Viaggio in Norvegia

25 Luglio
Roma – Oslo
La punzonatura

All’aeroporto ci accompagnano Babbo e Mamma. Arriviamo in grande anticipo così abbiamo il tempo di trangugiare un panino e fare il check-in. Non senza qualche difficoltà riusciamo a convincere i nostri efficienti accompagnatori ad andarsene senza aspettare il decollo (volevano salutarci col fazzoletto mentre l’aereo si alzava !).
Fra i flash dei fotografi oltrepassiamo il controllo elettronico: inizia l’avventura. Il volo fila via liscio e il piccolo ritardo accumulato in partenza fa sì che arrivati a Bruxelles è subito pronta la coincidenza per Oslo.
Lo staff medico della Virgin, dopo minuziosi test medici, decide che siamo un po’ sopra peso e durante il viaggio evita accuratamente di farci mangiare. Arriviamo ad Oslo in orario. La giornata è serena ma il vento insistente ci dà subito la sensazione di aver cambiato latitudine. Il primo impatto con il carovita norvegese lo abbiamo al momento di pagare i biglietti del bus che ci porta in città. Durante il tragitto verso Oslo Sandra ha una fibrillazione quando passiamo vicino agli stabilimenti della Ikea ma si riprende subito. Nell’euforia dell’arrivo, impediti dal peso dei bagagli, scendiamo alla stazione “sbagliata”. In un cocktail di moccoli, decidiamo di dividerci i compiti: Sandra tiene d’occhio il cimitero di sacche e valigie in cui abbiamo suddiviso le nostre cose, mentre io vado a chiedere indicazioni per raggiungere l’Ufficio del Turismo. Nascosto da una discreta fila per fortuna trovo uno sportello dove riesco a prenotare una camera: la ragazza, molto gentile, mi spiega in un buon italiano il modo per raggiungere l’albergo. Rinfrancati riprendiamo il tram allontanandoci con sollievo dal folto gruppo di Tappo, Faffo, Gimmi, Flo che si aggirano indaffaratissimi nella zona. In poco più di cinque minuti arriviamo finalmente al “meraviglioso” Frogner Hotel. L’albergo, situato in una zona signorile, si affaccia su un piccolo parco. Dentro però il motto distintivo è il solito di molti alberghi delle grandi città: “lo spazio si paga”. Ci assegnano due fantastiche suite stile loculo; il tempo per disfare parzialmente le sacche fare una veloce doccia ed usciamo a mangiare. Dopo la solita maratona alla ricerca dei locali consigliati dalla irrinunciabile Rough Guides, tutti sistematicamente chiusi, decidiamo di fare come ci pare. Scegliamo l’Opera: un ristorante molto elegante con arredamento moderno e abbondanza di legno. A dispetto dei nostri timori il primo contatto con la cucina norvegese è ottimo anche se i tortelli al pesce con ripieno di pasta d’acciughe perderebbero di credibilità alle nostre latitudini. I prezzi sono comunque da Saraghino . Purtroppo questo buon inizio sarà raramente confermato. Dopo cena passeggiamo per l’animato centro finché ci ritroviamo quasi per caso ad Aker Brygge: il lungo molo dove norvegesi e turisti, seduti ai ristoranti affacciati sul fiordo, si godono il passeggio. Quando rientriamo in albergo sono quasi le undici ma fuori è ancora molto chiaro. Sandra prima di salire in camera, ruba un biscotto.

26 Luglio
Oslo – kongsberg
Il prologo

Ci svegliamo presto e dopo la prima colazione ci dedichiamo a risolvere il problema più importante: trovare le biciclette. Il noleggio più importante di Oslo è ad Aker Brygge accanto all’ufficio del turismo; quando ci arriviamo dobbiamo ammettere che non è esattamente come lo immaginavamo. Più che un negozio di biciclette è un deposito all’aperto, circondato da inferriate, con un casottino che funge da ufficio. All’interno ci sono due ragazzi: un biondo mingherlino e, seduto su uno sgabello vicino all’entrata, un energumeno di due metri subito ribattezzato l’orco. Il primo è tutto preso da una improbabile riparazione mentre l’altro legge svogliatamente il giornale disintegrando il primo di una sterminata serie di panini. Chiediamo di noleggiare due Mountain Bike, ma assolutamente indifferente alla nostra richiesta, il biondo ci rifila due favolose Kilimangiaro: le biciclette più pesanti al mondo. Molto gentilmente tento di motivare la nostra richiesta illustrando il viaggio che ci attende ma l’orco sopraggiunto nel frattempo, sguaina i suoi mostruosi bicipiti, e mi conferma che quelle sono le biciclette che fanno al caso nostro: “heavy but strong ” aggiunge. Dopo un’altra occhiata ai bicipiti dell’energumeno e la farsa di un mini giro di prova nel piazzale antistante il noleggio, tutt’altro che convinti, accettiamo. A dire il vero l’idea di traversare tutta Oslo per arrivare all’altro noleggio con la possibilità di trovare le solite Kilimangiaro contribuisce in maniera decisiva. Ormai in balia dell’orco, che tuttavia sembra essersi affezionato, compriamo una borraccia (chiaramente non compresa nel prezzo) ottenendo generosamente in prestito una pompa e due camere d’aria. Prendiamo le bici e arranchiamo legnosi verso l’albergo. Con il permesso del ragazzo della reception portiamo i bagagli che non ci servono nella stanzino del sottoscala, ci cambiamo, e cominciamo a caricare le sacche.
Finalmente si parte. Pedaliamo nel traffico, incerti e un po’ preoccupati. Nonostante le precedenti esperienze, l’effetto combinato del peso delle biciclette e delle sacche è devastante. Al fine di acquisire con tranquillità la padronanza dei nostri mezzi senza l’assillo delle macchine che ci sfrecciano accanto decidiamo di evitare l’attraversamento della trafficata periferia di Oslo. Alla prima stazioncina che troviamo decidiamo di salire sul treno che lascia Oslo in direzione sud-ovest. Il tragitto fino a Drammen lo trascorriamo in piedi, scomodamente aggrappati alle biciclette caricate con fatica nel vano vicino alle porte automatiche. Finalmente arriviamo; una volta scesi montiamo le sacche e quasi con la bava alla bocca partiamo. Cominciamo a pedalare in direzione di Hokksund. Vista l’ora compriamo dei panini ad un supermercato e ci fermiamo in un pratino a mangiare. Ripartiamo quasi subito ma mentre percorriamo una ciclabile che corre sopra la strada principale, il ripetuto suono del campanello attira la mia attenzione. Mi volto e vedo Sandra che si sbraccia disperata; la mente mi va subito alle immagini dell’infortunio di Del Piero a Udine. Tornato indietro mi accorgo con orrore che la mia coraggiosa compagna ha la gamba sinistra completamente intirizzita.
Davanti agli occhi mi passano i pesanti allenamenti invernali, le ore di palestra, i lunghi studi sulle cartine geografiche per preparare il viaggio. Esteriormente mantengo la calma, mentre uno sciame di bestemmie mi ronza in gola. La prima diagnosi mi fa gelare il sangue: menisco e giro finito. Fortunatamente San Pantani ci guarda e il ginocchio come d’incanto si sblocca. L’Italia sportiva, Candidò Cannavo e tutta la famiglia De Zan tirano un sospiro di sollievo. Risaliamo in sella, e piano piano, ricominciamo a pedalare. Dopo i primi chilometri, passati in silenzio con il terrore di un riacutizzarsi del dolore, il pericolo sembra svanire. Arriviamo a Hokksund e, girando a sinistra, cominciamo a salire (foto). Sandra soffre subito la prima asperità e m’innesca volute di dubbi che incombono sulle possibilità di completare il viaggio. Pedaliamo ancora fino a quando la strada ridiscende per costeggiare il lago Tikeren. Fa caldo. Dopo aver abboccato alla prima delle molte false piste ciclabili ed essersi “puppati” un bello strappo di 600 metri, imprecando ritorniamo sulla strada. Passato Fiskun la strada ricomincia a salire e Sandra ha un’altra piccola crisi. Dopo una sosta in un boschetto ripartiamo per fermarci poco più avanti a comprare una bottiglia di acqua in una piccola stazione di servizio (una bottiglia da mezzo litro solo 5.000 lire). Ancora salita. Sandra smoccola. Arriviamo ad un altro punto di ristoro. Ancora sosta e ancora acqua minerale (e io pago).E’ una via crucis. Finalmente spoggettiamo e come sempre la discesa guarisce ogni male. Ci buttiamo in picchiata fino a Kongsberg. Il paese, attraversato dal fiume, nonostante la buona presentazione della Rough Guides, non è niente di eccezionale. Sarà a causa dell’ora ma le strade sono praticamente deserte tanto che in pochi minuti completiamo la perlustrazione. Dato che è il primo giorno e non vogliamo forzare decidiamo di fermarci lo stesso. Scegliamo “all’unanimità” il bel Gyldenlove Hotel, l’unico albergo del paese, davanti alla fermata dei pullman. Cena in albergo.

