Tchad, emozioni sahariane

di Davide Bergami e Antonella Bergonzoni –

Il viaggio in questa remota zona
del Sahara è stato effettuato con SPAZI d’AVVENTURA, tour operator di Milano fondato da un medico milanese, Piero Ravà, che dal 1977 organizza viaggi spedizione principalmente nel deserto del Sahara. Questo è l’unico operatore occidentale presente nel paese, ed ha in permanenza nella capitale un proprio ufficio, mezzi fuoristrada, personale locale ed una guida italiana di Spazi d’Avventura forte di una lunga esperienza e di una profonda conoscenza del paese e delle popolazioni che lo abitano. Il gruppo di noi turisti era composto di 12 persone di tre diverse nazionalità: italiani, tedeschi ed una ragazza svizzera.

Il tour, partendo dalla capitale N’DJAMENA, si sviluppa nella zona nord orientale del paese per arrivare fino al massiccio dell’ENNEDI e alla regione settentrionale di OUNIANGA dove sono presenti numerosi laghi salati, per un totale di 3’000 km.

Note sul paese
Il TCHAD si trova nel cuore dell’area sahariana, si estende tra l’ottavo e il venticinquesimo grado di latitudine nord, è il quinto paese in ordine di grandezza in Africa ed è circa quattro volte l’Italia (1’285’000 km2); confina con la LIBIA (a Nord), il Sudan (a Est), la Repubblica Centroafricana (a Sud), il Camerun, la Nigeria ed il Niger (a Ovest). Con oltre 100 lingue diverse, trentacinque e più etnie, tre confessioni principali, tre zone climatiche ed una storia che affonda le radici nell’antichità, la cultura del TCHAD è ricca varia e complessa. Tale complessità rende estremamente difficile qualsiasi considerazione di carattere generale sulla cultura della nazione, poiché ciò che è importante per un determinato gruppo etnico o una determinata regione può non esserlo per altri.

A grandi linee, quindi, si può dividere il paese in tre fasce climatiche: la prima, quella settentrionale è di tipo desertico e predesertico e quindi più spiccatamente sahariana, contraddistinta dalla presenza di vasti sistemi montuosi ed estese pianure sabbiose e ciottolose con gli erg dunari di DJOURAB e MOURDI. Il massiccio montuoso del TIBESTI è collocato nella parte nord occidentale; si distende per circa 100’000 km2 ed è il più vasto di tutto il Sahara, si tratta di un enorme apparato vulcanico formato da giganteschi crateri e imponenti bastioni di arenaria, basalti e lave di origine tarda mesozoica (circa 70 milioni di anni fa), che ha nel vulcano spento EMI KOUSSI (3’415 m) in assoluto la cima più alta del Sahara. L’ENNEDI, meta del nostro viaggio, è situato nella parte nord orientale ed è un immenso altopiano arenaceo formatosi tra i 500 e i 300 milioni di anni fa nell’era del paleozoico; con un’estensione di circa 60’000 km2 (grande quanto la Svizzera), ha nel Monte Basso (1’450 m) il suo punto più elevato.

Caratteristica dell’ENNEDI sono le sue bizzarre costruzioni naturali di arenaria (tipiche del plateau tassiliano), intervallate da profonde gole contenenti molto spesso fresche e limpide “guelte”.

Qui è presente un clima tipicamente sahariano, caratterizzato da scarse precipitazioni (inferiori a 200 mm annui) concentrate nei mesi estivi e grandi sbalzi di temperatura tra giorno e notte e tra la stagione estive e quell’invernale. Queste zone desertiche offrono solamente una rara vegetazione stagionale da steppa, con piante spinose come il cram-cram e qualche palmizio, presente soprattutto nella zona dei laghi salati.

A differenza di tutte le altre aree sahariane, quella dell’ENNEDI è considerata un biotopo di tipo “sudanese”; di fatto la possiamo considerare una sfumatura ambientale tra il deserto più arido e la savana. La forma delle valli, la posizione geografica e la falda freatica dei numerosi fiumi secchi (in grado però di trasformarsi in torrenti impetuosi alle prime piogge) fanno sì che la vegetazione al suolo impedisca eccessivi fenomeni di evaporazione, mantenendo così condizioni di vita particolari per uomini, piante e animali.

La fascia centrale ha un clima più spiccatamente saheliano caratterizzato dalla presenza del lago TCHAD, che ne condiziona fortemente l’ambiente, e dalla regione montuosa orientale del WADDAI.

Il lago TCHAD (il cui emissario è il fiume CHARI, alimentato a sua volta dal fiume LOGONE) è il più grande bacino d’acqua situato nell’Africa centrale, importantissimo per l’economia agro-pastorale del paese e che minaccia di scomparire a causa della scarsità delle precipitazioni, la forte evaporazione ma soprattutto a causa dell’incuria dell’uomo. Dal 1960 ad oggi il lago ha perso circa il 90 per cento della sua estensione, di questo passo gli scienziati che stanno studiando le conseguenze dell’effetto serra sui principali laghi del pianeta avvertono che entro qualche decennio potrebbe sparire per sempre tra le sabbie. Prospettiva catastrofica; lo spettro della fame e di spaventose migrazioni forzate dovute all’agonia del lago TCHAD, potrebbero essere il preludio ad un disastro ambientale ed umano di proporzioni spaventose.

 Il clima di tipo saheliano presente nella zona della capitale e del lago TCHAD, presenta una stagione secca che dura 7 – 8 mesi, mentre nei restanti si hanno delle precipitazioni che variano tra i 500 – 900 mm; la vegetazione è caratterizzata da una steppa spinosa con acacie, alberi della gomma e palme doum. Le coltivazioni sono localizzate nelle depressioni più umide e lungo gli oued; in questa regione però l’allevamento è l’attività dominante.

Subito a nord del lago TCHAD, il clima sahelo – sahariano impone condizioni predesertiche con piogge scarse ed irregolari (200 – 500 mm annui) ed una stagione secca che dura almeno nove mesi.

Il sahel divenne tristemente famoso al mondo intero agli inizi degli anni settanta a causa di una terribile siccità, durante la quale morirono per fame migliaia di persone e intere mandrie di bestiame.

Nella fascia meridionale, la zona saheliana si arricchisce di vegetazione e degrada progressivamente verso le savane tipiche dell’Africa subtropicale. La stagione delle piogge ha una durata di 6 – 7 mesi, con precipitazioni annue che variano dai 900 ai 1’200 mm; qui è presente una savana alberata di karitè, ronier e tamarindi. Si tratta della regione agricola più ricca, con colture di tipo sudanese come cotone, arachidi, sesamo, riso, miglio e verdure.

Il TCHAD, che ha come capitale N’DJAMENA (fino al 1973 si chiamava FORT LAMY) è un ex colonia francese ed è una repubblica indipendente dal 1960; attualmente il presidente è IDRISS DEBY (di etnia Zagawa), che nel 1990 ha deposto con la forza Hissène Hibrè. Nello stesso anno la repubblica del TCHAD ha iniziato un lento processo di democratizzazione, che dopo 30 anni dall’indipendenza, caratterizzati da continui colpi di stato e guerre civili, ha portato alle elezioni presidenziali del 1996 e a quelle legislative del 1997.

