{"id":1044,"date":"2016-11-24T19:12:08","date_gmt":"2016-11-24T18:12:08","guid":{"rendered":"http:\/\/www.markos.it\/viaggi\/?p=1044"},"modified":"2016-11-24T19:12:08","modified_gmt":"2016-11-24T18:12:08","slug":"la-mia-algeria","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.markos.it\/viaggi\/la-mia-algeria\/","title":{"rendered":"La mia Algeria"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"mailto:silviatorretta@hotmail.com\">di Silvia Torretta<\/a>\u00a0&#8211;<\/p>\n<p>\u201cTemono il deserto, lo temono tutti quanti. Sono nel deserto e fanno come se non fosse il deserto, come se non fosse niente. Mai stato niente, non \u00e8 niente, non sar\u00e0 niente. Sono fuggita. Allora sono andata nel deserto.\u201d (Ingeborg Bachmann, Libro del deserto)<\/p>\n<p><strong>PREMESSA SERIOSA.<\/strong><\/p>\n<p>Non \u00e8 sempre facile usare le parole, strumento imperfetto e autoritario, per narrare di colori, luci, silenzi, emozioni.<!--more--><\/p>\n<p>Perch\u00e8 cos\u00ec \u00e8 il deserto, inenarrabile, inafferrabile con gli occhi, che pure credono di saziarsene, impercettibile nella sua immensit\u00e0.<\/p>\n<p>Tutti i sensi sono in stato di allerta, pronti a catturare ogni vibrazione. Lo sguardo si perde, l\u2019orecchio risuona di un silenzio pesante, le narici accolgono il profumo del vento, le labbra assaggiano i granelli di polvere nell\u2019aria, e la pelle tutta \u00e8 tesa a cercare l\u2019unione con la terra.<\/p>\n<p>Partire per un viaggio nel gran deserto, nel deserto dei deserti, il Sahara, \u00e8 sempre, ogni volta, un volo dello spirito oltre che del corpo, una fuga da s\u00e8 per cercare s\u00e8 attraverso lo sfinimento del fisico e della mente, una purificazione catartica per le tossine accumulate in testa prima che nel sangue.<\/p>\n<p><strong>ALGERI LA BIANCA.<\/strong><\/p>\n<p>Eccoci qua, direttamente catapultati dentro il Maghreb.<\/p>\n<p>Algi\u00e8rs la blanche. Cos\u00ec la descrive Albert Camus nel suo \u201cNoces\u201d: &#8230;.Alger s\u2019ouvre dans le ciel comme une bouche ou une blessure. Ce qu\u2019on peut aimer \u00e0 Alger, c\u2019est ce dont tout le monde vit\u00a0: la mer au tournant de chaque rue, un certain poids de soleil, la beaut\u00e8 de la race&#8230;\u00a0\u00bb. E\u2019 strana, questa citt\u00e0 non-bella, con i suoi palazzi eleganti in puro stile francese, arrogante ricordo dell\u2019occupazione terminata nel 1962, i suoi viali alberati simil-parigini, gli alti porticati lungo il mare; ferita dalla sfrenata politica di assimilazione francese, che tent\u00f2 di sradicare ogni forma di espressione e manifestazione culturale algerina e cancellarne l\u2019identit\u00e0, e invece adorata da alcuni grandi intellettuali d\u2019oltralpe (primo fra tutti, appunto, Camus) che le dichiararono amore eterno in numerose ere.<\/p>\n<p>Subito alle spalle della parte europea, appena sulla collina, inizia la Kasbah, il cuore arabo della citt\u00e0, fatta di vicoli decadenti e di antri bui. C\u2019\u00e8 poca gente in giro, \u00e8 tutto chiuso, non si respira un\u2019aria quieta e i fatti sanguinosi della cronaca recente ce ne danno una giustificazione pi\u00f9 che plausibile.Vengo svegliata di soprassalto all\u2019alba del mattino seguente dal muezzin che invita i musulmani alla prima preghiera della giornata. Inutile tentare di riaddormentarsi: resto ad ascoltare la strada che si sveglia, cercando di indovinare ogni suono. Infine ci dirigiamo in aeroporto per partire finalmente verso la nostra vera meta: il Tassili N\u2019Ajjer.