Station Wagon

di Stefano –
Erano le cinque della sera quando sono uscito da casa per andare a prendere V. al Tiburtino. Ben presto il traffico intenso mi ha bloccato a metà strada, proprio sotto un pilone di cemento della Tangenziale Est. I Romani erano stretti nelle scatolette nervose sotto il sole ancora rovente, e davano il meglio di loro impegnandosi in inutili manovre. Io che ero appena all’inizio di una lunga e faticosa via mi sono messo in posizione zen di risparmio di energia, con lo sguardo fisso nel nulla e la mente già sulla Roma-Firenze. Sono arrivato da V. dopo due ore e con i nervi a pezzi; come immaginavo, non era ancora pronto, parlava al telefono con la fidanzata che gli recitava le ultime raccomandazioni, ” Io allora vado..” ha tagliato corto lui, “Almeno usa i preservativi, se proprio devi… ” ha risposto lei manifestando grande fiducia.

Da tutte le persone a cui ho annunciato che stavamo andando nei paesi dell’est ho ricevuto lo stesso sorriso ammiccante, poi quando aggiungevo che il nostro scopo principale era scalare i Carpazi e dormire tra i lupi mi sbottavano a ridere in faccia dandomi del bugiardo o del coglioncello. Noncuranti dei giudizi abbiamo caricato gli zaini alla rinfusa nella Peugeot familiare e abbiamo tracciato la rotta più breve per la Romania, solo che in mezzo c’è il mare, quindi siamo passati per Trieste. Sull’autostrada abbiamo diviso equamente le sostanze che usavamo arrotolare nelle cartine e che avrebbero rallegrato la nostra gita, l’idea di doverci separare perché solo uno di noi doveva andare in prigione non ci piaceva, sarebbe stato bello condividere anche l’esperienza del carcere bulgaro. “Vabbè, cosa ci potranno fare, in fondo siamo turisti…” mi ha detto V., ” Si, si, hai proprio ragione, e magari laggiù è legale e ci preoccupiamo per niente! ” ho mentito io , pensando che se non andava bene alla frontiera, quando saremmo usciti dalla galera non ci saremmo nemmeno riconosciuti.

V. ha voluto portarsi la canna da pesca perché uno degli obiettivi della sua vita è riuscire a sopravvivere senza provviste; uno dei miei è riuscire a fotografare senza portarmi l’attrezzatura, così ho cominciato a ridurla al minimo indispensabile: un corpo macchina, due zoom, tre filtri, un cavalletto. Prima di arrivare a Venezia ci siamo fermati a dormire in una pensione, e fumando sul balconcino ci siamo chiesti se non era il caso di buttare via le “modiche quantità” e per proseguire così più leggeri. Ci siamo guardati seriamente per un istante e poi siamo scoppiati a ridere rompendo il silenzio della notte lagunare.

Croazia 5. 8. 99

La mattina V. doveva andare in banca, così siamo passati a Venezia. Subito la città ci rapisce, vaghiamo per ore ed ore tra i vicoli e i canali, bevendo bicchierini di vino per le osterie e incartando cannoni nei “sotoporteghi”.

In pomeriggio siamo partiti per la Croazia e la sera, stanchi, ci siamo fermati a dormire in un albergo; la coppia di gestori ci ha subito dimostrato quanto siano simpatici da queste parti… Già alcuni amici che avevano visitato questa zona mi avevano avvertito, ma pensavo che fosse uno dei tanti luoghi comuni in giro per il mondo. Invece hanno saputo fornire prova di grande stronzaggine quasi tutti, dai camerieri scorbutici e poco loquaci alla gente a cui chiedevamo informazioni che rispondeva di malavoglia e spesso sbagliando.

Ci siamo addormentati sperando che almeno il mare fosse bello.

Croazia 6. 8. 99

Un motivo per cui molti turisti continuano ad andare in Croazia esiste, e sono le sue coste.

V. ne approfittava per pescare inutilmente. Aveva sfoderato la canna e le esche a cucchiaino multicolore che gli aveva prestato un suo cognato pescatore, di cui spesso cita teorie ittiche e ne narra le leggende consumate sul greto di torrenti o in riva al mare. V. dice pure di aver visto un documentario sulla vita e le abitudini alimentari dei pesci in quel tratto di mare, e pare proprio che siano golosi di cucchiaini in acciaio “made in china” come quelli che lui ha in dotazione. Io intanto mi sentivo stupido raccogliendo legna per un fuoco che, nonostante l’ottimismo di V., non avrebbe mai cotto nulla.

Dopo aver consumato due mesti tramezzini siamo partiti per l’Ungheria, durante il viaggio passavamo in paesi che avevano vissuto recentemente la guerra e che ancora ne portavano i segni, sulle facciate di alcune case i colpi di fucile ci ricordavano che dieci anni fa saremmo stati ancora meno graditi d’ora. Ci siamo fermati a dormire poco prima del confine, con la macchina in ebollizione. E’ capitato poco dopo che avevamo litigato, perché un’altro degli obiettivi di V. è riuscire a guidare senza toccare il volante. Per ora si allena togliendo entrambe le mani dallo sterzo per accendersi una sigaretta o per fare qualsiasi altra cosa, indipendentemente dalla velocità a cui sta andando e noncurante delle mie proteste.

E’ capitato già un’altra volta in Corsica che dopo una furiosa discussione per futili motivi siamo rimasti imprigionati dalla marea sugli scogli dove avevamo passato la giornata. Così fummo costretti a dilaniarci le gambe ed i piedi spogli tra i rovi di una drammatica “via crucis”: quattro ore per guadagnare la strada sopra di noi lontana solo cinquanta metri. Ancora lo ricordiamo come un incubo, ma per fortuna si litiga raramente.

Arad 7. 8. 99

Siamo partiti sotto il sole per giungere alla frontiera di Barcs mezzi bolliti, ed oltre ad aver già perso la borchia di una ruota il doganiere era di una bruttezza fuori dal comune. Ha voluto lo stesso uscire dal gabbiotto in cui lo tenevano rinchiuso ed ha scrutato nel portabagagli dove non ha indagato oltre il primo strato di mutande sporche e calzini fetidi.

Ci ha congedato con un sorriso sdentato ma ammiccante, che mi ha ricordato quello che mi rivolgevano i miei amici all’annuncio del mio viaggio, ma noi in quel momento riuscivamo a visualizzare solo la prigione ungherese quasi scampata. Siamo così entrati da uomini liberi nel paese limitrofo che non era proprio come lo aspettavamo, nelle espressioni delle persone mancava la tristezza e la malinconia d’eredità sovietica, anzi, erano tutti impegnati nello shopping mattiniero di un sabato paesano. Appena sceso dall’auto per cercare una banca mi sono trovato circondato da una moltitudine di biondine, e ho chiesto un’informazione a quella più interessante. Mentre mi parlava sorridendo io avevo serie difficoltà a tenere in mente quello che diceva, ho farfugliato un “Thank you !” guardando il suo corpo da copertina di “Playboy” che si allontanava dentro la tutina azzurra che poco spazio lasciava all’immaginazione. Quando si è girata per profondermi un ultimo sorriso mi ha trovato imbambolato, ancora in mezzo al marciapiede con la mascella calata e un’espressione ebete. Quando sono tornato ho ritrovato V. che invece di fare la guardia alla macchina stava sbavando dietro tutte le ragazze che passavano. Ha cercato di trattenermi in quel luogo che invitava alla perdizione, ma l’ ho convinto ad andare, assicurando che le migliori dovevano ancora arrivare e che i Carpazi attendevano di essere calpestati dai nostri scarponi fangosi. Lui ha capito che (forse) avevo ragione e così abbiamo attraversato d’un fiato tutta l’Ungheria fino ad arrivare in pomeriggio alla frontiera di Nàdlac, dove ci attendeva una lunghissima fila di automobili distese di fronte alla dogana.

