di Elisabetta Sormani –
Non so dove mi porterà questo scrivere. Non sono una travel blogger, con le foto sono una schiappa e non ho presunzioni letterarie. È un omaggio a questa magica terra e ciò che spero è di riuscire a trasmettere un po’ della mia emozione. Perché ci sono luoghi che non cercano di piacerti, ma a cui scopri di somigliare.
Appunti di una fuga necessaria
Avevo bisogno di stare sola, per ascoltarmi senza interrogarmi, per lasciarmi essere, per riconoscermi.
Escludo categoricamente il mare, troppa frenesia, troppo rumore e troppo caldo. Non è ciò di cui ho bisogno. È pace che cerco e lentezza.
Camminare per sentire il fiato corto e il cuore che batte a ricordarmi età, fatica e mancanza di allenamento. Sola, per la prima volta. Io e me, insieme dopo tanto tempo.
Certo, qualche timore c’è, ma non voglio che la paura mi impedisca di fare ciò che desidero. La paura è un’ottima compagna, una consigliera fidata.
Scarico un’app trekking e scelgo percorsi facili e per quanto possibile panoramici: gli occhi portano all’anima ed è la mia che devo raggiungere. Programmo qualche visita a borghi e città. Scelgo itinerari da percorrere con lo sguardo.
Preparo una valigia leggera con lo stretto necessario – i viaggi in moto mi hanno insegnato l’essenzialità – appesantita solo dal notebook. Salgo in macchina.
La strada è discretamente lunga e il tempo non dei migliori. Farò tappa per pranzo e salirò lentamente, fuori da questa autostrada che mi annoia. Le ore di guida non mi preoccupano: preferisco attraversare paesi, fermarmi ai semafori, lasciar passare pedoni, piuttosto che superare TIR e respirare i loro scarichi.
22.08.2025
E così, ieri, è cominciata la mia prima vacanza in solitaria.
Da selvatica quale sono non ho scelto il mare in un hotel all inclusive. No. Ho optato per un albergo adorabile in Carnia.
Questa terra mi ha stregato già in passato. Avevo bisogno di verde, di foreste e acqua, di silenzio. Di arte, cultura e di questa gente un po’ ruvida che ti osserva con misura ma poi ti sorprende quando meno te lo aspetti.
La vista del Tagliamento mi fa sentire piccola.
Mi fermo a Spilimbergo. Piove che metà basterebbe, ma non importa: vado!
Dall’ufficio turistico esco un po’indispettita e senza walking tour, ma sono attrezzata: con l’app Borghi Belli FVG faccio il mio giro. Sui pannelli accanto ai punti di interesse c’è un utilissimo QR Code, bravi!
Mi regalo anche un pasticcino sotto i portici, intanto il tempo migliora.
Ora la domanda è: come arrivo a Enemonzo?
Ho due possibilità: una superstrada veloce e scorrevole oppure la Val Tramontina.
Ovvio, no?
Scelgo la Val Tramontina. Un’infinità di tornanti, ma mi sono divertita. In fondo questa vacanza è anche una sfida a me stessa: alle mie capacità e alle mie paure.
Arrivo al mio alloggio e sorpresa: Giacomino si è incasinato con le prenotazioni.
Per due notti dormirò a Villa Santina in un alloggio che ha una stella in più, dove si mangia come in mensa e temo che i copriletto siano lì da qualche anno. Ma sono in vacanza e non faccio storie.
Attendendo l’apertura della reception dell’albergo – che è chiusa sino alle 17.30, calorosa accoglienza Friulana – decido di visitare una basilica paleocristiana nelle vicinanze.
Ovviamente mi perdo nei prati perché mannaggia se ci sono indicazioni.
Ma anche questo non importa, ho tempo e lo uso.
Sono in pace.

Giorno II – Tra strade lente e piccoli smarrimenti
Amo questa gente e questa terra per la loro genuinità ed il passo quotidiano. La Carnia non è invasa dal turismo di massa — salvo rare eccezioni — e questo la preserva. O almeno così mi piace pensare.
Qui ci sono strade bellissime, di quelle per cui non importa quanto tempo impieghi.
L’attorno merita lentezza. E infatti guido come un pensionato col cappello.
Certo in moto è stata tutta un’altra storia, ma quelle strade – quelle del comprendersi – si sono divise e questa volta viaggio sola affidandomi alla mia piccola auto, che su queste montagne si comporta con una serietà quasi commovente, come se sentisse il dovere di non deludermi.
