Ruanda – Di soglia in soglia

di Fausto Toccaceli –
1° parte 
Natura e storia (Il giardino delle Esperidi)
E’ buio. Le luci pubbliche di Kigali, rivolte anche al  cielo, annunciano l’imminente atterraggio. Siamo stanchi ma non facciamo a meno di notare che siamo di molto in anticipo: diamo la colpa al fuso. Nessuno ha voglia di verificare che ore siano a Kigali e tantomeno se in Europa è in corso l’ora legale.

L’aeroporto è vuoto, il nostro è l’unico arrivo. Saliamo la scaletta. Silenzio e cartelloni pubblicitari illuminati:  Bank of Africa Entebbe, recita il più grande; United bank of Africa Kampala, il secondo anche in ordine di grandezza. “Guardate quanto sono filantropi in Ruanda. Dominano  le pubblicità delle banche ugandesi  rispetto a quelle ruandesi.”  Entriamo nel salone per il controllo documenti. Due medici, coperti al punto da nascondere il colore della pelle,  stanno ai lati di un ingresso stretto, facilmente controllabile. L’uno, spruzza disinfettante, l’altro,  distribuisce sapone liquido. Due passi all’interno e abbiamo già in mano un foglio da compilare. I quesiti riportati così recitano: – Hai la febbre? – Sputi sangue? – Traballi? – Sei inappetente? – Quand’è che hai vomitato l’ultima volta?. Controllo dello stato fisico,  causa ebola dilagante. “ Senta, scusi!”  rivolgendomi al distributore umano  “… noi  abbiamo già compilato questo foglio in aereo… Eccolo qui!”  Mentre aspetto risposta osservo un felino in assetto da balzo – su un altro tabellone – con sopra la scritta Welcome to Uganda. L’uomo mi distoglie dalla sorpresa insistendo a dire che il modulo lo dobbiamo compilare lo stesso…  “Già mi stanno antipatici questi ruandesi.”

Non chiudo neanche il pensiero pregno di stizza che Marcella, battendomi una spalla e guardandomi con occhio  sperduto, sentenzia: “Siamo scesi a Entebbe!!… Siamo in Uganda!!”  Nessuna parola tra di noi, solo smarrimento. Una bandiera dai colori nero, giallo e rosso con una gru coronata al centro, svetta inconfondibile attaccata ad un pennone sopra le nostre teste. “ E adesso?! Che facciamo?!  Manco il visto abbiamo!… In Uganda, c’è l’ambasciata italiana?!…Ma è mai possibile che a nessuno sia venuto in mente di dirci che questo cazzo d’ aereo avrebbe fatto scalo ad Entebbe?!”  “Se non ci fosse l’ambasciata?!… Va beh!! Almeno un ufficio consolare ci sarà!” Mentre ci arrabattiamo per cercare di venir fuori dalla situazione alquanto angosciante, una inserviente, con tanto di grembiule blu e spazzolone in mano, accennando ad un ghigno da presa per il culo: “Turisti?! Dovete andare a Kigali?…” (ecco che, dentro una frazione di secondo, mi par di sentire: ‘Turista fai da te?! No  Alpitour?!…Aihaihaihaih!!…’ Tutto ritorna, nel decimo di secondo successivo, una spiacevole realtà. ) “L’aereo dell’Ethiopian col quale siete arrivati non è ancora ripartito; presto! vi accompagno al luogo d’ imbarco.” Il boeing è ancora lì, sta facendo rifornimento. Sbigottito lo Steward ci osserva rientrare. “Scusi… siamo scesi a pisciare.” Dopo una dovuta pausa .“ Questa è Entebbe vero!!…” mormoro allucinato e conscio di aver superato il pericolo. “Ma lei non ha visto quando siamo saliti ed ha controllato le carte d’imbarco che la nostra destinazione era Kigali?!” Osserva ancora il biglietto che gli ho messo sotto gli occhi sgranati.  “Ma no!! Io ho solo verificato il numero del posto assegnato!” “Ci saranno altri scali?” “Nessun altro scalo.” Sandro, anche lui ora tranquillo: “Ecco perché eravamo due ore in anticipo, altro che fuso orario… Ora legale!” E’ mezzanotte, arriveremo a Kigali all’ una e quaranta, come previsto.   “Questa la racconto… Ma ci crederà mai nessuno?!! Messo piede sul suolo ugandese, da clandestino, solo per pisciare.”

All’una e trenta siamo fuori l’aeroporto. Un uomo corpulento tiene in mano un cartello con scritto il nome di Marcella. Ci facciamo riconoscere. Il driver dice che è venuto in aeroporto anche la notte precedente; disguido con l’hotel sulla data del nostro arrivo. “Ho capito, se all’hotel ci aspettavano ieri sera, può significare che neanche troveremo camere libere, e di certo, il driver vorrà essere pagato per due corse.” Tutto vero, ma solo per la seconda parte: posta doppia per la corsa ma camere libere alla “Guest House Iris”.

Il lago Kivu è la nostra meta. E’ sabato di festa. Lungo la strada principale della città poche persone e qualche attento poliziotto. Siamo nella zona vecchia di Kigali, in basso, dentro una vallata verde e coltivata. (Non ci sono costruzioni di sorta nella piana. Un piccolo fiume color terra la attraversa. E’ una bassopiano alluvionale e guarda caso, il buon senso, ha consigliato di costruire le abitazioni sulle coste delle colline)  La strada verso il lago  procede sui tornanti; nei pendii, eucalipti e qualche pino – l’eucalipto, come in Etiopia, non è un albero autoctono, ma importato dall’Australia. Negli anni ’90, le grandi foreste di pini cedri ed acacie, sono state per lo più abbattute ed il legno utilizzato come combustibile. Usciti dall’ ombra degli alberi, al principio di una lunga dorsale – siamo sui 2500m –  si apre un panorama verde e rilassante. Le coste che scendono verso la valle del fiume Nyabarongo sono coltivate su terrazze ampie e perfettamente curate. Le fattorie sparse,  sotto il sole, spiccano coi loro tetti di lamiera  immerse dentro piantagioni di banane. Fagioli, patate, manioca, piselli, sono le colture che predominano. La terra è ricca, generosa. Safari – il nostro autista – dice che questi campi, nei giorni lavorativi, sono colorati dai contadini che li lavorano. A tal proposito è d’obbligo esprimere una curiosità: ”Capisco che oggi è giorno di festa… ma i muli, i cavalli, le mucche… dove sono?!” “Non ci sono. In Ruanda il mezzo di trasporto  è la bicicletta; tutto si fa con la bicicletta. Un asino o mulo che sia richiede spazio e cibo… Come vedete qui è tutto coltivato a ortaggi; dove potrebbero stare gli animali che mangiano erba? Un mulo costa quanto una bicicletta, ma la bicicletta non mangia…” ride per quel che ha detto “Vi accorgerete di questo mercoledì, quando torneremo a Kigali.”

 Uno slargo di fianco la strada ci permette di fare una sosta. Tre bambini si avvicinano;  stessa età più o meno, sui dieci anni. Nessuno di loro parla o sorride – hanno un’espressione dura, impenetrabile – solo osservano i wazungu ( Il termine muzungu plurale wazungu –  ha due significati: il primo, il più conosciuto – lingua Kiswahili, radice grammaticale bantu – sta ad indicare “l’uomo bianco”; il secondo, “colui che assedia”… E chissà perché!!) Abbiamo penne Bic; Marcella, dal finestrino, ne allunga due e sta per dare la terza. Non c’è tempo. Il ragazzo rimasto senza, al pensiero di essere stato escluso dal dono, si scaglia sugli altri due e nasce una zuffa. Un attimo dopo la terza Bic è nelle mani del ribelle e tutto si placa. Rimaniamo in silenzio. “Non vi meravigliate” inizia a dire Safari “è normale che succedano queste cose. Qui, in queste campagne, la gente e in modo particolare i bambini, sono abituati a conquistarsi tutto. Quando visiteremo i centri di accoglienza… tutto sarà più chiaro e ne capirete anche i motivi.”  Alla domanda: “Erano tutsi o hutu i bambini che… ” Safari si irrigidisce e risponde secco: “Non ci sono più etnie di appartenenza sui documenti d’ identità ruandesi… Non ve l’hanno detto?!”