<\/p>\n<p>Al check-in veniamo avvicinati da un signore che cortesemente ci chiede se pu\u00f2 affidarci due pacchi da consegnare al \u201cboulanger\u201d, il panettiere, di Djanet. Ovviamente prudenti, squadrandolo obliqui e con l\u2019immaginazione che galoppa verso brioches esplosive, baguettes dinamitarde, dolcetti a orologeria kamikaze assoldati dal Fronte Islamico per sgominare il fornaio e la sua famiglia, rispondiamo sicuri: ma certo, che domande, ci pensiamo noi!<\/p>\n<p><strong>IL SAHARA, DUNQUE.<\/strong><\/p>\n<p>Il volo \u00e8 emozionante, e non per le presunte bombe che ci siamo caricati a bordo. C\u2019\u00e8 il Sahara sotto di noi, il padre di tutti i deserti, il Signore della Sabbia: cristo, \u00e8 bellissimo! La terra rossa si spacca, come a cercare un varco per respirare. Quanto vuoto&#8230;.eppure cos\u00ec pieno di s\u00e8! E onde, e rocce, e \u2013 rarissime \u2013 oasi, che quasi disturbano questa quiete immobile. Sorvoliamo il Grande Erg Orientale e il Tassili, infine, prima di atterrare letteralmente in mezzo al nulla.<\/p>\n<p>Siamo finalmente a Djanet, villaggio a oltre 2000 km dalla costa mediterranea, ai limiti del confine tra Algeria, Libia e Niger, incastonato nell\u2019unica oasi, e non fa neppure il caldo che l\u2019aria torbida, dall\u2019aereo, lasciava intendere.<\/p>\n<p>E\u2019 venerd\u00ec, \u00e8 giorno di festa e infatti proprio una celebrazione si sta svolgendo lungo la via principale del paese. Una cinquantina di donne, avvolte in veli blu, viola e neri, accompagnano col loro canto ipnotico e rituale quattro guerrieri mascherati che si affrontano, armi in pugno, in una lotta acrobatica. Mi soffermo a fissare i volti intensi delle donne e del pubblico al ciglio della strada: c\u2019\u00e8 di tutto, in un melting pot di umanit\u00e0 bella e fiera. Berberi dai tratti alteri e dalla pelle chiara, tuareg scuri dai lineamenti gentili, africani dal portamento sinuoso ed elegante e imponenti nella loro statura. Alcune donne sono bellissime nella loro andatura flessuosa e superba che nessuna modella riuscirebbe a imitare: le osservo con discrezione ma completamente affascinata.<\/p>\n<p>Come altri prima di me hanno pensato, visitando questi luoghi, se credessi alla superiorit\u00e0 di alcune razze su altre non avrei dubbio: appartengo ad una razza inferiore.<\/p>\n<p>Consegnati i pacchi inesplosi al fornaio, acquistiamo generi di prima necessit\u00e0 e alcune taniche per l\u2019acqua, merce rara e preziosa, da centellinare quaggi\u00f9 come filtro magico. La sera, alloggiati all\u2019hotel Tener\u00e8, passaggio pressocch\u00e8 obbligato per le manciate di turisti che si addentrano in questi luoghi, dopo una cena a base di chorba (zuppa di verdure e carne) e abbondante couscous, ci stendiamo sotto la tenda tuareg a goderci l\u2019aria tiepida bevendo t\u00e8 verde, un rito che ripeteremo con piacere le sere successive.<\/p>\n<p><strong>ALL\u2019ASSALTO DEL TASSILI.<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019alba seguente ci vede pronti per l\u2019ascesa al massiccio del Tassili, vera, grande e maestosa pinacoteca all\u2019aperto, di cui percorreremo una parte in 5 giorni di puro trekking. Veniamo aiutati nel trasporto dei bagagli, limitati allo stretto indispensabile, da una decina di asinelli smagriti, che si caricano come se nulla fosse i nostri sacchi e le taniche d\u2019acqua, rigorosamente disinfettata e potabile, nostra unica riserva del sacro bene per i giorni a venire.