma e di uomini che si muovono / non chiedo e neanche rispondo / osservo / mentre mi dondolo e mi chiedo il perché.

12
Un albatros immobile e un sole rosso / che a pezzi è dietro le nuvole / Tra di loro, il mare acquattato.

3 novembre
Mulu, appena entrata in casa e mi ha visto, ha fatto una smorfia ed abbassato gli occhi, oltremodo sempre sorridenti: -“non c’è problema, non ti preoccupare, tra due giorni tornerai come prima, bianco come prima”-. Non c’è niente da fare, una modesta abbronzatura addosso ad un individuo di pelle chiara non è apprezzata; pensare, a quello che nel corso del tempo, siamo riusciti ad imprimere nella mente di un “non bianco”.

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-Lago Assal-
Si parte da Gibuti, ore una, dopo aver comprato moneta locale, franchi, e pagato l’intermediario che ci ha procurato i due taxi, è l’ora ideale per andare in uno dei luoghi più caldi al mondo .L’aria è asciutta, il cielo terso. Qualcuno chiede se l’auto è provvista di condizionatore, non scherziamo, c’è da ringraziare il cielo se riusciremo ad arrivare; Toyota del 1980, gli ammortizzatori si sono persi già da qualche anno. Siamo in sei e due i taxi, gemelli. La città non è grande come immaginavo, nessun palazzo sopra i tre piani, neanche nella parte nuova e questo rende tutto uniforme, livellato; le strade son ben asfaltate, i minareti blu e bianchi, alcuni di recente costruzione, si ripetono regolari, le porte e le finestre delle abitazioni sono arabeggianti i tetti piatti e i muri candidi, solo alcuni esibiscono arabeschi azzurro mare; vista l’ora, solo poche persone in giro, anche qui la miseria trapassa e si scorge ovunque, dalla macchina non si percepiscono odori, ma considerata la quantità di gente che piscia contro i muri ho il presentimento che sia meglio così. Passiamo davanti il porto, ampio, colmo di navi container, petroliere e fregate americane e francesi, pattugliate da veloci gommoni armati; questa è Gibuti: il porto e poco altro. Percorrendo sempre una strada liscia e con poco traffico usciamo dalla città, attraverso una periferia di baracche e capanne, costruite su un terreno roccioso e senza alberi; qualche magro cammello, immobile e con lo sguardo perso, sembra stare di guardia alle fatiscenti casupole assolate. Subito oltre, distese di container colorati, che presumibilmente raggiungeranno Addis o qualche parte dell’interno etiopico, sono spazi infiniti raccolti da recinti spinati simili a campi di concentramento; intorno solo sabbia e multicolori, migliaia di buste di plastica appiccicate ai sassi e ai pochi arbusti secchi che, per questo, si notano appena. Non certo un bel vedere, anzi direi un disgusto immane, la poca gente, vi si aggira senza farci caso. Proseguiamo nella pietraia, mentre la strada, dolcemente, si alza e permette la vista del mar Rosso, alle nostre spalle; il traffico di auto cessa all’improvviso, solo qualche camion malmesso, lentamente avanza verso l’Etiopia con pesanti carichi. Più si procede verso l’interno più La canicola aumenta e dai finestrini aperti entra un’aria terribilmente calda; incomincio a pensare a quello che ci aspetterà nella depressione del lago Assal. E’ passata un’ora e abbiamo percorso solo cinquanta chilometri, ce ne aspettano altrettanti e, da quanto dettoci, di strada a tratti sconnessa e mal transitabile. Dopo avere attraversato un paio di villaggi arsi e desolati, incontriamo branchi di scimmie,che invece di scappare accennano ad avvicinarsi all’auto in movimento, nella speranza di veder uscire dai finestrini qualche frutto, o altro da mangiare. Percorso un tratto di pista polverosa accompagnata dal solito paesaggio lunare solcato da ampie fiumare sassose, ecco comparire, agognato, il bivio: un arrugginito cartello indica a sinistra la località di Serdo, in terra d’ Etiopia, dove muore formando una palude, il fiume Awash, a destra il lago Assal; mancano ancora quaranta chilometri, questa è l’indicazione. La strada torna ad essere agibile, diritta, e subito si inerpica, si ha la percezione che la nostra meta debba essere quella dei monti Bale, piuttosto che una depressione di 150 metri sotto il livello del mare; il