Il viaggio del dr. Frankenstein a Teheran

di Franco Ungaro –
Ai tempi di Internet, tutti sanno di tutto. Così, è grazie al web che tutti sanno della difficile situazione in Iran. L’invito da parte del Festival Fadjr di Teheran di presentare il nostro spettacolo Dr. Frankenstein ci mette addosso agitazione e preoccupazione. Prima di decidere se andare o meno ci siamo messi a chiedere informazioni, consigli, rassicurazioni.
Alla fine abbiamo deciso di andarci perché pensiamo che sia meglio affrontare di petto le difficoltà anziché crogiolarci in giudizi precostituiti e liquidatori.

Mettiamoci a disposizione del teatro e del pubblico iraniano-ci diciamo, cercando un contatto ravvicinato e sincero. Ci perderemo le primarie per le elezioni regionali, ma forse è più grave perdersi quest’altra opportunità.
Abbiamo fatto bene o male? La domanda è ancora la stessa quando dal finestrino dell’aereo fa impressione l’interminabile strettissima serpentina di luci che termina poco prima della piana di Teheran sulla quale atterra l’aereo. Sul pulmino di servizio del Festival Fadjr capisco che quella interminabile serpentina è proprio la strada che ci porterà nel centro di Teheran, città anch’essa interminabile,immensa. Sessanta chilometri da un capo all’altro. Quindici,forse venti milioni di abitanti, non si sa. Un’ora abbondante per arrivare all’Hotel Ferdosi dove gli organizzatori del Festival ci hanno riservato le camere richieste ma che non sono tutte disponibili. Ci saranno dal giorno dopo, ci dicono. Arriviamo dopo ventiquattro ore di viaggio con sosta tecnica all’aeroporto di Istanbul dove nevica per tutte le sette ore di scalo, per niente addolcite dai cd di musica che il commesso del duty free ci spinge a comprare. Il groove alla turca di Burhan Ochal e i timbri ascetici di Djvan Gasparian ci introducono alle atmosfere di Teheran.

E’ passata mezzanotte quando da Istanbul decolliamo per l’ultima tratta, l’aereo è pienissimo ma sembra un volo come tanti. Le tre ragazze sedute nella fila affianco alla mia sono particolarmente allegre, chiacchierano per tutto il tempo, consumano con voracità il vassoio servito dalle hostess. Teheran si avvicina quando tra di loro all’improvviso si fanno cenno, iniziano all’unisono un lungo trattamento di creme e profumi sul volto e sul corpo e indossano il velo sul capo. Manca un’ora circa all’atterraggio, capisco che siamo in territorio iraniano, sorvoliamo montagne rese ancora più bianche da un cielo pulito e stellato. Anche per Francesca e Laura, le nostre due uniche donne che ci accompagnano, è il segnale che devono iniziare a coprirsi il capo.
Ora è’ lunedì e sono le quattro e mezza di mattina. Siamo all’Hotel Ferdosi e sui cellulari arrivano sms con Vendola vittorioso alle primarie e Palese candidato Pdl. Accettiamo di stare in sette in tre camere. La mia si affaccia sulla strada rumorosissima e trafficata. Non facciamo in tempo neanche a chiudere gli occhi che arriva l’ora dell’appuntamento con l’amabilissima e colta Parvin, il nostro angelo custode che ha studiato a Venezia e parla benissimo l’italiano.

Ci viene spontaneo porgere le mani per salutarla ma il suo sorriso è monito che ricorda a tutti noi il divieto di toccarsi fra maschi e femmine. Ci consegna la solita busta per gli ospiti con il programma del Festival. In testa prima le foto di Imam Khomeini, dell’ayatollah Khamene’ee e del Presidente Ahmadinezhad, poi quelle dei responsabili del festival. Un centinaio di spettacoli in nove giorni in quindici dei quaranta teatri della città. Molte le giovani compagnie. In hotel incrociamo gli amici del Teatro di Piazza e d’Occasione di Prato. Scopriamo solo ora che il nostro Dr.Frankenstein prende parte alla competizione internazionale e che hanno venduto tutti i biglietti disponibili. Il riscaldamento a manetta nel pulmino di servizio rende ragione alle montagne innevate che appaiono e scompaiono alla nostra vista. Dal pulmino di servizio la città appare nella sua normalità con molta gente in giro, tante le donne con lo chador nero ma tantissime quelle con un semplice velo o un fazzoletto sul capo. Niente polizia per strada, a meno che non ci vedano senza essere visti, come direbbe Shakespeare. Anche senza accompagnatori ufficiali attraverseremo le piazze più grandi e importanti della città ma non vediamo e non vedremo manifestazioni di protesta.