<\/p>\n<p>Non ricordo quando esattamente ho iniziato a rantolare, ma credo non fosse passata pi\u00f9 di mezz\u2019ora&#8230; Ci arrampichiamo su pietraie sconnesse e scoscese, in mezzo a montagne dalla forma quasi dolomitica: \u201c..il suolo \u00e8 composto di una sabbia interamente ricoperta d\u2019un solo strato di ciottoli brillanti e neri. Si direbbero scaglie di metallo e tutte le rupi che abbiamo intorno brillano come armature. Siamo caduti in un mondo minerale, siamo imprigionati in un paesaggio di ferro.\u201d (Saint-Exup\u00e9ry, Terra degli Uomini).<\/p>\n<p>Fa caldo e si fatica. Dopo un paio d\u2019ore arriviamo ad un primo pianoro, dove riposiamo all\u2019ombra delle rocce e ci attacchiamo furiosamente alle borracce. Ci illudiamo che la salita sia terminata ma presto ne iniziamo un\u2019altra, altrettanto dura e faticosa, che pare non finire mai, infrattata in un canalone pietroso stretto e ripido, il passo Akba Tafalet.<\/p>\n<p>Ma infine&#8230;..la vetta!<\/p>\n<p>Vetta&#8230;..Veramente tutto pare tranne che una cima: siamo sull\u2019altopiano, una distesa a perdita d\u2019occhio di superficie piatta, coperta di sassi e battuta da un vento fresco che asciuga in un attimo le nostre magliette intrise. Solo rocce intorno, lontano, fin dove l\u2019occhio si pu\u00f2 spingere. Eccoci sul Tassili, a circa 1600 mt, dopo quasi 4 ore di cammino, ed \u00e8 appagante nella sua desolazione.<\/p>\n<p>Due gazzelle, lontane, aggraziate, passano sfrecciando, unica nota di vita. \u201cPortano fortuna\u201d ci dice sorridendo Tahar, la nostra guida tuareg, avvolto nel taghelmuz nero che gli ricopre interamente il viso, \u201csar\u00e0 un viaggio fortunato!\u201d. Ci crediamo, fiduciosi e confortati.<\/p>\n<p>Mentre cammino penso che sto percorrendo una via carovaniera, tuttora battuta dai tuareg e da tutti coloro che vogliono raggiungere velocemente (a piedi o a dorso di mulo) la vicina Libia e Ghat, la prima citt\u00e0 oltreconfine. Molti infatti sono i segni lasciati dai popoli in migrazione su queste pietre, e ci sono tombe ogni tanto, lungo il percorso, che impariamo a distinguere, essendo di forma diversa per gli uomini e per le donne.<\/p>\n<h1><span style=\"font-size: 12pt;\">TAMRIT, I CIPRESSI E LE TESTE ROTONDE<\/span><\/h1>\n<p>E\u2019 da un pezzo passato mezzogiorno quando, da questo paesaggio arido, improvviso e inaspettato spunta un enorme cipresso millenario, paradossale fungo verde in mezzo al grigio, le cui radici pescano acqua da chiss\u00e0 dove. Tahar<\/p>\n<p>ci informa che l\u00ec passeremo la prima notte e all\u2019arrivo dei nostri poveri muli (peraltro decisamente pi\u00f9 in forma di noi&#8230;) scarichiamo i bagagli e montiamo le tende sfidando il vento battente e nient\u2019affatto caldo.<\/p>\n<p>Dopo la meritata siesta sotto le fronde del nostro albero ripartiamo per visitare la zona di Tamrit, una delle pi\u00f9 note stazioni rupestri del Tassili N\u2019Ajjer. Le pitture che incontriamo sono grandiose. Appartengono quasi tutte alla civilt\u00e0 delle Teste Rotonde, databile tra gli 11.000 e gli 8.000 anni fa, al tempo in cui il Sahara era ricco d\u2019acqua e costellato di laghi e vegetazione rigogliosa (sic!). L\u2019arte delle Teste Rotonde presenta caratteri inconfondibili ma allo stesso tempo \u00e8 varia e polimorfa, con distinte fasi ben caratterizzate da soggetti e tratti diversi dei disegni, via via pi\u00f9 eleganti e raffinati: vi sono scene di processione, danza, adorazione, levitazione; vi sono teorie di animali, figurazioni fantastiche, oggetti indefinibili e simboli confusi; uomini e animali sono pi\u00f9 o meno trasfigurati nella silhouette, con occhi e fronte sempre coperti da maschere.