Sette giorni a cavallo

di Marco Cocchi –
(In un dude ranch in colorado, USA. Wow! J)
Volevo una vacanza diversa, con poco tempo a disposizione, e da solo. Una cosa attiva, organizzata ma non troppo, niente turismo di massa, senza piscine, spacci o tv. Per caso trovo in un fumetto l’idea, cerco in internet, spulcio, seleziono, decido e parto. Risultato? Incredibile, fantastico, molto superiore alle aspettative, una esperienza notevole (per me, almeno, mica ho i vostri vent’anni!).

Sono stato in un “dude ranch”, il Laramie River Dude Ranch (http://www.lrranch.com/).
Si trova nel Colorado, vicino alla città di Laramie, Wyoming; il confine di stato passa lì vicino, ed è pure sede dell’università di stato. Sta su altipiano a 1600 metri di altezza lungo il corso del fiume Laramie, nel cuore del mitico far west.

Allevano cavalli (72) e ospitano gruppi di non oltre 25 persone da aprile a settembre. L’ospitalità è eccezionale, ci tengono molto all’atmosfera di famiglia, simpatica e ospitale, coinvolgendo gli ospiti. Tra le attività disponibili ho apprezzato l’equitazione. La cucina è tradizionale e di altissimo livello. La professionalità degli operatori elevata.
Prezzo? Circa 900 euro tutto compreso per una settimana (1400 circa in alta stagione). Più il viaggio, chiaro, altri 900 euro circa. Le tariffe variano, dipende anche dall’euro.

Il racconto.

Dal ranch via mail mi mandano la lista delle cose indispensabili da portare (jeans e abiti a strati, di notte fa freddo), per il resto o non serve o ci pensano loro (stivaletti e cappello). Più un questionario dettagliato per conoscere le mie aspettative e soprattutto la mia esperienza equestre (nulla).
Mando i dati della mia carta di credito per fax (non via mail) per versare l’anticipo, e mi inviano subito la ricevuta. Buon segno. Via internet prenoto anche l’hotel a Laramie, vado al Motel 6, ottimo ed economico, ma senza navetta
per l’aeroporto – prenotate per tempo in un altro albergo con navetta, oppure noleggiate un’auto a Denver. Altrimenti telefonate alle compagnie di taxi e accordatevi per farvi venire a prendere.

Parto venerdì mattina da Bologna, tappe a Monaco e Washington, atterro a Denver. Alle dieci di notte di venerdì un piccolo bimotore con due file di posti che pare un autobus, due piloti professionalissimi, mi deposita, con altre 8 persone– due già in stivaletti e cappellone da cowboy – nel piccolo ed efficientissimo aeroporto di Laramie. Siamo già nell’ambiente: niente traffico, tutto semplice, efficiente e spazioso, strade larghissime. Mentre cerco di telefonare a un taxi – ma ci saranno qui a quest’ora? – uno dei passeggeri si offre di darmi un passaggio col suo pick-up per i 10 km fino al motel (10 km). Dal ranch verranno a prendermi alle 9 di domenica – nei ranch ci si sta o una settimana intera o mezza. Il sabato visito – a piedi – la città di Laramie.
Bellissima, 25.000 abitanti più gli studenti, casette in legno graziose in periferia, in mattoni in centro. Bar caratteristici, uno western sicuramente non finto, negozi di materiale western dove compero subito i jeans wrangler cowboy cut, consigliati dal ranch per montare a cavallo (ed è vero) e una camicia a maniche lunghe robusta. Sempre su loro consiglio mi ero portato da casa dei pantaloncini da ciclista, rivelatisi poi miracolosi. Prezzi la metà che da noi, cortesia inusitata e professionalità da noi ignota. Girando per la città – macchinoni grandi e pick-up – trovo poche persone, gentili e cordiali. Un sacco di librerie di qualità, anche di usato – ma ordinato e ben tenuto. Non sembrano ricchi qui, ma lavorano tutti, e camminano senza fretta.

Arrivo per caso al campus dell’università dello Wyoming, che sta qui, un altro mondo. Tra alberi, prati verdi e scoiattoli sorgono grandi edifici in pietra
arancione tutti in stile. Non una scritta o una cartaccia, entro e vado dove voglio, nessuno mi disturba. Arrivo al centro studentesco, gestito da studenti:
sembra un immenso salotto, con bar, aree di studio aperte, uno spaccio favoloso e una libreria da sogno. Uso una delle tante postazioni internet gratuite per
comunicare con casa. Visito anche il piccolo museo di geologia, pieno di dinosauri – uno spettacolo.
Ovviamente visito i pompieri locali, che mi accolgono al solito splendidamente (io sono anche pompiere).