27 Luglio
Kongsberg – Nore
Tappa lunga ma senza asperità

La mattina traversiamo il fiume e percorriamo qualche chilometro in una ciclabile sotto la strada provinciale. Dopo la solita sosta per la spesa, ripartiamo. Pedaliamo fra boschi d’abeti lungo il bel corso del fiume Lagen. La giornata meravigliosa e la temperatura frizzante ci rendono euforici.
Cominciamo a fare qualche foto. Passata Pikerfoss traversiamo il fiume a Svene. Ci accorgiamo subito che quelli che sulla cartina sembrano essere paesi o piccole cittadine non sono altro che sparuti gruppi di case, il più delle volte senza alcun punto di ristoro e possibilità di pernottamento. La sosta per il pranzo a Lampeland conferma la nostra sensazione: nonostante il buon rilevo sulla cartina il paese è racchiuso in cento metri: tre case, un caffè (chiuso) e l’ufficio postale. La strada piacevolissima è quasi completamente pianeggiante. Dopo Diupdal deviamo su una secondaria per andare a vedere la Stavkirke di Rollag (foto). La strada ora zigzaga con continui saliscendi lambendo piccole fattorie; dopo una decina di minuti in prossimità di un bosco, finalmente vediamo spuntare il piccolo campanile. In un’atmosfera di grande suggestione la minuscola chiesa di legno e il piccolo cimitero annesso ci colpiscono per la loro perfetta armonia e semplicità. Continuiamo fino a Veggli dove rientriamo sulla strada principale. Il paese è talmente piccolo che lo oltrepassiamo senza accorgercene: torniamo indietro alla vana ricerca del campeggio ma riusciamo a trovare solo il microscopico ufficio del turismo. L’omino ci gela cinicamente: i campeggi più vicini sono a 12 km in direzione nord (la nostra) e a 7 in direzione sud; poi, forse commosso per la faccia di Sandra, ci rincorre fuori della porta e ci regala una brochure sulla RallarVegen e sulle piste ciclabili della zona. Ripartiamo. Sandra sbuffa come una locomotiva a vapore. I settanta chilometri cominciano a farsi sentire. Finalmente quando il rosario di lamenti è vicino ad esaurirsi per trasformarsi in bizza, sempre fiancheggiando il fiume, arriviamo a Nore: un distributore, un piccolo Market che fa anche da caffè, e di fronte il campeggio. La mattina dopo scopriremo che oltre il ponte c’era anche un piccolo supermercato, una chiesa e cinque case. Dopo un attento studio sulla conformità del terreno, sentito il parere dell’Istituto di Geofisica di Oslo, sbalordisco Sandra, ma soprattutto me stesso, montando la tenda senza neanche tirare un moccolo.
Ci facciamo un hamburger al distributore e ancora con la luce altissima ritorniamo alla tenda. Il posto è affascinante. Dato che siamo a meno di cinque metri dal fiume l’umidità ci costringe a infilarci nei sacchi a pelo che è ancora giorno. La prima notte in campeggio si rivelerà particolarmente dura: rumori vari, freddo, umidità, il tutto condito da un perpetuo rigirarsi isterico dentro ai sacchi a pelo.

28 Luglio
Nore – Vasstulan
L’impatto con le salite

Prima delle sette siamo già svegli: ci alziamo con la scusa di andare al bagno a fare la pipi. Alle nove dopo una fugace colazione davanti al supermercato siamo in bicicletta.
C’è il sole e la temperatura e ideale. Proseguiamo lungo la Rv 40 in direzione nord. Dopo Skjonne la strada comincia a salire abbastanza decisamente. Costeggiato un piccolo bacino artificiale ci fermiamo a Rodberg per riprendere fiato e fare la spesa. Usciti dal paese la strada riprende a salire. Nonostante l’altissima velocità vedo sul selciato un portafoglio. Inchiodo la mia Kilimangiaro e lo raccolgo: dentro soldi carte di credito e documenti vari. Sandra sente riemergere prepotentemente dal passato la lunga militanza nella Tom Ponzi e promuove un accurata indagine per disegnare, in base ai vari biglietti, numeri di telefono e foto, l’identikit del proprietario. Esaurita la nostra curiosità decidiamo di consegnare il pesante fardello al primo posto di polizia. Riprendiamo a pedalare fino ad Uvdal dove ci fermiamo per vedere la locale stavkirche (meno affascinante della precedente). Qui troviamo un gruppetto di signori di Lodi. Chiediamo al capobanda di fotografarci, e lui con buon gusto c’immortala fra le lapidi. Ripartiamo. Dopo poco Sandra ha fame e ci fermiamo a mangiare lungo strada. Sarà l’atmosfera bucolica, sarà la vicinanza d’alcune stalle, ma una moschina s’invaghisce di me. Comincia un interminabile corteggiamento fatto di voli – viadiqua! – decolli – atterraggi – dailevati – ridecolli – riatterraggi che termina con la mia resa incondizionata. Pare su consiglio di Omer Simpson, pur di mangiare in pace il mio agognato panino, accetto le sue camminate innocenti da un occhio all’altro: subito nasce la leggenda del Biafra. Pochi chilometri dopo il succulento pasto arriva l’amara sorpresa che spazza via le speranze di andare a dormire a Geilo. Un cartello stradale invita gli automobilisti ad una guida particolarmente prudente e ad un attento uso dei freni in considerazione delle pendenze dei successivi quaranta chilometri. Come volevasi dimostrare la tanto temuta mancanza di notizie circa le pendenze cominciava a dare i suoi frutti. Freneticamente consulto la cartina alla ricerca di una sistemazione per la notte. Ma la Norvegia non perdona: nessun paese o agglomerato di abitazioni ma soltanto due ostelli isolati dai prezzi e periodi di chiusura ignoti. Non c’è neanche il tempo di lamentarsi che la strada comincia a salire. Sette chilometri al 9% stroncano Sandra e trasformano la prima delle tre salite che ci separano da Geilo in un calvario.
Quando arriviamo in cima a 1150 metri d’altitudine fa decisamente freddo e Sandra è ormai vicina a scoprire l’ultimo mistero di Fatima. Senza pensarci due volte ci infiliamo nel caffè/pensione che inspiegabilmente aperto domina la vallata. Riprendiamo fiato ed energie, e con un paio di caffè ci riscaldiamo. Quando scopriamo che c’è la possibilità di pernottare la tentazione di fermarsi è tanta ma dopo aver chiesto chiarimenti sul tratto successivo decidiamo di percorrere qualche altro chilometro confidando nella discesa. Al contrario la strada prosegue piatta sull’altopiano battuto dal vento; stanchi e infreddoliti quando troviamo l’altro ostello decidiamo di fermarci. Il posto è meraviglioso. La costruzione, completamente isolata, campeggia sull’altipiano brullo. Nel piazzale tre bambini si rincorrono con biciclette dalle dimensioni improbabili. Dall’altro lato della strada un laghetto di montagna riflette gli ultimi raggi del sole.
Scaricate le bici ci facciamo una birra seduti nella piccola terrazza di legno. Il misto di sensazioni del relax dopo doccia, di una buona birra, del sole al riparo dal vento è idilliaco. Ad uno dei tre tavolini c’è una coppia di ragazzi. Lui è svedese e lei norvegese. Sembrano contagiati dal nostro stato di perfezione mentale e, contrariamente alla freddezza nordica, si dimostrano particolarmente interessati al nostro strano modo di fare vacanza. Gli raccontiamo di quanto abbiamo desiderato questo viaggio, delle prime impressioni che abbiamo avuto della Norvegia, ma anche dei prezzi astronomici che minacciano il nostro budget di spesa. La ragazza mossa da compassione ci dà un consiglio banale ma dalle conseguenze economiche sbalorditive: invece di mortificare il nostro bilancio per comprare l’acqua minerale si può tranquillamente bere quella dei ruscelli o, in mancanza di questa, quella dei rubinetti. Dopo cena, prima di andare a dormire, ci fermiamo ad assaporare l’atmosfera nella grande sala di legno che si affaccia sul lago. Per la prima volta sentiamo il grande nord. La notte dormiamo benissimo.

29 Luglio
Vasstulan – Haugestol
La dura legge del mangia e bevi

Partiamo da quota 1150. C’è il sole ma il vento freddo si fa sentire. Dopo qualche chilometro pianeggiante scendiamo in picchiata fino ad attraversare il torrente Lagen, poco prima di Dagali.
Subito dopo il ponte, che si allunga su un torrente dal blu intenso, la strada ricomincia a salire lasciandosi alla sinistra il plateau dell’ Hardangervidda. La salita, pedalabile nella prima parte, s’impenna rabbiosa e senza tornanti negli ultimi due chilometri (foto). Dopo essere scesi a 750 m risaliamo oltre i 1000. Sandra viene su abbastanza bene; poi finalmente la lunga discesa fino a Geilo. Il paese, pur essendo rinomato come centro turistico invernale, è comunque discretamente affollato. Ci fermiamo a fare la spesa e mangiamo. Dopo la pausa imbocchiamo la Rv 7 in direzione ovest. Un paio di chilometri di pista ciclabile e la strada ricomincia a salire; il paesaggio è aspro e la vegetazione bassa. Dopo uno strappo e un po’ di mangia e bevi arriviamo ad Ustaoset. Un albergo costoso, un piccolo market e qualche casa sparsa di fronte al lago Ustav; alle spalle le cime dell’Hallingskarvet. Sandra per andare a consultare una mappa della zona affissa in una bacheca si fa quasi sbranare da due cani legati ad un palo. Il posto viene usato come base da chi fa trekking nelle montagne intorno. Superiamo Ustaoset e, dopo esserci fermati a riempire le borracce in uno dei tanti torrenti che scendono verso il lago, avvistiamo quello che stando alla cartina doveva essere il paese d’arrivo di quel giorno: Haugestol. In realtà si tratta di una stazione, proprio in riva al lago, e poche centinaia di metri più avanti, una costruzione in cui si trovano uno accanto all’altro un albergo/ristorante, un minimarket ed un noleggio di biciclette. Del paese nessuna traccia. Se Ustaoset è la base per gli itinerari di trekking, Haugastol lo è per chi vuole avventurarsi in bicicletta sulla mitica Rallarvegen. La piacevole animazione del piazzale antistante l’albergo si traduce alla reception in un tutto esaurito. L’unica sistemazione possibile è nelle camerate da otto -stile ostello- ricavate al piano interrato. Quando apprendo la notizia una goccia di sudore mi scende la schiena ed evaporando mi fa riapparire i fantasmi del mitico Ostello di Newport . Sandra inaspettatamente la prende abbastanza bene. Così ci sistemiamo: io insieme a due olandesi e due norvegesi, lei da sola. Dopo la doccia ottengo dalla ragazza del market il permesso di mettere le biciclette dentro al negozio per la notte. Ci sediamo fuori dell’albergo, fra le biciclette e i tavolini, aspettando come convenuto l’ora di chiusura del market. Alle 7,40 uno strano presentimento mi assale. Rientriamo di corsa in albergo girando a sinistra verso la sala del self service: lo scontro con la rigidità nordica è tremendo. La ragazza, gentile ma inflessibile, ci spiega che la cucina è già chiusa da dieci minuti. Cerchiamo di negoziare ma tutto quello che otteniamo è un: ” se proprio insistete posso riscaldarvi una pizza”. Sandra inorridita barcolla e dopo un difficile esame di coscienza rinuncia. Io, sentito il parere dell’organo digerente, accetto la sfida. La pizza è commestibile tanto che, dopo la prima diffidenza, ce la dividiamo; poi nell’euforia esageriamo e maldestramente prendiamo una stucchevolissima fetta di dolce. La grande sala è ormai deserta e la cameriera che sta pulendo i tavoli, quasi a scusarsi, ci consente l’accesso all’evidentemente ambita stanza TV ricavata nell’ampio sottotetto. Ci raggiungono due coppie di norvegesi che cominciano a vedere il telegiornale. Alla seconda notizia, anche per la temperatura boreale, decidiamo di evadere. Trascino Sandra all’aperto a rendere omaggio al cartello che, davanti all’albergo, indica l’inizio della RallarVegen. Fuori fa freddo e comincia a fare buio così, nonostante le grandi attrazioni notturne che Haugestol ci potrebbe riservare, decidiamo di andare a dormire. Il mix di sacco a pelo e pizza norvegese, combinato con la spasmodica attesa per la tappa dell’indomani mi regalano una nottata agitata.