<\/p>\n<p>Sono onestamente stranita davanti a certi soggetti paragonabili, nel mio profano immaginario, solo a certa iconografia fantastica medievale e mi spiego molte cose solo quando mi dicono che tali popolazioni, raccogliendo tutta la mia simpatia, facevano abbondante uso di piante allucinogene!<\/p>\n<p>Sulla via del ritorno al campo, complice anche una splendida luce del tramonto e alcuni scorci emozionanti, tra cui una sorta di anfiteatro naturale a strapiombo su un canyon di 500 mt, la stanchezza sembra passata. Ceniamo ormai al buio, indovinando i movimenti e sperando di non rovesciare nulla addosso al vicino.<\/p>\n<p>Alzo il naso, il cielo si fa magnifico. Seduti in cerchio, con le braci rosse delle sigarette come uniche luci e facendo circolare una provvidenziale borraccia colma di rum, ascoltiamo Carlo raccontare leggende terrificanti delle valli bresciane, prima di infilarci un po\u2019 inquietati nelle rispettive tende. Ma la stanchezza \u00e8 tale che non sento neppure l\u2019anonimo russatore che ha poi seminato per giorni lo scompiglio nei sonni della comitiva.<\/p>\n<h1><span style=\"font-size: 12pt;\">SEFAR, LA SABBIA E IL DIO PESCATORE<\/span><\/h1>\n<p>Il ritmo del sole gi\u00e0 cadenza le nostre giornate, senza bisogno di sveglie artificiali moleste e inopportune, senza che il corpo fatichi ad adattarsi. Ci leviamo con i primi raggi, ci corichiamo quando ogni residuo di essi scompare e al loro posto le stelle fanno luce.<\/p>\n<p>Alle 6 dunque ci alziamo e, ricaricati i basti dei muli, ricominciamo il cammino verso Sefar, la meta pi\u00f9 prestigiosa e importante del nostro percorso. Lo scenario \u00e8 mozzafiato: strane formazioni di arenaria simili a enormi alveari, scolpiti dal vento, creano forme di ogni genere con cui, come con le nuvole, giochiamo a riconoscere con la fantasia figure familiari. Tra guglie di rocce, stretti cunicoli ed enormi spianate si \u00e8 insinuata, portata in braccio dal vento, la sabbia rossa del Sahara, modellando piccole dune di soffice borotalco. Non ho mai toccato una polvere tanto impalpabile, ed \u00e8 una sensazione paradisiaca immergere mani e piedi nel suo calore.<\/p>\n<p>Arriviamo a Sefar verso le 13.30, sotto un sole a picco, e ci intrufoliamo in un dedalo di vie fiancheggiate da porticati naturali, per sbucare in una sorta di piazzetta rotonda, attorno alla quale scegliamo il nostro spazio per le due notti che trascorreremo l\u00ec. Ovviamente nessun villaggio, nessuna strada comunemente intesa, solo intrecci di sentieri pi\u00f9 o meno ampi tra le rocce che, convesse, creano ripari per i viandanti. Mi addentro tra le costruzioni di pietra, scovando un pertugio all\u2019ombra che sembra fatto apposta per me, dove mi adagio e mi metto in ascolto del vento che sibila tra gli anfratti e le fessure.<\/p>\n<p>Passate le ore pi\u00f9 calde partiamo per una passeggiata intorno a Sefar, alla scoperta delle sue splendide pitture: solo qui vi sono 82 pareti istoriate e 1171 raffigurazioni! Ho ormai imparato a distinguere, nelle infinite sovrapposizioni, i dipinti pi\u00f9 antichi da quelli pi\u00f9 recenti, che hanno colori, dimensioni e forme ben differenti. Talvolta sono piccole e scolorite, altre volte enormi e ben definite. Resto colpita dall\u2019immensa raffigurazione del cosiddetto \u201cdio pescatore\u201d, immane mostro sicuramente partorito sotto l\u2019effetto di sostanze psicotrope, che con ragionevole certezza so che rivedr\u00f2 nei miei prossimi incubi notturni! Ma soprattutto, regrediti tutti quanti ad et\u00e0 prescolare, ci divertiamo a ruzzolare nella sabbia fine, resa finalmente viva dal sole calante.