Erano quasi tutte vecchie ed ingombranti macchine occidentali di rumeni emigrati, tra queste scoppiettavano alcune “Trabant” dalla meccanica socialista, distribuendo i fumi densi e bianchi propri dei motori a due tempi. Le file disordinate, il caos all’ufficio visti, la povera gente e i bambini che vendevano un paio di scarpe ci hanno reso immediatamente la sensazione di essere in un paese del terzo mondo. Quando al cambio per 30 dollari mi hanno dato un mazzo di banconote alto cinque centimetri questa sensazione fu confermata. Abbiamo passato il confine dopo più di un’ora per entrare in una zona agricola, dove i contadini camminavano lungo la statale sotto i loro buffi berretti e povere mercanzie nelle ceste. Presto siamo giunti nella periferia di Arad, un allineamento interminabile di palazzoni grigi tutti uguali e disposti a schiera, si guardavano tristi e partorivano dai portoni fatiscenti orde di bambini luridi. Le costruzioni sistemate rispettando un ordine geometrico stonavano con le cataste di macerie, i cani morti sulle strade melmose e tutto il resto. Arad è una città di passaggio, non ha alcuna attrattiva e non vediamo l’ora di andarcene; domani partiremo per Brasov, e quando pensiamo che siamo a sole sei ore di viaggio dalla Transilvania ci sentiamo Fantozzi e Filini nella loro tragica missione sui Carpazi.

Brasov 8. 8. 99

Abbiamo viaggiato per ore attraverso le campagne bruciate dalla calura prima di giungere a più fertili lande con i prati rigogliosi e la sagoma lontana dei Carpazi. Spigolosi e cupi si ergevano tra le nuvole nere. La sfida ormai è stata lanciata, dobbiamo arrivare a tutti i costi in cima ad uno di quei picchi per vedere da lassù l’eclissi prevista per il giorno 11 di questo mese; ormai non ci sono doganieri né biondine sul nostro cammino e nulla ci può fermare, a parte la macchina che ci sta dando alcuni problemi al motore. Pensiamo che possa essere il carburatore o il filtro della benzina, oppure le candele, l’iniezione, il carburante sporco o addirittura lo spinterogeno che non ha. In ogni modo, tossicchiando e strattonando ci ha portato a Brasov, città dall’architettura medievale ai piedi delle montagne Bucegi , che presto scaleremo. Appena abbiamo parcheggiato vicino alla piazza centrale si è avvicinato un tipo dalla stazza capiente, e in italiano ci ha dato alcuni consigli su come sopravvivere in Romania: MAI cambiare i soldi per strada, MAI guidare dopo aver bevuto alcool, usare SEMPRE i preservativi. Si chiamava Roberto ed era qui da sei mesi; pensionato, dice, anche se dimostra 45 anni, tra poco ripartirà per andare a svernare in Veneto. Sembra che per lui la vita non debba rivelare altre sorprese, ma con la gentilezza di un italiano che trova dei connazionali all’estero (anche se per lui il Veneto non è Italia, e lì la sua polo verde ha acquisito una connotazione politica) si è messo al telefono per trovarci una camera ad un prezzo onesto. Intanto, passeggiando per il corso sfilavamo in mezzo ad una folla di ragazze stupende (la leggenda della Romania) e Roberto a suo dire ne aveva possedute parecchie. La casa che ci ha trovato, invece era di un’amabile signora a forma di barattolo. Questa ci ha mostrato dove viveva col marito: una piccola stanza ed un salottino dove si sarebbero trasferiti durante il nostro soggiorno, il che ci faceva sentire abbastanza in colpa, soprattutto per la cifra irrisoria che ci hanno chiesto in cambio.

La camera era povera e grondante di arredamento kitsch; era pulita però, sembrava di essere in visita da una vecchia zia.

Durante tutto questo, V. ha perso la non modica quantità che deteneva…

Brasov 9. 8. 99

Mi trovavo a fare un tour fotografico per la città quando ho conosciuto Roxana, un’affabile Rumena che mi ha fatto da guida con la calda ingenuità dei suoi 18 anni. In pomeriggio io e V. siamo andati a cercare il meccanico per sistemare la macchina, questo non era in officina e il ragazzo di bottega mi ha fatto segno con il pollice che stava bevendo all’osteria, dopodiché ha lanciato uno sguardo di compassione alla Peugeot parcheggiata sotto al sole. Lo abbiamo trovato al riparo di un ombrellone, completamente sbronzo, ma non abbastanza da non capire che era l’unico che ci potesse aiutare. Durante il giro di prova il difetto è misteriosamente sparito, come i dolori quando si va dal medico, in ogni caso il meccanico ha guardato a lungo e da lontano il motore con un’oscillante espressione interrogativa, finché io ho notato un tubetto rotto sul carburatore. Lo abbiamo cambiato anche se ero quasi certo che non potesse essere quello la causa del malore. Lui, in ogni caso era soddisfatto, gli abbiamo pagato una birra ed un suo amico che ci aveva fatto da interprete ci ha detto di dargli 1000 lire italiane, che lui ha iniziato a scrutare barcollando come faceva con il motore.

Parco naturale Bucegi 10. 8. 99

Siamo partiti la mattina di buon ora, e abbiamo salutato la signora che ci ospita portando in dono due vaschette di gelato, lei si è commossa tra le sue rotondità. Arrivati a Bustemi ci siamo caricati in spalla gli zaini strapieni di provviste, tenda, sacchi a pelo, vestiti pesanti, acqua (5 litri), canna da pesca, macchina fotografica, una modica quantità, cartine geografiche e non. Più una fiaschetta di vodka “Kazaciock” per i momenti più tristi. Eravamo pronti per salire alla “Cabana Babele” in funivia per poi continuare a piedi verso una vetta. Avevamo fatto i conti senza l’oste, perché era proprio il giorno di chiusura, dunque ci siamo incamminati di buona lena per il sentiero dalla pendenza già esagerata alla partenza. Attraversavamo scenari da favola tra le pinete abbarbicate sopra le rocce a strapiombo, a tratti ci dovevamo arrampicare aiutandoci con le mani. Di fronte a noi si ergevano pareti verticali alte anche 200 metri e sotto strapiombi senza fine.

La salita sotto gli zaini pesanti all’inverosimile ci ha suggerito di liberarci di un po’ di zavorra, così abbiamo svuotato una bottiglia d’acqua e ne abbiamo bevuta il più possibile dalle altre.

Quella Transilvania che stavamo vivendo non coincideva proprio con quello che rientra nell’immaginario collettivo, niente nebbie, nessun castello né pipistrello, e tanto meno la solitudine di boschi tetri: era una magnifica giornata con 35 gradi all’ombra, uccellini che cinguettavano e bestioline che brucavano, sul sentiero incontravamo spesso altri scalatori variopinti e multilingue. Abbiamo compreso che non eravamo nel pieno della forma fisica per una scalata del genere, erano giorni che passavamo seduti in macchina e quella era la nostra prima uscita… Durante la salita abbiamo mangiato un panino seduti in bilico su un precipizio, accovacciati sulle rupi avevamo apparecchiato le fette di pane sulle ginocchia e puntellato il salame con i sassi, finché a V. è scivolata una bottiglia d’acqua che mi sono visto passare a pochi centimetri; le mani occupate da un gran numero di oggetti non mi hanno permesso una pronta reazione, quindi l’abbiamo guardata rimpicciolirsi per poi sparire in una gola. V. preso da uno slancio di ecologismo si è incamminato per il recupero, pensando che si sarebbe fermata nel primo fosso, invece lui sparisce per più di mezz’ora per poi tornare dilaniato dai rovi e senza bottiglia: “Si deve essere disintegrata !”, mi ha detto. Più avanti abbiamo fatto un bagno nell’acqua gelata di una pozza formata dal ruscello che stavamo costeggiando; la salita era un massacro e gli zaini cercavano di sbatterci giù per le scarpate. Per di più il terreno era talmente scosceso che non si poteva campeggiare, sempre che non volessimo fare la fine della bottiglia. Parecchie volte siamo stati tentati di abbandonare l’impresa e tornare a Brasov dalle biondine, ma le emozioni forti costano sacrifici, quindi ben determinati ad arrivare ci siamo alleggeriti ulteriormente bevendo tutta l’acqua possibile e fumando grossi cannoni. Faceva buio quando siamo riusciti ad arrivare alla “Cabana Babele”, era una baracca di legno ma ci sembrava la reggia di Versailles, ci siamo fermati a guardarla a lungo seduti su un masso per essere più sicuri che non fosse un miraggio su quel monte bastardo.