30 Luglio
Haugestol – Myrdal
L’estasi

Facciamo colazione nell’accogliente salone di legno con vista sul lago. La giornata è meravigliosa. Quando usciamo nel piazzale dell’albergo e ci ritroviamo mischiati agli altri ciclisti ci gasiamo. La tappa forse più attesa è finalmente arrivata. L’atmosfera è quella delle grandi occasioni. Carichiamo freneticamente le sacche. Per scaramanzia mi rifiuto di fare le foto alla partenza. Nonostante la sera prima abbia cercato di informarmi con il gestore dell’adiacente noleggio di mountain bike, non so esattamente se il nostro carico ci consentirà di portare a termine il percorso. Non vedo l’ora di partire per allontanare tutti i timori. Mi tranquillizzo un po’ quando vedo un’allegra brigata di signori oltre la sessantina che imbocca il percorso con bici e sacche. Li seguiamo. Il paesaggio è subito meraviglioso. Dopo una sosta per le prime foto ripartiamo e superiamo l’allegra brigata: non li rivedremo più. In compenso di lì a poco ci sorpassa la iena della Rallar. Una signora abbondantemente oltre gli anta con bici tecnica, polpaccio scolpito e abbigliamento Castelli. Continuiamo a salire con molta dolcezza; lo sterro è migliore di quanto immaginassi. Dopo 16 chilometri a Storurdi finisce il tratto di percorso teoricamente aperto alle auto. Via via che procediamo la strada si fa meno agevole; continuiamo a salire come testimonia l’avvicinarsi delle chiazze di neve. Finalmente arriviamo a Finse: 1222 metri sul livello del mare. Un ostello, un albergo, quattro case e la stazione ferroviaria più alta di Norvegia. Ci fermiamo all’ostello che campeggia isolato 500 metri a sinistra del nucleo centrale di costruzioni. Entro per vedere se si può mangiare qualcosa ma dopo aver inutilmente aspettato che la flemmatica ragazza della reception si liberasse, rinuncio. Leggermente contrariati ci fermiamo al piccolo negozio accanto all’albergo, proprio davanti ai binari. Superata la piccola divergenza di vedute sulla spesa, con conseguente minibroncio, ci sediamo a uno dei due grandi tavoli di legno all’aperto e mangiamo insieme con una piccola folla di ciclisti. Altri ciclisti scesi dal treno sono indaffarati a provare le biciclette appena prese a noleggio. Noi ripartiamo in direzione opposta a quella seguita dalla maggioranza. Il sentiero diventa subito più difficile ; spesso la neve è così alta che siamo costretti a scendere e a spingere le biciclette . Il paesaggio è di una bellezza mozzafiato: se esiste un paradiso dei ciclisti allora l’abbiamo trovato. Pedaliamo a mezza costa; una ventina di metri più in basso, in corrispondenza di alcune rocce, la neve lascia il posto ad un ghiaccio più azzurrato : è il punto in cui inizia il lago quasi interamente ghiacciato che occupa il centro della conca. La luce è accecante. Arriviamo a Taugevatn dove tocchiamo la nostra cima coppi: 1348 m . Sandra è gasata ma comincia ad accusare la stanchezza. Sono già sette ore che siamo in bicicletta e Flam è lontanissima. Cominciamo a riscendere. Controlliamo la cartina alla ricerca di qualche possibile posto dove fermarci a passare la notte.
Costeggiato un lago dove alcuni gruppi di turisti, piantate le tende, si accingono a bivaccare, arriviamo alle rapide di Klevagielet: uno dei due punti più pericolosi del percorso. Il sentiero corre sul bordo di una gola in cui si gettano con forza impressionante le acque del lago.
Il bagliore accecante di pochi minuti prima lascia il posto alla semioscurità. La luce è così bassa che non riusciamo neanche a scattare una foto. Sono non più di 600 metri, in parte protetti da una ringhiera, dove sbagliare significherebbe cadere nel torrente in basso. Poi la gola si allarga, la strada supera con un ponticino il torrente e segue a mezza costa la parte sinistra della vallata. Sandra è in crisi e si rifiuta di fotografarmi. Scendiamo veloci ormai incuranti delle sollecitazioni cui sottoponiamo le nostre Kilimangiaro. Il tramonto è vicino. C’imbranchiamo nell’ennesimo gruppetto di ciclisti fino a che un piccolo torrente ci sbarra la strada. Siamo talmente stanchi che quando la ragazza davanti a Sandra si toglie le scarpe e guada, preoccupati dal peso che ci trasciniamo, automaticamnete la imitiamo. Superato l’ostacolo nel girarmi vedo Sandra inchiodata nell’acqua che cerca di urlare. All’inizio penso ad un attacco di piranha poi, immaginandomi l’effetto deterrente che una giornata trascorsa pedalando possa avere su un piede chiuso in una scarpa da ginnastica, scarto l’ipotesi.
Intuisco che le si è incastrata una ruota sul fondo sassoso e che le acque gelide le stano congelando i piedi. Intervengo sprezzante della temperatura e la salvo mentre un altro gruppetto di ciclisti senza sacche guada senza smontare. Sandra ingrata sbraita incolpandomi di tutto e di più e in un gesto d’ira butta la bicicletta per terra. Stizzito riparto ma dopo neanche un chilometro la strada sembra imbizzarrire: davanti a me un tratto di duecento metri di pietraia assoluta con una pendenza da chilometro lanciato. Spingo la bicicletta fino alla cima la appoggio ad un cespuglio e poi riscendo a piedi per aiutare l’ingrata. Nonostante i suoi finti rifiuti riusciamo ormai stremati a superare l’asperità. Ripartiamo e dopo neanche cento metri i cespugli sulla destra lasciano spazio ad un piazzale che ci schiude le porte di un inaspettato quanto provvidenziale albergo.Ci fermiamo ancora imbronciati. Lungo il muro ci sono parcheggiate almeno trenta biciclette con gran prevalenze delle mitiche Kilimangiaro. La clientela dell’albergo, irraggiungibile con le auto, è costituita unicamente da temerari di ogni età, peso e condizione atletica che hanno affrontato la temibile Rallarvegen. La tappa è finita: siamo stati in bicicletta quasi nove ore. Dopo la doccia, recuperate un po’ di forze, come il solito torna il buon umore. Ceniamo in albergo con il salmone più freddo del mondo. Ai tavoli volti arrossati ma felici di chi, forse inaspettatamente, è riuscito nell’impresa sperata. Dopo cena, mentre tiriamo tardi nella hall scroccando qualche caffè, cominciamo ad apprezzare l’impresa compiuta e a rivedere il film di una giornata fantastica. Nonostante i miei tentativi di ingraziarmi la ragazza della reception con cui attacco bottone in italiano spendiamo i massimi.

