Jonathan – Viaggio in Antartide

di Camillo Vittici – 
Avevo saputo di tempeste feroci che schiaffeggiano Capo Horn e di mille imbarcazioni carpite dall’onda gelida dalle fauci insaziabili e predatrici dei mari australi.
Ora so, conosco la furia inquieta e devastante dell’acqua che, ferita dalla prua dell'”Anna Tarasova”, si rivolta violenta a riprendersi il suo spazio ferito avvolgendo lo scafo che geme.
A volte inghiotte l’oblō della cabina come volesse affacciarsi e conoscere colui che viola questo spazio inquieto e lontano.
Il “Transcoop” fa il suo effetto vincendo la nausea che assale giā dal primo impatto con questa giornata fatta di nuvoloni che ogni attimo mutano la faccia del cielo, di orizzonti orfani di terra e modellati dai ghiacci che pendolano sul mare, di gabbiani eleganti che remigano a larghi cerchi dietro la poppa.
Stiamo navigando i “cinquanta ruggenti”, il punto di latitudine pių temuto dalla gente del mare dove le onde si fanno macigno e fan danzare il rompighiaccio come un burattino inerme tenuto da fili e da mani invisibili che lo muovono a ritmi scomposti.
Jonathan, il gabbiano (lo chiamo cosė in omaggio al protagonista di Livingston), ci segue sin da Ushuaia, la cittā pių a sud del globo.
E’ nero, imponente, elegante nel suo volo che monta il vento che a volte urla la sua canzone selvaggia giocando con le onde pių alte.
Quasi mi sfiora e fugge come scatto di freccia che si libera dall’arco troppo teso.
Si allontana per poco accarezzando il mare con la punta aguzza dell’ala.
Si infila fra due onde che si rincorrono e lė scompare ed emerge ancor pių fiero e vigoroso nel mezzo della scia turbolenta e ribollente della nave.
Poi di nuovo s’avvicina e s’arresta immobile sfidando il mio sguardo curioso e attento.
Leva un grido, un saluto forse, prima di librarsi verso l’alto a confondersi con il cielo.
Mi ritiro sotto coperta per sottrarmi ai cinque sotto zero e agli spruzzi sferzanti e gelidiche salgono dal mare.
Dopo un “Espresso” della Nestlč ritorno in coperta e ritrovo Jonathan. Mi scorge e subito s’avvicina e lancia di nuovo il suo grido gutturale. Lo saluto a gran voce e si tuffa ancor pių vigoroso e felice fra la schiuma bianca della scia.
Torno in cabina alle undici della sera e il cielo č ancora chiaro e riverberi rosati modellano il grigiore che si scorge a sud.
Aldo, un reporter di “Gulliver”, divide la stanza con me.
E’ da ieri sera che dorme intontito dal suo “chewingum” antinausea.
Onde violente si infrangono contro il vetro dell’oblō con uno schiaffo assurdo e violento.
Dal salone ristorante porto con me un pane che, dal ponte di poppa, lascio cadere a grossi pezzi fra le onde.
Jonathan č ancora lė; mi attende.
Si solleva di un paio di metri e rimane immobile a fissarmi.
Poi si lancia con un tuffo elegante sul pezzo di pane pių vicino e lo ingoia.
Ritorna e s’arresta mentre le ali si adagiano immobili sul vento che mi soffia la neve sul viso.
Sembra (o č vero?) che mi voglia parlare lanciando al cielo il suo richiamo. Odo ben chiaro il suo il suo racconto.
Mi parla di esploratori dove il desiderio della scoperta si confondeva con la pazzia, di vascelli di fragili assi e vele bianche che cantavano al vento folle del sud, di canzoni di morte portate alla deriva dai venti di Capo Horn.
Nella sua giovane vita ha rincorso le navi che s’avventuravano sin quaggių, ha seguito i percorsi delle rotte che sfidano i ghiacci e ha riempito le pagine bianche del libro del sapere tentando invano di conoscere l'”uomo” e il perché del suo ardire.
Il cielo chiaro e il riverbero del sole che trapana i cirri pių alti a volte m’impedisce di vederlo, tuttavia non demordo dall’ascolto.
Fra poco, indossata la tuta da montagna, il parka e il salvagente regolamentare, scivolerō sullo scafo nero dello “Zodiac”, il canotto di gomma che farā da navetta fra la nave e la terra.
Fra i sassi neri della riva s’arrestano curiosi i pinguini, ma Jonathan mi fa fretta: mi precede fra le rocce sgombre di neve dove la sua tribų sta covando.
