L’abito non fa il monaco

di Franco Talozzi –
L’ufficio dell’agenzia era chiuso. Eravamo arrivati a Roma che ancora era buio. A piedi raggiungemmo la sede dell’Ital-Tour, adesso non ricordo più il nome di quella via. Otello era il compagno di viaggio.
Andavamo in Russia per la prima volta. Nell’attesa vedemmo giungere un uomo: camminava lentamente e dondolando qua e là. Era vestito alla buona, sulla testa portava un cappello di paglia sgualcito, sulla mano destra una valigetta tutta scolorita. L’uomo, sulla sessantina dava l’impressione d’essere un lavoratore o un contadino. Si fermò davanti all’ingresso dell’agenzia, lesse qualcosa che era scritto sul vetro della porta, con la mano sinistra s’aggiustò il cappello poi, si rivolse verso di noi che ci trovavamo dall’altra parte proprio di fronte, dicendoci: <anche voi andate in URSS?>. Gli fece cenno di si con la testa, perché in qell’istante il rumore d’un auto copriva le nostre voci, poi con voce bassa dissi ad Otello: <vedi quel “Bastiano” è senz’altro un lavoratore, un comunista che da sempre sogna di vedere la Russia>. Si, si disse Otello: <quello ha proprio l’aspetto del poveraccio che ha sofferto tutta la vita, lo si vede dalle rughe sul viso>.

Con oltre due ore di ritardo, causa una sciopero improvviso, alle undici precise partimmo in volo per Mosca Prima di imbarcarci, avevamo conosciuto gli altri componenti del nostro viaggio.
L’uomo col cappello si chiamava Vittorio Forti. A Mosca, appena arrivati in albergo, Vittorio ci venne vicino e ci disse: <voi siete Toscani, vero…, si sente dal vostro parlare e scommetto che è la prima volta che viaggiate, lo desumo dal vostro abbigliamento, tutti così bene agghindati>. Rimanemmo sorpresi e turbati da quelle affermazioni, ma il Forti continuò: <è toscani.ditemi la verità, quando sono arrivato stamattina all’agenzia avete detto sottovoce: mira quel contadino, poveretto vestito alla meglio, chissà quanto brama visitare la Russia.è vero l’avete detto?>. Noo! Gli rispondo io, ma cosa sta dicendo signor Forti, noi parlavamo d’altro. <Su, via dite la verità, è vero che avete espresso quei giudizi, come è vero che voi viaggiate per la prima volta. Quando si gira il mondo, come faccio io, ci si veste comodi senza tante rifiniture e cravatte!>.
Non continuammo la discussione volutamente, ma in verità il Forti ci stupì non poco.
Durante il soggiorno a Mosca ci raccontò la sua vita.

Si era vero, aveva fatto anche il contadino in gioventù. Ma iniziando a lavorare nell’immediato dopoguerra sul settore dell’edilizia, aveva smesso alla fine degli anni sessanta, accumulando una vistosa ricchezza. Non ce lo disse, ma noi supponemmo che simpatizzasse per il comunismo, tanto da visitare anno dopo anno tutti i Paesi del cosiddetto “socialismo reale”. I suoi viaggi non si limitavano solo a quelli, perché ara andato in Africa, America, Asia, insomma girava per il mondo intero. Ci confessò che voleva spendere tutti i suoi averi prima di morire, essendo rammaricato che l’unica figlia avesse sposato un aderente al Movimento Sociale Italiano.
Che abbaglio avevamo preso! E’ proprio vero il proverbio che dice “l’abito non fa il monaco”.
Con Otello commentammo l’accaduto e ricordo che la discussione durò a lungo.
I giorni che seguirono non si spense in noi l’èco di quei giudizi sbagliati sul Sigr. Forti.

Il programma del viaggio prevedeva che la mattina si facesse la visita alla città con la guida e su precisi itinerari, mentre il pomeriggio eravamo liberi. Le mie letture su Mosca mi permettevano di sapere che si poteva liberamente visitare ad esempio: l’esposizione della scienza e la tecnica ad Ostankino, o la biblioteca Lenin, o la galleria d’arte Tret’yakov, o andare a passeggio al parco Puskin. Così i pomeriggi andavamo qua e là da soli a visitare quello che più ci sembrava interessante. Seguivano tra noi accese conversazioni per le via di Mosca che non potrò mai dimenticare, tant’erano vivaci.

Otello, pur votando comunista, non era mai stato iscritto al partito; il suo carattere libero e contestatore lo faceva assomigliare più ad un anarchico che ad un comunista militante. Non aveva mai letto libri o saggi sul comunismo od altro, ma i suoi ragionamenti si fondavano sull’ esperienza vissuta. Da giovane aveva sofferto e la sua posizione sociale, adesso buona, se l’era dovuta costruire da solo.

