La mia…

di Enzo Nicolodi – 
“Salvadoregno! Denuncia ogni atto di violenza che subisci, telefona subito al 52121! Las Fuerzas Armadas sono con te…”
La gracchiante radio dell’ autobus lo sveglia. Mille pensieri gli balzano in testa; frenetici come un nugolo di mosquitos impazziti per la pioggia. Il confine basso tra il Guatemala ed El Salvador, quello che costeggia le immense onde del Pacifico, è passato da un po`.
Tra le basse nuvole sono scomparse anche le tracce striate dei Foker in rotta verso le capitali martoriate del centro America. L`aria si fa sempre più umida. Tra le punte ricurve delle agavi si scorge una lunga spiaggia nera ; appare ad ogni sobbalzo e poi scompare.
Maledetti bastardi!
I controlli sono stati assillanti: I bagagli attentamente perquisiti, i pacchi rudemente aperti e tante domande .”…di cosa parlano questi libri? ”…Dove stai andando? gli aveva chiesto minaccioso un miliziano aggiungendo provocatoriamente “..sei giornalista, fotografo o che cazzo d`altro?”
I passeggeri del suo pullman si erano radunati in fila, sotto una tettoia di lamiera bollente. Testa bassa e bagagli in mano, avevano finto di non badare a lui. Solo finto.
Maledetti bastardi!
In Salvador i militari odiano i giornalisti, perchè ficcano il naso dove non dovrebbero, fanno domande indiscrete sugli squadroni della morte, portano nel mondo le parole e le immagini degli eccidi, delle morti, delle continue violazioni dei diritti civili.
Maledetti bastardi!
Un sobbalzo più violento del solito lo riporta al presente.
L’altopiano del Guatemala, si è definitivamente allontanato lasciando il suo posto ad un orizzonte infuocato dal sole del tramonto. L’autista intona un improvvisato merengue e lancia sullo sterrato la vecchia e cigolosa corriera. Mancano gli ultimi torridi chilometri per raggiungere la capitale. Il fumo della corriera si confonde con la nuvola polverosa che ci segue fin da Guatemala City.
Ma dove andrà tutta questa gente? Gli viene da pensare.
Guarda i passeggeri, rannicchiati precariamente su posticci sedili di legno nel corridoio della vecchia corriera. Altri sono in piedi, in serissimi ma impolverati abiti neri. Afflitti, sfuggono il suo sguardo. Guardano oltre il fango rappreso sui finestrini .
E lui Il “gringo”, dai capelli biondi e dagli occhi azzurri, rincorre quegli sguardi fin fuori, sul margine della strada dove scorrono grandi fotografie a colori : una bambina con le stampelle, poi un giovane soldato, quindi una famiglia intera :tutti vittime delle mine. Non pubblicizzano un nuovo prodotto ma la guerra; quella giusta.
Il messaggio è provocante: “Ecco le vittime della guerriglia. Ecco i loro diritti civili”
Maledetti bastardi!
Distoglie lo sguardo. Una improvvisa frenata anticipa che sta arrivando a destinazione.
Un ampia curva a gomito presa in velocità fa ringhiare i copertoni sull` asfalto e l ’ autobus sbuffante entra nel TICA Terminal BUS di San Salvador, lasciando sull ’ asfalto una lunga scia d ’ olio.
Scende.
Il passo incerto dopo ore di viaggio. La borsa abbandonata sulla spalla. Si affretta verso l’unica cabina telefonica disponibile. Non passa inosservato nella ressa serale che si raccoglie ad ogni arrivo in attesa di notizie, merci o vittime . Volti segnati dalla durezza della vita. Profili indiani dalla pelle nera. Occhi a mandorla dalla parlata spagnola.
Lo squadrano da capo a piedi. Valutano tutto, dalle scarpe di cuoio italiano fino al contenuto di quella strana borsa appoggiata sulle sue spalle.
