Ramadan

di Gaetano Lucania –
5/11/98- Palermo-Trapani
Quando salgo sull’autobus che da Palermo conduce a Trapani è già buio. Questa volta Christiane si trova in Germania ed e’ un po’ strano affrontare un viaggio da solo dopo tanti anni che partiamo insieme. Per un verso e’ un ritorno al passato, per un altro devo ammettere che, nel corso degli anni, Christiane si e’ rivelata un’ottima compagna di viaggio e siamo arrivati ad un livello notevole di complementarietà e di affiatamento. Questa volta l’equipaggiamento e’ più leggero del solito, essendo composto da pochi vestiti (lo stretto necessario), e dall’apparecchiatura fotografica che costituisce gran parte del peso. Il tutto e’ contenuto nello zainetto rosso da montagna un po’ liso che ormai possiedo da almeno dieci anni. Giungo a Trapani e, pur non essendo affamato, entro in un locale dove si vende pizza a taglio e ne ingurgito due pezzi. Da pochi giorni, nel mondo arabo e’ iniziato il Ramadan e non mi e’ chiaro ancora come ciò influenzerà le mie abitudini alimentari e di viaggio. Visitare un paese islamico in questo momento mi affascina. Il traghetto Torres della Tirrenia parte con un’ora e mezza di ritardo, dovuta ai controlli meticolosi che vengono effettuati alle auto prima dell’imbarco, specialmente quelle che appaiono più nuove. Prima di salire a bordo si passa dal posto di polizia per compilare la fiche d’ingresso in Tunisia. Mi sistemo in una cabina a due letti insieme ad un altro italiano che si reca a Tunisi per non meglio specificati affari. E’ un tipo tranquillo e dormo senza particolari precauzioni.

6/11/98 Tunisi Kairouan
La nave arriva al porto de La Goulette in perfetto orario. Sul traghetto faccio colazione e, subito dopo l’attracco, inizia una estenuante trafila burocratica per il controllo dei passaporti e l’apposizione del visto d’ingresso, previa compilazione di una seconda fiche e spinte ed urla della Polizia Tunisina (Barra, Barra che vuol dire Via ,Via) la quale cerca di ricondurre la fila ad un aspetto di tipo indiano. Raggiungo, non senza qualche difficoltà la stazione Sud dei louage di Tunisi e salgo infine sul primo di essi diretto a Kairouan. I louage sono delle auto private con sei-otto posti la cui tariffa e’ di solito poco più elevata rispetto a quella del bus. La partenza avviene quando si raggiunge il numero di passeggeri sufficiente a riempire l’autovettura. Arriviamo molto presto a Kairouan, dato che il conducente guida alla folle velocità di 120Km/h. Il primo tratto della strada lo permetterebbe, se non fosse per le auto che spesso invadono la corsia di sinistra e vengono, ovviamente, superate a destra senza pensarci due volte. Il paesaggio non e’ nulla di particolare, qualche stagno, uliveti sterminati, casette di pietra, piccoli parallelepipedi coperti da una volta a botte. Molti pastori e contadini a cavallo di asinelli.
Appena arrivato a Kairouan mi reco innanzitutto all’hotel Sabra. Quest’albergo si trova proprio di fronte ad una delle porte della Medina, la Bab el Chouada (porta dei martiri). Mi viene data una stanza molto pulita con una finestra che da’ sulla piazza antistante e dalla quale, oltre alla porta, si vede un lungo tratto delle mura cittadine. Mi faccio spiegare dal portiere quali sono le regole per l’osservanza del ramadan. Il digiuno inizia alle cinque e mezza del mattino e finisce intorno alle cinque e mezza della sera, in coincidenza col sorgere ed il tramontare del sole e sono esentati dal digiunare solo bambini piccoli e malati (chi guarisce pero’ deve recuperare). Il concierge sostiene che si tratta di un’abitudine molto sana e, secondo me, non si discosta molto dal vero; molti filosofi e medici dell’antichità hanno teorizzato il ricorso al digiuno per il corpo e per lo spirito.