A una strada però mi son sentita di dover rinunciare. La Panoramica delle Vette. Una tentazione per me. Ma non la conosco, è in parte sterrata, stretta, e l’idea di trasformare l’ardimento nell’imbarazzo di dover chiedere aiuto mi ha consigliato prudenza. L’imprevisto fa parte del viaggio, l’azzardo anche no. La Panoramica resterà un desiderio sospeso. Per ora.
Questo, comunque e come era prevedibile non mi ha impedito di incasinarmi altrove. Benedetta la mia curiosità.
E quindi faccio come Tigro e salto in lungo e in largo con il balzo di rimbalzo da un estremo all’altro della Carnia.
La Val Pesarina è un piacere di guida e di paesaggio.
Sosta obbligata alla chiesetta di San Leonardo – chiusa – e a Pesariis, il paese degli orologi.
È mattina presto. C’è movimento solo attorno ad una botteguccia alimentare all’ingresso del paese, le donne mi guardano un po’ curiose, il resto è silenzio. Gironzolo osservando le installazioni e alcuni edifici che meritano attenzione.
Merita attenzione anche il fatto che riesca a perdere l’orientamento in un posto dove perdersi è praticamente impossibile.
Cercando un orologio che non trovo, imbocco una strada che mi porta fuori dal borgo. Una signora sta sistemando il giardino: alza il capo, sorride e mi saluta. Piccolo gesto gentile.
Sì, però ora vorrei un caffè.
E niente.
Due o tre ristoranti, trattorie, osterie — o quel che sono — rigorosamente chiusi. Neppure l’ombra di un bar. Sono le nove e mezza del mattino e qui il tempo ha evidentemente altre priorità. Il caffè vado a berlo a Prato.
Il tempo sembra dilatarsi o rallentare quando sei solo. Non ci sono soste “tiralungo”: lo devi attraversare e così finisci per essere sempre in movimento. Risalgo in auto direzione Sella di Razzo.
Sì, lo so, sto sregionando – non sragionando – ma mi piacciono i percorsi ad anello e per quanto lunghi mi regalano luoghi. Sono qui per questo.
La strada sale e sale e i colori cambiano con la quota, si attenuano, perdono saturazione e si aprono all’essenzialità. Una poesia di Montale fa capolino alla memoria.
All’arrivo una vista spettacolare che mi incanta.
Mi dolgo di non aver scelto qualche passeggiata quassù, ma avendo messo gli scarponi l’ultima volta trent’anni fa ho optato per passeggiate “family”. Se alla mancanza di allenamento aggiungo le sigarette e il fatto che in montagna non si dovrebbe andare soli, non potevo certo fare altrimenti.
È ora di pranzo e devo superare l’imbarazzo di mangiare da sola.
Imbarazzo che dura esattamente il tempo necessario ad attendere un bel piatto di polenta e cervo. Mezz’ora al sole e riparto: è il momento di provare le nuove scarpe da trekking e, soprattutto, me.
Direzione Lateis, passando per Sella di Rioda e la bellissima strada della Val Lumiei. I tornanti ancora una volta non me li faccio mancare e a ogni curva lo sguardo rimanda al cuore ciò che gli occhi vedono. Si intravede il lago di Sauris, così turchese che si stenta a crederlo.
Arrivo e ho la sensazione di disturbare questo luogo: case sparse, prati verdi, silenzi ordinati. Vorrei non fare rumore, non dare fastidio, mi sento come ospite in casa altrui.
Ora però comincia il bello. Da qui parte il sentiero Klomen che attraversando un bosco di larici mi porterà sin sopra il lago. Il bosco… azz! E poi ho voluto i bastoncini e ora devo imparare ad usarli: piede destro, bastoncino sinistro… Ogni tanto perdo la sincronia, ma è quasi ovvio per me, che nella vita inciampo anche da ferma.
Prima un prato in pendenza, di quelli che ti fanno zoppa e sbilanciata, poi il bosco.
Ed è lì che mi viene il dubbio: ma non c’è proprio nessuno?
E se incontro un animale?
In Friuli gli orsi ci sono – o almeno così ho letto – e ho letto anche cose assai creative su come comportarsi se ne incontri uno.
Dovrei farmi sentire, dicono.
E come? Canticchiando? Parlando da sola?
Sì, forse quello l’ho fatto davvero, mentre avanzavo chiedendomi chi me l’avesse fatto fare.