<\/p>\n<p>La sera dopo cena, immersi nel buio pesto che solo nel deserto sa essere cos\u00ec buio, emuli di Indiana Jones, armati solo di poche e fioche torce, tentiamo di avventurarci tra i faraglioni per ritrovare il famoso dio pescatore e osservarlo al chiarore tetro delle pile. L\u2019impresa dura pochi minuti: il luogo \u00e8 un vero labirinto, perdersi \u00e8 un gioco da scemi, quali ci sentiamo. Torniamo al campo a farci consolare intorno al fuoco dal fortissimo e buonissimo t\u00e8 verde dei tuareg: la tradizione vuole che ne vengano serviti tre giri, pi\u00f9 che sufficienti a mantenere lo stato di veglia e l\u2019occhio sbarrato tutta la notte.<\/p>\n<h1><span style=\"font-size: 12pt;\">DIAVOLETTI, LEVITANTI E SCIACALLI<\/span><\/h1>\n<p>Il giorno seguente camminiamo verso Tin Tefriest e Tin Tazarift attraverso un bel percorso tra guglie, spianate e <em>ouadi<\/em> prosciugati. Qui ammiriamo alcuni tra i graffiti pi\u00f9 curiosi: sono di epoca pi\u00f9 recente rispetto alle grandi figure viste finora e rappresentano i cosiddetti \u201cdiavoletti\u201d, sorta di piccoli demoni rintracciabili anche in pitture rupestri dall\u2019altra parte del mondo. Ancora pi\u00f9 inquietanti sono le figure delle \u201clevitanti\u201d, corpi di donne che si librano in una sorta di volo magico, collegabile forse a tecniche estatiche o di trance, tuttora ben diffuse soprattutto nei paesi animisti dell\u2019Africa Subsahariana. E infine ecco i labirinti, raffigurazioni a spirale dalle svariate e incerte interpretazioni, comuni anch\u2019essi a diverse civilt\u00e0.<\/p>\n<p>Il vento si \u00e8 alzato, arrivano folate di sabbia che ci pizzicano il viso e irritano gli occhi \u201c&#8230;.come quando a Riccione ti sbattono gli asciugamani controvento&#8230;\u201d (anonimo brianzolo). La sera, riparati sotto il nostro porticato naturale, aspettiamo il t\u00e8 confrontando con i tuareg storie di indemoniati, di riti grigri (una sorta di voodoo), di sciamani che parlano con i morti, scoprendo somiglianze incredibili tra leggende di popoli sparsi su tutto il globo. Con la coda dell\u2019occhio qualcuno scorge, qualche decina di metri in l\u00e0, un animale che passa, identificato come un coniglio.<\/p>\n<p>Il mattino, ripartendo, Tahar ci indica delle tracce di sciacallo! \u201cIn effetti mancavano le orecchie\u201d sosterr\u00e0 poi candido l\u2019incauto avvistatore \u201ce neppure saltava!\u201d.<\/p>\n<h1><span style=\"font-size: 12pt;\">RITORNO ALLA CIVILTA\u2019<\/span><\/h1>\n<p>Ripartiamo per concludere il nostro percorso ad anello e tornare verso Djanet, trascorrendo l\u2019ultima notte accampati.<\/p>\n<p>Il clima \u00e8 piacevole, il vento tiepido e ci\u00f2 favorisce il lungo, lunghissimo attraversamento di un deserto pietroso desolato e interminabile, rotto ogni tanto da alcuni faraglioni su cui ci arrampichiamo per buttare lo sguardo il pi\u00f9 lontano possibile, fino a scorgere il confine libico e, pallida sull\u2019orizzonte, la sagoma dell\u2019Acacus, altro poderoso massiccio sahariano.<\/p>\n<p>L\u2019unica forma di vita che incrociamo \u00e8 la temibile e velenosissima vipera cornuta, vero incubo dei tuareg, nel nostro caso placidamente addormentata su un masso a ridosso del sentiero.<\/p>\n<p>La discesa, l\u2019indomani, \u00e8 scomoda, ripida e fastidiosa al passo, reso incerto e ogni momento precario dalle pietre mobili.<\/p>\n<p>Ma infine, a met\u00e0 mattina, siamo gi\u00e0 gi\u00f9, ritrovando il luogo della partenza, dopo cinque giorni di affascinanti scoperte e di piacevolissime traversate in compagnia del silenzio.