Nel paese sono presenti numerose etnie, che sovente danno segni di insofferenza e irrequietezza nei confronti del governo centrale. Nel 1998 si sono verificate nella regione del TIBESTI atti di banditismo, ed una ribellione capeggiata da un ex ministro del governo in carica che qui si era rifugiato; è da allora che questa zona è rimasta isolata agli occhi degli irriducibili amanti del deserto.

Le ultime notizie in nostro possesso riferiscono di una tregua raggiunta con i ribelli nel febbraio del 2002, che dovrebbe finalmente portare un po’ di pace in questa regione, permettendo così la ripresa del turismo, previa una nuova mappatura delle zone minate, in un’area tra le più isolate ed affascinanti del Sahara.

Anche nella regione dell’ENNEDI sono presenti talvolta atti di guerriglia; a tutt’oggi è interdetta ai turisti l’altipiano di NIOLA DOA (in lingua locale significa “la valle delle fanciulle”) nella zona nord orientale del massiccio, dove oltre ai numerosi e pregevoli siti pittorici, si trovano enormi, strane e altamente artistiche incisioni rupestri di fanciulle danzanti di rara ed eccezionale bellezza, veramente uniche nel loro genere.

Un viaggio in TCHAD, presenta numerose difficoltà oltre a quelle dovute ad atti di ribellione e banditismo. Al di fuori della capitale c’è una totale assenza di strutture ricettive, le grandi distanze, la completa assenza di una rete stradale seppur rudimentale, l’approvvigionamento di acqua, viveri e carburante per i mezzi fuoristrada, sono alcuni tra i vari ostacoli da fronteggiare.

Si comprende, che per affrontare con tranquillità e sicurezza il viaggio in questa regione, è necessario essere supportati da un solido e competente tour operator, che sia in grado di superare le indubbie difficoltà logistiche, e possedere una perfetta conoscenza del territorio (ricordiamoci che esistono ancora numerose zone minate) e dei problemi legati alla sicurezza presenti in alcune aree di questo paese.

Introduzione

A volte ci sono ispirazioni che non riusciamo a comprendere e che probabilmente non provengono da noi; nascono dal profondo inspiegabilmente ed inspiegabilmente ci guidano contro ogni rischio e difficoltà.

La stessa cosa è accaduta a noi per questo viaggio; abbiamo sempre avuto il desiderio di conoscere l’Africa sahariana “più vera” e di vivere sulla pelle quel poco che avevamo visto e sentito relativamente a questo paese, unico nel suo genere.

Eravamo, quindi, alla ricerca di quello che resta del “vecchio Sahara”, prima che venga sommerso dalla marea montante del consumismo, che qui tenta di riversarsi da oltre confine. Il TCHAD spera di rientrare nel mondo dopo più di trent’anni di guerra civile e scontri con la Libia; qui le genti vivono una vita al limite della sopravvivenza, in una nazione a lungo devastata da povertà, siccità e continui spargimenti di sangue.

Da un po’ di tempo a questa parte, però, l’idea di questo viaggio per svariate ragioni era diventata assillante, anzi oserei dire una necessità.

…. Ma che cosa c’è da vedere in TCHAD ???.

Quante volte ci siamo sentiti ripetere questa domanda, prima di partire e una volta rientrati dalla nostra vacanza.

Un viaggio in Africa è un viaggio che ti conduce alle origini dell’uomo.

L’Africa sahariana attraverso i suoi paesaggi immensi e spettacolari, funziona come una macchina del tempo. Si esce dal ritmo frenetico della nostra vita e si entra direttamente nella storia, a stretto contatto con un ambiente incontaminato e a popolazioni giunte a noi intatte attraverso i secoli con le loro abitudini e i loro stili di vita.

Il TCHAD si trova nel cuore dell’Africa ed è una terra autentica, misteriosa, un paese di contrasti, di grandi spazi, caleidoscopio di paesaggi e popoli che racchiude un paradiso selvaggio unico nel Sahara.

Il viaggio

Siamo partiti da Bologna nella serata del 27/03 con arrivo a Roma Fiumicino; verso le 00,40 eravamo di nuovo in partenza per Addis Ababa (volo Ethiopian Airlines) con coincidenza per N’Djamena, dove siamo atterrati nel primo pomeriggio del 28/03.

La nostra sistemazione era presso il Novotel La Tchdienne, il migliore ed il più nuovo della città, situato nelle immediate vicinanze dell’aeroporto sulla sponda del fiume CHARI.

A pochi passi dall’hotel si trova un piccolo ma ben fornito mercato dell’artigianato, dove oltre ai manufatti locali è possibile trovare bellissime maschere di legno provenienti dai paesi dell’Africa nera; ne approfittiamo subito per comperare qualche piccolo ricordo.

Abbiamo poi incontrato il nostro tour leader di Spazi d’Avventura Andrea Bonomo, il quale ci ha confermato che dal punto di vista della logistica era tutto ok (fuoristrada, materiale da campo, viveri e carburante), ma soprattutto avevamo tutti i permessi necessari per il nostro tour. Infatti, durante il percorso, si avrà l’obbligo di fermarci ai posti di polizia per la visione dei permessi e dei nostri passaporti.

La mattina del 29/03 partiamo in perfetto orario con il nostro convoglio composto di quattro veicoli fuoristrada Toyota e ben 18 persone (12 turisti, 4 autisti, il cuoco e la nostra guida Andrea). Uscendo dalla città abbiamo costeggiato l’aeroporto dove intravediamo soldati francesi di guardia; militari che fanno parte di una guarnigione di circa 1’000 uomini di stanza nell’aeroporto della capitale.

Percorriamo in direzione nord est gli unici 80 km di asfalto lungo l’importante direttrice che collega la capitale con il vicino Sudan, sulla quale transitano merci che danno luogo ad intensi scambi commerciali.

Arrivati al villaggio di MASSAGUET puntiamo decisamente verso nord e superato il paese di MASSAKORY entriamo nel BAHR el GHAZAL detto anche Fiume delle Gazzelle, antico emissario dell’immenso bacino lacustre del Paleociad, che seguiremo per tutta la sua lunghezza verso nord, entrando nella regione del KANEM.

Le cronache ci hanno tramandato che il BAHR el GHAZAL era navigabile fino al 1700, ora la zona è densamente popolata e frequenti saranno gli incontri con le popolazioni locali nomadi e seminomadi.

Questo antico letto di fiume, ora inesorabilmente prosciugato, riceveva acqua dal lago TCHAD e la immetteva nell’antico lago BORKOU. La progressiva desertificazione del territorio ha fatto si che ora il livello dell’acqua del lago TCHAD è di 35 metri inferiore alla quota del letto del Fiume delle Gazzelle.

Questa importante arteria che unisce il nord musulmano al sud cristiano e animista ha favorito il contatto tra queste due culture; in passato era percorsa da carovane che collegavano i grandi regni dell’Africa Nera al Mediterraneo. Oggi è facile incontrare vetusti camion incredibilmente colmi di merci e uomini che arrivano dalle lontane oasi libiche.

