Viaggio in Germania

di Susanna La Valle –
Tutte le valigie sono pronte anche quella che non vorrei mai portare, ma viene sempre con me, ora più di ieri quando riusciva a rimanere a casa. La valigia che non mi permette di respirare liberamente, si chiama ansia, panico, paura, depressione. Bè anche questa volta l’infida valigetta è riuscita a insinuarsi e a partire con noi.
Questa premessa non vuole essere triste, perché alla faccia del bagaglio comunque non mi sono tirata indietro, e fedele al programma di viaggio, ho visitato un nuovo angolo di mondo. Siamo partiti alle cinque della mattina, siamo bravissimi, in questo Francesco è un perfetto argonauta, senza stanchezza o cedimenti, da capitano dirige il nostro veliero con mano sicura, senza fatica, soste o cedimenti. Lo ammiro è straordinario. Partire a quest’ora è fico si entra in una dimensione temporale strana, mordi il tempo e sottrai attimi vuoti. Io per dimenticare il mio bagaglio a mano, mi lascio prendere da uno stato catatonico, non dormo completamente ma mi lascio andare in uno stato di strano sonno, ci sono immagini, ma sono anche vigile. Facciamo due ore di viaggio, colazione al casello e poi di nuovo in macchina Gilli è nel suo trasportino, ogni tanto si muove, ma è abituata, non le piace la sistemazione, ma la gioia di venire con noi è più grande di tutto il fastidio.

Arriviamo in Trentino che sono le undici circa piccolo momento di crisi con il pagamento del casello con la carta, hanno macchine antiche che non leggono le carte trasparenti, ogni volta che passiamo di qui, scatta il problema. Francesco s’incazza, il tizio ci parla al citofono, questa volta ci viene in soccorso e con uno stratagemma copre la carta con un pezzo di nastro, e riesce a passare. Come ogni volta Francesco, si ripromette di scrivere alla società autostrade, al ministro, e via crescendo. Una volta entrati in Austria non ci sono più problemi. Compriamo la Vignetta, che ci autorizza a circolare per le autostrade, vera e propria tangente austriaca o come si chiama ora tassa di soggiorno che autorizza la circolazione delle macchine in Austria.
Il tempo è bello ma fresco attraversiamo l’Austria ed entriamo in Germania direzione Monaco. Abbiamo prenotato un albergo molto economico della catena Ibis, l’Etap è una stella ma ci sorprenderà favorevolmente. Francesco ne ha trovato uno lungo il raccordo, a 15 Km dal centro, in un parco. Albergo spartano ma ha tutto: bagno in camera, letto, comodino, televisione, Wi FI, (strumento diventato fondamentale in viaggio per essere connessi con il mondo e con casa). E soprattutto Gilli può stare con noi. Certo il lavandino è accanto al letto e non nel bagno, e il materasso è durissimo, forse hanno qualche reminiscenza da campo di concentramento… Va bè ma si può fare, la colazione è buona, abbondante e varia tra dolce e salato, è una settimana prima di Pasqua ed hanno anche le uova sode colorate, qui ci tengono tanto, festoni e decori sono ovunque. Lasciamo le valigie, e memore di qualche vita passata in cui ero parte di una tribù nomade, sistemo la nuova casa, preparo il bagno, sistemo le valigie; detesto il disordine nelle camere d’albergo, voglio avere tutto a portata di mano, voglio essere pronta a ripartire, e poi sono riservata e quando esco dalla camera, tutto deve essere a posto, chi verrà a pulire, deve poterlo fare senza ficcare il naso nelle mie cose. Rispetto della mia vita, rispetto del loro lavoro.
Insomma dopo aver organizzato la capanna, andiamo a Monaco, voglio andare all’Hofbrauhaus, nel viaggio di quattro anni fa Francesco me l’aveva fatta saltare. Monaco è sempre deliziosa, e finalmente potrò vedere in tutta tranquillità il tempio della birra. Sono le cinque di pomeriggio ma qui non fa differenza si mangia e si beve a qualsiasi ora del giorno e della notte. Dentro c’è un bel po’ di gente. Ordiniamo birra e Wurstel mentre suona un’orchestrina di tirolesi, le facce sono scocciate e tristi, ma io sono comunque contenta. Ordino parlando in tedesco (qualche reminiscenza di qualche vita passata oltre a qualche canzoncina insegnata dalla mia mamma che conosceva il tedesco).

Mentre mi rimpinzo, ripenso a quattro anni fa quando entrando all’Hofbrauhaus, avevo visto un gruppo di ragazzi americani che cantavano a squarciagola un pezzo anni 60 rifatto, mi era piaciuto tantissimo, avevano lo sguardo felice e su di giri. Quel pezzo musicale è rimasto inscindibilmente legato a Monaco di Baviera e a questo posto. Mentre seguo il filo dei ricordi, improvvisamente smette l’orchestrina e dalle casse incomincia a diffondersi .. Indovinate cosa .. Proprio quel pezzo! Sono contentissima e finalmente posso anche io cantare a squarciagola ” Heeey! Hey Baby ( huuu, haa) I wanna knowohhh if you’d be my girl” cover di DY Otzi su un pezzo di Pat Boone del 1964.

