Il Grande Erg

di Gianni Giatti –
L’imbarco
Con circa due ore di ritardo per via del Ramadan, la nave si è da qualche minuto staccata dalla banchina del porto di Tunisi E’ da poco passata la mezzanotte e tutti i passeggeri si sono ormai ritirati nelle rispettive cuccette.
In poppa, appoggiato sulla parte estrema della nave, l’inconfondibile figura di Corrado, solo con i suoi pensieri mentre osserva la scia e le luci della città che si allontanano lentamente. Non è difficile immaginare cosa stia in questo momento ripercorrendo con la sua mente.
Facciamo quindi un passo indietro e ritorniamo a 10 giorni fa quando è iniziata la nostra avventura.

Dopo l’esperienza di poco più di un anno fa in Islanda con lo Staff di “Dimensione Avventura”, quest’anno abbiamo deciso di spostarci in zone desertiche più temperate nel sud della Tunisia, e precisamente nel Sahara tunisino.

Eccoci ancora una volta a bordo del “Gatto” (che quest’anno andrà in pensione per lasciare il posto alle più moderne e attrezzate Toyota), in compagnia di Beppe, il boss dell’organizzazione, e Giancarlo, un appassionato di moto da cross, che ha già alle sue spalle alcune escursioni desertiche.

Per la verità, la destinazione primaria doveva essere il deserto libico, ma per una serie di avversità è stato rimandato a dicembre, mentre l’organizzazione ha dovuto accorciare il viaggio limitandolo alla Tunisia.

Dopo aver attraversato il Lazio e la Toscana, il “Gatto” arriva in Liguria, e nelle prime ore del pomeriggio è in vista del porto di Genova dove abbiamo l’appuntamento con il resto del gruppo. Siamo in congruo anticipo, e ci prepariamo ad accogliere gli altri partecipanti che arriveranno tutti dal nord dell’Italia.

Con il trascorrere delle ore arrivano alla spicciolata prima le vetture di Corrado e Gabriela, Giovanni e Annik e Enzo che viaggia in solitario, poi le moto di Mauro, Paolo, Marco e Luca. Tarda infine ad arrivare l’ultima vettura del gruppo, giustificata perché arriva da Amburgo, con a bordo una vecchia conoscenza: quel tale Marco detto “il Cicognone” con due amici, un altro Marco ed Erika.

Il parco macchine è ora al completo ed formato dal “Gatto”, due Cheroky Jeep, una Toyota, una Mitsubishi, e da quattro moto: delle quali tre BMW e una Africa Tiwn.

Trascorriamo il tempo rimanente prima dell’imbarco, a scambiarci notizie sul viaggio che stiamo per intraprendere e tappezzando i mezzi con le etichette di “Dimensione Avventura”.

Quando si accendono le prime luci, viene dato il segnale di imbarco, e lentamente gli automezzi già incolonnati si muovono verso il capace ventre del traghetto che uno dopo l’altro li inghiotte.

Ma dovremo aspettare ancora a lungo prima di partire, perché a causa del Ramadan in Tunisia il lavoro viene rallentato. E’ inutile quindi arrivare se il personale di terra laggiù non è pronto a riceverci.

La notte è ormai calata quando si alza il portellone. I motori aumentano i giri, vengono mollate le gomene e la nave centimetro dopo centimetro si separa dal pontile.

Il porto in un turbinio di luci e ombre si allontana lentamente, mentre data l’ora di punta, la collina illuminata scorre a rilento davanti a noi con le strade percorse da decine di auto.

Una volta lasciato il ponte esterno ci ritroviamo tutti per un breefing dove Beppe ci da le prime indicazioni sulla documentazione da presentare l’indomani allo sbarco e alcune nozioni da osservare una volta sbarcati.

Dopo cena infine, il gruppo si riunisce attorno al computer di Beppe che fa scorrere immagini dei luoghi che visiteremo dandoci subito dei consigli su come comportarci alla guida degli automezzi, una volta arrivati sulle dune del deserto.

28 ottobre 2004. In navigazione
Il risveglio ci coglie quando stiamo navigando lungo la costa sarda all’altezza di Cagliari. Il cielo è velato da alcune nubi ma la temperatura è buona e ci consente di passeggiare sui ponti esterni deserti in quanto la nave è semivuota.

Senza alcun impegno raggiungiamo con tutta calma individualmente il bar per la colazione dove approfittiamo, rompendo la monotonia del viaggio di approfondire le conoscenze con i compagni di viaggio.

Scopriamo che sulla nave viaggiano altre organizzazioni, dirette come noi in escursioni desertiche chi in Tunisia, Libia o Algeria.

La giornata si trascina noiosa. Una volta preparati i documenti di sbarco non ci resta che attendere l’arrivo a Tunisi previsto esattamente 24 ore dopo la partenza.

Quando cala la notte, il cielo si è rasserenato e il fascio di luce della luna piena sembra indicare la rotta della nave. Poi le prime luci della costa tunisina ed infine lo sbarco a Tunisi.

Sbrigate le formalità portuali puntiamo verso Tunisi dove nel cuore della città, data l’ora tarda ci fermiamo a dormire. Domani anticiperemo la sveglia e inizieremo la nostra avventura.

29 ottobre 2004. Da Tunisi a Tamerza
Dopo aver trascorsa una notte quasi insonne, in parte per il riposo forzato del giorno precedente in navigazione, e un po’ per l’euforia di trovarci nel nord Africa, al mattino di buonora siamo pronti e non appena riforniti i mezzi, giunti appositamente con i serbatoi vuoti in quanto qui il gasolio costa la metà, ci mettiamo in marcia verso sud.

A bordo del “Gatto” abbiamo oggi un nuovo ospite giunto con un volo da Milano. Si tratta di Maurizio, un giovane radiologo di Piacenza che sprovvisto di fuoristrada, partecipa per la prima volta a questo tipo di escursioni, mentre Giancarlo, dopo aver scaricata la sua Honda, si trova alla testa dei motociclisti, e fa da battistrada al gruppo.

La tappa di oggi è di trasferimento e ci porterà da Tunisi all’oasi di Tamerza, in una zona predesertica a seguito di un tragitto di circa 600 chilometri.

Dopo aver costeggiato il mare per un centinaio di chilometri , deviamo verso l’interno attraversando di rado qualche grosso centro, mentre il paesaggio che scorre davanti a noi, evidenzia una vasta campagna coltivata, alternata da piantagioni di ulivi e vigneti.

In particolare osserviamo la raccolta dei peperoncini che all’esterno delle abitazioni vengono messi ad essiccare, e coi quali si produce una piccantissima salsa rossa che viene consumata nelle famiglie e servita come antipasto nei ristoranti.

Grandissime anche le estensioni di fichi d’india che in molte zone fungono da siepi o limitano i confini delle varie coltivazioni.
Man mano che ci addentriamo nella parte interna del Paese, la strada si fa sempre più sconnessa e traballante. Beppe ci fa notare che lo scorso anno questo tratto non era ancora asfaltato. Essendo il fondo molto compatto, viene steso un manto di bitume direttamente sul terreno, che prende così la forma degli avvallamenti.

Giunti a metà percorso ci fermiamo per l’acquisto del pane in un grosso centro, alla periferia del quale troviamo un sito archeologico molto ben conservato. E’ quindi la volta di fermarci per la pausa pranzo,

Per non urtare la suscettibilità dei tunisini che durante il giorno digiunano e non bevono per il Ramadan, Beppe devia in un luogo appartato. Ci fermiamo a ridosso di una ferrovia a scartamento ridotto e consumiamo il panino.

Notiamo che i nostri compagni di viaggio sono riforniti di ogni ben di Dio. Salumi di ogni sorta, noncuranti del fatto che ci troviamo in un Paese dove il maiale è considerato un animale impuro e pertanto immangiabile.

Una volta ripreso il viaggio, i villaggi si diradano. Inizia l’attraversamento di zone brulle e piatte dai colori sempre più accesi. Superiamo un gruppo di motociclisti fermi per una pausa, che avevamo incontrato sulla nave che si stanno dirigendo verso l’Algeria.

In lontananza compaiono le montagne che segnano il confine algerino e che raggiungeremo in pochi chilometri. Lungo il percorso incontriamo solo qualche pastore o qualche piccola mandria al pascolo brado.