Parvin ci conduce al laboratorio dove hanno costruito parte delle scene del Dr.Frankenstein. Il grande cerchio di metallo è quasi pronto, il tavolo no. Il laboratorio di costruzione è attrezzatissimo, cerchiamo lì altri oggetti e pezzi di scenografie che ci saranno utili. Il laboratorio fa parte del Ferdossi Theater dove in serata debutterà l’ Opera delle Marionette diretta dal regista Behrouz Gharibpour con testi del più celebre e popolare fra i poeti iraniani, Rumi. In ottobre sono stati al Teatro Quirino e al Teatro Argentina di Roma. Impressionante il colpo d’occhio sul folto gruppo delle animatrici col capo avvolto dal velo viola e lo spolverino nero. In attesa di veder completate le nostre scenografie, alle 18 riusciamo a vedere mezz’ora dello spettacolo di marionette con un avvio folgorante di immagini, canti e suoni che ci immergono immediatamente nella storia dell’Iran. Storia di epici combattimenti in nome di nobili ideali e sentimenti con donne e madri al centro della storia. Lasciamo a malincuore la sala nel bel mezzo dello spettacolo per un sopralluogo al City Theatre, un grande complesso circolare a più piani con gli uffici dell’Academic Art Centre che organizza il festival, sale per esposizioni, laboratori, prove e cinque teatri di diverse dimensioni. Mi stacco dal gruppo per andare a vedere lo spettacolo Zero ‘O Clock dell’iraniano Attila Pesyani, il racconto di un sogno tra suggestioni borgesiane e stilemi poco elaborati della performing art. Gli altri compagni prendono accordi per il montaggio, il palcoscenico va bene ma le attrezzature richieste non ci sono ancora. Ci saranno dal giorno dopo, ci dicono. Il taxista che mi accompagna non ha navigatore, non conosce bene la strada per arrivare all’albergo e il giro si allunga ma non si prende più di 20.000 rial, meno di due euro.