Usciamo dopo un’ora e andiamo spasso per Monaco, siamo un po’ stanchi e fa anche un po’ freddo, giusto il tempo per dare un’occhiata e rientriamo in albergo.
Dormo con difficoltà, il mio mal di schiena aumenta con questo letto duro, ma non ci posso fare niente. La mattina mi alzo indolenzita, oggi mi aspettano le gallerie d’arte, scendiamo a fare colazione, buona e abbondante, scopriamo che oltra a una serie di paté di maiale ci sono degli interessanti salsicciotti per Gilli. Facciamo il pieno e usciamo. La mattina di Monaco è fresca e piovigginosa, per cominciare andrò alla galleria d’arte antica, mentre Francesco con la scusa di dover stare con Gilli si farà un giro per Monaco in cerca “d’arte birraia”.
All’entrata del museo mi consegnano una cuffia con la guida in italiano e salutato Francesco mi avvio da sola su una scalinata, ho lasciato la borsa a Francesco e ho solo con me il cellulare, senza documenti e soldi mi metto a girare. Sono un po’ inquieta chissà dove va Francesco infondo sono sola, ma non fa niente. Qui sono tutti gentilissimi e quando dici di essere Italiana ti fanno grandi sorrisi. Tra l’altro è tutto molto economico con unico biglietto posso girare in una sola giornata tutte le gallerie, il problema è che una giornata non basta. Accendo la mia audioguida e dalle cuffie parte il saluto in italiano del direttore dell’Alte Pinakothek. Mi piace, ha parole carine ed entusiaste e a me sembra di essere ricevuta personalmente con tutti gli onori. Salgo le scale, la guida mi fa notare che si possano notare sul muro i buchi dei proiettili sparati durante la guerra. Entro nel tempio dell’arte che va dall’alto medio evo al tardo barocco.
Cammino tra le Sale mi fermo alla pittura fiamminga che conosco poco, nella sala successiva rimango rapita dall’Autoritratto di Durer, qui ci sono i pittori tedeschi dal 400 al primo 500. Il ritratto “mistico” di Durer è da lasciare senza fiato. Il pittore si è ritratto come il Cristo, i capelli sciolti e mossi, guarda dritto negli occhi lo spettatore, posa e sguardo ieratico, la mano appoggiata è al cappotto. In alto a destra una scritta, nome e cognome e una frase ” autoritratto all’età di XXVIII anni”, dall’altra parte una data 1500 A.D. Durer aveva ventotto anni quando si è ritratto. L’audioguida mi porta a scoprire i segreti del quadro. Mi dice che Durer in quest’autoritratto mistico voleva esprimere il concetto che l’arte è divina, il pittore nell’atto di dipingere partecipa con Dio alla creazione, e la mano con le tre dita in primo piamo richiama la trinità. Mi piace questa tavola, i colori sono scuri ma morbidi, la bocca carnosa del pittore è sensuale, è strano ma il volto non ha nulla di antico, è forte moderno. Continuo a camminare per le sale ci sono i nostri pittori, pittura italiana del rinascimento, tele di Leonardo, Raffaello, Botticelli, Filippo Lippi, Ghirlandaio, il Perugino, c’è la sala dedicata alla Pittura Veneziana, con Tiziano, Tintoretto, Paolo Veronese, Lorenzo Lotto, ma io sono colpita da alcune tele particolari.
Proseguo ed entro in una stanza interamente dedicata a Rubens, meravigliosa. I quadri sono enormi prendono intere pareti, ma io rimango attratta da un quadro piccolo e meno aulico, ma intimo e intenso. L’audioguida mi dice che è un autoritratto di Rubens con la moglie. Mi piace ascoltare le spiegazioni danno il quadro storico e ti svelano i segreti nascosti dietro i simboli. In questo caso il quadro rappresenta Rubens in piedi in un bosco con l’amata moglie seduta ai piedi. Dietro di loro un cespuglio di Caprifoglio, pianta che simboleggia la fedeltà e il matrimonio nel linguaggio dei fiori, l’amore è rappresentato direttamente dall’artista che con la mano destra indica la sua mano sinistra che tiene teneramente quella della moglie. Il quadro è intenso, Rubens amò molto questa donna che morirà dopo avergli dato dei figli. Rubens si risposerà avrà altri figli, ma la posa gentile, l’indicazione del pittore che vuole far sapere a tutti il suo amore per la sua sposa, è veramente bello. Mi piace la sua pittura perfetta con uno splendore di forme e colori. Passo di stanza in stanza ci sono capolavori ed io sono frastornata.
Vedo un quadro stupendo La Madonna con la corona di fiori. Anche questo è Rubens, ma con una particolarità la corona di fiori è stata dipinta da un altro pittore, Jan Brueghel (artista eccelso nel dipingere fiori). La cosa straordinaria è che il quadro necessariamente realizzato in due momenti diversi, non ha stacchi, Il ritrattista ha fatto il suo superbo lavoro e il pittore dei fiori ha seguito le stesse nuance, rispettando e riproducendo le stesse tonalità, senza stacco o differenza cromatica, come se fosse stato fatto dallo stesso pittore con la stessa mano. Sono stupefatta, io a mala pena riesco a fare lo stesso colore tra una pennellata e l’altra, entro in crisi se devo intingere il pennello in acqua nel caso degli acquarelli o nell’olio di lino nei colori a olio, sapendo che da quel momento in poi il colore non sarà più lo stesso.

Entro nella sala del 600 e incontro la pittura Olandese di Rembrandt, poi il barocco italiano, c’è troppo da vedere sono stordita, proseguo con la mia guida ed entro nelle sale del 700 e mi fermo davanti ad un quadro che mi cattura e m’incuriosisce, il ritratto della Marchesa de Pompadour di Francoise Boucher. E’ un quadro bellissimo, la famosa cortigiana è seduta con i piedini allungati graziosamente oltre la superba veste azzurra, si vedono delle scarpette deliziose i piccoli piedini sono accavallati e vicino il suo amato cagnolino Ninì. La Pompadour è ritratta in maniera regale con parrucca bianca e posa da nobildonna. La guida mi dice che è particolare, perché queste pose erano consentite solo alla regina o principesse, certamente non a una concubina. Il motivo di tanta sfrontatezza sarebbe riconducibile al fatto che il ritratto fu fatto quando Pompadour non era più la favorita, potendo quindi ambire al titolo di nobildonna, oltre al fatto che, con la sua influenza (tra l’altro importante nel Congresso di Vienna) di fatto si comportava come una regina. Mi avvicino ho bisogno di registrare le mie sensazioni, il viso è tondetto e aggraziato, gli occhi azzurri e intensi, la bocca a cuore, le gote sono con un tocco di fard rosa pesca, lo stesso colore delle labbra, i capelli raccolti in alto; non so quanti anni ha in questo ritratto, le braccia e il busto sono di una donna ancora giovane. Non riesco a capire come un viso così fresco e semplice possa essere stato quello della concubina più famosa della storia.
Vicino alla Pompadour un altro piccolo quadro, sempre del 700, ” Le petit dejeuner “, ritrae una nobildonna alla quale è servita la colazione. E’ strano l’effetto che mi danno alcuni quadri, rimango colpita dal soggetto, qui la signora comodamente seduta guarda diritto la cameriera che a occhi bassi serve su un vassoio una tazza di porcellana riccamente decorata con vicino un bicchiere di cristallo con bordi d’oro. Mi piace questo insieme, la signora fiera attende, la cameriera ha quasi la posa di un inchino, che ci sarà stato in quella tazza? Probabilmente del te, o forse cioccolata.
Passo nell’ultima sala dedicata ai pittori spagnoli, El Greco e Velasquez. L’Alte Pinakotek è vastissima, non riesco a vedere i gabinetti di pittura, voglio riuscire a vedere la Nuova Pinacotca ed è tardi. Devo andare, riscendo le scale riconsegno l’audio guida, lancio un ultimo sguardo a mo’ di saluto ed esco.
Fuori fa ancora freddo attraverso la strada ed entro nella nuova Pinacoteca, il biglietto è lo stesso, ma commetto un errore non prendo l’audio guida e senza volere inizio la mia visita dall’ultima sala. Guidata dal mio istinto, e dal destino, mi trovo nella sala dedicata ai miei amatissimi impressionisti. Lancio un “Uao “, la gente si gira, sono di fronte a Signac, mosaico di tasselli di colore, il pensiero dell’artista frantumato in piccole celle di colore accostate l’una alle altre. Dalla perfezione del Bello dell’Alte Pinakothek sono passata all’Emozione del colore della pittura impressionista. Non so, dove guardare, di lato sulla parete una grande tela di Monet, ripenso alla mia visita alla casa dell’artista, l’emozione è ancora più intensa. Nel quadro è ritratto il famoso lago, dove sguazzano piccole ninfee in tutto tre, in un profondo verde e blu’. Sull’altra parete un incredibile Munch, io conoscevo solo l’urlo, questo quadro è ancora più straordinario: un’incredibile strada rosa fucsia dove passeggia una donna con cappello bianco e vestito rosso aragosta, le case dietro sono gialle il cielo è blu indaco. Accostamento violento di colori, ma bellissimo. Il quadro si chiama ” Strada nel villaggio di Aasgardstrand” è del 1902.