Dentro la medina, via via che si percorre la lunga strada che termina al mercato, si trova di tutto: dolci di svariate forme tra cui spicca la specialità locale detta makhroud (impasto di miele e semolino), pane, una grande varietà di frutta. Kairouan e’ molto bella e vi sono edifici davvero pregevoli che testimoniano l’importanza della città’ quale luogo santo dell’Islam. Le mura colpiscono per il loro spessore e la loro mole. Avenue Ali Belhaouane, la strada che taglia in due la Medina e’ occupata perlopiù’ da negozi di souvenir; il suo prolungamento conduce ai bacini degli Aghlabiti, un tempo deputati al rifornimento idrico cittadino, oggi grosse vasche di cemento non degne di nota e che non valgono il mezzo dinaro di mancia speso per visitarli.
La Zawiya di Sidi Abid el Ghariani e’ un bell’edificio dedicato ad un santo con un cortile centrale a due ordini di colonne e pregevoli soffitti in legno intagliato. Di qui, attraverso un dedalo di vicoletti, giungo alla Grande Moschea, che però e’ già chiusa ai visitatori. I vicoletti della Medina di Kairouan sono tutti simili tra loro ed e’ facile perdersi; case bianche dalle porte spesso dipinte d’azzurro e talvolta disseminate di chiodi piantati sapientemente per formare decorazioni e disegni sul legno.
Un Muezzin si affaccia ad intonare l’invito alla preghiera dalla soglia di una minuscola moschea senza minareto, quasi una sala di preghiera di una casa privata al pianterreno.
I tunisini che percorrono le strade di Kairouan vestono talvolta all’europea, talaltra sembrano uscire da cartoline d’epoca. Accanto a signori in impermeabile e ragazzi in giubbotto di pelle passano contadini in burnus, il capo avvolto in turbanti o coperto dalle chechias (berretti di feltro rosso), donne intabarrate in scialli bianco perla tatuate sul volto con segni a zampa di gallina in corrispondenza del mento e delle gote, come la arabe che ho visto ad Harran, al confine Siriano. Se queste differenze di abbigliamento dipendano dall’età’ o dalla posizione socioeconomica e’ presto per dirlo. Alle diciassette mi reco al restaurant Jeunesse, in una Avenue Ali belhaouane ancora affollata di ritardatari che fanno gli ultimi acquisti . Un cartello all’ingresso indica che sino alle diciassette e trenta viene servito solo da bere. Alla TV trasmettono canti religiosi e recitano sure del Corano; poi, dopo una salva di cannone, si può iniziare a cenare. Mangio una chorba (zuppa) con semola e degli spiedini detti qui brochettes de viande con patate ed insalata. Ritorno all’hotel Sabra percorrendo le strade adesso buie vuote e silenziose della Medina.

7/11/98 Kairouan Tozeur
Mi sveglio molto presto e faccio colazione in Hotel. A quest’ora i raggi del sole colorano d’oro le mura ed i mattoni della Bab el Chouada. Quando giungo alla Grande Moschea la trovo deserta e non devo pagare neanche il biglietto d’ingresso. I non musulmani possono accedere al solo cortile, cinto su tutti i lati da un colonnato e centrato su quello settentrionale da un grande ed antico minareto a pianta quadrangolare, simile ad una torre. Qui in Tunisia le moschee sono molto diverse da quelle turche, meno elaborate nell’architettura, molto semplici nelle decorazioni esterne e di aspetto piuttosto massiccio anziché’ slanciato. Volendo avanzare un paragone azzardato c’è la stessa differenza che passa tra una chiesa barocca siciliana ed una romanica della Toscana, ciò indipendentemente dall’epoca di costruzione.