A quel tempo, il partito era per me un punto di riferimento ideologico, com’è oggi il Corano Sacro per un talebano, perciò gli contestavo i suoi severi giudizi su quello che andava vedendo e spesso disapprovando. Invece a i miei occhi tutto era bello, tutto funzionante. Ogni cosa la riconducevo alla realtà socialista, alla costruzione di una società più giusta e intanto non vedevo le pecche che invece Otello vedeva partendo dalle cose più semplici.
Allora gli elencavo a memoria un’infinità di nomi e di eventi: <ma tu lo sai quello che la Russia ha sofferto quando i tedeschi la invasero nel 1941? Ha subito venticinque milioni di morti. L’eroismo del suo esercito ha permesso, dopo la vittoria di Stalingrado di vincere la guerra contro Hitler. Vedi là, quella è la statua del generale Zhukov? Egli per primo fece sventolare la bandiera rossa sul Reichstag a Berlino. L’Unione sovietica lotta per la pace nel mondo, contro il capitalismo guerrafondaio. Il pacifismo sovietico è iniziato da Lenin che dopo la rivoluzione d’ottobre firmo subito a Brest-Listov nel 1917 la pace. Non conosci l’eroica resistenza della città di Leningrado all’assedio dei nazifascisti per oltre novecento giorni che causò oltre seicentomila morti? Non le sai tutte queste cose?>



Otello mi rispondeva alla sua maniera: <Me ne importa una bella di tutte codeste parolone; intanto le vedi là, quelle povere donne che spazzano con le scope tutte sbrindellate; da noi non ci pulirebbero neanche lo stallino dei maiali, qui ci spazzano la piazza Rossa! O sti’ pori cristi, non li vedi? Hanno le cravatte che assomigliano ad una vipera rinsecchita, e le scarpe tanto misere che da noi non le mettevano neanche i nostri nonni al tempo della miseria! E’ tu vedi tutto rosa ma a me non mi pare che sia così tutto bello ed efficiente>.

Le discussioni duravano a lungo e anche in albergo i nostri ragionamenti continuavano. Tutto quello che vedevamo ci interessava e veniva passato sotto il nostro giudizio e le nostre considerazioni. Trascorsero i sette giorni senza che ce ne accorgessimo, tanto eravamo interessati ad osservare, conoscere, e valutare. Poche volte nella vita m’è capitato di viaggiare con un amico simpatico e curioso, con il quale sono riuscito a discutere su cose ed eventi tanto importanti. Quel viaggio in Russia alla fine degli anni sessanta mi è rimasto impresso nella memoria; soprattutto le contestazioni di Otello contribuirono ad aprirmi un percorso di riflessione e a giudicare le cose con più realtà e senza il paraocchi. F.t.

Mosca-Ivgesk – Il Viaggio

Arriviamo alla stazione in taxi sotto un cielo plumbeo; ad intervalli scende un nevischio sottile e pungente come chicchi di riso. Tira un vento gelido e fa molto freddo. L’aria che si respira è a dir poco nauseante: folate di bianchi vapori escono dalle tubature per la combustione dei riscaldamenti e dal traffico veicolare attorno alla stazione.

Abbiamo camminato tutta la mattina per le vie di Mosca, curiosando e facendo piccoli acquisti: qualcosa da mangiare durante il lungo viaggio che ci condurrà da Mosca Ivgesk, negli Urali. La stazione è immensa; da qui partono i treni per il Kazanckistan e per il nord-est asiatico. Penso che la costruzione risalga pressappoco agli anni trenta; lo desumo dall’architettura e dalla pesantezza dei fregi e delle bordature, tutte inneggianti al comunismo ed a i suoi fondatori. All’interno c’è un formicolio di persone che vanno e vengono, in ogni sala d’at- tesa si vedono viaggiatori provenienti da i luoghi più lontani di questo immenso paese. Incuriosisce l’occhio d’un occidentale, la varietà dei colori dell’abbigliamento e la foggia dei loro abiti: si va dallo stile europeo a quello dei paesi di re- ligione islamica e buddista, per finire all’abbigliamento centro-asiatico (momgolo- indiano). La stazione ha l’aspetto di un mercato cosmopolita all’aperto, con l’eccezione del silenzio che qui regna tutt’attorno, e questo è davvero sorpren- dente per noi italiani, abituati a parlare ad alta voce e spesso a schiamazzare in simili luoghi. L’impressione che se ricava è ancora una volta quella di un popolo abituato alle sofferenze e con tanta pazienza e molta sopportazione. I passeggeri sono preparati ai sacrifici dei lunghi viaggi; portano con se le cose più semplici ed inutili: pacchi, scatole legate con cordicelle, borse rattoppate e valigie di cartone stampato.

