{"id":4250,"date":"2017-03-02T17:22:16","date_gmt":"2017-03-02T16:22:16","guid":{"rendered":"http:\/\/www.markos.it\/viaggi\/?p=4250"},"modified":"2024-07-15T16:01:18","modified_gmt":"2024-07-15T14:01:18","slug":"in-auto-lungo-le-strade-dell-albania","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.markos.it\/viaggi\/in-auto-lungo-le-strade-dell-albania\/","title":{"rendered":"Le strade dell&#8217;Albania sono lastricate di buone intenzioni"},"content":{"rendered":"<p><span class=\"Stile23\">di\u00a0<a href=\"mailto:plcortesi@libero.it\">Pierluigi Cortesi<\/a>\u00a0&#8211;<br \/>\n <\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Brindisi &#8211; Vlore. Sono quasi le 20 quando raggiungiamo Brindisi dopo una decina di ore di viaggio in cui io e Arianna ci siamo alternati alla guida della sua Lancia Y, con un paio di soste soltanto per pranzare, fare rifornimento e sgranchirci le gambe. La media supera di poco i 100 km\/h e per mantenerla ho dovuto imporre qualche forzatura alle mie abitudini di guida, ma volevamo arrivare al porto possibilmente in anticipo, prevenendo i possibili ritardi dovuti a inconvenienti.<!--more--><\/p>\n<p align=\"justify\">In realt\u00e0 \u00e8 filato tutto liscio e per fare novecento km da Livorno a Brindisi le ore impiegate sono state meno di nove .\u00a0soste escluse\u00a0. anche se a me- sono parse lunghe e fiacche, specialmente gli ultimi km che sembravano non terminare mai. Per\u00f2 poi il senso di stanchezza si \u00e8 ribaltato in soddisfazione quando ho confrontato questa tappa con quelle previste dal progetto di viaggio originario: all\u2019inizio dell\u2019anno, sollecitato da vari resoconti scovati in internet e da colloqui con alcuni conoscenti albanesi, avevo programmato un tour ciclistico primaverile nel Paese delle Aquile. La durata totale prevista era di una dozzina di giorni; per raggiungere la Puglia, ricalcando (ma ad un\u2019andatura pi\u00f9 tranquilla) un raid Toscana-Puglia di dieci anni fa, avevo ipotizzato di pedalare alla media di 150 km\/giorno, per sei tappe, di cui l\u2019ultima sarebbe stata a casa di mio cugino a Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi. Poi avrei preso il traghetto per Vlor\u00eb, ovvero Valona, e in Albania avrei avuto a disposizione altri 5 o 6 giorni per visitare nell\u2019ordine Sarand\u00eb, Butrint, Syri i Kalter, Gjirokaster, Berat, Apollonia, Vlor\u00eb. Una volta in Italia, sarei poi tornato a casa con un volo Ryan Air da Brindisi a Pisa.<\/p>\n<p align=\"justify\">Gi\u00e0, ma perch\u00e9 proprio l\u2019Albania? Me lo sono sentito chiedere da tanti (me compreso) senza mai riuscire a fornire una risposta precisa e univoca: spirito di avventura in un paese che tanti luoghi comuni indicano arretrato, incapace di parlare lingue diverse dalla propria, oltre che privo di vie di comunicazione degne di questo nome, quasi una sorta di Terzo Mondo dietro l\u2019angolo; desiderio di vedere una natura ancora selvaggia e incontaminata dal cemento e dall\u2019asfalto, prima che il turismo di massa snaturi e omologhi tutto; curiosit\u00e0 per un paese tanto vicino geograficamente, quanto lontano per stile di vita; desiderio di sfatare tutti i pregiudizi che vanno a individuare negli Albanesi \u2013\u00a0come anche Rumeni, Rom, Marocchini e altri immigrati\u00a0\u2013 il comodo capro espiatorio di ogni problema nazionale; un pizzico di snobismo nel fare una scelta , se non proprio controcorrente, almeno poco consueta. Quale che, in origine, fosse la motivazione pi\u00f9 profonda, mi ero via via confermato nella mia scelta, documentandomi sul percorso e le singole mete e cercando, ma invano, di coinvolgere nel cicloviaggio anche qualche amico.<\/p>\n<p align=\"justify\">All\u2019inizio di Aprile tutto era pronto per il primo colpo di pedale, quando, poco prima della partenza, si \u00e8 fatta avanti la mia figlia pi\u00f9 piccola, Arianna; desiderosa di sfruttare per una vacanza un momento in cui \u00e8 libera da impegni di lavoro e non \u00e8 ancora assorbita dai suoi futuri obblighi di mamma. Pi\u00f9 che la rinuncia alla bici, \u00e8 stato il peso della responsabilit\u00e0 di padre e di futuro nonno a farmi esitare, ma poi mi sono rassicurato pensando che dei due \u00e8 senz\u2019altro lei la persona pi\u00f9 assennata e responsabile e poi poter partire, esplorare, vagabondare con un figlio \u00e8 un\u2019esperienza troppo rara e incomparabile, per potervi rinunziare. Del resto, non \u00e8 il primo viaggio che facciamo insieme: il nostro sodalizio \u00e8 stato gi\u00e0 rodato in un tour ciclistico all\u2019isola d\u2019Elba e in altri viaggi alla ventura (Irlanda, Puglia\u2026) e so fin da ora che non ci saranno problemi di affiatamento. La proposta \u00e8 stata dunque accettata e l\u2019unico sacrificio, oltre all\u2019uso dell\u2019auto, \u00e8 quello di rimandare la partenza di qualche settimana; in compenso il tempo risparmiato col viaggio in auto fino alla Puglia, permetter\u00e0 di protrarre di qualche giorno la visita dell\u2019Albania.<\/p>\n<p align=\"justify\">Ed ora eccoci qui a Brindisi. Lasciata la superstrada Bari.Lecce, seguiamo le indicazioni per il porto. Molti sono in rete i siti che si occupano delle rotte e delle compagnie che collegano Brindisi all\u2019Albania (che poi in bassa stagione si riducono alla nave della compagnia Red Star per Vlor\u00eb), ma \u00e8 un problema individuare quale sia il punto esatto dell\u2019imbarco. <br \/>\n Raggiungiamo il porto, o meglio la Capitaneria di Porto, dato che a Brindisi come in altre importanti citt\u00e0 portuali occorre distinguere tra porto militare, commerciale, industriale e turistico; ma \u2013 data l\u2019ora &#8211; non troviamo aperti uffici informazioni o semplici chioschi per turisti a cui rivolgerci. Ci arrangiamo chiedendo a qualche passante e a dei militari di guardia alla Capitaneria Dopo qualche incertezza otteniamo l\u2019indirizzo: Stazione Marittima \u201cBrindisi Terminal\u201d .\u00a0Costa Morena Terrare. Seguiamo le indicazioni e finalmente, scartato un molo dalla stessa denominazione a 500 m. di distanza, raggiungiamo il Terminal \u2026 solo per scoprire che la maggior parte degli uffici \u00e8 chiusa e che comunque non \u00e8 quello il luogo a cui rivolgerci. Veniamo inviati all\u2019ingresso del molo e qui finalmente possiamo fare il check.in presso un botteghino intorno al quale si affollano decine di persone, presumibilmente tutte albanesi. Poco pi\u00f9 avanti, oltre un varco presidiato dalla Finanza, si apre l\u2019area riservata alla raccolta e all\u2019imbarco dei mezzi, di cui se ne intravede qualcuno fermo a luci spente.<\/p>\n<p align=\"justify\">Parcheggiamo in attesa di un segnale o di un avviso che indichi il momento di imbarcarci. Ci sono anche altre macchine, parcheggiate qua e l\u00e0 senza un ordine apparente. L\u2019attesa \u00e8 lunga, l\u2019ora ufficiale della partenza \u00e8 imminente, ma nulla si muove. Vado alla sbarra a chiedere informazioni a un finanziere, ma la risposta \u00e8 di attendere con pazienza. Intanto la folla delle persone che si ammassano tra il botteghino e il varco cresce: \u00e8 un turbinio di persone variamente vestite, alcune con qualche bambino al seguito, tutte con trolley, grandi sacche, borse, buste colorate, che si circola incessante tra le auto, parlottando, chiamando a distanza, telefonando, tornando a sedersi sulla propria valigia. <br \/>\n Finalmente la sbarra si alza; riprende l\u2019agitazione, alcuni di noi mettono in moto, ma \u00e8 l\u2019illusione di un momento: si tratta solo di un\u2019auto della polizia che viene fatta entrare. Dopo poco il varco si riapre, ma solo per lasciar uscire un tir e poco dopo un altro paio di camion. La scena si ripete a distanza di minuti interminabili; non si capisce se si tratta di automezzi provenienti dall\u2019Albania che vengono fatti uscire solo ora oppure di camion a cui per qualche motivo \u00e8 stato rifiutato l\u2019imbarco. In compenso sopraggiungono altri militari in mimetica e ben armati. Sembra che ci siano dei problemi, forse stanno cercando qualcuno o qualcosa. Alcune persone appiedate cominciano a entrare, ma col contagocce: c\u2019\u00e8 un solo finanziere che deve controllare individuo per individuo, mentre un altro militare esce e si avvicina a ciascuna macchina per esaminare documenti di auto e passeggeri.<\/p>\n<p align=\"justify\">L\u2019ora prevista per la partenza, le 23, \u00e8 stata gi\u00e0 superata, ma adesso la sbarra viene alzata senza essere pi\u00f9 riabbassata e, come a un segnale convenuto, tutte le macchine e i tir contemporaneamente accendono i motori e si muovono convergendo verso l\u2019apertura in una sorta di ingorgo perfetto. Per sbrogliarlo passa dell\u2019altro tempo, anche perch\u00e9 prima devono ancora uscire alcuni camion e poi perch\u00e9, nuovamente, un poliziotto vuole ripetere il controllo casuale delle prime auto. Quando \u00e8 il mio turno inizia a esaminare i miei documenti, poi, richiamato da un collega, lascia perdere e si dedica ad altro. L\u2019impressione di disorganizzazione e approssimazione \u00e8 notevole e solo in minima parte \u00e8 imputabile ai civili; ci chiediamo se questa sia la routine o si tratti di una situazione d\u2019emergenza dovuta a motivi a noi ignoti. La sensazione non migliora una volta varcata la sbarra: prima per un nuovo ingorgo creato da camion che si bloccano a vicenda nell\u2019incolonnarsi verso la nave e poi per un autoarticolato che non riesce a districarsi tra alcuni container parcheggiati disordinatamente sulla banchina. <br \/>\n Finalmente saliamo sul traghetto: \u00e8 pi\u00f9 piccolo di quelli e cui siamo abituati nella tratta Livorno-Sardegna, ma sembra molto pi\u00f9 pieno, tanto gli automezzi, grandi o piccoli, sono stipati vicini gli uni agli altri, costringendo i passeggeri a buffe contorsioni per uscire dall\u2019abitacolo. Per liberarci dall\u2019oppressione provata nella lunga attesa e dal penetrante odore di cherosene e gas di scarico, raggiungiamo rapidamente i ponti superiori e otteniamo l\u2019assegnazione della nostra cabina: \u00e8 decisamente essenziale, stretta, senza finestrino e con due letti a castello, ma ha un piccolo bagno e a noi non serve altro e poi non costa molto. Giriamo per la nave che conferma la prima impressione di essere poco \u201cvacanziera\u201d e molto pi\u00f9 spartana dei traghetti che fanno la spola con le nostre isole. Anche il personale di bordo \u00e8 ridotto (le stesse .poche. persone ricoprono evidentemente ruoli diversi nelle varie fasi della navigazione) e non ha bisogno di sfoggiare ampi e accattivanti sorrisi. Pure i passeggeri, dagli abiti, dai bagagli e dall\u2019espressione del viso, ricordano pi\u00f9 i pendolari che sui treni locali tornano a casa dopo una giornata di lavoro, che non dei turisti che vanno o tornano dalle ferie. Mi sento quasi fuori posto, come se fossi un privilegiato o stessi ostentando chiss\u00e0 quale ricchezza.<\/p>\n<p align=\"justify\">Saliamo sull\u2019ultimo ponte, anche per respirare un po\u2019 d\u2019aria pulita. Il cielo \u00e8 stellato e non c\u2019\u00e8 altra illuminazione all\u2019infuori della luce gialla dei riflettori accesi sul piazzale che inondano di una luce irreale, oltre ai cordami, agli argani e alle paratie del traghetto, il mare nero come la pece e la banchina, disseminata di container, camion, auto e persone. La mezzanotte \u00e8 passata da un pezzo; proviamo ad aspettare il momento della partenza, ma dopo un po\u2019 l\u2019aria frizzante della brezza notturna ci spinge a rientrare nel nostro loculo. Non ci resta che sdraiarci nei nostri lettini e cercare di addormentarci prima possibile, dato che domattina dopo lo sbarco previsto per le 6 (ma sicuramente posticipato, visto che siamo ancora attraccati con quasi due ore di ritardo) avremo un bel po\u2019 di strada da fare e cose da vedere. Il sonno arriva poco pi\u00f9 tardi, dopo che il rumore dei motori e un leggero rollio ci annuncia che siamo finalmente salpati. <\/p>\n<p> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter\" src=\"http:\/\/www.markos.it\/quaderni\/gif\/le-strade-dell-albania\/A-08_CostadiValona.jpg\" width=\"610\" height=\"343\" \/> <\/p>\n<p> 2 VLOR\u00cb &#8211; BERAT<br \/>\n Verso le 6 un crescente tramestio, attraverso le sottili pareti della cabina, ci avverte che la maggior parte dei passeggeri \u00e8 in movimento e che l\u2019approdo non dev\u2019essere lontano. Infatti la costa appare vicinissima, anche se i contorni e i colori non sono molto nitidi per la forte luce diffusa che filtra da un cielo velato da una leggera caligine. Attracchiamo a Vlor\u00eb (ovvero la citt\u00e0 che i Romani chiamavano Aulona e noi oggi Valona) quasi in orario: il traghetto deve aver recuperato durante la notte. Ma la soddisfazione per la puntualit\u00e0 riconquistata si dissolve presto a causa del lentissimo controllo alla dogana, che viene effettuato anche qui un\u2019auto alla volta da un solo agente e in maniera molto meticolosa; l\u2019impressione \u00e8, comunque, che siano soprattutto gli albanesi ad essere oggetto di un controllo a dir poco scrupoloso.<\/p>\n<p align=\"justify\">Usciti dall\u2019area doganale, parcheggiamo subito per renderci conto di dove siamo e di come impostare la giornata, ma veniamo raggiunti da uno sconosciuto in abiti civili che ci ricorda che dobbiamo dotarci di un\u2019assicurazione per la nostra auto, visto che quella che abbiamo in Italia non \u00e8 valida in Albania. Lo sapevamo, ma quando il presunto impiegato ci chiede una cinquantina di euro e si allontana per redigere i relativi documenti assicurativi, non riesco a dissipare qualche dubbio e diffidenza, tanto pi\u00f9 che poco dopo si avvicina un altro a chiederci se per caso vogliamo cambiare del denaro in valuta locale. Decliniamo l\u2019invito e poco dopo sopraggiunge l\u2019impiegato che sorridendo ci porge il foglio con l\u2019assicurazione. Lo ringrazio, un po\u2019 imbarazzato per i miei precedenti sospetti, e finalmente partiamo avventurandoci nel cuore di Vlor\u00eb, alla ricerca come prima cosa di un cambiavalute ufficiale.<br \/>\n Lungo la strada in prossimit\u00e0 del porto ce ne sono alcuni, ma il traffico \u00e8 intenso e non trovando dove parcheggiare a norma di legge finisco per allontanarmi dal centro e non incontrare pi\u00f9 botteghini o uffici con la scritta Exchange. Poco male, avr\u00f2 modo di trovarne altri proseguendo. Piuttosto quel che preoccupa sono le previsioni del tempo, che gi\u00e0 da oggi dovrebbe peggiorare e portare pioggia fitta lungo le coste meridionali dell\u2019Albania, per poi spostarsi verso Nord e l\u2019interno nei prossimi giorni. Il nostro programma originario prevedeva di scendere a Sud fino a Sarand\u00eb e Butrint e poi, dal terzo giorno, procedendo in senso antiorario, dirigerci verso Est, Nord, Ovest per puntare infine a Sud su Vlor\u00eb per il rientro. Considerata la prospettiva di passare sotto l\u2019acqua buona parte del viaggio e soprattutto quella dedicata alle zone costiere ricche di spiagge e panorami mozzafiato, decidiamo all\u2019unanimit\u00e0 (a maggioranza, sarebbe stato un problema) di invertire il percorso e riservare la costa agli ultimi giorni, quando il meteo sar\u00e0 sicuramente migliorato.<br \/>\n Prima tappa, dunque, il sito archeologico di Apollonia. <br \/>\n Attraversiamo Vlor\u00eb in direzione Nord; la citt\u00e0 si prende la rivincita (ma non sar\u00e0 l\u2019unica volta, ne siamo sicuri) sulle nostre aspettative preconcette: \u00e8 moderna, iperattiva, in un variopinto e caotico groviglio di persone, auto, palazzi, hotel, negozi, attivit\u00e0, rumori, viali alberati, persino piste ciclabili, che non ci aspettavamo; niente pare distinguerla da un\u2019affaccendata cittadina di mare italiana, se non fosse per un minareto, il primo, che ci appare fugacemente a sinistra lungo un viale molto trafficato. \u00c8 la periferia a ricondurci ad una realt\u00e0 differente che lascia affiorare il retroterra nascosto di un Paese in transizione da una povert\u00e0 uniforme allo sviluppo disordinato: case basse di aspetto pi\u00f9 modesto, poche botteghe di generi alimentari o di prima necessit\u00e0, piccoli stambugi con prodotti variopinti appesi all\u2019esterno, persone di abbigliamento pi\u00f9 dimesso, rifiuti di plastica colorata e mucchietti di spazzatura, strade con ciuffi d\u2019erba ai bordi e qualche buca o tratto di sterrato.<\/p>\n<p align=\"justify\">Quello che ci colpisce \u2013 anche se gi\u00e0 ne avevamo letto prima di partire \u2013 sono per\u00f2 le auto: in centro avevamo notato la frequenza di molte auto di grossa cilindrata prevalentemente tedesche, Mercedes, Audi, BMW, ma non ci avevamo fatto caso pi\u00f9 di tanto; adesso invece \u00e8 sorprendente la netta predominanza di Mercedes, dai modelli pi\u00f9 nuovi e ben curati a quelli meno recenti e magari con i segni dell\u2019et\u00e0 e di una manutenzione approssimativa. Per ingannare il tempo e per curiosit\u00e0, mi metto a calcolare quante Mercedes incrocio per strada e in pochi minuti il mio improvvisato calcolo statistico mi porta a contarne la bellezza di 43 su 100! Scartando il malevolo pregiudizio che vede molte di queste auto frutto di furti nella ricca Europa, cerchiamo di trovare una spiegazione,: auto come status symbol, per cui un individuo appena uscito da una condizione di povert\u00e0 cerca attraverso la grossa cilindrata straniera di riscattare la propria immagine sociale, come del resto avviene anche da noi? Maggiore durata e affidabilit\u00e0 dei modelli di questa marca, tanto pi\u00f9 considerando le frequenti strade dissestate? Un\u2019astuta strategia dell\u2019industria automobilistica tedesca che mira a dominare un mercato in espansione attraverso una politica di sconti, incentivi, offerte allettanti di auto nuove o usate? La conseguenza del ritorno in patria con un\u2019auto di prestigio dei molti lavoratori albanesi emigrati in Germania? Probabilmente non c\u2019\u00e8 una risposta unica, fatto sta che lo stupore per questa insolita asimmetria resta<br \/>\n Lasciata la periferia di Vlor\u00eb, a causa della scadente segnaletica eravamo finiti su una strada secondaria che andava a restringersi e a perdersi nella campagna; perci\u00f2 attiviamo il navigatore e con qualche difficolt\u00e0 troviamo l\u2019imbocco dell\u2019autostrada per Fier, o quella che come tale viene indicata anche se sarebbe pi\u00f9 esatto parlare di superstrada. Non c\u2019\u00e8 alcun casello o cartello d\u2019ingresso che ne indichi l\u2019inizio o che vieti l\u2019accesso a veicoli non autorizzati, ma non si pu\u00f2 sbagliare: non ci sono altre strade se non malmesse, mentre questa oltre ad avere un ottimo fondo stradale e ampie corsie secondo gli standard europei, sembra anche recentissima, tanto da dare l\u2019impressione di non essere stata ancora inaugurata. La querula voce femminile del navigatore continua a proporcela con insistenza e l\u2019arrivo di un\u2019altra auto (una Mercedes, inutile dirlo) in senso contrario ci toglie ogni dubbio. In perfetta solitudine percorriamo la superstrada, mantenendoci paralleli al mare sulla sinistra e a una serie di colline sulla destra. <br \/>\n All\u2019altezza di Novosele usciamo sulla statale (?) e, superato il paese, a un bivio, in mancanza di indicazioni, prendiamo a sinistra; troppo tardi ci accorgiamo che si tratta di una strada (molto) secondaria che ci costringe prima a oltrepassare un fiume su un ponte di assi traballanti, poi a proseguire su uno sterrato. Poco male, ci diciamo, vedendo scorrere a pochi metri da noi la strada giusta, alla prima intersezione torneremo sulla retta via. Ma non \u00e8 cos\u00ec facile, anche perch\u00e9 la retta via si allontana fino a scomparire dalla nostra vista. Ad una curva ad angolo retto ritroviamo l\u2019asfalto e vorrei seguirlo, ma il navigatore impone di attraversarlo e di continuare a diritto sullo sterrato; lo assecondo, anche perch\u00e9 \u00e8 quella la direzione in cui dovrebbe trovarsi Apollonia. Solo che la strada non solo si restringe, ma comincia a presentare un numero crescente di buche e pietre che ci costringono a viaggiare in prima a meno di 5 km\/h; poi quando gli avvallamenti del fondo stradale diventano cos\u00ec frequenti e profondi, da mettere a rischio la coppa dell\u2019olio e il sottoscocca dell\u2019auto, ci fermiamo e Arianna, maledicendo la scelta della sua Y invece della mia Panda che \u00e8 leggermente pi\u00f9 alta da terra, si mette alla guida, mentre io a piedi le indico zigzagando il percorso per evitare le buche pi\u00f9 profonde. Il navigatore, imperterrito continua a spronarci a proseguire per altri 500, 300, 100, 50 m. fino all\u2019incrocio e l\u00ec svoltare a sinistra. Solo che di incroci non c\u2019\u00e8 neppure l\u2019ombra: ci troviamo su una specie di sassoso argine o terrapieno con un fossato a destra e a sinistra, un metro pi\u00f9 in basso, si stende all\u2019infinito una radura umida senza alcuna traccia umana se non qualche altro lontano terrapieno. Ci fermiamo dubbiosi sul da farsi, mentre il navigatore insiste a volerci far precipitare di sotto, \u201ca sinistra\u201d. <br \/>\n Di tornare indietro non se ne parla: troppo tempo (anche se per pochi km) abbiamo impiegato per arrivare fin qui; d\u2019altra parte la direzione \u00e8 pi\u00f9 o meno quella giusta e la strada dovr\u00e0 prima o poi finire. Quindi, avanti, si prosegue. Quasi a voler rimarcare il suo dissenso, il navigatore prima tace, poi ci comunica di aver perso il segnale GPS. Mentre Arianna con la Y e io a piedi disegniamo arabeschi tra pietre e solchi, incrociamo un anziano pastore che porta al pascolo le sue pecore. Ogni tentativo di comunicare risulta vano, con evidente disappunto del vecchio, perci\u00f2 non ci resta che procedere. Ormai \u00e8 pi\u00f9 di un\u2019ora che continuiamo ad avanzare, c\u2019\u00e8 afa, in cielo le nubi hanno sostituito il sole, ma non sembra che ci sia rischio di pioggia imminente. <br \/>\n Da lontano vedo uno scooter che avanza verso di noi con la stessa lentezza. Per non farmi trovare impreparato prendo il mio dizionarietto italiano.albanese e cerco qualche parola e quando sopraggiunge lo scooterista gli scodello la mia frase su misura \u201cKjo rruga nuk mire. Ku rruga qe te Apollonia?