Immaginano la sua provenienza. Indovinano che cosa faccia. Leggono sul suo volto un tremore. Debolezza d’un attimo che subito scompare.
Un numero dopo l’altro ed il telefono squilla inutilmente.
Rimane il taxi come ultima risorsa.Un cenno con la mano libera e…
“Senti, portami in un hotel dove non ti tagliano la gola per 10 dollari ?” Dice.
Il tassista, delinquente come lo sanno essere solo i conduttori di auto pubbliche in America Latina, annuisce e così per una decina di colon, il doppio del prezzo normale, lo scarica, davanti ad un fatiscente Hotel Capri, poco oltre la Plaza Central dietro la Iglesia Catedral Metropolitana.
La notte trascorre furiosa. Scossa da un terribile uragano che presto si trasforma in tempesta e lascia al mattino le vie di San Salvador luccicanti e purificate dai mille rivoli che scendono dalle colline e dai barrancos abitati della zona alta.
Pozze enormi si sono formate sulle strade del centro e nelle pozze si abbeverano i colombi, giocano i bambini e raccolgono acqua le donne del quartiere in una corale sinfonia di ruoli e gesti che sembrano antichi, usuali. Con passo deciso il gringo attraversa il piccolo lago a forma di cuore malato. I colombi a gruppi prendono il volo, i ninos alzano il capo dalle loro barchette di fradicio cartone e le donne continuano a riempire i loro secchi colorati, incuranti del suo passaggio.
Le ombre delle case coloniali del centro sono ancora lunghe sullo zocalo quando sale sull’autobus Ruta 52 quello che porta ai piedi del volcan San Salvador di vedetta sulla città.
Il vecchio centro diroccato, quasi all` improvviso si innesta su un ampia zona residenziale.
Ville protette da alte cancellate e circondate da frondosi giardini in cui svettano alti pini ed abeti fiancheggiano la strada in salita. Qui l`ultimo disastroso terremoto non ha lasciato segni del suo passaggio e tanto meno, pare, la guerra.
A poca distanza inizia la “Zona rosa”, dove vivono gli alti gradi militari e i funzionari delle ambasciate e naturalmente le famiglie ricche e potenti. Discoteche, ristoranti, bar e gelaterie. Belle macchine e bella gente. Una specie di Beverly Hills salvadoregna. La Ruta 52 vomita i pochi passeggeri sull’asfalto ancora bagnato del marciapiede ed “il gringo” con loro. Si guarda in giro.Davanti ad un bar affollato ,con agilità, salta su una panciuta Early Davison, mette in moto e fugge. Via, verso la cima del vulcano.
L’aria pungente di questa giornata ancora precoce lo sferza e lo riaggiusta da un viaggio scomodo e da una notte insonne. La motocicletta sfreccia sul sentiero sassoso che da S. Tecla porta al baratro del vulcano. Dalle pozzanghere si levano in volo centinaia di farfalle.
Ai lati del percorso sfuggono alla vista, le casette di tufo nascoste dietro ombrosi giardini di caffè, chiazzati da ibiscus in fiore, da orchidee di montagna, da fasci di gigli carezzati dalla luce del sole.
Tra i bananeti che ombreggiano le preziose piante del caffè di tanto in tanto spunta il viso allarmato di qualche soldato in pattuglia sulle falde del vulcano.
Raggiunge la vetta del vulcano. Lo spettacolo dalla cima è inebriante. Si affaccia da un lato sulla bocca spalancata del cratere coltivato a terrazze e segnato da una ragnatela di esili sentieri che si inerpicano lungo le pareti interne. Percorsi battuti per secoli dai passi regolari dei campesinos.
Una fascia verde bottiglia attraversa la gola, una macchia verde mare le interrompe il cammino. Un appezzamento verderame si abbraccia con una foresta di giovani abeti in un mosaico di colore a diverse gradazioni.
Sullo sfondo, come spruzzate disordinatamente, minuscole figure color della terra affondano la zappa , alzano al cielo un vecchio rastrello, strappano radici e liberano i campi dalle antiche pietre laviche.