31 Luglio
Myrdal – Kaupanger
Tappa breve e adatta ai discesisti

Ancora tempo meraviglioso. Dopo la punzonatura nel piazzale sterrato dell’albergo riprendiamo il sentiero lasciato la sera prima. Siamo insieme ad un gruppo di quattro ragazze. Subito un cancello ci sbarra la strada. Dopo averlo oltrepassato la strada si spezza in due. Un troncone che risale per un paio di centinaia di metri assolutamente impedalabili porta in direzione di Voss, l’altro scompare nel precipizio che costeggia la cascata .
Nei 21 tornanti con fondo accidentato la pendenza è cosi forte che spesso dobbiamo scendere. La mia valorosa Kilimangiaro nell’occasione mostra qualche limite; a causa del peso delle sacche pur tirando al massimo le leve dei freni continua a prendere pericolosamente velocità. Terminato il tratto più ripido, un’altra quindicina di chilometri asfaltati in buona discesa ci portano a Flam. Il paese, nonostante sia incastonato alla fine di un fiordo in posizione che le guide definiscono idilliaca, è stucchevolmente pieno di turisti e non c’esalta. Dopo una lunga concertazione con la ragazza dell’ufficio informazioni, sentito il parere del Ministro Visco, e raggiunta la necessaria copertura finanziaria, decidiamo di andare a Gudvangen in pullman. Nell’attesa, mentre Sandra sonnecchia pigramente sul pratino, decido di sgranchirmi le gambe fino ad Aurland, un piccolo paesino 5 km più a nord lungo il lato destro del fiordo. Ritorno appena in tempo per prendere il pullman che in venti minuti copre i 15 chilometri di tunnel che separano le due vallate. Ci godiamo un paio d’orette di relax seduti ai tavolini che circondano l’avveniristica costruzione in legno e vetri costruita all’inizio del fiordo. Poi c’imbarchiamo insieme ad un manipolo di turisti spagnoli sul traghetto diretto a Kaupanger. Il Naerofiord che ci accingiamo a risalire misura nel suo punto più stretto non più di duecentocinquantametri di larghezza ; il traghetto avanza fra due imponenti pareti perpendicolari da cui vengono giù decine di cascate. Ogni tanto in qualche piccolo tratto di terreno che la natura ha magnanimamente concesso all’uomo, spuntano piccole abitazioni raggiungibili soltanto via acqua .Dopo circa un’ora di navigazione abbandoniamo il piccolo Naerofiord per entrare nel maestoso Sognefiorden. Comincia a fare freddo così decidiamo di proseguire il viaggio al coperto. Ci dirigiamo verso est finché il traghetto non termina la propria corsa entrando nella deliziosa minuscola baia di Kaupanger. Quando sbarchiamo è quasi il tramonto; una mezza dozzina d’auto aspetta di imbarcarsi mentre una ventina di persone mangiano raccolte attorno ad una tavolata sulla parte sinistra del molo, accanto ad un falò. Davanti a noi un piccolo chiosco e una manciata di case. La strada principale s’inerpica subito nervosamente e sparisce oltre la sommità della collina. Noi invece giriamo a destra e, costeggiando la riva, seguiamo le indicazioni che dopo 600 metri ci consentono di trovare il campeggio. Si tratta di un prato assolutamente incolto dove sono già piantate quattro tende: in fondo a destra dietro gli alberi un casottino funge da bagno. Il posto è assolutamente fantastico così senza indugi scarichiamo le biciclette. Mentre comincio a montare la tenda, Sandra, con un gridolino di stupore, richiama la mia attenzione su un simpatico abitante della baia che sta attraversando speditamente il prato: è Geremia il più grosso tarpone di Norvegia. Dopo un breve e interessante dibattito sulla fauna locale e i loro probabili rapporti con i servizi igienici del campeggio, finito di piantare i picchetti cominciamo a preparare i soliti panini. Sandra alla ricerca della perfezione totale vaneggia una birra e in men che non si dica mi rispedisce al chiosco.
La mia richiesta alcolica è accolta dai giovanissimi gestori con stupore, così per non tornare a mani vuote, ripiego su una meno pretenziosa coca cola. Sandra si accontenta. Mangiamo alla luce del tramonto in un atmosfera fuori dal mondo. Dopo una breve gara di sospiri alla Omer decidiamo di ritirarci. Nonostante il sole sia già scomparso all’orizzonte proprio di fronte a noi abbiamo ancora luce per oltre due ore. La notte stranamente dormiamo.



1 Agosto
Kaupanger – Balestrand
Tappa ondulata: ecco i passisti

La sveglia in tenda nel campeggio minimalista di Kaupanger con vista sulla baia è un’ esperienza assolutamente indimenticabile. Dopo aver smontato ci facciamo fotografare dal replicante che vegeta sul piccolo molo. Poi puntualmente Sandra mi lacera le carni con la solita frase “io se la mattina non mangio …….”.
L’aggravante del giorno è che e domenica e che i pochi negozi che uno può trovare in Norvegia saranno senz’altro chiusi. Decidiamo di andare a vedere al chiosco di fronte al molo: ci offrono solo vafer e caffè. Sandra rifiuta orgogliosamente, vaneggiando di pizza e caffelatte. Decidiamo così di proseguire sperando in un’apparizione miracolosa lungo la strada.
Saliamo subito decisamente per circa tre chilometri sbuffando e sudando; finalmente spoggettiamo immettendoci sulla strada principale che porta a Songdal. In prossimità dell’incrocio troviamo un’area di servizio con annesso un piccolo market. Io mangio uno yogurt mentre Sandra, dopo una serie di falsi acquisti-chefoloprendo-anzino culminati con un lungo travaglio interiore decide di digiunare. La strada dopo un po’ di mangiaebevi si butta in discesa finché davanti a noi, sull’altro versante del fiordo, compare Sogndal. Quando arriviamo in paese, dopo un lungo tratto in ombra, è ancora presto ed è ancora tutto chiuso. Decidiamo di continuare risalendo il fiordo. Passata Norum, ormai affamati, ci ferma a Leikanger. Giriamo inutilmente fra le case alla ricerca di un bar; delusi ci sediamo ad una panchina vicino al punto dove si ferma il traghetto. Abbiamo soltanto dei biscotti che polverizziamo in pochi minuti. Riprendiamo ancora lungo costa fino ad arrivare al punto d’imbarco di Hella. Superata disinvoltamente la fila delle automobili in attesa, chiedo alla ragazza che fa i biglietti a che ora possiamo imbarcarci per Fjaerland. Dopo un primo attimo di stupore la ragazza capisce che non sto scherzando e mi annichilisce: “Spiacente ma il prossimo traghetto è domani mattina”. Subito materializzo una piramide di moccoli. Dopo un breve consulto decidiamo di traversare il fiordo fino a Dragsvik per poi andare a dormire a Balestrand paese che la Rough Guide sostiene essere centro di villeggiature fin dallo scorso secolo.
Sandra comincia a lamentarsi perché abbiamo tenuto una media troppo alta. Balestrand è poche centinaia di metri in linea d’aria, ma per arrivarci dobbiamo percorrere tutto il piccolo e incantevole Eidefjord dominato dal Bjornsnipa (1435 m). Appena arriviamo in paese lo stomaco insorge imponendoci di cercare subito qualcosa da mangiare: ci fiondiamo da “zazzerina”. Il servizio è lento anche se la ragazzina al banco è gentile; il cibo è così così in compenso la pulizia del locale lascia molto a desiderare. Placata la fame decidiamo, una volta tanto, di cercare subito l’albergo, riposarci e fare il bucato. La Rough guide questa volta ci aiuta. L’albergo non è male e la vista dalla camera invidiabile. Dopo un pisolino ceniamo in albergo con la cameriera più sbadata del fiordo. Poi dopo una romantica passeggiata fino al molo, rientriamo in albergo. Sorseggiamo un po’ di caffè sulla terrazza godendoci il lento imbrunire mentre dall’altro lato del fiordo cominciano in lontananza a brulicare le luci di alcuni villaggi. L’atmosfera di fine ottocento è accattivante e malinconica.

2 Agosto
Balestrand – Egge
Tappa corta di trasferimento

Ancona una giornata di sole. Traccheggiamo sul molo fino all’ora d’imbarco. Vicino a noi ci sono anche due donne-omo che stanno girando la Norvegia in bicicletta. Il capo mi racconta che sono sulla via del ritorno e mi accenna all’itinerario che hanno fatto; sui loro volti traspare evidente l’entusiasmo. Poi il lentissimo e meticoloso rito della preparazione della miriade di sacche in cui hanno ripartito i loro bagagli le riassorbe in pieno. Da Balestrand a Fjaerland il piccolo traghetto carico di turisti naviga lentamente fra due pareti di roccia praticamente disabitate.
Poi piano piano sulla riva alla nostra sinistra cominciano ad apparire le prime abitazioni. Ci addentriamo ancora; ora la nostra attenzione che prima spostavamo ritmicamente da una sponda all’altra è attratta dal ghiacciaio che si staglia alto davanti a noi. Fjaerland è il solito paese fantasma: una decina di case, un ufficio del turismo, un ristorante e un albergo. L’atmosfera di calma e tranquillità non è contaminata dallo sbarco del nostro piccolo gruppo. Decidiamo di proseguire ma non possiamo : per andare a Skei la strada sprofonda sotto il ghiacciaio del Frudalsbreen (1598 m) in un tunnel vietato ai ciclisti. Siamo costretti a prendere il pullman. Memori di un’analoga esperienza in Irlanda ci affrettiamo verso la fermata; in questi casi può infatti succedere che l’autista si rifiuti di caricare oltre un certo numero di biciclette. La nostra preoccupazione aumenta quando dopo di noi arriva alla fermata un’altra ragazza con la bicicletta.
All’ora prestabilita fortunatamente arrivano due bus; tiriamo un sospiro di sollievo quando il primo autista rivolto verso di noi tuona “only two” e incastra le nostre Kilimangiaro sull’apposito rostro che sporge sul retro. L’altra ragazza si sistema sul secondo bus. In dieci minuti arriviamo a Skei. Il tempo cambia improvvisamente e mentre scarichiamo le biciclette comincia a cadere qualche goccia. Sono già passate le cinque quando, non senza qualche dubbio, decidiamo di proseguire. La strada serpeggia sul fondo valle salendo dolcemente fino a Klakegg. Lasciato il ghiacciaio alle spalle, c’infiliamo in una vallata buia e strettissima che corre di fianco ad un torrente. Il paesaggio alla fioca luce della sera e bellissimo e dalle pareti scoscese scendono numerosi rivoli d’acqua. Nelle vicinanze di un ponte siamo costretti a rallentare per evitare due mucche che si traccheggiano placidamente nel mezzo della sede stradale.Superato l’ostacolo proseguiamo; dopo qualche chilometro, sulla sinistra Sandra nota un affittacamere. Decidiamo di fermarci. Il posto sembra disabitato. Un omino sbuca da una stalla e a gesti, dopo averci comunicato il prezzo, ci mostra un piccolo mini ricavato a piano terra. Sarà po’ per la prossimità del fiume, sarà per le poche ore di luce di cui beneficia la vallata, fatto sta che strabattiamo il record europeo d’umidità. Mangiamo rapidamente i soliti panini seduti al tavolo di legno all’aperto, poi infreddoliti, siamo costretti a rientrare. Uno sporadico tentativo di vedere un telefilm in inglese e alle 8.30 siamo già in posizione a siluro dentro i sacchi a pelo. Vaneggiamo pochi secondi di carbonare e tortelli poi ci addormentiamo. Nonostante tutto ci facciamo undici ore filate di sonno.