Il martedì è giorno di montaggio e di spettacolo. Per noi è una vera e propria ‘prima’, per di più al di fuori delle nostre mura. I tecnici del teatro ci assistono in tanti, ne conosciamo non meno di dieci, tutti disponibili e generosi. Tra loro c’è Omar che ha origini dell’Azerbajgian e ci invita a una pausa nella sua stanza per bere il tè e recitarci le sue poesie d’amore. E’ sorprendente come in Iran tutti , piccoli e grandi, siano capaci di recitare poesie. In qualunque momento e luogo, in casa e per strada, a sera e al mattino, un po’ come facciamo noi con le canzonette.
Nel teatro si riesce sempre a fare e ottenere tutto quello che ci serve ma con i loro tempi e i loro modi. Ognuno fa la sua parte, ognuno ha al di sopra qualcuno cui chiedere e rendere conto, si tratti di un chiodo o di un cavo. C’è poco tempo per salutare al terzo piano i responsabili del festival Hastane, Mousavi e Heydari prima che alle tre arrivi il funzionario della censura.
Dobbiamo far vedere solo per lui l’intero spettacolo per ricevere il nulla osta. Sappiamo già come funziona in Iran: in pubblico e in scena è vietato danzare, è vietato il nudo, è vietato toccarsi fra maschi e femmine, anche solo per darsi la mano. Sappiamo ma siamo preoccupati comunque. Per fortuna Dr.Frankenstein ha solo due interpreti maschili in scena, quindi non ci sono problemi se si toccano fra di loro. Il funzionario chiede comunque che uno dei nostri attori copra il suo busto in una scena dello spettacolo. Scopriamo che il mixer luci non funziona bene. Aspettiamo cinque ore prima di avere quello buono. Siamo in ritardo e in tensione. Solo un’ora prima di andare in scena si riesce a provare luci e suono e alcune scene dello spettacolo e solo venti minuti prima arriva il proiettore per i sottotitoli. Non abbiamo tempo di provare lo spettacolo con i sottotitoli in parsi, decidiamo di mandare i sottotitoli in inglese. Fuori dalla sala arrivano le voci di un pubblico che sentiamo impaziente. La sala di duecento posti si riempie fino all’inverosimile, con posti che si aggiungono di momento in momento, prima sui gradini della tribuna, poi cuscini per terra fino al limite del proscenio, e infine gente su una galleria improvvisata. Giovani e donne, soprattutto. E i membri della giuria, tra i quali scorgo Ian Herbert, critico di Londra, che incontro spesso in giro per festival. Saranno loro a raccontare dal punto di vista critico lo spettacolo, per noi è certamente una serata particolarissima con una empatia fra pubblico e attori che raramente ci è capitato di trovare. Quando avverti che tutti insieme e nello stesso momento si respira, si ride, ci si spaventa e ci si commuove capisci davvero che vuol dire teatro. Ci dicono che l’abitudine qui è quella di battere le mani alzandosi in piedi, guadagnare velocemente l’uscita e mettere in una urna il fogliettino con il voto dello spettacolo (ottimo, buono o sufficiente). Il tutto dura non più di un minuto. Martedì 26 gennaio è successo qualcosa d’altro, con gli attori richiamati più volte in scena e applauditi e gli spettatori fermi a parlare con loro, come se non volessero più staccarsi da loro e qualche ragazza spingersi a dare loro persino la mano. Ci ripagano così, con grande generosità e coinvolgimento,una giornata come tante, difficile e insostenibile come questa, quando ogni cinque minuti ci chiediamo ‘Ma chi ce la fa fare?’ La prima replica è finita. Ancora sms con tre candidati a governatore: Vendola-Palese-Poli. A cena siamo ospiti di Carlo Cereti e di sua moglie Tiziana. Ci volevano ringraziare per le medicine da noi portate per un loro amico. Carlo è da sei mesi addetto culturale dell’Ambasciata italiana, tra i pochi esperti di cultura iraniana in Italia. Abita a Teheran Nord, il taxi senza navigatore si ferma almeno tre volte per chiedere lumi sulla strada da fare. Arriviamo in una casa piena di iraniani che hanno studiato in Italia o che parlano benissimo l’italiano. C’è lo scenografo più importante dell’Iran, innamorato del teatro di Carmelo Bene. Anche il cibo è italiano come le inattese canzoni di una architetta, appassionata di Tenco e Modugno. L’ultima canzone con cui ci salutiamo tutti è di Giorgio Gaber. A Teheran ‘la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione’ ha un mood speciale. E’ di nuovo notte inoltrata. Il freddo punge e il cielo è pieno di stelle. Si corre in albergo per cercare di recuperare il sonno perduto. Ma le camere libere non sono arrivate.

Mercoledì 27 facciamo colazione in un albergo pieno di artisti polacchi, russi, svizzeri, cechi, colombiani, cinesi, coreani, turchi, venezuelani. Dalle 10 alle 13 è previsto al City Theatre il nostro workshop con attori iraniani. Abbiamo ottenuto di poterlo fare con maschi e femmine insieme. La stanza non c’è e neanche il lettore cd. Arriverà ci dicono. Intanto arriva gente dai 16 ai 30 anni, una ventina in tutto, le ragazze con i capelli coperti dal velo. Abbiamo anche la sala. Ci si presenta e via con gli esercizi proposti da Salvatore e dai due Fabrizi. Poi arriverà anche il cd. Esercizi sconosciuti a loro, devono mettere in gioco soprattutto le loro capacità di reazione e di relazione, le possibilità diverse nell’uso del proprio corpo, gesti che diventano sequenza, movimenti che diventano danza, azioni che si trasformano in puro ritmo. Esercizi che riescono loro facili, a guardare dalla velocità, l’intensità e l’applicazione con cui riescono a eseguirli. Fa spicco per la sua gigantesca stazza e per il fatto che studia fisica un ragazzo che abita a cinquanta chilometri da Teheran e gli piace il teatro. L’aria è pregna di sudore ma c’è una bellissima atmosfera. Qualcuna spruzza un po’di profumo sul proprio corpo.