Ma ci sono i ciclamini a consolarmi e darmi coraggio.
E così, seppur con un po’ d’ansia, aggirando alberi abbattuti e guadando un piccolo torrente, faccio ciò che mi ero ripromessa.
Poi eccolo il lago visto dall’alto.
Mi fermo, incantata.
Né orsi né lupi: sono salva, e ciò che vedo mi ripaga generosamente, come solo la bellezza della natura sa.
Ho fatto ciò che volevo fare, nonostante qualche timore, un po’ di fiatone e un discreto dialogo interiore e non solo (sia mai gli orsi).
Insomma, mi congratulo con me stessa. E per oggi può bastare.


Giorno III – Tra città, biscotti e piccoli trionfi
È sabato e, se succede come dalle mie parti, qui in Carnia ci sarà l’invasione dei weekendisti. Quindi faccio la cosa che credo più logica: vado a visitare città.
A Udine trovo un parcheggio sotterraneo in Piazza I Maggio a 0,70 €/ora. Settantacentesimi. Controllo due volte. Non è uno scherzo. Udine parte già benissimo.
Sfrutto la mia FVG Card per una visita guidata del centro. La guida è una sorridente signora tedesca che vive a Udine da decenni: una di quelle persone che appena iniziano a parlare, capisci che ascoltarle sarà un piacere. E così è.
Quando arriviamo in Piazza San Giacomo — che non si chiama così — resto letteralmente a bocca aperta. Ci sono città a cui non pensiamo mai e che invece ti innamorano con una bellezza imprevista.
Cerco un posto dove mangiare, ma è sabato: tutto pieno. Tutto.
Ma non erano andati per monti i weekendisti?
Giro, guardo e riguardo, chiedo a Maps come se fosse un amico personale: niente.
Per fortuna ho i biscotti nel bagagliaio. Mi accontento. Di fame non si muore vorrà dire che stasera farò onore alla cena di Giacomino.
Riparto sgranocchiando biscotti e arrivo a Gorizia, dove – vista l’ora – l’ufficio turistico chiuso per pausa.
Decido di ingannare il tempo in gelateria.
Ma noi inganniamo il tempo o è lui che inganna noi?
Non ho prenotato la visita guidata: parte alle 16.00, dura quasi due ore e io sono a più di 100 km da Colza. Opto quindi per un walking tour, che è una scelta elegante per dire “vado un po’ dove capita” o, forse meglio, dove capisco che l’audioguida mi indirizza.
In ufficio c’è una signora gentilissima che mi fa scaricare l’app.
Mentre attendiamo autorizzazioni varie, noto le borse promozionali di tela blu, identiche a quella della guida di Udine: IO SONO FVG.
Io invece sono timida.
Non sono mai riuscita neppure a contrattare con un vù cumprá in spiaggia.
Però quella borsa mi piace da morire.
“Quelle le vendete?”
“Mi spiace, no. Sono gadget che omaggiamo ai giornalisti… ma sa una cosa? Lei mi sta simpatica. Gliela regalo.”
In quel momento sono ancora Tigro e salto in lungo e in largo con il balzo di rimbalzo dalla gioia.
Ho superato un mio piccolo limite, ho osato una faccia tosta che non mi appartiene e, per qualche minuto, mi sento anch’io un po’ FVG.
Poi vago per la città, salgo fino al castello… ma sono stanca.
Davvero.
Tanti chilometri, il pranzo saltato, troppo camminare.
Torno.

25.08.25
Ieri ho deciso per un fuori programma, diretta a Zuglio per visitare i reperti romani – e non solo – ho deviato per la Pieve di San Pietro in Carnia, la più antica del territorio.
Solite strade belle ma tortuose e strette e poi sorpresa! La Pieve è in ristrutturazione con tanto di gru che la sovrasta! Uff!
Mi guardo attorno: due tizi appena scesi dall’auto. Ci si sorride.
“Son venuta a San Pietro per nulla…”
“Eh no! Sono io San Pietro e ho le chiavi”.
Il custode della Pieve (che imprevedibile fortuna!) non solo mi fa entrare, ma mi porta anche a visitare l’ossario normalmente chiuso al pubblico. Non ci si pensa mai che fino al ‘700 la gente veniva sepolta dove era stata battezzata e così c’era la staffetta dei portatori, quelli più alti davanti e i più bassi dietro e viceversa che attraversavano la valle portando i defunti fin qui.