Alle 21, eravamo già a letto, dopo una cena frugale ed una vodka “Kazaciock” bevuta sullo strapiombo, facendo ciondolare le gambe sul panorama.

Parco naturale Bucegi 11. 8. 99

Era arrivato il grande giorno, presto l’ultima eclissi del millennio e probabilmente l’unica che avremmo visto avrebbe oscurato il cielo di quella rocca.

Abbiamo studiato sulla cartina quale poteva essere la zona migliore per assistere all’evento ed abbiamo individuato uno dei punti più alti della zona, un picco a forma di torre che si ergeva su un ampio prato distante un paio di chilometri da lì. Lo abbiamo raggiunto e ci siamo sistemati sull’erba sofficissima che ne tappezzava l’estremità; sotto di noi formicolavano gruppetti di turisti, e a nord si vedeva un imponente ripetitore TV con la caratteristica forma di un missile nucleare sovietico anni ’60, però verniciato a strisce bianche e rosse.

Mentre si avvicinava il momento fatidico sentivamo le voci lontane farsi isteriche ed i cani abbaiare nervosamente, un gregge di pecore che fino a quel momento erano state a brucare silenti hanno cominciato a belare. Il sole che si intravedeva dietro le nuvole ha cominciato ad essere lentamente oscurato da un disco nero, che lo faceva rassomigliare sempre più ad una luna, e lontano sul cielo basso si stendeva un morbido tappeto di nubi nere tuonanti e cariche di pioggia. Attraverso queste filtravano dall’alto raggi di luce che si perdevano giù per le gole fumanti di nebbia. Noi due eravamo sospesi in un paesaggio surreale che sembrava essere disegnato da Magritte: sdraiati su quel tozzo monolite che sorgeva dalla cresta della montagna svettando tra le nuvole elettriche. Queste ben presto hanno tappezzato tutto il cielo lasciandoci vedere solo a brevi tratti lo spettacolo; ma forse gli effetti dell’eclisse si avvertivano più a terra che su in alto: l’atmosfera si andava colorando di una luce rosso-viola, i bambini hanno iniziato a urlare, ed i fidanzati a baciarsi, finché alle 14,07 il sole si è completamente coperto ed uno squarcio tra le nuvole ci ha concesso la grazia di mostrarci una corona iridescente che ha reso tutto immobile.

Le pecore si sono addormentate pensando che fosse notte, e i rumori hanno cessato insieme al vento gelido che ci aveva spazzato fino a quel momento, tutti eravamo concentrati ad apprezzare i minimi particolari di quel momento unico, scrutavamo le montagne che non erano mai state così ferme. Il missile-ripetitore, scempio paesaggistico, era adesso in armonia con la scena e a noi sembrava di essere lì da sempre in attesa di quell’istante.

Poi, tutto è finito. Uno spicchio di luce ha cominciato a riapparire e le nuvole si sono affrettate a coprirlo come un gigantesco sipario, io ho sentito di riacquistare il peso che avevo avuto la sensazione di aver perso 15 minuti prima.

Gli applausi distanti hanno accompagnato la nostra calata dal picco, dovevamo affrettarci perché c’erano da percorrere circa dieci chilometri ed il tempo prometteva male. Da queste parti tutto può cambiare molto rapidamente e non ci si può fidare di alcuna previsione, specialmente delle nostre. Così, con il nostro carico di bagagli ancora spaventoso ci siamo avventurati per il sentiero che passava sulla cresta dei monti; subito siamo entrati in una massa di nebbia impenetrabile alla vista ed eravamo circondati da tuoni e lampi. Finalmente avevamo trovato la Transilvania dell’immaginario collettivo, dove ci stavamo lanciando con incosciente entusiasmo.



Mi aspettavo che da un momento all’altro qualche bestia assetata di sangue saltasse addosso a V. portandoselo via tra le nebbie. Anche lui pensava che sarebbe capitato lo stesso a me, e abbiamo scherzato a lungo sul fatto che il film “Un lupo mannaro americano a Londra ” iniziava esattamente così… Però lucidamente pensavo che la cosa più probabile in quelle condizioni era essere centrati da un fulmine. Durante la discesa abbiamo incrociato una coppia di rumeni che passeggiavano senza equipaggiamento alcuno: ci hanno sorpassato trotterellando e poi li abbiamo visti abbandonare la strada per tagliare i tornanti attraverso i boschi; sono riusciti da questi un paio di volte finché sono stati inghiottiti dalla macchia sparendo dalla nostra vista per sempre.

V. ha visto un documentario sulla vita dei licantropi in cui si affermava che preferiscano di gran lunga alimentarsi di giovani coppie rumene che dei più coriacei turisti italiani.

Nonostante tutto siamo riusciti ad arrivare alla foresta e ad attraversarla tra una moltitudine di pini altissimi, finché siamo arrivati sfiniti su un prato che sembrava finto tanto era delizioso: circondato dagli alberi, ruscello nel mezzo e pietre per il falò già pronte. Leggere e scenografiche nuvolette di nebbia qua e là. Ci siamo stravaccati e abbiamo acceso un fuoco di legna bagnata. V. ha stappato la vodka mentre la mia sapiente mano staccava una giusta e meritata canna.

Ci eravamo infilati nella tenda con i tuoni di una tempesta che si stava avvicinando, e sentivamo le bestioline del bosco uscire allo scoperto, non più impaurite da noi. Imbozzolato nel sacco a pelo ascoltavo i rumori della foresta e del ruscello, chiedendomi se fosse stato giusto piantare la tenda sulle rive di un torrente che presto sarebbe stato in piena… Ero tra il dormiveglia quando mi sono accorto che c’era un respiro che non veniva dalla parte di V., ma da fuori della tenda, a 20 centimetri dalla mia faccia ! Ho deciso di ignorare chiunque fosse, se c’era veramente qualcuno o qualcosa sarebbe stato un po’ lì ad annusarmi e poi avrebbe scelto di sbranare V.. Ho chiuso gli occhi con in mente l’immagine di lui che veniva trascinato fuori dalla tenda per i piedi insieme al sacco a pelo mentre io fingevo di dormire.

Nel cuore della notte sono stato svegliato dai boati del temporale che si stava per scatenare. E così è stato; una massa d’acqua si è riversata sul nostro misero guscio, quando ho aperto gli occhi ho visto con stupore che V. era ancora lì, seduto in un bel controluce a vedere i lampi che ci esplodevano a pochi metri dalla testa con rapidissima frequenza, tanto da far sembrare la pineta quasi illuminata a giorno. Sagome dalle forme assai curiose venivano proiettate sulla tenda con splendidi effetti psichedelici che non eravamo in grado di apprezzare fino in fondo, in tutto questo abbiamo trovato solo il coraggio di darci uno sguardo rassegnato e ci siamo rimessi a dormire, coscienti che non eravamo sotto la tempesta, ma dentro.

Parco naturale Bucegi 12. 8. 99

Ci ha svegliato un’alba umida, timidi raggi di sole iniziavano ad attraversare le foglie creando chiazze di luce sul prato fumante di nebbia e devastato dal temporale; eravamo zuppi della solida umidità della notte e ancora frastornati dai tuoni e dalle ore di tragedia. Sono andato verso i resti del falò per cercare tra le provviste una colazione, ed ho trovato la busta del pane vuota e con uno squarcio, il sacchetto della spazzatura era sparito. A quanto sembra, la bestia che mi respirava accanto ieri sera ha preferito i nostri avanzi a V., che come pasto non deve essere il massimo.

V. ha visto un documentario sulla fauna della Transilvania in cui si assicurava che il temibile “Muflone dei Carpazi” è goloso di spazzatura ma non di turisti, e specialmente di quelli italiani.