– La memoria non sa agire sul ricordo. Il ricordo non ha forza contro la memoria. La felicità non sale più

La strada deserta prosegue e ridiscende. Le abitazioni, per lo più ruderi, mostrano tetti di tegole di cotto. “Perché nel tempo non si sono più usate le tegole e al loro posto hanno messo lamiera?” “Costa meno, e dura di più.” C’è poco da discutere, l’estetica non è prerogativa dei ruandesi. Lasciamo la strada d’asfalto per una pista insidiosa. Si va verso l’orfanotrofio ‘Imbabazi’. La tenuta ci appare in tutto il suo splendore di profumi e colori: sembra di stare dentro una visione. Un ragazzo ci riceve e ci accompagna nella visita: “L’orfanotrofio” comincia a dire  “ha una storia singolare… Una signora americana, tale Rosamond Carr, arriva in Ruanda dopo la seconda guerra mondiale. Acquista questo fondo di circa venticinque ettari, vi costruisce – indicandola – una abitazione ed intorno ad essa quest’orto e questo giardino… “ li guardiamo stupefatti. “Siamo nel distretto di Gisenyi,  nella provincia di Rubavo. Il  Congo è lì… e di là” spostando di poco il braccio “il lago Kivu. I suoi numerosi viaggi le permettono di portare qui fiori e piante da ogni continente. Il clima del luogo ha fatto il resto.” Il  giardino è esemplare, i colori fluttuano alla maniera di onde sul mare.

Spargi pure i tuoi fiori, o straniero, spargili:
tu li dai, giù, alle profondità,
ai giardini. – P. Celan

“La  vita di Rosamond  cambia nel marzo del 1994. Di conseguenza all’inizio del genocidio perpetrato dagli hutu sui tutsi  torna negli Stati Uniti. Alla fine dell’estate rientra in Ruanda e si adopera ad accogliere i bambini orfani.” continua nel suo racconto, visibilmente appassionato. “… Quattrocento gli ospitati; quattrocento incolpevoli salvati dal barbaro agire degli  uomini. L’attività di assistenza – con la presenza della signora – non si ferma neanche di fronte alla guerra tra Ruanda (Kabili) e Congo (Mobutu) – 1996-97. Rosamond, 94enne, è morta nel 2006. Oggi, la struttura ospita una scuola aperta a bambini indigenti e, nel contempo,  vi si svolgono attività culturali tradizionali del tipo danza e teatro. L’orfanotrofio è sostenuto dal Programma Alimentare Mondiale e da contribuzioni private.”

– Tra il mondo della realtà e me stesso, non c’è più oggi spessore di tristezza –

Visitiamo la tenuta, dopo aver ascoltato in silenzio la stupefacente storia della Carr e delle sue esemplari azioni. Tre mansueti cani ed un gatto nero, dagli occhi di brace, ci fanno compagnia anticipando i nostri passi. Se non fosse per la temperatura, sembrerebbe di stare nel West Country inglese… Se non altro, per il gradevole alitare dell’erba. Contadini zappano, posando gli occhi sui nuovi venuti. Nell’orto campeggiano magnifiche piante di carciofi e una bietola di dimensioni mai viste. Avvicinandoci ai carciofi, alti come granatieri,  chiediamo il permesso di spuntarne un paio. “Ma li mangiate crudi?!” “Certo che sì, basta togliere la parte più dura… sfogliare la parte esterna e arrivare al cuore.” Il ragazzo è dubbioso ma poi esegue l’azione: assaggia e approva. Rientriamo in macchina, prima del temporale. Nuvole nere, pregne di elettricità, avevano nel frattempo inghiottito il vulcano Karisimbi. La vallata rumoreggiava di tuoni e le prime gocce ticchettavano sul fuoristrada non stagno – bagagli bagnati. Il sistema per far defluire l’acqua dai campi è da esperti: semplice ed efficace. Il terreno nero di terra fertile, ma argilloso appena sotto la superficie, non assorbe l’acqua nell’ immediato, e per questo, la terra viene rialzata su cumuli simili a sepolture. Su questi, vengono piantate le colture. Ecco che l’acqua  scende forte, si trasforma in rigagnoli che segnano i campi senza intaccare le varie coltivazioni che stanno sui mucchi innalzati: la teoria che asseconda la pratica. Le nuvole, stranamente come si erano imbastite dal nulla si sono rimpicciolite, contratte, e infine ridotte a uno sbuffo, svanite, rivelando di nuovo il fianco del Karisimbi in tutta la sua  magnificenza . Eravamo già sull’asfalto; la pista completata; lasciato alle spalle il fango rosso.

Il tempo dei monti furenti e dell’amicizia fantastica –

Lago Kivu, Rift Valley. Sullo sfondo velate dall’umidità,  le alture del Congo.  Siamo a Gisenyi città. L’hotel è in mezzo a piante e fiori di un rigoglio estremo. Ci accomodiamo in casupole circolari edificate a pochi metri dalla riva del lago. Niente da dire se non meravigliarci. Fiori equatoriali, frequentati da uccelli di ogni tipo e tinta, si accendono sotto i raggi di un  sole velato. Sarabanda colorata e alata. Si mangia pesce la sera, telapia in particolare, accomodata sul piatto insieme alle immancabili patate. Il chiostro è caldo – hanno acceso un fuoco in mezzo e distribuito coperte masai a scacchi verdi e neri -, piove. Nel momento che stiamo per andarcene un gruppo di ragazzi, vestiti con costumi concisi, ci allieta con canti e danze tribali seguendo il ritmo di un tamtam. Corpo e spirito soddisfatti, si va a dormire.

– Tutto il denso aroma di questi fiori per rasserenare la notte che cade sul nostro pianto –

La gita sul lago – su una barca che fa acqua da tutte le parti – inizia presto, quando ancora il sole non ha del tutto sciolto il pulviscolo umido. Le alture congolesi sono però ben visibili. “Là c’è solo il Congo – ci dice il ragazzo prestato dall’hotel -, l’ Uganda è più a nord, di qua, sulla terra ferma.” (C’è da dire che il ragazzo di nome Richard, non è salito in barca solo per fare da cicerone; soprattutto, per svuotare periodicamente, con una tanica adattata a secchiello, il fondo dall’acqua. Ci guarda e ride, mentre compie meccanicamente l’azione. Rivolgendomi a lui: “Non pensi  sarebbe meglio riparare la falla invece di sprecare tutte queste energie?!” Si limita a stringere le spalle, continuando a sorridere.) Non ci scostiamo più di cinquanta metri dalla riva – consigliato visto il mezzo. Ville con splendide tenute costellano la costa. Il ragazzo anticipa la domanda dicendo: “Sono di proprietà di commercianti di caffè e tè. Un tempo erano di  ricchi belgi, I colonizzatori.”  Facciamo una sosta a visitare delle caldare fumanti che scaricano acqua calda nel lago: la Rift Valley, con i suoi trascorsi di fuoco, dà segnali inconfondibili: il magma è vicino, si avverte il calore.

Ultimo sguardo verso la flora verde e colorata, al lago e al Congo. Ci aspetta il distretto di Ruhengeri, città di Musanze, base per la partenza alla visita dei gorilla.  Vista l’ora favorevole, Safari ci propone di fare due passi lungo la spiaggia pubblica. Ne approfittiamo per alleggerirci degli abiti e mangiare un paio di uova sode. E’ domenica; le comitive dei gitanti arrivano a frotte – gite aziendali – su autobus privati; la gente è curiosa; dai finestrini, dietro le tendine di canapone, guarda noi e il lago con la stessa meraviglia.  La spiaggia sembra un litorale sociale della ex Jugoslavia ai tempi di Tito. I bambini si permettono evoluzioni da ginnasti navigati, alcuni giocano ai bordi di un vascone – la piscina è un’altra cosa. Le mamme aprono le buste di carta (nessuna plastica leggera in Ruanda) ed impiattano – sulle mani dei figli – patate  fagioli e piselli… Niente vincisgrassi e cotolette fritte, sarebbero difficili da digerire… e poi!, niente bagno. Attraversiamo, appena ripartiti, una sbarra alzata e un posto di blocco. “Cos’è sta roba Safari?!” “Siamo nella zona franca del confine tra Ruanda e Congo. Vedete!, là c’è l’ufficio immigrazione  e ancor più in là…” la indica “la frontiera.” “Che dobbiamo fare! La possiamo attraversare?!” “Avete il visto…” “ E sì!, come no! La prima cosa che  ci è venuta in mente prima di partire è stata quella di chiedere il visto per andare in Congo! Su dai…” i militi nei pressi ci stavano guardando. “Gira sta macchina e andiamo, prima che il controllo ce lo facciano davvero… e visti i ‘cordiali’ rapporti che ci sono tra voi e i congolesi, preferiremmo di no.”