Il paesaggio di questa regione è di tipo saheliano caratterizzato da una varia e rigogliosa vegetazione rappresentata da numerose specie di acacia, tuttavia costituisce una zona di transizione climatica tra savana e deserto; la forte escursione termica, la grande aridità e le piogge irregolari fanno si che la vita si regga su equilibri molto delicati.

Occorreranno ben due giorni di viaggio per percorrere il letto di questo antico fiume e arrivare a KOUBA OULANGA, dove potremo approvvigionarci di acqua, in quanto le riserve che si hanno sui fuoristrada si esauriscono in circa 2 giorni e mezzo.

La prima notte ci siamo accampati poco prima del villaggio di KOURI KOURI, mentre il secondo campo è stato approntato nei pressi di NEDELEY, a pochi chilometri da KOUBA OULANGA.

In questa regione le popolazioni sono principalmente rappresentate da ceppi etnici di fede musulmana detti KANEMBOU, KANOURI, PEUL, KEREDA, DAZI e ARABI; quest’ultimi sono entrati in TCHAD circa 800 anni fa dopo aver combattuto e sconfitto i cristiani a DONGOLA in Sudan.

I pochi appezzamenti di terreno coltivati che incontriamo e la vendita del legno di acacia in alcuni villaggi, sono attività svolte principalmente dall’etnia KANEMBOU; questi lavori sono totalmente disprezzati dai nomadi del deserto.

Durante il nostro tragitto incontriamo numerosi pozzi d’acqua attorno ai quali si radunano i KEREDA. Etnia di allevatori, che specialmente in questa stagione secca affollano i pozzi per poter dissetare le proprie mandrie. L’abbeverata al pozzo è un lavoro tremendo e faticoso, in quanto la profondità di questi pozzi varia tra i 30 e i 50 metri; gli uomini, tra rauche grida d’incitamento, sudati per lo sforzo, recuperano faticosamente un grande catino di pelle che può contenere fino a 25 litri d’acqua, dissetando così con pazienza i loro animali.

Inutile dire che per noi fotografi il lavoro ai pozzi è una ghiotta occasione per fare almeno un paio di rullini in mezz’ora; bisogna però avere un approccio molto soft, ma soprattutto, portare rispetto nei riguardi di queste persone, che sotto un sole implacabile svolgono un lavoro faticosissimo. Al nostro arrivo siamo decisamente malvisti in quanto una presenza estranea è considerata solo un intralcio al loro lavoro, poi con un po’ di attenzione e con la mediazione della nostra guida e degli autisti sarà possibile scattare qualche bella foto.

Nel primo pomeriggio del 30/03 arriviamo al villaggio fantasma di SALAL, importantissimo punto d’acqua per i cammelli in questa regione; qui finisce la zona saheliana ed ha inizio quella predesertica. Le poche e povere case di questo abitato sono sparse tra piccole dune, talvolta nascoste dalla sabbia in sospensione dovuta ad un forte vento. La vista di questo villaggio è a dir poco scioccante; caldo, vento e polvere ci fanno pensare di essere stati sbarcati su un altro pianeta, ci sembra impossibile che qui possano vivere ed abitare esseri umani.

Come detto in precedenza la seconda notte ci accampiamo nei pressi di NEDELEY; la mattina del 31/03 partiamo di buon ora e dopo pochi chilometri arriviamo a KOUBA OULANGA.

KOUBA OULANGA …… improbabile villaggio precedente le assolate ed inospitali distese di sabbia dell’Erg di DJOURAB. E’ il limite amministrativo tra la regione del KANEM e quella del BORKOU, dove è presente un punto d’acqua permanente, vitale per gli abitanti della zona.



La pompa che serve questo pozzo d’acqua fu donata qualche anno fa dal governo dell’Arabia Saudita; ne approfittiamo per ripristinare le nostre scorte. Intanto la nostra guida si è recata al posto di polizia per far vistare i permessi; questa piccola sosta ci permette di scattare qualche foto e fare amicizia con i numerosi bambini di questo villaggio, in quanto gli adulti sono come sempre molto schivi.

Ci attende una giornata di jeep molto lunga; ora puntiamo decisamente verso est, il nostro obiettivo sarà di arrivare nel tardo pomeriggio a KALAIT, dove faremo il primo rifornimento di carburante.

Il paesaggio cambia nuovamente, ora attraverseremo una zona di sahel molto selvaggio, una vasta pianura piena di erba gialla ottima per il pascolo dei dromedari e priva di insediamenti umani se non poche tende di nomadi arabi che vivono di pastorizia in una dimensione per noi irreale.

In questa fascia del paese sono allevati oltre un milione di dromedari, di cui una parte viene portata in Libia all’oasi di KHOFRA per essere venduti e macellati. Gli altri dromedari vengono utilizzati per formare carovane e commerciare sale e natron (carbonato di sodio) con le genti che vivono nella parte meridionale del paese. Vendono il tutto ai pastori (che lo utilizzano per le loro mandrie di bestiame) e ritornano a nord con miglio e sorgo, che saranno le provviste fino al prossimo viaggio.

La vendita dei dromedari è un’importante introito nell’economia dei nomadi, le femmine forniscono con il latte l’elemento principale se non esclusivo della dieta di questi popoli, la lana ed il cuoio sono anch’essi importanti per fare borse e selle.

Qui è ancora economicamente valido il trasporto con il dromedario, in quanto la condizione delle piste ed il prezzo di acquisto maggiore (se sei proprietario di un camion) del sale e del natron, fanno si che il trasporto su ruote non sia ancora economicamente vantaggioso. I dromedari invece costano poco e durante la stagione invernale possono sopravvivere per oltre un mese solo con un po’ d’acqua e un po’ di fieno.

A metà giornata arriviamo all’importantissimo pozzo di TODI, unico punto d’acqua permanente tra KOUBA OULANGA e OUM CHALOUBA. Una piccola sosta per qualche fotografia; la profondità di questo pozzo oltrepassa i 100 metri, ed è veramente impressionante vedere un dromedario tirare una corda così lunga per poter portare in superficie il catino di pelle ricolmo d’acqua.

Riprendiamo la nostra marcia verso est, lungo una pista che segue il corso naturale del Oued ACHIM che percorreremo fino ad arrivare ad OUM CHALOUBA, dove è presente un’importante guarnigione militare.

Il terreno presenta sempre una distesa infinita di erba gialla, ricca di animali come le gazzelle Dama e Dorcas, otarde, jene e sciacalli; emozionanti e frequenti saranno gli incontri con le minuscole gazzelle, che sopravvivono grazie al fatto che pur bevendo di rado riescono a ricavare l’acqua direttamente dalla pastura

Una menzione particolare merita l’antilope ADDAX, considerata dai Tuaregh “la regina del deserto” per la sua imponenza e il suo stile di vita, lontano da ogni altro animale, libera e indipendente.

Questa antilope presenta un manto di colore bianco grigiastro con una larga macchia scura sul muso e corna avvolte in larghe spirali; vive in branchi poco numerosi o isolati.

La sua struttura organica le consente di non bere quasi mai, in virtù della capacità di metabolizzare e trasformare il cibo in liquido vitale.