valico è davanti ai nostri occhi e subito dopo appare un panorama fantastico ,ben al di sotto di dove stiamo transitando: in fondo c’è il mare; luce accecante che riflette sulla roccia vulcanica e polverosa, si proietta sull’ansa sottostante, blu, come gli occhi di “Lulù”; si respira, l’apertura permette qualche esclamazione di gioia e di meraviglia. Si comincia a scendere su degli ampi tornanti che lentamente ci adagiano verso valle; pare quasi di toccarlo quel mare lunare ma è ancora abbastanza lontano; mentre ci avviciniamo, dietro uno sperone di salgemma, compare il lago; tra di esso e l’estremità del litorale c’è una sella arida che qualche milione di anni fa ha separato le acque e isolato parte di esse formando il lago Assal; la depressione è ben visibile dall’alto, due specchi d’acqua ma non sullo stesso livello; il bacino è in parte bianco, quasi ne simulasse uno alpino gelato, nel periodo primaverile, quando solo i margini a contatto della terra rimangono innevati, mentre il centro appare blu e verde; ciò dipende dal fondale sottostante, ove vi è più concentrazione di sale lo specchio d’acqua, perfettamente fisso, trasmette tonalità verde smeraldo. Nel momento in cui si fiancheggia la costa e la strada scende ancora, si ha la sensazione di precipitare all’inferno: le folate di aria sono cocenti e irrespirabili e bisogna ancora scendere per altri 150 metri; ora gli speroni di salgemma sono numerosi, bianchi come il ghiaccio, si elevano per venti, trenta metri sulla roccia scura: l’eruzione sembra appena essere avvenuta, questo fa immaginare il colore della polvere: grigio cenere. Anche la strada ora è di sale, bianca e rumorosa: le gomme dell’auto provocano un fragore come se transitassero su un campo di noccioline americane, si ha la percezione di instabilità, di precarietà e insicurezza: meraviglia infernale. Poche parole tra di noi, si osserva e si rimane estasiati, respirando affannosamente, un’aria che piano piano sembra svanire del tutto. La pista si allarga formando uno spiazzo e si interrompe; su cumuli di pietre, accuratamente posate sono esposte decine di composizioni saline: cristalli, teste di capra, recipienti e altro, tutto rigorosamente bianco. Alcune persone adulte, ma anche ragazzi e bambini ci vengono incontro con in mano del sale, posto in buste trasparenti, ben confezionate; se qualcuno mi avesse raccontato che in quel luogo –ho avuto la sensazione che la temperatura non fosse sotto i 45°; e anche, mi sono chiesto, dove si possa trovare un po’ d’ombra per misurarla- potevano esserci forme di vita stanziale e per di più umana, non ci avrei mai creduto. -Ciò ha veramente dell’incredibile, se si considera che queste persone hanno creato un’attività commerciale in un luogo dove per giorni non appare anima viva, dove respirare è cosa ardua, dove non c’è ombra, se non quella procurata da macere pelli poste su quattro bastoni incrociati, dove non esiste acqua potabile né cibo-. Dopo avere doverosamente acquistato sale di ogni tipo e grandezza, fatta qualche foto di rito e dopo aver accuratamente osservato ciò che si presentava davanti i nostri occhi, siamo risaliti in auto per ritornare.- Mi sentivo il sale addosso, appiccicoso, una sensazione sgradevole in bocca e bruciore negli occhi;- Il lago è ora alla nostra sinistra, imperterrito, immobile, mentre risaliamo verso il valico. La bramosia e l’impazienza di vedere lo spettacolo salino non mi aveva fatto notare, all’andata, la presenza di nuclei abitativi lungo la strada: capanne di pelle di capra a forma di igloo, sotto il sole, fusti di olio lì vicino con, presumibilmente, acqua dolce ivi trasportata da autocisterne, visto che alcune capre, con le zampe appoggiate sul bordo, vi si stavano abbeverando, più nulla, oltre a tre quattro persone sedute all’ombra di un cespuglio secco. Mi son chiesto, lungo la strada infuocata del ritorno, come umanamente sia possibile vivere in certe condizioni climatiche, in una terra deserta ricoperta di sale; chiudendo gli occhi, mi sono proiettato in quel luogo, seduto sotto il sole a guardare capre e lago, vedendomi bere una volta al giorno, mangiare ogni due e mi son detto…lasciamo perdere.