<\/p>\n<p>Mi sento triste, svuotata ma soprattutto indegnamente sporca! Ci guardiamo l\u2019un l\u2019altro divertiti e non possiamo credere che tra poco potremo gettarci sotto una doccia, dopo aver avuto per tanto tempo acqua solo per bere: sembriamo un gruppo di profughi, i vestiti ormai del colore della sabbia, la polvere infilata ovunque, le braccia e le facce scottate dal sole. Ma soprattutto ci sconvolge la temperatura, che in pochi giorni \u00e8 salita come fosse trascorso un mese: il termometro, alle 10.30 di mattina, segna 43\u00b0.<\/p>\n<p>Rientriamo all\u2019Hotel Tener\u00e8, posiamo finalmente il fondoschiena su qualcosa di morbido, turbati, perfino, da questa strana sensazione&#8230;Lavati, sbarbati e profumati pranziamo al ristorante prima di tornare in centro a Djanet, trasformati in turisti doc, e dedicarci allo shopping, come si conviene.<\/p>\n<h1><span style=\"font-size: 12pt;\">L\u2019HAMMAM<\/span><\/h1>\n<p>In realt\u00e0 questa attivit\u00e0 non mi interessa affatto. Preferisco di gran lunga accettare la proposta di un bagno caldo all\u2019hammam del villaggio. Io e Susanna, dunque, entriamo circospette in un edificio squallido e di dubbia igiene, per usare un eufemismo. Il primo locale \u00e8 un androne ai cui lati, per terra, giacciono accostati una trentina di materassi sgualciti. Ci spogliamo e infiliamo un paio di ciabatte di plastica pescate da un cesto colmo posto all\u2019ingresso della stanza successiva. Una pesante porta in legno ci invita al tepidarium, 2&#215;2 mt di locale umido e caldo, anticamera per l\u2019inferno di vapore dell\u2019hammam vero e proprio, la cui porta di ingresso \u00e8 un sofisticato gioco di carrucole e pesi che le permettono di restare sempre chiusa: una vera porta automatica!<\/p>\n<p>Entriamo e subito la temperatura e l\u2019umidit\u00e0 ci appiccicano la pelle. E\u2019 un posto tremendo: le pareti alte e scrostate, verdognole di muffa, il pavimento bagnato piastrellato multicolore, con un tombino al centro per far defluire l\u2019acqua in eccesso, calda e fredda, che \u00e8 possibile far scorrere dai rubinetti disseminati per tutto il perimetro e gettarsi sul corpo. Evitiamo di sederci per terra ma in un attimo i pensieri si sciolgono al vapore e restiamo a goderci cotanta abbondanza del liquido che ci \u00e8 mancato nelle ultime100 ore.<\/p>\n<p>Dopo un\u2019ora di salutare sudata, espellendo dai pori fatica, tossine e smog milanese residuo, molli come fichi torniamo alla prima sala e ci lasciamo asciugare prima di rivestirci. Usciamo dall\u2019hammam senza aver usufruito del vigoroso massaggio che tipicamente si accompagna alle sedute, ma comunque in stato di totale abbandono psicofisico: non mi sono mai sentita tanto rilassata!<\/p>\n<h1><span style=\"font-size: 12pt;\">L\u2019ERG D\u2019ADMER E LE DUNE<\/span><\/h1>\n<p>La mattina dopo, tanto per cambiare, sveglia all\u2019alba: due fuoristrada tra le pi\u00f9 scassate che io abbia mai visto ci aspettano per portarci verso un altro degli infiniti volti di questo immenso Sahara, l\u2019Erg d\u2019Admer,\u00a0 dove \u201c.. inizia il deserto, quello vero, e sono cazzi\u2026\u201d(da Marrakech Express).<\/p>\n<p>Quello che vediamo tutt\u2019intorno ai finestrini \u00e8 la rappresentazione pi\u00f9 classica del deserto da cartolina: dune gialle acuminate rotte da speroni di roccia nera. E la strada diritta, solitaria, della stessa sfumatura della sabbia, che spezza l\u2019armonia dello spazio. L\u2019emozione \u00e8 fortissima e diffusa tra tutti. E mentre dalla bocca dell\u2019autoradio Fossati e la sua banda suonano il rock, noi balliamo per la strada, a piedi nudi, ebbri del paesaggio che ci abbraccia e esaltati di libert\u00e0. Null\u2019altro esiste.