\u201d (pi\u00f9 o meno \u201cQuesta strada [\u00e8] non buona. Dove [\u00e8] strada per Apollonia?\u201d) La mancanza di verbi e articoli e la presenza di chiss\u00e0 quanti sfondoni in una sola frasetta lo fanno sorridere, ma deve aver capito il senso delle mie accorate parole, perch\u00e9 torna serio e un po\u2019 a cenni, un po\u2019 con qualche termine albanese che riesco a capire, drejt djathtas, majtas, kilometer (a dritto, destra, sinistra, chilometro), accompagnato da gesti e dai numerali indicati con le dita, mi spiega cosa fare. Mi fa ripetere alla meglio le istruzioni impartite e, quando \u00e8 sicuro che io abbia capito, mi saluta calorosamente e riparte. <br \/>\n Mezzora dopo raggiungo un ponticello da cui tre ragazzini che stanno pescando in una gora con una canna improvvisata ci guardano come se fossimo la prima auto che vedono in vita loro. Siamo di nuovo sull\u2019asfalto, tornati alla civilt\u00e0. Poco prima di Pojan c\u2019\u00e8 un posto di blocco in cui tutte le auto vengono fermate e controllate; quando \u00e8 il nostro turno, per\u00f2, il poliziotto, intuendo che siamo turisti diretti ad Apollonia, non ci chiede documenti, ma gentilmente ci mostra la strada da prendere. La stradina che da Pojan conduce al sito archeologico \u00e8 stretta, ma ben tenuta e si inerpica con decisione su una collinetta, arrestandosi in un piazzale dove sostano vari torpedoni e una decina di auto (7 le Mercedes!). <br \/>\n Parcheggiata la nostra e pagati pochi euro per i due biglietti d\u2019ingresso, iniziamo la visita: a destra si varca la cinta muraria del monastero bizantino di Shen Meri (Santa Maria) sorto \u2013\u00a0pare\u00a0. sui resti di una chiesa paleocristiana. Il custode ci indica sulla destra un grande locale che doveva essere il refettorio della comunit\u00e0 monastica e che al suo interno contiene alle pareti degli affreschi, ma la sala \u00e8 troppo buia e malridotta per capire di cosa si tratta. Lo spazio centrale del complesso, invece \u00e8 occupato da una chiesa ortodossa a forma quadrata, sormontata da una cupola secondo lo stile bizantino; l\u2019edificio \u00e8 preceduto da un bel porticato delimitato da colonnine con capitelli zoomorfi e da pilastri con iscrizioni in un alfabeto che mi pare strano eppure familiare, prima di rendermi conto che \u00e8 greco e che il pilastro su cui si trova \u00e8 stato inserito capovolto. L\u2019interno della chiesa \u00e8 stato in parte rifatto come anche l\u2019iconostasi i cui pannelli ritraggono, tra gli altri, Cristo e la Madonna al centro e gli arcangeli Gabriele e Michele agli estremi. Bello il pulpito in legno intagliato. Ma non c\u2019\u00e8 molto tempo per osservare i particolari, perch\u00e9 nella navata si precipita un\u2019orda di bambini guidati dalle maestre che li fanno sedere per ascoltare le loro spiegazioni. Fatta qualche foto, saliamo al museo posto al primo piano sopra il portone d\u2019ingresso. <br \/>\n L\u2019Antiquarium \u00e8 ben tenuto, articolato in diverse sale con vari manufatti, oggetti d\u2019uso quotidiano, monete, monili, armi, busti, statue. Interessante, anche se non c\u2019\u00e8 niente di veramente eccezionale. Attira tuttavia la nostra attenzione per il suo realismo un grosso piede calzato, quel che resta, evidentemente di una statua in bronzo a grandezza assai maggiore del naturale raffigurante un generale o comunque un personaggio illustre.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter\" src=\"http:\/\/www.markos.it\/quaderni\/gif\/le-strade-dell-albania\/B-05-Apollonia-Sh%C3%ABnM%C3%ABri.jpg\" width=\"610\" height=\"343\" \/> <\/p>\n<p> Torniamo all\u2019esterno del complesso monastico e entriamo nell\u2019adiacente area archeologica, posta sul declivio erboso di una collinetta che probabilmente nasconde sottoterra ancora parte dell\u2019antica Apollonia; che fu un\u2019 importante citt\u00e0 fondata da coloni greci al confine tra le regioni storiche dell\u2019Illiria e dell\u2019Epiro, secoli prima che queste venissero assoggettate dai Romani. Lungo una breve strada lastricata in mezzo agli olivi saliamo verso l\u2019acropoli. I resti visibili portati alla luce dagli scavi consistono nelle rovine delle mura e nell\u2019agor\u00e0, in cui fanno bella mostra di s\u00e9 soprattutto due edifici pubblici, l\u2019Odeon e il Bouleuterion (la cui facciata scambio inizialmente per quella di un tempio) destinati rispettivamente a ospitare spettacoli musicali e il Consiglio cittadino. Nella stessa area si trovano la Biblioteca, alcuni templi e ci\u00f2 che resta di negozi e abitazioni. Non mancano cartelli esplicativi per i monumenti pi\u00f9 importanti e l\u2019insieme merita senz\u2019altro una visita, anche se il turista esigente, abituato ai siti archeologici di altri Paesi (a cominciare dalla nostra Magna Grecia), pu\u00f2 sentirsi un po\u2019 lasciato a se stesso e lamentare la mancanza di opuscoli, guide o altro materiale illustrativo, oltre che di personale che faccia da accompagnatore.<br \/>\n Pranziamo al ristorantino interno all\u2019area degli scavi in mezzo a un nugolo di bambini portati in gita dalle proprie insegnanti, i quali vociano allegramente e fanno impazzire i camerieri. \u00c8 un pasto frugale, ma saporito: verdure grigliate, un vassoio di formaggi in cui spiccano una specie di ricotta (Gjize\u00a0 \u00e8 il nome che leggiamo sul menu e che per curiosa coincidenza si pronuncia in modo simile a cheese), un formaggio stagionato dal sapore penetrante (Djath\u00eb), e una provola un po\u2019 pi\u00f9 morbida (di nome Ca\u00e7kavalli, ma simile pi\u00f9 a un pecorino fresco che al nostro caciocavallo).<br \/>\n Ridiscesi nella piana di Fier attraversiamo la citt\u00e0, che, almeno apparentemente, non offre nulla di interessante, salvo l\u2019opportunit\u00e0 di cambiare finalmente i nostri euro in moneta locale (al tasso ufficiale di 1 \u20ac=140 lek) e sotto la prima pioggerella della giornata, riprendiamo verso Nord sulla SH4 una strada (a tratti in via di risistemazione), per uscirne una decina di km dopo, all\u2019altezza di Kolonje, e salire una ripida stradina fino al monastero ortodosso di Ardenice. Come tutti i luoghi di culto, sotto il regime di Hoxha, anche questo era stato chiuso e abbandonato; ma, caduto il comunismo, \u00e8 stato restaurato e riaperto al culto e ora ospita una rinata comunit\u00e0 di monaci ortodossi di clausura. Parcheggiamo e al termine di un\u2019ulteriore salita su uno sdrucciolevole lastricato fiancheggiato da cipressi, raggiungiamo il muro di cinta e, pagato un biglietto dal costo modesto, entriamo.<\/p>\n<p align=\"justify\">L\u2019interno del complesso \u00e8 diviso in due parti: in fondo quella riservata ai porticati coi dormitori dei monaci e all\u2019inizio quella accessibile ai visitatori. Un piccolo piazzale costeggiato da roseti divide il portone d\u2019ingresso con i locali alloggiati nel muro di cinta dalla chiesa vera e propria, a cui si accede tramite una breve scalinata. Dei cartelli che proibiscono severamente l\u2019uso di macchine fotografiche e un occhiuto guardiano che ci segue muto passo passo (al momento siamo gli unici due visitatori) ci impediscono di scattare foto. Nonostante l\u2019illuminazione non sia delle migliori, la vista dell\u2019interno \u00e8 notevole: l\u2019unica navata, ampia ed alta con soffitto in legno, contiene affreschi pregevoli alle pareti e i tradizionali arredi delle chiese ortodosse, compreso un bel pulpito e il seggio episcopale; ma la nostra attenzione va soprattutto all\u2019iconostasi dove le consuete immagini sacre sono immerse in un enorme pannello di legno intagliato e impreziosito da dorature. Saliamo anche al piano superiore; i locali sono vuoti , per\u00f2 da alcune finestrelle \u00e8 possibile dare un\u2019occhiata sia nella chiesa, sia nel cortile che ospita le celle e gli altri edifici riservati ai monaci, ma tutto appare deserto. <br \/>\n Riprendiamo il viaggio sotto una pioggia sempre pi\u00f9 fitta, quando il pomeriggio ormai volge al termine. Seguiamo le indicazioni del navigatore su cui abbiamo impostato la meta finale di questa tappa odierna: Berat. Seguendo i suoi suggerimenti, lasciamo la SH4 all\u2019altezza di Krutje, raggiungiamo Fier Shegan e puntiamo su Berat. Ma un\u2019interruzione della strada di cui il navigatore non \u00e8 al corrente ci costringe a scegliere un\u2019alternativa che ci lascia perplessi dopo pochi km la carreggiata, paragonabile a una nostra comunale si restringe e inizia a salire serpeggiando tra le colline; proseguiamo con qualche apprensione fin quando ai torrenti di acqua e fango che solcano la strada si aggiunge prima lo sterrato, poi le immancabili buche. A questo punto non ce la sentiamo di proseguire e torniamo indietro fino alla deviazione scegliendo un\u2019altra strada. Riusciamo a riprendere la via per Berat oltretutto su una bella strada destinata probabilmente a diventare superstrada in futuro, tanto \u00e8 larga, diritta e nuova; anzi troppo nuova, dato che ad un\u2019intersezione con una strada locale dei blocchi la sbarrano e ci costringono a prendere a destra, nonostante il cartello per Berat continui a indicare di proseguire a diritto, per una volta d\u2019accordo col navigatore che rischia un esaurimento nervoso a forza di dover continuamente ricalcolare il percorso ad ogni nostra deviazione.<\/p>\n<p align=\"justify\">Finalmente a Ura Varjugore, superato il fiume Osum, abbiamo la rassicurazione di essere nel giusto, a pochi km dal traguardo.<br \/>\n \u00c8 il tramonto quando raggiungiamo prima l\u2019area industriale, poi, seguendo il lungofiume, quella del centro storico di Berat, su cui due.trecento metri pi\u00f9 in alto incombe una cittadella fortificata. Guardando dal basso la citt\u00e0 arrampicarsi verso la cima con le sue file di case addossate al colle per stratificazioni successive, pi\u00f9 delle pareti bianchissime sotto i tetti scuri, si notano a centinaia gli ampi finestroni rettangolari che sono valsi alla citt\u00e0 la definizione di \u201cBerat dalle mille finestre\u201d. <\/p>\n<p> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter\" src=\"http:\/\/www.markos.it\/quaderni\/gif\/le-strade-dell-albania\/B-34-Berat-2.JPG\" width=\"610\" height=\"343\" \/> <\/p>\n<p> Cercando inutilmente un parcheggio o un ufficio informazioni, compiamo due o tre giri della zona compresa tra la rruga (via) S. Lucia lungo l\u2019Osum e la rruga Antipatrea all\u2019interno. Poi troviamo un po\u2019 di spazio vicino a una moschea e decidiamo di lasciare l\u00ec l\u2019auto per muoverci a piedi alla ricerca di informazioni o, comunque, di un posto dove dormire. Ad un incrocio troviamo casualmente un\u2019agenzia turistica dove una ragazza in piedi sulla soglia pare appostata a caccia di turisti da spennare. In realt\u00e0 la ragazza, molto gentile e disponibile si adopera a cercarci una sistemazione, vicina al centro, di buon livello e non troppo cara: la vediamo armeggiare tra i suoi fogli, chiedere a dei vicini e chiamare al telefono; dopodich\u00e9 ci propone un B&amp;B a due passi, gestito da un proprietario il sig. Shehu che tra l\u2019altro parla un buon italiano. <br \/>\n Meno di cinque minuti dopo il sig. Shehu arriva di buon passo e ci guida al suo B&amp;B: siamo fortunati si trova proprio dietro la moschea dove abbiamo parcheggiato. Aperto un portone siamo introdotti in un piccolo cortile dove si affacciano le stanze del B&amp;B e, al piano superiore, l\u2019abitazione del proprietario. La nostra stanza \u00e8 piuttosto piccola, con due letti, un armadio a muro, un tavolino e il bagno; ma \u00e8 tutto quel che ci serve ed \u00e8 pulito e curato. Fuori, sotto un minipergolato c\u2019\u00e8 il tavolino per la prima colazione. Il tutto a una ventina di euro in tutto. Io e Arianna ci scambiamo uno sguardo d\u2019intesa, \u00e8 fatta. <br \/>\n Il sig. Shehu, prima di allontanarsi ci tiene a sottolineare che tra l\u2019altro i materassi sono stati cambiati proprio oggi; torna poco dopo con un caff\u00e8 (rigorosamente alla turca e senza zucchero!) e dei dolcetti. Visto che accettiamo la sistemazione, mi accompagna a prendere i bagagli dalla macchina e intanto chiacchieriamo: mi parla di s\u00e9, della sua famiglia e del suo lavoro: \u00e8 un uomo di mezza et\u00e0, funzionario del vicino museo etnografico ed \u00e8 felice di poter parlare in italiano che ha studiato da autodidatta per amore dell\u2019Italia e della sua cultura. Se domattina non dovesse venire a trovarlo la figlia, che abita nel Nord dell\u2019Albania, sar\u00e0 felice di accompagnarci nel suo tempo libero per la citt\u00e0 e farci da guida. La sua disponibilit\u00e0 \u00e8 quasi eccessiva e potrebbe sembrare affettata e interessata, ma guardandolo in viso mentre parla si capisce che il suo entusiasmo \u00e8 sincero. Mi spiega che il quartiere in cui ci troviamo \u00e8 Mangalem, il cuore pulsante della citt\u00e0 storica (prevalentemente musulmana) e la moschea dietro la quale alloggiamo \u00e8 la Xhamia e Beqar\u00ebve ovvero Moschea degli Scapoli, caratterizzata da un bel porticato e da antichi affreschi al suo interno, che mi mostra solo sbirciando da fuori, dato che \u00e8 l\u2019ora della preghiera e non \u00e8 possibile entrare. Mi indica anche i due migliori ristoranti caratteristici della zona: uno \u00e8 il Mangalemi annesso all\u2019omonimo hotel a un centinaio di metri dal B&amp;B; l\u2019altro \u00e8 l\u2019Antigoni, al di l\u00e0 del fiume, poco pi\u00f9 lontano. Ed \u00e8 a quest\u2019ultimo che Arianna sceglie di cenare.<br \/>\n Dopo aver utilizzato il wi-fi del B&amp;B per telefonare a casa e tranquillizzare i rispettivi partner, usciamo e a piedi raggiungiamo il vicino ponte pedonale sull\u2019Osum, il quale divide Mangalem dal quartiere contrapposto (anche per il prevalere della religione cristiana ortodossa) e simmetrico di Gorica, anch\u2019esso caratterizzato da file di case bianche dalle ampie finestre appoggiate ai pendii di un colle. Il ponte \u00e8 molto recente, la sua struttura in plexiglas e la forte luce bluastra dei riflettori posti sotto i nostri piedi lasciano intravedere in basso le acque vorticanti del fiume in piena, con un effetto davvero suggestivo.<br \/>\n Appena raggiunta l\u2019altra sponda, saliamo al ristorante Antigoni, che, situato in un edificio a due piani,si presenta subito come un locale di buon livello, con pretese di eleganza e stile, a cominciare dalle livree del personale e dalle piante che adornano le ampie scale. Un cameriere che pala italiano ci conduce fino alla terrazza, dove scegliamo l\u2019ultimo tavolo, quello pi\u00f9 vicino alla ringhiera, perch\u00e9 permette di osservare meglio il panorama. E, in effetti, la vista \u00e8 davvero incantevole: al di l\u00e0 della passerella, il cui blu elettrico accende di bagliori le acque del fiume, si pu\u00f2 scorgere la Berat antica nella sua totalit\u00e0; l\u2019insieme delle abitazioni forma un triangolo luminoso che si restringe man mano che sale verso l\u2019alto, incuneandosi prima tra i riflessi rossastri degli alberi e delle rocce sovrastanti, poi cedendo alla massa scura della cittadella che si staglia in cima al colle nel nero assoluto della notte. Peccato che un\u2019improvvisa pioggerella ci costringa a cercare riparo in una zona pi\u00f9 riparata della terrazza, mentre i camerieri rapidamente spostano tutta l\u2019apparecchiatura su un altro tavolo. Scegliamo piatti tipici albanesi, riducendo l\u2019ampia scelta alle sole pietanze vegetariane, tra cui il classico byrek (una torta salata ripiena di vari ingredienti, nel nostro caso, formaggi e spinaci), degli involtini di erbette cotti in foglie di vite accompagnati da riso bianco. <br \/>\n Nel dopocena approfittiamo della cessazione della pioggia per concludere la serata con una lenta passeggiata sul lungo.fiume fino al secondo ponte (in pietra, su ampie arcate e anch\u2019esso pedonale) che collega le due sponde e le due citt\u00e0 che si affacciano sull\u2019Osum.