Al pomeriggio il magazine del festival riporta la notizia che Dr. Frankestein è lo spettacolo più gradito del pubblico del festival seguito da uno polacco. Qualcuno mi dice che il motivo è da ricercare nel ‘messaggio’ dello spettacolo. La bestia, creatura artificiale dell’onnipotente Dr.Frankenstein e simbolo della diversità e dell’alterità, si ribella e si vendica del suo creatore, costringendolo a porre e a porsi domande sul significato della vita, dell’amore, di Dio. Capisco che lo spettacolo ha dispiegato un potere metaforico ancora più alto e più ampio mettendo a nudo contraddizioni forti della coscienza civile di quel paese.
Più volte e più persone mi hanno chiesto ‘Cosa ne pensi dell’Iran?’
Più volte e a più persone ho fatto la stessa domanda.

Domanda che crea sottile imbarazzo a me e a loro, sapendo entrambi che è in atto un cambiamento politico e sociale dagli esiti incerti, che le forme del controllo sociale si evidenziano anche attraverso la paura di esprimere pareri espliciti, che il sentimento religioso della colpa e della punizione pesa come un macigno sulla rivendicazione di qualcosa che ha a che fare con i diritti e la libertà. Forse sono proprio alcuni gesti delle donne le spie del bisogno di cambiamento, la lentezza leggermente infastidita con cui raccolgono un velo che cade dalla testa o l’allungare e ritirare improvvisamente la mano per salutarti o un gesto che viene criticato perché troppo sensuale. Non risposte alla domanda ma indizi di una distanza dal fanatismo e dall’oscurantismo, parametri con i quali invece siamo abituati a immaginare e giudicare questo popolo che mostra invece un potenziale invidiabile di cultura, di vitalità, di forte attaccamento ai valori dell’amicizia, della solidarietà.
Comunque il pomeriggio scorre veloce, avevamo previsto con Mousavi un giro nell’antico bazar ma c’è poco tempo e ci limitiamo a visitare qualche negozio di tappeti. Nel pulmino di servizio la radio è accesa e per qualche minuto l’umore dei nostri accompagnatori cambia improvvisamente. Sospettiamo che sia successo qualcosa di grave. Si va subito in teatro. Ancora tantissimo pubblico. Ci chiedono di mettere in conto una terza replica non programmata. Non succederà perché dopo di noi è già pronta la compagnia che viene dal Brasile. Sul magazine del festival, Dr.Frankenstein mantiene la stessa posizione del giorno precedente. Si smontano e si invaligiano i pochi oggetti di scena e via in albergo per la cena. Abbiamo la disponibilità di una camera in più ma di notte sui sogni prevalgono ancora i pensieri e le domande. Una soprattutto, ‘cosa ne pensi dell’Iran?’ Non si dorme.