<\/p>\n<p>E\u2019 con fatica infatti che riprendiamo il viaggio verso Essendil\u00e8ne, la valle degli oleandri, che visitiamo a piedi sotto un sole che ci scotta anche l\u2019anima. Al termine della stretta gola, dopo un percorso suggestivo tra il verde fiorito di rosa, strani e rari colori in questa terra arida, ecco aprirsi, come un vero miraggio, una pozza d\u2019acqua smeraldo, fresca e invitante. Ma non si tratta di acqua sorgiva bens\u00ec piovana, che si raccoglie nell\u2019unico scroscio annuale. Ci limitiamo dunque a godere dell\u2019ombra ventilata riprendendo fiato e pressione.<\/p>\n<p>Ci rimettiamo in auto diretti finalmente verso la meta pi\u00f9 ambita: le enormi dune rosse su cui trascorreremo l\u2019ultima notte. Eccole, laggi\u00f9, sempre pi\u00f9 vicine, sempre pi\u00f9 imponenti. Il sole sta scappando, non cogliamo che i brandelli di tramonto, ma lo spettacolo \u00e8 comunque magnifico.<\/p>\n<p>Mi sia concesso un attimo di poesia: un po\u2019 di spazio al sentimento! Ho il cuore a mille: le dune, la sabbia&#8230;.quanto l\u2019ho voluto, quanto l\u2019ho desiderato, quanto l\u2019ho sognato! Balzo gi\u00f9 dalla macchina, scalza ormai dal mattino, e in un attimo sono sdraiata a terra, ancorata come una ventosa, per non perdere il contatto fisico: ogni cellula della mia pelle \u00e8 compressa contro la sabbia tiepida, ne sento la forte energia che mi avvolge il corpo. Cammino sulla lama di una duna, dove un piede calpesta il caldo e l\u2019altro, in ombra, il freddo. Mi ci siedo a cavalcioni, come su un enorme destriero, e giro lo sguardo intorno: una successione infinita di colline rosse che l\u00ec inizia ma chiss\u00e0 dove finisce. \u201c&#8230;Interminati spazi, sovrumani silenzi, profondissima quiete&#8230;\u201d. Sono senza fiato.<\/p>\n<p>E mentre Orione si leva all\u2019orizzonte il sole si nasconde dietro questo mare ondulato, lasciando spazio allo stupore allorch\u00e8 le stelle si accendono una dopo l\u2019altra. La serata passa con il naso all\u2019ins\u00f9, supini a guardare lo spettacolo a 360\u00b0 che questa natura portentosa ci offre, in silenzio, con generosit\u00e0. Dormiamo cos\u00ec, \u00e0 la belle \u00e9toile, faticando in verit\u00e0 a prendere sonno, per il rammarico di veder scomparire una tale bellezza.<\/p>\n<p>Quando riapro gli occhi il cielo \u00e8 un po\u2019 pi\u00f9 chiaro: giro la testa verso sud e vedo sorgere uno spicchio di luna che abbraccia Venere, la bandiera dell\u2019Algeria che occupa il cielo quasi a far valere, prepotente, il proprio dominio su di noi. Sono le 4.30, ci sfiliamo dai sacchi a pelo per arrampicarci sulla duna pi\u00f9 alta e aspettare l\u2019aurora. Camminare sulla sabbia, in salita, \u00e8 faticoso ma appagante e adrenalinico. Appena il sole sbuca da est il paesaggio improvvisamente si colora, le ombre si formano e si deformano, i crinali ondulati si alternano a fianchi lisci e scoscesi e il vento, il vento, ci porta il profumo del Sahara e della sua solitudine&#8230;.<\/p>\n<p>Il ritorno \u00e8 tristezza, precoce nostalgia e rifiuto degli spazi stretti.<\/p>\n<p>Arrivederci a presto, mio Gran Signore sconfinato. Inshallah.<\/p>\n<p><span id=\"TBDownLevelDiv\"><\/p>\n<p><\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Silvia Torretta\u00a0&#8211; \u201cTemono il deserto, lo temono tutti quanti. 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