<\/p>\n<p align=\"justify\">3_BERAT<br \/>\n Colazione nel mini patio sotto una pioggia battente che non ha smesso di scrosciare durante tutta la notte. Oltre a due espressi all\u2019italiana ci viene portato pane, burro e marmellate fatte in casa latte freddo (anzi freddissimo, ma ieri sera ero stato incompleto nelle mie indicazioni) un formaggio fresco locale, salato e molto simile alla feta greca, che si abbina perfettamente a una specie di gnocchi fritti ancora fumanti. <br \/>\n La prospettiva di dover passare gran parte della giornata al riparo dall\u2019acqua non \u00e8 allettante, ma per fortuna la pioggia si attenua e io azzardo una sortita esplorativa, con l\u2019intenzione recondita di cercare qualcosa di bollente da trangugiare. Evito di passare dalla strada principale e mi avventuro nelle stradine che dalla Moschea degli Scapoli salgono nell\u2019interno della citt\u00e0 vecchia, stando attento a non scivolare sul lastricato bagnato. Le viuzze si arrampicano sulla collina, interrotte da frequenti gradini, fasciate dai muri bianchissimi tanto vicini da dare l\u2019impressione che una persona affacciata ad una finestra possa facilmente sfiorare il proprio dirimpettaio; in alto del resto sono spesso chiuse da arcate che sostengono stanzette di passaggio tra due abitazioni contrapposte; si snodano tortuose e sono tanto strette da permettere il passaggio solo a una o due persone per volta. Inoltre, grazie ai loro muri intonacati a calce, ricordano, ma in miniatura, i vicoletti di certi paesi del nostro Meridione o del Nord Africa o di qualche isola greca; e, nonostante le nuvole, riflettono bene la luce, ma immagino che siano in grado di offrire ombra e frescura anche nelle calde giornate estive. <br \/>\n Girovagare tra di loro \u00e8 piacevole, anche se \u00e8 difficile mantenere l\u2019orientamento. Per evitare di perdermi e soprattutto di farmi aspettare troppo a lungo da Arianna, che \u00e8 rimasta al B&amp;B, riesco a tornare su rruga Antipatrea e andare alla ricerca di un bar. Il primo che scorgo ha un nome italiano, Mario, ma \u00e8 un buco scuro in fondo a una scalinata e non mi va di faticare a spiegare che desidero un cappuccino e un croissant. Ne vedo un altro, ma \u00e8 troppo affollato sia dentro che ai tavolini posti all\u2019esterno, dove gli avventori, tutti uomini, fumano, bevono e parlano tra loro con chiassosa allegria. <br \/>\n Proseguo per la strada perfettamente rettilinea, che deve essere una delle principali, come desumo sia dall\u2019ampiezza che dai numerosi negozi che vi si affacciano esponendo le loro merci sui marciapiedi, oltre che nelle vetrine: si tratta prevalentemente di botteghe di ortofrutta, o granaglie o altri generi alimentari, come in tanti nostri centri rurali, a cui si aggiungono mini.market o piccoli bazar, mesticherie, qualche modesto negozio di stoffe o abbigliamento; ma ci\u00f2 che lascia interdetti \u00e8 la quantit\u00e0 da noi sconosciuta di lavanderie, lavazho (cio\u00e8 lavaggio auto) e barbieri. La strada \u00e8 affollata, non si vedono bambini (evidentemente a scuola, data l\u2019ora), ma neanche donne, se non poche indaffarate a portare borse con la spesa o intorno ai banchi di qualche bottega. La maggior parte degli uomini, giovani, di mezza et\u00e0 o anziani, sembrano invece sfaccendati impegnati a far passare il tempo tra un pasto e l\u2019altro insieme agli amici tra bevute e discussioni di natura politica o sportiva come quelle che nell\u2019Italia del dopoguerra animavano il sabato pomeriggio nel bar del paese. <br \/>\n La strada ora si allarga in una lunga piazza che mostra in fondo la chiesa ortodossa e pi\u00f9 vicino una moschea col suo alto minareto, ma io le ignoro, perch\u00e9 ho avvistato un paio di bar, di cui uno di recente costruzione, che emana un\u2019impressione di modernit\u00e0 e quasi di eleganza anche negli arredi e nei pochi e distinti avventori. Lo raggiungo a rapidi passi e al barman che accorre chiedo un cappuccino, prima in italiano, poi, vedendolo esitante, glielo spiego in inglese; lui mi risponde che, s\u00ec, s\u00ec, ha capito, ma al momento\u2026 poi mi chiede di attendere un attimo e improvvisamente sparisce. Io aspetto pi\u00f9 che per qualche attimo e sto quasi per andar via, quando lo vedo sopraggiungere trafelato con in mano qualcosa (probabilmente una bustina di latte liofilizzato) che poi aggiunge, mescolando, al caff\u00e8. Il gusto \u00e8 pi\u00f9 quello di un caffellatte che di un cappuccino, ma va bene lo stesso, per\u00f2 mi stupisce che in un bar alla moda non abbiano latte e che sia dovuto ricorrere a un aiuto esterno. Ancor pi\u00f9 mi sorprende il suo smarrimento quando gli chiedo un croissant o una brioche o qualunque altra cosa dolce o salata si possa mettere sotto i denti. Mi guarda desolato e al tempo stesso anche lui sorpreso, manco gli avessi chiesto un paio di scarpe. Sulla via del ritorno al B&amp;B scorgo un altro bar che nell\u2019insegna porta scritto anche Pasticeri; entro, avanzo anche qui la stessa richiesta e ottengo il medesimo diniego meravigliato. Cercher\u00f2 poi di scoprire il perch\u00e9 di questa stranezza. <br \/>\n Mi affretto verso il B&amp;B dove Arianna mi sta aspettando pronta a partire all\u2019esplorazione della citt\u00e0. Il sig. Shehu non potr\u00e0 accompagnarci, perch\u00e9, come ci ha spiegato al momento della colazione, \u00e8 arrivata da lontano sua figlia, per\u00f2 ci elargisce i suoi consigli su cosa visitare. Partiamo perci\u00f2 alla volta del \u201cKalaja e Beratit\u201d, il Castello di Berat, arroccato sulla cima del colle che sovrasta la citt\u00e0. Pu\u00f2 essere raggiunto in auto dall\u2019ingresso ufficiale per i turisti, a pagamento, dal punto d\u2019incontro fra rruga Antipatrea e rruga Komneni, oppure gratuitamente dall\u2019ingresso laterale, conosciuto solo dai locali, ma a piedi. L\u2019imminenza di una nuova ondata di maltempo e la strada che pare salire ripida ci fanno propendere per la prima ipotesi ed \u00e8 una fortuna, perch\u00e9 il lastricato reso viscido dalla pioggia sembra vetro su cui le stesse ruote della Y minacciano di slittare, soprattutto quando la pendenza diventa a due cifre e poi supera sicuramente il 20%. Affronto la salita nell\u2019unica marcia possibile, la prima, lavorando con la frizione, attento a non perdere aderenza, ma anche a non far spegnere il motore. Poche volte in Italia mi \u00e8 capitato di affrontare salite cos\u00ec impegnative e sono lieto di aver dovuto sperimentare questa in auto anzich\u00e9 in bici. <br \/>\n Finalmente, superati gli ultimi tornanti, dopo meno di un km e quasi 150 m. di dislivello, arriviamo sotto le mura del Castello. Qui un uomo, che guardiamo con l\u2019innato sospetto che gli italiani nutrono verso i posteggiatori abusivi, ci aiuta a parcheggiare senza chiedere nulla in cambio; paghiamo i soliti 200 lek, poco pi\u00f9 di un euro, a testa, ed entriamo attraverso un\u2019apertura ad arco attraverso le mura.<\/p>\n<p align=\"justify\">Pi\u00f9 che un castello quello di Berat \u00e8 un villaggio fortificato risalente al Medioevo, tuttora abitato, quasi un quartiere cittadino distaccato, che al suo interno, nella parte pi\u00f9 alta, ospita l\u2019antica rocca andata in rovina. Dallo spiazzo all\u2019ingresso partono alcune vie: due conducono lungo le mura, un paio salgono verso la parte alta del Castello Il selciato corre pi\u00f9 spazioso e regolare dei vicoli di Mangalem, ma identiche sono le case imbiancate a calce che offrono un piacevole contrasto cromatico col verde dell\u2019erba o dei cespugli e l\u2019azzurro intenso dei pochi squarci che il cielo si degna di aprire tra le nubi; al muro di qualche abitazione adibita a improvvisato atelier, bluse, camicie, tovaglie, capi di biancheria, merletti, ricami e varia passamaneria lavorata a mano sventolano in cerca di possibili acquirenti. <br \/>\n Andiamo a zonzo un po\u2019 qua e un po\u2019 la, fino a raggiungere l\u2019estremo della cittadella nella parte pi\u00f9 alta e meno abitata. Una costruzione parzialmente in rovina, a met\u00e0 tra una chiesa e un edificio pubblico, attira la nostra attenzione; seguendo le non molte persone del luogo che vi entrano ed escono, verifichiamo che si tratta effettivamente di una chiesa, anche se piuttosto anomala. Un signore che l\u00ec vicino ha allestito un banchetto su cui ha poggiato dei bicchieri colmi di piccole prugne verdi, ce ne offre alcune in assaggio e intanto ci spiega che l\u2019edificio che vediamo era in realt\u00e0 la chiesa ortodossa di S. Giorgio, una delle tante della cittadella, ma che sotto il regime di Enver Hoxha era stata chiusa al culto, adibita a palestra per il gioco del ping.pong dei funzionari del partito e lasciata decadere, cos\u00ec come erano state fatte andare in rovina le due antiche moschee del luogo: la moschea Rossa in cotto (il cui sottile minareto, semi crollato, avevo poco fa scambiato per la ciminiera di qualche opificio) e la Moschea Bianca in pietra, le cui rovine si trovano a Nord.Ovest, oltre la piazza d\u2019armi. Lo ringraziamo per le spiegazioni e mi sento in dovere di acquistare una confezione di prugne che peraltro sono terribilmente acerbe. <br \/>\n Oltre la chiesa di S. Giorgio la cinta muraria si chiude, lasciando solo un\u2019apertura in ripida discesa a gradini che conduce a uno spiazzo panoramico; da qui oltre ad ammirare la scenografica vista della citt\u00e0 distesa ai piedi del colle, si pu\u00f2 scendere a piedi e raggiungere l\u2019abitato; noi per\u00f2 non andiamo oltre i primi metri di discesa. Sulla via del ritorno ci imbattiamo nella chiesa di Santa Maria che al suo interno alloggia il Museo Onufri; si tratta di un museo che ospita una preziosa collezione di oggetti liturgici e soprattutto icone bizantine, molte delle quali opera del pi\u00f9 importante pittore cinquecentesco dell\u2019Albania, il maestro Onufri, creatore di una vera e propria scuola pittorica che cercava tra l\u2019altro di mantenere viva la tradizione religiosa cristiana in una fase storica in cui l\u2019invasione Ottomana aveva quasi imposto la conversione all\u2019Islam di molti albanesi. Peccato che anche qui non sia possibile scattare foto, n\u00e9 disporre di opuscoli e guide. <br \/>\n Completiamo la visita raggiungendo l\u2019acropoli al margine occidentale della cittadella, dove passando per i resti della piazzaforte militare, invasi dalla vegetazione,si giunge alla spianata che ospita i ruderi della Moschea Bianca. Non ne restano che i ruderi e una bella scala a chiocciola che permette , dall\u2019alto delle rovine, di godere un panorama a 270\u00b0: la vallata sottostante, segnata dalle curve sinuose del fiume Osum a Nord.Ovest,\u00e8 delimitata da due gruppi contrapposti di rilievi: l\u2019alto monte Tomorr a Est e lo Shpiragu a Ovest, entrambi legati ad antiche leggende sull\u2019origine della citt\u00e0. Subito sotto i contrafforti che sostengono la spianata si scorge la chiesa ortodossa della S. Trinit\u00e0, gradevole con le sue cupole in stile bizantino e l\u2019alternanza di mattoni rossi e pietre bianche. Scatto qualche foto; un albanese ci chiede da dove veniamo e quando gli diciamo Italia, gli si illumina il viso e ci tiene a raccontarci in un italiano maccheronico che anche lui \u00e8 stato nel nostro Paese, lavorando a lungo come manovale vicino a Torino. Sembra che tutti in Albania abbiano una gran simpatia per l\u2019Italia, nonostante quello che sicuramente sentono dire degli atteggiamenti intolleranti verso gli immigrati. <br \/>\n Ritorna la pioggia, ma, nonostante l\u2019intera mattinata sia stata contrassegnata da condizioni di tempo incerto, ci riteniamo fortunati per aver potuto visitare questo luogo cos\u00ec caratteristico in un periodo quasi privo di turismo chiassoso e invadente. I pochi abitanti del luogo incontrati per strada, il rumore del vento fra le case anzich\u00e9 quello dei motori, la vicinanza al cielo, pur cos\u00ec poco amichevole, il senso del trascorrere del tempo e della storia nella strana commistione tra antiche rovine e nuclei abitativi ancora vitali, tutto questo ci ha fatto vivere per un paio d\u2019ore come fuori dal mondo, regalandoci un\u2019esperienza inconsueta.<br \/>\n Torniamo alla macchina e iniziamo la discesa con molta cautela, anche perch\u00e9 ora che vediamo davanti a noi tutta la strada precipitarsi in basso diritta verso le case gi\u00f9 in fondo rimpicciolite dalla lontananza, la pendenza ci sembra ancora maggiore e pi\u00f9 insidiosa. Ci fermiamo subito prima di rruga Antipatrea: di fronte all\u2019agenzia turistica dove ieri abbiamo chiesto informazioni c\u2019\u00e8 un albergo ristorante: \u00e8 il Mangalemi, uno dei due che ci erano stati consigliati ieri sera. Entriamo; a differenza dell\u2019Antigoni, non si sale, ma si scende in una sala tutta rivestita di legno che crea un\u2019atmosfera accogliente e gradevolmente calda dopo tutta l\u2019umidit\u00e0 della mattinata. Il locale \u00e8 pieno di persone, molti sono gli stranieri fra cui alcuni tedeschi ma soprattutto italiani, ben pi\u00f9 di quanti mi aspettavo. Di comune accordo, Arianna ed io scegliamo di sederci dalla parte opposta della sala, dove si trovano dei tedeschi e un altro gruppo familiare di nazionalit\u00e0 ignota. E facciamo bene perch\u00e9 dal tavolo dei nostri compatrioti ogni tanto dei bambini, senza che nessuno li richiami, fanno delle rumorose incursioni per tutta la stanza, mettendo a rischio sia le portate che i camerieri devono distribuire fra i vari tavoli, sia la pazienza di tutti. <br \/>\n Ci facciamo aiutare dai camerieri, di cui uno parla bene l\u2019italiano, per individuare i piatti vegetariani tra quelli della cucina tipica albanese che certo non lesina pietanze a base di carne o pesce; alla fine scegliamo un\u2019insalata del tipo alla greca, mista di verdure fresche e feta, e un pasticcio al forno; nell\u2019attesa facciamo fuori un intero cestino di pane, molto soffice e saporito. Ci scambiamo i piatti per gustare sapori diversi, ma sono tanto abbondanti che solo spinti dalla golosit\u00e0 o dalla curiosit\u00e0 ci azzardiamo a chiedere anche il dolce. <br \/>\n Quando usciamo barcollando, grazie anche alle generose quantit\u00e0 di birra, l\u2019ennesimo scroscio di pioggia ci aiuta a smaltire il pranzo, costringendoci a una corsa a piedi verso il Museo etnografico, distante poche centinaia di metri. Pagati i 200 lek di routine, saliamo al primo piano condotti da una guida. Qui, conservando le caratteristiche originarie dell\u2019arredamento e della disposizione dei locali, in una serie di stanze sono stati ricostruiti i vari ambienti ed attivit\u00e0 della casa di una famiglia benestante; per prima cosa, infatti, ci accoglie un ampio verone coperto, nel quale oltre a lavorare al telaio, le donne passavano il loro tempo libero al fresco nelle giornate pi\u00f9 calde, chiacchierando, ricamando,bevendo the. Con questo locale, che \u00e8 al centro dell\u2019abitazione, comunicano poi quasi tutte le altre stanze, quelle da pranzo, la cucina (con tutti gli utensili a vista, la dispensa e il camino.forno), quelle del telaio (in cui sono raccolti i vari strumenti per il lavoro della tessitura) le varie stanze per gli ospiti (che oltre a divani e alle stuoie per terra comprendono un basso tavolino con tutto l\u2019occorrente per bere e mangiare, un caminetto e, pi\u00f9 in alto una loggetta chiusa da persiane da cui le donne e i bambini potevano assistere senza esser visti alle conversazioni degli uomini). Inoltre un ingegnoso sistema a doppia porta faceva s\u00ec che in presenza di ospiti maschili, i locali occupati dalle donne risultassero chiusi e invece aperti quelli dove erano gli uomini o viceversa. <\/p>\n<p> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter\" src=\"http:\/\/www.markos.it\/quaderni\/gif\/le-strade-dell-albania\/C-26-Berat_EtnoMuseo-09.jpg\" alt=\"Berat - Museo etnografico\" width=\"610\" height=\"343\" \/> <\/p>\n<p> A piano terra, infine \u00e8 stato ricostruito il molteplice ambiente del bazar in cui si alternavano le botteghe di sarti, orafi, ricamatori, calderai, fabbri\u2026 Approfittiamo della disponibilit\u00e0 di una impiegata -o dirigente- del museo per soddisfare le nostre curiosit\u00e0 relative alla vita nel passato lontano e recente dell\u2019Albania, finch\u00e9 non ci accorgiamo che siamo gli ultimi visitatori rimasti e che l\u2019orario di chiusura \u00e8 trascorso da una buona mezzora.<br \/>\n Uscendo incontriamo il sig. Shehu, che sta per finire il suo turno di lavoro; lo ragguagliamo su tutto ci\u00f2 che abbiamo visitato oggi e, dato che si mostra ansioso di conoscere i nostri giudizi, lo rassicuriamo sul nostro pieno gradimento; dal modo in cui ne \u00e8 quasi infantilmente felice, come anche dalla premura con cui lui e gli altri suoi connazionali cercano di accattivarsi la simpatia e la considerazione degli stranieri, mi pare di ricavare il bisogno di riscatto di un popolo troppo a lungo considerato da molti come arretrato, di bassa cultura, di scarso senso civico, inaffidabile, scansafatiche,solo per usare le definizioni pi\u00f9 benevole, che poi non sono molto diverse da quelle generalizzazioni che con pari superficialit\u00e0 e presunzione alcuni stranieri applicano a noi italiani.<br \/>\n Su sua indicazione troviamo facilmente la strada per la Xhamia Mbret o Moschea del Sultano (o del Re). Entriamo in un ampio cortile alla sinistra del quale individuiamo la moschea, per la presenza dell\u2019alto minareto. Raggiungiamo il loggiato col portone d\u2019ingresso, ma questo risulta chiuso; forse \u00e8 troppo presto. <br \/>\n Un po\u2019 delusi, anche per l\u2019impressione di trascuratezza che promana dal porticato, torniamo indietro, ma vediamo un uomo seduto a fumare sotto il portico dell\u2019edificio di fronte alla moschea, il quale ci fa cenno di avvicinarci. Dev\u2019essere il custode, anche se dall\u2019aspetto trascurato e dal modo di fare burbero non si direbbe. Si esprime in albanese, incurante del fatto che non capiamo una parola, poi in un grammelot di albanese, tedesco, inglese, italiano e chiss\u00e0 che altro ci fa capire che la Moschea \u00e8 chiusa, ma si pu\u00f2 visitare la Tekke, cio\u00e8 l\u2019edificio in cui ci troviamo. Faccio per pagare il biglietto d\u2019ingresso, ma ridendo lui mi fa capire che ha finito i blocchetti e non ha voglia di andarli a prendere, poi ci fa entrare e ci descrive il locale: se ben capisco la Tekke \u00e8 una via di mezzo tra una scuola coranica e un edificio religioso (un monastero?) sotto la guida di un dede, un\u2019autorit\u00e0 islamica; ma \u2013\u00a0ci tiene a precisare\u00a0\u2013 niente a che vedere coi fanatici talebani. <br \/>\n La sala, l\u2019unico locale che visitiamo, \u00e8 quadrata con un soffitto in legno riccamente lavorato e decorato con disegni geometrici; inoltre per migliorare l\u2019acustica nei muri vennero aperti dei fori e anche inseriti dei catini di ceramica per meglio riflettere i suoni. Il complesso della moschea comprende anche un\u2019ala che un tempo ospitava le celle dei Dervisci, che per\u00f2 sotto il regime di Hoxha vennero eliminati. Stiamo per andarcene, quando il lunatico custode ci ferma e ci indica una porticina laterale della moschea che si \u00e8 appena aperta e da cui tre uomini stanno uscendo in silenzio.; poi ci fa cenno di seguirlo, raggiunge il porticato, apre il portone principale e ci invita a entrare, naturalmente dopo esserci tolte le scarpe. Evidentemente prima ha voluto attendere che fosse terminata ogni funzione religiosa. L\u2019interno, osservato in silenzio e nella penombra, \u00e8 quello di qualunque altra moschea: il pavimento \u00e8 interamente coperto da tappeti, nel bel soffitto di legno intarsiato e decorato geometricamente si inscrive una cupola e sulla parete di fronte, accanto alla mihrab, la nicchia che indica la direzione della Mecca, c\u2019\u00e8 il pulpito da cui vengono pronunciate le preghiere o commentate le letture dei passi del Corano; nella parte retrostante ad un piano rialzato accessibile tramite una stretta scala di legno, si trova il matroneo. Nell\u2019insieme l\u2019aspetto \u00e8 un po\u2019 dimesso e non ha nulla delle grandi ed eleganti moschee di Istanbul o del Cairo, ma \u00e8 proprio questa natura modesta a conferirgli un senso di quotidiana autenticit\u00e0. <br \/>\n Lasciamo la moschea del Sultano, prima gironzolando tra i vicoli della citt\u00e0 vecchia poi dirigendoci lungo la rruga Antipatrea. Poco distante, leggo l\u2019insegna \u201cBarberi\u201d scritta a mano su un fatiscente stambugio in legno, isolato al centro di uno spiazzo sterrato; \u00e8 pi\u00f9 piccolo di una cabina telefonica e contiene a malapena un omino dalla faccia triste, che, seduto su un trespolo, attende clienti che non arrivano. Qualche decina di metri pi\u00f9 avanti c\u2019\u00e8 l\u2019elegante bar moderno dove ho preso un cappuccino stamattina e il contrasto tra le due realt\u00e0 \u00e8 evidente e emblematico dell\u2019Albania di oggi. Poco lontano c\u2019\u00e8 la grande Moschea di Piombo, che deve il nome al rivestimento della sua cupola; ma \u00e8 chiusa e non \u00e8 perci\u00f2 visitabile. Per par condicio raggiungiamo la vicina cattedrale ortodossa di Shen Dhimitri ed entriamo: \u00e8 di aspetto moderno, luminosa, ben curata, con una bella iconostasi d\u2019epoca recente, ma non mi dice nulla di particolare. All\u2019uscita l\u2019unico mendicante che abbia visto finora. <br \/>\n Ci spingiamo ancora pi\u00f9 avanti e sfioriamo l\u2019imponente edificio dell\u2019Universit\u00e0, in uno stile neoclassicheggiante, ma con una mole da Realismo Socialista. \u00c8 una costruzione moderna, ma non \u00e8 statale, bens\u00ec privata, quindi a pagamento e riservata solo a chi se la pu\u00f2 permettere, come ci ha spiegato il sig. Shehu. Raggiunto il lungofiume, risaliamo verso Mangalem, passando attraverso un bel parco verde dotato di panchine e frequenti spazi attrezzati per luoghi di incontro di adolescenti, ma anche anziani. A sinistra scorre limaccioso l\u2019Osum, mentre dinanzi a noi, sullo sfondo, si staglia il colle a strapiombo sormontato dal Castello. Continuiamo sull\u2019adiacente Bulevardi Republika, un gradevole tratto \u2013 in via di completamento \u2013 riservato ai pedoni, il quale, nonostante l\u2019ampiezza, \u00e8 affollatissimo di persone di ogni et\u00e0 e per la prima volta vedo anche donne (ma nessuna oltre l\u2019et\u00e0 adulta) girare con la famiglia, a gruppi e talvolta anche da sole; Bar e caff\u00e8, tuttavia, restano solo appannaggio degli uomini. <br \/>\n Ceniamo all\u2019hotel.ristorante Mangalemi, lo stesso di stamani; stasera \u00e8 meno affollato e pi\u00f9 tranquillo. Anche stavolta, cibi vegetariani, ma variati e saporiti, e un conto pi\u00f9 che accettabile: calcoliamo che con la stessa cifra per due, in Italia avremmo preso una pizza da asporto e una birretta soltanto e forse neanche quella. Breve passeggiata fino al ponte pedonale di pietra nel quartiere di Gorica e poi a dormire: domattina vorremmo partire per tempo verso Elbasan e raggiungere Pogradec sul lago Ohrid.