Un ultimo villaggio dove ci fermiamo a fare rifornimento, e quando ripartiamo, usciamo dall’asfalto e prendiamo per una pista che Beppe ha registrata in un precedente viaggio sul GPS, e che sarà un inconsistente ma piacevole test per i motociclisti e il primo leggero contatto con la sabbia per i fuoristrada.

Per chilometri intorno a noi una immensa distesa sassosa. Di tanto in tanto sparsa qua e là qualche tenda di nomadi berberi, mentre la polvere provocata dai mezzi comincia a penetrare dappertutto.

Quando arriviamo all’ultimo avamposto costituito da una gendarmeria prima del confine con l’Algeria che si trova a non più di 6÷7 chilometri, giriamo a sinistra in direzione dell’oasi di montagna di Tamerza.

Superata una mandria di dromedari, ci fermiamo su di una altura per osservare il nulla a 360°., mentre il sole comincia a scendere e seminascosto dalle nubi offre dei colori che ben si adattano all’ambiente.

Lasciamo quindi la pista e ed entriamo in un enorme oued, un fiume in secca della larghezza di alcune centinaia di metri, e viaggiamo in ordine sparso seguendo la traccia fornita dal GPS e costeggiando le montagne, le cui rocce calcaree sembrano pettinate da un enorme rastrello.

Il sole è ormai tramontato oltre le rocce quando il paesaggio cambia all’improvviso. Ecco spuntare enormi ciuffi verdi che pian piano diventano grosse palme. In lontananza l’inconfondibile pilastro del minareto illuminato. Dopo undici ore di viaggio giungiamo a Tamerza.

Nell’oasi c’è una specie di campeggio con alcuni spartani bungalow alimentati da un gruppo elettrogeno, e costituiti da stanzette di legno e fango essiccato all’interno dei quali si trovano due o tre letti.

Per la spesa irrisoria non vale la pena montare la tenda, e li occupiamo. Per la stanchezza poi, decidiamo di non cucinare ma di andare a mangiare in un locale appena fuori dal campeggio.

Rimandata la doccia all’indomani mattina, ci ritroviamo davanti ad un piatto di cous cous, il piatto tradizionale tunisino a base di verdure e qualche microscopico pezzetto di carne. Proibiti invece gli alcolici, innaffiamo la cena con acqua naturale e frizzante.

Seguendo gli usi e costumi del paese, dopo cena ci soffermiamo all’esterno di una fumeria dove i nostri amici trascorrono un paio d’ore sorseggiando il the alla menta e aspirando alcune boccate da un narghilè caricato con tabacco profumato con l’aggiunta di alcuni pezzetti di mela. Poi tutti a dormire. Non ci interessa sapere cosa ci aspetta domani.

30 ottobre 2004. Da Tamerza a Nefta
Uno tiepido sole splende sull’oasi al nostro risveglio. Prima di ripartire c’è il tempo di dare un’occhiata attorno all’accampamento. Scopriamo così che ci troviamo ad una altitudine di circa 800 m. e il luogo dove ci siamo acquartierati è disposto su di un’altura, al di sotto della quale scorre un rigagnolo d’acqua prodotto da una piccola cascata.

Ma la caratteristica del luogo è costituita dalla profonda spaccatura della roccia che parte dal palmeto e prosegue per alcuni km. in direzione dell’Algeria, generando una sorta di canyon.

L’enorme fenditura nella parete calcarea, sembra provocata da un fortissimo movimento tellurico e scavata in seguito dallo scorrere delle acque nel corso dei secoli.

Mentre osserviamo il suggestivo spettacolo della natura, notiamo però che l’enorme crepa è in continuo sfaldamento e a fortissimo rischio di crolli. Pertanto rinunciamo a proseguire e ritorniamo sui nostri passi.

Una doccia calda per levarci di dosso la polvere accumulata il giorno precedente e poi una volta caricati e sistemati gli automezzi, ci mettiamo in marcia.

Ci fermiamo però subito fuori dall’oasi dove ci tratterremo una mezz’ora per dare uno sguardo ai ruderi di un vecchio villaggio.

Il sobborgo disposto su di una collina è stato travolto alcuni anni fa da una serie di fortissime precipitazioni che hanno letteralmente spazzato via le costruzioni impastate con fango, sassi e paglia.

Dall’alto del rilievo, si nota l’estensione dell’oasi con le sue verdi palme. Ciò però che più colpisce è l’enorme costruzione semi mimetizzata tra le rocce, un enorme albergo per turisti che qui stazionano d’estate prima di intraprendere le escursioni guidate, nel deserto.

Nel frattempo, Beppe ha montato un GPS sulla moto di Giancarlo, al quale da istruzioni sulle varie piste da seguire, in quanto con le moto, per non essere costretti a respirare la polvere provocata dai fuoristrada, correranno distanziati davanti a noi.

Il percorso di oggi prevede l’attraversamento di alcuni Chott, le depressioni o avvallamenti, che in alcuni luoghi si trovano sotto il livello del mare.

Subito dopo aver lasciata l’oasi, la strada diventa una pista sterrata e polverosa, e come previsto i motociclisti si portano qualche centinaio di metri da noi.

Ci ricongiungiamo quando dall’alto della montagna diamo uno sguardo verso il basso e vediamo il percorso che si snoda davanti a noi in un affascinante panorama.

La carreggiata che percorriamo subito dopo, viene chiamata “la strada militare” fatta costruire dal Feldmaresciallo Rommel per raggiungere l’Egitto durante la seconda guerra mondiale.

La strada larga circa due metri, è rivestita da lastroni di cemento e in una ventina di chilometri scende dalla sommità fino a valle. Procediamo con la massima cautela perché in molti punti, a causa delle condizioni atmosferiche nel corso degli anni, il rivestimento è saltato e non è mai stato più riparato. Inoltre, ai lati della carreggiata, scorrono profondi precipizi che si notano maggiormente quando raramente incrociamo le vetture delle guide del deserto che avanzano in senso contrario.

Mentre scendiamo, la natura ci offre dietro ad ogni curva uno scenario impareggiabile, e quasi non ci accorgiamo che siamo già arrivati sul fondovalle.

La pista ritorna sabbiosa. Attraversiamo una depressione seguendo il GPS, e proseguendo, dopo alcuni chilometri incrociamo la strada asfaltata. La percorriamo fino ad un punto di riferimento costituito da alcune dune, compartimentate con foglie di palma, affinché il vento non le porti sulla strada.

Raggiunto il punto prestabilito, Beppe scruta sulla sabbia per cercare le tracce dell’imbocco della nuova pista che ci condurrà ancor di più verso l’interno.

Ma qui cominciano le prime difficoltà, dapprima per i motociclisti alle prese con la sabbia. Beppe dà loro indicazioni su come comportarsi sulle cunette, e con la moto di Giancarlo concede una dimostrazione pratica. Purtroppo però le moto di Marco, Paolo, Luca e Mauro sono di grossa cilindrata, e non troppo maneggevoli.

Viaggiamo per qualche chilometro costeggiando un lago salato in secca. Quando tutto sembra procedere per il meglio, ci rendiamo conto che all’improvviso il fondo è diventato più pastoso. Beppe cerca di accelerare per fare scivolare il grosso veicolo sulla sabbia, ma nello scalare la marcia, per un attimo il mezzo perde potenza e affonda inesorabilmente.

Buon per noi che viaggiamo distanziati con le altre vetture che vengono subito bloccate sul terreno più compatto.

Al primo tentativo la Cherocki di Enzo nonostante il forte strappo non riesce nell’intento, anzi le ruote del Gatto, girando a vuoto affondano ancora di più.

Si interviene allora, spalando la melma da sotto le ruote, e piazzando sotto di esse le paratie di metallo.
Una volta usciti dalla fanghiglia, ripartiamo scegliendo di viaggiare sulla crosta del lago in secca che sembra offrire una consistenza maggiore. Ma dopo pochi chilometri ci ritroviamo in una situazione peggiore in quanto, oltre al Gatto si è infognata anche la vettura di Corrado che viaggiava troppo a ridosso, e non ha fatto in tempo a fermarsi.

Si lavora alacremente per levare il fango da sotto gli automezzi che sono sprofondati rapidamente. Quasi tutti i ragazzi si danno da fare, e l’operazione scorre con regolarità anche sulla base dell’esperienza del primo insabbiamento.