Giovedì 28 seconda giornata di workshop. Arrivo più tardi degli altri, dopo il bazar e la marea nera di chador, i tanti fuochi accesi per riscaldarsi le mani lungo la strada che fiancheggia il mercato, le bambine in nero che giocano, quelli che cambiano i soldi e quelli che chiedono soldi, i ricchi che non vendono tappeti ai pochi turisti, i poveri che vendono miseria ai poveri. E’ la Teheran più popolare. Dicono che qui si decidono le sorti della politica iraniana. Intanto nella sala del workshop l’entusiasmo è cresciuto. Ci si capisce ormai senza difficoltà alcuna e si lavora con grande generosità e sincerità. Il più delle volte queste esperienze si concludono con abbracci e qualche lacrimuccia. A Teheran ci si congeda guardandosi intensamente negli occhi. Le ragazze vorrebbero studiare e fare in teatro in Italia. Ci scambiamo gli indirizzi mail e la promessa di incontrarci al più presto. Mousavi ha preso l’impegno di portarci a mangiare in un ristorante con cucina tradizionale dove yogurt, gelato e carne mista a pane e verdure cucinata lentamente per un intera giornata in terracotta fa strabuzzare gli occhi. Nel bel mezzo del pranzo Mousavi dice che dobbiamo correre dal direttore artistico del festival Hossein Parsaei che vuole parlarci. Salta la visita al museo che custodisce i tesori più preziosi dell’impero persiano.
‘Molta gente parla bene del vostro Dr.Frankenstein- ci dice il direttore ordinando per noi tè e pasticcini- tanti non hanno potuto vederlo e vorrebbero vederlo. Gli attori che hanno seguito il workshop vorrebbero avervi ancora qui. Diteci le date libere dopo il 21 di marzo. Ci piacerebbe presentare anche gli altri vostri spettacoli’. A noi non sembra vero e prendiamo naturalmente tempo. Poi iniziamo a fantasticare sui luoghi più affascinanti dell’Iran, Persepoli, Shiraz, Isfahan dove portare Paladini di Francia e La Passione delle Troiane. Ma il direttore insiste su Teheran. Intanto qualcosa di importante viene comunicato sullo schermo del televisore, lui esce preoccupato dalla stanza, ci lascia soli con Mousavi per cinque minuti, al rientro è più rasserenato Manderemo presto un progetto, gli diciamo, e decidiamo. Usciamo, tempo di comprare in fretta qualche regalo, passare dieci minuti in albergo e ci aspetta la cena a casa di Heydari. Anche l’autista ha fretta, passa in un attimo secondo da una corsia all’altra della strada, da una direzione di marcia all’altra, sorpassa facendo il filo alle macchine che supera, strombazza ai pedoni che attraversano la strada bloccandoli a metà delle strisce pedonali e ci lascia senza fiato. Così fan tutti a Teheran. Bella, moderna e accogliente la casa di Heydari. Suo figlio è fissato con Ronaldino. Solo Parvin mantiene il velo in testa. Mossavi ci spinge a discutere della condizione delle donne e di matrimonio in Iran e in Italia, la situazione sembra avere molti aspetti comuni anche se le leggi hanno fondamenti diversi e la moglie di Heydari ha idee molto chiare sul loro percorso di emancipazione. La moglie di Hastane invece ha preparato un piatto fantastico di melanzane spezzettate e macerate nell’aglio che continua a effondere la sua miracolosa potenza. Sono quasi le ventitre e fra un’ora ci aspetta il pulmino che ci accompagnerà all’aeroporto. Salutiamo a malincuore gli amici che ci hanno ospitato. Il cuore strizza a tutti. Dobbiamo staccarci anche da Parvin.
‘Pregate per i nostri giovani’, è l’ultimo suo messaggio.

Carichiamo le valige. Capita di sedermi a fianco di Cusmina Aljena del Pejo’s Wandering Dolls di San Pietroburgo, parliamo di teatro di marionette e di Commedia dell’Arte, l’estate scorsa la compagnia è stata a Ceglie Messapica e Alberobello con lo spettacolo, anche loro ne hanno uno sui Paladini di Francia.
Scendiamo, la saluto e ci avviamo ai soliti controlli. Ci addormentiamo sfiniti sulle poltrone delle lounge rooms svegliati due ore dopo dalla chiamata all’imbarco. Alle quattro precise l’aereo decolla. Il viaggio di ritorno dura solo dieci ore. Insieme alla stanchezza avvertiamo tutti un senso di maggiore leggerezza e fiducia. Possiamo lavorare con queste persone dall’umanità straordinaria. Ne sentiamo più noi il bisogno che loro. Anche se nel teatro che vogliamo fare mancherà sempre qualcosa, una camera, un mixer, un appuntamento importante ne vale proprio la pena di mettersi in cammino sin qui. Serve per capire noi stessi, per conoscere gli altri, le diversità, le differenze, per costruire la nostra identità. Le strade sono un collante straordinario per unire popoli e culture diverse. E il teatro ci sembra al momento quella migliore. Più di Internet certamente.

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