E fuori, ai piedi del cono ,dalla cui cima pare di vedere l’intero Centro America, la metropoli trema per il calore delle sue infernali strade ogni giorno in subbuglio.
A ondate, il frastuono della vita, portato dal vento, sale fin lassù. Di tanto in tanto è spezzato dai richiami degli abitanti dei miseri villaggi adagiati sulle pendici e dalle acide grida degli zopilotes che in ordine sparso volano sulla vasta discarica sottostante.
Non ha fretta, inala con pienezza le immagini che gli si offrono, immerge nelle sensazioni il suo corpo. Sa cosa deve fare.
Abbandona la moto addossata ad un cippo dedicato a qualche eroe del passato salvadoregno oramai decorato anche dai mille graffiti incisi a mano da innamorati disperati e ardenti.
Prosegue a piedi lungo una siepe in fiore che bagnata di rugiada, trasuda al contatto col sole già alto in cielo. Lo avvolge una coltre vaporosa e profumata. I pollini di porpora gli macchiano la camicia azzurra, mentre ragnatele argentate gli si incollano sul petto quasi a volerlo trattenere. Per un attimo non sa più chi è e dove lo sta portando la vita.. Le spine graffiano la grezza stoffa dei suoi calzoni fin dentro la carne ed il presente lo riacciuffa.
In discesa il passo si fa rapido e sicuro.
Per non perdere il sentiero, strizza gli occhi nella luminosità dell` aria velata da un velo di particelle sospese,
Ma non si arresta.
La pista, sempre più angusta, d`un tratto si apre su una strada di campagna che penetra alcuni campi di grano frementi per il cicaleccio violento dell` estate.
Cammina verso le note di una canzone che lo attirano oltre i campi, sotto la torre di una vecchia chiesa coloniale.
Un tamburo ed un flauto chiamano a raccolta i pochi campesinos di questa tarda mattinata. La musica richiama alla memoria i canti degli uccelli della foresta del Salvador, di quando si chiamava Cuscatlan ed era la terra degli indiani Pipil.
Il tamburo segna il ritmo del lavoro nei campi e nella selva , cui sono stati con sofferenza strappati. Il flauto esprime la felicità che , smorzata dalla miseria e dal dolore, si raccoglie nel fiato del musico per liberare nell’aria deboli note come ultimo richiamo di speranza.
Appoggia la schiena ad una vecchia lapide e allunga le gambe sul selciato della chiesa .Poggia la testa sulla borsa. Chiude gli occhi . Si lascia stordire dal flauto.
Perchè sono qui? Che c’entro io con questa gente? Con questa guerra? Ho girato mille luoghi, ho conosciuto ed amato molti miei simili in tutte le parti del mondo. Ho assaggiato la terra di molti paesi invece ora sono tornato qui? Perchè? Il portone della chiesa , chiudendosi rumorosamente, trattiene al suo interno il canto delle poche persone accorse al triste richiamo dei musici.
Il silenzio s`impossessa rapidamente del cortile in cui il gringo riposa.
Un cartello piegato verso terra indica che è giunto a Cruz Verde. Una strada prosegue e porta a Coatepeque, un’altra, più stretta, si inoltra nella campagna.
Si mette in attesa tra una donna ed un sacco di sementi. Di lì a poco sopraggiunge, un camion per Tenancingo . Salgono sul cassone. Altri contadini, uomini e donne , bambini e anziani stipati come bestie ondeggiano ad ogni sobbalzo.
Le insistenti piogge della notte hanno scavato delle buche enormi, impossibili da aggirare. Il sole non smette di infierire.
Il camion con rumore di ferraglia si inerpica sulle colline e poi ridiscende, tra i campi e le macchie di bosco, scomparendo dietro la vegetazione sempre più rigogliosa e fitta. Ed il vulcano è sempre lì, da qualsiasi parte lo si guardi domina tutto, maestoso.