Il tempo è buono, comprensivo. Ci rialziamo sulle colline e poi sulle montagne. “Ecco! Ecco! ne ho vista un’altra!!” “ Di cosa!” “La scritta che c’è sui muri di alcune case…VUCURURA… Che vuol dire… Safari!!” l’autista ride. ”Significa… restaurare… casa da sistemare. I tecnici di zona fanno dei sopralluoghi e quando vedono che la casa è fatiscente, la marchiano con la scritta vucurura. A quel punto, il proprietario è obbligato a sistemarla.” “Ma voi… voi, siete più innanzi degli svizzeri. Non c’è un rifiuto neanche a cercarlo col lanternino, non una cosa fuori posto. Tutti si adoperano nei pressi della loro abitazione a sistemare cunette, canali di scolo, buche sulle strade; mi sembra di sognare.” “Sono regole, a cui nessuno  può sottrarsi.” “E da dove nascono questi principi?” “Non saprei dire… Quel che so è che ho sempre visto farlo, anche a casa mia.” Ci guardiamo sorpresi e compiaciuti, in attesa di arrivare a Musanze.

– Accumula, poi distribuisci. Sii la parte più densa dello specchio dell’universo, la più utile e la meno appariscente –

Musanze è una città piatta, in tutti i sensi. Colca su una pianura – l’unica finora vista – alquanto moderna,è attraversata da stradoni puliti e ben asfaltati. E’ la seconda città del Ruanda – nel senso di importanza e abitanti: 600.000. Dalla terrazza dell’hotel – decoroso e pulito – si scorgono le vette della catena dei monti Virunga: Volcanoes National Park. Cinque vette,  vulcani, di cui due attivi, superano i 3.500 metri; su tutte, coperta da nubi perenni ad ospitare dei e sudditi – i gorilla di montagna – svetta quella del Karisimbi, 4507 metri (quinta montagna d’Africa). “Dov’è che dobbiamo andare domani mattina?! Qual è il vulcano oggetto dei nostri desideri?” Nessuno risponde, solo tre diti indici che indicano dalla stessa parte; la parte del  Karisimbi. “Ma dovremo andare fino in cima.. “ “Tranquillo” Sandro sogghigna  “i gorilla si potranno avvistare di già sui 3000 metri.” “Beh!!! C’è da dire che Musanze è sui 1800 metri… “ rifletto “E ti sembrano pochi 1200 metri di dislivello?!” In risposta solo sghignazzi, nessun cenno di incoraggiamento. – C’è da dire che nessuno sa cosa ci aspetta.

Alle 6 sveglia; alle 6,30 partenza per il luogo di raccolta e formazione gruppi. “Bisogna essere sinceri” avvisa Lucilla “…Non possiamo dire – guardando me – che siamo in grado di camminare cinque ore. Diciamo la verità… Tre ore… tre e mezza!” “Ossignore!… Dai!, magari ci mettono (i gruppi non possono superare il numero di otto persone, come il Coro di Nora Orlandi) con quattro o cinque ottantenni e così allungano i tempi della scalata…” “Va beh!!! Ma in serata dovremo tornare.” “Diamine! sono le 6,30 di mattina!! Se non torniamo per le 6 di sera… avviseranno l’ambasciata!” La preoccupazione latente, di quando si decide di fare una cosa ‘al limite’ e non se ne conosce la dinamica e tantomeno l’ esito.

Siamo sul luogo di ritrovo, in ritardo. Decine di persone, già divise in gruppi, sotto un gazebo esagonale dove distribuiscono tè e caffè, stanno ascoltando attentamente le indicazione dei capo battuta – una guida del parco per ogni gruppo. I trapper presenti, dalle sembianze di Kit Carson, David Crockett, Jim Bridger – ma anche di Mangiafegato Jhonson e di Raviolo Kid -, si osservano nei loro vestimenti  e si sistemano l’un l’altro i paramenti color khaki e verde oliva,  costosi come l’oro.

Non si scorge un italiano. Per lo più – ci dirà  Safari – i trapper sono australiani, americani, tedeschi e…  immancabili inglesi, con i colli piegati in avanti causa il peso di costosissime macchine fotografiche. Alcuni di loro, guardando lontano dietro gli alberi con la mano tesa sugli occhi a mo di visiera, si atteggiano a imitare Livingstone e Stanley. (Più che esploratori, a me sembrano incalliti tabagisti appena usciti dal numero 30 di Duke Street: insopportabili… incurabili esibizionisti!)

In un flash back , dentro un attimo di distrazione controllata,  par di essermi trasformato in Jack Beauregard (Henry Fonda), lo sterminatore del ‘mucchio selvaggio’ nel film ‘Il mio nome è Nessuno’, e di sentire nelle orecchie l’esaltante frase di Nessuno (Terence Hill): “Pensa che bello, fin da ragazzo ti ho sempre sognato così… Centocinquanta figli di puttana scatenati a cavallo da una parte e dall’altra parte tu, solo.” Con questo, non auspico certo il male di alcuno, e tantomeno che gli imitatori di Tiger jack vengano presi a fucilate; ma se, dalla parete della loro scalata, venisse un temporale… beh!! Allora!…

Safari ci chiama; è giunta l’ora di serrare le file. La guida si presenta – Richard – in modo cordiale e allegro: ha individuato i soggetti che lo seguiranno: con il suo sorriso vuole stemperare la tensione. La prima notizia, la più importante,  è  che saremo soli; nessun altro trapper si assocerà a noialtri. “Safari! Perché siamo soli?!” “Perché i gruppi erano già stati formati prima del nostro arrivo… Siete rimasti voi quattro da collocare…” si volge intorno per assicurarsene “Meglio no?!” Come naturale che fosse, i nostri visi improvvisamente si distendono. “Certo che è meglio!, così alle prime difficoltà torneremo indietro senza coinvolgere altri.” Richard è la guida giusta. In poche parole ci illustra il comportamento dei gorilla e soprattutto, quale dovrà essere il nostro di comportamento: “Se un gorilla viene verso di voi non scappate, ignoratelo, altrimenti vi correrebbe dietro. Non fumare all’interno del bosco, non lasciare cose di sorta in giro, soprattutto residui di cibo; cercate di comunicare con loro; il loro, di linguaggio, è un suono inconfondibile, unico…èemmhh èmmmmmhhh! Se non saranno disturbati dalla vostra presenza ricambieranno il suono gutturale…èemmmhhhh èmmmmmhhhh! Quando saranno stanchi e avranno soddisfatto le loro curiosità, non certo le vostre,si alzeranno su due gambe e batteranno il petto in modo violento… Allora… sarà ora di andare…” “Che facciamo…”  nel mentre aleggia la figura di Johann Weissmuller   ”Si va lo stesso?!” Silenzio… assenso.

“I gorilla vivono in gruppi; il più numeroso del parco ne conta cinquantuno. Ogni famiglia ha almeno un Silverback. Il capo è così definito, Silverback, in quanto ha una striscia color d’argento sulla schiena; questa si forma  con il trascorrere degli anni; un capo, non ha meno di vent’ anni. I più longevi possono vivere fino a  quaranta…” Richard prende fiato; noi, lo liberiamo per allentare l’ eccitazione. “La gestazione di una femmina dura nove mesi. I gorilla procreano ogni quattro anni, ma, nel contempo non sospendono il ‘giga-giga’...” Impieghiamo qualche secondo ad afferrare il senso, Richard ride divertito. “Il Silverback ha il privilegio di fare ‘giga-giga’ means ‘bunga-bunga’, con tutte le femmine del branco; se una di esse lo cornifica nel periodo fertile, il cucciolo che nasce viene ucciso dal Silverback.” Crudele penso.  La lezione è finita, siamo pronti per l’avvicinamento. Saliamo in macchina. Dopo dieci minuti eccoci a destinazione pronti per la ricerca del branco.