Mi giro un attimo e poi passo al quadro successivo è lo splendido Tatamuri di Gauguin, ho anche intravisto un quadro che ho dietro le spalle, ma non sono ancora pronta per vivere un’emozione così forte, ho dietro i girasoli di Van Gogh, mi tremano le gambe. Mi lascio catturare dall’emozione di Tatamuri sdraiata languidamente sul letto, con il pareo, qui il colore è intenso, il nero dei capelli è profondo, la pelle ambrata, mi sembra di sentire il profumo dei Tiarè. Accanto ad un altro grande quadro, le meravigliose Bretoni con i loro tipici copricapi. Sono in quattro e stanno discutendo, una alza il piede e si sistema una scarpa, una di schiena con le mani a fianchi ascolta l’altra Bretone che le sta parlando, la quarta con un viso bellissimo è assorta nei suoi pensieri, tutte immerse nella campagna, da un cespuglio spuntano anche quattro anatre quattro Bretoni e quattro anatre strano accostamento, peccato non aver preso l’audioguida. Penso, è’ incredibile osservare questi dipinti così da vicino posso quasi sfiorarli, posso vedere il tratto, ogni singolo punto. Niente barriere niente vetro, l’unica barriera, la mia inadeguatezza e ignoranza di fronte alla forza dell’Arte Creatrice, la divinità si respira nell’aria.
Mi giro e mi avvicino a Van Gogh e ai suoi girasoli. Sono stupita diverso da quello famoso di Amsterdam, ha tutto lo spettro dei gialli, dal chiaro, all’ocra, lo sfondo è un’acquamarina che tende al verde diverso da quello di Amsterdam dove il fondo continua a essere sui toni del giallo. Meno cupo degli altri, quello che vedo, fu il primo della serie. I girasoli sono aperti alcuni avvizziti, ma con loro carica di energia intatta. Furono dipinti ad Arles e regalati a Gauguin per rallegrare la sua stanza. Van Gogh aveva un’autentica ossessione per il giallo e il girasole era il Suo fiore. Guardo le pennellate sono incredibili, i fiori hanno spessore, sembrano petali incollati. Le pennellate cariche di colore danno quasi un effetto di tridimensionalità. Guardo ogni centimetro della tela, non posso fare a meno di notare in basso a sinistra sul vaso, che contiene i fiori, una piccola scritta ” Vincent” solo il nome. Mi fisso su quella firma semplice, scolastica, timida, umile, quasi infantile. Solo Vincent, sono commossa, non riesco a staccarmi, mi siedo di fronte al quadro e rimango a guardare, la gente mi passa davanti ma io non stacco lo sguardo dal quadro e da quella piccola firma, non so perché ma piango.
Devo andare sono solo alla prima sala, devo correre, distolgo lo sguardo e lo poso su un altro quadro di Vincent, ” Plain Near in Auvers” l’impressione è l’ordine nella follia, segmenti allineati di verde, qualunque nuance di verde si può immaginare è lì, le pennellate sono in verticale per il primo piano del campo che diventano orizzontali sul fondo, dal campo verde si passa a “ordinati” campi di grano con alberi sul fondo. Il cielo è un vortice di nuvole, proseguo, lascio Vincent e incontro Lautrec con le sue caricature, Monet con Il Ponte sull’Argentil, sono stordita, devo correre il tempo passa ed io sono solo all’inizio della Nuova Pinacoteca. Strano, con il mio errore all’entrata vado a ritroso nel tempo, entro ed esco dalle sale, la visione dei miei idoli mi ha assorbito completamente e mi soffermo solo sui quadri che attirano di più la mia attenzione. Annoto sul taccuino con la Pompadour sulla copertina, i quadri che mi colpiscono di più, rimango affascinata dalla carica mitologica di Arnold Bockin nel suo ” Planning In The Waves”. Fantastico soggetto, tritoni e sirene che giocano tra le onde. Di seguito rimango colpita dal dipinto di Sperl ” Kindergarten” l’asilo. I bimbi sono bellissimi con i loro grembiulini bianchi adagiati come fiori su un prato. Poi è la volta di August Riedel, rimango colpita dal ritratto di una ragazza di Albano. E’ riccamente abbigliata con costume tradizionale, in posa, ma bellissima. La modella era famosa e ricercata dai pittori del tempo, mi sembra di rivedere mia nipote nei tratti del viso e nei colori. Il quadro si chiama ” Felice Berardi da Albano 1842″. Non so niente di questo pittore e delle sue opere, ma rimango colpita dalla ricchezza del colore e dalla precisione del disegno, sembra quasi che Riedel non dipinga ma fotografa, tutto prefetto.



La mia corsa tra le sale registra un ultimo quadro per me bellissimo e carico di simbolismo. F. Overbeck ” Italia e Germania” del 1828. Due donne sedute, una castana, l’altra bionda . La bionda tiene con affetto tra le sue mani, la mano della bruna che si appoggia con la fronte all’amica che sembra consolarla. Sono Italia e Germania due amiche, il simbolismo di questo quadro è intenso e bellissimo, per me un viatico per questo viaggio in Germania. Bellissimo anche lo sfondo, dietro la donna bruna che rappresenta l’Italia, un paesaggio alpino con castello come quello delle alpi bavaresi, dietro la bionda Germania, un paesino turrito che ricorda alcuni borghi toscani, strane le vicende di questi due popoli, amici nemici da sempre con storie e destini che si intrecciano e si legano.
E’ tardissimo faccio una corsa ed esco. Fuori c’è Francesco, non potrò visitare la galleria d’arte moderna, ma per questa volta possa ritenermi più che felice. Francesco mi racconta di aver visitato il parco di Monaco con Gilli che è entusiasta, Mi fa fare un giro con la macchina. Ormai è tardi anche per mangiare, decidiamo di fare un riposino e di uscire nel tardo pomeriggio, andiamo direttamente a cena. Domani mattina partiremo alla volta di Berlino. Sono le nove, quando arriviamo alla piazza del mercato, è tutto chiuso, ma è sempre bella, intorno ci sono diverse birrerie entriamo in una e facciamo conoscenza con una coppia che divide il nostro stesso tavolo, lui tedesco lei Venezuelana. La tipa ci dice che adora la Germania e ci consiglia di andare a vedere Stoccarda, non è nel nostro tour, ma prendiamo nota. Mangiamo e beviamo alla grande. Torniamo nel nostro Etap e ci addormentiamo sui letti durissimi.
Siamo partiti molto presto il tragitto è lungo, sono diverse ore di viaggio, ma non possiamo fare a meno di andare in un posto.
ARBEIT MACHT FREI (il lavoro rende liberi).
E’ strano ma da quando ho incominciato a scrivere questo diario, questa parte di viaggio è sparita dalla memoria , come se non fosse mai accaduta, rimossa, rifiutata. Ho dovuto fare uno sforzo particolare per ritrovare le parole, e non a caso è l’ultimo pezzo che scrivo.
Sono solo 16 km da Monaco, ma entrare da quel cancello è come varcare la soglia dell’inferno. Stride la scritta sul cancello di ferro, stride la vicinanza con la rumorosa e festaiola Monaco, stridono le graziose villettine a due passi dall’entrata dal campo, stride la paciosa collinetta immersa nella campagna bavarese.
Era il 1933 quando Himmler ordinò l’apertura di Dachau, primo campo di concentramento, qui finirono i reietti, gli indesiderati, gli oppositori, i diversi.
Camminiamo in silenzio tenendoci per mano lungo il viale degli alberi piantati dai prigionieri. I visitatori si fotografano mettendosi in posa, anche questo posto è un polo turistico. Io ho i brividi. Entriamo nelle baracche, guardiamo alcune foto di quella povera gente. Ci sono visi sorridenti, austeri, gioiosi, impettiti, tutti precipitati nell’abisso. Sarà la suggestione ma entrare nella camera a gas con quelle macabre e grottesche docce mi fa girare la testa. Così come quando passo davanti agli orrendi camini non posso fare a meno di sentire un odore terribile di carne bruciata. Mi rendo conto che è assurdo, ma è così. Non capisco e non accetto, la ragione và in tilt e si ritira in buon ordine, incapace di decodificare le immagini che passano davanti agli occhi, lasciando il campo alle emozioni e sensazioni. Usciamo dal campo, ritorno sui miei passi e mi aggrappo dall’esterno al cancello con la scritta, guardo attraverso le sbarre. Tutte le persone che sono state qui, non hanno avuto la stessa fortuna.