Ci siamo scrollati di dosso un paio di chili di allegri e saltellanti ragni per poi asciugarci al sole, dopo siamo partiti verso la strada statale per fare l’autostop. Lì però un passaggio non te lo davano neanche ad ammazzarli, passavano in velocità impolverandoci con le loro brutte “Dacia 1410” tirate a lustro per la gita domenicale. Delusi, ci siamo fermati a mangiare i rimasugli delle nostre “razioni K” sul ciglio della strada. Dopo aver percorso parecchi chilometri ci siamo precipitati sfiniti in un autobus alla fermata, senza nemmeno sapere dove andasse. Attraversando boschi e pinete sconfinate ci ha scaricati in un paese lercio dove i camion ci appestavano con i loro fumi mentre alzavamo il dito.

Si è fermato un trattore col rimorchio, e uno dei due fieri bifolchi alla guida gentilmente ci ha invitato a salire, il fondo del cassone era cosparso di liquidi organici tra cui prevaleva il sangue, misto a fieno e nafta. Su un lato erano incatenati parecchi bidoni metallici vuoti e in un angolo giaceva un sacco di plastica chiuso. Abbiamo indagato sul contenuto che si intravedeva dalle trasparenze della busta, ed abbiamo riconosciuto la forma di un capretto scuoiato o di un bambino; questa misteriosa quanto scomoda compagnia ha tenuto alto il nostro umore per venti chilometri, che abbiamo percorso saltando di mezzo metro insieme a tutto ciò che era nel rimorchio quando questo finiva in una delle molte buche che il guidatore centrava spesso e volentieri.

Eravamo ormai storditi dal fracasso e cosparsi di melma e paglia quando abbiamo cominciato a vedere i turisti che ci filmavano con le telecamere dalle auto in sorpasso.

Bucarest 14. 8. 99

Abbiamo recuperato la macchina che ci aspettava in un piazzale, solitaria e infangata. Siamo partiti di buon ora, tossicchiando e strattonando saremmo arrivati a Bucarest a metà giornata dove avremmo fatto riparare la “405” una volta per tutte.

Abbiamo trovato la città afosa e inondata dal sole, così abbiamo vagato in un parco tra gli anziani a passeggio, e poi negli ampi viali in stile impero circondati dai palazzi ad uso auto celebrativo di dittatoriale memoria. La magnificenza e la grandiosità di queste opere è in netto contrasto con la povertà delle campagne, le superbe facciate che ci facevano sentire due nullità avrebbero ottenuto un effetto ancor maggiore sui semplici animi dei rumeni.

Di fronte questa concretizzazione del potere e della burocrazia mi è venuto in mente “Il processo” di Kafka ed ho pensato che V. con l’aria rassegnata che ha guadagnato da quando mi segue in questo viaggio, potrebbe essere l’interprete ideale per un film.

Ci siamo scattati una foto ricordo di fronte l’ “Hotel Intercontinental” sulla piazza Universitatii, dove alla fine del 1989 iniziò la rivolta contro Ceausescu; la lapide posta in ricordo mi fa pensare al detto: “non c’è niente di più incazzato di un buono che si incazza” , e in quei giorni i “buoni” erano parecchi

Poi io e V. siamo andati in un locale a fare quattro salti. Il posto era il più “underground” che si possa immaginare; una specie di catacomba senza prese d’aria dove infuriava la mischia fomentata da musica punk sovietica e disco trash occidentale. Dopo le competizioni dei college per vedere quanti studenti entrano in una cabina del telefono ecco la nuova gara: quanti punk entrano in un box auto. Dall’angusta scaletta a chiocciola continuavano a scendere signori con la cresta colorata e dame dalle calze nere strappate; mi chiedevo se saremmo presto tutti morti soffocati, ma V. mi ha rassicurato dicendo che un documentario ha affermato che in queste situazioni l’uomo sviluppa delle branchie in pochi minuti.

Aveva ragione! Infatti poco dopo eravamo ancora vivi e siamo riusciti a scavalcare il grumo umano di fronte al bar e a conquistare due birre tiepide. Durante la scalata sentivamo sotto i piedi i corpi agonizzanti di altri avventori del locale che non avevano retto la vodka a 600 lire al bicchierino. Poco dopo ho perso V., l’ho visto deglutito dalla folla e poi riemergere tra i flutti sbronzo e beato; io, non so bene come, mi sono ritrovato tra le braccia (o forse ero io tra le sue) una ragazza mora che tentava di dirmi che si chiamava Veronica mentre la baciavo. Avevo quasi finito di leccarla tutta quando V. si è presentato con l’ennesimo bicchierino, io ero già completamente ubriaco ed ho approfittato di quel momento per chiedere a Veronica se voleva fuggire con me e farsi leccare per tutta la vita.

Lei però aveva altri progetti, e poi c’era il suo fidanzato che rantolava ai nostri piedi e lo stavamo calpestando già da un po’. Lei con il visetto innocente e l’aria da maestra, tenendomi lontano con un dito puntato sulla fronte mi ha dato un appuntamento per la mattina dopo, avremmo riparlato dei miei progetti a mente lucida…

Bucarest 15. 8. 99

Verso le 11 V. mi ha svegliato a calci e mi ha buttato per terra per andare all’ appuntamento con Veronica; io ero in coma etilico, ho vomitato un paio di volte per poi uscire sotto lo sguardo schifato della portiera dell’albergo che già mi stava antipatica da prima. Ho percorso a piedi i 300 metri per arrivare, mi sono sembrati una distanza infinita e pensavo di svenire ad ogni passo. Ero seduto sui gradini di marmo vicino un gruppo di bambini che tiravano la colla da una busta di plastica. Abbagliato dalla luce e con il sole che mi stava cuocendo vivo, mi sentivo lo schifo più schifoso e Veronica non avrebbe mai permesso ad un simile essere di strisciargli addosso; le uniche cose che volevo erano un cesso e un letto, alternativamente. Così svomitacchiando sono tornato in albergo perdendo la mia occasione forever. In pomeriggio abbiamo telefonato a Simona (una barista arpionata la sera prima), le ho dato un appuntamento dove sarebbe venuta con una sua amica; purtroppo il protrarsi della mia confusione mentale ha creato un malinteso, così le ho dato appuntamento in un luogo inesistente dove io e V. siamo rimasti soli.

Per rifarci, la sera abbiamo preso un taxi per andare in qualche locale, e ci siamo fatti consigliare dal tassista. “Volete ballare o volete rimorchiare ?” ci ha chiesto lui in un buon italiano, “La seconda !” è stata la nostra risposta data all’unisono.

Durante il tragitto il tassista George ci ha raccontato della sua vita, con un paio di lauree in tasca era partito per il “bel paese” in cerca di fortuna, ma si sarebbe accontentato anche di una vita decente. Dopo alcuni mesi di lavoro in nero ha dovuto decidere se continuare a fare il clandestino in Italia, giacché di essere messo in regola non se ne parlava, oppure tornare in Romania dove oltre ad un tozzo di pane ritrovava anche la sua dignità. “Non siamo mica bestie!” ha aggiunto. Vedevamo solo allora quanto fossero diversi da lui i Rumeni che eravamo abituati a vedere in Italia, comprati e venduti per le strade nei mercati della prostituzione e dell’edilizia, costretti ad accettare di fare una vita del tutto priva di dignità (e a volte di identità), cosa che l’orgoglioso popolo rumeno non sembra sempre accettare.

Arrivati davanti alla discoteca ci siamo sentiti come se fossimo stati due Italiani in vacanza in Romania, e come se un tassista respinto dal nostro paese ci avesse accompagnato sul luogo dove avremmo cacciato le sue donne (tra cui magari una sua sorella, chissà ?).

Lo abbiamo salutato imbarazzati e siamo entrati nel cubo di cemento insieme ad alcuni adolescenti dallo sguardo incazzato. Il locale era mezzo vuoto, un bullo palestrato si dimenava al centro della pista facendosi filmare con la telecamera da un amico; io e V., abbastanza depressi abbiamo bevuto una cosa e siamo tornati in albergo parlando poco.