Appariva talvolta tra le raffiche nelle tempeste di sabbia, bianca come un fantasma e misteriosa come uno spettro. Purtroppo le ricorrenti guerre che hanno tormentato per decenni il Sahara e la caccia indiscriminata stanno portando all’estinzione questo magnifico animale.

Una missione naturalistica effettuata nel settembre 2001 sotto la competenza scientifica del prof. John Newby (massimo esperto del WWF di fauna sahariana), ha effettuato ricerche su questa rarissima antilope lungo la direttrice del BHAR el GHAZAL, nelle falaise d’ANGAMMA e lungo tutto il corso del Oued ACHIM; il giorno 2 ottobre 2001 ne sono state avvistate due tra KOUBA OULANGA e la falaise d’ANGAMMA.

Passiamo velocemente accanto alla base militare di OUM CHALOUBA, dove la massiccia presenza di soldati e veicoli blindati ci consiglia di proseguire senza fermarci; arriveremo poi al villaggio di KALAIT, dove la nostra guida Andrea ha l’appuntamento per l’acquisto del carburante. Prima l’abitato era in effetti a OUM CHALOUBA, poi con l’apertura di un nuovo pozzo d’acqua e la massiccia presenza di militari, la popolazione locale si è trasferita completamente nel nuovo villaggio. Qui, oltre al rifornimento di nafta, verranno nuovamente controllati passaporti e permessi di transito. Un aneddoto; per la prima volta da quando Andrea accompagna i turisti nei suoi tour, il funzionario di turno è stato talmente scrupoloso, che ha voluto timbrare e firmare pure i nostri passaporti. Ora insieme ai diversi timbri di entrata e uscita dei vari paesi da noi visitati, abbiamo anche il timbro di transito a KALAIT !!!

Il tempo per fare rifornimento ci permette di visitare questo paese fatto di case di fango, capanne di nomadi e un bel mercato che si trova attorno al pozzo d’acqua e che ne fa un luogo animato d’incontro e di commercio vista la quantità di merci disponibile. E’ facile vedere donne vigorose dalla pelle scura e dai veli multicolori che arrivano con i loro asini ad attingere acqua al pozzo, alcune ragazze hanno le labbra tatuate di nero, che per la tradizione locale significa il superamento della pubertà.

Vista la presenza di personale militare ci è stato consigliato di non fare foto, per non rischiare di vedersi sequestrare le macchine fotografiche; un vero peccato perché l’atmosfera che si respirava in questo mercato avrebbe meritato senz’altro qualche bello scatto. Non tutto viene per nuocere, il gironzolare fra la gente senza le fotocamere al collo, ci ha consentito di avere un approccio molto spontaneo e genuino con questi gentili e simpatici commercianti.

Anche se il TCHAD non è certo il paese più turistico al mondo, qui come altrove, la macchina fotografica crea una barriera di diffidenza tra noi e le popolazioni che visitiamo.

Acquistate un po’ di verdure, usciamo per qualche chilometro da KALAIT dove ci accampiamo per la notte. Dopo cena verso le 21,30 mentre facevamo le ultime chiacchere prima di coricarci, sotto un cielo stellato dove la Via Lattea ci appariva come una serie di grappoli di luce, vediamo sorgere una luna piena che con una potentissima luce ha illuminato praticamente a giorno il paesaggio che ci circondava. Già ci è difficile vederla così alle nostre latitudini, qui in questo ambiente desertico privo di fonti di inquinamento luminoso e di smog, la sua apparizione così brillante e luminosa ci dava l’impressione di poterla persino toccare, provocando in noi un brivido di emozione.

Il giorno 01/04 ci svegliamo come sempre di buon ora verso le sei meno un quarto, colazione e poi proseguiamo in direzione nord fino ad arrivare all’importante pista che con andamento Nord Sud collega la città di ABECHE, nella regione meridionale del WADDAI con il villaggio di FADA sottoprefettura della più ampia regione amministrativa del paese chiamata B.E.T.; acronimo che indica i calanchi del BORKOU e le catene montuose dell’ENNEDI e del TIBESTI.

Dopo ben tre giorni di viaggio, non certo monotoni, anche se qualcuno sosterrà il contrario, finalmente entriamo nel massiccio dell’ENNEDI; qui il territorio è ormai desertico e abitato da popolazioni di pelle scura tipiche del B.E.T. come TAMA, ZAGAWA, ANAKAZZA, BIDEYAT e GAEDA. Popolazioni che sono fortemente indipendenti, valorose in battaglia, i cui uomini esibiscono lunghi pugnali legati alle braccia in segno di ferocia e con un marcato senso di appartenenza al proprio clan.

In lontananza intravediamo irte guglie che come fari ci guidano verso i rilievi di questo immenso altopiano arenaceo ricco di acque nascoste, trattenute negli scrigni segreti delle guelte, regali sorprendenti delle oscure e misteriose profondità del deserto.

Uno di questi magnifici scrigni è la guelta di BECHIKE’, una piccola pozza di acqua limpida, che raggiungeremo a piedi lungo una stretta e spettacolare gola, che però non sembra essere utilizzata dagli animali del luogo.

La notte la trascorreremo a pochi chilometri da FADA in mezzo ad una foresta di pinnacoli di arenaria; qui si scatena la nostra fantasia ed immaginazione, modellate dal vento e dall’acqua si possono scorgere immagini di stravaganti castelli e cattedrali di un fantastico mondo alieno, lambiti da sinuose lingue di sabbia.

Il nostro sonno è stato un po’ disturbato da un forte vento che ha scosso incessantemente le tende per tutta la notte.

La mattina del 02/04 raggiungiamo l’oasi di FADA, dove dovremo esibire al posto di polizia i nostri passaporti e permessi di transito, per poi raggiungere nel pomeriggio la famosa guelta di ARCHEI.

Questo caratteristico villaggio sahariano costituito da case in banco (argilla con leganti vegetali battuta e essiccata) che circondano il vecchio forte coloniale francese è contenuto in un’oasi verdeggiante di palme da dattero, con un piccolo mercato e abitato principalmente dai TUBU del clan GAEDA.

La sua importanza come sede di sottoprefettura, il suo forte coloniale con una nutrita guarnigione militare e sentinelle armate che sorvegliano la piazza principale, fanno si che sia severamente proibito fotografare; tutto ciò a vantaggio di una maggior possibilità di poter avvicinare e scambiare qualche parola in francese con queste popolazioni solitamente molto schive.

L’oasi è di una rara bellezza, qui il tempo sembra veramente essersi fermato, la civiltà che noi conosciamo è lontana anni luce da questo posto; il nostro gironzolare senza una meta precisa ci porta a visitare la scuola locale ed a scambiare quattro chiacchere con gli insegnati.

FADA fu occupata per sette anni dall’esercito libico (dal 1980 al 1987) nel momento in cui invadeva il TCHAD settentrionale; successivamente la Francia aiutò la sua ex colonia a cacciare gli invasori. Si stima che l’esercito libico nella sua ritirata abbia abbandonato circa il valore di un miliardo di dollari in attrezzature militari. E’ quindi facile imbattersi nelle lamiere contorte e carbonizzate di carri armati e veicoli lanciamissili; sparse nel deserto granate di artiglieria, elmetti dei soldati, tettucci di auto e camion, mentre migliaia e migliaia di bossoli di mitragliatori sbucano fra le sabbie.