Un gruppo di uomini, accovacciati, stanno aspettando i visitatori: sono sherpa ruandesi, il loro lavoro è quello di trasportare zaini o borse di sorta. – Un tempo, questi uomini, erano cacciatori di frodo; andavano alla ricerca dei gorilla per ucciderli o catturare i piccoli per poi venderli a qualche ricco coglione. Il governo ha pensato in modo intelligente di occuparli   facendogli svolgere un onesto lavoro, così che si guadagnano la giornata e non delinquono più -. “Quanti ne assoldiamo?!” “Tre…” Safari osserva i nostri pesi “Tre sono sufficienti.” Tre ragazzi si fanno avanti; ci propongono dei bastoni per agevolare il cammino – ne prendo due, memore del mio passato da fondista. Si presentano e si caricano dei  bagagli. Si parte, sono le 8. Due altri gruppi sono con noi. “Prenderanno subito un altro sentiero” ci dice Richard  “loro hanno un’altra meta, più lontana e impegnativa.” Difatti, dopo appena trecento metri, i trapper professionisti tirano innanzi arrancando sulla costa, mentre noi, svoltiamo a destra mantenendo il piano. Lo spettacolo di verde e colori è di un’ autenticità scenografica. Coltivazioni di patate e  crisantemi ( piretro) ci fanno ala: profumo ed incanto.

– Taluni miei atti si fanno strada dentro la mia natura come il treno corre la campagna, egualmente involontario, con la stessa arte fuggente –

Le piantagioni si ripetono; il cammino è lento, adatto a noi. La musica, che traspira ovunque, diviene linguaggio e la parola staccata metafora…Sss!!… Transitiamo dentro un villaggio di contadini. Bambini festosi, sotto l’ombra di un adulto, ci accolgono e  salutano con larghi sorrisi. E’ passata un’ora. Il vulcano, percorso da nubi veloci, è alla nostra sinistra: silente, rispettoso. Un bosco di eucalipti sfronda sotto un vento leggiadro e impalpabile. Sosta. Richard si gira e raccoglie il gruppo. Chiede come va, come stiamo, se ci è gradito quel che stiamo vivendo. Strappa un ramo di foglie profumate, le mette in bocca. Di fianco a lui, lo imito nell’atto goliardico. Lui mastica e ingoia; io mastico e sputo. “I gorilla mangiano foglie di eucalipto quando hanno problemi di stomaco; noi siamo come loro, il nostro stomaco è come il loro, perché non mangiarne?!” Fa scena, si diverte; ma le foglie le ingoia davvero. Ci siamo. Due militi armati aspettano il nostro arrivo ai limiti di un muro eretto a secco. “Che ci fanno i militari qui?” “Aspettano noi; verranno con noi; all’interno del parco ci sono i bufali. Il bufalo è pericoloso, soprattutto in spazi ristretti; ci proteggeranno.” Due guardie forestali, lì vicino, fanno cenno di non parlare ad alta voce: ci siamo, i gorilla sono nei pressi. “ Il branco – ci spiega Richard sottovoce – ha un nome: ‘Umubano Group’ means ‘Live Together’. Il leader – Silverback – si chiama ‘Charles’: è pacifico, così come la sua famiglia. Adesso li andiamo a trovare… Mi raccomando, seguite i consigli che vi ho dato.” Le tempie echeggiano, le gambe vacillano… e non per la stanchezza. Attraversiamo un fossato unito in alto da un tronco secco: siamo nella foresta. Tra alberi e bambù di grandi dimensioni si intravede una macchia nera, immobile. Richard richiama ancora al silenzio e ci incita a proseguire. E’ l’avanguardia: un giovane gorilla isolato sta mangiando fresche canne di bambù. Una radura si apre e appare il resto del gruppo (almeno sei o sette elementi). Charles è  solo, seduto,  schiena tra le ortiche alte due metri osserva noi e il suo branco intento a mangiare; è immobile, sembra quasi ci stesse aspettando. E’ imponente – lo scout sostiene che dalle rilevazioni fatte, è alto, su due gambe, 1,70 e pesa 200kg –,  maestoso.

La striscia del Silverback è ben chiara, gli attraversa in senso orizzontale la schiena e gli muore sulla pancia. Ci avviciniamo ancor di più, siamo a tre metri da lui. La scorta è tesa, ci copre le spalle. Le evoluzioni dei più giovani sono improvvise; lo spazio intorno è ristretto, si riduce a piccoli sentieri che si intersecano tra di loro. ‘Nessuna via di fuga’, penso.
 
Mi giro intorno, e solo allora mi rendo conto di essere sceso sul pianeta delle scimmie: colmo di verde, di quiete, di tempo da vivere. I gorilla hanno conquistato il loro spazio senza colpo ferire. Hanno solo aspettato che noi, esseri superiori, distruggessimo il nostro di mondo, quello al di là del fossato, rilevando così il loro spazio scevro da ingerenze umane. Guardo Charles – incarnatosi in Zaius –  e mi par di sentirgli dire: “La zona proibita un tempo era un paradiso… e la tua genia l’ha trasformata in un deserto…”. Come dargli torto!

Una guardia mi passa una mano sulla spalla e fa per avvicinarmi ancor di più al gorilla: “èmmmmhhhh…èmmmmhhhh!!!…” ripete tre o quattro volte vicino al mio orecchio invitandomi, con lo sguardo, a fare altrettanto. Charles, tempo qualche secondo, emette lo stesso suono gutturale. Ma il suo di  verso, fa gelare il sangue… e non perché incuta timore… Solo perché, affascinati, intendiamo che questo bestione sta comunicando con noi; glielo si legge nel pensiero, attraverso gli occhi. Intende il nostro desiderio e ci consente di restare: umano. Il suo sguardo magnetico, compassionevole, rivolto a noialtri avidi curiosi: umano. Le mani, che lisciano ritmicamente il pelo sulla pancia: umane. Tumtumtutum… Un giovane esemplare si è alzato su due zampe e si sta battendo il petto; inizia a correre spezzando canne e arbusti; si ferma di colpo, come ad accertarsi se lo abbiamo ammirato nel suo gesto: umano. Stiamo un’ora tra il branco unito. Ecco poi  Charles che si alza, prende a camminare su quattro zampe dondolando sulle spalle: non emette più il verso amichevole. Richard ce lo fa notare: è ora di andare, il messaggio è eloquente: non ne vuol più sapere della nostra presenza. Gli esemplari più giovani si sono innervositi, reclamano silenzio e tranquillità. Uno di essi, passando nel nostro stesso sentiero ad andatura sostenuta, urta una gamba di  Lucilla. Lucilla si piega, si appoggia a me. “Tutto a posto!” “Sì sì… cavolo come pesa!” E’ proprio ora di andare.



– Ho vissuto oggi l’attimo della potenza e invulnerabilità assoluta. Ero un alveare migrante verso le fonti dell’alto con tutto il suo miele e le sue api –

Siamo fuori, di nuovo al sole. “Com’ è andata? Soddisfatti?!” “Bene penso, siamo tutti vivi!…Il gruppo di gorilla studiato dalla famosa – ora defunta, vittima di un bracconiere – Dian Fossey, dove si trova?!”  Richard indica un punto imprecisato verso il vulcano.  “Si trova lassù, tra quei boschi;  sei ore di cammino e con un po’ di fortuna lo si può incontrare. Il gruppo si chiama ‘Susa’ e prende il nome dal fiume che nasce dal vulcano. Il Silverback si chiama Poppy ed ha 38 anni. Tutto si sa di questa famiglia, anche che è guidata da tre Silverback ed è composta da  51 elementi…” “Tanti quanti ne conta il Coro degli Alpini!” “ Dicevi!” “No, niente, niente”
I campi bianchi di fiori di piretro delimitano il coltivato dalle pendici del Karisimbi. I trapper  sono lassù, dove le nuvole si  addensano e divengono bigie. “Pioverà!” “Noi siamo quasi arrivati”. Sono appena le 11.  Soddisfatti, ci apprestiamo alla base. L’andatura è minima; sobbalziamo su pietre aguzze ed insidiose. Un bambino affianca la macchina e ci mostra un disegno con al centro un gorilla; corre, accompagna l’andatura. “Eih!! Safari! Fermati  che voglio vedere il disegno… Dai che lo compriamo!” “No!!” risponde seccato “Quel bambino dovrebbe essere a scuola…” Lui continua a seguirci, a correre di fianco la macchina “Ma è un bel disegno…” “No! Deve andare a scuola!”  Si affretta dietro ancora per un po’; capisce che non compreremo il suo disegno; si ferma, imprecando contro l’autista insensibile. Piove e piove forte “Poverini, i trapper si stanno sciroppando il temporale!” Nessun commento, nessuna venia per Livingstone e Stanley. Torniamo in albergo appagati e infangati. Una inserviente ci impone pianelle da camera prima di entrare nella hall; ci renderà le scarpe questa  sera, pulite e asciutte. Domani, stesso luogo di ritrovo e medesimi comprimari: trapper, guida parco sherpa; unica eccezione, è che in luogo dei gorilla, troveremo le ‘Golden Monkey’ – scimmie dorate.