Ora riprendiamo il nostro viaggio.
Arriviamo a Berlino nel pomeriggio cerchiamo l’Etap che abbiamo prenotato e decidiamo di mangiare qualcosa sono le 16,00. Cerchiamo qualche birreria, dove fare uno spuntino, giriamo attraverso questa periferia nel parco e cerchiamo tramite il navigatore un posto, dove mangiare, la signorina Mercedes ci indica una gastoff.
Io come il solito quando arrivo in questi posti sono dubbiosa, sono timida e mi vergogno, mando avanti Francesco che scende per chiedere se si può pranzare, chissà in quale lingua.. Il posto è molto carino è un ristorante e non un pub, è un po’ strano come orario, non è pranzo, ma non è ancora ora di cena. Dopo qualche minuto ne esce con quel sorriso che adoro e le braccia alzate in segno di vittoria. Quanto mi piace. Entriamo ci sono tavoli preparati e scopriamo anche di non essere soli. E’ un ristorante-birreria dove possiamo pranzare, anche se sono le 16,30. Io ordino lo stinco con crauti e patate, Francesco qualcosa di simile e finalmente boccaloni di Weiss. Qui è tutto curatissimo hanno i tavoli apparecchiati con attenzioni e pieni di decorazioni pasquali. Arrivano piatti enormi, ci strafoghiamo, e ci accorgiamo anche che si può dormire il posto è proprio carino, i camerieri sono gentilissimi e si scusano di non parlare bene inglese. Penso, siamo a casa loro, noi non sappiamo una parola di tedesco, e a mala pena acchiappiamo qualche parola d’inglese, e questi si scusano, incredibile!
Quando Francesco va a pagare proviamo a chiedere se possiamo dormire, ma purtroppo non accettano né cani né gatti. Torniamo al nostro albergo dopo aver fatto fare un giretto a Gilli per sgranchirsi le zampette. Come dicevo l’albergo è l’Etap, non è messo male, vicino al raccordo con accanto al Mac.
Preparo la capanna come dicevo prima e mi appoggio sul letto per un piccolo riposino, tanto lo so che usciremo a breve, Francesco dorme per un’oretta. E’ sera quando decidiamo di fare la nostra prima ricognizione a Berlino. La prima impressione è di una città grandissima sconfinata, si cammina per km in stradoni grandi con casermoni, siamo nella zona Est. Nonostante tutto non ci perdiamo e riusciamo ad arrivare nel cuore della Berlino by Night: Alexandre Platz.
La piazza centro della vita Berlinese era la più importante durante la DDR, è grande ma non enorme racchiusa da diversi palazzi con a pochi passi il vecchio tracciato della frontiera, e l’incredibile antenna televisiva che domina lo sky- line berlinese. Troviamo parcheggio agevolmente, le strade non sono molto illuminate, ma è pieno di gente, è sabato sera. Arrivando in piazza ci sembra di stare in una fiera di paese, ci sono alcune giostre, e un’attrazione veramente originale. Rinchiudono dei ragazzi dentro degli enormi palloni pieni d’aria, e li buttano in una piscina. I tizi si rotolano, cercano di stare in piedi facendo delle evoluzioni comiche, e il pubblico ride di gusto. Soddisfatta la nostra curiosità per quest’attrazione, non conoscevamo, entriamo in uno dei locali della piazza. L’atmosfera è sicuramente da paese dell’Est. Donne e uomini abbigliati da sabato sera bevono e ballano su dei pezzi di disco music, neanche troppo recenti. Qualche ragazzo è già sbronzo, canta e balla rumorosamente dando fastidio un po’ a tutti. Non mi piace questo posto, ma sono curiosa, decidiamo di restare e cenare. Infondo abbiamo il privilegio di vivere il “sabato sera” popolare degli abitanti di Berlino Est. Mentre ceniamo, vedo che in questo posto si viene per rimorchiare, donne e ragazze arrivano con le amiche e rispondono al gioco di sguardi degli uomini, la conoscenza si concretizza davanti ad incredibili boccali di birra. Noi rimaniamo un’oretta e poi decidiamo di andare via. Siamo un po’ delusi, ma infondo è la prima uscita e non conosciamo ancora nulla di Berlino. Ritorniamo in albergo, dove ci aspetta Gilli.

La mattina dopo abbiamo le idee più chiare, dalle mie guide e dalla mia ricerca su Internet, ho scoperto che la domenica si tiene un mercatino vintage al confine con la parte Ovest, con indirizzo e navigatore partiamo alla ricerca. La città è proprio grande e di giorno fa ancora più impressione sono proprio due città distinte e separate da un muro che improvvisamente si sono riunite. Per raggiungere la zona impieghiamo circa quaranta minuti, e non c’è traffico. Riconosciamo il posto dal numero delle persone che in ordine camminano sul marciapiede uscendo da una fermata metro. Il mercato è FLOMARKT AM ARKONAPLATZ a PRENZLUER BERG ARKONAPLATZ 1099, c’è una comodissima fermata metro proprio lì, è aperto solo la domenica. Noi abbiamo deciso di girare in macchina, non abbiamo tempo per scoprire la città con i trasporti pubblici. Siamo sicuramente fra i pochi che non li usano e chiaramente non abbiamo problemi per il parcheggio. Ripenso al casino di Porta Portese, dove puoi girare per ore fino a desistere per trovare un parcheggio. Noi ci fermiamo a 50 metri e incolonnati con i berlinesi, entriamo nel mercato freak- vintage. Questo è un mercato famoso, vende di tutto, vestiti, oggettistica, dischi, scarpe, collane, pezzi di arredamento, tutto rigorosamente vintage. Le bancarelle si susseguono e per me sono un’autentica goduria. I prezzi sono bassi e c’è di tutto. Acquistiamo due pezzi veramente belli, donnine deliziose sexy che paghiamo 7 euro l’una, scopriremo dopo qualche mese che sono oggetti che possono costare anche trenta, 40 euro al pezzo.. Averlo saputo allora, gliele avrei portate via tutte.
Acquistiamo altri oggetti. Io sono alla ricerca di vestiti e accessori, trovo su una bancarella straordinari occhiali vintage in ottimo stato a 5 euro. Ne compro uno, e anche di questo mi pentirò per non averne comprati altri. Scopro subito dopo un favoloso poncho a 15 euro è in filo di scozia nero, ampio e bellissimo, la signora al banco appena sente che sono italiana decide di farmi un regalo, mi dice che adora gli italiani. Mi regala una bella collana di perline rosa e nere. Questo è proprio un bel posto, ma Francesco mi controlla, è terrorizzato dal mio shopping compulsivo. Decidiamo di andare a pranzare all’interno del mercato. Il posto è quanto mai singolare, con tavolini, sedie spiate e con qualche amaca, dove qualcuno si riposa, sembra di stare dentro una comune stile anni 70. Il cibo è ottimo ed economico, assaggiamo di tutto compresa un’aringa cucinata sul barbecue, ci ricorda tanto la Danimarca.
Il mercatino chiude all’una ed io convinco Francesco, piuttosto riluttante ad andare a vedere l’isola dei musei, non voglio perdermi il Pergamonium. L’idea di fare un pomeriggio al museo non alletta Francesco, parcheggiamo vicino senza problemi in una via laterale, l’isola dei musei è in un’arsena sul fiume, dove si trovano una serie di splendide gallerie, io vedrò solo il Pergamonium, Francesco non ce la farebbe a farne altri. Sacrifico a malincuore la bella di Berlino, il busto di Nefertiti. Ci incamminiamo verso il museo e scopriamo un altro simpatico mercatino domenicale, proprio sotto l’ingresso. Vendono musica, cappelli e splendide spille militari della repubblica dell’est, costano una sciocchezza, ne compro tre e ci decoriamo i cappotti. Riesco a trascinare Francesco dentro il palazzo, stava cercando di darsela a gambe mollandomi all’entrata. Il museo è senza parole, nella prima sala c’è il frontale di Pergamo, non qualche pezzetto, il frontale con le statue originali altissime con tanto di fregi, e l’enorme altare. Non capisco il senso di prelevare una costruzione come questa per ricostruirla dentro un museo. Ho la stessa sensazione di quando al Britisch di Londra ho visto il frontale di Atene. L’indiana Jones tedesco ha lavorato alla grande. Salgo le scale abbiamo la guida che ci spiega tutti i pezzi, è grandissimo. Certo senza questo furto forse questa meraviglia sarebbe andata distrutta e sicuramente non si sarebbero colte tutte le particolarità che si possono vedere così da vicino. Dentro rimaniamo per una buona mezz’ora, ma è un’altra la parte che mi attira di più, La porta di Ishatar, La Porta di Babilonia. Ci avviamo con Francesco, la prima scoperta è il percorso cerimoniale che conduceva alla sala del trono. E’ un corridoio con ai lati mosaici blu indaco e verde che ritraggono animali mitologici. La vera meraviglia è alla fine di questo percorso, La Magnifica porta della Dea Ishatar, lascia senza fiato, anche questa interamente ricostruita con tutte le sue tessere a mosaico. E’ enorme e bellissima, passare questa porta è attraversare uno stargate, entri nel fantastico e lontano mondo Babilonese. E’ tutta blu con intarsi verde smeraldo. Sono emozionatissima, stranamente anche Francesco è colpito. La porta è racchiusa da due grandi torri, a grandezza naturale. Le tessere a mosaico ritraggano animali mitologici e scopro che uno di questi è il Marduk. Questa divinità mi aveva sempre incuriosito, quando studiavo Religioni del Vicino Oriente Antico, tanto da chiamare il gatto che avevo Marduk, salvo scoprire dopo qualche tempo che il mio gatto era una femmina.. Il Marduk babilonese è un animale fantastico tipo la chimera, pezzi di animali diversi compongono questa divinità, ma non è il solo c’è anche una specie di unicorno e delle tigri. Passando questa porta maestosa si entra nella facciata della Sala del tono, anche questa grande e bellissima. Ascolto la spiegazione e scopro che questa ricostruzione con pezzi originali è stata fatta sulla base delle notizie che descrivevano questa porta del regno di Nabucodonosor. Sotto la porta c’è il modellino della porta, guardare il modellino dà l’idea della spettacolarità della sala Fotografiamo a tutto spiano qui non rompono le scatole come nei nostri musei. Usciamo il resto del museo di arte Orientale è bello, ma dopo aver visto Pergamo e Ishatar, per me tutto perde importanza.