I frutti amari del post colonialismo, che insieme a questa guerra e alle oltre 70’000 mine antiuomo tutt’ora presenti (soprattutto lungo le piste che collegano FADA con le oasi di OUNIANGA), hanno generato sanguinosi conflitti interni, rendendo così inaccessibile per decenni agli stranieri questa remota zona del Sahara.Ora la nostra meta sarà la guelta di ARCHEI. Abbandonata la pista percorreremo l’oued ARCHEI, gigantesco e verdeggiante letto di fiume, che si snoda per una trentina di chilometri e termina in un grandioso anfiteatro naturale, sede del più importante punto d’acqua permanente di tutta la regione. Qui ci si ferma per il pranzo e poi a piedi si entra nella vera e propria gola che ci conduce alla guelta, il punto d’acqua permanente dove i nomadi GAEDA e BIDEYAT portano le proprie mandrie ad abbeverarsi. Nel pomeriggio la pozza d’acqua viene gradualmente abbandonata dagli animali che si sono oramai dissetati. La gola vista dal letto del oued è un vero e proprio ciclopico monumento naturale; chiusa da alte e verticali muraglie rossastre larghe alcune centinaia di metri all’ingresso, che si restringono a circa 20 – 30 metri nel punto d’acqua permanente.

Il clou della visita è avvenuto la mattina seguente, il 03/04 è un giorno che rimarrà per sempre indelebile nella nostra memoria.

Verso le 7,30 le jeep ci hanno portato all’inizio di un sentiero e con una marcia di avvicinamento di 1 ora in salita arriveremo su un ampio balcone naturale che ci permetterà di ammirare dall’alto questa splendida guelta. Nelle sue scure ed immobili acque si trovano alcune specie di pesci, ma soprattutto esemplari (in tutto sono sei) viventi di coccodrilli nilotci. Noi pensavamo che questa fosse una delle tante leggende che circolavano e invece al nostro arrivo ne troviamo ben due che usciti dall’acqua se ne stavano tranquillamente distesi al sole. E’ un’allucinazione ???  Siamo increduli, in pieno deserto stavamo ammirando gli ultimi testimoni dell’antica fauna sahariana, autentici fossili viventi e guardiani silenziosi di questo posto unico al mondo. Questi coccodrilli che sono risaliti dal lontano lago TCHAD per arrivare nell’ENNEDI hanno avuto un lento processo di adattamento al fine di poter superare oltre quattromila anni di siccità; ora non sono più carnivori e la loro lunghezza difficilmente può superare i tre metri.

I BIDEYAT li considerano sacri e non li cacciano, però gli studiosi ci dicono che è molto improbabile che si possano riprodurre in un prossimo futuro e quindi avranno come ineluttabile destino l’estinzione

A quest’ora del mattino, preceduti da un velo di polvere che si infittisce sempre di più, arrivano i dromedari per l’abbeverata; il loro ordine di arrivo è stabilito dai nomadi e calcolato in base alle lune. E’ impressionante vedere la quantità di dromedari che lentamente si portano all’abbeverata; i blaterii degli animali assetati echeggiano tra gli stretti fianchi rocciosi, riemergendo dall’abisso del tempo, trasformando così ARCHEI in un luogo magico.

La magia del luogo è dovuta al fatto che oltre ai dromedari, che sono di gran lunga i più numerosi, possiamo scorgere anche piccole mandrie di mucche !!!

Anche questi animali sono testimoni di un passato che fu; a questa latitudine nel deserto del Sahara li possiamo ammirare unicamente nelle pitture rupestri, in quanto a causa della desertificazione del territorio sono migrati verso i pascoli del sud da parecchi secoli.

La presenza di popolazioni nomadi con le proprie mandrie, i coccodrilli che si credevano estinti da migliaia di anni, le guelte, una flora fatta di arbusti e cespugli, acacie, tamerici, euforbie e abbondanti cespugli di drinn (ottimi per il pascolo dei dromedari), la presenza di animali selvatici come gazzelle, fennech, babbuini e scimmie rosse (Patas), lepri e procavie capensis, mufloni, sciacalli e probabilmente felini come il leopardo, fanno si che per l’ENNEDI la definizione di “giardino sahariano” sia la più azzeccata.

Il progressivo inaridimento del territorio iniziato 5’000 anni fa, ha trasformato foreste, verdi valli e boscose montagne in un’arida distesa di sabbie e roccia dove il sole ed il vento sono i dominatori incontrastati, costringendo così uomini ed animali a rifugiarsi nel massiccio dell’ENNEDI. E’ da allora che questa singolare oasi biologica rappresenta per le popolazioni locali una sorta di arca di Noè difficile da abbandonare.

I nomadi di questa zona conducono una vita completamente priva di tecnologie, in un ambiente naturale tra i più duri ed esigenti che esistano sulla terra. Non sono né poveri, né derelitti, ma semplicemente hanno ridotto all’osso le loro esigenze quotidiane. Nel Sahara dove le enormi distanze, l’aridità e la fatalità rendono così precaria la vita di queste genti, invocare il favore di Allah – Inshallah – è diventato un riflesso condizionato.

E’ incredibile e allo stesso tempo angosciante prendere coscienza del divario enorme tra le difficoltà che ogni giorno queste popolazioni devono affrontare e i problemi che noi ritroviamo quotidianamente nella nostra società.

Ancora in preda ad una profonda emozione per quello che abbiamo visto, ritorniamo sui nostri passi e riprendiamo i fuoristrada. Nel procedere verso il luogo dove poseremo le tende per la notte, effettueremo numerose soste per ammirare delle straordinarie pitture rupestri.

Queste sono celate in grotte e ripari naturali e sono considerate una delle testimonianze più importanti della preistoria; magnifiche per la loro raffinatezza ed inestimabile valore di documento della vita di uomini e animali in questa grande regione del Sahara centro meridionale.

Quello che ci colpisce in queste pitture è la presenza dei cavalli accanto ai dromedari, segno di un momento storico in cui le due cavalcature si davano il cambio a causa dei drammatici mutamenti climatici che stavano investendo il Sahara.

Il campo verrà posato nelle vicinanze di TOKOU, dove troveremo delle incredibili formazioni arenacee ad arco, imponenti ed eleganti che fanno pensare ad un’opera di ingegneria a cui la natura si è dedicata con lo scopo di sfidare le sue stesse leggi.

A poche centinaia di metri dalle nostre tende, abbiamo avuto l’opportunità di vedere decine e decine di ammassi di pietra di forma rotondeggiante; altro non sono che tombe funerarie di una delle tante necropoli sparse nell’ENNEDI, alle quali gli studiosi stanno tuttora cercando di attribuire una datazione certa.

La giornata seguente del 04/04 proseguiremo in direzione Nord Ovest lungo l’Oued NOHI costeggiando le magnifiche formazioni tassiliane arenacee del massiccio dell’ENNEDI, come quelle di TOKOU, TERKEI e DELI. Queste formazioni con archi, guglie e camini creano maestose cattedrali e intricati labirinti che si alternano ad ampie vallate rese multicolori dalla sabbia dorata e dalle sfumature di verde di acacie e arbusti. A ben vedere nel Oued NOHI il deserto smette di essere implacabile; in questa vallata incredibilmente verde l’acqua che proviene dal sottosuolo irrora migliaia di acacie e rende la vita meno dura ai nomadi che la abitano.