Colui che contò le ore,
costui seguita a contare.
Che mai conterà, dimmi? – P.Celan

Tutto si svolge in copia al giorno prima: sembra un dejà vu. Alcuni trapper hanno vestimenti diversi: indumenti  impermeabili. Non ne ho la certezza, ma mi par di conoscerne il motivo. Qualche starnuto echeggia qua e là, sparuti colpi di tosse: il temporale ha fatto le sue vittime… eheheh!!!. Il sentiero parte più in basso rispetto a quello di ieri; l’aria ha più sostanza, meno rarefatta. Guida, sherpa, bastoni e via a stanar le scimmie. La ‘gamba’ è fluida, il respiro dignitoso, così che, anche il percorso sembra più breve e meno impegnativo. Ci siamo già. La foresta di bambù è fitta, pare impenetrabile. I fusti raggiungono gli otto, i dieci  metri, imponenti. Ondeggiano, sfrondano dentro un rumore lucente; ma non è solo il vento a provocare ciò: “Guardate!” ci avvisa lo scout  indicando di fronte a noi “ Guardate! Eccole! Il branco supera le cento unità…” “Tante quante ne conta il Coro dell’Armata Rossa!” “Dicevi!” “No, niente… niente.”

Da distante, sembra uno sciame d’api; stanno raccolte, pochi gli elementi isolati. Superiamo un muretto che ha lo scopo di dividere i campi coltivati dalla foresta e ci dirigiamo su una radura che permette un’ottima visuale. Sono da tutte la parti. Al modo dei gorilla, spezzano il bambù e si nutrono della parte più tenera. Un guardiano chiama con la radio la guida; questa ci fa cenno di uscire dal bosco; lo seguiamo. Un buon numero di scimmie ha oltrepassato il limite permesso e si è diretto nei campi; stanno scavando la terra soffice. “Cavolo!! Mangiano patate?” “Purtroppo sì. Dico purtroppo perché i contadini non sono affatto contenti…” “E lo credo!”

Di ritorno, con i polmoni  compiaciuti e gli occhi pieni di bellezze. La guida si ferma nei pressi del villaggio; intorno piante con fiori rossi e qualche baccello. Ne prende uno, lo apre. “Sono fagioli?!” “Sicuro!, sono fagioli di montagna, crescono solo in questa parte del parco”  “Si possono acquistare da qualche parte?!” “Certo!, ma non qui; oggi magari… quando saremo in città.” In città, stop in un emporio a comprare fagioli viola dal sentore di ametista, rossi di rubino e di corniolo, gialli di resina d’ ambra: due chili a testa.

Dopo aver accompagnato la guida, Safari ci propone una visita al mercato di produzioni agricole. I mercati africani hanno sempre qualcosa da raccontare – si veda a proposito il bel libro di Marco Aime ‘La casa di nessuno’. Luoghi aperti, permettono sempre la possibilità di scambi interetnici e di superare le rivalità tra i diversi villaggi e comunità. Spazio femminile per eccellenza, concede alle donne un’ autentica autonomia. Il mercato di Musanze non è da meno. Frutta e colori, ortaggi e colori, bambini e colori, donne e colori: tutto si riunisce dentro un’identità unica e indivisibile.



– Nelle nostre tenebre non c’è un posto per la Bellezza. Tutto il posto è per l
a Bellezza

Bene.  E’ ora di pranzo; ci rinunciamo per far visita alla ‘Fabbrica di Birra di Banane’. Non sono un bevitore di birra, lo premetto, ma pensare di bere un birra fatta con banane miste a fieno di montagna…Beh!! Ci vorrà coraggio. Tre giovani donne ci accolgono con buone maniere. Camminiamo un centinaio di metri ed entriamo in un giardino curato: ombra e relax. Un tronco scavato  a mo’ di abbeveratoio e quattro seggiole, stanno al centro di un prato circolare delimitato da acacie abissine. Comincia il lavoro. Una delle ragazze – con fascia sulla schiena e sotto un bimbo dormiente –  scarica sopra una balla stesa a terra una ventina di chili di banane: gialle e verdi. A ridosso del mucchio odoroso, pensando d’ essere d’ impiccio, facciamo per allontanarci… Non abbiamo capito niente!  Dovremo essere noi a sbucciare le banane. Capito?! Brave le ragazze! Questo si potrebbe definire: professionismo… Coinvolgere il turista nella produzione, prima di assaggiare il prodotto.  Le prime due, le più mature, ce le mangiamo – visto che siamo senza pranzo -, le altre, ripulite, le gettiamo nel  tronco incavato (solo Lucilla non collabora; la donna le ha messo in collo la bambina ancora sonnacchiosa). Banane e fieno di montagna – non conosciamo le peculiarità del fieno – vengono mischiate da quattro braccia vigorose. E’ ora di assaggiare: dolce nauseabondo. Di lì a poco, ci fanno gustare il prodotto finito – un anno di invecchiamento – contenuto in una bottiglia di Heineken 33cc . Gustoso direi, colore ambrato et  fine perlage… Giustamente alcolico: se ne può (anche) fare a meno.

2° parte
Kigali e il genocidio (Viaggio al termine della notte)

Partenza per Kigali. Abbandoniamo Musanze. Appena fuori la città, sulla via maestra, un brulichio continuo e colorato contrasta con il ricordo della strada deserta percorsa all’andata verso il lago Kivu – era giorno di festa. “Diamine! Guardate queste biciclette… e questi ciclisti! Safari! ma cos’hanno dietro? Un portapacchi… un sellino, cos’è?” “Sì, quell’appendice serve per far sedere i trasportati… i clienti.” Ancor più sorpresi  “Quali clienti?” “Queste biciclette sono dei taxi… ciclo-taxi.” Poco dopo ecco una bicicletta, ad andatura sostenuta, con sopra due persone: il driver e una donna trasportata seduta sul sellino con entrambe le gambe verso la carreggiata. “Fantastico!, mai mi sarei immaginato una cosa simile. Hanno anche la targa?!” “Certo!, per svolgere questo servizio i ciclisti devono sostenere un esame; a cose fatte hanno il diritto di portare terze persone.”  Le biciclette trascorrono a decine; solo il driver  nel nostro senso di marcia, con clienti e cose, contrarie a noi. C’è un mercato nei pressi di un villaggio qui vicino; la gente sta tornando a casa, in taxi.

Abbiamo accertato che la bicicletta in Ruanda è un mezzo fondamentale; chi ne possiede una ha di certo un’attività: tassista o trasportatore di merci. Così allo stesso modo le motociclette (fabbricazione indiana) svolgono il servizio di taxi: stessa funzione dei cicli… con qualche costo in più, visto che marciano a benzina. Ora, mi è ben chiaro il motivo che giustifica l’assenza di ogni tipo di animale da soma o da traino… Se ogni servizio o necessità personale, lo assolvono con biciclette e motociclette!!… Gli animali non servono neanche in campagna: solo donne ricurve muovono la terra tra patate,  carote e distese di té… verde, come il ‘prato del vicino’ . Non c’è ombra di aratri.