All`improvviso.
Un gesto brusco del suo vicino ed il “gringo” si trova steso quasi a terra, con la faccia che assapora il legno del fondo del cassone, ballonzolato violentemente e coperto dai sacchi di semiglie.
Sorpreso, vede attraverso un fessura laterale della spalliera alcuni camion militari che lasciano la zona.
La protezione degli altri passeggeri è stata propizia. La zona in cui si trova dovrebbe essere zona libera. Libera dalla presenza militare e contemporaneamente dalla presenza della guerriglia. Un accordo in tal senso era stato firmato sotto gli auspici della Chiesa Salvadoregna che così aveva garantito il rientro di alcune centinaia di famiglie nel proprio villaggio di Tenancingo, più volte bombardato negli ultimi anni. Ora la prova che i militari non rispettano l’accordo. Una informazione preziosa per chi deve controllare il rispetto della tregua in quella zona.
Rivede i camion dai colori mimetici carichi di giovanissimi soldati arruolati di forza in questa guerra. Alcuni portano un sombrero di paglia alla Pancho Villa. Altri si sono fasciati la fronte con un fazzoletto sotto i capelli nerissimi. Fissano i contadini con occhi minacciosi. Sul viso portano dipinti i segni di guerra e sulle spalle pesanti mitraglie con le cartucciere che brillano al sole di mezzogiorno.
Non è un gioco.
Finalmente il motocarro entra in paese con gran frastuono di ferraglia.
Alla sua ultima fermata, in men che non si dica, i passeggeri scompaiono velocemente lasciando dietro di se porte socchiuse. Rimane solo.
In mezzo alla strada centrale di Tenancingo, il sole pesante del mezzodì, disegna sulle aride pietre ai suoi piedi un ombra contrita. Di fronte a lui ciò che resta della chiesa. La facciata crivellata dai colpi di mortaio è nascosta dietro una impalcatura per la sua ristrutturazione.
La piazza, a quest’ora, è dominio di due cani che rincorrono un pelosissimo maiale urlante.
Sette capre sostano in fila lungo il lato est della chiesa, e contendono un filo d ’ ombra ad un gruppo di tacchini gorgoglianti. Nessun essere umano in vista. La calma… asfissia.
Improvviso e violento. Uno sparo lacera l` aria immobile. Schizza in cielo un gruppo di gracchianti cornacchie. Sotto di loro una pattuglia di piccoli soldati appesantiti dalle armi, urlano il loro disappunto alla sua vista e gli corrono contro.
“Parate, amigo” lo circondano armi spianate e con l’indice che giocherella con il grilletto.
“Trajame su tarjeta” Que hace aquì? Non se puede, esta proibido, he entendido, mierda de un cavron? (Dammi i documenti. Che fai quí? Sai che non si può, hai capito caprone di merda?
Un colpo con il calcio del fucile sotto l’occhio destro chiarisce le loro intenzioni..
I soldati guardano i suoi documenti, è straniero: Meglio non aver problemi.
“Sigueme” e lo portano dal comandante in una casa abbandonata al margine del paesino.
“Soy italiano, periodista, amigo vamos che pasa? Porque non se puede estar aqui, tiengo hoy a la noche un compromiso con l’ambajada de Italia, intiendes? Paolo Rossi amigo, Italia, Italia?
Ce l’ha fatta, un sorriso addolcisce il viso del comandante.
Meglio non aver problemi con gli stranieri tutte rogne, come quella volta che hanno fatto fuori quel fotografo Nord Americano, quante storie. E per quelle quattro suore poi, massacrate mentre dall` aeroporto rientravano in San Salvador, quante settimane di consegna in caserma, quante proteste in tutto il mondo.
La storia dell’ appuntamento con l’ambasciatore lo ha già tratto d` impiccio altre volte. Una volta al confine con l ’ Honduras dove non volevano più farlo rientrare in Salvador e quella volta al Baquedano vicino ad Antofagasta nel Nord del Cile dove intendevano fermarlo perchè l`auto era rubata.