Alle dieci e mezzo salgo su un autobus della SNTRI per Tozeur. Via via che si procede verso Sud, gli uliveti cedono il posto a paesaggi sempre più aridi, quasi semi desertici, con stentati eucaliptus che crescono lungo la strada. Poi, nelle vicinanze di Gafsa, la città famosa per le miniere di fosfati, la vegetazione si riduce ulteriormente, terreno giallastro roccioso disseminato di basse sterpaglie e circondato da brulle montagne tondeggianti, solcate da calanchi. Si avverte la vicinanza del grande Erg Orientale dove il deserto roccioso cede il posto alla sabbia. Incontro anche i primi dromedari accovacciati ai lati della strada e, prima di Tozeur, in gruppo seguiti a piedi da un uomo. Giungo in questa città’ intorno alle 15 e trovo una camera all’hotel Essalem, lontano dal centro e dai punti di interesse. La strada principale di Tozeur, Avenue Habib Bourghiba e’ affollata di negozi perlopiù’ empori e negozi di tappeti per turisti. La città’ vecchia (Ouled el Hadef) e’ molto bella e come caratteristica architettonica principale ha l’uso di mattoni di fango disposti a formare geometrie variabili. Da un tunisino animato da scopi commerciali ( vuole portarmi nel suo negozio ) vengo a sapere delle informazioni interessanti. Innanzitutto a Tozeur e nell’oasi vicina di Nefta, le donne indossano un costume tradizionale diverso da quello di tante altre città tunisine. Si tratta di un velo nero a cui, all’altezza della cintola, viene cucita una striscia di pizzo il cui colore bianco o azzurro indica la città’ di provenienza e la cui larghezza varia a seconda che si sia sposate o nubili. Un’altra curiosità’ e’ la presenza di due battenti sulla porta d’ingresso il cui suono e’ diverso; quello sinistro e’ destinato al marito, il destro ad amici, conoscenti, visite ecc., cosicché’ la donna può’ sapere in anticipo se dovrà’ aprire la porta oppure no. Quando nasce un figlio maschio viene aggiunto un battente piccolo in basso. Ovviamente si tratta di un sistema oggi in disuso e si osserva solo sui portoni più antichi. Dopo il colpo di cannone ceno al Restaurant du Paradis, insalata con tonno sott’olio, brik à l’oeuf e couscous sans viande. Dopo cena, in questo mese di Ramadan, la vita si sposta nei caffè che probabilmente negli altri periodi sono aperti tutto il giorno. Rimando la mia visita a questi locali, che sembrano essere lo svago principale dei tunisini, ai giorni seguenti, data la stanchezza, ai giorni seguenti.
L’hotel è molto rumoroso, per via di un gruppo di ragazzi tunisini che ascoltano TV e radio a tutto volume fino a mezzanotte.



8 Gennaio 1998 Tozeur Douz
Rinuncio alla colazione perché all’Hotel Essalem la richiesta sembra alquanto inusuale in questo periodo sembra abbastanza inusuale e farebbe solo perdere tempo e mi incammino seguendo i margini della immensa palmeraie fino al cosiddetto Belvedere. Si tratta di due rocce, sulla cima delle quali si giunge salendo dei gradini che sono stati scavati nel loro spessore. La veduta sull’oasi (10 Km di estensione) non è nulla di eccezionale e non vale la lunga strada percorsa dal centro città. Sulla via del ritorno, visito il museo etnografico Dar Cherait, molto ben tenuto, ma un po’ noioso e caro per i miei gusti. Altri visitatori conosciuti: Suharto e Scalfaro. Torno in centro in calesse dopo strenua contrattazione sul filo dei 100 millimes, che riesce a stancare anche il conducente, avvezzo a questo genere di trattative. La cosa davvero più interessante di Tozeur è la città vecchia con i suoi vicoli e le case di mattoni, dove ritorno e mi soffermo lungamente. Alle 12.00 salgo su un louage diretto a Douz (via Kebili) in compagnia di quattro tedeschi ed un doganiere tunisino che viaggia a sbafo essendo amico dell’autista. Attraversiamo lo Chott el Djerid, vastissimo lago salato percorrendo una strada costruita dall’esercito, sopraelevata rispetto al livello dello Chott. E’ un bellissimo viaggio, a sinistra si vedono in lontananza i profili delle montagne color giallastro che si estendono da Gafsa a Tozeur, a destra lo Chott, distesa di sale in forma cristallina abbagliante e