Da un tornante libero da  fronde, avvistiamo Kigali. “La città delle mille colline”. Da questa veduta è ben chiaro il senso del nome acquisito dalla città.  Scendiamo ancora d’ un paio di curve e siamo già nella parte vecchia. Le abitazioni, in mattoni o pietra, con tetti di coppi – alcune – o di lamiera – molte -, arrancano sulle colline. La città è ordinata, pulita. Chiazze di verde curato ed alberi di eucalipto disperdono le abitazioni più basse.  La posizione della capitale, tra dolci poggi, permette di scoprirla pian piano; quando sembra morire e trasformarsi in periferia, eccola riapparire dietro un costone o lungo dolci declivi. La giriamo in lungo e in largo, salendo e scendendo – par di stare sopra le montagne russe. Il quartiere più in alto, da dove è possibile una stupenda vista, ospita ambasciate, palazzi di governo, uffici e ville dei più abbienti – peculiarità di chi gestisce il potere: stare sempre in alto. Ci riprendiamo il posto che avevamo lasciato qualche giorno prima nella Guest House Iris. Le papere di gesso appollaiate sul picco della fontana sono tuttora lì, così come il guardiano con il suo sorriso strozzato. Safari è ancora con noi  ( il suo compito terminerà nel pomeriggio, prima, ci accompagnerà a visitare il Museo del Genocidio.)

Entrati da una porta controllata da militi, ci dirigiamo verso l’ingresso del Museo alla Memoria. Silenzio intorno, sembra quasi che una mano ultraterrena abbia tolto l’audio a cose e persone.  Anche i nostri passi sono ovattati, così come brevi i nostri respiri: si vive entro una condizione estrema. Il tutto, il visibile e il percettibile, richiama al rispetto e al decoro, non c’è spazio per altro. Il museo (Gisozi genocide memorial) è ben strutturato e facile da seguire nelle 32 ‘via crucis’ – opera di architetti americani .  Un manifesto, al principio delle scale, ricorda la commemorazione del ventennale del genocidio: ‘Kwibuka 20, means… ricordo 20’, avvenuta lo scorso 7 aprile.  In attenzione, un addetto ci osserva mentre rimaniamo incuriositi davanti  la locandina appesa sopra la biglietteria…”C’era anche Ban Ki Moon, insieme al Presidente Paul Kagame… 30.000 ruandesi hanno preso parte alla cerimonia…”  ci voltiamo verso di lui, lo ascoltiamo in silenzio. “ Alcuni sopravvissuti hanno parlato della loro esperienza tragica e poi, e poi… ha vinto l’emozione, il ricordo; così che molte persone hanno iniziato a gridare, a piangere i parenti perduti…”   Si blocca, abbassa lo sguardo, non riesce più a parlare.

(Quegli eventi accaduti venti anni fa non sono ancora consegnati alla storia; lo si potrà mai fare?  Quelle grida salite dallo stadio di Kigali, hanno ricordato che la storia può contare le vittime, condannare i carnefici, ma non fermare il dolore)

– Se la vita potesse non essere altro che sonno deluso… –

Gli addetti  ci muniscono di un transistor da cui è possibili ascoltare il commento sui fatti avvenuti, presentati in ogni stanza –  ordine cronologico – su poster giganti o proiettati da piccoli schermi televisivi. Saliamo verso la prima stanza. Dopo un click, la voce comincia a narrare:
 
“ Il movente ideologico fondamentale, che porta al genocidio è il razzismo, infuso dai nuovi colonizzatori: i belgi…”

E’èèèè!!!, sa l’ha dett chi?! “ “…i belgi” “Ah beh! Sì beh!!” –

“Con l’appoggio dei belgi (che avvicendano nell’amministrazione  i tedeschi dopo la 1° guerra mondiale)  l’etnia Tutsi va al potere. I tre gruppi, Tutsi, Hutu e Twa vivevano insieme da almeno  cinque secoli… I Tutsi alti e magri carnagione chiara (abissini), gli Hutu tozzi e scuri… I Twa pigmei. Nel 1933, l’amministrazione coloniale belga promuove un censimento che introduce… LA CARTA D’IDENTITA’ CHE RIPORTA L’ETNIA: suddivisa con un documento la popolazione in Hutu, Tutsi o Twa...” (Ecco! il perché della reazione di Safari di fronte al litigio dei tre bambini a contendersi la penna!…”Non ci sono più etnie di appartenenza sui documenti d’ identità… Non ve l’hanno detto?!” Tutto è più chiaro, tutto torna)

“La pianificazione del genocidio inizia già negli anni ’80… Mette radici con la formazione, nel 1957, del Parmehutu, il partito che si propone lo scopo di assicurare il potere dell’etnia Hutu…Negli anni ’60 l’affermazione del partito porta all’abolizione della Monarchia e alla proclamazione della Repubblica… Gregoire Kayibanda,  instaura un regime razzista contro i Tutsi… Juvénal Habyarimana sale al potere nel 1973 con un colpo di Stato. Dopo gli accordi di Arusha ( in Tanzania, tra il presidente e il Fronte Popolare Ruandese) si delinea l’ Akazu (casetta), il potere formatosi dietro al Presidente, a sua moglie Agathe Kanziga e al suo clan familiare…”

Nel mentre si lascia una sala e se ne affronta un’altra, la voce registrata prosegue:

 ”Vengono organizzati e armati gli interahamwe, means: ‘quelli che lavorano insieme’;milizie Hutu irregolari. Dalla Cina si acquistano i machete; vengono redatte liste di esponenti Tutsi da uccidere; per coordinare e incitare gli Hutu a ‘completare il lavoro’ di sterminio degli “scarafaggi Tutsi”, viene lanciata ‘Radio Machete’, la Radio Televisione Libera delle Mille Colline. Il tutto con il sostegno finanziario e militare della Francia…”

E’èèè!!!, sa l’ha dett de chi?!! “…della Francia” “Ah beh! Sì beh!… Ah beh! Sì beh!! –

Il comandante canadese della Forza ONU in Ruanda, Gen. Romeo Dallaire, comunica (gennaio 1994) al quartier generale di NY ciò che sta per accadere. Il ‘veto’ americano blocca l’intervento internazionale…”

El veto de chi?!…Sa l’ha dett de chi?!! “…Il veto americano” “Ah beh! Sì beh!… Ah beh! Sì beh!! – 
“ …Il 6 aprile 1994 l’aereo del Presidente Habyarimana viene abbattuto da un missile mentre sta atterrando a Kigali. Accusati sono i Tutsi. E’ l’inizio del genocidio. Entrano in azione gli interahamwe. La radio coordina le operazioni. Anche le chiese vengono violate con la complicità di alcuni sacerdoti…”

Sa l’ha dett de chi?!” “… di alcuni preti” “Aaaaa!!! Preti!…   Ah beh! Sì beh! –

“Le cifre ufficiali   parlano di 1.174.000 morti in 100 giorni  (tra Tutsi e Hutu moderati). Migliaia le vedove, molte stuprate ed oggi sieropositive. 400.000 bambini rimasti orfani. 20.000 sono stati considerati i pianificatori (militari, ministri, sindaci, giornalisti, prefetti); 250.000 i carnefici; 250.000 le persone implicate negli atti di genocidio… Il 22 giugno i francesi intervengono con un’azione militare umanitaria; l’intervento viene però utilizzato dai giustizieri per proteggersi la fuga verso il Congo. Il 4 luglio Paul Kagame, a capo dell’esercito FP (Fronte Popolare) entra a Kigali”

“…Scusate… eih!!!” con Sandro ci guardiamo. “Ma dice a noi?!” E’ la voce che viene dal transistor: “La moglie di Habyarimana, la signora Agathe Kanziga, evacuata dai francesi a Parigi, 48 ore dopo l’inizio del genocidio, è tuttora residente indisturbata in Francia…”

Sa l’ha dett do?!!…Lasciamo perdere… Ah beh! Sì beh!!!”

L’una e l’altra porta

del mondo, aperte:
aperta l’una e l’altra
da te, nella notte bifronte.
Le udiamo sbattere e sbattere,
noi portiamo l’indefinito,
portiamo quel Verde nel tuo Eterno – P.Celan

Sfiniti, turbati , con l’ombra della Kanziga ‘ncopp a  capa’, arriviamo alla sala 32. La radio continua con voce fioca “…I motivi che rendono necessaria una riflessione sul genocidio… La lineare meccanica che li ha causati concorda con i comportamenti degli esseri umani ovunque essi risiedano… La radice di quegli eventi è nell’avidità e nel colpevole malfunzionamento delle istituzioni internazionali… La veste ‘tribale’ ne fu solo lo strumento, non il motivo scatenante…”

– Io non domando di che razza è un uomo; basta che sia un essere umano; nessuno può essere qualcosa di peggiore – Mark Twain

L’ultima sala – priva di numero – espone alcune sculture in legno di un autore a me ignoto (Kofi Setordji?); queste rappresentano uomini stilizzati: soggetti di varie persecuzioni. Nel corridoio d’ uscita –  per non dimenticare – appaiono immagini del genocidio armeno, dei campi di sterminio tedeschi, di Pol Pot,  Karadzic. Presumo sia solo questione di spazio, il fatto che su queste mura non siano presenti gli yankee americani e i conquistadores spagnoli. D’altronde, come non sapere che  l’appropriazione delle risorse di un altro Paese, nel processo di colonizzazione, passa attraverso il ‘necessario’ sterminio delle comunità indigene?!

