Gli occhi del favo

Massimiliano A. Polichetti – 

The bee lives
for the collective Good
of the hive,
selfishness is alien to it

(proverbio jainico)

Si racconta che a Creta
vi sia una grotta abitata
da api sacre, nutrici di Zeus
(Antonino, Metamorfosi, XIX)

Scritto in Varanasi, Uttar Pradesh, nel gennaio del 1988 dell’Era Comune

A Shivalagath io e L. ritroviamo Gangarama, il battelliere. Contrattiamo in mezzo alla Ganga il prezzo per Panchagangagath, quindici rupie con il ritorno a Dasashvamedh. Andiamo a nord, nel senso della corrente. Da lontano scorgiamo lo shikhara[1] del mandir[2] nepalese, per il quale, ci informa Gangarama, sono stati profusi cinquanta chili d’oro. Nulla in confronto alla quasi mezza tonnellata che si racconta sia stata impiegata per la ricostruzione del Vishvanath, detto appunto il “Golden Temple”. Facciamo caso a uno dei gath[3], intitolato alla famiglia Sindhia, i maharaja[4] del Gwalyor. In fondo alla scalea sorge un padiglione a strisce gialle e scure.

         La costa si alza, verso nord, e le cave di sabbia scolpiscono la riva nella azzurra lontananza. Ora, come qualche minuto prima osservando lo shikara d’oro del tempio nepalese, considero il concetto di distanza e comincio a percepire un’alterità che tra breve starà quasi per tramortirmi.

         Ci avviciniamo a Panchaganga e mi accorgo che sono dei gath particolari, quelli del nord di Benares. Uomini unti si producono in esercizi, coperti solo dal filo dei dvija[5] e dai landoti[6] leopardati, fondo arancione a macchie nere. Giriamo oltre il lato breve della moschea di Alamghir per scoprire che si tratta di una maestosa costruzione praticamente a picco sulla Ganga. Il ripido alzato è percorso da una scalea che dal livello del fiume sale fino alla moschea. Comunichiamo a Gangarama la nostra decisione e lo preghiamo di aspettarci una mezz’ora. Prima di toccare i gradini dell’approdo, riesco a bagnare uno degli innumerevoli shivalinga[7] con l’acqua della Madre. In precedenza, navigando su di Lei, era avvenuto quasi un dialogo con l’ineffabile battelliere, riguardo alla sacralità del fiume santificato dai piedi di loto del Maestro.

         Affrontiamo l’erta scalea sotto il sole di dicembre e comunico a L. la mia impressione di trovarmi in un giardino ermetico. Vedo un fregio, come una “S” fitomorfa, all’interno del quale appare una strana impronta a bassorilievo di una inquietante, possente zampa con quattro dita. Ci inerpichiamo quasi in verticale e, verso la fine, dubito che il budello nel quale si è intanto trasformata la scalinata possa portarci da qualche parte.

         Sbuchiamo invece in un quartiere singolarmente familiare. Sembra un paesino di montagna con scorci sull’acqua, come potrebbe essere in Grecia, ma le abitazioni sono in pietra grigia abbellita da dettagli architettonici molto interessanti, come potrebbe essere in un paese medievale nell’Italia centrale. In realtà è Varanasi, come sto violentemente per accorgermi.

         La scalinata ci ha condotto dove volevamo, all’entrata della moschea. Penetriamo per il portone di accesso. A sinistra, sull’immancabile charpoi[8], giace il vecchio guardiano, addormentato al sole. Forse ve ne è un altro, di guardiano, più giovane, ma non posso ricordare bene perché il resto dei prossimi cinque minuti è pura visione.

         Sono in una atmosfera colma di lattigginosa luce abbagliante, l’umidità di gennaio con il sole dell’Uttar Pradesh. Ho gli occhiali da sole, ma non la forza di togliermeli. La scalinata ripida, dagli alti gradini, mi ha affaticato e sono distratto dalla considerazione che avverto troppo affannoso il respirare, come se indossassi uno scafandro.

         Mi tolgo le scarpe, come da avvertenza su cartello trilingue (hindi-inglese-francese), e mi copro alla meglio il capo legandomi il fazzoletto rosso da viaggio intorno alle tempie. Questo non era scritto da nessuna parte, ma in quel momento era in me viva la considerazione che un uomo potesse stare in quel luogo solo a capo coperto.

         Salgo sulla piattaforma di preghiera, finalmente guardo verso l’alto, e vedo …



Prima di cercare di descrivere ciò che ho visto, voglio per adesso spostare al mio esterno il punto di vista della situazione.