Domenica alle 14, con un minivan del ranch, arriva puntuale a prelevarmi un ragazzo, Andrew, in abiti appena spolverati alla buona, simpaticissimo: in un‘ora mi porta al ranch lungo una strada, non asfaltata ma in ottime condizioni, che sale fino all’altopiano dove scorre il fiume Laramie e vedo i pascoli. Si vede qualche ranch: mi dice che quello confinante a sud (3 km)
alleva vitelli, quello a nord (4 km) bufali. Il cielo è blu scuro, il vento è asciutto e profumato di piante aromatiche, ovunque la prateria cespugliosa, lontano le cime di montagne rosse coperte di neve e boschi. Sulla strada passa un pick-up in media ogni due ore. Somiglia molto alla Sardegna. Parliamo di tante cose, mi aiuta a capire bene la lingua – non sono abituato all’inglese
parlato. Lui è l’addetto ai lavoretti di ogni tipo, manutenzione, controllo recinti, e anche trasporto anche del letame; si è appena laureato e il mese prossimo parte per Washington a fare da assistente ad un noto senatore.




Un bel cambio di vita, ma per lui pare normale. Qui nessuno si vergogna del proprio lavoro, qualunque esso sia.
Mi conduce ad un gruppo di edifici in legno ben tenuti, con diversi recinti e capanni. Mi porta la valigia e mi guida in ufficio dove una ragazza, Becky, mi accoglie, mi porge una cartella col programma della settimana e l’elenco degli altri ospiti e degli operatori, poi mi mostra la mia camera con bagno (perfetti, pulitissimi, anche il bagno è decorato in legno, e sul comò un fiore e un vaso di biscotti freschi!), e poi mi mostra il resto. Posso mangiare quel che voglio quando voglio e andare ovunque tranne, per favore, in cucina e nella stalla principale; devo solo ricordarmi di richiudere i recinti, altrimenti gli animali fanno dei danni. Biscotti favolosi di giornata, frutta e bevande (solo gli alcolici ve li dovete portare) li fanno loro e sono sempre disponibili. Mi indica dove è esposto il foglio delle attività da scegliere per il giorno dopo.

Mi segno per il corso base di equitazione, mai visto un cavallo io, ma proviamo, perché no? Mal che vada mi farò delle gran passeggiate a piedi, i boschi, le montagne rosse e il fiume stanno lì fuori.
Il posto è stupendo, un edificio principale (lodge) rinnovato da poco, in legno, con porticati esterni con sedie e tavoli, e dentro decorato con quadri e statue di cavalli. Fuori ci sono pure diversi piccoli eidifici, per famiglie. Ovunque scaffali con libri, romanzi, storia e foto del Colorado. Un grande camino antico nel soggiorno comune. La sala da pranzo ha quattro tavoloni e ampie vetrate sui pascoli e il fiume che scorre a venti metri. Arrivano gli altri ospiti, tutti americani o inglesi, tutti affabili e cordiali, educatissimi, nessun rompicoglione o esibizionista. Niente italiani, mai visti. Ottimo. Ancora: qui non si fuma, niente tv né radio, nessuno ostenta o lascia suonare telefonini o simili (fuori dall’italia sono considerati un’enorme cafoneria, per chi non lo sapesse).

Alle 17 in uno dei capanni Krista, la proprietaria, imposta le selle a chi
intende cavalcare; io mi scelgo anche gli stivali e il cappello (indispensabili). Alle 18 servono stuzzichini e alle 19 la campana annuncia la cena. Fantastica: piatto unico con tante pietanze (costolette al pomodoro,
pannocchie bollite, verdure gratinate, pane appena fatto, eccetera), contorni, e un dolce favoloso. Tutti i giorni tre pasti sempre diversi. Dopo cena quattro
chiacchiere, tè, caffè e biscotti, ma io vado a letto, ho il fuso da superare. Fuori la luna e il cielo stellato, limpido; un silenzio incredibile, sento appena, lontano, il fiume.