Per fare uscire il Gatto, mentre si trova in trazione, bisogna velocemente spostare le paratie e rimetterle sotto le ruote in modo che facciano sempre presa.

Un po’ più complessa è l’operazione per tirare fuori la Cheroki di Corrado che è rimasta infangata fino alla intelaiatura. Ma la Mitsubishi di Cicognone non si smentisce, e come molte volte lo scorso anno in situazioni critiche in Islanda, anche oggi si è rivelata di importanza fondamentale.

Le varie operazioni ci hanno fatto perdere circa tre ore. Beppe decide che conviene rimanere sul posto per il panino del pranzo, e di proseguire poi fino alla nostra meta. Nel frattempo manda Giancarlo in avanti con la sua moto leggera per constatare la consistenza della superficie del lago.

Nell’attesa di vedere ritornare Giancarlo, passeggiamo attorno alle vetture, e a qualche decina di metri scopriamo quella che è diventata la tomba per un nomade o pastore colpito chi sa in quale circostanza. Con gli sterpi raccolti attorno, faccio una rudimentale croce e dopo aver detto una preghiera risalgo sul Gatto e ci rimettiamo in marcia.

Quando è il momento di ripartire, Beppe decide di non rischiare. Dà istruzioni ai motociclisti che fa avviare dando loro appuntamento in un punto a circa due ore di distanza da dove ci troviamo, e che noi raggiungeremo aggirando il lago e avanzando sulla sabbia mediante una pista che scorre parallela a qualche centinaia di metri.

Tutto scorre liscio per una trentina di chilometri, quando la voce di Annik comunica che le vetture di Cicognone e Corrado non sono più in contatto radio. Proseguiamo lentamente nella speranza di farci raggiungere ma inutilmente.

Ci fermiamo e dopo vari tentativi di collegamento con la radio che ha una portata di oltre dieci chilometri, Beppe invia la Toyota di Giovanni alla ricerca delle due vetture mancanti.

Giovanni segue a ritroso le tracce fresche sulla sabbia, e dopo circa una mezz’ora ritrova le due vetture che giunte in un punto dove i solchi portavano in due direzioni diverse, non essendo più a contatto visivo, giustamente si erano fermate in attesa di vedere ritornare qualcuno.

Conclusasi felicemente anche questa piccola contrarietà, ci rimettiamo in cammino e fatti ulteriori venti chilometri vediamo in lontananza il nostro obiettivo e i ragazzi che ci stanno aspettando.

Quello dove ci troviamo, e che a prima vista potrebbe sembrare il villaggio di un altro pianeta, è effettivamente la scenografia costruita oltre venti anni fa, e servita per girare il film “Guerre stellari”. Oggi rimane lì come ricordo, le guide del posto ne fanno un vanto, e vi portano i turisti che desiderano addentrarsi nel deserto.

Il villaggio è circondato da alte dune. Quale migliore occasione per cercare di insabbiarsi. Comincia così una serie di evoluzioni sia con le vetture che con le moto. Dapprima con molta prudenza, poi una volta venuti in confidenza con la sabbia, vengono lanciati i mezzi nel tentativo di risalire le dune per lanciarsi poi nella ripida discesa. I primi tentativi falliscono, ma poi uno dietro l’altro tutti centrano l’obiettivo.

Prima di partire, Corrado da buon valdostano che viaggia sempre con un paio di sci nella vettura, si cimenta in uno slalom tra le dune finendo a gambe levate proprio quando stava raggiungendo una certa dimestichezza, che lo convince invece a soprassedere.

Prima che cali il buio all’improvviso, ci rimettiamo in marcia per cercare un punto dove piazzarci per trascorrere la notte. Non c’è molta differenza tra un posto e l’altro. Dopo esserci guardati attorno decidiamo di fermarci per sistemare il campo.

Ci disponiamo in cerchio e montiamo le tende, mentre il tavolo viene disposto tra le vetture che ci ripareranno dalla brezza che da poco si è alzata. Intanto assieme ad Enzo e Maurizio, ci mettiamo in cerca di sterpi per fare una falò per riscaldarci prima di andare a dormire.

Una volta montato il campo, eccoci tutti attorno al tavolo. Sono le sei del pomeriggio e dobbiamo solo attendere di trascorrere in qualche modo la serata. Timidamente compare prima un bidoncino di birra offerto dai “tedeschi” forse per farsi perdonare di essersi persi nell’ultima parte del viaggio, poi ecco arrivare in tavola i prodotti della valle d’Aosta offerti da Corrado, che ha aperto la serie degli insabbiamenti.

L’unica nota stonata sono le mosche che calate all’improvviso si posano dappertutto e pizzicano sulle parti scoperte del corpo. Ma il fenomeno scompare quasi subito non appena cala la notte.

Sono quasi le sette ed è già buio. Mentre Beppe cucina la pasta e fagioli, si ride durante una discussione tra Enzo ed Erika che stuzzicandola, cerca di farla parlare.

Per ingannare il tempo poi, Beppe ci illustra il percorso fatto oggi, quello di domani e le difficoltà che incontreremo nei prossimi giorni.

È la volta poi del piatto caldo che arriva quando ormai siamo sazi per l’abbondante antipasto offerto un po’ da tutti. Ma la notte è ancora lunga. Anzi non è ancora iniziata. E dopo un brindisi ci rimettiamo a mangiare.

Mentre Giancarlo è alle prese con il lavaggio delle pentole, Maurizio accende il falò e dopo qualche istante ci ritroviamo tutti attorno sdraiati sulla sabbia a riscaldarci.



Beppe imitando i nomadi berberi, prepara la teiera che mette a scaldare direttamente sulla brace. Trascorriamo così alcune ore tra risate, raccontando fatti e avvenimenti accaduti ad ognuno di noi, assaporando di tanto in tanto il profumato thè alla menta.

31 ottobre 2004. Da Nefta a Douz
Non sono ancora le sei quando mi alzo dopo un sonno distensivo. I ragazzi si sono attardati attorno al fuoco ieri sera mentre io ad una certa ora mi sono infilato nel sacco a pelo. Siamo ai primi albori, e l’accampamento è immerso nel silenzio più profondo. Certo fanno uno strano effetto quelle auto e moto raggruppate e attorniate dal nulla.

Mi incammino fra le dune non perdendo mai il riferimento del campo. A poco più di un chilometro di distanza noto quello che potrebbe essere un bivacco formato da tende bianche. Si tratta in effetti di una sorta di villaggio momentaneamente abbandonato, che viene sfruttato dalle troupe di cineasti che qui arrivano per girare scene nel deserto.

Un fatto curioso è rappresentato da quelle che sembrano essere sculture che affiorano dal suolo, ma che in realtà sono formazioni di sabbia pressata dallo spostamento delle dune, e che al solo contatto con qualcosa di contundente si frantumano.

Quando sono di ritorno, trovo i volti assonnati dei ragazzi intenti a fare colazione in compagnia delle mosche che con le prime luci sono ritornate, attirate anche dal profumo del caffè e dei dolciumi.

Puntualmente come stabilito, alle otto lasciamo il luogo del pernottamento e puntiamo in direzione di Douz, un’oasi denominata: la porta del deserto. Oggi i motociclisti, avranno modo di misurare le loro capacità nel variegato percorso che li attende prima di affrontare nei prossimi due giorni l’Erg tunisino.

Procediamo lungo una pista sabbiosa tra folti cespugli erbosi attorno ai quali sta pascolando una mandria di dromedari. Ci fermiamo a fotografare l’insolito branco che bruca allo stato brado nella vastità della zona.

Percorso qualche chilometro, deviamo verso la cittadina di Nefta per rifornirci di gasolio e acquistare il pane per il fabbisogno odierno.

Mentre il gruppo si sta rifornendo presso il distributore, cerchiamo nei rarissimi negozietti aperti un po’ di pane. Ma sempre a causa del Ramadan, è impossibile trovarlo a quell’ora, perché i musulmani commettono peccato anche solo se lo toccano il cibo durante le ore del digiuno. Pertanto una volta fatto il pieno ripartiamo verso sud.

Percorriamo un breve tratto di strada asfaltata fino a quando giungiamo a quello che in lontananza sembra un posto di blocco. Si tratta invece di tralicci di ripetitori divelti, sembra quasi fatti saltare, ma non sappiamo bene il perché.