– Gibuti, ritorno –
Mancavano ancora due ore all’imbarco aereo, mentre lo sbarco dalla piccola barca a motore si era compiuto con mio grande piacere, visto il mare nero che ci ha accompagnato nel tragitto dall’isola al porto, -trenta minuti di navigazione- solcato da onde trasversali e dispettose. Il pullman che in seguito ci avrebbe accompagnato all’aeroporto ci ha lasciati ai margini di un grande mercato; la meta è stata decisa per spendere gli ultimi franchi rimasti. Cosa da non credere, non avrei mai pensato di trovare un posto più lurido e puzzolente, dopo l’esperienza di Addis: recinti con capre e uomini distesi assieme, frutta marcia nei banchi e sulla strada, persone seminude con lo sguardo perso, vestite come fachiri, un puzzo intollerabile, ovunque; ho cercato di fare qualche foto, se non altro ai colori che erano l’unica cosa gradita e tollerabile, quando l’uomo del bus che ci accompagnava, senza denti e con la lingua verde dalla quantità di chat masticata, mi ha dissuaso, mostrandomi un camion, in genere usato per il trasporto bestiame, pieno di ragazzi mortificati, accompagnati da due poliziotti. Mi sono guardato intorno è ho inequivocabilmente notato che tutti stavano guardando me o forse la mia fotocamera; ho riposto la macchina e “buonanotte al secchio”, le foto… un’altra volta. Ho comprato un cappello “muslim”, una scacchiera di pietra saponaria con pezzi dello stesso materiale, “made in Kenya”, bella a dire il vero, Lucilla, due collane; non c’era più tempo, era ora della partenza.

5 novembre
Bene, bravo: Obama ha vinto; tutta l’Etiopia è in festa, immagini del neo presidente ovunque e ragazzi, vendono per strada i suoi libri e le sue fotografie. Suo padre è keniota e la sua pelle nera, tutta l’Africa osanna l’uomo Obama e si identifica nel personaggio dalla pelle scura. Mi auguro proprio che ciò sia uno stimolo per tutto il continente che ha sicuramente bisogno di eroi e personaggi illustri che lo rappresenti; forse solo una personalità locale avrebbe preferito la vittoria di McCain, quel McCain che sicuramente avrebbe continuato la precedente politica di Bush in Abissinia; peggio per lui, anche per i potenti, “non è sempre festa”.

– Isole Moucha, andata –
Era già buio al nostro ritorno dal lago Assal, le auto ci stavano già aspettando per trasportarci al porto per farci imbarcare: destinazione isole Moucha. Parte del genere umano asserisce che se siamo nati e viviamo nella terra ferma, ci sarà pur un motivo: io appartengo a quella parte, anzi ne sono un alto rappresentante; io e l’acqua, in altre parole, abbiamo poco da spartire. Fatta la premessa, lascio immaginare il mio stato d’animo e mentale in quei pochi minuti trascorsi per il trasferimento nell’isola: buio pesto, acqua nera e mossa, notte senza luna ma poche stelle, lampi vigorosi a pelo d’acqua, fortunatamente a debita distanza: venti minuti da incubo, in apnea, senza parlare. Il molo è piccolo, nessuna nave attraccata, si scende dall’imbarcazione e poi tutto si ferma: siamo sull’isola;

– Isola Moucha –
E’ presto, il cielo è macchiato di nuvole nere, nella notte è piovuto. Tra il bungalow dove ho passato la notte e il mare c’è una lingua di terra di un centinaio di metri, alcuni cespugli, nessun albero, roccia e sabbia; parto ad esplorare la riva stando attento a seguire un sentiero rialzato con ghiaia, per non affondare sul terreno sabbioso, madido ai lati. La visuale è splendida, anche se il mare, vista la burrasca notturna, non è perfettamente trasparente ; in lontananza onde spumeggianti si schiantano contro la barriera corallina, nel punto dove l’acqua assume colore verde e si stacca dal blu; la costa Gibutina Eritrea non è lontana, circa dieci, quindici chilometri; mi soffermo ad osservare i vari coralli bianchi, senza più vita, che spuntano sulla riva, nella piccola caletta tra spunzoni di roccia vulcanica e spugnosa. Una moltitudine di uccelli sorvola la riva, a quota bassa, emettendo uno stridio acuto, sembra il canto delle “diomedee”, uccello autoctono delle isole Tremiti, davanti la costa pugliese. Sono grossi, simili a gabbiani, sono centinaia. Un ombrellone dismesso costruito con foglie di palma in cima allo scoglio più alto, sembra avvicendare un faro, mi siedo all’ombra di esso, non anima viva intorno, solo rumor di risacca e di uccelli i n transito; la vista è riposante, mi giro attorno e vedo solo acqua e roccia in una luce abbagliante; ho quasi paura di tanto isolamento, di tanto conforto; gli altri sono ancora nei bungalow, sei in tutto, che si stagliano alle mie spalle; sono costruzioni in mattoni con il tetto di cannucce, a punta e oltre questi una copertura in lamiera bianca e blu e un piccolo ristoro vicino la spiaggia principale, a ridosso del porticciolo: null’altro, nell’isola non c’è niente altro.

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Li hanno trasportati dalla barca in prossimità della cucina con delle carriole, sono grossi, sono pesci enormi; tra di essi anche una triglia gigante di sei, sette chili; penso sarà la nostra cena, anzi ne sono certo, mi auguro solo che la sappiano cucinare.