3 Agosto
Egge – Styrn
Ancora mangiaebevi

Ci svegliamo prestissimo. Senza toglierci le tute invernali con cui abbiamo dormito percorriamo in discesa i chilometri che ci separano da Byrkelo. La conca è ancora tutta all’ombra e in bicicletta fa decisamente freddo. Il paese inizia in corrispondenza del punto in cui la vallata si apre e l’ombra lascia il posto ad un sole splendente. Sento già incombere la solita frase di Sandra a proposito della colazione quando troviamo un supermercato con accanto una piccola pasticceria: ci sediamo ai tavoli di legno fuori e ci gustiamo un bel caffè caldo e delle paste cannellate.
Rifocillati attraversiamo il piccolo centro abitato; da ogni giardino sembra spuntare un pennone su cui sventola puntualmente la bandiera nazionale. Anzichè proseguire sul fondo valle voltiamo a destra imboccando in forte salita la strada in direzione Utvik. Sandra soffre ma il paesaggio che ci lasciamo alle spalle con la vista delle cime dello Jostedalsbreen è fantastico. La salita è lunga e con un buon dislivello. Fa decisamente caldo. Prima di spoggettare decido di lasciare una importante testimonianza del nostro passaggio. Appoggiata la bicicletta ad un albero, mi infilo nel bosco e lascio un prelibato Santonorè alle mie amiche moschine. Sollevati ripartiamo. Superato il passo situato a circa 800 m di altezza ci buttiamo a capo fitto verso Utvik mentre davanti a noi appare il magnifico Utfjorden. La strada scende ripida a tornanti fino al paesino per poi costeggiare il fiordo. Dopo Invik (tre case) ci fermiamo in una piccola piazzola per mangiare un panino; ancora qualche chilometro e arriviamo a Loen. Sosta al supermercato e pranzo di gala su un pratino.
Quindi percorriamo velocemente gli ultimi dodici km fino a Stryn. Andiamo all’ufficio del turismo per sapere se proseguendo possiamo trovare una sistemazione per la notte. La richiesta va oltre le capacità mentali della ragazzina al bancone, così decidiamo di cercare da soli una sistemazione in paese. Imboccata la strada principale, dopo poche centinaia di metri giriamo a sinistra seguendo le indicazioni per il campeggio. Alla reception chiedo alla ragazza se è possibile vedere una buona volta una delle famose cabin . La sistemazione è meno invitante di quanto ci immaginavamo; così, ormai abbandonata l’idea di una notte in tenda, ci lasciamo convincere a prendere l’ultima camera disponibile nella mansarda. L’euforia per aver risparmiato cinquanta corone rispetto al prezzo di una cabin dura una rampa di scale. La camera, ricavata nel sottotetto meno isolato di tutta la scandinavia, è a temperatura dolce forno. In compenso l’ultimo cambio di lenzuola risale all’assegnazione del premio Nobel a Pirandello. All’unanimità decidiamo di dormire nei sacchi a pelo. In occasione della doccia Sandra duetta con la ragazza della reception il suo famoso hit “one for me …….”. Verso le sette usciamo per cena ma prima di mangiare, come veri hooligans, compriamo una megalattina di birra al supermercato e ce la scoliamo stravaccati su una panchina. Poi ci facciamo attirare dal famoso ristorante Bacchus. Sarà che la cameriera ci giura che il cuoco è italiano, sarà la ormai letale mancanza di carboidrati, fatto stà che cadiamo nella più disastrosa delle ordinazioni: Sandra si autopunisce scegliendo una pizza margherita, mentre io sbalordisco gli astanti chiedendo degli spaghetti alla bolognese. Non contenti ci lasciamo anche sfuggire un imperdonabile : “stà a vede’ che qui si mangia bene”. Durante l’interminabile attesa prima esploro le infinite forme nascoste in una semplice mollica di pane norvegese, poi mi accanisco sulla tovaglietta di carta. Dopo averla accuratamente dipinta con le matite che, visti i tempi medi di attesa, previdentemente la direzione del locale mette a disposizione, inizio un corso accellerato di origami. Il passo successivo è quello musicale: comincio a tamburellare sul tavolo e a battere con la forchetta sul bicchiere. Quando ai limiti della follia comincio a guardarmi intorno per sobillare una rivolta fra i clienti, la cameriera inteneritasi ci offre una birra: cadeau non da poco vista la latitudine. Finalmente con un ritardo non inferiore all’intercity Lecce-Milano arrivano i piatti. Sulla qualità del cibo è meglio stendere un pietoso velo; l’unica cosa certa è la conferma che il cuoco non è Vissani. La notte grazie alla temperatura mite che troviamo in camera (76 gradi) e ad un gruppo di francesi dementi (ma soprattutto ubriachi) che saltano fino alle tre su un telone per bambini, polverizzo il record di autoavvolgimenti in sacco a pello. Sudo, smoccolo, mi alzo, scendo ai bagni a bere, torno in camera, rismoccolo e alla fine esausto sonnecchio un’ora. Sandra che alle tre ha ringhiato minacciosa ai transalpini, dopo la sfuriata, se la ronfa di gusto.

4 agosto
Stryn – Ytredal
L’impresa

La tappa della leggenda. La mattina scappiamo letteralmente dal campeggio. Facciamo colazione al caffè sulla via principale per poi andare nella banca locale a cambiare un po’ di valuta. Fra commissioni, spese e accessori le nostre misere lirette sembrano diventate rupie indiana. Imbestialiti per il nuovo controvalore della corona che sconvolge tutte le precedenti previsioni di spesa lasciamo il paese. Sandra sbuffa e dichiara sfacciatamente di non aver voglia. La strada non la perdona e comincia subito a salire.
In poche centinaia di metri dominiamo il fiordo dall’alto. Quindi ci buttiamo in discesa fino a che non troviamo l’Hornidalvaren (lago di Hornidal). Qui svoltiamo a destra e, passato l’abitato di Hornidal, ricominciamo a salire: fortunatamente ora la pendenza è più graduale. Dopo circa tre ore quando la strada superando un ruscello affianca un vecchio ponte di pietra ormai in disuso, organizziamo il nostro solito rinfresco. Il rituale prevede in stretto ordine: il riempimento delle borracce nel torrente, l’apertura la preparazione dei panini (rigorosamente con pomodori e formaggio), la consultazione della cartina, la foto e il rutto liberatorio. Dopo mezz’ora siamo di nuovo in sella. La strada ora comincia a scendere, prima leggermente poi, subito dopo il bivio con la 655 con quattro chilometri mozzafiato fino al paesino di Hellesyt all’estremità del Sunnyfiorden. La ragazzina del locale ufficio informazione sbaragliando tutte le precedenti colleghe si aggiudica all’unanimità l’ambito premio “ebete dell’anno”. Per il protrarsi della consistente merenda per poco non perdiamo il traghetto per Geiranger. C’imbarchiamo insieme con una piccola frotta di turisti-finestrino; fra questi riconosciamo la grandissima fotografa francese che scatta soltanto quando è contro sole. Dopo aver risalito per poche centinaia di metri il Sunnyfjord il piccolo traghetto svolta a destra imboccando il Geirangerfjord. Il fiordo, nonostante la naturale antipatia che nasce per tutto quello che è superpubblicizzato, è meraviglioso. Il traghetto procede lentamente fra due pareti di roccia perpendicolari alte oltre seicento metri. Dopo un paio di vecchi casolari ormai disabitati, incastonati a mezza costa in posizioni inaccessibili, dalla parete sinistra si gettano le famose Sostrefoss.
Sandra nonostante la mia eccitazione sembra sonnecchiare apparentemente assente. Superato l’ultimo sperone di roccia compare alla nostra vista, schiacciato fra le montagne e lo specchio d’acqua, il piccolo paese di Geiranger. Avanziamo con i nasi all’insù quasi in soggezione di fronte a tanta bellezza; l’altoparlante ci segnala che in alto sulla parete sinistra possiamo ammirare gli ultimi tornanti della famosa Ornevej “la strada delle Aquile”. Una follia di asfalto che con 11 tornanti e una pendenza del 10% in 7 km scende in picchiata dalla sommità della parete fino a Geiranger. Mi volto verso Sandra e con fare serafico le illustro le possibili scelta per l’indomani: tornare in traghetto a Hellelsyt e percorre a ritroso gli ultimi cinque chilometri fino ad imboccare la 655, prendere il bus o tentare la scalata dell’Ornevej con la bicicletta. Le mie parole hanno un effetto devastante. Sandra mi guarda con occhi fiammeggianti mentre completa la sua metamorfosi. La tigre di Geiranger mi gela il sangue con un ruggito: ” facciamola subito”. La folla di turisti che scende dal traghetto rimane impietrita mentre, carichi come muli, invece di indirizzarci verso destra in direzione del paese, giriamo a sinistra imboccando la strada verso la leggenda. Concordiamo con il nostro staff medico un programma di undici soste: una per ogni tornante. La tigre viene su con il sorriso sulle labbra; l’auditel esplode e la coppia De Zan-Cassani si commuove.
All’ultimo tornante la strada si allarga per consentire ai turisti-pacco di sciamare dai pullman, sbirciare dal bordo del precipizio e scattare qualche foto-cartolina. Al mio arrivo trovo assiepati lungo il guard-rail un centinaio di francesi intenti a riacquisire l’uso delle articolazioni dopo chissà quale massacrante trasferimento in pullman. Si alza un brusio di meraviglia che quando sul gruppo piomba la tigre di Geiranger sfocia in un applauso scrosciante. Sandra si commuove mentre io per l’emozione non riesco a scattare neanche una fotografia. L’Italia del pedale impazzisce mentre De Zan ormai fuori di sé si avvita su stesso vaneggiando di Isoard-Mortirolo-duelliCoppi-Bartali-39/26 e maltodestrine. Assaporato quest’indimenticabile attimo di gloria, ripartiamo. Ci sono ancora cinquecento metri di salita poi perdiamo di vista il fiordo e il paese. Indossate le mantelline ci buttiamo spericolatamente in discesa mentre davanti a noi la cartina segnala che il primo paese dista oltre venticinque chilometri. A queste latitudini per due ciclisti ormai provati questo può voler dire tenda e a letto senza cena. Inebriati dall’impresa appena compiuta non ce ne preoccupiamo più di tanto. Assaporiamo a pieno questo stato di leggera follia quando, per evitare l’ennesima galleria proibita ai ciclisti, ci ritroviamo ormai al tramonto a pedalare su un improbabile tratto sterrato.
Le sensazioni che proviamo in quei momenti sembrano riuscire a condensare in pochi istanti la bellezza e la follia di questo tipo di viaggio. La strada tra l’altro continua ad essere bellissima. In prossimità di un laghetto scorgiamo un chiosco isolato. Su indicazione di una ragazza che seduta sul bordo della strada sta leggendo un libro (forse un’allucinazione) giro sul retro e trovo la padrona: la signora gentilissima abbandona la conversazione in cui era impegnata per venire a sentire di cosa abbiamo bisogno. Il morale è alle stella ma s’inabissa subito dopo quando la signora mi pietrifica dicendo di non avere nulla da mangiare se non dei biscotti. La nostra espressione è talmente eloquente che poi si affretta ad aggiungere premurosamente che a Ytredal, undici chilometri più in basso, c’è un supermercato aperto fino alle otto. Con uno scatto da gran finisseur mi butto in picchiata verso il paesino lasciando Sandra a ringraziare la signora. Grazie al terrore degli effetti di un digiuno dopo una tappa del genere e all’impressionante pendenza degli ultimi chilometri entro in paese a velocità inaudita. Il piccolo supermercato davanti al punto d’imbarco fortunatamente è ancora aperto. Fra lo stupore dei pochi clienti irrompo all’interno completamente trafelato: il tanto agognato diritto ad effettuare la spesa è acquisito e la cena è assicurata. Ormai pago mi rendo conto di essere assolutamente incapace di scegliere un qualsiasi alimento così mi traccheggio con il carrello finché non arriva la tigre. Finita la spesa riprendiamo le biciclette e traversata la strada c’infiliamo nell’unico campeggio esistente gestito dal cantante dei Negrettes Vertes. Le roulotte e le tende riempiono il prato ben curato che degrada fino al molo dove silenzioso ondeggia il piccolo traghetto che fa la spola con la sponda opposta. Ci piazziamo vicino ad una nutrita comitiva di ragazzi cecoslovacchi. Ceniamo con i nostri soliti piatti ricercati (panino con tonno e pomodoro) mentre i cechi, ma non sordi, si cucinano gli spaghetti. Dopo cena andiamo a prendere un caffè nell’unico locale di Ytredal. Aspettiamo la completa oscurità seduti all’aperto in riva al Norddalsfjord. Davanti a noi, sopra le luci di Valldal, campeggia minacciosamente coperta dalle nubi, la cima dell’Hogstolen (1730 m.). L’assoluta unicità del paesaggio intorno a noi e i ricordi di questa giornata non sono certamente estranei alla sensazione di pace interiore che ci pervade. Riflettiamo su come, contrariamente a quanto avviene da noi, da queste parti sia spesso la natura a dettare i ritmi e stabilire le leggi, e l’uomo a adattarsi. A questo proposito racconto a Sandra la storia di Talfjord. Il piccolo paese, in un insenatura del fiordo poco distante, che sessanta anni fa fu spazzato via da un’onda anomala causata da un immensa frana staccatasi dalla montagna.

