Seguendo l’acqua…

di Rosalba d’Adamo –
Questa volta il viaggio si è costruito e poi snodato un po’ alla volta. L’idea era di visitare i luoghi dei Gonzaga. Non casualmente, intendiamoci, vista la consanguineità: la bella Giulia, figlia del duca Ludovico Gonzaga, antica e ricchissima famiglia mantovana, aveva sposato il conte di Fondi, Vespasiano Colonna. Rimasta vedova appena quindicenne, si era dedicata all’educazione del nipote Vespasiano (figlio del fratello Luigi Rodomonte e della figliastra Isabella).

Poi, il progetto cui si dedicherà il giovane Vespasiano lo vedrà impegnato per circa trent’anni: la costruzione di Sabbioneta, eccelso esempio di architettura razionalista rinascimentale che vedrà la luce nel 1561.


Sebastiano del Piombo, ritratto di Giulia Gonzaga
Statua lignea di Vespasiano Gonzaga

Esiste da sempre a Fondi, la nostra città, il culto ed una vera e propria venerazione per la bellissima Giulia, sfuggita alle mire di Keir-el-din-Barbarossa tramite uno stretto passaggio sotterraneo fin verso la collina che oggi si chiama Monte Vago, tra ulivi fichi d’india e resti megalitici a picco verso il mare, per poi riparare a Napoli ove resterà fino alla morte in convento. La leggenda vuole che la contessa facesse sopprimere il servo che l’aveva veduta svestita perché nessuno potesse conoscere la sua intimità.

Nutriti dall’infanzia (la nostra generazione veniva iniziata già alle elementari a queste antiche storie frammiste a fantasie) dalle vicende di Giulia Gonzaga, siamo partiti quindi alla scoperta del nostro alter ego in Lombardia.

La Porta Vittoria

La città murata ha forma esagonale, cinta da bastioni con due entrate, la porta Imperiale e la Porta Vittoria. A fronte di un territorio che ospita circa 2000 anime, il centro storico non supera i 250 abitanti; resta un esempio intatto di città rinascimentale, i palazzi ben squadrati con le vie silenziose, i monumenti perfettamente conservati: il Palazzo Giardino, residenza estiva del duca, affrescato in tutte le stanze e comunicante con la Galleria ad essa perpendicolare, sovrastante una fuga di arcate e che forma, con la scuola elementare di fronte, una piazza perfetta. Più in là, lo splendido Teatro che ha ospitato i maggiori spettacoli sin dalla sua istituzione tramite compagnie incoraggiate nella Spagna di Filippo II, zio di Vespasiano, che troviamo ritratto in una splendida statua equestre lignea, tra le uniche salvate da un pauroso incendio ed ancora ammirabili al piano superiore del Palazzo Ducale, restato impresso nella nostra memoria per i suoi splendidi soffitti.
Non poteva mancare la visita alla sinagoga ebraica, una delle più importanti della zona, perfettamente conservata al primo piano di un edificio dimesso e dall’esterno quasi diroccato, ma che racchiude lo splendido scrigno di una religione affascinante ed importantissima.