<\/p>\n<p> 4_VERSO IL LAGO OHRID<br \/>\n Ci alziamo un po\u2019 di malavoglia e neanche tanto presto: durante la notte \u00e8 piovuto ininterrottamente alternando scrosci a tuoni. Usciamo nel mini.patio riservato a noi e asciughiamo le sedie umide. Sentendoci almanaccare, il padrone di casa si precipita gi\u00f9 a portarci il caff\u00e8 e la colazione; \u00e8 uguale a quella di ieri, ma stamani il latte \u00e8 bello caldo e si beve ancor pi\u00f9 volentieri. La feta poi \u00e8 pi\u00f9 abbondante e facciamo fatica a finirla tutta, ma lasciare nel piatto il cibo (quando \u00e8 buono e soprattutto \u2026 gi\u00e0 pagato) va contro i nostri alti principi etici.<br \/>\n Salutato il sig. Shehu, partiamo alla volta del lago di Ohrid. Ieri sera su Google Maps avevo ben programmato il percorso: 150 km per circa tre ore di viaggio da Berat a Ku\u00e7ove, Elbasan e Pogradec, sul lago. Ma gi\u00e0 pochi km dopo Berat, vicino a Ura Varjugore, incominciano le difficolt\u00e0: la SH72 si interrompe per lavori in corso e seguendo la deviazione obbligata finiamo per perderci su una strada secondaria priva di indicazioni. Quello della segnaletica scadente e delle strade in rifacimento, che fanno sembrare l\u2019Albania un continuo cantiere, sono un bel fastidio. A parte questo, la campagna umida, sfumata nei contorni e nei colori, ha un suo fascino: alle mille gradazioni di verde si somma l\u2019odore di terra bagnata e di erba tagliata, di camomilla o finocchio selvatico; noi procediamo a un\u2019andatura cos\u00ec lenta, quasi ciclistica, che dai finestrini aperti assaporiamo ogni variazione di odore. Si tratta probabilmente delle stesse esalazioni primaverili che madre natura produce anche alle nostre latitudini, ma qui il contatto \u00e8 diretto, senza mediazioni olfattive, uditive o visive da parte di motori o insediamenti umani e risulta perci\u00f2 pi\u00f9 intenso e \u201cprimitivo\u201d. <br \/>\n Torniamo indietro fino a incrociare nuovamente la SH72 e dopo un altro paio di tentativi di cercare una via che tagli direttamente per Elbasan attraverso un\u2019area ricca di acque e boschi, ci arrendiamo e adattiamo a seguire il percorso pi\u00f9 lungo, sulla strada che passa da Lushnje. Anche questa cittadina, che pure passerebbe per insignificante rispetto a tanti nostri borghi ricchi di storia e di arte, testimonia di un crescente relativo benessere, attraverso le attivit\u00e0 che vi si svolgono, le molte case in costruzione, l\u2019atteggiamento dinamico degli abitanti che si muovono per strada; e, nel contrasto con i tetri bunker che numerosi costellano le campagne, attesta la volont\u00e0 degli abitanti di superare \u2013\u00a0 costi quel che costi\u00a0\u2013 la chiusura e la povert\u00e0 non solo economica di neanche trent\u2019anni fa.<br \/>\n L\u2019ennesima interruzione poco prima di Rrogozhine, ci fa sostare nei pressi di una rotonda, ma subito da un\u2019auto scende un poliziotto che, visti due turisti in difficolt\u00e0, con gran gentilezza ci spiega l\u2019itinerario da seguire e ci augura buon viaggio, mentre un altro ci saluta da lontano; mi chiedo se sarebbero stati altrettanto cordiali con dei locali fermatisi a met\u00e0 di una rotonda. Ma ci piace pensare che il sorriso letto sui loro visi aperti pi\u00f9 che un\u2019interessata e accattivante lusinga nei confronti di stranieri portatori di valuta sia un tratto del carattere, a dispetto di ogni pregiudizio sull\u2019 autoritarismo di forze dell&#8217;ordine di un Paese da poco uscito da un regime dispotico.<br \/>\n Seguendo la SH7 nel fondo valle del fiume Shkumbini, superiamo anche Peqin e infine costeggiamo la periferia di Elbasan senza addentrarci nella citt\u00e0. Improvvisamente il paesaggio diventa quello deprimente di un\u2019area industriale dismessa e abbandonata: imponenti impianti (cementifici? Fabbriche?) decaduti a rovine, colore grigio sporco degli edifici, assenza di strutture abitative creano uno scenario desolante. Noi tiriamo dritto e per fortuna ce lo lasciamo presto alle spalle. <br \/>\n La strada comincia a salire serpeggiando: si tratta di superare la barriera montuosa che separa la pianura dall\u2019altopiano in cui si trova lago di Ohrid. Anche il paesaggio cambia rapidamente: alle ampie distese coltivate si sostituiscono sempre pi\u00f9 frequentemente colline di boschi interrotti qua e l\u00e0 da frammentari appezzamenti agricoli e pascoli dove soprattutto pecore, ma anche bovini e cavalli vagano liberamente. Purtroppo la pioggia continua, anche se leggera, ha prodotto una nebulizzazione diffusa che trasforma in foschia la luce filtrata da un cielo uniformemente grigio. Provo a scattare qualche foto, ma i risultati sono sconfortanti; ci rinuncio e provo a fotografare mentalmente ci\u00f2 che vedo, rielaborando le immagini con la fantasia per riprodurre un paesaggio solare, nitido e saturo di colore. <br \/>\n Dopo Elbasan, fortunatamente, il traffico \u00e8 diminuito e il fondo strale \u00e8 prevalentemente buono; per\u00f2 occorre sempre guidare con prudenza a causa dell\u2019asfalto bagnato, delle frequenti curve e della pendenza spesso ripida, che i cartelli indicano immancabilmente al 7% anche quando \u00e8 palesemente superiore o inferiore. Che l\u2019equivalente albanese del nostro ANAS si sia rifornito esclusivamente di cartelli con questa sola cifra? <br \/>\n La salita finalmente si addolcisce, dovremmo aver superato i 1000 m., secondo il mio altimetro, quando arriviamo al passo; qui il panorama diventa grandioso, aprendosi a 270\u00b0 sul lago Ohrid, tra i pi\u00f9 antichi d\u2019Europa, stando alle informazioni del mio smartphone. Davanti a noi a una quota di due.trecento metri pi\u00f9 bassa, la massa d\u2019acqua si presenta come una lastra immobile color canna di fucile, delimitata da una cornice di indistinte montagne sul lato opposto, quello macedone. Raggiungiamo rapidamente il lago prima della cittadina di Lin; le acque, calmissime senza neanche un\u2019increspatura, sono quasi al livello della strada, dalla quale le separano solo qualche ciuffo di canne palustri o una sottile striscia di ghiaia. Ogni tanto incrociamo uomini ma soprattutto ragazzi che, al sopraggiungere di un\u2019auto, si avventurano pericolosamente al centro della strada, esibendo lunghe anguille che si dimenano come serpenti o del pesce fresco, che sperano di vendere ai turisti ancora rari in questo periodo.<\/p>\n<p align=\"justify\">Ancora qualche km ed entriamo in Pogradec, affacciata sull\u2019Ohrid e sviluppata linearmente intorno a un lungolago e a un paio di vie principali sulla direttrice Ovest.Est. Parcheggiamo in un punto che ci sembra centrale, ma quando chiediamo informazioni su qualche B&amp;B e su un ufficio turistico non riceviamo risposte comprensibili n\u00e9 in inglese, n\u00e9 in italiano, salvo l\u2019indicazione a gesti di un albergo proprio alle nostre spalle, che per\u00f2 non ci soddisfa. Proviamo nella strada parallela, dove un signore, capito che siamo italiani, ci porta in un negozio; qui un commesso ci prende in carico e ci fa cenno di seguirlo in un vicino ristorante; ci conduce infine in presenza di un signore, probabilmente il proprietario del negozio, che sta beatamente pranzando davanti a un piatto di pasta fumante. La sua conoscenza della nostra lingua \u00e8 molto limitata, ma deve capire il significato dell\u2019espressione \u201cufficio turistico\u201d, perch\u00e9 si illumina e vorrebbe alzarsi per accompagnarci da qualche parte, ma noi non possiamo acconsentire e ci limitiamo a farci spiegare come arrivarci a forza di djathtas, majtas,, e drejt\u00eb, dopo di che lo ringraziamo vivamente, lasciandolo ai suoi maccheroni ormai tiepidi e partiamo alla ricerca del fantomatico ufficio. <br \/>\n Scendiamo fino alla successiva parallela e cerchiamo di localizzare la misteriosa piazza \u201cBasci\u00e0\u201d o \u201cBaski\u00e0&#8221; che lui ha nominato pi\u00f9 volte e che noi non riusciamo a trovare n\u00e9 sul vocabolarietto, n\u00e9 nella realt\u00e0. Alla fine chiediamo a dei ragazzi che stanno salendo su una moto; neanche loro parlano inglese (ora .\u00a0mi chiedo .\u00a0vada per gli anziani, ma i giovani, a scuola, possibile che non studino lingue straniere?) e non riescono a capire cosa voglio, nonostante io infarcisca le mie frasi con vari \u201cPlaza Basci\u00e0\u201d, \u201cBur\u00f2 Turistik\u201d \u201cInformasi\u00f2n, Auskunft, Informescion\u201d in puro stile \u201cNoio vulevon savu\u00e0r\u201d. Poi uno di loro si rischiara in volto: \u201cBashia?&#8221; chiede; \u201cPo, Po! Basci\u00e0! \u201d rispondo io, precipitosamente, quasi temendo che una mia esitazione possa fargli perdere l\u2019ispirazione. Allora il volenteroso giovanotto lascia l\u2019amico a guardia della moto e mi trascina a uno slargo poche decine di metri pi\u00f9 in l\u00e0; quindi indica trionfante un edificio su cui sta scritto qualcosa come \u201cBashkia te Pogradeci\u201d. Solo allora capisco che quella parola misteriosa indicava non una piazza, ma un edificio pubblico che .\u00a0escludendo un ospedale o una caserma\u00a0. dev\u2019essere un Municipio o la sede di qualche ente governativo. Non fidandosi, comprensibilmente, delle mie capacit\u00e0 comunicative il giovane mi accompagna dentro, parlotta con un usciere e infine mi saluta fiero della sua buona azione quotidiana. L\u2019usciere fa una serie di telefonate, facendoci cenno ogni volta di aspettare un attimo. <br \/>\n Di attimi ne passano parecchi e a questo punto, per la verit\u00e0, noi vorremmo eclissarci e rinunciare a qualunque informazione o ufficio turistico: per trovare un posto dove dormire e gli eventuali siti interessanti da visitare in zona, possiamo arrangiarci da soli. Finalmente arriva un impiegato che ci fa cenno di seguirlo; passando per scale, piani, corridoi\u2026 infine, dicendoci qualcosa, probabilmente invitandoci a entrare, ci \u201cdeposita\u201d davanti a una stanza. In effetti, abbiamo l\u2019impressione di essere diventati un pacco ingombrante di cui nessuno si vuol prender carico, pronti a scaricarlo sulle spalle del collega pi\u00f9 vicino.<br \/>\n Invece la persona che ci riceve \u00e8 quanto mai accogliente e disponibile e oltretutto parla in inglese. Cedo ad Arianna, che se la cava meglio di me con le lingue e non ha la mente ottenebrata da stanchezza e calo di zuccheri (sono le 15 e siamo digiuni dalla colazione!), l\u2019onore della conversazione, che seguo svogliatamente, ma da quel che sento capisco che il nostro interlocutore deve essere una specie di assessore comunale alla protezione ambientale e\/o alla cultura. Per una buona mezzora ci illustra il trend positivo dell\u2019economia della zona, spiegando l\u2019importante ruolo svolto dal turismo e quanta parte di esso derivi da sapienti investimenti sulla salvaguardia dell\u2019ambiente, dalla sensibilizzazione dei giovani soprattutto attraverso la scuola, dallo sviluppo di infrastrutture ecocompatibili, dalla sinergia con i dipartimenti omologhi della vicina Macedonia\u2026 e via di questo passo<br \/>\n Noi siamo visibilmente imbarazzati, soprattutto per il grosso equivoco che si sta creando. Non so cosa gli abbiano detto di noi prima del nostro incontro, forse che siamo ecologisti, o giornalisti, o insegnanti o comunque studiosi interessati al rapporto uomo.ambiente. Fatto sta che lui deve aver interpretato male la nostra richiesta di depliants sulle bellezze naturali e sulle risorse culturali del Sudest albanese (per la verit\u00e0 gli avevamo chiesto qualcosa anche sugli alberghi della citt\u00e0). Anche se noi cerchiamo di ridimensionare e neutralizzare questa commedia degli equivoci, lui continua a sciorinare dati, mostrare grafici e riempirci in doppia copia di opuscoli riguardanti la qualit\u00e0 delle acque del lago, le relazioni del loro ministero della Pubblica Istruzione o i progetti di collaborazione con le istituzioni macedoni su questioni economiche e ambientali. Man mano, per\u00f2, deve rendersi conto dell\u2019errore, perch\u00e9 il suo entusiasmo progressivamente si smorza al pari della voce, finch\u00e9 con una formula semiufficiale di ringraziamento e di saluto ci congediamo. Aspettiamo di essere fuori dall\u2019edificio prima di scoppiare a ridere. Poi di corsa a cercare un posto dove mangiare e un altro dove trovare un letto. <br \/>\n Pogradec \u00e8 una cittadina di grandezza medio.piccola affacciata sulla sponda occidentale del lago con una fila di negozi, botteghe, case colorate e ristrutturate nella via centrale e hotel nella passeggiata litoranea. La sua naturale vocazione turistica, soprattutto estiva, \u00e8 legata alla presenza del lago Ohrid e pare consentirle una certa prosperit\u00e0 che traspare dagli abiti delle persone, dalle immancabili Mercedes, dagli alberghi, dalla cura di case e strade nel centro; ma basta entrare in uno dei vicoli pi\u00f9 nascosti o recarsi in periferia per assistere a uno spettacolo ben differente: case molto pi\u00f9 anonime e modeste, spesso edifici non terminati di costruire, fondo stradale non asfaltato o dissestato, persone dall\u2019apparenza pi\u00f9 dimessa. Un\u2019Albania a due velocit\u00e0, insomma. <br \/>\n Non mancano gli hotel nel cuore di Pogradec, ma pi\u00f9 difficile \u00e8 trovare qualcosa di simile a un ristorante, anche data l\u2019ora pomeridiana. Individuiamo con fatica il B&amp;B Chill Out, verso cui ci ha indirizzato un\u2019insegna. Quando finalmente lo raggiungiamo, scopriamo che \u00e8 arredato con un simpatico stile \u201cetnico\u201d, con bambini per le scale e persone giovani e \u201calternative\u201d impegnate a lavorare alla piscina, ma diventer\u00e0 operativo tra una settimana, quando saranno terminati i lavori. I proprietari, vista anche la nostra delusione, ci chiedono per\u00f2 di aspettare; ci fanno sedere in soggiorno tra un quadro del Che e un murale a soggetto floreale e nel frattempo ci portano caff\u00e8, uova sode e da bere. Attendiamo per quasi un\u2019ora; e finalmente, dopo aver visto un telegiornale in cui, pur senza comprendere le singole parole, si capiva che i temi erano esattamente gli stessi dei nostri notiziari (politica, corruzione, cronaca nera ed Europei di calcio), riceviamo la lieta novella: ci hanno trovato una stanza. E che stanza! In realt\u00e0 si tratta di un appartamento di un\u2019ottantina di metri quadri costituito da una enorme salone con triplice funzione di ingresso.soggiorno.camera da letto, un locale di passaggio adibito a cucina e una seconda cameretta, pi\u00f9 un bagno spazioso. La discutibile suddivisione degli spazi, la presenza di un maxi.TV non ancora installato, un letto nella stessa stanza del tavolo da pranzo fanno pensare che abbiano rimediato un locale all\u2019ultimo momento, improvvisando un B&amp;B in un locale in via di sistemazione. Comunque a noi va pi\u00f9 che bene e dopo aver sistemato alla meglio le nostre cose, si esce alla scoperta della citt\u00e0. <\/p>\n<p> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter\" src=\"http:\/\/www.markos.it\/quaderni\/gif\/le-strade-dell-albania\/E-03-Pogradec-lagoOchrid_03.JPG\" width=\"610\" height=\"343\" \/> <\/p>\n<p> Pogradec, purtroppo non \u00e8 Berat e non offre molto oltre a quello che abbiamo gi\u00e0 visto, oltretutto ha ripreso a piovigginare con quello stillicidio mesto e umido di certe giornate autunnali aggravato dal fatto che siamo a oltre 700 m. di altitudine. Anche il lungo.lago, pur nella sua decadente bellezza, non incoraggia le passeggiate. No, non siamo stati fortunati col tempo; d\u2019altra parte sarebbe stato peggio dedicare, secondo il nostro progetto originario, questi primi tre giorni al tratto costiero. E poi da domani dovrebbe migliorare. Riscaldati da questa speranza e infreddoliti dal magro pranzo a base di uovo sodo, andiamo alla ricerca di un ristorantino o facente funzione. Non se ne trova uno che sia uno: pare che qui siano sconosciuti. Facciamo il giro dell\u2019intero lungolago e gli unici ristoranti sono quelli degli alberghi di lusso per turisti, ma nessun locale per gli abitanti del posto, salvo un Kebab e una specie di Mc Donald indigeno da asporto. <br \/>\n Poi finalmente in una stradina secondaria, al primo piano di un condominio troviamo un piccolo ristorante dove, incredibilmente, un gruppo di sole donne sta festeggiando qualcosa. Mangiamo un buon piatto di pasta ed una zuppa calda molto gradita, data la temperatura. Prenderemmo volentieri anche un dolce, ma i camerieri sono lentissimi a servire e finiamo col rinunciarci. Pare che ci abbiano dimenticati e alla fine siamo noi a doverci muovere e andare a cercarli per pagare il conto.<\/p>\n<p align=\"justify\">5_ POGRADEC &#8211; GJIROKASTER<br \/>\n Torniamo al (futuro) B&amp;B \u201cChill Out\u201d per la colazione: le immancabili uova sode, succo d\u2019arancia, formaggio, pane, burro, marmellata, latte e caff\u00e8 si alternano alle chiacchiere in soggiorno con la signora che a turno gestisce il B&amp;B. Paghiamo volentieri i 25 \u20ac previsti e usciamo. Subito fuori c\u2019\u00e8 una bella panetteria, anzi un forno, che dai manifesti attaccati alle vetrine promette, oltre a pane di ogni forma e qualit\u00e0, anche croissant e dolci locali di vario tipo. Non resisto alla tentazione ed entro, anche se Arianna me lo sconsiglia e a ragion veduta, perch\u00e9 la padrona del forno mi fa capire a gesti che dispongono solo di un grosso pane casalingo. <br \/>\n Giornata incomparabilmente migliore di quelle passate: c\u2019\u00e8 il sole, finalmente, pur se in compagnia di nuvole ancora numerose; queste scarrocciano nell\u2019 azzurro del cielo per effetto di un vento forte e continuo che increspa il lago con onde nervose. Ma il vero spettacolo \u00e8 assicurato quando il sole comincia a illuminare le cime innevate delle montagne al di l\u00e0 del lago, in territorio macedone. La strada che segue il lago porterebbe al confine e da l\u00ec si potrebbe andare a visitare il lago Prespa che \u2013mi \u00e8 stato detto. \u00e8 forse anche pi\u00f9 bello dell\u2019Ohrid, ma il nostro programma, che ci impone di raggiungere Gjirokaster nel primo pomeriggio, non prevede deviazioni cos\u00ec significative verso Est; perci\u00f2, usciti dalla periferia disordinata e trafficata di Pogradec, ci si dirige alla volta di Korc\u00eb. <br \/>\n L\u2019altopiano prosegue alla stessa quota per una manciata di km, poi la strada, giunta alla fine della pianura, improvvisamente si impenna e con una rapida sequenza di tornanti sale a 900 m. s.l.m. Non \u00e8 la prima salita ripida, ma non posso fare a meno di pensare al mio progetto originario di viaggio in bici. Anche dopo essere ridiscesi su un altopiano, non si allenta la presenza delle montagne, sia pure sullo sfondo. Arriviamo finalmente, dopo una quarantina di km, a Korc\u00eb, antico e importante centro albanese, ricco di storia e cultura, a quanto abbiamo letto prima di partire. Per la verit\u00e0 di antico non scorgiamo granch\u00e9: \u00e8 sicuramente una citt\u00e0 popolosa, ma i caseggiati si susseguono moderni e anonimi ben oltre la periferia; anche quando giungiamo in centro, lungo il Bulevardi Fan Noli, gli edifici pubblici e privati appaiono di recente costruzione (simili ai condomini dei nostri anni \u201960) e non rendono conto delle tradizioni di una citt\u00e0 che oltre ad ospitare la prima scuola albanese in ordine di tempo, \u00e8 un centro culturale importante, ricco di musei e patria di poeti, scrittori e patrioti. <br \/>\n In cerca di un parcheggio, sfioriamo due importanti edifici religiosi vittime in passato dell\u2019 oscurantismo del regime di Hoxha: l\u2019imponente Cattedrale ortodossa della Resurrezione (ricostruita dopo che la precedente chiesa di S. Giorgio era stata distrutta) e la bella moschea Iljaz Mirahori, riaperta al culto solo di recente, dopo il restauro del minareto abbattuto nel periodo comunista. <br \/>\n La parte pi\u00f9 interessante, comunque, si rivela l\u2019animato quartiere del bazar, o Pazar, che si trova poco lontano dalla cattedrale intorno a una piazza di forma circolare piena di bancarelle. Qui si affacciano case basse a un piano adibite a negozi che vendono ai turisti, ma anche ai locali, un incredibile bric a brac di ricami, tessuti lavorati a mano, abiti tradizionali, oggetti (per lo pi\u00f9 di seconda.terza mano) d\u2019uso quotidiano, pezzi di ricambio di tecnologie obsolete e da noi introvabili, zappe, vanghe e altri utensili agricoli, prodotti in cuoio, vimini o legno, mobili, pollame, cibi pronti, frutta e verdura\u2026<br \/>\n \u00c8 uno spettacolo piacevolmente caotico e stordente anche per un italiano passeggiare in mezzo a una marea di gente tra colori, aromi, voci e rumori d\u2019ogni genere. Purtroppo tra le case della piazza, molte di aspetto malandato pi\u00f9 del necessario (volutamente, secondo me, per dare al mercato un&#8217;impronta pi\u00f9 realistica, secondo le aspettative dei turisti), si avverte anche la nota stonata di un centro commerciale tutto vetrine tirate a lucido, scale, piante ornamentali e merci in franchising. Se noi ce lo giriamo tutto non \u00e8 per l\u2019improvviso desiderio di comprare un golf Benetton o una borsa di Fendi, ma solo per soddisfare due esigenze fisiologiche essenziali per dei viaggiatori: un caff\u00e8 e, soprattutto, una visita alle toilette, tanto pi\u00f9 che queste in Albania non sempre sono facilmente individuabili oppure rispondenti agli esigenti standard reclamati da una donna.