La sacrestia è un mezzanino affrescato che è un incanto.
Da quassù la vista sulla Val del But è spettacolare.
Hanno depredato moltissimo questo luogo e l’assurdo è che non sono stati gli austriaci o gli ungheresi dopo la Prima guerra mondiale, né i tedeschi o i cosacchi dopo la Seconda.
No! Siamo stati noi dopo il terremoto.
Come sempre ci distinguiamo.
Prima di San Pietro ero passata al Santuario della Madonna di Trava – chiuso anche quello.
Storia particolare: pare che portassero i bambini nati morti per dargli vita il tempo il tempo necessario al battesimo.
Zuglio ha un museo molto bello ed in continuo ampliamento.
Io che non sono tanto da musei me lo sono proprio goduto. Bravi!
La chiesetta di San Nicolò di Alzeri con annesso l’Ospitium, così come la Basilica paleocristiana di Villa Santina avrebbero bisogno di un po’ più di cura ed evidenza.
Cercivento, La Bibbia a Cielo Aperto.
Più che aperto il cielo era chiuso, bigio e piovigginoso.
Arrivo nella piazza centrale dove mi attende una delle belle opere disseminate per il paese.
E ora come trovo le altre?
Cerco un pannello che indichi la dislocazione e non lo vedo.
Poi mi diranno che era proprio lì in piazza: o sono stordita — ipotesi non da escludere — o magari era nascosto da qualche mezzo parcheggiato.
Fatto sta che non trovo nulla, e passeggiando per le vie mi perdo più di quanto vedo.
Intanto la pioggerella insiste.
In giro non c’è nessuno.
Dopo un po’di acqua e anche un po’ di freddo, decido che basta così. Tornerò.
Scegliere di fare una vacanza sola un po’ mi aveva preoccupata:
Cosa farò?
E se capita un imprevisto?
E l’imbarazzo del pranzare o cenare soli?
E se perdo la strada e la connessione?
E se, e se…
Decidere di partire è stato facile.
Ho scelto una terra di cui mi ero innamorata e di cui ancora volevo sapere e vedere.
Il resto è venuto da sé, come un gioco che si impara mentre lo si fa.

Giorno IV – Tra laghi immobili e equilibri precari
Destinazione: anello dei Laghi di Fusine.
Lontani, ma irrinunciabili.
Passeggiata assolutamente “family” o almeno così credevo.
C’è molta gente, ma questo non toglie nulla all’incanto del luogo: acqua e foresta. Colori intensi.
Respiro profondamente, attenta a dove metto i piedi perché il bosco è un possibile e continuo inciampo.
È un periodo emotivamente difficile, questo mio.
Ho scelto la destinazione della vacanza d’istinto, affidandomi alla memoria di un benessere già provato e alla speranza di ritrovare qui la mia anima che ultimamente è un po’ ammaccata dagli scossoni della vita.
Ancora una volta devo riconoscere che certe decisioni di pancia risultano vincenti. Poi certo, l’istinto non si occupa dei dettagli pratici, ma non possiamo pretendere tutto.
Scaduto il tempo di sosta, di spritz e di pensieri torno in strada.
Pranzo in un chiosco – ma non so dire dove sono – che si chiama La Bettola, frequentato da lavoratori del luogo che mi osservano come si guarda chi è evidentemente fuori contesto. Probabilmente sembro una che ha sbagliato strada… della vita?
Sono pronta per l’Orrido dello Slizza, che già dal nome lascia intendere che potrebbe finire male.
Fatico un po’ a trovare l’avvio del percorso – pare che perdermi dove è semplice sia una mia specialità – ma poi la discesa è verso la bellezza.
Risalendo – alé – mi slogo una caviglia: una distorsione non grave, ma sufficientemente dolorosa da riportarmi alla realtà.
E ora?
Come faccio io domani e dopo?
Ripenso agli scarponi lasciati a casa: lo sapevo. Lo sentivo proprio. Ma ho ignorato il segnale.
Posso sopportare il dolore, ma non rischiare nuove slogature.
Seguire l’istinto va bene, ma portarsi dietro le scarpe giuste sarebbe stato meglio.
Per ora cammino piano, cercando di farlo sembrare una scelta e non una resa, con quella dignità un po’ traballante di chi finge che sia tutto sotto controllo mentre ogni passo è doloroso.
E se passassi da Sella Nevea?