Da questo punto finisce la strada e inizia la pista che ci porterà ad attraversare per svariati chilometri un esteso lago salato asciutto. Il fondo è perfettamente liscio e battuto, ma per sicurezza mandiamo avanti le moto per rassicurarci sulla compattezza dell’alveo.

Lo strato di sale che si trova in superficie, in lontananza mette in risalto le piccole dune di sabbia tanto da farle sembrare degli insoliti isolotti circondati dall’acqua, producendo così quell’effetto ottico che costituisce il miraggio.

I motociclisti si lanciano in sfrenate rincorse per poi raggrupparsi, mentre Beppe raccomanda loro di non zigzagare troppo, perché i chilometri da percorrere sono molti e la scorta di carburante ci consente di arrivare fino a Douz questa sera.

Dopo aver lambito per una quarantina di chilometri il Chott El Jerid usciamo e sempre costeggiandolo, imbocchiamo una pista sterrata e polverosa che ci consente di accorciare il tragitto.

Ogni tanto giungiamo ad un bivio senza alcuna indicazione, e pertanto i ragazzi si fermano per aspettare il Gatto che indichi loro la direzione da prendere.
Quando è quasi mezzogiorno e dopo aver percorsi un bel numero di chilometri ancora, ci fermiamo per una pausa. Ci troviamo in prossimità di un vecchio pozzo ora in secca, segnato sul GPS e del quale notiamo solo la ferraglia di ciò che rimane.

Nei venti minuti d’intervallo, ci proponiamo di scorrere ancora un paio d’ore di strada fino a raggiungere il grande bivio registrato da Beppe, e dove sosteremo per il pranzo.

Man mano che scendiamo verso sud, per transitare su queste piste occorre avere un permesso del Governo tunisino, che, in seguito ad incidenti verificatesi, ha interdetto l’accesso ai veicoli privi di trazione totale, e ha lasciato ai posti di controllo militari delle varie zone la facoltà di lasciare proseguire o rimandare indietro i mezzi sprovvisti di permesso di accesso alle zone desertiche.

Non incontriamo anima viva per tutta la mattinata e alle due del pomeriggio senza intoppi giungiamo al luogo stabilito.

In mancanza di pane, il pranzo è costituito da scatolette di salmone, che ironia della sorte contengono un saporito intingolo. Ci rifacciamo però con una scatola da cinque chili di datteri, non appena riusciremo a cacciare le mosche che vi si sono appiccicate.

Mentre Paolo lascia l’impronta del moto club Acqui Terme al quale appartiene, Beppe rifornisce le moto prima di affrontare la parte un po’ più impegnativa che ci attende nel pomeriggio.

La seconda parte del tragitto è costituita da un fondo sabbioso che aumenta e diminuisce all’improvviso, e davanti al quale bisogna procedere a vista tra i ciuffi d’erba avendo la percezione di aver scelto sempre il punto migliore per passare. Ma non è sempre così. Talvolta, quando si pensa di avere trovato il passaggio ideale è la volta che si affonda perché il percorso è troppo lungo per le ruote che non fanno attrito.

Bisogna inoltre viaggiare distanziati per poter procedere ad una andatura sostenuta, ma non troppo lontani per non perderci di vista e seguire il tracciato indicato dalla vettura davanti a noi.

La serie degli insabbiamenti viene aperta da Corrado che trovandosi troppo sotto al Gatto dovendo rallentare non riesce più a galleggiare sulla sabbia e si è arenato. Ma nonostante l’abilità, vuoi forse per lo stress psicologico, in seguito succederà un po’ a tutti.

Chi per il momento sembra divertirsi e uscirne indenne sono i motociclisti, che spostando il peso del corpo in avanti o indietro superano le dune come perfetti cavallerizzi. Ma ancora per poco, fino a quando la sabbia si farà più alta e fine e le gobbe friabili, tanto da non consentire per la pesantezza delle moto lo scavalcamento, ma facendole penetrare e insabbiare.

Una volta arenate, occorrono almeno tre persone per poterle liberare. E il sistema migliore è quello di ribaltarle e tirarle fuori per la ruota posteriore.

Con lo scorrere dei chilometri, per le esauste braccia dei motociclisti, le moto diventano sempre più pesanti e di conseguenza più frequenti gli arresti.

Ma anche per le auto col passare delle ore l’impresa si fa più ardua, tanto da richiedere non appena uno spiazzo con il fondo solido ce lo consente, un breve riposo per riordinare le idee e ascoltare i consigli di Beppe.

Ma ogni tanto anche Beppe si trova a dover prendere delle decisioni che a prima vista sembrano più favorevoli ma poi si rivelano inefficaci.

Nel frattempo Maurizio si è specializzato a saltare giù dal mezzo con le guide metalliche e a provvedere a sistemarle sotto ai mezzi insabbiati evitando così lungaggini e perdite di tempo.

Frattanto, Beppe provvede a fare sgonfiare le gomme dei veicoli affinché abbiano una presa maggiore sulla sabbia.

Esistono delle regole fondamentali da seguire per affrontare un viaggio nel deserto in sicurezza. E’ necessario soprattutto essere sempre consci dei propri limiti e capacità. L’errore più diffuso fra coloro che si avventurano nel Sahara e che poi ne ritornano con spiacevoli ricordi, è quello di sottovalutare le difficoltà dell’itinerario prescelto e di aver sopravvalutato la propria esperienza e conoscenza.

Beppe poi ha una sua teoria, e dice che per molti autisti sprovveduti, il mezzo più idoneo per insabbiarsi è il fuoristrada, perché sono convinti che con la trazione totale riescano ad uscire da ogni impasse.

Nonostante le frequenti insabbiature, i nostri amici acquisiscono chilometro dopo chilometro una certa dimestichezza, e riescono ad individuare anche da soli alcuni passaggi per non fermarsi a ridosso di chi è rimasto bloccato.

Verso le cinque ci troviamo a percorrere la parte finale del lago.in secca. Dai primi segnali di vita che non vedevamo dalla mattina, ci rendiamo conto che siamo in vista del nastro d’asfalto che viene accolto con un sospiro di sollievo soprattutto da parte dei motociclisti.

Trascorriamo una mezz’ora tra riordinare le idee, rifornire le moto e gonfiare le gomme delle vetture prima di ripartire verso la nostra meta che dista poco più di un centinaio di chilometri.

Ma ora è tutto più facile e sia le moto che le macchine scorrono diritte e a velocità sostenuta quasi fosse stato inserito un immaginario pilota automatico.

Attraversiamo un piccolo villaggio dove notiamo le persone sedute lungo la strada in attesa del tramonto, ora in cui potranno ricominciare a mangiare e bere per poi riprendere ancora una volta il digiuno con il sorgere del sole.

Che stiamo per raggiungere il nostro obiettivo, l’oasi di Douz, è preannunciato all’imbrunire da una sconfinata piantagione di palme cariche all’inverosimile di datteri.

Qualche minuto più tardi, ci fermiamo nel centro del villaggio per ordinare un piatto caldo, che consumeremo più tardi, quando dopo una doccia calda nel vicino camping gestito da tedeschi, torneremo per fare quattro passi.

Alle otto siamo tutti attorno alla lunga tavolata dove viene servita una frittatina come antipasto e un piccante cous cous. Certo un po’ di vino non ci starebbe male. Ma dobbiamo rispettare le regole che il Ramadan impone.

Il centro di Douz è costituito da una grande piazza contornata da alcuni negozietti di artigianato locale ed è dominata dallo risplendente minareto della moschea. Un angolo della piazza, a ridosso di un porticato, è occupato da un grande caffè all’aperto, popolato esclusivamente da uomini intenti ad aspirare ampie boccate da grossi narghilè.

Ci tratteniamo un paio d’ore sorseggiando l’unica bevanda disponibile, il thè alla menta. L’atmosfera è rilassante in questa serata dal clima mite, e poco importa se si farà tardi, perché domani ci riposeremo fino a mezzogiorno, prima di partire e addentrarci nel grande erg.

Tra una boccata e l’altra notiamo infine Cicognone intento a trattare con un commerciante l’acquisto di un insolito pastrano, che indosserà strabiliando i tedeschi nelle gelide serate di Amburgo.

1 Novembre 2004. Da Douz a Tembain
Come già accennato, l’oasi di Douz è considerata la porta del deserto. Da qui partono le escursioni per il Sahara, e il campeggio dove ci troviamo è l’ultimo avamposto dove ci si può organizzare e dedicare agli ultimi dettagli.