Le valigie mi ricordano quello dei nostri nonni, che le conservavano per tutta la loro vita, perché erano state acquistate nell’unica occasione di un viaggio tanto sognato. In una grande sala, forse più distinta, con le pareti rivestite di legno di betulla e con il servizio di ristorazione, acquistiamo dolci che mangeremo durante il viaggio. M’incuriosisce la signora che sta dietro il bancone del bar: non più giovane, grassottella e bionda, s’affretta a servirci, riservandoci tanta gentilezza e con ripetuti sorrisi, ci lascia intravedere i denti incapsulati d’oro. Dal soffitto, pendono grandi lampadari di cristallo, fatti a forma di spiga di grano i quali spandono una luce fioca e giallognola: non so il perché, ma in Russia dappertutto la luce è bassa e contribuisce ancora di più a creare un senso di tristezza e squallore.

In fondo alla sala, di fronte al banco della ristorazione, spicca su tutto una gigantografia di Lenin appesa alla parete; penso che sarà presto rimossa e quindi ho scattato una foto a ricordo di un tempo e della storia. In Russia, la fotografia è tenuta in grande considerazione; a differenza di altri Paesi che ho visitato (America Latina ad es.), i cittadini qui ci tengono essere ripresi. Spesso negli incontri, al ristorante o nelle case private, mi chiedono di far loro delle fotografie; penso che tutto ciò dimostri il desiderio di conoscere e sviluppare relazioni sociali, così anche una foto può essere l’occasione per rompere la monotonia e l’isolamento. Faccio questa osservazione, perché quando ho scattato la foto al poster di Lenin, molte persone hanno cercato d’essere ripresi. Seduto su una specie di cassapanca, un vecchio con la barba bianca come un “babbo natale”, toglie da una busta di carta gialla tutta unta, un pollo arrostito, ne strappa una coscia e la porge ad un ragazzino. Il piccolo, di circa otto anni, comincia a mangiare avidamente, mentre l’anziano – che presumo sia il suo nonno – gli passa una mano sopra la testa. Un militare, di non so quale arma, dalla statura alta e dalla fisionomia asiatica, tiene a braccetto la sua ragazza; di tanto in tanto la bacia e l’accarezza. La giovane è molto bella e veste una gonna rossa, corta e larga; assomiglia a una bambola. I due camminano avanti e in dietro, lei si muove graziosamente come mimasse piccoli passi di danza classica. Ne ricevo un ottima impressione: le persone che gli sono vicino non danno segni d’interesse o fastidio per quei gesti d’amore, è tutto per loro naturale. Sedute al centro della sala, osservo quattro persone: tre uomini che calzano lunghi stivali di cuoio ed una donna grassa e tonda, con uno scialle giallo avvolto intorno al viso che gli cade continuamente, lasciando scoperta la faccia, rubiconda come una luna piena. Tutti mangiano i semi di girasole e sputano le bucce per terra; tirano fuori i semi dalle tasche dei pantaloni, l’uomo più anziano con i baffi neri alla Stalin, ogni tanto ne porge una manciata alla donna che senza perdere il ritmo li sbuccia velocemente con i denti. Ai piedi dei quattro, ci sono tante bucce come se al loro posto vi fossero stati un branco di pappagalli.

Ormai siamo giunti al momento della partenza, sono le diciotto: ci avviciniamo ai binari, dobbiamo prendere la carrozza numero sette; fa buio quando saliamo sul treno. Il controllore è un omaccione alto e tarchiato, sulla cinquantina; a i baffi folti e neri e si da un importanza come fosse il comandante di una portaerei. Ci scruta con curiosità senza darci l’impressione di farlo, ci controlla i biglietti e c’invita a prendere posto dicendoci: <pagiaosta> (prego). La carrozza è un vagone letto, ospita nelle cuccette cinquanta passeggeri, su ogni scompartimento ci sono quattro posti. Sistemiamo i nostri bagagli, diamo un primo fugace sguardo all’ambiente, e vediamo che i viaggiatori sono per la maggior parte giovani. Alle diciotto e quindici il treno si mette in movimento, inizia per me il più lungo viaggio in treno della mia vita, durerà circa 28 ore; sulle Ande peruviane avevo viaggiato in un trenino, dalla città di Puno sul lago Titicaca a Cusco, l’antica capitale Inca per 14 ore, quindi adesso raddoppio. Natascia, la gentile interprete che ci accompagna, ha sempre fame: non ho mai incontrato una donna così, con tanto appetito! Mangiamo i dolci che abbiamo poco prima comprato, poi sistemiamo le cuccette, facciamo prove e controlli per assicurarci che dormiremo bene e soprattutto che nessuno ci prenda la nostra roba. Ora il treno corre veloce: fuori è buio, qualche fioca luce nelle stazioni che sorpassiamo, rischiara il paesaggio che è ricoperto di neve. Per dormire è ancora presto; allora con Natascia si tenta una traduzione poetica, dal russo all’italiano, del poeta Esenin; per più di tre ore c’improvvisiamo letterati. La poesia è molto bella e triste, allude al suicidio del poeta stesso. Natascia mi dice che è stata recentemente musicata dal più noto compositore e cantante oggi in voga in Russia. E’ notte profonda, ora sul vagone tutti dormono; sento russare Carlino e lo sferragliare del treno che corre sull’immensa pianura imbiancata: Fuori appare una tenue luce: la luna piena è appena apparsa, uscendo tra le nubi grigiastre.