Al rifugio, due anni fa, vidi una maglietta “Divisione Julia”: la compro, non la compro, mi piace, posso fare senza…
Morale: non l’ho presa.
E oggi non la prendo neppure, perché il rifugio è chiuso. Forse definitivamente.
L’ho cercata anche sul web: niente. Sparita.
Come tutte le cose che valuto troppo a lungo.
Tentennare talora diviene rimpianto.
Ma non tentenno oltre e vado in farmacia per pomate e antidolorifici.

Giorno V – Una giornata perfettamente storta
A colazione chiedo dove posso andare ad acquistare un paio di scarponcini “da sbarco ed emergenza”.
Detto, fatto.
Parto per Fontanone Barman: a parte essere parzialmente transennato, non c’è acqua.
Fontanone senz’acqua.
Cominciamo bene.
La breve passeggiata attraverso il Parco delle Prealpi Giulie molto bella, ma niente fontanone quindi obiettivo mancato.
Amen, riparto.
Siccome ricordavo bella la zona, decido di passare da Sella Carnizza.
Eh! potevo anche ricordarmi com’era la strada!
A malapena passavano una macchina e una moto — ma solo nei tratti ottimistici. Ovviamente senza protezioni laterali e con la connessione inesistente, così da vivere l’esperienza immersiva fino in fondo senza neppure sapere quanto sarebbe durata né dove mi avrebbe portata.
Sola, su strada strettissima, con i miei pensieri e le mie pessime decisioni.
Porca miseria Betta! Tanto valeva andare a fare la Panoramica!
Ma arrivo a destinazione, con la saggezza di chi ha appena imparato qualcosa e probabilmente lo dimenticherà presto.
Destinazione: Anello Pradielis – Micottis.
Non ero molto convinta già settimane fa, nonostante l’app FVG Outdoor – rafforzata dalla versione completa e a pagamento – lo indicassero come percorso TOP.
Ma d’altronde non può essere tutto un Laghi di Fusine, troppo facile: ogni tanto bisogna rischiare e fidarsi. D’altronde sono alla scoperta.
La passerella risulta in disuso e l’app mi segnala un avvio alternativo.
Avvio che, come da copione, non trovo.
Mi fermo in panetteria per un panino e mi confermano che è inaccessibile da tempo, ormai conquistato dai rovi.
Aggiornare le info app non sia mai.
Mi suggeriscono di fare l’anello al contrario.
E io eseguo.
Il sentiero si addentra nel bosco: niente vista, discreto dislivello, terreno sconnesso — insomma, un sogno per la mia caviglia già compromessa.
Però ci sono ciclamini selvatici e profumo: compensano poco, ma ci provano.
Arrivo in cima e toh! Compare una strada asfaltata. Fa caldo.
La seguo in discesa fino a Lusevera, dove c’è un Museo Etnografico che avrei visitato volentieri… se fosse stato aperto.
Ma non lo è.
E non si sa neppure quando lo sia, perché ovviamente non c’è uno straccio di orario.
Suspense culturale.
Ora: provare a farmi localizzare dall’app, ritrovare il sentiero e scendere per chiudere l’anello al contrario non è un’opzione valida visto che è inagibile nella sua parte finale.
Potrei provarci, certo. Lanciarmi in un’avventura nel sottobosco, senza sapere però dove finisco…
Quindi che faccio?
Torno su e poi ridiscendo da quel percorso disagevole e francamente insignificante?
Ma va.
Proseguo sull’asfaltata per qualche chilometro, raggiungendo l’auto con il fastidio di chi ha mollato nell’unico modo possibile.
E ora? Giornata inconcludente ed è presto per rientrare.
Mi consolo con un caffè e un’aranciata non amara — rarità assoluta — al chiosco del lago di Cavazzo.
Finalmente una cosa senza senza imprevisti oggi, solo la visita qui lo era.
Bon.
Direi che ora è il caso di togliermi gli scarponi nuovi, che mi stanno massacrando le caviglie.
Domani ci sarebbe Sappada in programma e preferirei affrontarla con i piedi ancora utilizzabili.


Giorno VI – Il sentiero c’era (solo non so dove)
E così oggi si torna a Sappada, un vero gioiello.
Io, visto il risultato, meno.
Parto da Cima Sappada gagliarda ed entusiasta per la mia passeggiata ad anello: auricolari nelle orecchie e app che sostiene di guidarmi.