Una menzione particolare a nostro avviso, va a CHIGEO, per le sue incredibili torri in arenaria che si innalzano contro un cielo che ha il colore del cobalto. Queste antiche foreste di arenaria allungano le loro ombre su un morbido tappeto di sabbia, in un cromatismo perfetto che addolcisce l’asprezza di questo arido territorio. Nelle immediate vicinanze spuntano dal terreno come per magia degli stupefacenti funghi di pietra che hanno un’altezza di circa 5-6 metri; sembra impossibile che solamente l’erosione sia stata l’unica causa di questi capolavori della natura.

Di fronte a questo spettacolo naturale, ci viene alla mente una citazione di Thèodore Monod quanto mai appropriata: “si prova rispetto per questi paesaggi intatti che non ci hanno domandato nulla, che farebbero volentieri a meno della nostra presenza e che sono là comunque semplicemente maestosi”.

In serata arriveremo nella splendida regione sabbiosa di BICHAGARA, dove poseremo le nostre tende per la notte.

La mattina del 05/04 ci lasceremo alle spalle le ultimi formazioni arenacee di BICHAGARA e dell’ENNEDI meridionale, puntando al pozzo di OUAI per il consueto rifornimento d’acqua. Rifornimento necessario in quanto per i prossimi tre giorni non incontreremo punti d’acqua data la forte aridità del territorio che dovremo attraversare.

Il caldo. Non ne abbiamo ancora parlato; essendo praticamente alla fine della stagione invernale le giornate sono calde, le temperature di giorno arrivavano tranquillamente ai 40°, per cui, onde evitare la disidratazione, si aveva necessità di bere almeno 6-7 litri d’acqua al giorno. Considerato che eravamo in 18 persone, i bidoni d’acqua erano quelli che occupavano lo spazio maggiore all’interno delle nostre jeep.

Qui al pozzo di OUAI, vista anche una certa abbondanza di questo prezioso liquido, ne abbiamo approfittato per lavarci un po’, sotto lo sguardo incuriosito dei nomadi che affollavano il pozzo al nostro arrivo.

Fatto il pieno di acqua, ci addentreremo lungo una difficile pista sassosa e sabbiosa nella depressione del MOURDI, vasta regione di sabbie e gruppi montuosi isolati. Passeremo poi alcuni impegnativi cordoni di dune “barcane” nel punto di minor larghezza, per immetterci nel DERBILI, in un altro sistema di dune “barcane”, dove passeremo la notte.

Numerosi sono i giacimenti neolitici e paleolitici qui presenti e frequente sarà la possibilità di scoprire fra le sabbie grosse macine, resti di vasellame di ceramica ed altri manufatti preistorici.

Qui in una delle regioni più isolate del TCHAD sahariano, l’enorme vastità dello spazio ed il silenzio più assoluto ci tolgono il fiato e ci svuotano la mente.

Le emozioni e le sensazioni che ti danno questi luoghi sono difficili da esprimere con le parole e con la fotografia. Il deserto va vissuto, devi sentire sulla tua pelle la sabbia, il sole, il vento, devi vedere con i tuoi occhi la sua immensità, perché il deserto è una cosa a sé, è un altro mondo, un’altra dimensione.

La mattina del 06/04 partenza di buon ora, per poter sfruttare al massimo le prime ore del giorno dove le temperature sono più sopportabili per noi e per i nostri mezzi. Percorreremo l’antica via carovaniera che collega i villaggi Tchadiani del sud con le saline delle regioni di OUNIANGA, DEMI, TEGUEDEI e le oasi libiche; arriveremo poi a EYO DEMI formazione di arenaria rossastra ai piedi della quale sorge l’omonimo villaggio, costituito da poche palme e povere abitazioni in terra. Questo nucleo abitato, situato in un ambiente assolutamente selvaggio ed inospitale vive sull’esiguo commercio del “sale rosso”; in un’ampia distesa di sabbia le donne scavano e raccolgono con metodi rudimentali i cristalli di sale, che verranno poi trasportati ai mercati del WADDAI.

Questo preziosissimo elemento naturale, che è il sale, fu alla base di tutti i traffici che si svolgevano lungo la grandi carovaniere del Sahara; a tutt’oggi queste carovane sopravvivono soltanto qui e in paesi come il Niger ed il Mali.

Siamo penetrati incredibilmente in un angolo di mondo che fino ad ora il motore a scoppio non è ancora riuscito a conquistare.

Ci fermiamo per una breve visita, due chiacchere con il capo villaggio che poi ci porta a vedere le saline, dove alcune donne erano impegnate nell’estrazione del sale, in condizioni ambientali davvero proibitive per chiunque di noi.

Proseguiremo ancora lungo questa antica via di commercio e piegando verso nord ovest arriveremo all’oasi di TEGUEDEI, piccolo palmeto abitato stagionalmente per la raccolta dei datteri. Durante la stagione invernale, principalmente nei mesi che vanno da novembre a febbraio, viene raccolto il sale per effetto dell’evaporazione delle acque di questo piccolo lago.

Nei periodi in cui l’oasi non è abitata troviamo solo i telai delle abitazioni realizzati con canne di bambù, altrimenti ricoperti di stuoie e piccole costruzioni di pietra adibite a magazzino per i datteri durante il periodo della raccolta.

L’oasi rappresenta un’affascinante e seducente idea della vita che vince in mezzo al nulla; è la volontà dell’uomo che in severissime condizioni ambientali utilizza le poche risorse a sua disposizione per creare una nicchia fertile, che si oppone ad un intorno ostile ed avverso.

L’estrazione del sale, la raccolta dei datteri, la soda costituiscono insieme all’allevamento una fonte di approvvigionamento e di scambi insostituibile nell’economia della regione.

Le sorprese non sono ancora finite in questa giornata, proseguendo sempre verso ovest raggiungeremo i primi laghi dell’oasi di OUNIANGA SERIR. Uno solo di questi ha l’acqua che è completamente dolce, ne approfittiamo immediatamente per fare un bagno ristoratore, occasione non certo frequente nel Sahara.

Il campo verrà posato nelle immediate vicinanze di questi laghi.

La giornata seguente del 07/04 la passeremo interamente a visitare questa inusuale regione di OUNIANGA. Per una particolare situazione geologica questo complesso sistema lacustre ha modo di sopravvivere alla desertificazione; la sua ubicazione è tra OUNIANGA SERIR e OUNIANGA KEBIR.

In un paesaggio tra i più inusuali, troviamo bacini d’acqua circondati da palmeti spontanei che affondano le radici in un terreno spugnoso inzuppato da acque fossili; unici palmeti di questo genere in tutta l’Africa sub tropicale, praticamente nel cuore del deserto. Dune gialle e arancioni discendono sino all’acqua, falaise di arenaria multicolore che vanno dal bianco al rosso, rendono questo luogo uno dei più affascinanti ed inaspettati di tutto il paesaggio sahariano.