Costanza 16. 8. 99

La mattina abbiamo lasciato la stanza, e mentre distraevo la receptionist antipatica V. staccava da un muro dietro di me una mappa geografica della Romania con la zona d’ombra creata dall’eclissi, una vera chicca per la sua collezione di cartine… Sembra che la “405” sia guarita dal suo male oscuro, così siamo partiti per Costanza di buon’ora. La strada è disseminata di carretti quasi fermi che appaiono all’ improvviso da dietro le curve, sempre accompagnati da bambini che attraversano senza preavviso, galline ed altri quadrupedi tra cui molti cani, buona parte dei quali giace senza vita sul ciglio della strada.

Nonostante tutto siamo arrivati a Costanza, cittadina dal sapore mediterraneo affacciata però sul Mar Nero. Depositata macchina e bagagli siamo andati subito verso il porto, sprofondato nella calura del primo pomeriggio. Lungo la via un tizio voleva offrirci due brutte donne per pochi danari, noi abbiamo rifiutato e siamo andati sul molo saltellando sui macigni. Lì V. ha iniziato a pescare, io ho fatto una passeggiata sulla spiaggia in stile “riviera romagnola” , ma a parte questo Costanza non offre molto.

Tulcea 17. 8. 99

Stamattina prima di partire per il delta del Danubio abbiamo deciso di fare un bagno nel Mar Nero, così mentre eravamo impegnati nel traffico di Costanza ho visto una ragazza a bordo di un fuoristrada che ci sorrideva e ci lanciava baci, poi si è accostata facendoci segno di affiancarci: era una mora di bell’aspetto e dalle generose tette, ci ha detto che aveva molta fretta ma che ci saremmo potuti rivedere la sera. Le ho chiesto se fosse una professionista, ma lei si è offesa dicendo che era fatta così, le stavamo simpatici e ci voleva rivedere. Ho chiesto scusa e ho preso il biglietto da visita che dall’alto del “Range Rover” mi ha messo davanti al naso. Magdalena, si chiamava. Quando mi sono girato V. era stizzito per la mia cafoneria, ma poiché lei aveva poco tempo non sono andato troppo per il sottile, anche per evitare sorprese la sera. V. mi ha assicurato che in un documentario sulle rumene si diceva che questi comportamenti siano comuni in certi periodi dell’anno.

Arrivati al mare abbiamo capito subito perché l’hanno chiamato così, le sue acque apparivano ancora più scure di fronte alla spiaggia bianchissima composta da un’infinità di conchiglie frantumate; nel complesso non ci invitava molto ad un bagno, ma sentivamo che ci dovevamo immergere più per fini battesimali che per piacere; così dopo aver assolto alla funzione senza particolari cerimoniali siamo partiti per una visita turistica in una specie di centrale atomica che traspariva dalla foschia in lontananza. Laggiù ci siamo scattati alcune foto con paesaggi industriali per sfondo e V. ha tentato un timido tentativo di pesca, ma l’ambiente degradato suggeriva che forse era meglio andare al ristorante anche quella sera.

Abbiamo raggiunto un campeggio vicino alla centrale atomica, ci siamo fatti una doccia a sbafo e ci siamo messi i nostri vestiti migliori per il possibile incontro con Magdalena. Pochi minuti dopo questa ci annunciava che anche la sera aveva da fare.

Così abbiamo invertito la rotta per la strada ormai buia, per filare silenziosi verso Tulcea.

V. guidava e Franco Battiato cantava nell’autoradio, mentre pensavamo alle donne che non avevamo mai avuto.

Sulina 18. 8. 99

Dopo aver rotto uno specchietto della macchina ci siamo imbarcati sul “Sulina Rapid” alle 13,30, gli zaini pieni di provviste e la voglia di navigare finalmente sul Danubio. Avevamo passato una mattinata snervante in giro per Tulcea per cause tecniche, ed avremmo sacrificato volentieri i nostri fardelli ai flutti del fiume. Dopo una lunga fila sotto il sole siamo entrati nel vaporetto dotato di finestrini microscopici e ovviamente non dell’aria condizionata; attendevamo la partenza da parecchio e V. ha cominciato a dare segni di esaurimento prendendo a calci i bagagli di tutti i passeggeri con gli occhi iniettati di sangue. Inaspettatamente il battellino è partito a velocità supersonica sfrecciando tra le petroliere alla fonda, la brezza leggera che riusciva ad entrare ha calmato i bollori di V. che guardava le foreste sulle rive. Il paesaggio si è presto tappezzato di un fitto canneto continuo fino a Sulina, dove ci siamo ritrovati sul molo circondati dalla gente e dai relitti di navi coperti di ruggine. Mentre eravamo seduti su un muretto per decidere davanti alla mappa il luogo ideale per farci una canna si è avvicinata una meraviglia di genere femminile in bicicletta, e mi ha chiesto se volevamo una stanza in casa sua. Noi che volevamo campeggiare sul lago stupidamente abbiamo rifiutato. La meraviglia intanto si era presentata come Irina, dai suoi shorts mozzafiato uscivano due cosce sode e abbronzate, come le tette, che volevano a tutti i costi esplodere dalla canottiera. Mi spiegava la morfologia del territorio indicandomi luoghi sulla cartina, e noi non la seguivamo, trovando il suo davanzale più interessante. Ci ha salutato porgendoci la mano per un bacio come ancora si usa qui, noi da bravi cafoni occidentali l’abbiamo stretta forse anche con eccessivo vigore. Poi Irina si è voltata, e pedalando ci ha donato un’altra splendida visione. Quando ci siamo resi conto dell’occasione perduta già eravamo a camminare per la piana sconfinata che ci separava dal Mar Nero.

Solo i pali della luce davano un idea delle distanze, in lontananza sulla sinistra c’era una centrale elettrica, unico protagonista di quella scena desolata. Fu allora che la mia mano mesta staccò una canna esagerata. Abbiamo poi deciso di tornare al paese, e trovare una barca che ci portasse in un camping su uno dei tanti laghi sul delta; abbiamo provato con diversi pescatori che ci volevano derubare, finchè ci ha adescato un sedicenne di quel paese, Christy, che a suo dire risolveva problemi ed era in grado di organizzare qualsiasi cosa. Scroccandoci più sigarette che poteva ci ha condotto in un edificio cubiforme con torre sopra e prato intorno, abbiamo attraversato diversi ambienti e corridoi e ognuno di questi emanava un diverso fetore, noi ci incastravamo con gli zaini lungo i passaggi sempre più stretti, fino all’ultimo locale dove stazionava il “boss”, come lo chiamava Christy. Era in mutanda e canotta immerso nella calura di un ufficio fatiscente, dietro un tavolo cosparso di oggetti casalinghi e rimasugli di cibo. In un angolo erano impilati fogli a quadretti con su scritti ordinatamente dei calcoli e vicino un enorme telefono sovietico in bachelite nera. Lo ha preso subito ed ha iniziato a comporre una serie di numeri, dopo vari tentativi ha riappoggiato la cornetta deluso dicendo che di barche a quell’ora tarda non ce ne erano, ma che potevamo prendere una camera in quella costruzione per poi partire la mattina dopo. Noi eravamo disgustati da quel posto e volevamo campeggiare, quindi abbiamo detto di no perdendo la seconda occasione di quel giorno. Siamo venuti a sapere dopo da Christy che quella era una specie di colonia estiva per adolescenti, infatti abbiamo cominciato a vedere delle ragazzine che ci studiavano incuriosite; secondo le nostre fantasie erotiche ispirate ai film con Alvaro Vitali quelle fanciulle stavano aspettando solo l’occasione per trasgredire, come tutti a quell’età.

Noi due coglioncelli invece volevamo partire, e così ci siamo fatti condurre da Christy da quella che doveva essere la sua ultima chance: il Capitano.