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Stamane l’acqua, causa la bassa marea, si è allontanata di molto dalla riva, una trentina di metri; i soliti uccelli mischiatisi a gazze e un paio di grossi albatros, si stanno cibando sulla sabbia, di molluschi e altro che l’acqua ha lasciato dietro di se. Mentre osservo ho la sensazione di essere in una spiaggia bretone o della costa scozzese, chissà per quale discosto riferimento: non certo per la temperatura dell’aria.
Il vento non è forte ma teso, regolare; passa sulla pelle e procura refrigerio costante. Un bagno è quello che ci vuole, l’acqua traspare , sembra invocarti, attraverso voci diafane di sirene, immaginate distese sopra il fondale corallino; l’acqua tropicale è calda e a contatto con il corpo lo rende pigro e lento nei movimenti; fuori, con i piedi sulla sabbia, sembra quasi fresco, tanto l’acqua è infiammata.

– Lago Assal 2 –
La sensazione che ho avuto, creata dal mio immaginario, nel vedere la valle sottostante dove rifletteva colorato il lago Assal, è stata quella di trovarmi davanti le immagini di una scena del film “L’oro di McKenna”; quella, in cui l’imperturbabile Gregoy Peck, attraversa a cavallo l’angusto passaggio che unisce il deserto alla vallata del fiume , ricca di filoni d’oro, vi si dirige, a sprezzo di ogni pericolo, lungo i tornanti della pista scavata nella roccia, con l’unica differenza, di scorgere in lontananza il giallo oro a luogo del mio bianco sale.

– sulla spiaggia –
I ragazzi se ne erano appena andati, scomparendo dietro la duna costellata di arbusti verdi. Quattro, cinque gazze sono planate vicino i loro sacchi e sopra gli asciugamani distesi; solo un attimo per guardarsi intorno e subito infierire con il becco all’interno degli zaini aperti: un pezzo di pizza, qualche pacchetto di biscotti, una banana; il tempo di alzarmi con l’intento di allontanarle e non c’era rimasta che carta trasparente.

– Lago Assal 3 –
Il nostro taxi era rimasto qualche chilometro indietro, l’uomo che guidava la macchina aveva aumentato l’andare dopo parecchi chilometri fatti a velocità di crociera. La strada diritta, in discesa, permetteva anche a un mezzo scassato e mal messo come quello di procedere a forte andatura; neanche il tempo di accorgermi ed ecco comparire, in quella landa desolata, un fuoristrada, con inconfondibile, impressa sullo sportello, l’effige della polizia. Strano a dirsi, ma il sangue si è raggelato e insieme scomparsa la sensazione di caldo insopportabile; con ampi gesti associati a voce concitata, il poliziotto di destra ha fatto cenno al taxista di accostare; il malcapitato sceso dall’auto, con un’espressione attonita e impaurita ha timidamente confabulato con l’uomo dell’ordine e poi è risalito al suo posto di guida, senza nulla proferire. Con uno stentato e balbettante francese, dopo qualche secondo, mentre stava invertendo il senso di marcia, ci ha informati che il poliziotto gli aveva intimato di tornare al posto di blocco, che né lui né noi trasportati avevamo visto. Bene, situazione ideale per trascorrere un giorno di vacanza al lago. Un chilometro, poco più, ed eccoci scortati, alla stazione di polizia; in mezzo la carreggiata, davanti a una stalla di galline, – perché era questa l’unica costruzione visibile, – era posto un segnale di alt con alcune righe bianche trasversali che indicavano, presumibilmente, un rallentamento. Il ragazzo esce dall’auto e scortato dal burbero uomo in divisa, si dirige verso la baracca di legno, dove, sotto una tettoia, appoggiata allo stallatico, sdraiato su un’amaca stava riposando un uomo in bermuda e canotta. –Si verrà poi a sapere che quell’uomo era il poliziotto più in alto in grado dell’avamposto – L’individuo, senza scomporsi, ne tantomeno levarsi dall’amaca, ad ampi gesti, indica al malcapitato, il segnale di alt posto sulla strada. Non ho idea di cosa si siano detti, fatto sta che il graduato, dopo averci salutato con un cenno della mano ha lasciato il taxista ritornare in auto, con un semplice ammonimento, niente altro, né multa né arresto. Siamo ripartiti, invertendo la marcia, il lago, malgrado ciò, era sempre lì sotto ad aspettarci.

7 novembre
Dopo qualche giorno di pioggia, anomalo per il periodo, oggi il sole splende incontrastato; la mattina è iniziata con l’ascolto di M. Nyman e le sue lezioni di piano; collegamento doveroso con lo scritto del 23 ottobre scorso, lo si ascolta e si tace.

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