<br \/>\n Giriamo un po\u2019 per il quartiere che dalla piazza si dirama in viuzze lastricate, costeggiate da abitazioni basse e modeste con muri di vecchie pietre squadrate. Case e stradine sono bianche e inondate dalla luce del sole, come quelle di certi paesini di Sicilia o Puglia, ma trasmettono una sensazione di povert\u00e0 e trascuratezza, accentuata da qualche mucchio di rena lasciata per strada da un cantiere edile, muri sbreccati o bordati da erbacce e qua e l\u00e0 cartacce e rifiuti. Non che i nostri capoluoghi, a cominciare dalla capitale, siano esenti da simili incurie causate dai cittadini e\/o dai (dis)servizi pubblici, ma il problema dell\u2019 immondizia e del decoro urbano \u00e8 sentito almeno a parole, magari per sentirsi in pace con la coscienza, salvo addossarsi reciprocamente le colpe e poi non farne di niente. Qui, invece, sembra che la questione ambientale del territorio, sia urbano che extraurbano, non rivesta importanza per nessuno.<br \/>\n Dopo un rapido spuntino a base di byrek e di birra (non per niente la citt\u00e0 d\u00e0 il suo nome ad una pregevole birra sia chiara che scura che viene prodotta proprio qui), ripartiamo verso sud. Si esce un po\u2019 a fatica da Korc\u00eb seguendo le indicazioni per Erseke, distante quasi una cinquantina di km. La strada larga e diritta presenta, praticamente da subito, una serie di buche cos\u00ec fitte e quasi \u201cregolari\u201d da sembrare non dovute a incuria e deterioramento nel tempo, ma fatte ad arte come se avessero voluto scarificare il manto stradale con dei bulldozer per predisporlo a una successiva cementazione o asfaltatura. \u00c8 come se le autorit\u00e0 locali avessero deciso di sovrapporre alla precedente strada che da Korc\u00eb portava a sud una nuova magnifica superstrada, senza per\u00f2 predisporre, almeno temporaneamente, una via di comunicazione alternativa. Man mano che si procede, anzich\u00e9 migliorare, buche, dossi e solchi diventano cos\u00ec frequenti e profondi da costringere ad un\u2019andatura lenta e zigzagante non solo noi, ma anche veicoli ben pi\u00f9 attrezzati come SUV e 4&#215;4, che a passo d\u2019uomo ondeggiano come ubriachi da un lato all\u2019altro della carreggiata. Alcune strade secondarie intersecano la nostra dirette a qualche paesino dei dintorni e, incredibilmente, appaiono in buone condizioni; agli incroci abbiamo la tentazione di imboccarle e cercare un\u2019altra via, ma il navigatore che le fa morire tutte sulle montagne ci dissuade.<\/p>\n<p> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter\" src=\"http:\/\/www.markos.it\/quaderni\/gif\/le-strade-dell-albania\/E-12-Korce-Sereke-03.JPG\" width=\"610\" height=\"343\" \/> <\/p>\n<p> Solo a momenti la situazione sembra migliorare e azzardiamo una velocit\u00e0 di 20 km\/h, ma si tratta di brevi tratti di sterrato non ancora \u201clavorati\u201d. Temiamo di dover affrontare in queste condizioni il resto del percorso e sono preoccupato soprattutto per i continui sobbalzi a cui \u00e8 sottoposta Arianna. Il percorso, lasciato l\u2019altopiano, comincia a salire diventando meno rettilineo. Ad un certo punto, parallela e non lontana dalla nostra, osserviamo con preoccupazione un\u2019altra strada su cui pare che ci dobbiamo innestare: \u00e8 in realt\u00e0 solo una massicciata in costruzione, sulla quale stazionano dei bulldozer. <br \/>\n La mia pazienza, gi\u00e0 messa a dura prova dal senso di responsabilit\u00e0 verso figlia e (futuro) nipote, comincia a vacillare: va bene che le infernali strade albanesi siano lastricate da buone intenzioni, come quella di voler dotare il Paese di una moderna rete viaria indispensabile allo sviluppo del turismo e dell\u2019economia, ma non potrebbero fare un passo alla volta, iniziando a ammodernare un nuovo breve tratto solo dopo aver terminato i precedenti e magari predisponendo dei by-pass? <br \/>\n Poi per fortuna, arrivati al punto di convergenza dove la nostra strada si arresta davanti a un dirupo preceduto da un alto cumulo di ghiaia, veniamo deviati su una stradina stretta ma asfaltata che, pur tra mille saliscendi da brivido, ci fa percorrere gli ultimi km prima di Erseke a una velocit\u00e0 accettabile, considerate le continue curve e le pendenze. <br \/>\n Adesso ci troviamo nuovamente su un altopiano, a circa 1000 m. di altitudine; ma lo scenario \u00e8 ora spettacoloso: il vasto pianoro verde d\u2019erba si stende morbidamente sotto un cielo mutevole di nuvole e d\u2019azzurro, mentre sfilano a Est incappucciate di bianco le montagne che fanno da confine con la Grecia e a Ovest altre montagne pi\u00f9 basse ricoperte di verde. Ci fermiamo su un prato per consumare un altro sbrigativo spuntino con quello che ci siamo portati dietro da Pogradec, mentre il vento trasporta intorno a noi odori di primavera e in alto nuvole in rapida successione. Ancora salite spesso ripide e tortuose, tra boschi di conifere che ora si sono sostituiti ai prati. Pochi i villaggi lambiti dal nostro percorso, pochissime le auto incontrate; sembra una regione quasi deserta, non fosse per la presenza di un paio di carri dalle ruote gommate trainati da animali e, soprattutto di bambini che con lo zainetto in spalla, isolati o a coppie, spuntano e scompaiono tra una curva e l\u2019altra. Gi\u00e0 ne avevamo visti altri nel corso del viaggio, ma tutti in prossimit\u00e0 di citt\u00e0 o paesi; qui fa una certa impressione vederli apparire all\u2019improvviso, quasi dal nulla; viene da chiedersi dove abbiano le loro case sparse e dove la scuola che li riunisce e soprattutto quanta strada debbano fare a piedi ogni giorno per raggiungerla.<br \/>\n Dobbiamo aver raggiunto il punto pi\u00f9 alto, perch\u00e9 ora la strada inizia a scendere con decisione con una serie di tornanti, aprendosi a scorci di forre di un verde quasi nero. Raggiungiamo il fondo di una stretta gola rocciosa in cui scroscia rumorosamente un corso d\u2019acqua e iniziamo a risalire sul costone opposto. Incredibilmente su questo versante, pur alla stessa altitudine, la vegetazione \u00e8 completamente mutata: non pi\u00f9 abeti o larici, ma una grande variet\u00e0 di latifoglie. Superata Leskovik, poco pi\u00f9 che un paesone da cui per\u00f2 parte un\u2019importante via di comunicazione verso la vicina Grecia, si scende definitivamente verso il basso. A Carcove si entra sulla SH80, lasciandoci alle spalle le indicazioni per il confine greco e iniziamo a seguire il fiume Vjos\u00eb in direzione di Permet. Il Vjos\u00eb, mi rammenta Arianna, \u00e8 lo stesso che abbiamo superato presso Fier il nostro primo giorno di viaggio; evidentemente, il fiume, nato in Grecia, riesce a raggiungere la costa adriatica a Nord di Valona dopo una lunga serpentina fra i rilievi albanesi. <br \/>\n Il traffico \u00e8 aumentato e in qualche punto il fondo stradale si presenta dissestato o in riparazione; questo, aggiunto al timore (peraltro infondato) di sbagliare strada e di arrivare troppo tardi a Gjrokaster non mi permette di distogliere l\u2019attenzione dalla guida per osservare come meriterebbe questa bella valle fluviale che ora scorre stretta tra rive verdi, ora si allarga in un ampio letto di sassi bianchi, dando origine ai tortuosi meandri del fiume. <br \/>\n Il cielo ha cambiato umore e si \u00e8 messo a piovere, ma \u00e8 una pioggia bonaria, quasi riluttante. Sfioriamo qualche modesto villaggio di pastori e contadini che ricorda alla lontana gli sperduti paesini dell\u2019Irpinia degli anni \u201950; non incontriamo abitanti salvo qualche donna; i pastori e contadini che verosimilmente ci vivono devono essere al lavoro oppure al riparo delle loro case; ma i loro figli, ancora una volta, li incrociamo a qualche distanza dal villaggio: vanno o tornano da scuola allegri e spensierati lungo la SH80, che \u2013 d\u2019accordo \u2013 non \u00e8 un\u2019arteria trafficatissima, ma insomma \u00e8 pur sempre una statale. Inoltre camminano a testa scoperta sotto l\u2019acquerugiola, privi di ombrelli o mantelline e senza nessuna apparente preoccupazione da parte dei familiari. Naturale il confronto con i genitori di casa nostra, assai pi\u00f9 apprensivi, almeno stando al clich\u00e9 italico che vuole soprattutto le madri chiocce iperprotettive e timorose anche davanti a una normale influenza, tanto da determinare figli insicuri e \u201cbamboccioni\u201d.D\u2019altra parte, davanti a questi bambini sottoposti alle possibili insidie del maltempo e del traffico, io stesso non mi sentirei tanto tranquillo; ma forse \u00e8 lo status di nonno a rendermi pi\u00f9 protettivo di un tempo. Con la coda dell\u2019occhio spio Arianna, che tra pochi mesi sar\u00e0 mamma anche lei, ma non rilevo i segni di una particolare apprensione. Per ora, mi dico, ma voglio vedere fra un anno\u2026 <br \/>\n Ad un bivio dopo Permet vedo segnalata una strada per Berat e per Gramsh, che ignoriamo tirando diritto verso Tepelene; per\u00f2 mi resta la curiosit\u00e0 sulla cittadina di Gramsh. Quando avevo progettato di compiere in bici la mia esplorazione dell\u2019Albania, avevo ipotizzato di raggiungere il lago Ohrid da Gjirokaster passando appunto da Gramsh, incuriosito dalla scoperta che la famiglia di Antonio Gramsci era originaria di questo sperduto paesino dell\u2019interno, probabilmente privo di particolari attrattive. <br \/>\n Arrivati vicino a Tepelene, cambiamo decisamente direzione, lasciando la valle del Vjos\u00eb; puntiamo a Sud per prendere la SH75 e poi svoltiamo a sinistra per Gjirokaster: potrebbe essere una superstrada, tanto \u00e8 ampia, pianeggiante e ben tenuta; anche se andiamo solo a 70.80 km\/h sembra di volare in confronto all\u2019esperienza della mattinata. Quasi ci dispiace, quando una ventina di km dopo, la valle si allarga e ci mostra la meta finale di oggi, Gjirokaster (che noi conosciamo col nome italiano di Argirocastro), adagiata alle base dei monti sulla nostra destra, mentre sul lato opposto, oltre un corso d\u2019acqua e un\u2019ampia striscia di campi coltivati, si scorgono verdi colline e un\u2019altra catena montuosa. <br \/>\n Superiamo rapidamente la periferia e ci inoltriamo nella citt\u00e0, lungo un ampio e trafficato viale alberato, che ci restituisce l\u2019immagine di un capoluogo moderno e indaffarato con auto, palazzi, negozi, insegne luminose, folla che potrebbero essere benissimo quelli di una qualunque citt\u00e0 media europea. Ma appena, all\u2019altezza dello stadio, giriamo a destra su via Laboviti, tutto cambia: la strada, pi\u00f9 stretta e in crescente pendenza, \u00e8 delimitata da due file di case per lo pi\u00f9 bianchissime, a uno o due piani, con alte finestre; il fondo stradale \u00e8 costituito da un selciato di pietre larghe e levigate dal tempo, ma irregolarmente connesse tra loro; non sempre c\u2019\u00e8 lo spazio per il transito di auto nelle due direzioni e quando ne incrociamo una che scende dobbiamo accostare e ripartire con qualche difficolt\u00e0. <br \/>\n A met\u00e0 salita, dopo un paio di tentativi a vuoto, individuiamo il B&amp;B \u201cHashorva\u201d, che avevamo trovato e prenotato ieri su Booking.com. Un breve cortile fiancheggiato da piante e fiori, nel quale parcheggiamo l\u2019auto, introduce all\u2019abitazione dove abita anche il proprietario. Lo troviamo sulla soglia ad attenderci; subito ci fa entrare e nell\u2019ingresso si toglie le scarpe infilando un paio di sandali, invitandoci implicitamente a fare altrettanto con quelli riservati agli ospiti; poi ci mostra la stanza, \u00e8 spaziosa, luminosa, a piano terra e d\u00e0 sul giardino; a fianco si apre il bagno privato, altrettanto ben tenuto. Ci piace; lui, palesemente soddisfatto, ci presenta i genitori e ci saluta per andare a lavorare. Proviamo ad accordarci sulla colazione di domattina, ma con qualche difficolt\u00e0, perch\u00e9 loro a differenza del figlio non capiscono l\u2019italiano n\u00e9 l\u2019inglese; alla fine della contrattazione alla cieca, abbiamo spuntato le 8.30 e colazione senza uova sode n\u00e9 insaccati. <br \/>\n Dopo aver sistemato alla meglio le nostre cose (eufemismo per dire: bagagli rovesciati alla rinfusa sui letti e per terra) usciamo per una ricognizione. La salita fino al B&amp;B, che prima ci era sembrata tanto lunga in auto, ora si rivela ancor pi\u00f9 laboriosa a piedi, mettendo a dura prova caviglie e polpacci, ma in pochi minuti raggiungiamo una moschea e, subito dopo, un crocicchio al culmine della via che qui assume il nome di Ismail Kadar\u00e8, lo scrittore albanese premio Nobel. <br \/>\n Ci fermiamo su una sorta di schiena d\u2019asino, dove Google segnalava un ufficio informazioni, ma non ce n\u2019\u00e8 neanche l\u2019ombra. All\u2019incrocio di tre strade che scendono verso il basso e di una che sale verso il Castello, vedo un negozietto a forma triangolare sovrastato da un\u2019ampia veranda, che vende di tutto, ma soprattutto tessuti, abiti, lavori a maglia e ricami, oltre alle abituali mercanzie acchiappa.turisti. Entro e chiedo informazioni alla proprietaria alla quale non pare vero inondarmi in un buon italiano di notizie d\u2019ogni genere, tendenti comunque a farci gravitare intorno al suo negozio. Ci fornisce anche una cartina non ufficiale della zona, in cui ovviamente il suo locale fa bella mostra di s\u00e9 al centro. La ringrazio con la insincera promessa di rifarci vivi pi\u00f9 tardi e torno alla ricerca del fantomatico ufficio informazioni. <\/p>\n<p> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter\" src=\"http:\/\/www.markos.it\/quaderni\/gif\/le-strade-dell-albania\/F-005-Gjirokaster-TettiInPietra-1.JPG\" width=\"610\" height=\"407\" \/> <\/p>\n<p> Scendiamo lungo la caratteristica Rruga Zenebishti che coi suoi negozietti e soprattutto ristoranti e Hotel pluristellati dimostra di essere una via da movida, almeno relativamente alla parte alta della citt\u00e0. In uno slargo, prima di raggiungere la sede del municipio, adocchiamo un chiosco che pare proprio un ufficio informazioni; dentro ci sono due persone un uomo sulla quarantina accattivante e loquace e un ragazzo assai pi\u00f9 taciturno che si limita ad assentire ogni volta che l\u2019altro guarda dalla sua parte; pare una coppia male assortita pi\u00f9 simili al Gatto &amp; la Volpe che a due impiegati del locale ente del turismo. Quando poi il primo comprende che siamo italiani, va in brodo di giuggiole, ci tiene a farci sapere con crescente entusiasmo che lui adora l\u2019Italia, la nostra lingua e padre Dante di cui ci parla a lungo arrivando a mostrarci sul suo telefonino la foto del busto del poeta. Poi passa a elencarci le bellezze e i punti d\u2019interesse della citt\u00e0 e dei suoi dintorni e infine si propone come nostro accompagnatore per un tour guidato tra le bellezze note e meno note della citt\u00e0, a cominciare dal Kalaja e Gjrokastre, cio\u00e8 al Castello di Argirocastro o dal tunnel.bunker antiatomico fatto costruire da Enver Hoxha per s\u00e9 e la sua famiglia proprio a Gjirokaster, sua citt\u00e0 natale. Quella dei bunker deve essere stata una vera e propria fissazione del dittatore, che ne ha disseminati migliaia per tutta l\u2019Albania in vista di un\u2019improbabile invasione, non si sa se veramente convinto che qualche Stato ostile (praticamente tutto il mondo, secondo la paranoica fobia di gran parte dei despoti) potesse avere interesse a conquistare il Paese delle Aquile, oppure per consolidare il proprio potere tra le masse popolari solleticandone le pulsioni nazionaliste e al tempo stesso creando qualche opportunit\u00e0 di lavoro. Intanto l\u2019albanese continua a sfornare proposte di localit\u00e0 come possibile alternativa alla visita della citt\u00e0: se siamo appassionati di archeologia, potremmo effettuare un\u2019escursione ai siti archeologici di Adrianopoli o di Antigonea, se invece ci interessa la natura incontaminata potremmo puntare a\u2026 <br \/>\n Riusciamo a disimpegnarci dalla nostra aspirante guida con la vaga promessa di pensarci su per domattina, anche perch\u00e9 ormai si avvicina l\u2019ora di cena. Ci saluta calorosamente, non senza proporci prima un paio di ristoranti di sua fiducia in cui andare a suo nome. Forse la sua gentilezza \u00e8 sincera e la mia impressione a pelle che sia motivata da tornaconto personale \u00e8 viziata da disdicevoli pregiudizi, ma preferiamo cavarcela da soli andandocene alla ventura. Giriamo cos\u00ec senza una meta precisa per il Bazar dando un\u2019occhiata poco pi\u00f9 che distratta ai negozietti, che presentano pi\u00f9 o meno tutti le stesse mercanzie per turisti; riserviamo maggiore attenzione alle strade, in cui le pietre del selciato presentano qua e l\u00e0 delle decorazioni geometriche, e soprattutto alle tipiche case che , come quelle di Berat, si presentano a due o tre piani oltre al pianterreno, ma pi\u00f9 alte, coi loro bianchi muri a calce e verande aggettanti. <br \/>\n L\u2019ora di cena, preannunciata dai barbagli del tramonto e da un languorino alla bocca dello stomaco, ci sorprende all\u2019improvviso e la nostra attenzione si rivolge alla ricerca di un ristorante dove cenare; scartiamo subito quelli che ci erano stati proposti perch\u00e9 troppo pretenziosi e poi parecchi altri, perch\u00e9 troppo affollati, o insignificanti, molto cari, o poco \u201clocali\u201d. Al termine di questa schizzinosa selezione ci ritroviamo ad aver perlustrato inutilmente tutto il quartiere e a avvertire i morsi della fame. Ci spostiamo pi\u00f9 in basso, verso il nostro B&amp;B e poi oltre, fino a lasciare il centro storico, scendendo fino alla base della lunga salita. Qui finalmente abbiamo la fortuna di trovare un locale aperto. Ci sembra elegante in maniera anonima; in un altro momento, magari avremmo giocato ancora a fare gli