Attualmente alcune organizzazioni stazionano in questa tappa d’obbligo prima di addentrarsi fra le dune o per fare ritorno in Europa. Notiamo che la maggior parte è costituita da tedeschi, ma non mancano anche gli italiani.

Degno di attenzione è il grosso automezzo che più volte abbiamo superato lungo il nostro percorso e dotato di una capiente dispensa e attrezzatura idonea per il trasporto e le necessità di sette persone.

Mentre Paolo durante la colazione coglie i datteri direttamente dalla pianta, Enzo ed Erika cercano di individuare sulla cartina il punto che ci siamo prefissati di raggiungere nel deserto. Ma essendo soltanto una posizione, non è identificabile. Interviene allora Corrado che con una carta molto più particolareggiata, ci indica quella che sarà la nostra meta: Tembain.

La prima parte della giornata viene dedicata alle piccole riparazioni e manutenzioni soprattutto delle moto, come il lavaggio dei filtri dell’aria semi intasati dalla sabbia, e altre sistemazioni.

Quando usciamo per fare un breve giro nel centro, ci rendiamo conto che questo è il periodo della raccolta dei datteri ormai giunti al punto ottimale della maturazione. Gli esili ma resistenti rametti stracolmi dei deliziosi frutti, sono rivestiti con un imbuto di cellophane, e ciò è dovuto per proteggerli da eventuali grosse precipitazioni che scioglierebbero la parte zuccherina facendo perdere la qualità specifica del frutto.

Nella piazza dove ieri sera ci siamo soffermati e che è il più importante punto di aggregazione della comunità del posto, oggi c’è un po’ di movimento per via di un colorato mercatino che ravviva la tranquillità del luogo.

Assieme a Maurizio ed Erika facciamo quattro passi attorno al villaggio dove alcuni ragazzi si mettono in posa davanti alla telecamera, divertiti e stupiti nel rivedere le loro immagini sul monitor.

All’ora stabilita ci ritroviamo in centro per gli ultimi acquisti. Seguirà un veloce pranzo prima di ritornare al campeggio per la partenza, e alle due in punto ci mettiamo in marcia.

Ma prima di lasciare definitivamente l’oasi dobbiamo rifornirci di carburante. Qui Beppe decide che è giunto il momento di distribuire i giocattoli con i quali William in Italia non gioca più, ma che per questi bambini fino a qualche attimo fa erano solo un sogno irreale.

Qualche centinaio di metri fuori dal villaggio, lasciamo la strada asfaltata per una pista traballante e polverosa, che ci impedisce di realizzare delle riprese presentabili.

Le insidie si nascondono tra la polvere, e provocano la caduta di Paolo, che però ci rassicura sulla condizione fisica e sulla stabilità del mezzo facendoci proseguire.

Per alcuni chilometri procediamo ad una velocità abbastanza sostenuta e costante malgrado il fondo ondeggiante, fino a quando il suolo si fa più morbido per la copertura della sabbia che nel frattempo si è infittita.

Lungo la pista Giancarlo ritrova alcune conoscenze che sono già di ritorno dalla loro escursione e stanno rientrando verso il nord.

Un cartello indica la direzione da prendere per raggiungere a quaranta chilometri la zona di un giacimento petrolifero, mentre noi puntiamo dalla parte opposta.

Quando il sole fa capolino, sembra rivestire il deserto con un immenso mantello dorato che si attenua fino a diventare rosa quando sparisce tra le nubi.

Giungiamo in vista di quella che un tempo era una stazione petrolifera e che oggi è diventato un posto di controllo militare, quando ci accorgiamo che i motociclisti che dovevano fungere da battistrada sono spariti imboccando una pista secondaria.

Ci fermiamo in attesa che i ragazzi si rendano conto di non essere seguiti. Infatti dopo circa venti minuti, vediamo in lontananza le luci delle loro moto che si avvicinano sempre più.

Dopo aver fatto notare a Giancarlo la giusta via, Beppe da l’ordine di ripartire, e uno dopo l’altro i mezzi si accodano mentre le moto ci stanno a fianco.

Poco più tardi i ragazzi, individuata una piccola mandria di dromedari, si mettono al loro inseguimento facendoli correre impauriti.

Nonostante la pista sabbiosa, non occorre sgonfiare i pneumatici se si guida ad una velocità abbastanza sostenuta, basta fare attenzione alle dune di sabbia riportate dal vento.

Siamo in marcia da circa tre ore quando giungiamo davanti ad una curiosa costruzione. Si tratta di un muro di un centinaio di metri al centro del quale un grande arco sta ad indicare l’ingresso di quello che in futuro diventerà una sorta di parco nazionale desertico e che verrà totalmente recintato.

Ci mettiamo in posa allineando gli automezzi e dopo aver scattata qualche foto ricordo proseguiamo il cammino.

Il Sahara tunisino è una regione desertica sconosciuta al turismo, anche per il boom turistico che negli ultimi anni ha coinvolto la vicina Libia, e include bellezze naturali uniche del proprio genere, mediante una incredibile varietà di paesaggi disabitati che sa offrire ad un visitatore molto attento.

Quando all’orizzonte si intravedono i primi rilievi costituiti dalle dune, giungiamo in vista di un mulino a vento. Si tratta di un vecchio generatore eolico sostituito da alcuni grossi pannelli solari che alimentano una pompa immersa in un profondo pozzo scavato alcuni decenni fà.

Dal pozzo sgorga un fiotto d’acqua che va a riempire un abbeveratoio che serve a dissetare gli animali della zona quali gazzelle, dromedari ecc. che nonostante la desertificazione, le evidenti tracce di escrementi che rivestono il terreno attorno alla vasca, ne rivelano l’esistenza.

E’ il momento di concederci una pausa durante la quale il gruppo ne approfitta per qualche scherzo o per mettersi in ammollo e scrollarsi di dosso un po’ di polvere.

Una volta ripartiti e man mano che ci avviciniamo alle dune, il percorso diventa un po’ più difficoltoso a causa delle cunette che è meglio evitare. Ma la cosa più curiosa è stata quando ci siamo dovuti fermare davanti ad una recinzione che circoscriveva il deserto.

Proseguendo lungo l’asse della palizzata che non abbiamo compreso se fosse una linea di confine o cos’altro, siamo transitati in un varco dove non era stata ancora collocata la rete.

Puntiamo quindi decisamente verso le dune dove Beppe intende piazzare il campo. Questa sera poi, Giancarlo ci ha promesso che una volta arrivati e acceso il fuoco, cuocerà il pane nella sabbia come usano fare ancora oggi i nomadi berberi durante i loro trasferimenti nel deserto.

Ma forse perché ormai abituati ad un altro tipo di terreno, alla prima duna e con le gomme ancora gonfie al massimo, il Gatto si arena e richiede l’intervento di uno dei mezzi che seguono per trarsi d’impaccio.

Toccherà ancora una volta a Cicognone che con due strappi bene assestati riuscirà a tirare fuori dalla sabbia il mezzo.

Subito dopo ci troviamo a montare il campo con le prime ombre della sera e il buio improvviso ci impedisce di cercare nelle vicinanze, gli sterpi per fare il falò e di conseguenza il pane.

All’improvviso poi si alza un vento fastidioso che se da un lato tiene lontane le mosche, dall’altro ci soffia addosso la sabbia che finissima penetra dappertutto.

Non ci resta che preparare da mangiare. Questa sera Beppe ha deciso per la pasta con il pesto, ma era più indicata quella con le vongole per via della sabbia.

Nonostante tutto, il morale è alto e dopo un brindisi ci mettiamo a mangiare anche se ormai le vivande sono tutte ricoperte di pulviscolo.

Non appena finito di mangiare ci accorgiamo che sono appena le sei e mezza e benché sia buio pesto, bisogna cercare di ammazzare il tempo per passare la notte.

Per restare in gruppo, l’aumentare del vento ci costringe a riparare a ridosso del furgone che offre maggior protezione dalla sabbia che arriva pungente sui volti.

Ma ecco che dal negozio sempre ben fornito di Corrado esce una bottiglia di grappa, che passata nelle mani di Erika si trasforma in un idolo da venerare, danzando innanzi per qualche minuto prima di gustarne il contenuto.