Lasciamo il museo, siamo a due passi da Alexander Platz, c’è un bel sole caldo e tanta luce, i Berlinesi sono a passeggio o seduti ai bar che hanno i tavolini per strada. Facciamo qualche giro con la macchina, Berlino con questa luce è bellissima, morbida, pigra, allungata sul suo fiume, allegra, e scanzonata. Si avvicina l’ora di cena e noi ancora non abbiamo deciso cosa fare, alla fine dopo aver girato per un’ora decidiamo di andare a cenare in un ristorante arabo segnalato nelle guide, fatichiamo un po’ per trovarlo come a Budapest qui i nomi sono composti e solo per digitare sul navigatore ci metti un bel po’ di tempo, se poi ti sbagli a mettere una lettera diventa una tragedia, come niente ti rovi in un’altra parte, come questa mattina, quando cercavamo il mercatino e, digitando male il nome, siamo finiti nella periferia di Berlino. Per il parcheggio qui fatichiamo un po’, ma io sono pigra vorrei il parcheggio sotto il locale, una caratteristica tipicamente femminile che Francesco detesta. Il locale è nella zona turca, dove ci sono tanti locali simili. E’ molto frequentato, i Berlinesi adorano mangiare arabo. Ci sediamo e ordiniamo, accanto a noi due ragazze americane, cercano disperatamente di farsi capire dal cameriere arabo che parla solo tedesco. Le ragazze sembrano infastidite del fatto, non si capacitano che il tizio non capisca neanche una parola d’inglese. L’impressione che abbiamo con Francesco è che il tizio capisce benissimo, le ragazze però sono antipatiche e saccenti, e lui le snobba. Mangiamo bene, le tizie invece si lamentano hanno ordinato dell’agnello e si lagnano in continuazione, una delle tipe continua a sputare i pezzetti masticati nel tovagliolo..Serataccia, ma se la sono voluta. Noi dopo il siparietto apprezziamo ancora di più la nostra cena. Usciamo che sono le 21,00. Il posto è a Kreuzberge e si chiama Asir.
La mattina successiva è il nostro ultimo giorno a Berlino, abbiamo tappe forzate, io devo ancora fare shopping, Francesco permettendo, c’è da passare sotto la porta di Brandeburgo, vedere il Check Point, il pezzo di muro e la parte Ovest. Usciamo presto questa volta anche con Gilli. Prima tappa il Checkpoint Charlie. E’ il posto da dove si guardavano le due Germanie, il blocco dell’Est e l’Ovest con gli USA. Il posto è emozionante lungo la Friedrichstrasse, chiaramente ricollocato dopo l’abbattimento del muro, è il posto più frequentato dai turisti, c’è una specie di gabbiotto con alto due cartelli con una grande foto. Il ragazzo nelle due foto è lo stesso ma con le due divise dei due blocchi, Americana e della DDR, sui due cartelli l’avviso della frontiera in inglese e tedesco. Penso che l’idea di mettere lo stesso ragazzo è geniale, il popolo era lo stesso, quei ragazzi erano gli stessi ma con due divise e ideologie diverse. Chiaramente non possono mancare due tizi in divisa americana e tedesca che si fanno fotografare sul Checkpoint per 10 euro. Noi abbiamo i centurioni del Colosseo, qui hanno i tizi in divisa. Dietro questo trionfo del consumismo e del turismo paccottiglia, c’è la storia vera e dolorosissima, ed è quella che leggiamo sui pezzi di muro che sono un museo all’aperto. Quadri tematici ricostruiscono e raccontano una storia folle, di un muro costruito in una notte, di famiglie, amici, improvvisamente separati. Vedo la foto dei carrarmati che si fronteggiano uno di fronte all’altro al checkpoint, pronti a scatenare l’inferno al minimo sospetto. Follia.. La cosa che sconvolge più di tutto è che parliamo di qualche decennio fa, non di secoli. Guardo le foto sui quadri, una mi colpisce più delle altre: tre bambini dell’Est che sbirciano attraverso un buco sul muro, dall’altra parte. Bambini che spiano l’altra parte della loro città, un mondo a loro negato, è scioccante.
Un’altra foto è la fantastica macchina verde che per prima passò quella notte da est a ovest, è mitica è una di quelle berline russe, orrende con dentro persone festanti che i sbracciano. La macchina è diventata un’icona tanto che la riproduzione è venduta tra i souvenir di Berlino. Io faccio il mio personale attraversamento da est a ovest e da ovest a est, non posso esimermi, dedico ogni pensiero nell’attraversare i due lati della strada, alla sofferenza inutile e illogica di questo popolo, e alla idiozia della nostra recente storia. Il muro fu costruito la notte del 1961 all’inizio era un reticolato per impedire il passaggio degli abitanti dell’Est a Ovest. L’ovest con le sue ricchezze e i suoi beni era un polo d’attrazione per i berlinesi dell’est. Un’inesorabile migrazione che stava mettendo in crisi il sistema comunista. Così la perversa idea del muro, che separò di colpo due popoli. Dall’originale filo spinato arrivarono torrette con mitragliatrici, fossati, bunker, il muro diventò un’autentica macchina da guerra. Ora ci aspetta la porta di Brandeburgo.