Si posa dolcemente fra mille gabbiani acquattati, una macchia grigia brontolante.
Si trova a suo agio; chiacchiera con gli uccelli che lo ascoltano attenti.
Narra di questo straniero che č giunto da molto lontano.
Ha lasciato il tempo invernale dell’Italia per calcare l’asfalto che si allenta al sole di Buenos Aires per discendere verso il freddo di Ushuaia, poco sopra Capo Horn.
Infine la traversata di due giorni sino alle Isole Shetland del sud sino a calpestare questi sassi neri, tenue barriera fra il ghiaccio e il mare.
Qualche gabbiano si alza in volo per conoscermi pių da vicino.
I pių impertinenti e intriganti strofinano il becco adunco contro i miei stivaloni verdi.
Ma č sempre lui il protagonista della scena che scivola sulla scia dello Zodiac che mi riporta al rompighiaccio.
Non so dove trascorra la notte, ma alle quattro del mattino, quando i pochi raggi del sole che si fan largo fra la nuvolaglia incendiano le pareti degli icebergs, č lė, sopra la poppa, che mi saluta con la sua voce gracchiante e ormai amica.
Gli annuncio che oggi sbarcherō sull’isola dei pinguini.
Scuote la testa e, brontolando, mi dice seccamente che non mi accompagnerā.
Ha una certa diffidenza nei confronti di questi signorini in frak che starnazzano di continuo.
Li giudica curiosi, petulanti.
E scopro che, in effetti, al nostro sbarco ci corrono incontro ballonzolando; aprono e scuotono le loro ali mozze in incerto equilibrio.
Saltellano goffamente da un sasso all’altro.
A volte si accucciano sulla neve per scivolare dall’erto pendio, a volte s’ergono fieri ed impettiti in un passeggio scomposto e senza meta.
Si snodano in una strana processione; sembrano godere dello spettacolo di altri esseri viventi dal corpo dipinto di mille colori: pių alti, meno vocianti e gracchianti, con strani aggeggi che portano all’occhio producendo secchi click. Si esibiscono in mille buffe pose da prima donna sotto l’occhio del riflettore divertendosi ai flash.
Altri, le femmine, stanno ancorati ai nidi; a volte si sollevano mostrando il grosso uovo bianco che s’aggiustano delicatamente col becco per poi adagiarsi e ricoprirle celandole al gelo.
Che freddo stamattina!
Il conduttore dello Zodiac si avvale della bussola portatile per dirigerci sul punto stabilito della costa.
A volte č una donna dai caratteri decisamente mascolini che evidenzia il suo sesso solo con una lunga treccia bionda raccolta sino al dorso.
Non l’attendevo, ma Jonathan č lā, maestoso sulla rupe pių alta.
E’ il cane pastore che veglia su di me, ride delle mie cadute e delle mie imprecazioni.
Quando i compagni di spedizione risalgono sui canotti si tuffa in voli radenti gracchiandomi di raggiungere gli altri.
La nebbia č ancor pių fredda e la temperatura č ben sotto lo zero.
La neve scende larga e silente e mi ricorda d’un tratto i Natali da bambino.
Sento lontano lo scoppiettare del motore del gommone che attende solo me mentre Jonathan, volteggiando con le ali distese al vento ormai gelido, mi fa da curiosa e sicura stella cometa.
Nel tramonto che non finisce mai ci incontriamo di nuovo in poppa.
Quando siamo soli e si ode solo lo sbuffo del comignolo della nave, quando i motori brontolano dando una leggera vibrazione allo scafo, quando si nota ben distinto lo sciacquio delle eliche che frustano l’acqua scura di questo mare finalmente acquietato, allora mi racconta lunghe storie.
Narra di uomini che in tempi lontani son giunti sin qua dove il mondo finisce. Son storie che la sera i gabbiani si raccontano prima di addormentarsi sui sassi scuri della riva o dondolandosi sull’onda nera, vicende tragiche e affascinanti rimbalzate da mille generazioni.
Parla di audaci alla ricerca del polo, di navigli di legno prigionieri dei ghiacci e stritolati come gusci di noce, di tele bianche lacerate dai venti impazziti di bufere di titanica violenza, di sonni inquieti in tende fragili scosse da sussulti di tumultuosi venti, di freddi e di geli violenti sino a fermare il sangue nei corpi giā provati, di crepacci improvvisi che spaccano il pack inghiottendo in abissi fantastici gli uomini e le cose, di corpi, di arti congelati in cancrene assassine, di venti e bufere che spazzano la costa con rabbia infinita.