Dall’iniziazione non si salva nessuno, neanche Paolo che quatto quatto si era infilato nella tenda e si era già addormentato da un pò.

Ma le condizioni atmosferiche sono sempre più inclementi e obbligano tutti a metterci al coperto nelle tende. Giusto in tempo perché più tardi tra vento, acqua, sabbia, tuoni e fulmini, si scatena il finimondo che scuote le tende con un fragore scrosciante.

2 Novembre 2004. Tembain
Al nostro risveglio, è proprio il caso di dire che ci troviamo nella quiete dopo la tempesta. Il vento ha spazzato via le nubi e attualmente spira una leggera brezza.

Notiamo che le moto sembrano essere uscite da un accurato lavaggio mentre tavoli e masserizie così come le tende sono ricoperti di sabbia.

Prima di metterci in viaggio, scattiamo una foto ricordo davanti alle bottiglie prosciugate ieri sera, e dopo aver raccolto e caricati i rifiuti sul Gatto, mettiamo in moto e partiamo.

Oggi raggiungeremo il punto estremo prestabilito per il nostro viaggio: Tembain, una sorta di grosso panettone di roccia nel deserto e che per raggiungere il quale si dovrà superare un tratto insidioso di erg, che la pioggia di questa notte ha reso in parte meno difficoltoso, compattando la sabbia e rendendola per il momento abbastanza solida.

La prima parte del tragitto, è piuttosto divertente, il fondo è compatto e formato da leggere gobbe che di volta in volta viene valutato se è più convenente superarle o aggirarle per non sobbalzare troppo.

Quelli che si divertono di più sono i motociclisti che data la compattezza della sabbia superano le dune con disinvoltura senza paura di insabbiarsi.

Dopo circa un paio d’ore di marcia, giungiamo in vista dell’erg, sullo sfondo del quale si nota la caratteristica forma di Tembain. Beppe si raccomanda di seguire la sua traccia e di lasciare scorrere il mezzo senza adoperare le marce ridotte. Il fondo compatto dovrebbe consentire il superamento senza grosse difficoltà.

Inizia così lo scollinamento delle dune in uno scenario fantastico. La sabbia ossidata dal sole attorno a noi è di un giallo dorato intenso. Ma per chi sta al volante non c’è il tempo di godere del panorama fino a quando non troverà una zona di sosta che consenta a chi gli sta dietro di poter proseguire, in quanto una piccola incertezza o valutazione errata significherebbe non poter ripartire.

Nei punti più impegnativi, Beppe ferma il gruppo e fa partire una alla volta le auto per consentire loro di trovare la pista sgombra e poter fare galleggiare il mezzo con tranquillità senza sottostare a tensione.

Quando tutto il gruppo sembra aver superato indenne la prima parte insidiosa, siamo in attesa dell’auto di Giovanni che tarda a venire. Arriva invece la voce di Annik che via radio ci comunica del loro insabbiamento quasi all’inizio del tratto difficoltoso.

Mentre Beppe torna indietro per recuperare Giovanni, da indicazioni di portarsi in uno spiazzo e attendere li il suo arrivo.

Enzo intanto mette in pratica quanto imparato nei giorni precedenti, tirando fuori Corrado da un impaccio.

Trascorre un’ora prima che Beppe ritorni con il seguito, e quando è il momento di ripartire tiene un ulteriore breefing su come si deve rispondere alle sollecitazioni del mezzo quando slitta o scivola via sulla sabbia.

Percorriamo ancora oltre un chilometro sul tetto delle dune quando arriviamo in un altro punto difficile costituito da repentini saliscendi con curve di 180°.

In una di queste però Giovanni si lascia prendere la mano e convinto di non farcela innesta la ridotta che lo porta non appena si trova col muso in salita a perdere potenza e a insabbiarsi.

Trovandosi in un punto poco accessibile per fare manovra, non è consigliabile fare intervenire il Gatto. Sarà Enzo con il suo mezzo che sembra il più idoneo a risolvere la situazione.

Infatti dopo essere ritornato indietro e a sua volta tirato fuori da un leggero insabbiamento, Enzo riesce a riportare l’auto di Giovanni in pista, che prudentemente lascia a Beppe il compito di riportarla oltre l’impedimento.

Non ci resta che superare il terzo e ultimo punto problematico anche questo in mezzo a gobbe friabili. Uno dopo l’altro i mezzi emergono e spariscono tra i saliscendi fino a raggiungere uno spiazzo sassoso dove attendiamo l’arrivo di tutti prima di ripartire.

Ma ancora una volta l’emozione gioca uno scherzo a Giovanni che non vediamo arrivare. Probabilmente perché nascosto sotto una duna o chissà per quale altro motivo, non sentiamo nemmeno la voce via radio.

Ci incamminiamo allora lungo le tracce lasciate dai nostri mezzi e un chilometro più indietro ritroviamo i nostri amici sconsolati ancora una volta bloccati.

Valutata la situazione viene richiesto l’intervento di Corrado che ritorna a prendere la sua macchina per disincagliare la vettura di Giovanni.

Finalmente usciti da questa serie di passaggi sull’erg, puntiamo verso Tembain che vediamo ormai nitidamente a qualche chilometro davanti a noi.

Una volta sul posto, scaliamo il grosso cono pietroso in pochi minuti fino a raggiungerne la spianata superiore, dalla quale si ha davvero la sensazione di scrutare nella sterminata distesa nel nulla, e dove ci sentiamo veramente piccoli.

Cerchiamo di individuare verso oriente, l’oasi di Ghilane che si trova a 60 chilometri e che sarà il nostro prossimo obiettivo sulla pista del ritorno, ma inutilmente, per 360° sotto l’orizzonte è tutto un mare dorato.

Nel frattempo un forte vento soffia sulla sabbia che arriva pungente sul volto arrossando gli occhi. Ciò ci impedisce di rimanere ai piedi della montagna per consumare il pranzo come ci eravamo proposti.

Dovendo poi ripercorrere il tratto difficoltoso superato in mattinata, Beppe ci consiglia, visto che siamo freschi di lezione, di rimetterci in marcia e fermarci subito dopo aver eliminata la grossa difficoltà.

Dopo la partenza però ci fermiamo perché dal serbatoio della moto di Marco esce benzina da un minuscolo forellino probabilmente dovuto all’attraversamento dell’ultimo tratto sassoso. Con un apposito mastice viene riparato provvisoriamente e possiamo ripartire.

A parte qualche caduta senza conseguenze sulla sabbia, sembra che tutto proceda per il meglio.

Quando però giungiamo nel punto dove questa mattina erano avvenuti degli insabbiamenti, scendiamo per indicare a chi ci segue di deviare verso un’altra direzione.

La segnalazione non viene capita da Cicognone che deciso più che mai segue le tracce del mattino e si va ad infossare in una grossa buca.

Risulteranno vani tutti i tentativi di cercare di uscire da quella situazione, dapprima con le bande metalliche e poi scavando la sabbia da sotto il mezzo e riprovando, infine sgonfiando le gomme per ottenere più adesione al suolo.

Si tenta allora con il Gatto, ma non essendo le due vetture sullo stesso piano, si finisce con il Gatto che affonda a sua volta inesorabilmente rimanendo fuori causa. Anche qui si scava la sabbia e si tentano altre soluzioni ma inutilmente.

Buon per noi che tutte le altre auto si trovano già con le ruote sul terreno compatto. Beppe tira fuori allora tutti i cavi e le bande di traino a disposizione. Sistema le vetture di Corrado e Giovanni alla distanza del cavo d’acciaio che collega alle vetture.

Al centro del cavo sistema una carrucola che con una banda di traino collega alla vettura di Cicognone. A questo punto la triangolazione è pronta.

La macchina di Giovanni funzionerà da perno e rimarrà in trazione contraria, mentre Corrado indietreggiando, agirà sulla carrucola che diminuisce del 50% il peso della vettura che sta trainando, tirando fuori lentamente ma con efficacia la macchina di Cicognone dalla buca.

Una volta uscita, sarà la stessa vettura ad avere il ruolo di perno e più idonea a tirare fuori dalla sabbia il Gatto.

Sono ormai le tre del pomeriggio quando decidiamo di mangiare perlomeno una fetta di melone che Maurizio aveva acquistato un paio di giorni fa. Ci rifaremo questa sera quando raggiungeremo l’oasi di Ghilane.