Finalmente lo lasciano andare. L’occhio tumefatto e sanguinante e lo spirito infuriato. Si ritrova nella stessa piazza .Il sole ha allentato la presa sugli esseri viventi e la sua preziosa borsa è ancora lì dove l’ha lasciata dietro un masso caduto dalla parete della casa di Dio. Grazie al cielo!
O meglio grazie a Santiago, patrono del villaggio di Tenancingo.
I giorni scorrono nel fragore violento della città tra lo sciopero del servizio pubblico e le telefonate a vuoto, le notti burrascose e le mattinate assolate.
La piazza ribolle. Le madri dei desaparecidos rendono più frequenti le loro pubbliche denunce. Espongono le cruenti immagini dei loro figli e mariti trucidati e poi gettati in qualche fossa comune.
La cattedrale diviene ogni giorno di più il luogo di protesta contro il regime militare. Alle 8 di ogni domenica l’arcivescovo di San Salvador eleva la sua voce ad accusare le efferatezze degli squadroni della morte. Grida la sua protesta dinanzi alle TV del mondo impotente ed in mezzo al volo di stormi di colombe che dalle ferite della chiesa entrano ed escono foriere di notizie di guerra non di pace.
Le anime sanguinano ancora per la morte di Romero il vescovo ucciso nella chiesa.
Maledetti bastardi!
Ha deciso. Domani sarà il giorno.
Non riesce a prendere sonno e solo l’aiuto di cinque birre e di una chiacchierata con un camionista in attesa di una “amica” fedele che ad ogni viaggio lo aspetta con le sue grazie, gli impediscono di accorgersi che l’alba è vicina.
Mentre esce lascia uno sguardo di compassione per il vecchio camionista stavolta tradito ed un breve saluto agli “occhi belli ” che assegna le stanze dell’Hotel Capri e va verso il proprio destino.
Affitta una auto giapponese di piccola cilindrata e prende la direzione di Chualchapa sulla Panamericana verso Nord.
Sul sedile posteriore la sua borsa semiaperta mostra la schiena di un libro rilegato in pelle e l’occhio nero di una Nikon.
Ad ogni curva sbuca sempre più la copertina e le prime lettere del titolo “La m… ” il resto non si legge. La strada si allarga nei pressi di Chualchapa dove si trova la zona archeologica di Tazumal. Una piccola piramide Maya sta per essere rimessa a nuovo. Alcuni ragazzi nascosti tra gli alberi fanno cenno ai turisti di avvicinarsi. Guardinghi, mostrano oggetti che giurano essere antichissimi. Scavati sotto la piramide durante i lavori di ristrutturazione.
Invece sono stati invecchiati con un tipico procedimento che serve ad ingannare i turisti. Gli oggetti in questione vengono bruciati, sepolti per un po’ sotto terra, sporcati per bene e poi posti in vendita come originali resti maya.
L ’ auto geme nel guadare l`alveo prosciugato e sassoso di un torrente che sbuca dalla selva. Con uno sguardo fugace prende a sinistra per la panamericana verso la sua meta: Santa Ana.
Sfreccia la berlina giapponese verde brillante.
Sfreccia su una sola corsia , sull’altra i campesinos stendono il grano ad asciugare al caldo vento di luglio.
Uno strano viaggiatore è quello che di tanto in tanto lancia occhiate preoccupate alla sua borsa sul sedile posteriore mentre passa il confine della città di Santa Ana.
Uno striscione tirato di traverso da un lato all` altro della strada, annuncia, a nome della Pepsi , la grande festa della città ed augura un caloroso “Bienvenido”.