Lo abbiamo trovato nel suo ufficio spoglio completamente ubriaco, ma amicone e disponibile alla chiacchierata; la nostra piccola guida gli ha spiegato il problema ed egli barcollando nell’uniforme stropicciata si è finto interessato. V. ha tirato fuori la mappa per mostrargli esattamente il posto dove volevamo arrivare, lui l’ha presa con il fare deciso di chi ha preso mappe per tutta la vita, ed ha cominciato a leggerla al contrario. V. ha cercato di girargliela ma egli non ha permesso che mani straniere toccassero troppo quello che rappresentava il territorio del suo comando; però non riusciva a decifrare i caratteri delle scritte capovolte. Dopo alcuni tentativi ha rinunciato pensando che fosse una mappa in cirillico o in qualche lingua misteriosa. Quello che non lo convinceva era il fatto che non riconosceva neanche i luoghi, finché illuminandosi ha esclamato: “Ah, ecco ! E’ perché il Nord è di là !!! ” facendo mezzo giro su se stesso, ma la mappa era sempre sottosopra. Fece ancora un paio di giri completi prima che V. lo fermasse con decisione per girargli la cartina e farlo brillare per un’altra volta.

Dopodiché è partito per il lungo corridoio con l’andatura di chi sa bene cosa bisogna fare in ogni situazione, è entrato in un paio di uffici con noi tre dietro, ha alzato qualche pila di fogli, e con l’aria di quello che hafattotuttoilpossibilemanonc’eraproprionientedafare, ci ha consigliato di partire all’indomani. A questo punto Christy ci ha detto che se volevamo potevamo campeggiare nel prato di fronte alla colonia delle sedicenni, dunque siamo andati a piantare la tenda. Mentre eravamo impegnati con le stecche ed i picchetti alcuni ragazzini venivano a darci consigli di pesca e gruppetti delle ragazzine più mature ed intraprendenti ci gironzolavano intorno e ci spiavano dalle finestre. L’idea di passare una notte in quel figaio non era poi così male, ed anche il paesino meritava. Al tramonto siamo stati avvolti da un’atmosfera calda e ovattata che ha rallentato tutto. Seduti sul porticciolo fluviale guardavamo scorrere il Danubio prima che andasse a perdersi definitivamente in mare, lì Christy mi ha confessato della sua passione per il macabro, del perché si vestisse sempre di nero e delle strane droghe che sintetizzava in cucina. Per trascorrere il lungo inverno dipingeva quadri bevendosi uno strano intruglio di sua invenzione a base di vodka, acqua distillata e dentifricio. Quando abbiamo finito la cena ed è arrivato il conto lui si è impressionato del fatto che due ragazzi potessero pagare l’equivalente di sei dollari in due per una cena a base di pesce senza battere ciglio; lo stesso stupore lo ha manifestato vedendo il prezzo dello scatolame, per noi economicissimo, che avevamo comperato per il campeggio. La sua famiglia con il mezzo dollaro di un nostro barattolo avrebbe fatto un intero pasto. Sempre scroccandoci birre e quanto più poteva ci ha portato in una rustica discoteca di campagna dove mi ha chiesto alcuni spiccioli per comperare le sigarette che fuma di solito, ma ha continuato comunque ad attingere dal nostro pacchetto di “bionde”, dicendo che rimangono sempre le migliori. Dopo qualche bevuta e una partita a biliardo siamo tornati al prato dov’era piantata la tenda e dove avevano organizzato una festicciola con le aranciate e un complessino; mentre ero lì a guardare sono stato avvicinato da due sedicenni che mi hanno raccontato di come sia bella la vita qui a Sulina, e che prima di ripartire dovevo assolutamente passare a casa di una di loro che abitava lì di fronte. Non ne capivo il perché, ero mezzo sbronzo e volevo andare a dormire, ma con l’aiuto di un loro amichetto mi hanno trascinato fuori, e poi dentro un negozio sotto la casa della tipa. Lì ci attendeva la madre in mezzo ai detersivi; aveva l’aria di essere un’attività appena avviata perché sugli scaffali lindi si riproponevano le confezioni dei soliti tre o quattro prodotti in tutte le combinazioni. La biondina mi ha presentato alla madre e poi sono seguiti alcuni minuti di imbarazzante silenzio che ho cercato di rompere con un generico quanto falso: ” Carino qui !”, loro mi guardavano impazienti che comperassi qualcosa, finché il mio: ” Si è fatta una certa…” gli ha demolito ogni speranza.

Sulina 19. 9. 99

Christy ci è venuto a svegliare alle 6,30 per andare a prendere il battello che ci avrebbe portato a destinazione, ancora però non aveva parlato con il barcaiolo; quando lo ha fatto questo ha preteso una cifra di quasi il doppio di quanto ci aveva promesso la nostra piccola guida. Ha cominciato così a girare tra i suoi amici pescatori finché è arrivata una ragazza rumena con il fidanzato, chiedendomi se volevamo andare con loro e dividere la spesa. Christy ha cercato di farci intendere che non era prudente andare con quel barcaiolo, ma vedendo che noi eravamo decisi a farlo se ne è andato deluso, dopo avermi chiesto i soldi per una birra.

Abbiamo cominciato così a navigare nella rete di canali immobili del delta del Danubio, le sponde erano folte di canneti, e quello che c’era dietro era un mistero (altre canne, credo), intanto V. pescava seguendo i consigli dei ruvidi pescatori del luogo. In tarda mattinata sbarcavamo sul molo malfermo e traditore del camping, un’ oasi deliziosa persa in un mare di canne e zanzare. E’ venuta ad accoglierci la proprietaria movendosi lentamente nella calura estiva, con un sorriso strano ci ha detto che se volevamo piantare la tenda dovevamo affittare una barca e spostarci un chilometro più giù, quando saremmo arrivati al “black cross” avremmo trovato uno spiazzo libero dalla vegetazione per pernottare. Presa la barca giulivi abbiamo levato le ancore (peraltro assenti) pensando che il “black cross” fosse un particolare tipo di incrocio tra i canali, ma dopo aver remato una mezz’ora ci siamo ritrovati sotto una grossa croce tozza e nera. Con la sua non discreta presenza ha avvolto con un manto di inquietudine il proseguire della navigazione. Poco più avanti ci è sfilata davanti una famiglia di pescatori inselvatichiti che stazionava davanti una baracca, ci guardavano incuriositi e noi facevamo lo stesso, il più piccolo di loro aveva un occhio di vetro. Ciononostante abbiamo preso posto quasi di fronte a loro, ci sentivamo un po’ dei pirati d’acqua dolce mentre sbarcano alla Tortuga, e in breve abbiamo ricoperto dei nostri bagagli il fazzoletto di terreno abitabile. Ben presto siamo stati individuati dalle zanzare che infestano queste zone e che usano aggredire ferocemente tutto ciò che non si muove in continuazione; all’ unisono io e V. ci siamo lanciati sul tubetto di repellente per insetti, e strappandocelo dalle mani urlando ce lo spalmavamo addosso insieme alle zanzare più avide che non abbandonavano la presa.

Poco dopo eravamo distesi all’ ombra di un incannucciato completamente ricoperti di vestiti, asciugamani e liquido repellente. A ondate gli insetti cercavano di pungermi intorno agli occhi o nei fori lasciati liberi per la respirazione, io intanto mi studiavo con una libellula che si era venuta a posare su un filo d’erba di fronte al mio naso, lei girava i suoi occhi strani ed io strizzavo i miei per vederla meglio; siamo rimasti lì a guardarci per un po’, immersi nel gracidare delle rane circostanti finché ho pensato: ” Guarda, guarda… tanto pure tu verrai presto mangiata ! “. Intanto sentivo V. prendersi a schiaffi maledicendo in dialetto quegli esseri odiosi che gli volavano intorno, io mi chiedevo se era meglio essere torturati così lentamente oppure venire mangiati da un rospo in un colpo solo. Ero lì a pensarci quando ci siamo ritrovati a gettare i bagagli alla rinfusa nella barca e fuggire più velocemente possibile da quel posto dannato. Tutto questo sotto gli occhi divertiti della famiglia sgorbia che ha osservato ogni nostra mossa.