5 Agosto
Ytredal – Andalsnes
Ancora una tappa terrificante

Nonostante le minacciose nuvole di ieri sera la notte, come promesso dal Gipsy , passa senza pioggia. La mattina ci svegliamo con il sole anche se davanti a noi le montagne che dobbiamo scalare sono coperte da minacciosi nuvoloni neri. Smontiamo la tenda, carichiamo le biciclette e percorriamo i cinquanta metri che dividono l’uscita del campeggio dal molo:il traghetto che ha beccheggiato stancamente per l’intera notte non sembra impaziente di iniziare l’andirivieni giornaliero. Sul piazzale tre macchine attendono l’apertura del portellone. Saliamo a bordo e in meno di cinque minuti arriviamo dall’altro lato del fiordo. Pedaliamo verso est per qualche chilometro fino al paese di Valldal. Mentre Sandra va a fare la spesa, chiedo informazioni ad un negoziante sulla durezza della strada che ci porterà ad Andalsnes. L’esito è confortante. Iniziamo con calma la lunga ascesa. Per i primi chilometri la pendenza è leggerissima; pedaliamo in mezzo ai profumatissimi campi di fragole che poi lentamente si diradano fino a scomparire del tutto. L’immancabile torrente che scende parallelo alla strada diventa via via più stretto e più impetuoso. Superiamo delle piccole rapide dove troviamo un bus di turisti-finestrino (italiani). Ancora un po’ di salita poi ci fermiamo a mangiare lungo la strada in un posto che sulla cartina è segnalato con una preoccupante freccia rossa. Da qui la strada comincia a salire in maniera più decisa; come se non bastasse le nuvole s’ingrossano fino a coprire il sole e la temperatura si abbassa improvvisamente. La vallata contornata da alti picchi è ora arida e selvaggia. Indossiamo l’abbigliamento più pesante. Si alza un forte vento freddo (foto), naturalmente contrario al nostro senso di marcia. Passiamo un torrente e subito dopo un urlo straziante lacera il silenzio. La Del Pierona è ferma sul bordo della strada con il ginocchio bloccato. Mi precipito a vedere cosa è successo ma, al contrario di quanto accaduto il primo giorno, la situazione sembra non migliorare. Sono momenti terribili. Intorno a noi soltanto il sibilo del vento fra i cespugli bassi e lo scrosciare del ruscello. Poi finalmente il ginocchio matto si sblocca e con molta cautela possiamo ripartire. Fiduciosi ci avviciniamo allo scollinamento; purtroppo quando arriviamo al punto in cui la strada sembra spianare la sorpresa è amarissima. Davanti a noi la valle sembra riprendere fiato; si allarga improvvisamente in un ampio falsopiano andando poi a morire fra tre pareti scoscese.
La strada attraversa il falsopiano con un lungo rettilineo in lieve pendenza e poi si arrampica a mezzi tornanti per tre chilometri fino a raggiungere la cima. In qualche modo arranchiamo fino alla sommità; intorno a noi migliaia di piccole colonne formate da sassi appoggiati l’uno sull’altro a mo’ di stele. Un gruppo di furiosi fa il bagno in un laghetto alla nostra sinistra incuranti della temperatura chiaramente invernale. Finalmente arriviamo in cima, da lì ci buttiamo in discesa per un paio di chilometri fino al punto panoramico che domina la famosa Trollstiegen. Ci fermiamo all’unico caffè mischiandoci ai turisti-ricordino che ci squadrano sbalorditi.Cambiate le magliette zuppe di sudore ci riscaldiamo con un buon caffè; poi, lasciate le biciclette, andiamo a farci le foto di rito sul punto panoramico che sovrasta la terrificante discesa. Inebriati dell’ennesima sfida superata dieci minuti dopo ripartiamo.
La discesa è interminabile; il primo tratto serpeggia istericamente sul fianco della montagna e poi si allunga nel centro della vallata. Quando finalmente la strada spiana cominciamo ad accusare la stanchezza: Andalsnes sembra non arrivare mai. Gli oltre duemila metri di dislivello, sommati all’impresa del giorno prima, si fanno sentire e Sandra sbraita in preda ad una piccola crisi. Finalmente arriviamo in paese. E’ già molto tardi e fa decisamente freddo. Scegliamo l’albergo migliore. Cena in albergo e poi a letto.

6 Agosto
Andalsnes – Molde
Tappa lunghissima

Ci svegliamo con il sole. Finalmente possiamo apprezzare la bellezza dello scenario intorno a noi: la città, affacciata sul fiordo, è completamente circondata dalle montagne. Prima di partire telefoniamo a Simona che sta per partorire. Ci dirigiamo verso Alesund. Dopo pochi chilometri però il maledetto segnale rotondo con il ciclista sbarrato all’inizio di un tunnel ci gela. Nonostante tutte le precauzioni, le mappe e l’elenco dei tunnel proibiti, il grande nemico dei ciclisti che si avventurano in Norvegia, aveva colpito. Le scelte sono aspettare cinque ore l’unico pullman previsto, o tornare indietro e dirigerci a nord verso Molde. Senza nemmeno pensarci scegliamo la seconda possibilità. Riattraversiamo Andalsnes e percorriamo la Rv 64 che corre lungo il Romsdalfiord. Dopo oltre due ore di bicicletta siamo dall’altra parte del fiordo a non più di un paio di chilometri in linea d’aria da Andalsnes.Oltrepassata Lerheim, puntiamo a nord verso il punto d’imbarco di Afarnes. Il vento contrario continua a tormentarci e la temperatura è frizzante. Sbarchiamo dal traghetto a Safarnes e subito dopo ci fermiamo a mangiare in una caletta sotto la strada. Ripartiamo consapevoli che una volta arrivati a Rovik (dieci chilometri da Molde) non potremo prendere il tunnel sottomarino che congiunge le due località ma dovremo percorrere tutto il lunghissimo fiordo fino a Kleive per poi tornare indietro (trentasei chilometri). Dopo aver rischiato di sbagliare strada, iniziamo a risalire il fiordo su una sterrata che corre vicino alla superficie dell’acqua. Nonostante il percorso sia gradevole Sandra è stanca e si lamenta. A fin di bene prometto solennemente di fermarci nel primo posto che troveremo pur essendo consapevole che la cartina non segnala alberghi prima di Molde. Lasciamo lo sterrato per risalire più in alto in un tratto asfaltato, poi di nuovo su sterro attraversiamo un centro abitato dove troviamo un piccolo supermarket. Sandra inacidita ingaggia una furiosa colluttazione verbale con la donnina della cassa che ci fa pagare il vuoto di una bottiglia di acqua minerale di plastica (900 lire di vuoto).La tigre di Geiranger esce dal market, vuota la bottiglia nelle borracce, riporta il vuoto e incassa soddisfatta la cauzione. Pedaliamo su asfalto fino a dove il fiordo finisce, poi di nuovo su sterro giriamo a sinistra per iniziare a risalire il versante nord. Il paesagggio è molto bello, ma qualcuno è troppo stanco per ammetterlo. Finalmente dopo un pò di salita, arriviamo a Kleive. Come volevasi dimostrare niente più che una decina di case e neanche un bar. Sandra barcolla. Le faccio capire che l’unica possibilità rimasta e quella di tentare di avvicinarsi a Molde. Grazie al vento che finalmente ora spira forte in nostro favore, ricominciamo a pedalare con buona andatura. Il sole che sta tramontando ci regala colori e tonalità uniche. In lontananza davanti a noi oltre il grande specchio d’acqua si stagliano le cime che circondano Andalsnes . In neanche un’ora arriviamo senza ulteriori peggioramenti di umore alla periferia di Molde. Troviamo le indicazioni di un albergo che si trova sia nella passerina dei fiordi che nello Scan Pass. Decidiamo di andare a vedere; lo strappo che ci separa dalla reception è breve ma così duro che ci fa accettare il prezzo. La camera in compenso è meravigliosa e la vista mozzafiato. Ceniamo in albergo, dove la cameriera-suorina ci nega la gioia di una birra. (Ripiego su una birra non alcolica).