incontentabili, ma ora sarebbe un lusso che non possiamo pi\u00f9 concederci. Invece, contro ogni aspettativa la scelta si rivela felice: una bella zuppa di legumi diversi e zarzavate, cio\u00e8 verdure di vario tipo, con un pane semi.integrale molto buono, il tutto annaffiato da birra marcata \u201cKorc\u00eb\u201d. Il cibo \u00e8 gustoso, il servizio \u00e8 rapido e inappuntabile e il costo si aggira su una dozzina di euro soltanto; oltretutto disponiamo di un efficiente collegamento wi.fi con cui comunicare col resto del mondo, visto che quello della nostra stanza non funzionava. Ritemprati dalla cena non abbiamo difficolt\u00e0 ad affrontare la lunga salita verso il B&amp;B<\/p>\n<p align=\"justify\">6 \u00a0GJIROKASTER -SARANDA<br \/>\n La colazione, puntualissima, si svolge al primo piano, su un piano apparecchiato con una candida tovaglia ricamata; anche alle finestre, su un altro tavolino, sulle mensole, sui mobili, fanno mostra di s\u00e9 trine, ricami, merletti, chiaramente frutto della passione e dell\u2019abilit\u00e0 dell\u2019anziana padrona di casa; del resto tutto sa di pulito, curato, ordinato con attenzione quasi maniacale. Anche il cibo sarebbe ottimale per quantit\u00e0 e qualit\u00e0, non fosse che avevamo chiesto di non portarci il tradizionale uovo sodo e nel piattino ne troviamo due a testa. Evidentemente, non devo essere riuscito a spiegarmi bene ieri sera. Mangiamo comunque a saziet\u00e0, accantonando anche, per il pranzo, pane, formaggio e uova (d\u2019ora in poi far\u00f2 finta di non sentire gli ululati d\u2019allarme inviati dal mio tasso di colesterolo in crescita esponenziale). Paghiamo come previsto 45 \u20ac, una cifra pi\u00f9 alta delle precedenti, ma in ogni caso inferiore al costo per una persona sola in gran parte d\u2019Europa, tanto pi\u00f9 tenendo conto che Booking.com ne trattiene una percentuale. <br \/>\n Lascio Arianna a fare la doccia, a preparare i bagagli che abbiamo indecorosamente sparpagliato dappertutto e a ridare una parvenza d\u2019ordine alla stanza stravolta dalla nostra invasione, mentre io mi avvio su per la salita con la scusa di fare un po\u2019 di moto, ma in realt\u00e0 per reintegrare le scorte di caffeina, dato che quella assunta a colazione mi pareva piuttosto blanda. Vicino alla Moschea trovo un piccolo e fumoso bar frequentato, naturalmente, solo da uomini. Non parlano altro che albanese, ma parole come caff\u00e8 o cappuccino sono universali. A questo punto mi viene in mente di riparare alla mia maschilista divisione dei compiti con Arianna, portandole un caffellatte caldo. Dopo aver guardato sul mio dizionarietto tascabile, azzardo un \u201dKafe me qum\u00ebsht\u201d, che il barista capisce subito, ma quando, per poterlo portar via senza versarlo, aggiungo aiutato dalla mimica \u201cen shishe i vog\u00ebl\u201d, cio\u00e8 in una bottiglietta, lo vedo perplesso; in realt\u00e0 ha compreso, solo che in mancanza di bottigliette, mi costruisce un doppio bicchiere di plastica con tappo e cannuccia e me lo consegna riempito di caffellatte bollente. Poi prima che io esca, contento forse per essersi inteso con uno straniero o divertito dalla mia performance mimico.linguistica, insiste per offrirmi un bicchierino di raki, versandone una dose abbondante anche per s\u00e9. Lo ringrazio con un \u201cFaleminderit\u201d incerto quanto il sorriso che lo accompagna. Sar\u00e0 che sono quasi diventato astemio, ma mi sembra una bomba di alcool puro che incendia progressivamente bocca, esofago e stomaco. Fortunatamente non sono a digiuno, ma quando esco non so se attribuire alle irregolarit\u00e0 del selciato o al raki il mio barcollio. <br \/>\n Dal B&amp;B, dopo aver pagato e salutato ciascuno nella propria lingua, con muti sorrisi e ampi cenni del capo, l\u2019anziana proprietaria, partiamo per risalire al Pazar, che di mattina mostra meno turisti e pi\u00f9 botteghe artigiane aperte, tra cui quelle di un falegname, di uno scalpellino e di un anziano marmista che effettua artistici intagli su rettangoli di ardesia grigia. Poco pi\u00f9 avanti ad un incrocio ci fermiamo a fotografare un incredibile groviglio di fili, derivazioni elettriche, cavi telefonici, tiranti metallici tesi molto approssimativamente e pericolosamente tra i muri delle abitazioni.<br \/>\n Cos\u00ec, dopo aver girato un bel po\u2019 zigzagando per il quartiere, ci decidiamo a tornare indietro e a puntare al Castello. <\/p>\n<p> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter\" src=\"http:\/\/www.markos.it\/quaderni\/gif\/le-strade-dell-albania\/F-024-Gjirokaster_alCastello-02.jpg\" width=\"610\" height=\"406\" \/><\/p>\n<p> La fortezza, situata in una splendida posizione panoramica in cima alla collina, insieme al sottostante quartiere del Bazar, grazie anche alla sua posizione strategica, \u00e8 probabilmente l\u2019area originaria degli insediamenti di genti diverse nel corso dei secoli, ma non pare particolarmente curata, nonostante rientri nei Patrimoni Culturali dell\u2019Umanit\u00e0. Dall\u2019ingresso si accede ad una imponente galleria a volta, piuttosto buia, che sul ramo sinistro ospita pezzi d\u2019artiglieria di varia epoca e provenienza; i cannoni sono disposti in modo che il visitatore passi sotto le canne come tra due file contrapposte di soldati con la sciabola sguainata. Al termine della galleria fa mostra di s\u00e9 anche un piccolo carrarmato italiano che, se si pensa ai Panzer tedeschi o agli Sherman americani, fa quasi tenerezza: sembra poco pi\u00f9 che un giocattolo e la dice lunga sulle assurde velleit\u00e0 di Mussolini di competere in campo militare con potenze mondiali ben pi\u00f9 attrezzate. Con un senso di sollievo si esce all\u2019aria aperta e alla luce, per ritrovarsi su una spianata in cui il suolo e parte degli edifici sono invasi dalle erbacce; ma il panorama dal parapetto \u00e8 stupendo: la vista sulla vallata si apre fino alle opposte montagne sfumate nella luce del pomeriggio, oltre le quali scorre il Vjos\u00eb, mentre, a ridosso del pendio sotto le mura \u00e8 appoggiata la citt\u00e0, col quartiere storico pi\u00f9 in alto e la parte pi\u00f9 moderna centocinquanta metri circa pi\u00f9 in basso. Da qui osservando il colore grigio.ardesia di tetti e muri delle alte case, si comprende perch\u00e9 la definizione di Argirocastro \u201ccitt\u00e0 di pietra\u201d. <br \/>\n Procedendo oltre, un aereo militare americano, catturato forse ai tempi della guerra fredda, colpisce per la sua incongruit\u00e0, appoggiato com\u2019\u00e8 su uno stretto rialzo del terreno a ridosso del parapetto, quasi un albatros prigioniero che volesse nuovamente spiccare il volo. <br \/>\n Dopo alcune basse costruzioni non visitabili, tra le quali si insinuano rovi e rampicanti, raggiungiamo un ampio spiazzo con una sorta di moderno palcoscenico al centro: un cartello spiega che qui si svolge il Festival Nazionale del Folklore. Pi\u00f9 avanti ancora una chiesetta e alcuni edifici di natura militare concludono la parte Nord.Est della fortezza con una vista a strapiombo di notevole effetto sulla vallata sottostante. Ritorniamo nella galleria principale, inoltrandoci nel ramo occidentale, ma le aree accessibili sono poche, spoglie e tutte al chiuso; l\u2019unica cosa interessante \u00e8 rappresentata da una cappellina dedicata alla tomba di due \u201csanti\u201d particolarmente venerati dal culto bektashi.<br \/>\n Solo ora ci accorgiamo di essere gli unici visitatori; anzi, perfino il custode che ci aveva fatto i biglietti, ora \u00e8 sparito dal suo sgabuzzino. Ed \u00e8 quasi con sollievo che torniamo fuori. Se si eccettua il panorama, l\u2019insieme della fortezza con le sue tetre gallerie, le armi, gli edifici un po\u2019 cupi che in pi\u00f9 di un\u2019epoca sono stati adibiti a carceri e la vegetazione spontanea che si \u00e8 ripresa buona parte degli spazi prima controllati dall\u2019uomo, conferiscono al luogo un che di tristezza.<br \/>\n Completiamo la nostra frettolosa visita di Gjirokaster nella parte bassa della citt\u00e0, soffermandoci a un passo dal ristorante in cui abbiamo cenato ieri sera, ma solo per sbafare un quarto d\u2019ora di connessione internet allo scopo di cercare indicativamente un albergo in cui pernottare stasera dalle parti di Sarand\u00eb e per salutare mia moglie e il compagno di Arianna. <br \/>\n Poi usciamo dalla citt\u00e0 puntando sulle colline opposte, in mezzo alle, quali in un punto imprecisato, dovrebbe trovarsi Antigonea la citt\u00e0 costruita da Pirro e successivamente distrutta dai Romani al tempo della loro conquista dell\u2019Epiro.<br \/>\n Il sito \u00e8 indicato nei pressi del villaggio di Saraqinishte ed \u00e8 l\u00ec che ci dirigiamo, lasciando la pianura alle nostre spalle e insinuandoci tra aspre colline assolate. Le povere case, basse ed essenziali, i muretti a secco, la strada a tratti sassosa, i prati stepposi nonostante siamo ancora in primavera, intervallati da querce, olivi e viti, un gregge lontano, parlano di un tempo fuori dal tempo. Nell\u2019aria ferma e calda del mattino, il silenzio \u00e8 assoluto, ma non mi stupirei se venisse rotto da un frinire di cicale, impossibile a maggio. In mancanza di cartelli abbiamo affidato il compito di guidarci al navigatore, ma questo, nel bel mezzo di una salita, ci pianta in asso, sostenendo che la meta \u00e8 stata raggiunta. Anche Komoot, la app che ho caricato sul mio smartphone, non ci \u00e8 di grande aiuto: ci fa proseguire per un altro mezzo km, per poi arrestarci in mezzo al nulla. Proseguiamo con attenzione anche perch\u00e9 la strada, franosa in pi\u00f9 punti, a un tratto presenta una voragine in cui spiccano sospesi sul vuoto il guardrail e dei cavi; poi, ad un bivio, finalmente veniamo premiati da un cartello che indica il sito archeologico. <br \/>\n Altri 500 m. e, alla buon\u2019ora, un parcheggio, la fine della strada e una sbarra con un uomo appoggiato confermano che la nostra ricerca \u00e8 terminata. Un cartello ci avverte che all\u2019interno del parco archeologico si trova la biglietteria con la possibilit\u00e0, tra l\u2019altro, di disporre di opuscoli e audio.guide. L\u2019uomo, che non capiamo se sia un custode o il pastore di un gregge non lontano da l\u00ec, a cenni ci invita a proseguire. Percorriamo alla ricerca della biglietteria un sentiero fiancheggiato da cespugli di vegetazione fiorita fino a un pannello scolorito dal sole in cui \u00e8 riportata una mappa del sito, senza per\u00f2 che venga indicata la nostra posizione. <br \/>\n Proseguiamo. Il cielo ora velato nasconde il sole e, in mancanza di precisi punti di riferimento, orientarsi non \u00e8 agevole. In una pozza circondata da consunte pietre squadrate crediamo di riconoscere un ninfeo di cui riferiva il pannello. Alla sua destra era indicata l\u2019acropoli, ma il terreno \u00e8 molto scosceso e non ci sono sentieri, cos\u00ec, per risparmiare ad Arianna una salita troppo faticosa, preferisco partire io in esplorazione per cercare una via pi\u00f9 agevole. Salgo con qualche difficolt\u00e0, aiutandomi anche con le mani, fino a ritrovarmi tra lecci e macchie di rovi sulla cima del colle, ma dell\u2019acropoli nessuna traccia, solo qualche masso affogato nel verde o nella terra, che nulla indica trattarsi dei resti di qualche edificio di 23 secoli fa. Solo qualche centinaio di metri lontano si intravedono dei blocchi che potrebbero pi\u00f9 verosimilmente essere i resti di un tratto delle mura. Ridiscendo un po\u2019 deluso e riprendiamo il cammino. <br \/>\n Della biglietteria neanche l\u2019ombra, per\u00f2 un altro pannello indica i resti di una costruzione e di una torre; le rovine sono molto malridotte e sembrano annerite, non so se per effetto dei secoli trascorsi o della distruzione della citt\u00e0 operata dai Romani. Continuiamo sul sentiero ben tracciato che sale leggermente fino a un pianoro piuttosto glabro, una gariga interrotta qua e l\u00e0 solo da qualche albero come il leccio o cespugli di rovi, lentischi, corbezzoli, rosmarino e varie altre piante aromatiche e xerofile. E qui c\u2019\u00e8 il primo avvistamento sicuro di tracce di un abitato, che sono state evidentemente riportate alla luce da recenti scavi archeologici: il netto perimetro di bassi muretti in pietra bianca traccia sul terreno la mappa di abitazioni private e locali commerciali; poco pi\u00f9 avanti affiorano dal terreno altri ruderi di edifici tuttora in corso di scavo. La parte pi\u00f9 interessante e completa dell\u2019antica Antigonea si trova verso sud.est, poco pi\u00f9 in basso: \u00e8 l\u2019area dell\u2019agor\u00e0 in cui spiccano le colonne di un tempio, i resti di una sto\u00e0 dal lungo porticato, i muri di vari edifici pubblici e commerciali disposti ai due lati della via principale. Ma, anche qui, di biglietteria, centro informazioni, audio.guide etc. nessuna traccia. Dobbiamo arrangiarci con quello che leggiamo negli scarni pannelli esplicativi, o che rammentiamo dalle nostre ricerche in Internet prima di partire o addirittura con i confusi ricordi scolastici. <br \/>\n Raggiungiamo il bordo del pianoro, oltre il quale la collina precipita a valle con una pendenza impraticabile; e qui Antigonea ci fa dono della sua ultima attrattiva: una spettacolare veduta panoramica della vallata e di Gjirokaster allungata sui pendii delle montagne di fronte. Gironzoliamo ancora un po\u2019 tra le rovine, poi ci incamminiamo verso la macchina su un sentiero diverso da quello dell\u2019andata. Inaspettatamente ci imbattiamo nella fantomatica biglietteria di Antigonea. Quello che avrebbe dovuto essere il cuore pulsante del sito archeologico, il centro propulsivo di tutte le sue proposte culturali e iniziative turistiche \u00e8 un edificio in legno di stile vagamente tirolese, chiuso e lasciato in desolato abbandono da chiss\u00e0 quanto, come dimostra anche uno sgangherato gabinetto senza acqua e dall\u2019uscio sfondato. <br \/>\n Certo questo della inadeguata o mancata valorizzazione dei propri beni, a cominciare da quelli culturali, da parte di amministrazioni miopi e indifferenti, \u00e8 un film gi\u00e0 visto e noi italiani siamo forse quelli con meno titoli per salire in cattedra; ma di sicuro fa rabbia constatare come anche chi non riesca a concepire altro interesse oltre a quello del profitto immediato non veda quale ricaduta anche economica potrebbe avere una intelligente promozione delle bellezze del proprio territorio che non si limiti alle licenze edilizie sulle coste per costruire seconde case, hotel e stabilimenti balneari.<br \/>\n Al ritorno notiamo, dissimulato tra la vegetazione di un canneto, l\u2019ennesimo bunker che non ha niente di diverso dai tanti gi\u00e0 visti se non che deve essere abitato, come dimostrano dei panni stesi ad asciugare e, incredibilmente, un\u2019antenna parabolica collocata sulla cupola. <br \/>\n Raggiunta la statale, svoltiamo a sinistra, in direzione sud.est, o meglio della Grecia, il cui confine non lontano \u00e8 preannunciato dai cartelli con duplice iscrizione in caratteri latini e greci. Noi per\u00f2, a una ventina di km da Gjirokaster, lasciamo la SH4 per la SH78 che ci porter\u00e0 verso Sarand\u00eb, dove dormiremo stanotte, come da programma. La prossima sosta, tuttavia, sar\u00e0 tra pochi km soltanto. Prima occorre valicare un passo che non si fa ricordare per il nome, ma per la strada scoscesa e tortuosa che vi sale da entrambi i versanti e che renderebbe faticosa la pedalata a qualunque cicloviaggiatore con bagaglio al seguito (la mia natura di ciclista non riesce a fare a meno di riportare a parametri ciclistici gli aspetti pi\u00f9 \u201cstradali\u201d di questo viaggio). Se non altro, il traffico \u00e8 limitato.<br \/>\n A una decina di km dal passo un cartello avvisa del bivio per Syri i Kalter (ovvero \u201cBlue Eye\u201d, come recitavano le guide sia cartacee che internettiane consultate a casa), una risorgiva di acqua dolce immersa nel verde. Imboccatala stradina, raggiungiamo rapidamente l\u2019ingresso del parco e, pagato il biglietto, partiamo per l\u2019esplorazione. Attraversiamo subito un ponte di legno, un lato del quale si affaccia su uno specchio d\u2019acqua incuneato tra i due versanti di una bassa vallata. Il sole che filtra da sotto le nubi grigio.violacee, d\u00e0 vita ai colori della vegetazione e del cielo che si riflettono nell\u2019acqua; \u00e8 uno spettacolo sicuramente bello ma non eccezionale come ci era stato descritto. <\/p>\n<p> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter\" src=\"http:\/\/www.markos.it\/quaderni\/gif\/le-strade-dell-albania\/F-048-SyriKalte-04.JPG\" width=\"610\" height=\"343\" \/> <\/p>\n<p> Con un po\u2019 di sano scetticismo proseguiamo sullo sterrato per un altro km o due, fino ad arrivare ad uno spiazzo con due locali affacciati sul lago, che il fumo e l\u2019odore di carne arrosto rivelano come probabili ristoranti. Dato che l\u2019ora di pranzo \u00e8 passata da un pezzo, decidiamo di fermarci a mangiare un boccone, anche se lo stomaco si sente ancora sazio dall\u2019abbondante colazione fatta al mattino. Ma in realt\u00e0 il primo dei due locali \u00e8 ormai chiuso al pubblico (quelli che stanno mangiando sono i proprietari con lo staff) e l\u2019altro \u00e8 semplicemente un bar. Ci sediamo ugualmente a quest\u2019ultimo, ordinando da bere e dando fondo alle provviste accumulate a colazione. Ci troviamo su una piattaforma posata direttamente sull\u2019acqua che ci scorre trasparentissima a fianco, mostrando un fondo di sassi e alghe fluttuanti e trasportando impetuosamente fiori, foglie e rametti. Pi\u00f9 che un lago, ora, sembra trattarsi di un fiume. Anche se non si capisce bene perch\u00e9 questa localit\u00e0 prenda il nome di Occhio Blu, il quadro incorniciato dai rami fioriti delle piante che si protendono sull\u2019acqua \u00e8 bucolico e incoraggia la contemplazione. <br \/>\n Ma il meglio deve ancora arrivare. Un paio di persone sbucano da un sentiero a dimostrazione del fatto che il percorso continua oltre il punto in cui avevamo lasciato la stradina. Lo percorriamo seguendo al contrario la direzione della corrente e, in pochi minuti, ci troviamo davanti a uno spettacolo ben pi\u00f9 stupefacente: al termine di una stretta radura tra salici, canne, felci e piante acquatiche che lo costeggiano, il corso d\u2019acqua si interrompe improvvisamente, terminando con un rigonfiamento gorgogliante come se un potente geyser sotterraneo facesse uscire in superficie dalle viscere della terra una impressionante massa d\u2019acqua. Mi arrampico su una specie di trampolino sulla verticale di quel ribollimento e l\u00ec mi si chiarisce il perch\u00e9 del toponimo \u201cOcchio Blu\u201d: l\u2019acqua che prorompe incontenibile, forma una sorta di liquida protuberanza di forma circolare che dai margini verso il centro contiene tutte le sfumature del blu, dal turchese all\u2019azzurro intenso al color pervinca al blu scuro; inoltre, a differenza di quanto avviene solo poche decine di metri pi\u00f9 indietro, dove il fondale di pietre e vegetazione acquatica \u00e8 ben distinguibile, qui il punto da cui scaturisce la risorgiva \u00e8 a tale profondit\u00e0 da non essere visibile da fuori, anzi il cartello spiega che i sommozzatori immersisi per accertare la profondit\u00e0 esatta della scaturigine non sono riusciti a individuarla nemmeno a una cinquantina di metri sotto la superficie, anche a causa della pressione e dell\u2019impeto dell\u2019acqua che \u00e8 in grado di far tornare in alto i sassi che i visitatori gettano dentro l\u2019Occhio Blu. Proviamo a scattare delle foto, ben consapevoli che nessuna potr\u00e0 mai render conto della forza sorprendente di questo fenomeno naturale. L\u2019acqua \u00e8 gelida (\u00e8 accreditata a una temperatura di 12\u00b0 C, ma a me pare molto pi\u00f9 fredda), inadatta a fare un bagno, ma mi \u00e8 utile per dare sollievo a una mano che ho incautamente avvicinato a un ciuffo di foglie seghettate e pelose grandi un palmo, prima di rendermi conto che si trattava di ortica gigante.