Siamo così tornati al campeggio dove la proprietaria ci aveva già preparato un bungalow con le zanzariere alle finestre, prevedendo il nostro rapido quanto sicuro ritorno. La giornata è proseguita pescando (nulla), facendo vita lacustre ed usando la barca come mezzo di locomozione sui canali che separavano le varie isolette; la sera, appena ci siamo fermati, un ennesimo attacco di insetti ci ha rinchiusi in camera dove guardavo le curiose impronte di scarpe sul soffitto e sui muri. Mi sono addormentato con i tonfi sordi della ciabatta di V. che echeggiavano dalla sua camera.

Tulcea 20. 8. 99

La mattinata è trascorsa non molto differente dalla sera prima, così abbiamo deciso di ripartire per zone più bonificate, abbiamo preso il battello per tornare a Tulcea e lì dopo il recupero della macchina ci siamo rimessi sulle strade verso i Carpazi.

Altro viaggio in notturna, io guidavo e V. pensava agli zampironi, e ai pesci che non aveva mai pescato.

Busteni 21. 8. 99

Con gli zaini in spalla abbiamo risalito i monti del parco naturale Bucegi facendo il primo tratto in funivia, e poi camminando sui crepacci finché il cielo si è fatto scuro. Lungo la via si è affiancata una simpatica e furba cagnetta che assomigliava ad una jena. Arrivati quasi in cima il tempo imbruttiva, e visto che eravamo spazzati da forti scariche di vento abbiamo trovato riparo dietro un gruppo di massi in bilico su un precipizio. Piantare la tenda lì in mezzo però era impossibile, e così ci siamo dovuti costruire una terrazza, con grande movimento di macigni e terra ruspata con le mani. Su questa semplice ma funzionale costruzione rupestre abbiamo piazzato il nostro rifugio; mentre aprivamo la tenda questa si gonfiava con il vento come una mongolfiera e la immaginavo in balìa degli elementi che volava giù per l’abisso su cui eravamo arroccati. Eravamo quasi sulla sella di una montagna, scavalcata continuamente da nuvole cariche di elettricità che decidevano di passare da una vallata all’ altra “colando” come panna montata. Per questo eravamo a momenti circondati da nebbie dense e improvvise, con i fulmini che ci schiantavano vicino alle orecchie; quando si liberava la visuale vedevamo il baratro sotto di noi: tra i picchi acuminati si riversava il fiume vaporoso di cui ammiravamo lampi e tuoni. Sopra le nostre teste si ergeva il missile – ripetitore che durante l’eclissi vedevamo da lontano, la sua luce intermittente sapeva di stella cometa.

Alle 19,30 dopo un pasto frugale ed un paio di vodka “Kazaciok” eravamo pronti per infilarci nei sacchi a pelo, così abbiamo giocato ai dadi per chi dovesse dormire dal lato del precipizio.

Intanto Jena si era scavata una buchetta tra due massi e riposava tranquilla.

Parco naturale Bucegi 22. 8. 99

La mattina sveglia nel nebbione, e sotto la pioggia che ci ha inzuppato per tutta la notte ci siamo incamminati per una visita al missile-ripetitore bianco e rosso; dopo aver destato i necessari sospetti da parte dei guardiani siamo tornati alla funivia accompagnati da raffiche di vento gelido e guazza. Lì abbiamo salutato la fedele Jena regalandole un biscottone.

Raggiunta la macchina abbiamo deciso di andare a visitare i famosi castelli dei vari vampiri un tempo residenti in zona, non prima di esserci rifocillati a dovere in una trattoria in stile montanaro, dove ci hanno fatto accomodare su pesantissimi troni di legno rivestiti di vello di pecora aromatizzato alla pecora. Uno dei lati negativi dei ristoranti in Romania è che le attese sono lunghissime, quando si decide di mangiare fuori bisogna prendersi una mezza giornata di tempo. Per questo, nonostante i prezzi stracciati e la qualità ottima, noi ci ritrovavamo spesso con un panino in mano. Così, dopo un pranzo a base delle tipiche zuppe e ovviamente un secondo di carne di pecora (forse quelle su cui sedevamo), siamo usciti a metà pomeriggio e siamo arrivati al vicino castello di Bran. Narra la leggenda, o meglio il libro, che qui visse il famoso conte Dracula, ma a quanto pare Vlad Tepes (il suo vero nome) non mise mai piede qui, limitandosi ad impalare Turchi in altre zone. Il maniero è comunque affascinante e rende una buona visione di quello che doveva essere stato un tempo. La guida consiglia anche le rovine di un altro castello, quello di Rasnov, che pareva essere arroccato da qualche parte su una montagna lì vicino. Durante le ricerche abbiamo chiesto informazioni ad un tipo dall’evidente aspetto straniero e con una guida in mano; lui non c’era ancora stato e ne sapeva meno di noi, quindi l’abbiamo invitato a salire. Si chiamava Clive ed era Irlandese. Abbiamo continuato a chiedere finché un contadino ci ha fatto capire che ci avrebbe accompagnato; dopo aver percorso una decina di chilometri lui ha detto di camminare per un sentiero nel bosco e se ne è andato verso una casa di pietre. Appena ho parcheggiato la Peugeot il tempo è passato da grigio a tempestoso, con le consuete secchiate d’acqua a cui ci cominciavamo ad abituare, i tuoni sopra la testa e il presentimento che il mondo finisca di lì a breve. Dopo dieci minuti, per ingannare l’ attesa, decidiamo di fumare. Per l’occasione ho incartato un cannone micidiale che ci ha storditi tutti e tre. Fatto ciò ci siamo ricoperti di buste di plastica, ho preso il cavalletto e la macchina fotografica e siamo usciti nella burrasca. Nel sottobosco era quasi buio ma vedevo la fluorescenza delle gambe secche e storte di Clive uscire dai pantaloncini e pestare nel fango, non l’avevo ancora guardato bene, e ora mi sembrava la copia esatta di Woody Allen. Presto abbiamo smarrito il sentiero, ognuno aveva la sua teoria e le abbiamo presto provate tutte peggiorando la situazione. Mi immaginavo cosa dovesse pensare Clive di tutto ciò: in pochi minuti si era ritrovato fatto come una pera sotto una tormenta in compagnia di due sconosciuti persi in un bosco durante la ricerca del castello di un vampiro. Anche a me la situazione cominciava ad apparire abbastanza surreale, finché dopo aver marciato per più di un’ora abbiamo deciso di abbandonare le ricerche e di tornare a valle dov’era la macchina. Laggiù informatori più attendibili ci hanno detto che il castello era proprio sopra al punto in cui avevamo fatto salire a bordo il contadino, e che forse egli aveva bisogno solo di un passaggio a casa. Dopo la visita al maniero salutiamo Clive e lo lasciamo ad una fermata dell’autobus ancora mezzo stonato, con la sua aria da irlandese abituato a vivere tra brave persone. Noi siamo partiti per Budapest, e sulla strada ci siamo fermati a dormire in un motel dove ci siamo sbronzati tra i camionisti e le prostitute economiche.

Verso Budapest 23. 8. 99

Abbiamo passato la frontiera ad Oradea accompagnati dalla musica salsa, i nomi dei paesi sono diventati più che incomprensibili, come la voce dello speaker alla radio. Viaggiavamo sotto un cielo che sembrava artificiale tra i campi di girasoli e di mais, attraversando paesini restaurati di fresco. Sembrava che lì il comunismo non li avesse toccati più di tanto, l’unico segno del passato erano le “Trabant” che sorpassavamo. Ci eravamo lasciati dietro il povero buongusto delle case della campagna rumena ed i timidi sorrisi della gente che le abitava per passare alla linda terra Ungherese, con le sue leziosità da cugini ricchi.