Inutile sottolineare che nella visita di tutti i monumenti sabbionetani siamo stati ospiti privilegiati dell’amministrazione, proprio in virtù dei legami con la città di Fondi della contessa Giulia. Durante la nostra permanenza abbiamo soggiornato presso l’Hotel Giulia Gonzaga, nel corso principale, un edificio del XVI secolo che mantiene la struttura originaria, affrescato e con mobili d’epoca e gestito personalmente dai proprietari, Sandro e Pina, gentilissimi e appassionati.
La visita a Sabbioneta è stato il punto di partenza per approfondire, almeno nei limiti del possibile, una zona, appunto quella attorno al PO, che non conoscevamo. A questo punto prende forma il vero filo conduttore del viaggio: l’acqua.
Essa ci ha accompagnato per tutta la durata delle vacanze, non lasciandoci mai soli.
Noi il PO lo conoscevamo alla foce, quando la Romea lo attraversa perpendicolarmente, ma mai avevamo lambito le sue sponde o investigato il suo territorio. Nei tre giorni in cui abbiamo sostato nella zona, un’intera giornata è stata trascorsa girando in macchina per le campagne vicine. Ettari ed ettari di granoturco, nei vecchi latifondi, inframmezzati ogni tanto da borghi di due case e l’immancabile chiesetta controriformistica incoraggiate dal Borromeo, su su fino a Cremona. La casa di Verdi a Roncole di Busseto, un flash-back di ‘800 ad un modernissimo bivio, dove un custode accompagna i visitatori attraverso le stanze dell’antica casa-osteria della famiglia Verdi successivamente trasformata in museo. Strade di campagna senza traffico, qualche bar ogni tanto o anche qualche vecchia osteria; residenze di nobili ancora oggi a guardia della roba, proprietà immense riconoscibili come tali dall’unicità della coltura. Parma ci colpisce per la sua inconfondibile aria di città colta, con teatri e chiese e negozi e piazze a scrigno, stupenda la Piazza Duomo delimitata dalla bellissima cattedrale dell’Assunta . Da ricordare anche la piazza Garibaldi; elegante la gente, seduta per l’aperitivo ai tanti locali con tavolini al fresco; anche noi non abbiamo saputo resistere dall’assaggiare i famosi salumi ed un sorso di buon rosso, preludio alla cena. Ecco, la particolarità di queste zone specialmente nel mantovano è stata una certa sobrietà ed attenzione ai prodotti del posto, quindi un trionfo di salumi e paste fatte in casa con ripieni di stagione, per esempio i famosi tortelli di zucca o di erbette, carni, vino
rosso, niente concessioni alle mode, dai locali di città alle masserie di campagna, come ad esempio alla “Corte di Bondeno” consigliataci dal signor Sandro, raggiunta attraverso campi di granturco e canali.



Il Duomo di Cremona

Cremona è un gioiello, città antichissima eretta dai Romani, insieme a Piacenza, a guardia del Po. Stratificata ma parca nel mostrare le sue radici, è ancora oggi sede di scuole di liuteria, molti sono gli artigiani del settore ma purtroppo quasi tutti stranieri, nel senso che i nostri giovani non ritengono opportuno continuare la tradizione. Dopo una visita alle piazze più suggestive ed al Duomo, prima di lasciare la città scendiamo al PO, nastro luminoso e calmo in quel pomeriggio di luglio, che godiamo dal tavolino di un barcone-bar-ristorante dove la birra freschissima ci riporta ad un altro pomeriggio di tanti anni fa durante una sosta sul Reno a Bonn.

La Liuteria cremonese – Riflesso

L’approccio con Mantova è completamente suggestionato dalla visita al Palazzo Ducale ed il Castello di San Giorgio ad esso collegato, la residenza appartenente alla famiglia di Giulia. Si accede dalla Piazza Sordello completamente realizzata in pietre di fiume, la prima da me incontrata di quelle dimensioni. Il palazzo domina un intero lato. All’interno dell’immenso complesso residenziale anche una basilica privata ad esclusivo uso della corte. Una volta entrati, il visitatore si perde letteralmente nelle immense file di stanze, magnificamente arredate e piene di oggetti, anche se in tutta onestà tutto l’intero loro contenuto non vale la sola Camera degli Sposi o Camera Pitta, posta all’estremo opposto del palazzo: si può dire senza fallire che il palazzo Ducale è il Mantegna; lo stanzino quadrato affrescato su tutti i lati e con un trompe – l’oeil a simulare un soffitto aperto, aspetta da 500 anni i visitatori e mantiene tutte le promesse di eccellenza. La famiglia del Duca vi è immortalata corredata anche dei nani di corte e dei cani, mentre Barbara di Brandeburgo fissa placida il ritrattista, o assistiamo ad un importante “summit” politico (dei tempi) del duca Gonzaga . Dalle finestre della Camera Pitta si scorge il lato opposto della città, dove Mantova è incastonata tra il lago Superiore ed il Lago Inferiore, due specchi rinfrangenti la luce del sole che rendono veramente unica la città, attraversata anche da Mincio che poi la collega al lago di Garda, percorso che si può anche coprire attraverso una pista ciclabile con punti di bike-renting organizzati.