<br \/>\n Riprendiamo la strada verso Sarand\u00eb, distante ormai meno di 30 km; il percorso si snoda morbidamente seguendo a tratti il corso di un fiume (forse quello alimentato proprio dalla risorgiva di Syri i Kalter) tra colline sempre pi\u00f9 basse, fino a raggiungere la pianura, salvo poi impennarsi presso Gjashte per raggiungere un piccolo valico che apre la vista su Sarand\u00eb e il suo bel golfo. Cercando sullo smartphone informazioni sulla citt\u00e0, scopro che il nome albanese derivava dal greco Aghioi Saranta (cio\u00e8 Santi Quaranta che \u00e8 poi anche l\u2019iniziale toponimo italiano) in riferimento a quaranta martiri morti per la loro fede cristiana. <br \/>\n Scendiamo costeggiando il mare dall\u2019alto fino alla zona dello stadio, per dare una prima sommaria occhiata alla citt\u00e0 e a un posto dove dormire. Deliberatamente abbiamo deciso di non ricorrere a booking.com e di cercare con le nostre forze, ovvero lasciar fare al caso. La citt\u00e0, moderna e irrequieta come tante delle citt\u00e0 di mare che si affacciano sul mediterraneo, vive delle attivit\u00e0 portuali e soprattutto di turismo, come dimostrano i collegamenti via mare con Brindisi (per\u00f2 solo in estate), Corf\u00f9 e altre localit\u00e0 della costiera adriatica e la gran quantit\u00e0 di Hotel e naturalmente di turisti di varia provenienza (ma soprattutto italiani e tedeschi) che sciamano sulle strade, nonostante la stagione delle vacanze sia ancora lontana.<br \/>\n Dopo aver scartato senza un preciso criterio un albergo dopo l\u2019altro, scendiamo sul lungomare e percorriamo la strada che dal porto riconduce verso il centro. Di B&amp;B e affini, nemmeno l\u2019ombra. Finiamo cos\u00ec col fermarci presso un albergo, dal quale vediamo uscire una coppia di giovani escursionisti zaino in spalla. In realt\u00e0 l\u2019attribuzione della categoria di albergo \u00e8 piuttosto avventata in questo caso: si tratta di una struttura dal numero indefinibile di stelle che pare ancora in via di sistemazione, in cui non si riesce a distinguere il maitre, o comunque chi lo gestisce, da chi fa le pulizie. La stanza non \u00e8 niente di che, ma \u00e8 passabile e ha perfino un balcone con una bella vista sulla baia e il costo \u00e8 di 20 \u20ac soltanto. La prendiamo. Stando in piedi sulla soglia, in mancanza di un locale che faccia da reception, paghiamo la somma a uno sconosciuto che non ritiene necessario registrare i documenti d\u2019identit\u00e0 e che ci auguriamo in cuor nostro sia davvero un dipendente dell\u2019albergo, poi entriamo, disfiamo i bagagli e dopo una lunga doccia ristoratrice ci avventuriamo nella citt\u00e0. La giornata ormai scivola verso la sera e il lungomare si fa via via pi\u00f9 animato e rischiarato dalle prime luci di insegne, bancarelle, lampioni, alberghi, discoteche, negozi..; agli incroci e all\u2019ingresso nei parcheggi si formano code di auto impazienti che reagiscono a suon di clacson; ragazzini in mtb o in skate fanno lo slalom tra le palme della passeggiata. Insomma, se fosse per questo, Sarand\u00eb potrebbe essere scambiata per Riccione. Poi, per\u00f2, sulla passeggiata troviamo un chiosco giallo che funge tra l\u2019altro anche da ufficio informazioni turistiche (finalmente! ci diciamo), ma tutto ci\u00f2 su cui chiediamo indicazioni \u2013\u00a0cartine della citt\u00e0 o della provincia, monumenti o luoghi da visitare, dolci o piatti tradizionali da gustare, prodotti artigianali tipici etc\u00a0. non deve rientrare tra le informazioni di cui la gentile,ma spaesata impiegata dispone. Alla fine usciamo ringraziando \u2013\u00a0anche se non saprei dire di cosa\u00a0. la povera ragazza, imbarazzata almeno quanto noi siamo delusi. <br \/>\n Ci rifacciamo regalandoci una cena in un ristorante di lusso sul lungomare, il cui piatto centrale \u00e8 una vellutata al pomodoro, buonissima, seguita da un piatto di formaggi locali e da un dolce dal nome impronunciabile; il tutto per una quindicina di euro, bevande comprese. Quasi mi vergogno ad usare il bancomat.<\/p>\n<p> 7 SARANDA &#8211; BUTRINT &#8211; SARAND\u00cb<br \/>\n La passeggiata mattutina alla ricerca di un posto dove fare colazione, visto che l\u2019hotel non la prevede, ci presenta una Sarand\u00eb pi\u00f9 popolana e meno da movida. Donne con la borsa della spesa, mercati di verdure e mercatini generici, banchetti che vendono chiocciole. La colazione vede due soste, una al bar per il solito cappuccino, l\u2019altra presso un fornaio che sul bancone presenta una serie di dolci; prevalgono quelli al miele, o con pasta di mandorle, oltre a pasticceria secca e altri tipi dagli ingredienti non ben individuabili. Soprattutto quelli al miele ricordano da vicino, com\u2019\u00e8 naturale, i loukoumi tipici greci e, per quanto terribilmente zuccherosi, sono gradevoli; ci ripromettiamo perci\u00f2 di comprarne un po\u2019 prima del ritorno in Italia, da portare a casa. Al rientro decidiamo di prolungare il soggiorno presso lo stesso albergo. Cerchiamo, con i 20 \u20ac gi\u00e0 pronti in mano, la stessa persona di ieri, ma non troviamo nessuno, finch\u00e9 una signora che sta rifacendo i letti in un\u2019altra stanza dice di dare pure a lei. Fissata la stanza in modo cos\u00ec informale, partiamo per la nostra meta odierna, Butrint (o Butrinto in italiano), distante una quarantina di km. <br \/>\n L\u2019uscita da Sarand\u00eb non \u00e8 molto agevole: il lungomare \u00e8 intasato di auto e pullman oltre che di passanti che si spostano imprevedibilmente da un marciapiede all\u2019altro; si procede a passo d\u2019uomo, ma non mi azzardo a cercare un\u2019altra strada pi\u00f9 a monte. Usciti dalla lunga periferia meridionale e saliti sulla collina, la situazione non migliora di molto: a rallentarci facendo procedere a singhiozzo sono stavolta i frequenti lavori in corso che costringono a continue deviazioni su strette stradine parallele o a delle brevi soste. Ne approfittiamo per tentare di scattare dall\u2019auto qualche foto alla baia che col suo mare dal blu intenso abbraccia la linea di costa su cui si affacciano le candide abitazioni di Sarand\u00eb, ma \u00e8 quasi impossibile combinare quegli attimi con tratti in cui la visuale sia libera da altre vetture, betoniere o intrecci di cavi elettrici, telefonici o chiss\u00e0 che altro. <br \/>\n La situazione cambia quando lasciato definitivamente alle spalle il territorio urbano, ci troviamo in aperta campagna, a percorrere una sorta di istmo. A sinistra si scorge un verde reticolo di appezzamenti coltivati e sulla destra il mare con la punta settentrionale di Corf\u00f9; l\u2019isola pare vicinissima (\u00e8 lo \u00e8: da qui, in obliquo, saranno una decina di km circa, ma pi\u00f9 avanti non credo che la distanza superi i due.tre km) e appare come una ampia montagna che si innalza sulle acque con le macchie chiare delle scogliere e dei suoi borghi costieri. All\u2019improvviso l\u2019isola e il mare scompaiono alla vista, celati da un promontorio, mentre un\u2019altra distesa d\u2019acqua si apre stavolta alla nostra sinistra: \u00e8 l\u2019 estesa laguna di Butrint, in pratica un mare interno che attraverso lo stretto canale di Vivari comunica con l\u2019Adriatico e fa parte dell\u2019omonimo parco nazionale; vicino alle rive spiccano numerosi impianti di coltivazioni di mitili. Il bel tratto panoramico si snoda ora lungo una strada ondulata, ma in buono stato e per niente trafficata; distratti dallo spettacolo della laguna ci perdiamo il bivio che porta a Manastir, un sito sulla cima di un colle che ospita. \u2013come si intuisce dal nome- un antico monastero bizantino, quello di Sh\u00ebn Gjergjit ovvero S. Giorgio: ci rifaremo al ritorno. Poi un nuovo scollinamento ci riporta in vista di Corf\u00f9 e di litorali dalla sabbia bianchissima. \u00c8 la decantata Ksamil dai lidi simil.caraibici; dalla costiera deviamo verso il paese, che di per s\u00e9 \u00e8 solo un brutto esempio di urbanizzazione selvaggia e conserva ben poco di quello che doveva essere un piccolo e povero villaggio di pescatori: ora blocchi di condomini a pi\u00f9 piani, villette pretenziose, case non finite, abitazioni dallo stile minestrone, parcheggi selvaggi deturpano il litorale. Ma le spiagge, se si volgono le spalle all\u2019entroterra, sono sempre meravigliose con la loro rena finissima e chiara e l\u2019acqua cristallina che permette di scorgere nitidamente il fondo in cui in un\u2019alternanza di colori si mescolano sabbia, alghe e roccia. Al largo in direzione di Corf\u00f9, un traghetto e un paio di barche, verosimilmente di pescatori.<\/p>\n<p> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter\" src=\"http:\/\/www.markos.it\/quaderni\/gif\/le-strade-dell-albania\/G-15-Ksamil-07.jpg\" width=\"610\" height=\"343\" \/> <\/p>\n<p> Torniamo sulla statale e in una manciata di minuti arriviamo al sito archeologico di Butrint, l\u2019antica Buthrotum romana (e prima ancora greca) dichiarata dall\u2019Unesco Patrimonio dell\u2019umanit\u00e0. Nonostante siamo lontani dalla piena stagione turistica, il piazzale \u00e8 pieno di pullman e auto di visitatori e altri ne stanno arrivando, o affollano le bancarelle. Per non farci sommergere dall\u2019orda dei turisti, dei quali peraltro anche noi facciamo parte, ci affrettiamo a entrare. Il nostro timore di mancanza di organizzazione (pregiudizio motivato dalla visita alle rovine di Apollonia e, ancor pi\u00f9, di Antigonea) viene sfatato subito: non solo una coda breve e ordinata ci fa raggiungere in un attimo la biglietteria, ma qui ci viene fornito anche una cartina del sito, con l\u2019itinerario consigliato. Del resto, i vialetti di tutta l\u2019area archeologica sono ben tracciati tra siepi di oleandri, alberi di alloro o ulivo e cespugli ben curati, mentre pannelli esplicativi illustrano abbastanza dettagliatamente i vari punti d\u2019interesse del percorso, mettendoli in relazione con le vicende storiche, economiche e ambientali dell\u2019area. <br \/>\n Butrint, fondata secondo la leggenda da esuli troiani e, pi\u00f9 realisticamente, da Epiroti 2700.2900 anni fa divenne presto un centro importante del mondo greco per la sua particolare ubicazione nell\u2019Adriatico, la posizione tra mare e terra, la ricchezza di acque, la prosperit\u00e0 dell\u2019agricoltura e del commercio, la presenza di un prestigioso santuario dedicato ad Asclepio. Di tutto ci\u00f2 restano a testimonianza i ninfei, il santuario stesso, il teatro adagiato sul fianco della collina e le \u201cben costrutte mura\u201d; tra queste ultime, notevoli per l\u2019altezza e per la precisione degli incastri (che ricorda un po\u2019 quella delle mura incaiche), si aprono alcune porte, fra cui quella cosiddetta del Leone per la presenza di un bel bassorilievo (in verit\u00e0 in posizione diversa da quella originale) raffigurante un toro ucciso da un leone. Sotto il dominio romano, l\u2019area urbana venne ampliata, furono costruiti nuovi palazzi, le terme, il foro, il mercato e l\u2019acquedotto, oltre a un ponte che colleg\u00f2 la citt\u00e0 con la sponda opposta, oltre il canale di Vivari. In epoca bizantina diversi edifici vennero trasformati e altri vi si aggiunsero: qualche torre e tratti delle mura, la grande Basilica e il bel battistero, ricco di colonne e di uno splendido mosaico (che a noi \u00e8 dato vedere solo in cartolina, perch\u00e9 protetto da uno strato protettivo). Ma a causa di terremoti, bradisismi e invasioni era ormai gi\u00e0 iniziata la decadenza, che port\u00f2 al semi.abbandono di Butrint, fino alla sua riscoperta nella prima met\u00e0 del \u2018900 durante campagne di scavi a cui presero parte anche archeologi italiani.<br \/>\n Saliti sull\u2019acropoli raggiungiamo il castello che; costruito in epoca medioevale sulla sommit\u00e0 del colle e poi ampiamente rimaneggiato nel secolo scorso, offre un\u2019 ottima vista sullo stretto di Corf\u00f9 e sul Canale di Vivari, al di l\u00e0 del quale si erge la bassa Fortezza Triangolare costruita dai Veneziani. Al castello, che ospita anche un interessante museo, incontriamo una coppia di italiani della mia et\u00e0, spinti anche loro dalla curiosit\u00e0 di conoscere l\u2019Albania. Ci mettiamo a conversare per una buona mezzora, approfittando dell\u2019ombra della torre e della brezza che spira dalla laguna. I nostri interlocutori. di cui ignoro l\u2019occupazione, sono comunque persone di un certo spessore culturale e si mostrano esperti conoscitori dei siti archeologici non solo albanesi, ma anche di tutti i Balcani e della Bulgaria in particolare, della quale elogiano gli aspetti umani, culturali e naturalistici, fino a dipingerla come una nazione ideale, ben superiore all\u2019Albania per quanto riguarda la ricchezza e la conservazione del patrimonio ambientale, storico e artistico. <br \/>\n In effetti, anche se prima e durante questo viaggio mi accorgo di essermi atteggiato ad aprioristico difensore e magnificatore di tutto ci\u00f2 che esiste nella terra degli shqip\u00ebtari, devo ammettere che ben pi\u00f9 di certi aspetti di disorganizzazione o delle pur discutibili condizioni delle vie di comunicazione, mi ha dato fastidio lo scarso rispetto per l\u2019ambiente, manifestato nei tanti sacchetti di plastica colorata e nelle cartacce abbandonate lungo le strade o peggio nei rifiuti galleggianti nei fiumi o scaricati all\u2019interno di boschi o in prossimit\u00e0 di monumenti; ma in misura forse maggiore mi ha colpito il diffondersi a macchia d\u2019olio di esempi di cementificazione selvaggia e abusivismo edilizio lungo le coste, fenomeni che noi in Italia conosciamo bene per aver guastato tanta parte del Bel Paese e che ora rischiano di ripetersi senza aver insegnato nulla anche in Albania, che pure ospita un popolo sensibile e fiero della propria nazione.<br \/>\n Tornati al parcheggio antistante gi scavi, notiamo che il piazzale termina con un pontile il quale si affaccia direttamente sul canale di Vivari. Decidiamo l\u00ec per l\u00ec di farci traghettare dall\u2019altra parte e di tornare a Sarand\u00eb da una strada differente da quella dell\u2019andata. L\u2019attesa all\u2019 imbarcadero \u00e8 breve; dopo pochi minuti saliamo con la Y su uno zatterone collegato a un doppio cavo con il pontile della sponda opposta. Anche se l\u2019argano che lentamente ci fa muovere \u00e8 sicuramente a motore e non azionato manualmente da uomini o animali, fa un effetto strano: pi\u00f9 che nello spazio sembra quasi un viaggio nel tempo. Dall\u2019altra parte ci attendono le basse mura della Fortezza Triangolare, curiosa costruzione cinquecentesca eretta dai Veneziani a difesa dalle incursioni turche. Possiamo solo percorrerne il perimetro e spiare l\u2019interno attraverso le grate che ne chiudono l\u2019accesso; ma non pare proprio che ci sia nulla di notevole.<br \/>\n Riprendiamo la marcia verso Xarre e da qui, dopo una breve deviazione verso la cima della collina per poter ammirare il panorama della laguna dall\u2019alto, puntiamo verso Pllake e infine nuovamente Sarand\u00eb. Questa seconda parte del viaggio \u00e8 senza dubbio meno scenografica della prima, immersa com\u2019\u00e8 nella campagna albanese a tratti brulla e assolata, con poche .e povere. costruzioni rurali, qualche agricoltore e nessun mezzo meccanico, ma ha ugualmente un suo fascino perch\u00e9 riporta a una realt\u00e0 contadina un tempo anche nostra, ma ormai scomparsa. Un gregge di pecore ci sbarra la strada per qualche attimo, ma subito un ragazzino, agitando una canna a mo\u2019 di frustino, si affretta a riportare la mandria ai margini della carreggiata. Non incontriamo altri ostacoli fino all\u2019arrivo alla periferia di Sarand\u00eb, anche perch\u00e9 la strada \u00e8 priva di traffico salvo nelle vicinanze della citt\u00e0, dove si ripetono gli abituali inconvenienti del traffico cittaino: auto mescolate ai pedoni, lavori in corso, code, bislacche deviazioni. Prima di tuffarci nel groviglio, ci godiamo da una piazzola sopraelevata lo spettacolo del sole che si tuffa nel mare in uno sbuffo arancione, mentre sul lato opposto, sopra di noi, si erge scura la collina con le rovine del Castello di L\u00ebkur\u00ebsi.<br \/>\n Ceniamo sul lungomare in una sorta di ristorante fast food che ieri ci era stato caldamente consigliato dal cosiddetto albergatore, ma che non eravamo riusciti a trovare. Il locale \u00e8 assolutamente senza pretese e la caratteristica pi\u00f9 evidente \u00e8 un ragazzino autistico che, lasciato solo con se stesso, gioca al videogame e emettendo incomprensibili urli ad ogni pausa; i parenti lo ignorano, intenti a seguire una soap opera alla tv. Anche il cibo non ha niente di speciale e, per mancanza di alternative, si riduce a delle verdure miste con patatine fritte. Tornando in albergo, ci concediamo il lusso di un cono gelato che ci mangiamo sul lungomare, come al solito affollato di persone, locali, luci e suoni e indistinguibile da un qualunque centro balneare della riviera romagnola. <br \/>\n S\u00ec, Sarand\u00eb \u00e8 senz\u2019altro una cittadina pi\u00f9 vivace e moderna di tante altre che abbiamo toccato, per\u00f2 \u2013\u00a0sar\u00e0 che siamo vicini alla fine del viaggio\u00a0. non presenta attrattive che la rendano una meta imperdibile, non fosse per le vicine localit\u00e0 di Syri i Kalter, Ksamil e Butrint. Domani, per\u00f2, nel viaggio di ritorno a Vlor\u00eb, avremo modo di fermarci a visitare localit\u00e0 interessanti, prima di raggiungere la citt\u00e0, dalla quale dopodomani ripartiremo alla volta di Brindisi.