luccicante nel sole alto di mezzogiorno. Si vedono talvolta alla nostra destra delle sagome lontane, certamente miraggi, come conferma l’autista. Dall’oasi di Kebili, sita all’altra estremità dello Chott fino a Douz il paesaggio diviene sempre più dominato dalla sabbia e l’oasi e la palmeraie sono delimitate da barriere di foglie secche di palma, per evitare l’avanzare della desertificazione. L’hotel di Douz in cui trovo alloggio, il 20 Mars, è molto ben tenuto e costituito da piccole camerette che si aprono attorno ad un cortile centrale. Dopo una mezz’ora dal mio arrivo mio incammino verso la dune di El Hofra, site ai margini della grande palmeraie. Non riesco ad evitare la compagnia di un noioso ragazzo di Douz, tale Alì che sostiene di lavorare in un albergo e parla un francese approssimativo. Le dune di El Hofra sono molto belle, è il deserto da cartolina, quello dell’immaginario collettivo, sabbia a perdita d’occhio punteggiata da sparute palme. Se non fosse per i miei piedi piagati e con grosse vesciche dopo quest’ulteriore marcia di 10 Km fino ad El Hofra, mi inoltrerei volentieri ben oltre le prime dune. Gli scarponcini che indosso sono a tenuta di sabbia ma un po’ larghi e le calze tubolari che ho portato, essendo troppo ruvide per questi lunghi tragitti, creano punti di attrito con la cute. Al ritorno, alla compagnia forzata di Alì, si è aggiunta quella di un altro ragazzo, che mi invitano ad andare in un caffè per la sera. Sebbene la proposta non mi alletti per nulla sono poco deciso nel rifiutare, lasciando aperta qualche possibilità. Ceno in albergo alle 19.30 insieme a tre clienti del 20 Mars, una bella biondina inglese (tale Sally Baker) che viaggia insieme ad un neozelandese di nome Peter ed un’americana di nome Tara, dall’aspetto di viaggiatrice inveterata e di persona che sa guardarsi le spalle. Restiamo a conversare per un paio d’ore e vengo scocciato dai due arabi che stazionano davanti all’Hotel. Li congedo dando loro un dinaro per il caffè, visto che non si decidono a muoversi dalla porta dell’Hotel. I miei compagni di conversazione sostengono che il mio inglese non è malaccio e che è incredibile che lo abbia imparato solo con le cassette. Lo avverto comunque più stentato del solito, ciò forse dipende pure dal fatto che negli ultimi giorni ho usato solo il francese che, comunque, amo di più e mi consente di destreggiarmi meglio. Sciogliamo il convivio intorno alle ventidue.

Venerdì 9 gennaio 1998 – Douz Zaafrane Matmata
Colazione in hotel. Dopo pranzo, sulla piazza dei louage incontro di nuovo Alì, palesemente in cerca di qualche dinaro da spillare. Mi accompagna in “camionette” (un pick up sul retro del quale sono state saldate due panche di ferro) fino all’oasi di Zaafrane, a dodici Km da Douz. Con noi salgono due donne berbere vestite con panni multicolori che la più vecchia trattiene all’altezza della clavicola con delle belle fibule d’argento. Chiedono ad Alì se io sia per caso iraniano, essendo colpite dal pizzo. Zaafrane è un piccolo villaggio situato ai margini del grande Erg Orientale dove si allevano un gran numero di dromedari, forse anche in funzione del fatto che vi si fermano numerosi pullmann di turisti capaci di pagare anche dieci dinari per fare un giro di un ora ed indossare una tunica ed un turbante. Naturalmente anche a me viene offerto tale servizio (il prezzo cala fino a due dinari e mezzo) ma non sono davvero molto allettato e rifiuto. E’ molto bello invece semplicemente incamminarsi sulla sabbia, lo faccio per circa un Km seguendo il profilo delle dune. Tornato a Douz, faccio check out e mi sbarazzo infine di Alì che è diventato davvero noioso, quindi prendo un louage per Gabes. Il viaggio dura due ore ed il paesaggio somiglia a quello del tragitto Gafsa Tozeur, terreno compatto, a tratti roccioso sul quale crescono soltanto bassi rovi qua e la. In lontananza montagne brulle e tondeggianti. A Gabes salgo infine sul bus per Matmata. Questo è uno strano villaggio berbero di collina dove, per sfuggire alla calura opprimente, le abitazioni venivano scavate nel tufo all’interno di