Lunedì mattina alle sei sono già sveglio, a pochi metri dalla finestra della camera i cavalli pascolano e mi guardano curiosi, bellissimi col sole nascente che gli incornicia la criniera. Esco a fare una passeggiata lungo il fiume, cristallino. In terra è gelato. Il cielo è blu, nel silenzio solo i rumori degli zoccoli e dei corvi, taccole e gazze che svolazzano dappertutto. Alle 8.30 sono
a tavola con gli altri per la colazione (all’americana) e alle 9 inizia l’orientamento per chi vuole cavalcare, presso il recinto. In 15 minuti il capo wrangler, Shawn, ci spiega l’essenziale del cavallo, il comportamento e i comandi da dare. Poi ci chiama uno per uno per l’immediata prova pratica da fare nel recinto. Mi tiene la briglia del cavallo che ha scelto per me: dopo le
presentazioni (da che parte si prende un cavallo?) salgo e in qualche modo andiamo a provare i comandi elementari: avanti, ferma, destra e sinistra. C’è pure la retromarcia!


Soccia, ma funziona! L’animale – un bellissimo maschio grigio-rossiccio con una lunga criniera – è collaborativo e docile, mi sopporta con pazienza. Qualche consiglio e aggiustamento e poi partiamo subito per un giretto nei pascoli, camminando tutti in fila dietro al wrangler di turno, una ragazza. I gruppi sono volutamente piccoli, siamo in quattro. Stranamente va tutto bene, il cavallo sa già cosa deve fare, io faccio come dice lui, sto seduto abbastanza comodo e piano piano mi rilasso e mi godo anche il paesaggio. Capisco che per non sentire i sobbalzi devo lasciar muovere il bacino in modo da compensare, e devo pure sincronizzarmi con i vari movimenti dell’animale, in salita, discesa e così via. Lui è sensibilissimo ad ogni minimo movimento delle redini, e mi sa che mi sta studiando. Interessante. Dopo un giretto tranquillo di un paio d’ore la wrangler ci riporta al recinto e ci fa scendere, uno alla volta, chiedendoci impressioni, sensazioni e problemi eventuali. Rientriamo a cambiarci scambiandoci le impressioni, pare che tutti gli altri abbiano già qualche esperienza, io sono proprio l’unico principiante. Cammino anche strano, per via degli stivaletti col tacco e delle gambe un po’ indolenzite, per non parlare di strane sensazioni alla schiena e al sedere. A fine settimana tutto sarà normale. Al pomeriggio stessa cosa

Martedì andiamo a recuperare alcuni vitelli in uno dei pascoli per fare un esercizio/gioco a squadre nel recinto! Il gioco consiste nel lavorare in squadra per separare dal gruppo tre vitelli e condurli in un altro recinto. Da dire è semplice, ma da fare proprio no. Come esercizio è ottimo per prendere confidenza col cavallo, i vitelli ci fanno dannare, ma alla fine ce la facciamo. Poi ci insegnano il trotto, e cominciano i problemi, un male boia a schiena e culo.
Fortuna che ho i pantaloncini da ciclista, imbottiti dove serve.
Per farla breve, mercoledì galoppo già nella prateria, ho capito come muovermi per sincronizzarmi coi colpi del movimento del cavallo (e pure lui ne è contento, si accorge di tutto) e, pur con qualche livido, mal di schiena e indolenzimenti vari, mi accorgo che la cosa mi piace da matti, godo proprio, non
me l’aspettavo. La potenza dell’animale è impressionante e si sente quando ti passa attraverso il corpo, per non parlare della sua felicità nel correre.
Indescrivibile, e adesso capisco anche molte altre cose. Mi accorgo con sorpresa che l’animale comunica in modo non verbale con me in modo molto forte, più avanti mi capiteranno cose piuttosto inaspettate (ma private, sorry; tornato a casa mi sono accorto che la cosa è nota e ci sono parecchi studi sull’argomento).

Devo dire che quasi tutti gli altri ospiti sono molto esperti, stanno nei corsi intermedio e avanzato, il che non gli impedisce, la sera, di lamentare mille dolori. Vedo che parecchi hanno bisogno di panchetto e aiuto per salire o scendere dal cavallo, con quelle panze che si ritrovano.
Gli animali sono veramente belli, sono proprio quelli dei film di cowboy. Sono sensibilissimi, capiscono al volo e ti studiano, cercano anche di farti fare quello che pare a loro, per cui devi metterti d’accordo su chi comanda, senza esagerare. Mi meraviglia molto la pulizia, il buon odore e la tranquillità di questi animali, probabilmente dovuti al fatto che crescono quasi liberi in
queste praterie sconfinate, e non al chiuso come da noi, dove finiscono per essere nervosi e puzzolenti.