7 Agosto
Molde – Alesund
Vento a favore e grande media

Lasciamo l’albergo e raggiungiamo il centro abitato. Tempo incerto e temperatura frizzante. Dopo un breve giro in paese ci mettiamo ad aspettare il traghetto che ci porterà a Vestnes facendoci attraversare il Moldefjord. Nell’attesa veniamo sommersi dalla famosa comitiva della Costa Allegra. Un gruppo di sbandati tra cui si salva un signore distinto con cui scambiamo quattro parole. Ad un certo momento, forse una scheggia impazzita della comitiva, ecco apparire il mitico Legnaia; con manovra avvolgente, bomber stile CAV Sesto e mano in tasca, mi sfila accanto con un “certo gli è dura in bicicletta”. Così com’è apparso, scompare.Il tragitto in traghetto lo passiamo ad analizzare i vari prototipi di italiani in crociera. Da segnalare anche la presenza della famosa Ebete della Costa Allegra che accartocciata su un divanetto se la ronfa incurante del paesaggio. Una volta sbarcati iniziamo a pedalare in direzione Skogernes sotto un cielo minaccioso. Fortunatamente il vento ci è ancora una volta favorevole. Così saliamo con relativa facilità lasciandoci sulla destra lo Sprovstinfd (1194 m) fino a dove, in prossimità di alcuni impianti di risalita, la strada spoggetta. Un pezzo di falso piano e ci buttiamo giù nella lunghissima picchiata verso Sjoholt. Il cielo si è rischiarato e la temperatura è salita. Dopo la sosta per la spesa e quella successiva per il pranzo, ripartiamo. Continuiamo a pedalare e lasciando il fiordo arriviamo a Spielkavik; imboccato uno sterrato costeggiamo l’ennesimo specchio d’acqua e con qualche difficoltà causate degli innumerevoli tunnel arriviamo ad Alesund. Con l’avvicinarsi all’oceano si alza un forte vento e la temperatura scende bruscamente.
Ci fermiamo a bere qualcosa in un bar di belloni che da proprio sul canale poi, una volta esaurite le solite interviste del dopo tappa, ci mettiamo a cercare un albergo. Su un ponticello ci imbattiamo in una coppia di Lugo di Romagna; ci raccontano di aver girato la Corsica e il Peloponneso in bicicletta ma di non aver osato affrontare il clima Norvegese. Quando ci confessano la loro invidia, Sandra gongola. Proviamo a sistemarci nel solito albergo della Fjord Pass ma è pieno; riattraversiamo il centro ed andiamo a provare nell’albergo degli italiani: pieno. La situazione precipita. Facendo appello al proverbiale fascino del ciclista stanco chiedo alla ragazza della reception se ci può trovare una sistemazione senza farci girare in lungo e largo. Dopo una telefonata ci manda al Rica Hotel. L’albergo è molto bello ma anche costoso. Ci facciamo la doccia e poi andiamo a mangiare. Dato che è il compleanno di Sandra viene approvato un emendamento alla finanziaria. Andiamo al Metz, un grazioso ristorante con vista sul canale. Nonostante Sandra sostenga di aver visto nella bacheca esterna un menù a prezzi abbordabili appena ci portano la carta ci rendiamo conto che stanno per tirarci la famosa legnata. Accanto a noi ci sono i felicioni francesi. Il cibo è tutto sommato soddisfacente anche se la cosa migliore sono le cameriere. La sera al rientro in albergo andiamo a vedere il paesaggio dalla stanza relax situata all’ultimo piano. Ci troviamo un gruppo di una ventina di italiani, alcuni dei quali impegnati in una partita a carte. La vista dell’imbrunire sul porticciolo di Alesund con l’oceano e le isolette davanti a noi è talmente bella che rimaniamo fino a tardi. Ci godiamo la situazione stravaccati in comode poltrone in amabile conversazione con alcuni simpatici turisti-bignami (protagonisti del mitico tour della Norvegia e della Finlandia in otto giorni).

8 Agosto
Alesund – Bergen
Allucinante trasferimento in bus

Lasciamo l’albergo verso le 10.30. Il battello postale passa da Alesund soltanto la notte all’una e quindi ci aspetta una lunga giornata d’attesa. Fa freddo e pioviscola: il gruppo procede in silenzio. Passiamo davanti alla stazione dei bus e scopriamo che quello per Bergen sta giusto per partire. Decidiamo di salire. Grazie al finanziamento della Banca Mondiale e ad un mutuo quarantennale facciamo i biglietti preparandoci per le comode 10 ore di pullman. Il viaggio, con cambio a Stryn, è allucinante. I protagonisti di quest’odissea in ordine d’apparizione sono: il rumoroso giapponese con i suoi smoccolii interni e i suoi rutti al salamino, la famiglia di felicioni francesi, l’antipatica che non si era accorta che doveva scendere a Stranda, e dopo il cambio, il ragazzo che odiava Sandra (ricambiato) con l’ebete della sua ragazza. Quando arriviamo a Bergen siamo completamente isterici ed è quasi notte. Dal finestrino del bus mi sembra di scorgere un’insegna dei Ranbow Hotel; scendiamo precipitosamente e andiamo a chiedere una stanza. L’albergo è il tipico hotel per comitive numerose: trasandato e con servizio impersonale. La camera che ci danno non è la suite, ma a quell’ora nessuno se la sente di girovagare alla ricerca di qualcosa di meglio. Per mandar via quel po’ di malumore accumulato nell’interminabile viaggio e accresciuto per la sistemazione ci facciamo la doccia e usciamo. Scopriamo che non volendolo siamo in posizione centralissima a poche decine di metri dal Bryggen. Diamo quattro morsi ad un tentativo mal concepito di pizza e torniamo a dormire.

9 Agosto
Bergen – Bergen
Giornata di riposo

Giornata di relax dopo lo stress del trasferimento. Facciamo i turisti “normali” fra bancarelle di pesce sottovuoto, Faffo, Gimmi e i ciclopoliziotti vestiti da chips ecologici. Sarà la giornata chiaramente primaverile, sarà che è ritornato il buon umore ma Bergen ci appare di gran lunga migliore rispetto a ieri. Ceniamo in un affollato ristorante con vetrata e vista sulla via principale. Accanto a noi un gruppo di rumorosissimi americani gareggia a chi ride più sforzatamente. A Sandra “prende l’urto” e come sempre succede in questi casi s’inasprisce, s’avvita su se stessa e accusa tutto in una volta gli stravizi nutrizionali assorbiti nei giorni precedenti.

10 Agosto
Bergen -Gol
Il grande freddo

Ci svegliamo presto per verificare se è possibile arrivare fino a Geilo in treno. Alla stazione, dopo aver acquisito la fidejussione di tutti i nostri parenti fino al sesto grado e aver oppignorato tutta la mia liquidazione, accettano di farci fare il biglietto con la carta di credito. Si parte. Scambio quattro chiacchiere con una norvegese che mi siede a fianco. Sandra prima ridacchia poi si innervosice.
Anche lei con le sue amiche farà la Rallarvegen. Dopo due ore arriviamo a Geilo. La temperatura è polare in compenso la visibilità è praticamente nulla. Sandra va a fare la spesa mentre mi congelo fuori. Decidiamo di partire subito. La strada per fortuna comincia subito a scendere in maniera lenta ma costante; col diminuire dell’altitudine la temperatura comincia a risalire. Passiamo Hol, andiamo a vedere la Stavkirche di Torpe e arriviamo a Gol verso sera mentre sta iniziando a piovere.
Giriamo per circa un ora poi finalmente decidiamo per una camera nella pensione all’inizio del paese. Il gestore -pare originario di Forcella – ritocca subito il prezzo scritto all’esterno; la stanza ricorda vagamento lo splendore della casa di Dustin Hoffman in “Un uomo da Marciapiede”. Dopo una piccola discussione decidiamo di ribellarci, riprendiamo le borse e riportiamo le chiavi al gestore dicendo di aver cambiato idea. Fuori piove. Lasciamo Gol in silenzio.
Già infuriano le solite polemiche sulle sistemazioni della carovana del giro. Due chilometri fuori del paese troviamo un campeggio e sensatamente decidiamo di fermarci. Prendiamo una cabin risparmiando, a parità di pulizia, circa la metà. Il campeggio si rivela invece una gradita sorpresa. I bagni sono pulitissimi e io provo addirittura la sauna. La sera mangiamo nel piccolo ristorante del campeggio, da soli. Anche qui la cucina era triste orfana di Vissani.