Canale a Mantova

Il Mincio e i due laghi che abbracciano Mantova visto dalla Camera Pitta

Non si può dimenticare la casa del Mantegna, l’antichissima chiesetta di San Lorenzo (ottagonale), i portici che fiancheggiano la piazza delle Erbe anche se le erbe del toponimo non esistono più e sono state sostituite dal locali alla moda per turisti.
Nei dintorni di Mantova vale una visita il santuario delle Grazie, splendido borgo antico ben conservato ad un passo dal centro.
Dopo la sosta nel Nord-Italia decidiamo di proseguire la nostra vacanza verso l’estero e quindi optiamo, per questa seconda parte, di arrivare fino ad Innsbruck.
Ed è a questo punto che l’acqua diventa veramente protagonista: essa ci accompagna per tutto il viaggio prendendo le sembianze dell’Adige. L’Autostrada A22 Modena-Brennero si snoda verso nord in un duetto con l’Adige, quasi un gioco a nascondino di due amici che scherzano tra di loro; in alcuni tratti il fiume costeggia la strada, esso si può indovinare dalle piante acquatiche che lo costeggiano o addirittura intravvedere quando i due tracciati sono sullo stesso piano, a volte invece l’uno sovrasta l’altro cercandosi e facendosi compagnia a
vicenda, con sulla destra la presenza importante ed imprescindibile di un’altra grande anima italiana: il Lago di Garda. Adige e Garda ci accompagnano fin dove l’Italia cede all’ex-Austria, che oggi chiamiamo alto Adige e che per loro resta sempre il Sud -Tirol. Qui l’Adige ci lascia per virare verso Arco di Trento, ma un altro compagno si avvicenda al nostro fianco: l’Iser, che sarà la nostra guida fino a Brennero. Indimenticabili le attraversate di vallate immense colori abbacinanti aria pungente e soleggiata e sempre il nastro luminoso del fiume al nostro fianco o sotto la strada, attraverso pendii e piccole rapide e villaggi fiabeschi, in special modo durante il viaggio di ritorno quando abbiamo percorso la statale 612, ma ne parleremo dopo.

La Herzog-Friedrich Strasse a Innsbruck, sullo sfondo il Tettuccio d’Oro

Arriviamo ad Innsbruck nel primo pomeriggio del sabato e decidiamo di rimanere fino al lunedì. Ci porta in questa città il ricordo di un breve passaggio, anni fa
tornando da un viaggio in Germania. Questa volta decidiamo di visitarla per bene.
Quello che ci colpisce positivamente è innanzitutto la possibilità di parlare in italiano; infatti, la vicinanza con il confine (solo trenta chilometri) ed il fatto di essere la prima città che si incontra dopo il Brennero ne fanno un luogo linguisticamente accessibile. Già nel market al confine riusciamo ad ordinare il caffè senza mimiche. Al punto informazioni entrando in città l’impiegato parla decentemente italiano, e così sarà ovunque ci spostiamo nei giorni seguenti, oltre anche alla piacevole sorpresa dei menù in doppia lingua.

Il fiume Inn

Facilitati quindi dalla possibilità di essere capiti quando parliamo (e non è poco nei paesi di lingua tedesca) ci disponiamo al soggiorno in Austria. L’Hotel Mozart, consigliatoci appunto dalla Pro-loco locale, si rivela accogliente (stile anni ’70 con la sala colazione dalle finestre direttamente sulla strada) e centralissimo, tale da permetterci di fermare l’auto per tre giorni. La vicinissima via Herzog-Friedrich Strasse che si stende aldilà dell’Arco di Trionfo, risalente al 18^ secolo ed innalzato in occasione del matrimonio Leopold II, ci accoglie già dal primo momento con i suoi locali caratteristici, le birrerie sterminate, i negozi colorati, i ristoranti con cucine di tutti i paesi europei.
Innsbruck deve il suo nome alla posizione geografica: “Ponte sull’Inn”. L’Inn è infatti il fiume che attraversa la linea delle Alpi e nella cui ansa è adagiata la splendida città. Le sue acque impetuose scorrono seguendo la linea naturale del terreno a ridosso del centro; piccole cascate si alternano a tratti maggiormente tranquilli, ma il colore celeste spumoso di bianco permea il paesaggio, la voce dell’acqua è udibile dal pieno centro; un ristorante alla moda ha sostitutito il giardino con una spiaggia artificiale dove la gente prende il sole e mangia frittura di pesce come se fosse a Santa Marinella! Pensavamo che solo i parigini avessero trasformato la Senna come a Riccione! Ma è tutto molto tranquillo e raffinato, è pur sempre acqua dolce!
La tipica architettura tirolese risente comunque della presenza della corte di Maximilian I, vero padre putativo della nazione: Innsbruck ne ospita e conserva gelosamente le testimonianze, a partire dal Palazzo e dai Giardini Imperiali, luoghi che videro aggirarsi l’amata principessa e poi imperatrice Sissi, la spendida HofKirche. Anche l’organizzazione museale, perfetta, concorre a fare di Innsbruck la vera “capitale delle Alpi”. Grazie alla possibilità del biglietto unificato valido l’intero anno (!!!) abbiamo potuto visitare comodamente tutto quello che era possibile durante i nostri giorni di permanenza. Ci è stato così possibile vedere innanzitutto il Ferdinandeum, museo completamento rinnovato che conserva la sua facciata settecentesca e che offre ai visitatori una installazione efficientissima, articolata in più sezioni, dalla preistoria all’Arte Contemporanea. L’HoftKirke conserva la tomba dell’Imperatore Maximilian I, nonno di Carlo V, che volle qui il suo cenotafio ornato di un corteo degli antichi imperatori del Sacro Romano Impero discendenti della stirpe salica; lui però non riposa lì in quanto le sue spoglie sono a Vienna nella Neustadt Chapel.