Per fortuna a parte qualche piccolo insabbiamento dei motociclisti, non succede più nulla. Superiamo naturalmente sempre con una certa tensione la parte finale dell’erg, e tiriamo un sospiro di sollievo quando ci troviamo di nuovo a percorrere la pista battuta.

Le moto ora sfrecciano intorno a noi in quella che sembra una sconfinata autostrada, mentre le auto seguono a distanza per non viaggiare nella polvere provocata dal Gatto.

Alle cinque siamo in vista dell’abbeveratoio e mezz’ora più tardi notiamo in lontananza il puntino bianco del posto di polizia dove si decide di effettuare una sosta anche per poter rifornire di carburante le moto che sono rimaste quasi a secco.

Durante il rifornimento ci concediamo un bicchiere di tè alla menta tra le frasche di un canneto a ridosso della caserma e che rappresenta una sorta di ristoro per chi si trova ad attraversare il deserto.

Ma non c’è molto tempo da perdere, abbiamo ancora alcune ore di marcia prima di arrivare all’oasi che siamo decisi di raggiungere a costo di arrivare a mezzanotte, consapevoli che tra un’ora sarà buio. Beppe poi, ci porta a conoscenza che prima di raggiungere il nostro obiettivo dovremo superare un altro erg, non particolarmente difficile, ma col buio lo diventerà.

Notiamo il calare del sole mentre viaggiamo ad una andatura abbastanza sostenuta. Quando poi siamo ormai mentalmente preparati a questa nuova esperienza di notte, succede un imprevisto che tutto sommato torna a nostro favore.

Una delle moto ha bucato e con la luce precaria è impossibile effettuare una riparazione in pochi minuti. Beppe decide allora di accamparci dove ci troviamo e mentre viene riparata la gomma, si allestisce il campo.

La tavola viene imbandita con quanto rimasto nelle varie dispense che a quanto pare hanno provviste per ancora alcuni giorni. Mentre Enzo ormai ribattezzato l’addetto ai salumi per l’abilità nell’affettare coppe e bresaole , i tedeschi mettono in tavole una grossa quantità di wurstel giganti, e dopo l’ennesimo brindisi facciamo onore al banchetto.

Più tardi Annik prepara una pentola di vin brulè che viene molto apprezzato anche perché riesce a dare una carica di allegria e rilassamento dopo una giornata tutto sommato abbastanza tesa.

Frattanto, Giancarlo e Corrado si sono dati da fare nel raccogliere arbusti per un grosso falò da alimentare durante la notte.

Quando siamo tutti riuniti attorno al fuoco, Beppe tira fuori la cartella per registrare tutte le magagne fatte durante il giorno e che porteranno alla fine del viaggio a eleggere con motivo di vergogna chi ne ha commesse di più.

Naturalmente scherzando, ognuno cerca di minimizzare dando la colpa a imprevisti o casi fortuiti, tra le risate di tutti e le maledizioni di Beppe che per tutto il giorno è dovuto intervenire.

3 Novembre 2004. Da Ksar Ghilane a Sfax.
Mancano pochi minuti alle sei quando ci troviamo ad osservare il sorgere del sole all’orizzonte di una vastissima spianata. Il cielo è sereno e la temperatura è gradevolmente mite.

Durante la colazione ricicliamo gli ultimi bicchieri di carta usati ieri sera per il vin brulè, e al termine, dopo aver sotterrata la cenere del falò ci mettiamo in viaggio.

Dopo appena cinque minuti dalla partenza lungo un percorso caratterizzato da cunette sabbiose, Annik che con Giovanni chiude la fila dei mezzi, comunica una brutta caduta di Giancarlo durante un salto.

Prontamente ritorniamo indietro e notiamo il nostro amico dolorante per le contusioni riportate. Ma è lui stesso a confortarci pochi minuti dopo quando ci rassicura che proverà a ripartire pian piano con la moto, della quale nel frattempo Beppe sta in qualche modo fissando con del robusto nastro adesivo le parti in plastica che si erano spezzate assieme al supporto del GPS.

Procediamo quindi lentamente i primi chilometri per constatare le condizioni del nostro motociclista che sta rispondendo molto bene sulle gobbe di sabbia che fanno da cuscinetto senza farlo sobbalzare.

A metà mattina ci troviamo ad attraversare alcuni cumuli di sabbia, un erg in miniatura che rappresenta una piccola difficoltà annunciata ieri da Beppe e che ancora una volta ci consiglia di effettuare singolarmente ad una andatura allegra, per non rischiare di doversi arrestare tra una duna e l’altra, e dalle quali difficilmente si ripartirebbe da soli.

Dopo un’ora di ondeggiamenti giungiamo in vista di un fortino risalente all’epoca Romana mentre già all’orizzonte di fronte a noi si comincia a distinguere una fascia scura che rappresenta l’oasi di Ghilane.

Una volta all’interno, chi ha problemi di benzina segue Beppe per ancora un paio di chilometri fino ad arrivare ai margini dell’oasi dove su di una spianata c’è la possibilità di rifornirsi di carburante, che data la località viene venduto a prezzi più o meno raddoppiati rispetto alle normali pompe di benzina.

L’arrivo di stranieri, attira come sempre la curiosità di alcuni bambini che vivono nelle capanne circostanti. Anche qui grande è lo stupore dei piccini che all’inizio sospettosi si rivedono nel monitor della telecamera, mentre si lasciano andare poi a divertiti sorrisi e commenti.

Durante il rifornimento, si approfitta per dare una stretta ai bulloni e a rinforzare l’incerottamento della moto di Giancarlo, quindi babbo natale Beppe, scarica un altro sacco di giocattoli che Paolo distribuisce ai bambini che non stanno più in se dalla gioia.

Dopo aver lasciate le tracce dell’organizzazione, facciamo quindi ritorno nell’oasi dove nel frattempo il resto del gruppo, senza preoccuparsi dove lasciare gli indumenti, si è immerso in un bagno riposante.

Al centro del giardino dell’orco, questo il nome letteralmente tradotto e che proviene da una vecchia leggenda, sgorga una sorgente sotterranea di acqua calda sulfurea, che attira i turisti impegnati nelle attraversate desertiche e che qui si rilassano prima di partire o al ritorno dalle escursioni.

L’oasi è un vero e proprio accampamento con tende berbere, dove la corrente è prodotta durante alcune ore del giorno da un generatore, e l’acqua viene pompata dal sottosuolo mediante una motopompa.

Anche qui una cosa fastidiosa sono le mosche che pungono mentre siamo in attesa del cous cous che abbiamo ordinato, e che due ragazzi ci stanno preparando.

Poco dopo mezzogiorno siamo tutti a tavola consapevoli che il nostro relax è di breve durata, in quanto prima di sera ci attendono ancora circa 300 chilometri.

La marcia di avvicinamento verso il progresso, scorre lungo una strada asfaltata che diventa una pista polverosa e sabbiosa dopo soli dieci chilometri, quando giunti ad un bivio prendiamo a sinistra, mentre a destra si prosegue per il profondo sud lungo le piste delle compagnie petrolifere.

Percorriamo alcune decine di chilometri costellati ai bordi della pista dai resti delle tubature di un vecchio oleodotto lasciati sul posto per eventuali riparazioni, fino a raggiungere un posto di ristoro dove ci fermiamo per l’ormai abituale tè alla menta.

Una volta ripartiti la pista assume rapidamente sempre più le sembianze di una strada anche se sassosa e polverosa.

Forse è dovuta proprio ad una pietra tagliente la foratura alla moto di Luca che Beppe nel giro di qualche minuto riesce a riparare dimostrando di essere competente in qualsiasi situazione disagevole ci si venga a trovare. Ne approfittiamo per non perdere ulteriore tempo a rifornire gli automezzi.

Sono quasi le quattro quando giungiamo al grande bivio dove ha definitivamente termine la strada sterrata, e dove Mauro si inginocchia lasciandosi andare ad un gesto liberatorio baciando l’asfalto.

Viaggiamo per un’ora lungo una strada panoramica fiancheggiata da aride ma suggestive vallate punteggiate dal verde di palme solitarie e qualche raro villaggio disposto sulle alture.

Lungo questo percorso ci troviamo ad attraversare una provincia pullulante di abitazioni cavernicole e di cui Matmata ne è il villaggio troglodita per antonomasia in quanto conosciuto in tutto il mondo per le locandine nelle agenzie turistiche, e per alcuni film di fantascienza girati nel luogo.