11 Agosto
Gol – Noresund
Giochi fatti, tappa interlocutoria

Ripartiamo da Gol puntando verso sud. Ci fermiamo a fare colazione a Nesbyen e poi continuiamo a ridiscendere la vallata dell’ Hallingdal. Il cielo è sempre coperto ma la temperatura è accettabile. Verso ora di pranzo arriviamo a Fla :una manciata di case e un caffè. Ci fermiamo per mangiare i soliti panini. Legato ad un albero un cane è in attesa dei padroni. Quando arrivano facciamo conoscenza e Sandra come al solito si fidanza con il simpatico Hakiro. Dopo dieci minuti di amabile conversazione i norvegesi se ne vanno e noi mangiamo. La temperatura scende improvvisamente e per riscaldarci, dopo il lauto pranzo, andiamo a prendere un caffè caldo.
La strada diventa subito sterrata; dopo aver superato un cancello e costeggiato i binari della ferrovia, comincia a salire decisamente. Il gruppo si sgretola. Ci rendiamo conto che il percorso molto bello è in realta più adatto alle mountain bike. Mentre ancora stiamo salendo comincia a piovere. Ci fermiamo per prepararci al peggio. Ma il temporale non arriva e dopo qualche goccia troviamo la discesa che di lì a poco ci porta a Noresund. Il paese tutto sulla strada è più piccolo di Fla. Memori della lezione di Gol ignoriamo la pensione all’entrata e andiamo a sentire il prezzo di una camera nell’altro albergo del paese proprio alla fine delle abitazioni.
L’albergo Sole, praticamente invisibile dalla strada per gli alberi che lo circondano è una affascinante sorpresa. La costruzione a due piani è moderna ma molto accogliente; davanti al corpo principale una piccola dependance più bassa crea una piccola corte proprio davanti all’entrata. L’offerta che ci aveva attratto vale naturalmente solo per la dependance, anche se la ragazza-sigaretta della reception si affretta a precisare che magnanimamente la direzione ci consente di mangiare in albergo. Dopo un breve sopralluogo decidiamo di accettare. L’ultima sera di viaggio la Norvegia ci lascia una sensazione di grande relax. L’albergo è semivuoto a parte una comitiva di anziani tedeschi e una troupe televisiva. Dopo mangiato ci sediamo nel salone che con le sue grandi vetrate offre una riposante vista sul prato è più in là sullo allo stretto lago formato dal fiume.

12 Agosto
Noresund – Oslo
La kermesse finale

Dopo una colazione che il buon Omer a braccia alzate accoglierebbe con un “Mitica”, partiamo per l’ultimo tappa. Fatti pochi chilometri la strada lascia il lago e sale addentrandosi in un fitto bosco dove qua e là sbucano frequenti i tetti dei cottages. Il sole sembra prevalere sulle svogliate nuvole trasparenti. Oltrepassata Sokna proseguiamo sempre sulla Rv 7 verso Honefoss. A poche centinaia di metri dall’entrata del paese, subito dopo uno svincolo si abbatte sul gruppo la maledizione di Salisburgo. Buco la ruota posteriore. In una ola di moccoli cominciamo a smontare le sacche. Il pensiero va’ subito a Stefano e all’ultima tappa del giro d’Austria del 1988 quando il furioso, in piena volata, bucò a cento metri dal cartello che segnava la fine del viaggio. Mentre mi accingo a smontare la ruota ci accorgiamo che è fissata con un bullone. Passo mentalmente in rassegna la nostra ridicola dotazione di attrezzi e rabbrividendo mi rendo conto che non abbiamo una chiave adatta. Mentre inizio a comporre una apposita litania di imprecazioni, Santa Sandra, protettrice dei meccanici italiani in Norvegia, pesca il Jolly. Frugando in una sacca tira fuori l’unica chiave che non si sa come si era portata dietro dall’Italia. In poco riesco a liberare la ruota e cambio la camera d’aria. Dopo una serie Vivarelliana di moccoli riesco in qualche modo a gonfiare la gomma con la pompa farsa dell’orco; poi impieghiamo una interminabile mezz’ora prima di riuscire a rimontare la ruota. Proprio mentre stavano arrivando i giudici del guinnes dei primati per ufficializzare la prestazione con un colpo di genio riesco nell’impresa. Completamente anneriti dal grasso della catena ripartiamo anche se la mia ruota posteriore è pericolosamente a terra. Non abbiamo neanche il tempo di preoccuparci perché dopo neanche cinque minuti arriviamo alla stazione ferroviaria. Dopo esserci fatti fare un preventivo del costo dei biglietti per Oslo, memori delle passate esperienze, decidiamo di mettere in concorrenza il trasporto su gomma con quello su rotaie. Come già ad Alesund arriviamo alla fermata appena in tempo; chiesto il prezzo del biglietto abbiamo solo il tempo di scaricare le sacche e tirare le biciclette nel bagagliaio posteriore. Dopo un oretta di viaggio, tutto nella sconclusionata periferia di Oslo, arriviamo alla stazione acclamati dai vari Jimmi, Tappo Flo e compagnia. Rifaccio la fila allo stesso sportello del giorno dell’arrivo e chiedo alla ragazza, meno gentile della prima volta, una camera in un albergo della Rainbow Hotel. La sistemazione come al solito non è esaltante ma senza innescare inutili polemiche ci accontentiamo. Riportiamo le biciclette all’orco che quando mi vede con la maglietta a maniche lunghe della FAM va via di testa. Mentre Sandra fa’ la civetta con lo spagnolo, sostituto del polacco (si dice mangiato dall’orco durante una discussione), io e l’Immenso ingaggiamo una trattativa serrata stile bazar arabo. L’orco vuole a tutti i costi la maglietta proponendomi uno scambio con una della Dbs. Rifiuto sdegnato. Disperato prova con un’offerta in denaro. Niente da fare. Grazie all’intervento di alcuni mediatori internazionali troviamo finalmente un accordo: lui ci fa’ un sostanzioso sconto e io prometto solennemente (e non sulla testa del presidente della Sampdoria ) di mandargliene una al nostro rientro in Italia. Affare fatto. Forse a causa della mente intorpidita dai muscoli ci concede uno sconto di 1200 corone (quasi 270.000) e ci regala due cappellini della Trondheim -Oslo (quella che lui sostiene essere la più lunga corsa ciclistica al mondo). Ancora con indosso i vestiti da bici ritorniamo a piedi in albergo euforici per l’esito della trattativa. Sulla strada Sandra affamata scova un localino gestito da un simpatico ragazzo Iraniano dove facciamo merenda. La sera Sandra porta all’incasso la cambiale che avevo firmato al nostro arrivo e trascinandomi a mangiare in uno dei ristoranti che si affacciano sull’ Aker Brygge. Mangiamo male ma in compenso spendiamo tanto. Smaltiamo la delusione passeggiando per il centro di Oslo.

13 Agosto
Oslo
Turisti per caso

Dopo la colazione riesco a convincere la ragazza della reception ad apporre il fatidico quarto ed ultimo sigillo sulla brochure dello Scan Pass.La leggenda narra che il quarto sigillo dovrebbe consentire a chi lo consegue di ottenere un pernottamento gratuito in un albergo della catena…..dovrebbe. Riassaporata l’indescrivibile sensazione di quando all’ultima figurina dell’ultimo pacchetto trovavi Pizzaballa e finivi l’album dei calciatori, raduniamo la miriade di sacche e sacchetti e c’incamminiamo verso il Frogner Hotel. Dopo circa venti minuti di sofferenze ci accorgiamo di aver sbagliato strada. Nasce un piccolo battibecco sulla capacità di orientamento; una volta sedato cambiamo direzione e con l’immancabile tram arriviamo in albergo. Per fortuna ho l’intuizione di chiedere conferma della prenotazione della camera; ottenutala estraggo a mò di Durlindana il malefico poker di timbri. L’effetto è devastante. Sulla reception cala il gelo. La ragazza barcolla, indietreggia come un vampiro alla vista dell’aglio e chiama la responsabile. Questa, evidentemente seccata, ingoia il rospo ma si vendica rifilandoci la solita camera ciofeca (e non la doppia che avevamo prenotato). Esultiamo lo stesso e decidiamo di investire subito parte dei risparmi dall’Iraniano. Riempito lo stomaco con insalata e faeta passeggiamo per il centro mentre sulle nostre teste comincia ad incombere la solita spada di Damocle dei regalini. Girovagando senza meta ci imbattiamo in uno dei concerti dell’ Oslo Jazz Festival; i musicisti assiepati sul piccolo palco sembrano sufficentemente bravi da richiamare un buon numero di spettatori. La temperatura mite e il sole fanno si che Sandra decida di rimanere ancora un po’; io in onore di Massimo vado al Munch Museum per vedere l’ Urlo. Ci diamo appuntamento più tardi al Frogner. La sera mangiamo in centro in un affollatissimo ristorante con vaghe origini italiane; dopo aver assistito al furto della borsetta di una cliente e aver sentito qualche canzone da un artista di strada (fra cui l’immancabile Norwegian Wood ) torniamo a dormire.

14 Agosto
Oslo – Roma
Il rientro

Si torna a casa. Un guasto all’impianto elettrico quando siamo già saliti sull’aereo della Virgin ci costringe ad un’attesa di mezz’ora. Sandra, forse per il mancato funzionamento dell’impianto d’areazione, svalvola alla Bergkamp. (l’attacante olandese dell’Arsenal che ha il terrore degli aerei e fa tutte le trasferte della sua squadra in macchina). Riesco a sedarla solo quando scendiamo a Bruxelles con una dose massiccia di souvenir. Più tranquillo il secondo volo fino a Roma anche se verso la fine il minipietrino versione saputello accanto a me rompe gli argini. Arriviamo accolti dai soliti invasati. Durante il viaggio di ritorno, per una crisi dovuta alla prolungata astinenza da carboidrati, veniamo ricoverati a Orbetello Scalo dal Cavaliere: aiutati dai nostri accompagnatori ci rimettiamo in sesto con una dose massiccia di pasta e pesce. A notte inoltrata ritroviamo la nostra Grosseto.

Il Viaggio Fai da Te – Hotel consigliati in Norvegia

 

 
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