crateri profondi circa tre metri. Le stanze che si aprono all’interno di questi crateri hanno i muri imbiancati a calce e sono veri e propri insediamenti trogloditici. L’ultimo decennio e l’arrivo del turismo hanno fatto si che la stragrande maggioranza di queste abitazioni venisse abbandonata o almeno dotata di confort elementari. L’apertura di quattro alberghi di cui uno di lusso sta trasformando Matmata in una sorta di Alberobello della Tunisia. Comunque il villaggio ha il suo fascino. Il Touring Club Tunisino ha qui uno dei suoi alberghi costituito da quattro crateri con una ventina di stanze. Ne prendo una, si tratta di una cavità senza finestre chiusa da un pesante portone in legno il cui unico arredamento consiste in una base di mattoni su cui è appoggiato il materasso, un ripiano di mattoni anch’esso ed un paio di coperte berbere. Tutto è molto pulito anche se il personale è (come avevo già letto sulla guida) davvero poco affabile. L’hotel appare comunque semideserto. Dopo le 17 ritorno in piazza ed acquisto in un emporio della garza per fasciarmi il piede, dato che zoppico leggermente in seguito alla rottura delle grosse vesciche presenti sulla pianta. A quest’ora il paese si svuota per la cena e bisogna attendere ancora un paio d’ore prima che i due caffè del villaggio aprano. Ovviamente sono il primo cliente della serata e, prima di poter mangiare, passa ancora un’ora che trascorro sorseggiando tè scuro molto zuccherato, mentre il locale si affolla di paesani venuti a fumare la chicha e vedere la televisione. In ogni caffè vi è una TV accesa, talvolta anche sugli autobus. I programmi sono in genere soap opera tunisine, candid camera e corsi di cucina senza interruzioni pubblicitarie (o molto raramente). In molte zone della tunisia è possibile anche captare programmi in lingua francese o italiana. Cena abbondante nel locale attiguo al bar, costituita da insalata, chorba di carne e pomodoro ed un piatto di stufato di pollo dal colore giallastro a causa dell’abbondante zafferano (tajine?), che viene preparata dal padrone del bar, tale Abdul che è stato in Sicilia, parla italiano e cucina solo per i turisti visto che nel villaggio ciascuno mangia a casa propria. Il cibo è comunque buono ed è solo poco più caro del solito.

Sabato 10 gennaio 1998 Matmata Tataouine
Mi sveglio presto e faccio colazione in albergo (pane e marmellata di fichi fatta in casa). Dopo aver fatto un giretto per il paese ed ammirato i crateri, prendo il bus per gabes e di qui, raggiungo in un paio d’ore Tataouine, il punto più a Sud del mio viaggio. Tataouine, insieme alla città di Medenine, in cui sosto brevemente nell’attesa di un louage, sono due centri commerciali del Sud Tunisino, di nascita relativamente recente. Tataouine, fondata dai francesi nei primi anni del secolo era sede di un bagno penale e di un battaglione disciplinare. Oggi è una cittadina molto animata, punto di riferimento commerciale per i numerosi villaggi berberi delle vicinanze. La regione è quella degli Ksour, cittadine fortificate di montagna che permettevano alle popolazioni berbere di difendersi dagli attacchi degli Arabi. Ve ne sono diverse ma per visitarle agevolmente bisognerebbe disporre di un auto, essendo possibile raggiungerne soltanto qualcuno con i mezzi pubblici. Trovo una camera all’Hotel Medina, alle cui stanze, un po’ vecchiotte, non farebbe male una spolverata. Le lenzuola sono comunque pulite e dal balcone è bello osservare la gente che si reca al vicino suq. Cerco di raggiungere Chenini o Douiret con una camionette, mezzo di trasporto molto diffuso in questa regione, ma essendo passate le 15.00, è lo stesso autista della camionette per Douiret a sconsigliarmi il viaggio, visto che esiste la concreta possibilità di non trovare alcun mezzo per il ritorno. Per passare il tempo vado dal barbiere, con cui converso a lungo in francese. Parliamo della vicina Libia, definisce Gheddafi una “tete d’ane” a causa della testardaggine. Apprendo che la frontiera è aperta e già a Tataouine vi sono segnali stradali che indicano Tripoli, che no deve distare più di 250 Km.