Si parte dalla zona boschiva, poi si attraversa il Piave e si ritorna passando per le borgate.
In teoria.
Dopo qualche centinaio di metri l’app comincia:
“Sei uscito dal percorso, il tuo percorso si trova 50 metri dietro di te”.
Mi volto, torno indietro… non c’è nulla.
Riprendo a camminare e la vocina — chiaramente convinta di avere ragione — ricomincia.
Non vedo alcun sentiero, solo tracce di trattori e il rumore delle motoseghe. Perfetto.
Vago per una decina di minuti un po’ sperduta, finché uno dei boscaioli mi viene in aiuto e mi indica il sentiero, che ovviamente è da tutt’altra parte rispetto a dove l’app continuando a blaterale insiste a spedirmi.
Gli scarponi fanno male.
Sarà che sono economici, sarà che io ho aspettative troppo alte dalla vita… fatto sta che le caviglie protestano: i ribattini di metallo dei gancetti picchiano ad ogni passo sulle caviglie.
Sono costretta ad allentare le stringhe e lasciare slacciato l’ultimo passante, con un effetto estetico discutibile e una sicurezza che non vale niente.
Cammino, cammino e a un certo punto non ho più idea di dove mi trovi.
Il bosco è bello e profumato: felci, fioriture spontanee, silenzi che ti entrano dentro.
Camminare azzera i pensieri, talmente azzerati che nonostante l’app sia silente come a suggerire ch’io sia sul percorso corretto, mi sa che ho perso il sentiero.
Doveva essere un tracciato da percorrere in meno di tre ore e io dopo quasi due sono ancora da questa parte del fiume, evidentemente in una dimensione temporale e spaziale alternativa.
L’abitato di Sappada di fronte sembra finire e il ponticello che avrei dovuto attraversare come prevedibile non l’ho trovato.
Decido per una manovra tecnica: mi butto giù per un prato ripido.
Ovunque mi porti, troverò un modo per passare sull’altra sponda.
E lo trovo: sono a borgata Bach.
Raggiungo il ponte di Muhlbach e mi fermo per una sigaretta, uno scatto, poi riparto.
Dopo qualche centinaio di metri ho una sensazione strana: mi manca qualcosa.
I bastoncini!
Li ho lasciati al ponte.
Dietrofront.
Osservo il Piave e decido che le Borgate le visiterò la prossima volta.
Ho più di tre chilometri per recuperare la mia auto.
Tanto so già che torno, non c’è due senza tre.
Per oggi ho dato. Vado a spalmarmi ancora un po’ di pomata.

Giorno VI – il rientro
Oggi si torna ahimè verso casa.
Avrei voluto fare l’anello di Pani e partire nel pomeriggio, ma il cielo ha detto no ed ha pensato di regalarmi un po’ di acqua.
E va bene così: vacanza finita.
Me la prendo con calma, godendomi le ultime ore in questo regno di pace.
Poi si va.
Viaggio di ritorno discutibile tra tempo piovoso e fastidi vari che non meritano spreco di parole – forse dovrei dedicare loro altro scrivere, ma non sarebbe spiritoso quindi presumo non lo farò mai.
Non ricordo neppure se ho pranzato oppure no.
Mentre guido verso casa, ho la sensazione che qualcosa di me sia rimasto lì, in Carnia.
O forse più semplicemente qualcosa si è rimesso al suo posto dentro di me.

Extra – Ritorno in Carnia – aprile 2026
E come era quasi scontato sono tornata in Carnia per qualche giorno appena mi è stato possibile.
A Sappada c’era ancora un po’ di neve nel bosco, ma stavolta ero attrezzata in modo adeguato ed è stato bello sentirne lo scricchiolio sotto i piedi mentre cercavo di mantenere l’equilibrio per non trovarmi col sedere per terra.
Le borgate certamente meno fiorite che in piena estate, ma finalmente le ho visitate ed ascoltate una per una grazie a Borghi Belli FVG.
Il quotidiano di fuori stagione ha un fascino che non si può spiegare: bisogna starci dentro, respirarlo, lasciarlo accadere.
Finalmente sono riuscita anche a fare l’anello di Pani: un incanto.
Ho guadato un torrente e i miei vecchissimi scarponi – stavolta non li ho dimenticati a casa – non solo non si sono frantumati nel cammino, rischio possibile visto che hanno una trentina d’anni, ma non hanno trattenuto neppure una goccia d’acqua.
