Finalmente il Qomolangma

di Marco Santamaria –

Sono le 4 del mattino del 15 settembre, la sveglia inizia a suonare. Accolgo il trillo con emozione e trepidazione, pochi secondi e sono già in piedi, oggi è il grande giorno: il giorno dell’incontro con il Qomolangma, la Madre dell’Universo, il monte Everest.

Il culmine di un viaggio iniziato a Xining, in Cina, a bordo del treno del cielo, attraverso l’altopiano tibetano e suoi paesaggi lunari: sconfinati pascoli e grandi deserti, saline e distese di ghiaccio, laghi che riposano a 5000 metri di altitudine. Migliaia di chilometri lungo la ferrovia più alta del mondo per giungere a Lhasa e da qui intraprendere una sorta di pellegrinaggio che, di tempio in tempio, mi ha portato fino alla cittadina di Tingri.

Un pugno di case sparpagliate per circa 500 metri lungo la Friendship Highway, molte di queste trasformate in ostelli e piccoli alberghi, dove i viaggiatori diretti al campo base dell’Everest trascorrono la notte prima di compiere l’ultimo tratto di strada verso La Montagna.

La mia e’ stata una notte agitata, mi sono tornati alla mente i racconti di tanti viaggiatori giunti fin quaggiù per scoprire che per vedere l’Everest non basta arrivare al suo cospetto ma occorre sperare nella benevolenza degli elementi. Tanti quelli che sono tornati con negli occhi soltanto una coltre di nuvole e il rammarico per non aver potuto ammirare la vetta del Qomolangma.
Il primo gesto, automatico, e’ quello di precipitarmi alla finestra per vedere il cielo, ma la notte è buia, senza stelle, impossibile capire cosa ci riserverà questa giornata. Per sicurezza scelgo i miei abiti più caldi, maglione di pile, giacca a vento e i miei stivaletti da trekking compagni di tante avventure. Neanche mezz’ora e sono in strada, insieme ai miei compagni di viaggio. Partiamo a bordo del nostro pulmino giallo che ricorda molto un vecchio scuolabus, la strada e deserta, la notte impenetrabile, ma noi ce ne stiamo col naso attaccato al finestrino aspettando che i primi chiarori del giorno dissolvano i nostri timori.

L’alba ci coglie a 5120 metri, sul passo Pang-la. Fermiamo il pulmino e in silenzio osserviamo la palla di fuoco che sorge ed illumina le bandiere di preghiera lasciate dai fedeli in cima al passo. Il vento è forte, è gelido, a lui è affidato il compito di trasportare in cielo i mantra impressi sulle bandiere.



La strada prosegue, si scende verso il basso attraversando i piccoli villaggi della fertile valle di Dzaka fino al paese di Chodzom dove inizia l’ultimo tratto che ci porterà a Rongphu. E’ ormai giorno fatto, l’azzurro del cielo è macchiato qua e là da nuvole candide. All’improvviso, dopo una curva, l’autista del pulmino accosta al bordo della strada, si ferma e si volta verso di noi con un grande sorriso. Alla nostra destra è apparso improvvisamente il monte Everest in tutta la sua maestosità, senza neanche una nuvola a sfregiarne la bellezza, a sminuirne la maestosità. Scendiamo di corsa e scattiamo un numero esagerato di fotografie. Poi di nuovo in marcia verso Rongphu, il monastero più alto del mondo, dove una comunità di monaci buddisti, i più vicini al cielo, vive in raccoglimento al cospetto del Qomolangma.

 

Qui la strada finisce, il ‘’capolinea’’ è un grande piazzale sterrato dove sorge un accampamento ditende nomadi all’interno delle quali si può prendere una bevanda calda, consumare un frugale pasto o anche passare la notte confortati dal calore delle stufe alimentate con sterco di yak.

La nostra sosta dura pochi minuti, il tempo di trovare un trasporto per percorrere gli ultimi chilometri che ci separano dal campo base a 5200 metri di altezza ed espletare i controlli dell’ultimo dei tanti posti di blocco dell’esercito cinese di questa zona del Tibet. Per superare l’ostacolo dobbiamo lasciare i nostri passaporti al posto di controllo, li recupereremo al ritorno.

Qualche centinaio di metri di sentiero sassoso e siamo finalmente al campo base. La montagna più alta del mondo è di fronte a noi, la sua vetta è molto, molto, al di sopra di noi. A 5200 metri l’aria è rarefatta, l’ossigeno è scarso ma non ce ne accorgiamo. Sarà l’emozione, saranno le dosi massicce di Rodhiola (un farmaco derivato da una radice che cresce nelle zone tra i 3000 e i 5000 metri) che abbiamo assunto per compensare i problemi dovuti all’altitudine, ci arrampichiamo su una collinetta dove finalmente liberiamo le bandiere della preghiera che avevamo portato con noi e affidiamo al vento le loro preghiere.

Temevamo una giornata grigia, avevamo pura che l’Everest vincesse la sua partita a nascondino con noi, eravamo preparati al vento gelido e alla pioggia, sapevamo che, come ci era già successo lungo il viaggio di avvicinamento dei giorni precedenti, potevamo essere bloccati nella nostra marcia da una improvvisa tormenta di neve.

Invece questo 15 settembre è benedetto dal cielo, il sole splende e i venti hanno liberato dalle nubi la vetta della Montagna. Le nostre giacche riposano a terra, insieme alle felpe di pile e ai thermos riempiti di bevande calde. Restiamo in maglietta, seduti in terra in contemplazione di fronte alla Madre dell’Universo mentre i raggi del sole accarezzano la nostra pelle.

 

 

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