Mi chiede quale sia l’arcano desiderio che spinge l’uomo a calpestare ghiacci eterni e ostili.
Gli racconto (ora č il mio turno di narrare) di grandi imprese, di uomini giunti sin sulla luna, di altri che han vinto senza maschere di ossigeno le vette pių ardite della terra, di gente non paga di conoscenza con l’assurda smania di voler percorrere sentieri antichi e sempre nuovi, di voler toccare con mani ansiose terre lontane e incerte.
Vorrei essere come Jonathan: coperto di piume lunghe e leggere e librarmi in alto, oltre le nevi, oltre i ghiacciai, oltre le vette dell’Antartide, oltre la nuvolaglia che cangia di minuto in minuto e riempire la piccola sacca del mio sapere sino a farla traboccare, sicuro, forse, che anche allora avvertirā il desiderio di continuare ad errare sinché non abbraccerō il mondo avvolgendolo con le mie mani tese e curiose.
In questo mattino di luce radente dai colori che mutano dal rosso al giallo Jonathan mi vola attorno ad ampi cerchi concentrici sino ad abbracciarmi con la sua ala nera e sicura.
E mi porta su, mi leva alto sopra il mare.
La “Anna Tarasova” sembra un piccolo giocattolo lontano, un punto scuro che spicca violento fra schegge lucenti e i pochi tratti di acciottolato della riva. Il mare č tappezzato da poligoni bianchi e montagne di ghiaccio che paiono immobili nella lunga e lenta rotta fin chissā dove.
Rocce scure dalle forme variegate s’innalzano sino a toccarci e a disturbare il volo e un arcobaleno improvviso ci abbraccia e ci inghiotte nei suoi colori violenti.
Jonathan, sollevandomi ancora pių in alto, mi indica piccole fragili case di legno nascoste fra baie bianche venate dai crepacci azzurri del ghiacciaio che a volte si spacca con gemiti e fragori violenti partorendo immensi icebergs dalle forme fantasiose e caleidoscopiche ai riflessi del sole che per pochi attimi li sferza violento.
In questi giorni che non hanno mai sera il volteggio delle nuvole si alterna alla neve che cade fitta in cristalli di diamante, la nebbia pių fitta a tempeste violente, la bonaccia a burrasche improvvise.
A volte il volo si posa accanto ai nidi dei cormorani dagli occhi blu, alle grosse foche pasciute che sonnecchiano sbuffando all’intruso, ai leoni ed elefanti di mare che si azzuffano per conquistare nuovi amori.
Pių in lā, oltre la riva, due balene si rincorrono in armonica danza rompendo il mare in mille spruzzi che rifrangono il sole malato e schiere di pinguini cavalcano le onde levando al cielo grigio petulanti richiami.
Jonathan mi depone dolcemente sul ponte superiore della “Tarasova”.
Lo guardo allontanarsi dapprima a pelo d’acqua e saettare, poi, veloce verso il cielo chiaro sino a sparire ai miei occhi abbagliati.
Un ultimo richiamo da lontano che penetra la nebbia che si leva dal mare e rimango da solo.
Odo soltanto il cigolio rantolante dell’ancora che emerge dall’abisso carica di alghe brune, il monotono brontolare dei motori, lo schiocco lontano di un ghiacciaio che si spacca, il richiamo sgraziato di una foca su un lastrone alla deriva, il fischio del vento che gioca col radar, l’onda feroce che s’infrange sullo scafo nero della nave, il lamento lontano di un leone marino in amore, il graffio di un masso di ghiaccio alla deriva verso prua, il brusio sommesso e continuo della neve che cade larga sui legni di poppa, lo sbuffo del fumaiolo che rigurgita vapore grigio che si confonde col cielo grigio, le note di una canzone russa che giunge dalla sala-bar, il tintinnare delle tazze di caffč e cioccolata che ristorano i corpi freddi, i secchi comandi del capitano in plancia, lo sbattere delle eliche che si avvitano rabbiose alle acque gelide e scure e il verso di un falco posato sull’antenna pių alta.
Ritorno da dove il mondo finisce, dalla “fine del mondo” come recita un cartello al porto di Ushuaia, da dove il mondo č sopra i miei piedi, dal sesto continente, da una cartolina dove lo spettacolo supera la fantasia pių sfrenata, dove nessuno ha ancora modificato o sconvolto questo parto felice di Dio.



 

 
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