Quando torno in camera manca circa mezz’ora all’iftar, l’ora del tramonto, in cui il digiuno può essere interrotto ed è piacevole restare seduto sul balcone a guardare il suq che rapidamente si svuota. Uomini in burnus o avvolti in pesanti mantelli marrone scuro acquistano le ultime baguettes ed untuose frittelle, inzuppate nel miele, accatastate in pile sui banchi delle pasticcerie, oppure il corne de gazelle ripieno di miele e noci tritate.
Il momento dell’iftar è segnalato da un colpo di cannone sparato dalla collina che sovrasta la città ed il muezzin canta la grandezza di Allah:
ALLAHU AKBAR, ALLAHU AKBAR
ASHADU AN LA ILAH ILA ALLAH
ASHADU AN MOHAMED RASUL ALLAH
HAYA ALA AS-SALA
HAYA ALA AS-SALA
Quando, lascio il balcone e mi decido ad andare a cena, al ristorante Essendabad hanno finito tutto il cibo e devo quindi ripiegare verso l’altro locale aperto, il Medina, dove la chorba di pesce e i brik, sebbene non male, mi vengono serviti freddi. Il cuscus è comunque buono.

Domenica 11 Gennaio 1998 Chenini Tataouine Sfax Mahdia
Esco dall’hotel Medina molto presto per salire sulla prima camionette per Chenini. E’ difficile individuarla dato che le scritte sui mezzi sono solo in arabo e devo chiedere aiuto ad un paio di persone una delle quali, tale Abdul, abita proprio in questo villaggio. Il paese si trova a ventotto km da Tataouine e la strada è incassata tra strane colline a forma di tronco di cono sulle pendici delle quali crescono belle palme isolate e gli abitanti del villaggio coltivano grano ed orzo. Quando la camionette arriva a Chenini, il berbero con cui ho viaggiato, molto gentilmente e senza scopo di guadagno, mi invita a visitare casa sua. Si tratta di due ambienti scavati nella roccia preceduti da un cortile con piccole stalle costruite con mattoni che servono da riparo a capre, pecore ed al dromedario (al momento in campagna col padre di Abdul). Le stanze sono molto pulite e i muri imbiancati a calce. Abdul vi abita col padre e la madre e presto si sposerà, accogliendo in casa la moglie. Lo ringrazio della cortesia e delle informazioni e mi avvio verso lo Ksour. Chenini viene raggiunta dalle jeep dei turisti che alloggiano a djerba ma, in questo periodo e soprattutto a quest’ora del mattino non si vede nessuno inerpicarsi per la strada polverosa che porta alle ghorfe. Queste abitazioni fortificate arroccate sulla montagna sono caratteristiche della regione degli Ksour. In cima alla montagna si erge una moschea di un bianco abbacinante nella luce del primo mattino. Per le strade del paese si incontrano donne berbere in colorati costumi, impossibili da fotografare e bambini dai capelli spesso chiari o anche rossi. Oltre la moschea, valicata la cresta, si scende per un sentiero sterrato per un chilometro fino alla tomba di un marabout e, più oltre, alla bianca moschea detta dei sette dormienti perché nei pressi vi sono delle tombe lunghe 4,5 metri circa. Una leggenda racconta che sette cristiani ed un cane si addormentarono in questo luogo e, risvegliatisi dopo quattrocento anni, si accorsero che i loro corpi erano cresciuti a dismisura, dopodiché morirono. Tanto sforzo per nulla!
Torno a Tataouine e, alle dodici dopo una lunga attesa perché il louage si riempia inizio il mio viaggio di ritorno che prevede due tappe fino a Mahdia: Gabès e Sfax .
Da Gabès fino a Sfax converso piacevolmente con una donna di quest’ultima città che lavora a Ramada, nei pressi della frontiera libica. E’ molto simpatica e cordiale e smentisce il pregiudizio dell’inavvicinabilità delle donne arabe. La donna è sposata e passa dieci giorni a Sfax ed il resto del mese a Ramada. Nel corso del viaggio il paesaggio cambia dalle aride e brulle colline del Sud agli sterminati uliveti del Sahel, dalla monotona regolarità che lambiscono la costa sabbiosa e priva di costruzioni almeno fino alla periferia di Sfax, seconda città del paese.