Il centro coloniale della città è per l’occasione un grande luna park multicolore fornito di giostre occasionali mosse da vecchi motori d’auto all’uopo riciclati, tendoni da circo che occupano tratti interi di strade destinati a coprire spettacoli improvvisati. Dappertutto si distendono lunghi tavoli per il gioco d’azzardo. I lustrascarpe, trafelati, corrono da un lato all`altro della piazza alla ricerca di clienti senza scarpe da tennis. Gli ambulanti, già rauchi, offrono la loro merce, i guaritori decantano i prodigiosi effetti delle loro pozioni, alcune donne, da cucine improvvisate, chiamano i passanti all ’ assaggio.
In mezzo a loro sbuca una borsa, portata a tracolla da un uomo straniero “un gringo”. Si fa largo a fatica tra i campesinos che da tutto il dipartimento sono calati in città ed affollano le strette vie in occasione della sagra annuale di Santa Ana. Nelle orecchie ha i suoni, le voci, i lamenti, le grida, le risate; nelle narici gli odori di fiori, di spezie, di frutti, di corpi, di saponi, di semi, di terra, di orina, di bestie, di sudore, di marcio, di caldo.
Negli occhi ha le mani, le gambe, gli sguardi fissi, i corpi accartocciati, le ferite dilatate dalle pallottole autoesplodenti dell’ultima fossa comune scoperta per caso poco fuori la capitale.
Stringe la mano sulla borsa ed accelera il passo con la sensazione di essere seguito.
La fetta di cielo che sbuca tra le case alte e strette è plumbea, ma nessun sollievo al calore umido adagiato sulla pelle.
In fondo alla via si apre uno strano luogo. Occupa gran parte della strada, costruito con lamiera ondulata di quella usata come tetto per le casette di terracotta dei campesinos.
Nella penombra del locale si accendono i volti di due donne appoggiate ad un juke-box anni 50, muto. Scacciano, con noia, le mosche e di tanto in tanto, sorseggiano una bottiglia di coke.
Si infila celermente in cerca di ristoro e di solitudine. Sedie, tavolini rossi sono tutti liberi e dietro loro un lunga tenda gialla tempestata di fiori variopinti nasconde ciò che succede oltre.
E’ un bordello.
Ambulante, di quelli che seguono il calendario delle feste di paese.
Ha letto spesso di loro nei romanzi di Marquez, di Amado. Ha letto mille storie di donne sudamericane che hanno reso arte ed umanità un lavoro infame, ed ora è li nella tragedia. Pensa per un attimo a chi ,sdraiato sul divano, si può permettere di cambiare canale TV per non vedere. Lui invece è lì di fronte a Maria, 30 anni, viso gonfio e butterato, ma uno sguardo vivissimo. La sua vera professione; fioraia, ma ad Oriente dove c’è la guerra ancora non mettono fiori nei cannoni.
C’è anche Virginia che lo fissa diritto negli occhi come una gazzella terrorizzata. Ha paura che vengano a dirle che non potrà emigrare negli States perché fa la puttana. Non sa che quel gringo non centra con l’ambasciata americana.
Tira violentemente la tenda gialla e scopre le “stanze” in cui esercitano per 3 dollari al colpo. L` asfalto come pavimento . Un secchio di plastica con dell`acqua stagnante. Sotto il cordolo del marciapiede lo scarico, e unica concessione alla femminilità uno specchio sbocconcellato alla parete.
Sulla branda giace Sonia, 15 anni. Intenta a truccarsi, gli sorride ma con poco impegno. La tenda si richiude sulla miseria mentre il gringo è già fuori. Le nubi dense e grigie hanno lasciato nel frattempo spazio ad un sole accecante. Si copre gli occhi con una mano e con l ’ altra apre lentamente la borsa. La sua preziosa borsa.
Attraversa la piazza bandita a festa, non risponde ai richiami di altre prostitute che passeggiano dinanzi ad una fila di bar. Passa in mezzo a bancarelle fumanti, il caldo del mezzogiorno ha allontanato la folla, riesce a districarsi con eleganza tra le merci esposte.