Questi specchi d’acqua, rari gioielli dalle colorazioni blu, verde e rosso, devono il loro cromatismo alla salinità delle acque ed alla natura del plancton in esse presenti.

Piccolo villaggi di povere capanne circondano i laghi; qui vi abitano principalmente i nomadi BIDEYAT e OUNIA, questi ultimi danno il nome alla regione dei laghi salati; nonostante le grandi dimensioni nessun nomade li naviga, né con piroghe né con piccole barche.

BIDEYAT e OUNIA parlano una lingua dalle origini comuni, la lingua della riva nord dell’antico mare paleociadiano; queste popolazioni nomadi si insediarono in questi territori probabilmente alla fine del neolitico.

La zona dei laghi è il punto più a nord toccato dal nostro raid sahariano. Come detto in precedenza il lago BOKOU di OUNIANGA SERIR è il solo che ha acqua dolce. In tutti gli altri l’acqua è salata, là dove sono stati inglobati i depositi di carbonato di sodio lasciati dalle antiche ingressioni marine.

A OUNIANGA KEBIR ci sarà l’ultimo controllo dei nostri permessi; si farà poi il secondo ed ultimo rifornimento di nafta per i fuoristrada.

OUNIANGA KEBIR è un villaggio dove il tempo sembra essersi fermato alla guerra combattuta contro la vicina Libia. Nonostante la potenziale minaccia rappresentata dai residuati bellici ancora sparsi nel territorio circostante, ora vi è presente un vivace mercato pieno di merci che ironicamente provengono dalla confinante Libia, ex nemico e vicino più ricco del TCHAD.

Su grossi camion diesel Mercedes, carichi fino all’inverosimile, sono impilati enormi sacchi di iuta che contengono un po’ di tutto, dai tappeti da preghiera ai sandali, abiti, utensili in latta ecc …..

Il più delle volte sopra a questo strato di sacchi trovano posto numerosi passeggeri avvolti nelle loro tuniche e schiacciati gli uni contro gli altri.

L’importanza del villaggio è dovuta al fatto che questo è il primo posto di controllo del TCHAD per chi proviene da nord; qui i camion sono costretti a lunghe soste per le ispezioni doganali.

Facciamo il campo fuori dal villaggio, vicino alle rive del lago YOA, di gran lunga il più grande di questa regione, un vero e proprio mare interno.

La mattina successiva del 08/04 ammiriamo il sorgere del sole su questo fantastico specchio d’acqua e dopo la consueta colazione puntiamo i nostri fuoristrada in direzione sud Sud Ovest, passando tra alcune strette falaise di arenaria, per entrare poi nel Ouadi DOUM. Lungo il suo percorso attraverseremo i resti di un aeroporto militare, con tanto di pista di atterraggio ancora in ottimo stato, che fu un’importantissima base di approvvigionamento per le truppe libiche durante il conflitto con il TCHAD. Oramai non rimangono altro che pochi capannoni e baracche invase dalla sabbia, presidiate da alcune decine di militari Tchadiani confinati con le loro famiglie in questo squallido e desolato avamposto militare. Al nostro arrivo siamo avvicinati da un paio di graduati, che come spettri escono dalle baracche con le loro divise male in arnese avvicinandosi a noi un po’ sorpresi nel vederci, per controllare il nostro permesso di transito ma soprattutto per chiederci generi di prima necessità.

Qui il percorso era obbligato, in quanto tutto attorno all’aeroporto il terreno è cosparso di relitti di aerei e carri armati e circondato da campi minati, che fortunatamente per noi erano ben segnalati con cartelli e filo spinato.

Una volta usciti dal Ouadi DOUM entreremo gradatamente in ampie pianure di reg senza ostacoli all’orizzonte, fino a raggiungere verso sera le prime “barcane”, desolate e sensuali dune a forma di mezza luna dell’Erg di DJOURAB.

Questo percorso ha tagliato fuori volutamente l’importante oasi di FAYA LARGEAU, capoluogo del B.E.T. a causa di alcuni recenti attentati avvenuti in città ai danni della guarnigione militare lì presente.

Fino agli anni sessanta era una delle più ricche ed affascinanti oasi sahariane, con le sue bianche case a portico che si affacciano su viali alberati; FAYA è stata un centro strategico durante la sanguinosa guerra con la Libia, ora finalmente sta ricominciando lentamente a rivivere.

Le nostre tende ad igloo verranno posate ai piedi di un’imponente duna barcana, per potersi riparare un po’ dal vento. Si, perché dalla prima mattinata ha incominciato a spirare incessantemente il temuto HARMATTAN, un vento implacabile che soffia da Nord Est e segnala la fine delle fresche temperature dell’inverno nordafricano; quando se ne va comincia il caldo torrido dell’estate sahariana, con temperature che possono tranquillamente superare i 45° a cui danno refrigerio solo sporadiche piogge.

L’HARMATTAN soffia a cicli di due, sei giorni; oltre ad apportare un immediato aumento della temperatura, porta con se ingenti masse di polvere, che azzerano la visibilità e cancellano in un attimo qualsiasi pista anche segnalata.

La giornata del 09/04 inizia sotto un cielo piuttosto grigio, dovuto alla sabbia in sospensione che ci ha portato l’HARMATTAN. Proseguendo sempre verso Sud Ovest ci troviamo a percorrere impegnativi cordoni di dune camminando su sabbia vergine, a fec-fech, soffici distese di polvere impalpabile su cui si affonda, dove ogni traccia di passaggio umano, per altro rara, viene assorbita e cancellata. Si cerca sempre di rimanere a contatto visivo con gli altri fuoristrada, in quanto ora il vento ha incominciato a spirare nuovamente con una certa violenza riducendo di molto la visibilità.

La polvere ci avvolge completamente, dentro i fuoristrada cerchiamo di proteggere la nostra bocca con un fazzoletto annodato dietro il collo oppure con il classico shèsh.

…. Certo che attraversando questo assolato ed inospitale deserto, ci è difficile pensare che in tempi passati qui vi era un habitat simile in tutto e per tutto a quello che noi possiamo vedere ora nei parchi africani dell’Africa orientale.

Nel luglio del 2002, a viaggio abbondantemente concluso, la prestigiosa rivista NATURE ed i maggiori quotidiani nazionali riportavano la notizia che proprio qui nell’Erg di DJOURAB un gruppo di ricercatori aveva scoperto un teschio, una mandibola e dei denti di un essere vissuto tra i sei e sette milioni di anni fa; probabilmente la più antica traccia appartenente alla famiglia umana mai trovata, che sposterebbe indietro nel tempo l’origine dell’umanità.

La squadra al lavoro sul posto è composta da una trentina di persone tra geologi, sedimentologi e paleontologi provenienti da dieci paesi diversi, al comando del prof. Michel Brunet direttore della missione franco – tchadiana di paleoantropologia.

Questo è il primo ritrovamento di un ominide in Africa centrale che le autorità locali hanno chiamato “Toumai”, una parola in lingua Goran che significa “speranza di vita”, normalmente usata come nome per i bimbi che nascono prima della stagione delle piogge.