La tenuta nostra? Mi avevano consigliato jeans Wrangler, “cowboy cut” larghi – i migliori per cavalcare -, camicia maniche lunghe e giubbotto di scorta; stivaletti con tacco e cappello largo. Stick per labbra, crema solare e antizanzare (questo inutile in settembre) .Una bottiglia di acqua ce la passano loro – bisogna bere molto, il clima è secco – e se serve qualcos’altro, un
caschetto o guanti, lo forniscono loro. Io sono il solo sempre in maniche di camicia, questi han tutti freddo, si vede che abitano in California o giù di lì.

Cavalchiamo per luoghi davvero belli e selvaggi, la prateria ondulata profuma di erbe e cespugli aromatici, l’aria è asciutta e fresca, il sole picchia e il cappello serve. Traversiamo ruscelli di acque limpide, saliamo per colline e traversiamo boschi di pini e betulle bianche, lungo sentieri anche piuttosto ripidi e difficili, ma i cavalli sono sicuri e tranquilli, quindi anche io sto tranquillo. Ovunque animali, conigli, gruppi di antilopi, daini, uccelli di ogni tipo, aquile e falchi. Mancano solo gli indiani. Bè, c’è giusto Clyde, il wrangler con la penna nel cappello, che ci racconta del bisnonno Cherokee, ma ormai…. I wrangler sorvegliano con discrezione, si alternano nel condurci in giro e darci consigli; sono tutti ragazzi e ragazze giovani e preparati, studenti che fanno un lavoro estivo, ci raccontano della loro vita e ci chiedono della nostra, sempre cordiali e disponibili. Fanno un orario pesante, e lavorano duro, ma sembrano sempre divertirsi con noi. E mi sa che è così, visto che Clyde giovedì si dimentica che è il suo giorno libero.

I giorni passano in modo meraviglioso tra giri e galoppate sempre diversi nelle praterie infinite attorno al ranch, ore passate in compagnia dei ragazzi, e dei due titolari, Bill e Krista che mangiano sempre con noi, e ogni tanto servono ai tavoli, e degli altri ospiti sulle verande e dopocena a giocare o ascoltare musica o le conferenze con diapo del naturalista. Ho chiesto circa la cura dei cavalli, e una delle wrangler mi ha subito portato in una delle stalle e mi ha
mostrato come si fa, facendomi provare a spazzolare uno dei cavalli. È una bellissima cavalla bianca, mi spiega che è anziana e ormai in pensione, quindi la curano con amore e le danno una dieta speciale per i pochi anni che le restano da vivere. Volendo è possibile sellarsi da solo il proprio animale, basta chiedere. C’è anche una lezione sul comportamento equino, moto qualificata e interessante.

Ogni giorno è un’avventura e cose nuove da scoprire. Anche i pescatori sono contenti, e così pure altri ospiti che preferiscono camminare o leggere un libro sulle sedie a dondolo, o andare in giro per foto. Un paradiso. Mi sono anche spariti diversi fastidiosi disturbi che gli amici prevedevano invece che sarebbero peggiorati. Sarà l’acqua, forse l’altitudine, oppure l’aria pulita?

Di notte il silenzio è rotto solo dai cori dei coyote e dal richiamo di qualche
alce solitario. Alla mattina solo lo scorrere lontano del fiume e gli zoccoli o il nitrito dei cavalli che giocano nel pascolo. Venerdì chi vuole può partecipare alla scorta di una mandria di 300 vitelli che un vicino deve trasferire ad un paese, si sta via tutto il giorno e bisogna controllare gli animali. Per me forse è ancora troppo presto, sarà per il prossimo anno. Un giorno intero a cavallo può essere pesante, anche se estremamente divertente.