Riprendiamo la macchina e imbocchiamo il vialone che conduce alla porta. Questa porta fu completata nel 1791, ha sei colonne doriche enormi e al centro del tetto una quadriga guidata dalla dea della Vittoria. La quadriga fu ” prelevata” Da Napoleone e poi restituita, ma ricollocata dal lato sbagliato rispetto alla posizione corretta. In pratica guarda dal lato sbagliato. Distrutta durante i bombardamenti, come del resto l’intera città di Berlino, riuscirono a farne una copia grazie ad un calco conservato in un museo. La porta è austera, bella, dà un senso di potenza e forza, rappresenta in pieno questo popolo. Dalla porta si apre il viale che porta della zona Ovest che porta a Charlottenburg, un bellissimo palazzo con una torre graziosissima, qui si aprono i giardini del palazzo.
Ripartiamo mi aspetta lo shopping: Ho un posto che devo trovare ad ogni costo, rinuncio a tutto il resto dei miei appunti, ma devo trovare Colours. Ho studiato a casa è quello più consigliato in materia di vintage, vendono l’usato a peso. Qui l’usato è una cosa seria ci sono intere catene di negozi, ma fra tutti questo è il negozio più consigliato. Si trova a Bergmannstrasse 102, una strada nella parte Ovest molto bella piena di negozi. Trovarlo è stato un problema, è dentro ad un palazzo al primo piano, noi stavamo quasi desistendo andando su e giù per la Strada Bergman, solo l’insolito via vai di persone e le enormi buste con cui uscivano, mi hanno fatto alzare la testa sulla targa sul portone. Colours è il mio concetto privato di piacere orgiastico. Descrivere il negozio richiederebbe pagine e pagine, è il paradiso del vintage, scarpe accessori, borse, cappelli, vestiti, giacche, pantaloni, gonne, tutto ma proprio di tutto per donna, uomo e bambino, ci sono persino i vestiti di carnevale.
Un KG di vestiti costa ? 14,99, il giovedì la metà. Io mi butto come una menade invasata. Non so cosa prendere, per me è tutto bellissimo, afferro e arraffo. Francesco è sconcertato, quasi impaurito, conosceva la mia malattia per lo shopping, ma non mi ha mai visto in questo stato. Un’ora dentro il negozio è riempio il cestino di un vestito stile Tirolese, per intenderci alla Heidi, due vestiti da sera rigorosamente vintage anni 60, tre camicette. Francesco prova a controllare il peso, c’è anche una bilancia per controllare la furia delle donne. Scopriamo che c’è anche una franchigia per i bottoni, quelli non li paghi. Meraviglioso! Spendo 20 euro, sono entusiasta. Francesco deve trascinarmi via a forza, il mio desiderio sarebbe farmi rinchiudere qui dentro per un’intera notte, non ho guardato neanche la metà delle cose che ci sono, ho saltato cappelli, sciarpe, borse, scarpe, imperdonabile. Esco con il cuore spezzato, Francesco per consolarmi imbocca un altro stranissimo negozio, dove vendono oggettistica varia, alcune cose sono veramente belle, trovo una rana nella posizione del loto, carinissima, irresistibile. Questo è il luogo ideale per fare qualche regalo.
Usciamo pieni di pacchi sono quasi le quattro, e non abbiamo ancora pranzato. Nessuna paura a Berlino si mangia a qualsiasi ora, lungo la Strada di Bergman c’è un ristorante indiano con i tavolini sulla strada. Ci sediamo e ordiniamo. La cameriera è un autentico splendore, Francesco ha gli occhi che cadono a terra. Anche il cameriere non è male, gentilissimo si sforza di dire qualche parola in Italiano. Mangiamo benissimo e spendiamo una sciocchezza, tra l’altro assaggiamo una birra indiana niente male. Sono le sei dobbiamo tornare in albergo, fare le valigie, domani partiremo alla volta di Bamberg. Stiamo per salutare Berlino.

Abbiamo visto pochissimo, ma la città ci è piaciuta tanto. E’ viva, allegra, piena di contrasti, ma questi la rendono irresistibile. Il popolo Berlinese è giovane, cordiale, curioso e pronto a divertirsi. Il pesante retaggio di questo popolo si coglie appena, la pesante storia è presente in ogni angolo, ma non condiziona la vita di questa gente, pronta a guardare avanti con allegria e fiducia consapevoli della propria forza. Lasciamo Berlino, ma prima di tornare in albergo decidiamo di andare nella cittadina di Brandeburgo. In questa zona c’è il polmone verde di Berlino, meravigliosi boschi, ruscelli navigabili in barca, passeggiate a cavallo, e l’incredibile palazzo reale di Sanssouci nel distretto di Postdam. Questa era la residenza estiva di Federico il grande, una specie di Versailles. Noi ci perdiamo, è così grande che riusciamo a vedere solo una minima parte. E’ fantastico, giardini, boschi, pagode, palazzi, giardini d’inverno, residenze estive, è tutto sontuosissimo. La cosa più incredibile che questo posto fu bombardato durante la guerra e come se non bastasse la DDR cercò di smantellarlo, ritenendolo un retaggio offensivo. In effetti, non tutto è in buone condizioni, ma l’insieme è bellissimo. Passeggiamo con Gilli e scattiamo qualche foto. Arrivare qua da Berlino è facilissimo, ci sono comodissimi bus che partono dal centro di Berlino. Il sole sta tramontando, ma l’aria è dolce e leggera, passeggiare in questo posto ti rimette in sesto. Purtroppo i palazzi sono chiusi è tardi, riprendiamo la macchina e andiamo a dare un’occhiata alla cittadina di Postdam. Passeggiamo lungo il corso tra lo struscio cittadino, il posto è proprio carino. Rientriamo in albergo che è notte. Domani si parte.
E’ mattina incominciamo a fare un po’ di ordine con le valigie, e partiamo. Saluto un’ultima volta Berlino, e scendiamo verso Bamberga. Arriviamo nella capitale della Birra nel primo pomeriggio. La città è un gioiellino, viuzze strette, fantastici palazzi e chiese, una scia di magia e misticismo alimentata dai fiumi di birra. Abbiamo prenotato in un albergo trovato su Internet, il posto è veramente carino, la stanza grandissima, letti comodi, WI.FI e fantastica vista si boschi e su un castello in cima alla collina. L’albergo è tutto decorato per le imminenti festività di Pasqua. Qui la festa di Pasqua è una cosa seria, quanto il Natale, decorano le vie, i negozi, le case, tutto. Il nostro albergo ha ghirlande, coniglietti e uova decorate. Il risveglio della natura in un posto freddo come questo è cosa non da poco, è giustamente viene salutato insieme alla festa cristiana.
Ci riposiamo qualche minuto, Francesco scalpita vuole andare a trovare la birra più famosa di questo posto la Shenkerla, la birra affumicata. Lasciamo Gilli spaparanzata in albergo e andiamo alla nostra prima degustazione. La birreria della Shenkerla è sul corso principale, è una birra che ha una storia particolarissima, antica, come tutte le birre di questa città, deve il suo inconfondibile sapore a un inconveniente capitato al tizio che la produceva, il fuoco bruciò il deposito, dove era a stagionare il malto, regalando un sapore inconfondibile che è stata la sua fortuna. La birreria è austera, ma molto bella, alle tre possiamo ancora pranzare, anche se siamo arrivati quasi fuori tempo massimo, la cucina chiude alle 15, 30 per riaprire alla 18,00. Ci facciamo una zuppetta tanto per tenerci leggeri poi ordiniamo senza sapere (qui non ci sono traduzioni dei piatti) uno stinco di Brontosauro in un sughetto fatto di birra con delle patate, che in realtà sono canederli giganti. Francesco è deliziato dal sapore, anch’io apprezzo questa birra è veramente unica. Vicino a noi vediamo che c’è gente che si porta il panino da casa e qui beve. Ci sono anche due ragazze giapponesi, sembrano uscite da un cartone animato, hanno la gonnellina, la camicetta, il gilerino, le ballerine, le treccine, e si sparano litri di birra affumicata.
Dopo aver pranzato, Francesco fa il primo carico di birre, acquista sei barilotti di Shenkerla. Usciamo dalla birreria, io sento che potrei rotolare, ma Francesco a 10 metri dalla shenkerla decide di entrare nella birreria dell’Ambrosianum, è lì ci spariamo altre due birre. Due giorni qui è divento alcolizzata! Abbeverati, passeggiamo per la città. La chiamano la piccola Venezia e non è difficile capire perché, ha ponti, casette sul fiume a pelo d’acqua. Vediamo un tizio che comodamente seduto su una sdraio di fronte la porta di casa, con una canna in mano sta pescando sul fiume si cui poggia il cortile e la casa.