Toumai potrebbe svelare i segreti di un periodo dell’evoluzione del quale francamente in questo momento poco o nulla si sa. Quanto al luogo gli scienziati sottolineano che gli altri ominidi ritrovati sono stati individuati esclusivamente in Africa orientale (nella Rift Valley a ben 2’500 km da qui e datati 2,5 milioni di anni fa), a differenza di questo trovato invece in Africa centrale. E’ un’area che sette milioni di anni fa appariva molto diversa da oggi; era ricca d’acqua, solcata da grandi fiumi che scendendo dai massicci montuosi alimentavano grandi laghi e che con le numerose savane e praterie era l’habitat di numerose specie di animali.

Terminata la traversata del DJOURAB percorreremo una pista segnalata da fusti e copertoni che ci porterà nel luogo dove si trovava l’antico lago BORKOU, dove vedremo i resti di diatomiti.

La diatomite o farina fossile non è altro che il risultato degli abbondanti resti fossili di alghe unicellulari chiamate diatomee, che sono presenti in tutti i tipi di acqua e nei terreni umidi; le pareti cellulari delle diatomee sono impregnate di silice.

Questa bufera di vento che spazza il deserto, trasforma l’aria in una coltre grigia a causa della polvere finissima simile al borotalco di diatomee, dietro la quale il sole è un pallido disco che non ferisce gli occhi.

L’inusuale (per noi turisti occidentali) spettacolo naturale offerto dall’HARMATTAN viene considerato dal gruppo non come un fastidio, ma bensì come una degna e magnifica conclusione del nostro viaggio.

Una volta scesi dalla macchina, cercando di osservare attentamente il terreno circostante, riusciamo a trovare vertebre di pesci e grosse conchiglie, animali che popolavano questo antico lago prosciugatosi all’incirca trecento anni fa.

La sosta di mezzogiorno ci vede consumare il pranzo all’ombra di una delle poche acacie che abbiamo trovato lungo il percorso; qui con il contributo determinante dell’HARMATTAN abbiamo rilevato la temperatura massima del nostro viaggio: 44,9° all’ombra.

Ora si punterà decisamente su KOUBA OULANGA, per riprendere lo stesso percorso lungo il BAHR el GHAZAL, fatto in precedenza nei giorni addietro. Una volta attraversato il piccolo villaggio di BEURKIA, ci allontaniamo di qualche chilometro per andare a posizionare il nostro campo. C’è da dire che anche la temperatura notturna ha subito un innalzamento dei suoi valori; all’indomani, mattina del 10/04, poco prima di ripartire con i nostri mezzi, alle sette circa abbiamo rilevato una temperatura di 31°, un buon auspicio per il proseguimento del cammino !!!

Ripercorreremo così di nuovo questo antico letto di fiume che lambisce antichi ammassi di dune morte in un paesaggio che è diventato a poco a poco saheliano, con i suoi numerosi e piccoli villaggi anche senza nome per noi viaggiatori di passaggio, qualche capanna, delle persone a piedi o con gli asini in cammino verso un mercato e i suoi pozzi d’acqua sempre affollati dai nomadi, che con gesti antichi di millenni, dissetano le loro mandrie.

Una breve sosta a MOUSSORO, dove in una piccola bottega riusciamo a bere persino una coca cola bella fresca; l’ultima notte sotto le stelle la trascorreremo poco fuori il villaggio di KOURI KOURI.

Il rientro alla capitale avviene il giorno seguente 11/04 ripercorrendo la grande arteria che porta fino ad N’DJAMENA; ora l’asfalto vola sotto le nostre ruote, con un rumore che ci appare a dir poco estraneo dopo tanti giorni passati nelle sabbie del deserto.

Arriveremo nel tardo pomeriggio al NOVOTEL la TCHADIENNE in tempo per una doccia ristoratrice ed un piccolo riposo.

Verso le 03,00 del 12/04, con circa tre di ritardo, arriva il nostro aereo da Bamako che ci porterà ad

Addis Ababa, per poi ripartire alla volta di Roma.

Durante il lungo viaggio di ritorno e nei mesi successivi, sentiamo di aver arricchito ancora una volta il nostro bagaglio di esperienza; la ricchezza che può darti un viaggio nel deserto è immensa, ed è una ricchezza che nessuna moneta potrà mai eguagliare e che nessuno ti potrà mai rubare.

Ricordiamo ancora oggi ogni minimo particolare; il susseguirsi di paesaggi grandiosi, la spettacolare natura dell’ENNEDI, i nomadi con il loro sguardo fiero ma anche purtroppo con un tenore di vita per noi francamente impensabile, le infinite distese di sabbia di questo mondo che ormai è parte di noi o anche l’immagine dei nostri autisti che si allontanavano per pregare rivolti verso la Mecca.

Nei nostri occhi rimangono le immagini di questi popoli che vivono da sempre nei luoghi più difficili ed inospitali del pianeta; popoli la cui cultura la si può cercare di capire anche attraverso uno dei suoi più antichi proverbi: “se vuoi conoscere molte persone puoi vivere nelle città, ma se vuoi conoscere te stesso vivi nel deserto”.

Qui nel Sahara la gente muore, la vita continua e a volte fa bene rammentare che il massimo che possiamo aspettarci è un po’ di acqua e un po’ di ombra; al di là di questo, tutto è nelle mani di forze più grandi di noi. … Inshallah

Il deserto ci cambia, non può non cambiarci, quei luoghi, quelle scene di vita quotidiana le porteremo per sempre nel nostro cuore e rimarranno dentro di noi fino a che avremo memoria.

Note particolari

Tutte le mattine dopo la colazione, Andrea ci riuniva attorno alla cartina geografica per illustrarci l’itinerario e le eventuali difficoltà della giornata e per rispondere ai nostri numerosi quesiti.

Alla sera poi, dopo cena, ci si ritrovava a chiaccherare e diverse volte Andrea ci ha edotto sulla storia del paese, gli aspetti naturalistici, la situazione oggettiva e reale del lavoro nello stesso.

Ciò ci ha permesso di soddisfare le nostre numerose domande alle quali non potevamo dare risposte causa le scarsissime informazioni e la totale mancanza di guide su questo splendido paese. Tutto ciò ha ulteriormente arricchito e reso ancora più prezioso il viaggio con questa organizzazione, creando così tra noi un legame di fiducia e rispetto che raramente si riesce ad instaurare in altre situazioni simili.

Da notare inoltre che i pasti serviti al mattino, mezzogiorno e sera erano sempre molto equilibrati sia come qualità che varietà; ciò non per mettere in evidenza il nostro amore innato per il cibo in quanto siamo italiani, ma per mettere in risalto che un’alimentazione adeguata e varia in un ambiente così ostile, ha permesso a tutti di trascorrere in salute e senza nessun problema fisico neppure piccolissimo, tutta la vacanza, cosa assai rara quando si cambia anche per un breve periodo cibo e clima.

Ringraziamenti

Un grazie di cuore va ad Andrea Bonomo ed il suo staff, per la sua (e loro) professionalità e competenza, per averci fatto conoscere in modo approfondito questo paese e le genti che lo abitano, e per la sua completa disponibilità nei nostri confronti per tutta la durata di questo lungo ed emozionante viaggio nell’ENNEDI.

 

 
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