Sabato, ultimo giorno, è in programma un giro, sempre a cavallo, nel vicino parco nazionale per tutto il giorno, con pranzo sul posto. La giornata è stupenda, le vedute da cartolina, rientriamo alle 19 stanchi ma felici. Ormai sono spariti anche i dolori. La sera è luna piena, la passiamo fuori attorno al fuoco arrostendo le toffolette (mica tanto buone, ma è la tradizione). Il
naturalista ci racconta e interpreta – bene – storie di cowboy e di banditi locali. Ormai scherziamo tranquilli con tutti, ospiti e wranglers. Vi avviso che abbiamo fatto anche molte altre attività, che per brevità ometto, e a diverse altre non ho avuto proprio il tempo di partecipare.

Domenica saluto tutti con notevole, profonda tristezza, soprattutto il mio cavallo. Uno degli ospiti mi dà un passaggio fino a Denver, dove prenderò l’aereo per tornare a casa, e alla mia scrivania. Bei ricordi, stavolta, davvero.

Il prossimo anno vorrei tornarci per fare il livello avanzato, galoppare nella prateria, qui, è una esperienza troppo forte. E pensare che a me il genere western non è mai importato molto.
Si potrebbe anche di partecipare ad uno dei giri da una settimana a cavallo e
tenda nei grandi parchi usa o canadesi per vedere i lupi o gli orsi (costo 800$,
compresi guida e naturalista, gruppo di cinque al massimo), chissà – i paesaggi
nei filmati sono incredibili – . Se vi interessa ci sono pure le settimane al
seguito delle grandi mandrie da trasferire da uno stato all’altro (presente il film “Fuggo dalla città”/“City slickers” ?). Oppure a luglio il grande festival western a Cheyenne, che dura una settimana, con ogni specialità immaginabile, e mi sa che non è affatto un falso per turisti. Vedete voi, in Italia non si trovano di certo queste cose. E vi assicuro che là il bestiame non puzza per nulla, andate a scoprire perché.

I dude ranch
Sono aziende agricole a gestione familiare che ospitano turisti, coinvolgendoli nelle proprie attività in diversa misura. Possono ricordare, molto alla lontana, i nostri agriturismi, ma sono troppo diversi. Ce ne sono tantissimi in usa e canada, dove sono molto popolari. Non sono tutti uguali e non tutti seri. Alcuni allevano animali, altri organizzano solamente le attività, ma molto bene, altri sono solo alberghi o bed& breakfast di campagna o montagna, altri sono veri e propri villaggi turistici, ovvero falsi ranch che ospitano fino a 300 persone (da evitare).
Come distinguerli? Informatevi, io ho selezionato il mio in base ai diari di viaggio trovati in rete, alla serietà del suo sito internet e delle risposte datemi dal titolare via mail, dal prezzo (medio), dal numero massimo di ospiti (25) e dalle attività proposte (poche, credibili e corrispondenti alle mie esigenze). Importante l’assenza di roba tipo piscina, negozi, aggeggi
motorizzati, tv, aria condizionata, ecc. Alcuni sono molto rustici, e per me
sono i migliori. Serve anche un po’ di adattabilità. Ripeto, se vi piacciono i
villaggi turistici, se andate al mare non per il mare ma per i locali, lasciate
perdere, non è per voi.

Negli States (e Canada) ne trovate quattro tipi: working ranch, guest ranch, dude ranch e resort ranch. I primi sono vere e proprie aziende operanti nel campo dell’agricoltura e allevamento, gli ultimi si limitano alla sola ospitalità di lusso. Le attività offerte sono in genere l’equitazione (a diverso livello), pesca alla mosca, passeggiate ed escursioni naturalistiche. E molto altro.
La maggior parte ospita famiglie e bambini, con specifiche attività anche per loro. Molti cercano di ricreare il mito del vecchio west; se non esagerano la cosa è molto simpatica. Sarebbe anche molto bello partecipare alle fiere agricole locali, il west non è solo un mito qui, ma una cultura reale, e la gente è molto ospitale. Penso che i più veri e interessanti siano quelli“working”.

Il costo varia, per una settimana, da 600 fino a 2500 dollari, dipende da tante cose e dal tempo che vi fermate. La maggior parte dei ranch offre una servizio di navetta al più vicino aeroporto, ma se il ranch è davvero tale sarà un po’ lontano, per cui vi conviene noleggiare un’auto e raggiungerlo con quella, così vedete anche un po’ della campagna americana (a me piace molto più delle grandi città). Alcuni ospitano anche il vostro cane. Quasi tutti hanno siti internet con informazioni dettagliate, e con Google Earth potete darci un’occhiata dall’alto.

 
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