Sfax vive soprattutto dell’esportazione dell’olio d’oliva e della industria dei fosfati la cui estrazione avviene nei pressi di Gafsa. Quando giungo alla stazione dei louages, sono quasi le tredici e per trovare un mezzo in partenza per Mahdia devo attraversare velocemente la bella Medina fortificata e dalle mura merlate, schivando la calca della gente intenta a fare acquisti. Prendo letteralmente al volo l’ultimo louage per Mahdia e quando vi giungo la trovo già deserta. Lo stesso autista del louage che parla il siciliano ha fretta di tornare a casa ed arrotondo la tariffa della corsa fino a Mahdia, essendo alla fine l’unico passeggero rimasto. Scendo alla periferia della città e devo camminare lungamente prima di giungere all’hotel El Jazira. Riempio lo stomaco di ottima chorba di pesce e pesce arrostito molto buoni, al Ristorante La Medina (che fantasia!)

Lunedì 12 Gennaio 1998 Mahdia Tunisi
L’Hotel El Jazira è davvero il migliore che ho fin qui trovato. La mia camera si affaccia sul mare essendo l’hotel costruito su un lato del perimetro della Medina, la colazione è abbondante e comprende anche una fetta di torta. La donna che si occupa dell’albergo ha una bambina di nome Mariam, dell’età di sei mesi, che visito perché ha un accenno di crosta lattea. Dedico la mattinata alla visita della città, molto carina e tra le poche di questa costa a non essere toccate dal turismo chiassoso e massificato. Delle mura della Medina restano poche vestigia tra cui la ben conservata Skifa el Kahla, imponente bastione percorso da un tunnel lungo una quindicina di metri. Costeggiando il promontorio si arriva al forte ed al faro, circondati da un grande cimitero. Vi sono pure resti di mura e fortificazioni facenti parte dell’antico porto fatimida, tra cui un pregevole arco a tutto sesto. La Medina è centrata da una piazzetta alberata, Place du Caire con qualche caffè (chiuso per il Ramadan) e l’ufficio postale.
Alle dodici salgo sul treno per Tunisi. A Sousse si deve cambiare e la sosta sui marciapiedi della stazione mi consente di vedere da lontano il ribat, specie di monastero fortificato su cui svetta imponente un’alta torre cilindrica. Il treno vi passa vicino, attraversando il centro cittadino. Dopo Mahdia si incontra qualche anziano tedesco ed inglese venuto a svernare, immediatamente individuabile dai suoi pantaloncini e maglietta a maniche corte. Giungo a Tunisi alle sedici e raggiungo l’Hotel Cirta, vicino alla stazione. Prima che la città si svuoti per l’iftar acquisto una pagnotta ed un litro di latte per la cena. Faccio economia perché, essendo l’ultima notte in Tunisia, non mi va di cambiare nuovamente domattina e gli ultimi dinari sono appena sufficienti per l’albergo e il biglietto del TGM.
Al crepuscolo faccio una passeggiata per la ville nouvelle, ormai deserta. Qualche edificio coloniale francese con la facciata dipinta di bianco spicca in mezzo a brutte costruzioni moderne che si susseguono lungo l’Avenue Habib Bourghiba, viale alberato che ospita due veri e propri orrori architettonici, la Cattedrale costruita dai francesi e l’Hotel Africa a forma di piramide rovesciata, opera di un progettista dalle idee abbastanza confuse. L’Avenue Bourghiba si estende dalla stazione Tunis-Marine del TGM fino a Bab Bhar (Porte de France) che dà accesso alla Medina. All’imbrunire migliaia di volatili, giunti qui dall’Europa a godere del clima più mite, cantano sugli alberi dell’Avenue, svuotatasi di auto e di gente.