Sa l’ha dett cus’è!!!… Sterminio… Olocausto… Ah beh! Sì beh!!!… Ah beh! Sì beh!! –

– Per chi operano i martiri? La grandezza sta nella partenza che vincola. Gli esseri esemplari sono di vapore e di vento –

Usciamo dal museo storditi, senza parole. Un grande prato sovrastato da un roseto ospita   fosse comuni ove sono sepolti i bambini vittime del genocidio; è su un gradone verde e ben curato. Davanti, sopra l’altra scarpata del fossato, appena velata da battiti di nibbi, la città che brulica, in silenzio.

– L’uomo è in grado di fare ciò che non è in grado di immaginare. Il suo capo solca la galassia dell’assurdo


Ecco l’occhio del tempo:

scruta torvo
da sopracciglio di sette colori.
Fuochi lavano la sua palpebra,
la sua lacrima è vapore.
La cieca stella vi si avventa a volo
e fonde a quel più scottante ciglio:
si fa caldo il mondo,
i morti
gemmano e fioriscono. – P.Celan

E qui finisce l’avventura del Sig. Safari. Siamo ai saluti sullo spiazzo della Guest House.

E’ ancora presto quando la mattina dopo arriva Fils, un assistente che opera per la ‘Casa della Pace e della Riconciliazione’ nel Distretto di Kicukiro, uno dei più poveri di Kigali ( Questa Istituzione benefica è inserita nel ‘Progetto Rwanda’. Il ‘Progetto Rwanda’ è gestito da una ONLUS laica impegnata dal 1996 a favore dell’infanzia, dei diritti delle donne e nella costruzione di una cultura di pace e armonia sociale. L’Istituzione ha iniziato un centro di formazione professionale. Qui le donne hanno accesso a corsi di inglese, cucito, cucina, artigianato ed imprenditoria; inoltre, recentemente, è stata avviata una scuola materna per la formazione prescolare dei bambini, una biblioteca aperta alla popolazione e una ludoteca).  Fils  farà da tramite per incontrare una persona ‘particolare’. Contattato un taxi, raggiungiamo il Centro, in anticipo; il nostro appuntamento è per le 11. I ragazzini della scuola ci stanno aspettando. La Direttrice li ha istruiti per l’accoglienza. In ordine e con tanta curiosità, ci accolgono con canti e salti. Sono bambini tra i 3 e 6 anni, orfani o figli di donne che hanno contratto l’HIV o  particolarmente povere. Sono fantastici nei loro vestimenti azzurri, dietro i loro sorrisi. Ci toccano, gradiscono una carezza, un buffetto sulla guancia. Ridono, si divertono nelle loro movenze da miliziani: c’è l’attrazione del muzungu oggi.

E la bocca sorta dal mare
Già emerge
Al bacio infinito – P.Celan

Alle undici arriva la sorpresa. Si tratta di un ragazzo – si chiama Richard ed ha 17 anni -, supportato finanziariamente  da una coppia di amici di Sandro e Marcella. Richard vive con il fratello e studia; è orfano. E’ visibilmente emozionato, stare a contatto con conoscenti di coloro che  gli permettono di vivere e studiare, gli dà una grande gioia.  Una grande gioia la proviamo anche noi, nel momento in cui rileviamo che i fondi destinati a questi ragazzi indigenti arrivano a buon fine.

Ce ne andiamo al cinema la mattina dopo: svago meritato. “Stanno girando un film – ci dice il tassista appena assoldato – proprio qui sopra, all’’Hotel delle mille colline’; se volete vi porto a visitare il set.” La troupe sta realizzando scene nella hall dell’Hotel. Ce ne andiamo in terrazza per non disturbare. Una piscina sotto; a bagno ragazzi biondi con calici in mano; quadri alle pareti… Kigali sullo sfondo limpido: tutto fa parte della scena. Distanti, appena percettibili, echeggiano le battute del protagonista Don Cheadle a colloquio con due reporter: “Non sei neanche un negro Paul… Sei solo un africano” – “Non sono venuti per restare; si accerteranno che tutti i bianchi se ne siano andati e poi, se ne andranno anche loro” – “Ottocento profughi…Chiama i francesi” – “ Sono dei codardi, il Ruanda non vale niente per loro… Nessun voto per i francesi nella loro patria” – “Nessuno verrà a salvarvi; dovranno arrossire di vergogna” – “Quanti atti di genocidio occorrono, per poter parlare di genocidio?!”

Un cameriere si avvicina a prendere ordini, si sporge dal balcone, vicino al nostro tavolo. “Quello lì ai bordi della piscina è il regista; si chiama Terry George, il titolo del film è ‘Hotel Rwanda’, la vera storia di Paul Rusesabagina, audace Direttore dell’Hotel des mille collines… Il dramma del Ruanda non fa breccia…”  sembra ci stia raccontando la trama “ Al mondo, come amaramente raccontano i reporter al protagonista, non interessa prendere coscienza del genocidio.” (Il film, Hotel Rwanda, è cosa vera; solo, è stato girato nel 2004 e non in nostra presenza… Consigliato.)

Se ieri abbiamo incontrato un ragazzo sponsorizzato da amici, oggi, avremo l’opportunità per tramite della responsabile dei programmi di sostegno a distanza, Ancilla Mukarubuga, di salutare un ragazzo assistito direttamente da Sandro e Marcella. L’appuntamento per raggiungere il collegio, dove studia e vive Teta Pacifique – il ragazzo in questione – è per le due p.m.. Ancilla è puntuale e ci raggiunge presso la Guest House. La signora gestisce l’Associazione – sempre operante all’interno del ‘Progetto Rwanda’ – UYSENGA N’MANZI. Prima di raggiungere il collegio, situato a 50 km da Kigali, visitiamo il centro operativo. Ancilla è un donna dinamica e forte, anche se, malferma a una gamba causa un incidente stradale in Burundi. E’ Vedova. Il marito e due figli maschi sono stati uccisi durante le violenze del genocidio. 

– O vita, dà ai vivi, se ancora è tempo, un po’ del tuo buon senso sottile senza la vanità che illude, e sopra ogni altra cosa, forse, dà loro la certezza che non sei accidentale e spoglia di rimorsi come si dice. Non la freccia è turpe, è l’uncino –

“Le attività dell’Associazione…” ci racconta  “si sono concentrate inizialmente sul sostegno a distanza degli orfani, un modo diretto per offrire un aiuto economico a migliaia di bambini traumatizzati dal genocidio e dalla guerra che nel 1994 ha lacerato il paese. Successivamente, l’impegno si è esteso verso altre categorie a rischio, con l’obiettivo di sostenere le persone vulnerabili attraverso interventi volti alla scolarizzazione dei giovani…” ci fa notare che un caso specifico è proprio quello di Teta Pacifique “alla formazione professionale delle donne vedove e senza lavoro, e al loro supporto psicologico.”

Non potremo vedere il collegio e Teta prima delle cinque. I ragazzi (400) hanno l’esame di fine anno scolastico. L’autista del taxi parla il kinyarwanda e il francese. E’ lui stesso a darcene notizia dopo mezz’ora di silenzio. Si tenta invano di avere informazioni su quello che stiamo vedendo scorrere dal finestrino del pick up, Il nostro francese scolastico non fa breccia.Stiamo scorrendo verso nord-est. La campagna, sempre ben curata, non mostra molte differenze con la zona ovest del paese. Qualche pascolo recinto, con sparute mucche, è l’unica novità. Una coltivazione intensiva di banane domina sul resto delle colture. Dopo un’ora siamo a destinazione. Lasciamo la principale e ci addentriamo nella campagna tra donne con zappa in spalla – è quasi sera ed è finita la giornata di lavoro – e uomini a spingere biciclette cariche di ogni ben di dio. Colline e colline; si sale e si scende, ma dolcemente.