L’Abbazia di Wilten a Innsbruck, in stile Rococò- Vista dalla grata d’ingresso

L’Altare

Il Museo Tirolese rappresenta per noi una novità assoluta: vero e proprio museo della civiltà etnica del Tirolo austriaco, conserva nei suoi saloni migliaia e migliaia di oggetti in uso nella zona confinante con l’Italia e strenuamente difesi e tramandati fin dove è stato possibile: si va dagli attrezzi contadini agli utensili artigianali agli oggetti casalinghi per arrivare alle intere stuben, le stanze di soggiorno in legno dove la famiglia contadina trascorreva il tempo libero dal lavoro: una stanza completamente foderata di assi, riscaldata dalla stube o stufa in maiolica ed arredata con il meglio posseduto dalla famiglia, testimoni di una società dove tutto era prodotto nel luogo dove si viveva, alimenti vestiario abitazioni strumenti di lavoro: forse un mondo un po’ chiuso ma affascinante. All’ultimo piano del Museo
Tirolese c’era proprio in quei giorni la mostra “Ladinia”, testimonianza e divulgazione sulle valli italiane ed austriache in cui si parla il “ladino”, lingua derivante appunto dal latino che non si è trasformata in italiano e che è parlata dalle minoranze non tedesca del luogo. Le valli ladine sono, l’Alta badia e la Val Gardena in Alto – Adige, la Val di Fassa in Trentino, Livinallongo o Ampezzano in Veneto. La mostra è stupenda, dischiude un mondo fatato, la civiltà ladina ci viene incontro nella modernissima installazione in 3D per proporci la sua antichissima impronta.
Come già anticipato, nel viaggio di ritorno decidiamo di percorrere la statale che arriva sino al Brennero. La strada è comodissima e ci permette di attraversare paesini fiabeschi, come ad esempio Matrei, dall’abitato costituito da case meravigliose. Noi siamo convinti che ai tempi in cui le facciate di matrei e delle case bavaresi e tirolesi in genere vi fossero delle vere e proprie gare e che gli artigiani che le realizzavano fossero veri e propri artisti.
La strada è comodissima e quindi anche dopo il Brennero non la cambiamo. Abbiamo così l’occasione di visitare borghi come Vipiteno, anche se molto turistico, e di costeggiare il fiume oltre Bressanone e fino a Bolzano che ci dà il benvenuto dal ponte sulla Talvera. Il viaggio fino alla nostra città (centrosud) è molto lungo e ci concediamo una pausa in Val Sarentino, con una sosta in maso a San Genesio Atesino: la famiglia Weifner ci accoglie a 1300 mt. di altitudine in una pace surreale, per niente mutata da una nostra antica vacanza con i figli piccoli: cena casalinga e a letto alle 9 e mezza!! Ultima tappa verso casa, un agriturismo nel Mugello: in una cascina del 1700, un mini appartamentino con vista sull’uliveto circostante tutela la nostra privacy. Il nostro relax a bordo piscina è perfetto, la cena toscana buonissima… arrivederci alla prossima vacanza!

Il maso Locher a San Genesio Atesino

 

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