Dopo aver consumato il mio pasto frugale in albergo torno a Porte de France ed entro nella Medina affollata di gente ed illuminata dalle luci di molti negozi aperti fino a tarda notte per la festività. Lungo i due assi principali, Rue de la Kasbah e Rue al Zitouna, convergenti nei pressi della moschea dell’ulivo si aprono botteghe che espongono cianfrusaglie e paccottiglia per turisti ma anche oggetti curiosi. In grandi caffè dall’interno decorato con piastrelle i tunisini siedono a conversare e fumare le loro chechias. Anche se è proibito, il mio aspetto mediterraneo e l’assenza dei bagagli mi permettono d’intrufolarmi all’interno della moschea El Zitouna, affollata per la preghiera serale, senza destare eccessivi sospetti. Il grande cortile somiglia a quello della grande moschea di Kairouan, ma le decorazioni sono più complesse ed elaborate. Il minareto è adorno di fregi e la sommità decorata da maioliche. Attorno alla Djama el Zitouna si stende la rete dei vari suq divisi per corporazioni, (suq des libraires, des etoffes, des chechias etc.) le cui botteghe artigianali sono a quest’ora chiuse. Alla fine di Rue de la kasbah si giunge ai palazzi governativi (ministero dell’interno, delle finanze) in parte ospitati in un ex albergo in stile coloniale dalla bianca facciata. La prospicente piazzetta sfocia nella grande Place du Gouvernement, con il monumento all’indipendenza tunisina ed un edificio in stile aziendal-fantozziano, il palazzo presidenziale. Ritorno in albergo verso le ventidue.

Martedì 13 Gennaio 1998 – Tunisi Trapani Palermo
Check out al mattino presto, per guadagnare un paio d’ore prima dell’imbarco e fare un altro giro nella Medina. I colori predominanti di questa, nella tenue luce del mattino sono il bianco della calce dei muri delle tante stradine che si snodano in quest’ovale incastonato nella ville nouvelle e l’azzurro dei portoni, persiane, muqarabat. Lo stesso azzurro che ha ispirato Klee, Macke e gli altri artisti venuti qui all’inizio del secolo. Assisto all’alzabandiera eseguito a Place du Gouvernement da militi in costume rosso e turbante, armati di scimitarra. Alle 9.00 salgo sul TGM per la Goulette Vieille. Operazioni d’imbarco lunghe e noiose ritardano l’orario della partenza sino alle 12.00. Discuto animatamente con una poliziotta tunisina che insiste per vedere “le passeport del’appareil à photographer e minaccia di chiamare “le chef”. Mi defilo e salgo a bordo appena si distrae. Qui incontro l’uomo con cui avevo condiviso la cabina all’andata. Pranziamo insieme, mi racconta dei suoi affari e mostra disprezzo per gli arabi ed il loro Ramadan. Ha lavorato per tanti anni in Germania e la sua attuale acredine nei confronti dei Tunisini non deve essere molto diversa dal sentimento che molti tedeschi hanno nutrito nei confronti dei nostri connazionali durante le ondate migratorie degli anni ’50 e ’60. Ha alloggiato in un albergo di Hammamet e si è portato delle buste di cibo liofilizzato perché sostiene di non potere mangiare quello che mangiano “loro”. Nonostante le sue convinzioni xenofobe, non è però una persona cattiva. Il pomeriggio trascorre tra le sedie del bar ed il ponte di comando affollato e soleggiato. Pochi viaggiatori, in forte minoranza gli Europei rispetto ai Maghrebini: motociclisti romani affascinati da piste Africane, ragazzi tedeschi dall’habitus intellettuale che alternano la lettura di testi di archeologia e di Thomas Mann ad una minuziosa opera di ricucitura delle tasche bucate dei loro indumenti, una ragazza inglese che brandeggia una copia di “Victoria” di Conrad, un francese, infine, insieme ad un vecchio Collie un po’ triste. Il cane porta sul dorso il suo bagaglio, uno zainetto contenente la scodella. Dopo un’ora e mezza di traversata si passa al largo di due isole non distanti dalla costa che però non riesco ad identificare sulla carta (che si tratti delle Kerkennah?).
Riesco a finire il libro che mi ha accompagnato, il Tè nel deserto di Paul Bowles, bello ed avvincente a distanza di cinque anni dalla prima volta che lo avevo letto. Giungo a Trapani alle 20.00. La Polizia, una volta tanto, si mostra cortese ed accondiscende alla mia richiesta di sbarcare in fretta per prendere l’autobus per Palermo. Ho anche il tempo di mangiare la pizza nello stesso locale in cui mi ero recato prima di partire; la proprietaria mi riconosce e mi chiede come è andata. Fornisco informazione ad un australiano, tale Solomon, anch’egli proveniente da Tunisi e diretto a Catania, da dove deve partire con un volo Air Malta. Giungo a Palermo alle 22.30.

 
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