Il convitto è disteso lungo la strada delimitato da un recinto in ferro; ha la fattura di un campo di scoutisti: diverse casupole, poco distanti tra loro, ospitano le aule dove si svolgono le lezioni, la mensa e le camerate per coloro che lo vivono a tempo pieno. Dall’ingresso principale, iniziano a uscire i primi ragazzi che hanno terminato la prova d’ esame. Ancilla ci fa strada, ora si può andare. Attraversiamo il collegio fino a raggiungere la sala di Direzione. Un insegnante, informato del motivo della nostra presenza, manda a chiamare Teta. Il ragazzo arriva e ci guarda stupito: nessuno lo aveva informato della visita. E’ silenzioso, spaventato; si guarda intorno a cercare sguardi che lo possano  rassicurare. Quindici anni, vive le sue giornate nel collegio; una volta al mese va a trovare la zia che vive a Kigali. La madre lo  trascura da tempo. Sieropositiva, vive in Uganda: lui non la cerca più: altre vittime degli effetti devastanti del genocidio. Marcella e Sandro, anche loro emozionati, cercano un dialogo per capire come sta, come si trova in quel luogo così lontano dalla capitale. Adesso sorride, si presta a qualche foto, accetta di venire con noi a prendere una bibita. Chiede se può portare un amico; fa capire che lo gradirebbe. Si va per la gassosa nell’unico  bar del villaggio. Ci sediamo, utilizzando tutte le seggiole disponibili.

“Come stai come ti trovi?” “Bene…” Ancilla legge l’imbarazzo e lo aiuta a scrollarsi di dosso una giustificata apatia. “Vai a Kigali ogni tanto?!” “Sì… una volta al mese vado a trovare mia zia…” “La scuola come va?!” Scrolla le spalle e sorride  “Ho gli esami questi giorni… Se mi vanno bene passo al corso superiore. Mi piacerebbe continuare poi… magari, frequentare l’università e studiare Economia Aziendale.” Si sta facendo scuro, dobbiamo rientrare. Prima di salire in macchina Sandro gli chiede: “Segui il calcio?!” adesso ride forte; guarda l’amico e ammicca: c’è motivo di discussione. “Sì, sono un tifoso del Manchester City… Il mio amico…” gli dà una botta sulla spalla a canzonarlo “è del Manchester United…”  “Ma riuscite a vedere le partite?!” “No, qui non c’è possibilità;  le seguiamo alla radio oppure guardiamo i risultati su internet, quando ci è possibile.” E’ buio; la gente trascorre ancora numerosa; guarda i due ragazzi in compagnia dei wazungu con una certa invidia… Chissà cosa pensa. “Ti va di darci la tua mail!..Magari quando hai il risultato dell’esame ci fai sapere…” Marcella prende appunto; è felice, sa che adesso ha un contatto reale. La strada è di tenebra, nessun astro luminoso, tantomeno luci artificiali. I fari della macchina illuminano qua e là ciclisti e podisti; questi si muovono in assenza di luce come se fosse giorno: i vantaggi delle abitudini. Una bicicletta con una dinamo attaccata ad accendere la lampadina, ci fa gridare al miracolo. “Cavolo!! Ma gli altri ciclisti, sapranno di averla!!” “Io penso di sì. Qui la strada è in salita… una dinamo a strusciare sulla ruota causerebbe più fatica. Forse il motivo è questo… forse… è il buio che nasconde i problemi.” Già! Il buio… Non vedere dà sempre quella illusione che di là dalle tenebre ci sia qualcosa di migliore, se non altro di diverso… Accende la speranza… Il buio.

Guardo l’autista. Lui non guarda nessuno, non parla e allora io mi butto…”This way… No, no… Quest vie è dans le noir e… est pleine de cyclistes… avvertissement!! ” Esclamazione generale: stiamo comunicando. L’autista ha un sussulto; mi guarda e prosegue:“… dans le noir de la nuit.” “A quelle heure… nous arriveron a la maison?!” – tripudio – “Parmi heure” Gli do una pacca sulla spalla; non ho capito ma siamo contenti. “Strada” “Rue” “Albero” “Arbre”…”Arbre que… vent…” Il driver oramai eccitato,  pronuncia qualche parola a caso in francese, poi le traduce in kinyarwanda e pretende  che io le ripeta in italiano e in inglese: è una gazzarra. Una sarabanda di locuzioni insignificanti , quantomeno incomprensibili, echeggiano nell’abitacolo.  Siamo a Kigali. Il mio francese ora è più fluido e l’amicizia con il simpatico autista è diventata pura e inossidabile. Appena fermi, ci stringiamo la mano  per scambiarci reciproche congratulazioni. Nel lasciarci, ha avuto il coraggio di dire:”Maintenat je parle quatre langage.”

Siamo giunti alla fine. Domani c’è ripartenza ma prima faremo visita al “President Park Museum”.

6 aprile 1994, l’aereo presidenziale viene abbattuto da un missile mentre è in fase di atterraggio. Habyarimana è di ritorno da Dar es Salaam, dove ha concordato una nuova formazione ministeriale. Ad oggi nessun colpevole, anche se il colonnello Théoneste Bagosora e la moglie del presidente, Agathe Kanziga, sono sempre stati i principali indiziati.

Entriamo nella casa museo. La villa presidenziale è rimasta immutata da ‘quel’  6 di aprile. Il giardino che la circonda è ben curato; sembra quasi ancora di sentire i cinque figli correre tra papaie e manghi, giocare a tennis o sguazzare in piscina. L’interno casa è un labirinto di vie di fuga. C’è una cappella nel sottotetto, una palestra, un grande salone al piano terra; ma niente fa pensare a una casa presidenziale, anche se siamo in Rwanda e non negli USA. Misteri. La guida riflette solo misteri. Chi era Habyarimana?!… Chi la moglie?! I francesi hanno avuto parte in quello che è successo?! – Misteri. Quando si entra nel campo – ora sorvegliato da militari e rinchiuso dentro un muro di mattoni e cemento – e si vedono i pezzi sparsi dell’aereo abbattuto, si ha la sensazione che il fatto sia avvenuto qualche giorno addietro. Uno dei motori è adagiato sul prato a cinquanta metri dall’ingresso della villa, dopo essere piombato, quel 6 di aprile, sopra un sicomoro gigante. L’aeroporto è a circa un chilometro di distanza. Regolarmente, ogni dieci minuti, un Boeing ci passa  un palmo sopra la testa… Vien da scansarsi.

Boeing 747 Ethiopian: ci siamo dentro. Dall’oblò si vedono scorrere i laghi del Kagera National Park, al confine con la Tanzania tracciato proprio dal fiume Kagera. Lo seguo con lo sguardo fin che va a morire dentro il lago Vittoria. Il lago sembra un mare tanto è grande; siamo a 8000 metri sopra, ma il bacino è ben visibile tracciato ai bordi da nuvole basse. Pretendo troppo nel cercare le cascate di Ripon,  sorgenti del Nilo Bianco. Le vedrò un giorno… da terra. Socchiudo gli occhi nel mentre aspetto. Due uomini s’ incontrano nei miei pensieri: “Dr Livingstone, suppongo?!” Niente di che, è solo Stanley che ha scovato Livingstone… Anche se la sponda, dove la risacca sta in silenzio,  è quella del lago Tanganica.  

 – Vita che non può né vuole piegare la sua vela, vita che i venti riportano stremata al vischio delle rive, eppure sempre pronta allo slancio oltre l’ebetudine, vita sempre meno ‘arredata’, sempre meno paziente, assegna a me la mia parte se tanto è ch’essa esiste, la mia parte giustificata nel destino comune al cui centro la mia singolarità fa spicco ma serba l’amalgama –

– Un grazie a Paul Celan che ha collaborato a sua insaputa con dei versi tratti dalla raccolta di poesie “Di soglia in soglia” (e da qui il titolo del racconto).
– Gli aforismi, e tutte le ‘verità’ riportati in neretto, sono di René Char – fogli d’Ipnos
– Le foto: Lucilla, Marcella, Fausto, Sandro

  Se qualcuno desiderasse avere ulteriori informazioni sul funzionamento dell’Associazione UYISENGA N’MANZI, può rivolgersi ad Ancilla Mukarubuga ai seguenti recapiti:

www.uyisenganmanzi.org
uyisenga@gmail.com
mukarubuga@gmail.com
Tel/Fax 250 252 585 462  

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