Che bel posto, un autentico incanto. Passeggiamo e ci godiamo il posto saliamo fino alla cattedrale gotica, bellissima e austera, si affaccia sulla città e sulle sue birrerie. Arriviamo così all’ora di cena, eccome non ripassare alla shenkerla, ho una certa arsura. Arriviamo e la troviamo piena di gente. Le persone consumano il loro aperitivo a base di birra, ridono, parlano e bevono appoggiati alle botti sulla strada. Noi proviamo alti tipi di Shenkerla. Ritorniamo in albergo, notevolmente alticci, passeggiamo un po’ con il cane, per smaltire l’alcol tra le villette vicino l’albergo. E’ tutto perfetto, i prati, i fiori, le casette, tutte con le loro decorazioni pasquali. Per strada incredibili cespugli di Forstizie emanano un profumo che ricorda la ginestra. Rientriamo in albergo e sprofondiamo in sonno pesante.
La mattina scopriamo che oltre ad essere bello questo albergo, ha anche una colazione super. Io faccio fuori due ovetti sodi colorati, il salame, il paté, lo yogurt, insomma un’abbuffata in piena regola, Francesco addirittura mi supera e a aggiunge fette tostate con burro e gelatina di frutta. Il programma della giornata prevede una capatina all’Ufficio turistico, dove abbiamo scoperto che è possibile acquistare con 10 euro, uno zaino con boccale, guide e10 degustazioni di birre nei birrifici della città. Effettivamente è così, lo zaino bello è pieno di dépliant, apri bottiglie, boccale, e altri gadget, e soprattutto le dieci degustazioni. Sono le dieci e mezza, Francesco è intenzionato a visitare tutte le birrerie, partiamo con la prima che si trova appena fuori la città. Dobbiamo aspettare mezz’ora, ma siamo i primi ad assediare la birra, abbiamo deciso di prendere una con il buono ed una la paghiamo. Questa non è affumicata, è fresca e leggera. Insieme a noi un gruppo di operai trangugiano un boccale dopo l’altro. Francesco ha studiato il tour degustativo è partito con le più leggere, per lasciare quelle pesanti in serata. Io sono già a posto con la prima, ma non oso dirglielo. Per spezzare andiamo a vedere il castello che abbiamo di fronte l’albergo, è una bella passeggiata, ed anche il castello è bello, si sta celebrando un matrimonio. A mezzogiorno siamo davanti a un’altra birra, ormai per me incominciamo ad avere lo stesso sapore. E’ sera quando sfiniti dalle degustazioni, chiudiamo il giro alla shenkerla. Francesco fa la sua solita intervista. Io sono devastata ho gli occhi fuori dalle orbite, dico cose senza senso, una sbornia durata un giorno intero. Torniamo in albergo con un’ultima degustazione non consumata, non siamo riusciti a finire tutto in giornata, è troppo anche per Francesco. Domani si partirà andremo ad Erding.
La mattina dopo ultimo acquisto di barilotti e birre varie, io scopro un negozio fantastico di oggettistica, sono pezzi unici straordinari. La proprietaria parla un po’ di Italiano e mi racconta che Bamberga non è solo la città della birra, il suo aspetto mistico e magico la caratterizza e la rende unica. Effettivamente tra una birra e l’altra abbiamo colto la bellezza di questo posto. Partiamo dopo quest’ultimo giro, lasciamo Bamberg con rimpianto, è un posto che merita un soggiorno di alcuni giorni. Il programma ludico di questa seconda parte del viaggio prevede un’ultima tappa Erding.
Arriviamo che è mezzogiorno, abbiamo prenotato ieri sera l’albergo. La sistemazione è ok, anche se ci relegano in una stanza a piano terra, non vogliono che il cane vada in giro per gli ascensori. Non sono molto simpatici. Usciamo per andare a pranzo, e capitiamo in un’altra birreria famosa l’Erdinger, la Weiss più buona e famosa, pluripremiata, birra dell’anno 2010 tra le Weiss. Mangiamo un piatto con pasta, gorgonzola, speck, piselli funghi e qualche altra cosa. E’ un gran pasticcio ma buonissimo, dopo una settimana di stinchi e carni varie, la pasta e la verdura diventa una necessità. La birra è eccezionale, niente male anche il cameriere dallo sguardo di velluto. Sono le tre quando usciamo, giusto in tempo per andare nella vera meta di questa sosta le Terme di Erding i cui effetti curativi sono riconosciuti dallo stato tedesco. Non abbiamo tante informazioni sappiamo che sono le più grandi d’Europa con una zona naturista con innumerevoli saune a tema. L’arrivo alla struttura ci sconvolge, sembra un’acqua park, formato gigante. Il solo parcheggio è fantascientifico, multipiano con ascensori degni di star trek. Ci affittiamo gli accappatoi e senza capire bene per quanto tempo abbiamo i biglietti, entriamo. Prima particolarità gli spogliatoi non sono separati e ci sono dei simpatici separé dedicati alle signore con specchiera, tavolini, poltroncine, phon e varie cremine. Lasciamo tutto negli armadietti ed entriamo prima nella parte dedicata ai tessili (quelli con il costume). Questa parte è proprio un’acqua park, con annessa pipinara di bambini festanti. Scappiamo dopo ver fatto una specie vortice in acqua, evitando accuratamente la parte degli scivoli. E finalmente entriamo nella zona wellness naturista.
Qui cambia il mondo. Ambienti lussuosi, musica, persone tranquille e niente bambini. Entriamo nella prima sala dedicata all’antica Roma. Se dovessi descrivere cosa è l’ozio dei romani, dopo essere stata qui so di cosa parlerei. Una piscina con l’acqua che arriva appena sopra la vita, tiepidina, enormi galleggianti che ti metti sotto le braccia e le gambe con i quali galleggi, così ad occhi chiusi. Un robusto tedesco galleggia come una balena, la beatitudine sul viso. Io mi butto metto i serpentoni galleggianti dappertutto e socchiudo gli occhi. Intorno alla piscina, colonne corinzie e mosaici e una musica celestiale di flauti ed arpe. Perdo il controllo e mi addormento, risultato dopo aver galleggiato senza meta nella piscina vado a speronare proprio la balena tedesca. Per fortuna mi sorride. Francesco mi tira fuori dall’acqua io sarei rimasta per l’intero pomeriggio ma siamo solo alla prima stanza. Esco a malincuore ed entro nella sauna romana (il calidarium), è calda, forte, 10 minuti ed usciamo. La sala successiva è un posto incredibile, due enormi gigli al centro di una vasta stanza spruzzano acqua profumata ogni 5 minuti. Come gli altri entriamo nella bassa piscina e ci posizioniamo sotto i fiori, qualche minuto ed arriva l’acqua, è fresca l’ideale dopo la sauna. Oddio ci comportiamo come quei bambini da cui siamo scappati, entriamo dappertutto. Il posto successivo è quello che mi è piaciuto di più: la grotta islandese con geyser alto cinque metri. Dentro è tutto di pietra, al centro un pozzo larghissimo da dove esce a intermittenza un soffione di geyser caldissimo. La sensazione è stupenda. E’ caldissimo, Francesco non resiste, io lo adoro, il soffione è fortissimo il calore così intenso che non riesco a poggiare i piedi in terra, ma mi piace, mi dà brividi caldi lungo la schiena. La sauna è grandissima ci entrano agevolmente trenta persone. Il bagno turco mi dà fastidio, ma la sauna è per me un piacere intenso, accende tutti i miei sensi.