Un vecchio gli si pone dinanzi all’improvviso e per evitarlo travolge un cesto di arance che rotolando si aprono a ventaglio sul selciato. Accelera il passo, quasi corre. Nella memoria rincorre le decine di fotografie che ha scattato in questi ultimi anni di guerra in Salvador, Guatemala, Honduras e Nicaragua. Foto tragiche, crudeli, di vivi e di morti, dei loro assassini mascherati da generali e colonnelli e delle loro donne agghindate di ori e gioielli grondanti sangue e lacrime.
Maledetti bastardi!
Rivede i villaggi bruciati dal napalm e le migliaia di desplazados in cammino erranti da un posto all’altro. Le suore violentate ed uccise mentre tornavano dall’aeroporto alla capitale ed i preti trucidati all’ Università Cattolica Americana. Un volto gli annebbia la mente. Il viso pacato sorridente e fermo del vescovo Romero nel momento del suo assassinio.
Maledetti bastardi!
Ed ora tutto era finito. Solo le sue foto sono rimaste a dire ciò che è successo.
Un tamburello batte il ritmo in mezzo alla via. Un bambino dallo sguardo perso lo afferra per un braccio. Lo ferma, gli canta una litania, un canto che sorge dalla terra; ”… il sole sorge dalla terra ma alla fine alla terra muore ogni sera…. “. Gli tende una mano aperta che subito si richiude sui 10 colon che il gringo gli lascia.
Sull` altro lato della strada si erge il Comando de Las Fuerzas Armadas. Da lì gli squadroni della morte sono partiti per le loro stragi. Arma la sua nera Nikon, la impugna come fosse un kalaschnikov , nascosta nella borsa di pelle, corre verso l’ingresso protetto dalle guardie. La estrae dalla borsa lentamente mentre sempre più veloce copre i metri che mancano alla palazzina del comando. Potrebbe essere un arma. È un` arma. La sua arma.
I soldati alla porta presi alla sprovvista urlano “ Alto. alto! “Si guardano sbigottiti e poi come per tacito accordo a pochi metri da lui aprono il fuoco.
E` il 3 di luglio. Le pagine bianche scorrono sospinte dal vento. Fermatele per pietà.
Mi hanno colpito. Si, hanno mirato al cuore .Non mi sento più le gambe ed i miei polmoni soffocano nel sangue. Ora i miei capelli biondi giacciono distesi sulle pietre di questo ruvido selciato.
Vedo la pozza del mio sangue ingrandirsi sempre più velocemente e riflettere un cielo nero come petrolio. Non ho molto tempo.
La Nikon è scivolata oltre gli anfibi di chi mi ha colpito. La schiena di pelle del mio libro cuoce al sole di questa giornata. Molti si chiederanno perchè l`ho fatto.
Non sopportavo più di imprimere nella mente e negli occhi, nella pellicola e nella stampa l`orrore di questo mondo sempre in attesa di giustizia.
Non sopportavo più l `orrore di una civiltà che tende in eterno agguati mortali alla vita.
Ruanda, Liberia, Salvador, Guatemala, Tibet , Somalia, Bosnia, Cecenia: il silenzio li uccide. Voglio chiudere gli occhi non vedere più. Vorrei aiutare anche voi a dimenticare ma non ho ricette. Ognuno cerchi la sua strada…
Addio.
Il “gringo” colpito a morte, cade a terra, sul confine tra l` ombra ed il sole. I capelli biondi poggiati sulle larghe piastre del selciato dorano la grezza pietra. Gli occhi color del cielo si specchiano in una pozza di sangue rutilante.
La sua Nikon scivola fin dentro l’ingresso che lui non è riuscito a varcare. La sua borsa si apre ed il libro cade sul selciato. Rimane aperto così a lungo. Con cento pagine. Tutte bianche. Ora il titolo si legge dal dorso ricamato: “La mia vita“ ed in prima pagina uno spazio vuoto per la sua foto.



 
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