Stiamo attraversando il Volga e abbiamo oltrepassato la città di Kazan. Ricordo di aver letto che a Kazan c’è una rinomata università dove ha studiato Lenin; mi piacerebbe visitarla, forse un giorno ci andrò. Ora osservo in tutta la sua bellezza il paesaggio che avevo immaginato leggendo le opere dei grandi narratori russi. Guardo dal finestrino, scostando le tendine trinate; la foresta m’appare nel biancore di uno stupendo scenario, e le betulle ischeletrite e dritte come misteriosi fantasmi brulicanti nella notte. I miei compagni di viaggio dormono, io non ci riesco: sono affascinato da quello che vedo e da tanti ricordi che mi passano per la mente. L’alba s’annuncia rischiarando il cielo; qualcuno tossisce nella cuccetta accanto, Carlino a smesso di russare e sta accendendo una sigaretta, Natascia dorme ancora profondamente.

Il treno si ferma con strascicato stridulo dei freni; ci sono lavori in corso, i viaggiatori si svegliano e ricomincia il movimento e l’animazione nella carrozza: tre giovani con i capelli neri e folti, tenendo ciascuno un asciugamano sulle spalle si dirigono in direzione del gabinetto, altri accendono sigarette e fumano sul corridoio, altri ancora si stiracchiano scendendo dalle cuccette. Adesso anch’io sono in piedi davanti al finestrino; di fronte vedo un villaggio: le piccole isbe sembrano sprofondate sul manto nevoso. Due uomini che indossano pellicce con cappuccio, camminano sul sentiero che conduce ed un fabbricato e un cane lupo corre avanti e indietro a loro, alzando spruzzi di neve che scintillano nelle prime luci del giorno. In lontananza, oltre il villaggio, si scorge una ciminiera; il fumo che esce si condensa nell’aria gelida e forma una scia lunghissima grigio-cenere che il vento trasporta lentamente in direzione opposta al nostro viaggio. Un branco di cornacchie vola lungo il margine della boscaglia, vicino alla ferrovia; una di loro si posa sul manto nevoso beccando qualcosa, poi gracchiando riprende il suo volo. Il treno riparte; nella carrozza ora c’è molta animazione, Natatscia è scesa dalla cuccetta, sta parlando con alcuni giovani e intanto mangia qualcosa. Le chiedo di dove sono quei giovani e cosa fanno; Natascia mi dice che sono apprendisti meccanici e che studiano a Kazan e stanno tornando a casa nella repubblica del Kazakistan, nella città di Alma-Ata. Uno di questi giovani s’avvicina e mi chiede qualcosa; ha grandi occhi neri, capelli folti e spettinati, si muove con timidezza, mi guarda con interesse e continua a parlare quasi sottovoce. Chiamo Natascia, le dico che faccia da interprete e dopo che ha ascoltato quello che il giovane dice, mi traduce: lui vuole sapere se alla torre di Pisa sono state fatte le iniezioni di cemento o altre cose tecniche. Rimango stupefatto per l’insolita domanda e rispondo che non posso dirgli nulla di preciso, so soltanto che la torre ha bisogno di lavori per il suo consolidamento. Ho l’impressione che non sia rimasto soddisfatto; vorrei chiedergli altro, ma lui ringrazia quasi inchinandosi e s’allontana. Con Carlino e Natascia discutiamo di tante cose: dei funghi porcini che andiamo a vedere; degli Admursi, i cittadini di Ivgesk; dei tartari e di come so strutturate le Repubbliche autonome degli Urali; e di Giaikoschki, nativo di queste terre. Ogni tanto qualcuno va a prendere in fondo alla carrozza l’acqua bollente per preparare il thè, c’è un via vai continuo. Un giovane intona una canzone popolare e ritma il tempo battendo un cucchiaio sul vetro del finestrino. Comincia di nuovo a far buio, si vedono le prime luci della città: Natascia ci dice che stiamo arrivando, dopo poco il treno si ferma nella stazione di Ivgesk.

Dal taccuino d’appunti nella Dacia di Isolda la sera del 07-011-1991

f.t.Ivgesk

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