Restiamo un tempo record, quindici minuti, Francesco mi tira fuori ancora una volta, è eccitatissimo, ha scoperto un posto che rappresenta la sua idea del Paradiso. Un’enorme piscina, qualcosa inimmaginabile, così grande che al centro ospita dentro l’acqua un bar con alti sgabelli intorno, dove ti siedi tra una nuotata e l’altra, I camerieri accedono da un tunnel sotto la piscina. E’ qualcosa di assolutamente fantastico, donne, uomini nudi passeggiano nell’acqua, o nuotano e poi si ristorano intorno al bar. Francesco si spara l’ennesima birra, è felice come un bambino, lui ama il naturismo, stare nudo per Lui è una necessità fisica. Io prendo un cocktail analcolico. Fortissimo stare seduta con l’acqua che copre il sedile mentre il barman fa fare le piroette allo shaker. La prima consumazione è compresa nel prezzo, all’entrata ci hanno dato un braccialetto elettronico che registra tutto, tempo, consumazioni aggiuntive, trattamenti, ecc. Per uscire da questo parco giochi bisognerà passare il braccialetto su un lettore che rileverà tutte le spese. Bellissimo non devi portarti soldi, del resto come faresti, sei nudo, con solo l’accappatoio che lasci fuori ogni piscina o sauna. La piscinona ha il tetto in vetro, è una specie di serra con alberi da frutto, palme altissime e tantissimi fiori, in estate tolgono le coperture del tetto e laterali e la piscina diventa scoperta. Chiaramente non manca la musica soft e discreta. E’ una meraviglia. Dopo il cocktail nuoto da una parte all’altra è fantastico. Francesco lascia il suo sgabello e mi dice di seguirlo a nuoto, dall’altra parte della piscina ha visto che c’è un’uscita. Arrivati all’altra sponda del piccolo lago, saliamo i gradini e una porta si apre dando l’accesso a una specie di spiaggia con ombrelloni e sdraio. Sempre dall’esterno si va nella sauna Stonehenge.
L’interno della sauna è il famoso circolo di pietre, al centro un trono celtico dove a turno ci si può sedere guardando dall’alto tutte le altre persone sedute sulle pietre a circolo, mentre l’aria calda viene smossa da teli simili a bandiere. Qui fa caldo ma non è secco . l’umidità mi dà fastidio, esco quasi subito, Francesco invece si siede sul trono. Fuori dalla sauna c’è un ambiente relax, caldo e confortevole per riprendersi. Ci sono sdraie fatte a dondolo, dove è facilissimo perdere il controllo del tempo in una sorta di regressione infantile. Micidiale, ti sdrai un piccolo colpo di reni e l’attrezzo dondola su e giù per un tempo lunghissimo, ti ninna come una grande mamma. Anche da questa meraviglia Francesco mi fa uscire a forza. Il tempo scorre e noi dovremmo aver pagato per tre ore, il braccialetto che abbiamo ha registrato l’ora di entrata e ogni quarto d’ora scatta una maggiorazione Ritorniamo nel lago-piscina indugiamo ancora un po’ prendiamo ancora da bere. Francesco non vorrebbe più uscire, ma abbiamo visto solo un quarto delle saune, bagni turchi e piscine. Decidiamo di dedicare cinque minuti a ognuna per cercare di vedere il più possibile. Parte così una corsa sfrenata. Entriamo nella sauna tirolese, dentro è arredata come una casetta di montagna con tanto di tavolino di legno, panca, fiori alla finta finestra e finto camino da dove arriva l’aria calda..Surreale.
Poi è la volta di quella Italiana, qui entra Francisco e mi dice che la sauna ha uno scorcio della Toscana, mi dice che è stracolma di gente, caldissima, quasi impossibile resistere, la musica che viene diffusa romanze cantate da Pavarotti. Io entro nella Citrus. Dentro è tutta gialla con un profumo di limone intensissimo, siamo s io e una tizia che nella sauna fa Yoga, la guardo stupita, non so proprio come faccia. Mi piace moltissimo peccato avere poco tempo. Entriamo poi in quella al profumo di rose, inutile spiegare il tema è chiaro dal nome. Insomma entriamo e usciamo per cinque minuti. Una faticaccia ma non vogliamo perdere questa opportunità. Dopo il tour saunistico, dove comunque non riusciremo a vedere tutto, ci accorgiamo che dobbiamo uscire, abbiamo sforato. Infatti, dopo esserci rivestiti, nel riconsegnare il braccialetto elettronico paghiamo la differenza. Usciamo felici come dei bambini che sono stati a Euro Disney. Il posto è assolutamente da andare a vedere, non è proprio economicissimo, ma ne vale la pena. Torniamo in albergo prendiamo il cane e usciamo a cena.
Ritorniamo al centro di Erding, e decidiamo di andare di nuovo nella Birreria Erdinger. Il ragazzo che serve ci riconosce è gentile e premuroso come avevo notato a pranzo, vestito da tirolese con pantaloni corti di camoscio, e patta ben in vista, non è niente male. Festeggiamo la nostra cena prima del ritorno a casa strafogandoci in maniera assolutamente indegna e bevendo Weiss senza ritegno. Dopo cena facciamo una passeggiatina ” Tanto per digerire..” Mi viene da ridere ci vorrebbe il ” Niagara” per mandare giù non solo quello che abbiamo mangiato e bevuto qui, ma in tutto il viaggio. Torniamo in albergo, domani mattina presto ripartiremo e torneremo a Roma. Siamo carichi di roba, la macchina è stipata di barilotti di birra, dolci pasquali, vestiti vintage e persino uova sode colorate che ci siamo fregati in albergo.
Dovendo fare un resoconto finale, la Germania è un paese bellissimo che merita di essere visitato e apprezzato, c’è movimento, senso di rinascita, frenesia, è un paese tutto sommato giovane, nato dopo le tragedie della Guerra e della separazione, in una terra antica ricca di storia. Le vibrazioni dell’antico e del nuovo ti catturano e si mescolano esaltandosi l’una con l’altra, impossibile rimanere indifferenti.
Susanna La Valle

P.S. Questo viaggio è stato fatto un anno fa in un periodo quando non erano così forti la divergenze ed i giudizi tra Germania e Italia. Mi chiedo se le mie impressioni potevano essere filtrate e forse distorte dalle vicende economiche e dalle tante parole e giudizi di oggi. Probabilmente sì..Un vero peccato.

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