Ah, a qualcuno – loro non io – l’invecchiamento non fa paura.
Nuovamente una degustazione del prosciutto di Sauris e poi Forni di Sotto per Le Vie dell’Acqua.
È stata un po’ una caccia al tesoro, ma alla fine son riuscita a trovare tutte e tre le belle fontane.

11.04.2026
Qualche sera fa, il proprietario dell’albergo, scambiando una battuta, ha definito i friulani “poco ospitali”.
Oggi la guida che ci ha accompagnati al coronamento della Diga del Vajont ha detto che son “gente di poche parole”.
È vero: non sono calorosi, non sono espansivi e apparentemente non accoglienti.
Però Giacomino si ricordava della mia slogatura alla caviglia dello scorso agosto, così come del mio essermi complimentata per il suo fegato alla veneta e me l’ha preparato per cena
Le poche parole sono una benedizione, tanto più se il silenzio è accompagnato da un sorriso o una premura.
Le persone ti salutano mentre passeggi per un borgo.
Questa gente mi piace, non foss’altro che io son quasi più malmostosa di loro, quindi sai che problema.
Vivi e lascia vivere.
Se hai bisogno ti aiuto – vedi il boscaiolo – altrimenti ti auguro una buona giornata.
Alla prossima amata Carnia.
Si conclude qui il racconto della mia avventura in Carnia, spero di non aver annoiato troppo gli amici a cui toccherà in sorte di leggermi.
Vivo sul lago di Como, alle spalle il Resegone, la Grigna a pochi chilometri, la Valtellina è una gita fuori porta.
Guardando fuori dalla finestra spesso mi son chiesta perché mi sia innamorata della Carnia quando qui c’è altrettanta bellezza, ma è una domanda stupida. Perché l’amore è così: ti prende.
Che poi sia chiaro, questa regione non è mica solo Carnia.
Pochi anni fa, sempre con salto in lungo e in largo e con il balzo di rimbalzo ho gironzolato per molti altri luoghi e città rimanendone sempre affascinata.
Cividale, Aquileia, Trieste, Venzone, Gemona, il carso, San Michele e San Martino che non potevo mancare (amato Ungaretti), Redipuglia, il Lago del Cornino, il Lago di Verzegnis, Illegio, il borgo di Costalunga… qui dove ti volti ti volti è bellezza, storia, cultura, natura.
La Carnia però è rifugio.

Camminare nel verde che ancora non esplode, ma lascia presagire.
Camminare nel silenzio dei pensieri, lasciare che anche la nostalgia mi raggiunga insieme alla consapevolezza dell’inevitabile.
Lo sguardo spazia e poi sofferma.
Il faggio foglierà presto, io non lo so, ma la primavera arranca, c’è tempo e non ho alcuna fretta, al cuore va regalata la lentezza del battito.
Luoghi visitati
- Spilimbergo – mosaici, pioggia e pasticcini sotto i portici
- Val Tramontina – tornanti e libertà
- Villa Santina – basilica paleocristiana e accoglienza “friulana”
- Pesariis – orologi, silenzi e caffè mancati
- Sella di Razzo – colori che si attenuano salendo
- Val Lumiei – scorci incantevoli
Lateis e Lago di Sauris – boschi, ciclamini e timori di orsi
- Raveo – biscotti Esse
- Udine – bellezza imprevista e parcheggi onesti
- Gorizia – borsa “IO SONO FVG” e piccoli trionfi
- Colza di Enemonzo – strategico campo base
- Zuglio – museo sorprendente
- Cercivento – Bibbia a cielo aperto e pioggerella testarda
- Laghi di Fusine – acqua, foresta, silenzi
- Orrido dello Slizza – bellezza e slogature
- Sella Nevea – magliette mancate e rimpianti
- Pradielis–Micottis – rovi, musei chiusi e dignità salvata
- Sappada – sentieri che esistono solo quando vogliono loro
App e strumenti usati o consultati
- Turismo FVG – c’è tutto o quasi
- FVG Outdoor – utile, ma non sempre aggiornata
- Borghi Belli FVG – preziosa per ascoltare i luoghi
- QR Code turistici – quando ci sono, funzionano
- FVG Card – ottima soluzione per visitare
- Carta Archeologica Online del Friuli Venezia Giulia – approfondimenti
- Explorer FVG – suggerimenti e info
- Google Maps – prezioso per la scelta degli itinerari

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