Arrivati a Budapest ci siamo resi conto che l’unico modo per dormire senza spendere una fortuna è affittare una camera in una famiglia, e proprio mentre eravamo fermi ad un semaforo un signore in bicicletta ci ha infilato dal finestrino una fotocopia con una mappa, dicendo che aveva un appartamento per noi. Così ci siamo sistemati e siamo usciti a piedi per vedere la città: bellissima. Col suo aspetto da capitale nordica ci trovava spaesati, abituati ormai alla vita del “sud del mondo”. Per tornare abbiamo preso un taxi, ed il tassista ci ha messo in mano degli album di fotografie di ragazze seminude in pose equivoche, con fare libidinoso ha detto se volevamo andarci a fare quattro salti insieme. Noi abbiamo rifiutato, ma lui dopo aver insistito si è incazzato e ci ha derubato una cifra spropositata per la corsa . La nostra stanza era in una ricca zona residenziale, e all’incrocio sotto casa abbiamo trovato due tizi in mimetica e bomber che stazionavano. Dapprima abbiamo pensato che fossero guardie private, poi guardando meglio abbiamo riconosciuto i tipici segni dei nazi. La loro presenza ci ha riempito di sicurezza, in quanto questo tipo di ronde notturne cercano di tenere lontani Africani, Turchi, tossici ed Italiani.

Budapest 24. 8. 99

Abbiamo deciso di fare una gita da “single”, io sono stato prima al castello poi alla cittadella e ho visitato la metropolitana più antica del continente. La sera io e V. ci siamo fatti l’ultima canna che avevamo sul Danubio. Budapest è meravigliosa.

Budapest 25. 8. 99

E’ stata una giornata di riposo e di shopping, V. voleva comprare alcune mappe antiche per la sua collezione, e così ci siamo ritrovati in un negozietto stipato di rotoli di carta. Il proprietario già brillo ci ha offerto un prosecco italiano. Le mappe che vendeva costavano circa 40 dollari l’una, V. ne ha prese quattro, e dopo alcuni conti mentali il negoziante ha fatto una somma di 50 dollari complessivi, V. ha pagato soddisfatto e ci siamo dileguati rapidamente. La sera dopo aver bevuto una birra in un bar stile mistico orientale stavamo tornando a casa in macchina, una pattuglia della polizia dopo averci seguito un po’ ci ha fermato e sono usciti i seguenti personaggi in divisa : “Il Tortellino” (soprannominato così per le sue somiglianze), seguito da Ivan Drago , alto con i capelli biondi a spazzola e la mascella quadrata, ed una ragazza che quando ha capito cosa ci volevano fare è tornata in macchina vergognandosi. V. era alla guida, e dopo aver visto i suoi documenti ci hanno chiesto se avevamo per caso bevuto; abbiamo detto di si, una birra, ma più di tre ore prima. A quel punto Tortellino ha tirato fuori una scatola con attaccata una trombetta, e ci ha detto ripetendo un copione ben provato: “Vedete, ora il signore alla guida deve soffiare qui dentro, la macchinetta analizzerà il suo fiato e ci darà la percentuale di alcool nel suo sangue, se oltrepasserà lo zero virgola zero le pene saranno durissime”. Prontamente Ivan Drago ha tirato fuori un opuscolo della polizia locale in tre lingue che illustrava a cosa stavamo andando incontro: la pena minima per aver bevuto anche una cosa insignificante erano trecento dollari di multa ed il sequestro del passaporto e dell’auto per un tot di giorni, la pena più grave era l’arresto. Tortellino con fare viscido è venuto da me a dirmi che se V. soffiava lì dentro sarebbe stato impossibile poi trovare una soluzione, perché la macchinetta registrava tutto; intanto V. sicuro della sua sobrietà voleva soffiare ed andarsene, ma Ivan Drago gliela allontanava subito chiedendogli se era sicuro. Abbiamo cominciato a sentire puzza di bruciato, loro continuavano a prospettarmi cose terribili, finché Tortellino mi ha detto di dargli qualcosa, loro poi avrebbero scritto una multa per una sosta vietata. Ho posto la parola fine a quel fottuto teatrino mettendogli in mano 100 dollari e ringraziandoli di cuore.

Budapest 26. 8. 99

La mattina siamo partiti per Vienna dove V. conosceva un paio di persone, uno non lo siamo riusciti a trovare perché si bucava, l’altro lavorava in un locale italiano ed era molto gentile, ci ha rifocillato, e ci ha trovato da dormire e da fumare. Ho conosciuto Lorenzo, un altro amico di V., anche lui lavorava in un locale di compaesani, non stava zitto un attimo ed era completamente fulminato, simpatico però. Abbiamo girovagato nella bella ed opulenta Vienna dove tutti mangiano e sembrano pieni di soldi, lo sfarzo delle vetrine ci abbagliava e non eravamo più abituati a queste espressioni dell’occidente. La sera siamo andati a fumare su un ponte sul Danubio, splendido come sempre ci ha incantato con i suoi riflessi; lo rivedevamo per l’ultima volta dopo averlo risalito dalla foce, abbiamo visto le civiltà che ci sono cresciute intorno, la gente che ci lavora, che ci pesca, che ci si lava.

Che differenza tra i poveri e dignitosi Rumeni che stupiscono per la loro semplicità ed il loro calore, gli Ungheresi, ed infine gli aristocratici Viennesi che tramite questo corso d’acqua spediscono i loro detriti ed escrementi fin giù in Romania.

Vienna 27. 8. 99

La mattina ci siamo svegliati sotto un cielo plumbeo e l’aria ci ha suggerito che l’estate era quasi finita. Io, V., e Gianluca (un altro romano emigrato), siamo andati a trovare Lorenzo nel bar dove lavorava. Lì si consumava alla grande, così ci siamo spiegati il perché delle famose panze viennesi; intanto Lorenzo cuoceva spaghetti e serviva birroni spumeggianti, ogni tanto una pizza andava per terra per poi essere servita con larghi sorrisi.

La nostra prima giornata d’autunno si consuma tra cibi, bevande e canne in salotto, la sera siamo usciti con i nostri ospiti ed un gruppo di ragazzi italiani che lavoravano qui, sistemati, annoiati e con i soldini in tasca. E’ iniziato il nostro pellegrinaggio per gli innumerevoli locali di Vienna, il divertimento dei giovani sembrava essere passare da un bar all’ altro, cercando di superare qualche limite. Ne avremo visitati almeno cinquanta.

Venezia 28. 8. 99

Siamo ripartiti per Roma, così io, Gianluca e V. abbiamo salutato Lorenzo ancora in pigiama, sembrava così indifeso nella sua strampalata purezza. Abbiamo caricato i bagagli sulla Peugeot che oramai con la sua crosta di fango aveva guadagnato un aspetto assai vissuto tra le lustre auto viennesi. Abbiamo deciso di fermarci la notte a Venezia, dove siamo arrivati di sera. L’abbiamo visitata girando tra i vicoli bui ed era sempre bella e fastosa, rilassante e piena di mistero, a me faceva pensare di essere in una scenografia di un film, un film su Venezia. Gianluca non l’aveva mai vista ed era affascinato dai nostri itinerari lontani dalle mete turistiche. Poi ci hanno rapinato centomila lire per tre pizze surgelate ed un litro di vino sfuso. Il consueto cannone nel “sotoportego” ci ha condotti ad un profondo sonno.

Roma 29. 8. 99

La mattina l’abbiamo passata ancora girando per il centro sotto una pioggerella che si è trasformata presto in temporale, ne abbiamo approfittato per subire un altro furto in un bar; da un rapido calcolo io e V. abbiamo speso di più negli ultimi cinque giorni che nei venti precedenti .

Sul bagnato siamo arrivati a Roma, e ho salutato Gianluca e V. .

Presto mi sono ritrovato bloccato nel traffico dove fissavo le luci immobili degli stop delle auto davanti a me.

La pioggia sul vetro mi rendeva una visione distorta e romantica della realtà; quando il tergicristallo ha reso tutto più nitido, ho visto che ero fermo sotto lo stesso pilone da cui ero partito.

Nel sito di Stefano le foto del viaggio ed altri racconti

Il viaggio fai da te – Hotel e alberghi nel mondo

 

 
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