Ne approfittiamo prima dell’imbrunire, per fare un breve giro accompagnati da un ragazzo del posto dietro una modesta ricompensa.

Ci dirigiamo verso una collina in direzione di un cimitero al centro del quale spicca il mausoleo di quello che in vita era considerato un santone, e fu venerato dalla popolazione del posto.

La collina pullula di crateri alcuni dei quali cintati da filo spinato per impedire che curiosi si avvicinino a osservare.

I berberi della zona, costruirono le loro dimore all’interno di queste cavità scavando nel tufo malleabile alcune grotte in parte usate come abitazione e altre come ricovero degli animali e ripostiglio per lo stivaggio dei prodotti della campagna.

Nella parte superiore, le abitazioni sono dotate di una minuscola apertura dalla quale vengono rifornite di granturco che verrà immagazzinato, e di acqua per quelle prive di un pozzo proprio. La maggior parte di esse inoltre, sono tutt’oggi abitate specie durante il periodo estivo quando le temperature raggiungono valori insopportabili.

Prima di lasciare la zona il ragazzo ci accompagna a visitare l’interno di una di queste abitazioni e ci mostra come ancora oggi con due pesanti pietre viene macinato il grano, che successivamente setaccerà per dividere la farina con la quale farà il pane, dalla parte più grossolana che si userà per il cous cous.

Dopo la visita di Matmata abbiamo ancora un’ora abbondante di luce, ma continueremo a viaggiare fino a raggiungere la città di Sfax dove ci fermeremo a dormire, accorciando così la tappa di domani che riporterà a Tunisi.

Al termine di un ulteriore rifornimento ci lanciamo sulla strada semi deserta mantenendo un’ottima media. Dopo aver assistito al tramonto del sole, passiamo al buio profondo della notte. Man mano che saliamo verso nord, la temperatura subisce una brusca variazione e incomincia a piovere.

Verso le nove ci fermiamo per mangiare un piatto caldo, ma ci rendiamo conto che lungo la strada risulterà impossibile trovare un chiosco aperto sempre per il Ramadan. Ci viene consigliato di provare proprio nella città in cui siamo diretti e che raggiungeremo in una mezz’ora.

Ma non sarà facile nemmeno a Sfax. Lasciati gli automezzi all’interno dell’albergo, ci dirigiamo verso il centro cittadino. Camminando lungo le mura che racchiudono la casbah, la parte vecchia della città, raggiungiamo la zona centrale illuminata e dove data l’ora c’è ancora un discreto movimento.

Finalmente dopo tanto peregrinare, riusciamo a trovare un locale dove il titolare non crede ai suoi occhi di dover mettere a tavola quindici persone in questo periodo. Naturalmente senza vino e birra.

Prima di andare a dormire c’è il tempo di passare un’ora sui bastioni della Medina dalla quale si ha una bella veduta del viale illuminato sottostante.

4 Novembre 2004. Da Sfax a Tunisi
Il cielo grigio e qualche sprazzo di pioggia frammisto a folate di vento, ci danno il buongiorno in questa ultima giornata di permanenza in Tunisia. Oggi infatti dopo un percorso di 350 chilometri, arriveremo a Tunisi dove a mezzanotte ci imbarcheremo per l’Italia.

Abbiamo quindi tutto il giorno a disposizione per raggiungere la capitale. Mentre viaggiamo osservando incuriositi la vendita di animali da cortile e le macellazioni a cielo aperto lungo la carreggiata, notiamo Maurizio a bordo del Gatto, quasi irriconoscibile per il viso pulito dopo che per 9 giorni ci eravamo ormai abituati alla sua barba incolta.

Con tanto tempo a disposizione e visto che siamo di passaggio, quando giungiamo nei pressi di El Jem deviamo verso il centro della cittadina che è sede del più imponente monumento romano in terra d’Africa: il colosseo.

Situato su di un altipiano a poco più di 200 chilometri da Tunisi, l’anfiteatro romano domina l’intera area circostante ed è visibile a diversi chilometri di distanza.

Le dimensioni del colosseo fatto costruire tra il 230 e il 238 d.C. sono di poco inferiori a quello più famoso a Roma, e la sua capacità di circa 35.000 posti è di gran lunga superiore al numero degli attuali abitanti della cittadina omonima.

Oltre che alla sua funzione di stadio dove animali e gladiatori si fronteggiavano in aspre lotte mortali, nel corso dei secoli la costruzione fu usata in più occasioni anche come postazione difensiva subendo notevoli danni, in particolar modo nel 1850 in seguito a bombardamenti.

Fortunatamente, la maggiore attenzione posta oggi alla salvaguardia dei monumenti ha fatto sì che l’intero sito sia stato dichiarato dall’Unesco Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Nell’area adiacente all’anfiteatro, alcuni negozi di artigianato locale fanno bellavista e sono l’occasione per acquistare qualche piccolo oggetto da conservare per ricordo o da portare agli amici.

Quattro passi nel centro della cittadina ci portano a curiosare tra le bancarelle di un variopinto mercato.dai toni accesi, dove la merce esposta è stuzzicante, ma non può essere consumata fino al tramonto.

Al momento di ripartire il cielo si rasserena e splende un tepido sole che ci conforta nella nostra marcia di avvicinamento verso la capitale. Per alcuni chilometri costeggiamo il mare fino a raggiungere l’imbocco dell’autostrada che con nostra meraviglia notiamo affollata di venditori di generi alimentari e in particolare di pane.

Il paesaggio che ci circonda è ormai ritornato quello comune a tutte le nostre strade, con distese di ulivi, greggi di pecore al pascolo, colline, piantagioni lavorate ecc,

Con l’aumentare del traffico infine, ci troviamo a formare un serpentone di veicoli che pian piano ci traina fino al centro della città.

Siamo ormai a pomeriggio inoltrato e abbiamo ancora qualche ora a disposizione per una visita della città. Ci incamminiamo lungo il viale alberato che porta alla città vecchia.

Il centro di questa città è semplice da visitare per le sue ridotte dimensioni che si estendono lungo l’arteria principale contornata da palazzi liberty. La moderna Tunisi ha nella medina il suo cuore pulsante di antichi splendori. Una vera e propria città nella città, che al suo interno ospita una moschea del nono secolo, uno dei siti più interessanti.

Anche se attualmente sempre a causa del Ramadan, le botteghe sono quasi tutte chiuse,. in queste vie c’è una vita pulsante che fa di questa capitale una delle città più moderne dell’intero continente africano.

Le ore trascorrono in fretta ed è già calata la notte quando ci troviamo a ripercorrere il viale nella direzione inversa. Ma c’è ancora il tempo per una mezz’ora di relax in una delle fumerie del centro, dove attenderemo fino all’ultimo il momento di muoverci alla volta del porto.

I 18 chilometri che separano la città dal punto d’imbarco vengono percorsi in pochi minuti anche per lo scarso traffico dell’ora notturna.

All’interno della zona portuale, incontriamo una vecchia conoscenza, quel Tony Grillo che aveva condiviso con noi lo scorso anno una escursione in Islanda, anche lui di ritorno da una esperienza nel Sahara libico.

Ultimata la preparazione dei documenti ci avviamo lentamente verso l’imbocco della nave, e una volta scaricati i bagagli ci ritroviamo tutti sul ponte dove in attesa della partenza che avverrà con un paio d’ore di ritardo, Beppe ha radunato il gruppo per assegnare alcuni premi simbolici a quelli che risulteranno essere stati i più insabbiati, o che si sono trovati in condizioni da richiedere l’intervento di altri mezzi per trarsi d’impaccio.

Infine due parole di ringraziamento vanno alla persona che oltre alla sua generosità è stato un elemento distintosi in ogni circostanza. Corrado. Seguirà un ultimo brindisi che innaffierà quanto ancora era rimasto nella stiva del mezzo di Cicognone.

Finalmente una dopo l’altra si alzano le rampe d’imbarco. Vengono lasciate le gomene, e con l’aumentare dei giri del motore la nave si stacca definitivamente dal molo.

Ecco, questi sono i pensieri che si incrociano nella mente di Corrado che appoggiato sulla paratia di poppa, scruta senza vedere le luci che lentamente ma inesorabilmente si allontanano.

5 novembre 2004. In navigazione verso l’Italia.

 
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