  1. è rimasta con le scarpe ai piedi, dietro di me, non sale sulla piattaforma e forse mi dice qualcosa a proposito del fazzoletto che andavo a serrarmi intorno alla fronte. Probabilmente L. vede il vecchio alzarsi dal lettino di corda intrecciata per avvicinarsi a me. Io ho intanto raggiunto quasi il centro della piattaforma, praticamente di fronte al miqhrab[9], dal quale rimaniamo separati da una vetrata che chiude lo spazio coperto adibito alla preghiera.
  2. osserva il vecchio indiano che osserva M. che sta osservando … del miele. Dal punto di vista del vecchio, infatti, il giovane turista che è penetrato nell’area sacra sottoposta alla sua sorveglianza – turista che correttamente si è tolto le scarpe, ma stranamente è avvolto in uno scialle kashmiro, indossa i churidar[10] e ha la testa avvolta in un panno rosso – sta guardando in alto verso i mukharnas[11] della volta centrale della facciata della moschea sviluppantesi in tre grandi arcate. Da tali mukharnas letteralmente colano la cera ed il miele di grandi favi color del cartone.

         Il vecchio si avvicina al turista, lo guarda fisso per un po’, quindi pronuncia il termine inglese “honey”. Il turista sembra finalmente accorgersi del vecchio, lo guarda e pronuncia l’equivalente termine sanscrito: madhu. I due si sorridono per un attimo vicendevolmente, poi non si capiranno più.

         E’ il momento di tornare al “mio” punto di vista.

         Le orecchie mi rimbombano del respiro affannoso, eppure mi muovo lentissimamente (come in un sogno?). La coscienza visiva è concentrata molto più del normale intorno al centro della pupilla, perdendo così il senso delle circostanze. E’, forse, come se guardarsi in fondo ad un pozzo ovunque diriga lo sguardo, ma le pareti di questo pozzo sembrano luminosa caligine.

         La testa è rivolta verso l’alto e segue l’andar delle volte. Parto per l’osservazione dallo spigolo superiore sinistro della facciata. La luminosità è fortissima, il rombo del mio stesso respiro quasi mi assorda e le uniche associazioni di idee a livello cosciente riguardano alcune scene del film “Passaggio in India”, per la precisione le sequenze connesse alla strana qualità dei suoni dentro e fuori le grotte di Malabar ed all’interno dell’aula del tribunale.

         Probabilmente è per la sensazione visiva deformata di guardare come attraverso un tubo di plexigas fluorescente che ho la netta e vertiginosa percezione che la distanza tra me e lo spigolo superiore sinistro della facciata sia di molto superiore alla distanza “reale”.

         Attorno a quella vetta vedo roteare sacri falchi e avvoltoi.

         Sono praticamente sull’orlo di un collasso lucido e non mi accorgo se non in modo estremamente remoto che, vicino a me sul lato sinistro, c’è qualcuno. Prima un giovane che, come ho già detto, non ricordo di avere poi rivisto, poi il vecchio. Ma in realtà sono ancora preso dalla percezione alterata e quasi autisticamente mi dirigo al centro della piattaforma, ortogonalmente alla qibla[12], di fronte al miqhrab. Sempre con il capo puntato verso l’alto scorro con lo sguardo le volte. Scorgo gli ammassi pendenti tra i mukharnas della volta centrale e subito li riconosco per favi. Arrivato con lo sguardo al favo più grande, pendente dal lato destro dell’arcata, vedo un movimento inaspettato del quale non avevo alcuna precedente nozione, malgrado i chilometri di pellicola di documentari sulla natura da me visti dall’infanzia fino a quel momento.

         E’ come se la grande spugna color del cartone avesse risucchiato, in un rapidissimo movimento ad onda da sinistra a destra, migliaia di esserini o “occhi”. L’unica associazione razionale a questo riguardo, fatta in seguito parlandone con L.. è stata la similitudine con i polipi del corallo che rientrano negli alvei come se appunto vi venissero risucchiati dentro. Mentre scrivo elaboro l’idea letteraria di come il favo si potesse essere accorto della mia indagine visiva e, come un unico occhio composto di migliaia di occhi (come l’occhio di un’ape), si fosse chiuso, timido, per ripararsi.

         Mi accorgo solo ora pienamente del vecchio perché mi interpella, come già descritto. Mi dirigo verso sinistra, per affacciarmi sulla Madre Ganga, sempre con il vecchio appresso.

         Sento L. che mi dice:

         “Sembri più strano tu del vecchio!”.

         Io penso:

         “E lo credo, non vedo l’ora di raccontarti questa storia”.

 

 

“Cerere e Proserpina avevano sacerdotesse chiamate Metropoli e Melisse.

Metropoli perché Cerere era considerata come la madre della città;

Melisse da melissa, ape, per simboleggiare la pudicizia.”

(A.Guidi, I Misteri di Eleusi, s.d., p.12)

 

 

[1] Elemento dell’architettura sacra a forma di torre piramidale

[2] Tempio

[3] Scalea lustrale

[4] Famiglia reale (lett. “grandi re”)

[5] Appartenente ad una delle tre caste superiori (lett. “nato due volte”)

[6] Perizoma

[7] Manifestazione essenziale di Shiva in forma di fallo

[8] Letto di corda intrecciata

[9] Nicchia indicante la direzione della Mecca

[10] Pantaloni stretti ai polpacci

[11] Modulo architettonico decorativo

[12] Muro ortogonale alla direzione della Mecca

 

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