<\/p>\n<p> 7_ SARANDA \u2013 VLOR\u00cb<br \/>\n Sveglia anticipata (si fa per dire), perch\u00e9 dobbiamo riunire i bagagli in maniera un po\u2019 pi\u00f9 ordinata di come abbiamo fatto ultimamente e soprattutto cercare qualcosa da portare in patria come pensierino compensativo per i rispettivi partner rimasti a casa. Dopo aver girato invano per negozi, mercati e bancarelle sparse, ci riduciamo all\u2019acquisto di dolci al miele e alla pasta di mandorle, tipici \u2013\u00a0o almeno tali ci vengono presentati\u00a0\u2013 dell\u2019Albania centro.meridionale, rimandando la ricerca pi\u00f9 approfondita nel pomeriggio a Vlor\u00eb. Poi torniamo in albergo e dopo aver atteso inutilmente qualcuno del personale per avvertirlo che lasciamo la camera (premura inutile, visto che abbiamo pagato in anticipo e non ci sono documenti da recuperare), carichiamo i bagagli e partiamo. <br \/>\n Valicato il colle che separa Sarand\u00eb e la costa dall\u2019interno, Arianna mi avverte che ho oltrepassato il bivio per Vlor\u00eb. Freno un po\u2019 bruscamente per invertire la marcia e la Y ha una reazione strana, quasi una sbandata. Non ci faccio caso pi\u00f9 di tanto e imbocco la via giusta. Un\u2019altra curva in discesa e stavolta la sbandata, accompagnata da un forte rumore di rotolamento e dal lampeggiare di una spia, \u00e8 innegabile. Mi fermo a controllare se per caso ho una gomma a terra, ma tutto sembra regolare. Riparto con qualche timore e provo a frenare su rettilineo, utilizzando anche il servomotore. Ancora una volta il fenomeno si ripete in maniera inequivocabile. A questo punto \u00e8 chiaro che c\u2019\u00e8 un problema di tenuta di strada, tanto pi\u00f9 preoccupante per il fatto che per arrivare a Vlor\u00eb dobbiamo superare una montagna di oltre 1000 m. e affrontarla, soprattutto in discesa, in queste condizioni \u00e8 inquietante. Procediamo perci\u00f2 con la massima circospezione non superando i 30-40 km\/h in salita e riducendo la velocit\u00e0 a 5-10 in discesa, tanto pi\u00f9 nelle curve. Certo che in queste condizioni ci vorr\u00e0 l\u2019intero pomeriggio per raggiungere Vlor\u00eb. <br \/>\n Fare delle ipotesi sulle origini del problema, anche se non \u00e8 di nessuna utilit\u00e0 pratica, pu\u00f2 servire a tenere sotto controllo l\u2019ansia: un guasto di qualcuno degli impianti di sicurezza dell\u2019auto (ABS.ESP.EBD o che altro), un cedimento meccanico, una macchia d\u2019olio\u2026 Forse \u00e8 stata proprio la persistenza di qualche sostanza oleosa sugli pneumatici a determinare la perdita di aderenza delle ruote sterzanti; e l\u2019ipotesi sembra avvalorata dal fatto che noto che altre due auto andare alla nostra stessa velocit\u00e0 senza tentare di superarci e, dopo che noi ci siamo fermati, continuare alla stessa lentissima andatura, come se avessero il nostro stesso problema. <br \/>\n La strada si snoda serpeggiando lungo la costa, rivelandone il delicato equilibrio tra le sue componenti: cielo, terra e acque, relativamente incontaminate dalla presenza umana. \u00c8 un\u2019area ricca di bellezze naturali dai vividi colori, come le spiagge di Dhermi e Drimadhes, ma anche di siti storici come il parco archeologico di Orikum e la fortezza di Ali Pashe di Tepelene, o di affascinanti insediamenti umani, quali i borghi antichi di Himare e Dhermi, o antichi edifici come chiese e monasteri, sparsi in quest\u2019area. Purtroppo, data la situazione, dovremo rinunciare a visitare tutte queste localit\u00e0. <br \/>\n Arrivati per\u00f2 a Porto Palermo, ci troviamo davanti una piccola baia; al centro, immersa in un mare blu cobalto, una penisoletta che solo una sottile lingua di sabbia separa dalla terraferma. Al centro su una collinetta appena accennata si intravede un\u2019 ampia costruzione: \u00e8 il Castello di Ali Pashe, come confermano i cartelli. Dato che si trova sulla strada per Vlor\u00eb, senza richiedere deviazioni, ci concediamo una breve sosta per visitarlo, nonch\u00e9 per riprenderci dallo stress delle ultime ore. <br \/>\n Paghiamo l\u2019abituale biglietto da poche centinaia di lek ed entriamo. Pi\u00f9 che di un castello vero e proprio, si tratta di una ampia fortezza a forma triangolare provvista di tre bastioni di cui due rivolti verso il mare e uno verso terra. Questo rivela chiaramente la sua funzione di fortilizio a difesa dalle incursioni marine delle navi turche; ma naturalmente intorno ad esso sono fiorite varie leggende, tra cui quella secondo cui due secoli fa Ali Pashe l\u2019avrebbe fatta erigere sia in onore della moglie sia per nascondervi le proprie ingenti ricchezze (facendo poi uccidere i costruttori per far morire con loro il segreto), tanto che negli anni successivi \u00e8 stato in parte \u201cscarnificato\u201d dai soliti cercatori di tesori. <\/p>\n<p> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter\" src=\"http:\/\/www.markos.it\/quaderni\/gif\/le-strade-dell-albania\/H-08-PortoPalermo_06.jpg\" width=\"610\" height=\"366\" \/> <\/p>\n<p> Da un ambiente centrale a forma circolare sul quale si aprono varie stanze, saliamo al piano superiore e attraverso una casamatta sbuchiamo sulla terrazza. Qui si gode una bella visuale dall\u2019alto sulla baia, sulle brulle montagne che si guardano la costa e sulla spiaggia, in parte deturpata da un moletto per imbarcazioni turistiche. Scendendo al piano sottostante ci si ritrova in un dedalo di stanzoni bui e umidi collegati e tra loro e utilizzati nel corso del tempo sia come locali d\u2019abitazione di una guarnigione militare, che come prigione. Il pensiero di coloro che debbono essere stati incatenati e torturati qui dentro da Ali Pashe \u2013 che aveva fama di efferata crudelt\u00e0 \u2013 le tenebre assolute dei locali pi\u00f9 remoti e la sensazione claustrofobica di chiuso rendono quanto mai gradevole l\u2019uscita all\u2019aperto, tanto pi\u00f9 che il sole ci restituisce, oltre alla luce e al caldo, anche il profumo di resina, di ginestre, di rosmarino, di mirto e altre piante aromatiche in piena fioritura. \u00c8 questo il bello dei viaggi compiuti in primavera: clima mite, pi\u00f9 ore di luce a disposizione e il fascino della natura in completo risveglio.<br \/>\n Potremmo fermarci a mangiare un boccone nel vicino ristorante; \u00e8 molto affollato e c\u2019\u00e8 da fare un po\u2019 di coda, ma nessuno dei due ha appetito e l\u2019ansia di dover affrontare la montagna, col timore che qualche altra noia meccanica possa ritardare l\u2019arrivo a Vlor\u00eb, ci spinge a ripartire subito. <br \/>\n Presso Vuno, non lontano dalla costa, ci fermiamo a fotografare un paesaggio surreale: immersi e quasi nascosti da una folta vegetazione si scorgono solchi profondi, creste affilate e calanchi, frutto dell\u2019incessante azione di piogge e vento, che ricordano i fenomeni erosivi del nostro Appennino, non fosse per il vivo colore rossastro dell\u2019 arenaria al posto del grigio delle argille.<br \/>\n Ci lasciamo alle spalle fugacemente e non senza rimpianto Himara, Dhermi, Palase e dopo una serie di saliscendi tra la costa e l\u2019interno, finalmente la strada inizia a salire con decisione sui primi contrafforti del massiccio del monte \u00c7ika, affrontando con prudenza i primi tornanti. Man mano che si sale, ai cespugli di macchia mediterranea e di agavi subentrano arbusti e poi pini, abeti e altre conifere sempre pi\u00f9 fitte, fino a formare un bosco compatto che ricopre le pendici del monte. Il panorama dall\u2019alto \u00e8 incredibile: la montagna scende quasi a picco sul mare e in lontananza si scorgono bene Corf\u00f9 e qualche isolotto non so se albanese o greco; all\u2019orizzonte mi illudo perfino di avvistare la costa italiana. <br \/>\n Ci fermiamo ad uno degli ultimi tornanti, per scattare una foto prima di entrare nella zona pi\u00f9 boscosa e qui un\u2019altra sorpresa ci attende: sul brullo pendio roccioso che precipita verso le spiagge di sabbia bianchissima parecchie centinaia i metri pi\u00f9 in basso si scorgono tanti puntini neri apparentemente immobili: si tratta di una ragguardevole quantit\u00e0 di capre, abbarbicate alla roccia, delle quali non intravedo n\u00e9 pastore, n\u00e9 cane. Un banco di nuvole basse ci accoglie nel Parco Nazionale di Llogara, ricco di biodiversit\u00e0 per quanto riguarda sia flora che fauna, grazie anche a una gran variet\u00e0 di microclimi, stando a quel che scrivono le guide; ieri il parco era riservato ai soli burocrati del regime comunista, ma oggi \u00e8 luogo di vacanza dei cittadini albanesi e di non pochi turisti stranieri , come dimostrano le frequenti strutture alberghiere. <br \/>\n La lunga salita termina finalmente al passo di Llogara. Qui presso un hotel.ristorante ci fermiamo per regalare all\u2019auto una pausa prudenziale e a noi un caff\u00e8 (a cui poi si aggiungono dei dolci, tanto per non saltare completamente il pranzo). <br \/>\n Approfittiamo della sosta anche per qualche giro intorno all\u2019edificio da cui si gode un\u2019ottima vista e per una chiacchierata col proprietario, che parla un discreto italiano, per aver lavorato a lungo in Italia. Ci racconta che poco lontano dal passo si trova il cosiddetto sentiero di GiulioCesare, venuto in Albania per combattere contro Pompeo e ci spiega poi che la statale, che noi abbiamo trovato in ottime condizioni (una volta tanto!), fino a pochi anni fa era molto malridotta: risaliva agli anni \u201920 ed era stata costruita dagli italiani, ma era stretta e ormai piena di rattoppi; dopo il 2009, invece, il manto stradale era stato completamente rifatto e allargato; pure stavolta erano stati ingegneri italiani a dirigere i lavori e come questa, anche per numerose altre strade del Paese erano state avviate opere di ammodernamento (cosa peraltro che anche noi eravamo in grado di testimoniare per esperienza diretta); anzi in seguito a un accordo preso qualche anno fa tra le autorit\u00e0 albanesi e il governo Berlusconi, anche l\u2019edilizia residenziale ha ricevuto un nuovo impulso (e pure di questo possiamo dire di essere stati orripilati spettatori). Anche di recente sono stati firmati dei protocolli d\u2019intesa per favorire l\u2019ingresso di imprese italiane soprattutto nei settori del commercio, dell\u2019edilizia e delle infrastrutture turistiche. Lui ne parla con soddisfazione e orgoglio, io invece non so quanto la cosa si riveler\u00e0 utile anche per l\u2019ambiente del suo Paese, ma tengo la considerazione per me.<br \/>\n A proposito del passato gli chiediamo se in Albania c\u2019\u00e8 del risentimento nei confronti dell\u2019Italia per le vicende storiche che ci hanno visto tentare di imporre con le armi il dominio italiano sul loro Paese; ma lui, alzando le spalle e con un largo sorriso dice che gli Albanesi sono un popolo che guarda avanti e spera nel futuro; del resto, dove ci sono gli affari, le vecchie questioni non contano pi\u00f9, perci\u00f2 sono proprio Italiani e Tedeschi i turisti pi\u00f9 graditi in quanto i pi\u00f9 numerosi e nessun Albanese vede in loro gli eserciti fascisti e nazisti che occuparono il loro territorio agli inizi degli anni \u201840. Se proprio devono esprimere un giudizio negativo sul passato, lo focalizzano sul periodo del governo di Enver Hoxha che, oltre a privarli della libert\u00e0 politica, ha concorso a farli sentire a lungo i pi\u00f9 arretrati in Europa, negando loro ogni possibilit\u00e0 di sviluppo economico, di crescita sociale, di autodeterminazione per quanto riguarda anche la sfera privata, a cominciare dagli aspetti religiosi.<br \/>\n L\u2019argomento a questo punto si sposta sulla religione, dato che l\u2019Albania almeno un primato lo vanta: essere il primo paese a maggioranza mussulmana d\u2019Europa, anche se in una forma particolare, il bektashismo. Nella conversazione che segue riesco a riordinare alla meglio l\u2019insieme di informazioni sparse raccolte qua e l\u00e0 sia prima di partire nelle guide e sui siti internet dedicati all\u2019Albania, sia nel corso del viaggio sui pannelli esplicativi delle moschee o all\u2019interno del Castello di Gjirokaster, oltre alle chiacchierate col signor Shehu o col custode della tekke di Berat.<br \/>\n Il bektashismo \u00e8 una particolare corrente della religione islamica; di derivazione sufi, nata in Turchia nel XIII sec. contiene elementi basilari della tradizione sciita, ma anche del cristianesimo (i Bektashi venerano i santi, hanno una specie di battesimo e di comunione; non proibiscono le raffigurazioni di uomini o animali, n\u00e9 le icone; inoltre non prevedono alcun tipo di velatura per le donne, possono mangiare maiale e bere alcolici, anzi il raki , una sorta di grappa di vinacce, \u00e8 il loro liquore nazionale. Per questa sua natura non ortodossa, la religione bektashi venne considerata eretica e repressa in molti Paesi islamici; oggi \u00e8 particolarmente diffusa in Albania, a Tirana si trova il Centro Mondiale Bektashi, organizzato gerarchicamente in modo simile al cattolicesimo: a capo della confraternita c\u2019\u00e8 il Gran Dede (nonno) di Tirana, assistito da un Consiglio (di 5 dede dei centri religiosi pi\u00f9 importanti). Al livello inferiore stanno i baba (babbo) alla guida delle varie tekke, poi i dervisci (membri delle tekke) e infine i fedeli. <br \/>\n Si tratta quindi di una religione islamica sui generis, ispirata a sincretismo e tolleranza. Del resto, come ci aveva spiegato il sig. Shehu, in Albania, a differenza di altri Paesi balcanici, non ci sono problemi connessi con le differenti fedi religiose. Con il crollo del comunismo, che aveva imposto l\u2019ateismo di Stato, e la nuova Costituzione, l\u2019Albania non ha una religione di Stato, ma rispetta e tutela tutte ogni confessione presente nel territorio, considerando la fede semplicemente come una questione privata dell\u2019individuo. Peraltro l\u2019intera societ\u00e0 albanese \u00e8 piuttosto elastica nei confronti delle norme religiose: cos\u00ec i bektashi, i musulmani sunniti, la Chiesa Autocefala Ortodossa d\u2019Albania e i cattolici, convivono in armonia tra loro e, ovviamente, anche con atei e agnostici, al punto che non \u00e8 raro che, ad esempio, cristiani e mussulmani partecipino insieme ai festeggiamenti del Natale o della fine del Ramadan. In fondo, come ho letto da qualche parte, pi\u00f9 che la propria fede religiosa per l\u2019orgoglioso cittadino del Paese delle Aquile conta il senso di appartenenza alla comunit\u00e0 nazionale, la sua vera religione \u00e8 la cosiddetta albanesit\u00e0. <br \/>\n Dopo aver verificato che a Vlor\u00eb non ci sono concessionari o officine autorizzate Lancia, concludiamo la nostra lunga sosta. Il tempo sembra volgere al brutto con qualche spruzzo di pioggia modesto per entit\u00e0 e durata. Percorriamo con qualche apprensione la ripida discesa fino alla pianura, tenendo sempre le marce pi\u00f9 basse per non essere costretti a frenare di colpo, ma la Y si comporta bene e l\u2019inconveniente non si ripresenta; appena tornati in Italia, comunque, la porteremo a controllare in un\u2019officina specializzata. <br \/>\n Raggiungiamo la periferia di Vlor\u00eb nel tardo pomeriggio e ci infogniamo \u2013 \u00e8 il caso di dirlo \u2013 nel traffico caotico della citt\u00e0. La strada infatti \u00e8 in rifacimento \u2013\u00a0tanto per cambiare\u00a0\u2013 ed \u00e8 tutta infangata a causa di un recente acquazzone, mentre la coda di vetture \u00e8 rallentata da un pesante camion pieno di ghiaia che procede a fatica. Pur restando dietro all\u2019automezzo sono costretto a zigzagare continuamente per evitare le pozzanghere pi\u00f9 grosse di cui non conosco la profondit\u00e0. Dopo 5.10 minuti di marcia si raggiunge il lungomare e la strada si allarga, ma non accenna a migliorare, anzi si rallenta ulteriormente a passo d\u2019uomo, dato che ci si affiancano anche pedoni e ciclisti. Poi il camion si ferma e non accenna a ripartire. Alla fine scendo per capire cosa ci impedisce di proseguire e la risposta la trovo inequivocabilmente da solo: la strada non c\u2019\u00e8 pi\u00f9, o meglio non c\u2019\u00e8 ancora, dato che deve ancora essere realizzata. Si tratta infatti di un segmento ancora in costruzione e il camion che ho davanti a me ha appunto il compito di trasportare la ghiaia necessaria. Per fortuna un anziano signore in bici, coi calzoni rimboccati al ginocchio per evitare il fango, compreso il mio scoramento, inverte la marcia e si offre da guida; torniamo indietro di un centinaio di metri e inizia un percorso a serpentina tra pozzanghere, marciapiedi o aiuole in allestimento, finch\u00e9 passando attraverso un paio di parcheggi condominiali ci porta in salvo, ennesimo esempio di gentilezza e disponibilit\u00e0 disinteressate, che vale la pena ricordare pi\u00f9 di qualsiasi strada dissestata, bunker o Mercedes. Quando lo ringraziamo, non comprende il nostro italiano n\u00e9 l\u2019inglese, ma sicuramente dall\u2019espressione mia e di Arianna intuisce la nostra sincera gratitudine, alza una mano sorridendo e riprende la sua strada.<\/p>\n<p> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter\" src=\"http:\/\/www.markos.it\/quaderni\/gif\/le-strade-dell-albania\/H-24-SAM_0225.jpg\" width=\"610\" height=\"343\" \/> <\/p>\n<p> Giriamo un po\u2019 per la citt\u00e0, senza riconoscere nulla di quanto avevamo visto di Vlor\u00eb la mattina del nostro sbarco: \u00e8 come se fosse tutta un\u2019altra citt\u00e0; ma \u00e8 anche vero che allora dal porto c\u2019eravamo diretti verso Nord, mentre ora proveniamo da Sud. Prima di partire stamattina abbiamo dato un\u2019occhiata ai possibili alberghi, possibilmente vicino all\u2019imbarco. Ne abbiamo individuati parecchi, naturalmente, tutti diversi per qualit\u00e0 e prezzi; ma ora, per una volta, vogliamo fare i signori e concludere in bellezza: decidiamo di cercarne uno a 4 o 5 stelle. Percorriamo la via principale, la rruga Sadik Zotaj, fino in fondo e parcheggiamo vicinissimo al porto spulciando il nostro elenco. <br \/>\n La scelta cade subito sul Pavar\u00ebsia, facilitata dal fatto che oltretutto ce lo troviamo di fronte appena alziamo gli occhi: \u00e8, un edificio giallo, squadrato, di quattro piani, di costruzione recente, ma di aspetto non propriarmente avveniristico. Maitre e camerieri parlano correntemente italiano ed accettano carte Visa, il che ci risparmier\u00e0 la noia di cambiare altri euro in Lek. Per di pi\u00f9 il prezzo, nonostante le stelle, \u00e8 contenuto. \u00c8 fatta. Saliamo nella nostra stanza, spaziosa, pulita e con una bella vista dal balcone e, scaricati i bagagli, torniamo subito in strada, per sgranchirci le gambe prima di cena e liberarci dalla tensione che ci ha accompagnati tutto il giorno.<br \/>\n La Sadik Zotaj \u00e8 un lungo viale molto ampio, bordato da palme, che inizia nella zona dell\u2019Universit\u00e0 a due passi dall\u2019albergo e dal Museo Nazionale dell\u2019Indipendenza; vi si affacciano grandi magazzini e negozi d\u2019ogni genere, per lo pi\u00f9 in franchising, e le vetrine illuminate riflettono ambizioni di lusso e di moda, che ora probabilmente cominciano ad essere condivise anche dall\u2019albanese medio. Anche la gente che affolla il marciapiede ha indossato il vestito buono e si gode, per lo pi\u00f9 a coppie o con tutta la famiglia, lo \u201cstruscio\u201d serale. Non mancano comunque anche donne sole, prevalentemente giovani o giovanissime, che sfatano il clich\u00e8 della donna costretta a rimanere in casa o a uscire solo se accompagnata dal proprio marito, fratello o padre, secondo il luogo comune riguardante i paesi a religione musulmana. Del resto, per la costituzione albanese, l\u2019uomo e la donna, godono di pari dignit\u00e0 e hanno gli stessi diritti (almeno sulla carta, dato che nei paesini di montagna pi\u00f9 sperduti sopravvivono le discriminazioni e i forti condizionamenti della mentalit\u00e0 patriarcale codificata nel Kanun, come ha sottolineato anche il recente pluripremiato film \u201cLa vergine giurata\u201d).<br \/>\n Camminiamo senza una meta precisa fino alla Moschea Muradi, incontrando cinema e teatri, hotel, discoteche, sale giochi, internet caf\u00e8, agenzie di viaggi, attivit\u00e0 commerciali di vario tipo e quasi tutte aperte e frequentate, nonostante l\u2019ora. \u00c8 chiaro che questo \u00e8 il cuore della citt\u00e0, il vero centro .non solo in senso materiale. di Vlor\u00eb e forse (ma non conosco Tirana n\u00e9 il resto del Paese) dell\u2019Albania che verr\u00e0. <br \/>\n Al ritorno decidiamo di non ripercorrere rruga Sadik Zotaj, ma di seguire vie traverse; e qui naturalmente l\u2019animazione di luci, brusii, persone e automezzi \u00e8 meno vivace. Proseguiamo poi in direzione del porto, per renderci conto del percorso da fare domani e individuando un paio di supermarket in cui spendere gli ultimi lek che ci avanzeranno dalla cena stasera. <br \/>\n Gi\u00e0, la cena: nella nostra frenesia podistica non ci siamo resi conto dell\u2019ora e non vogliamo rischiare proprio l\u2019ultima sera albanese, di restare digiuni o di doverci accontentare di una pizza. D\u2019altra parte la sera avanza e soffia una brezza di mare che ha ben poco di primaverile. Dopo aver scartato un paio di locali, entriamo in una trattoria posta in un vicolo, modesta d\u2019aspetto, ma \u201cverace\u201d, con pochi tavolini, ricoperti da tovaglie a quadretti d\u2019altri tempi, illuminazione discreta e con solo due avventori ad un tavolo. In realt\u00e0 si tratta di imprenditori italiani che parlottano d\u2019affari in tono sommesso e con un\u2019espressione che mi piace immaginare da contrabbandieri levantini. Il cameriere \u00e8 rapido ad arrivare e ancor prima di sentirci parlare ci interpella in italiano: dobbiamo avercela stampata in faccia la nazionalit\u00e0. Nel menu Arianna scopre una zuppa calda di fagioli (la prima che trovo in Albania) e io, incalzato da un desiderio impellente di proteine vegetali e da un brivido di freddo, non perdo tempo a ordinarla. In realt\u00e0 \u00e8 un minestrone in cui i pochi fagioli sono annegati in mezzo a tanti altri vegetali; ma \u00e8 calda (anzi la terrina \u00e8 da ustioni di secondo grado) ed \u00e8 molto saporita; di secondo involtini di pasta sfoglia con spinaci e djathe, il formaggio stagionato di qui, mentre Arianna sceglie un lakror: una specie di tortino di melanzane all\u2019aglio in salsa di yogurt.<br \/>\n Un ultimo giro sul viale che unisce l\u2019area portuale alla rruga Sadik Zotaj ci permette di gustarci un gelato e l\u2019ultima passeggiata serale shqip\u00ebtara. Infine, il ritorno all\u2019albergo.<\/p>\n<p> 8 VLOR\u00cb &#8211; BRINDISI<br \/>\n La mattina, calda e luminosa, non reca traccia delle nuvole di ieri e anche il nostro umore sembra rasserenato dopo le passate preoccupazioni per il possibile guasto ai freni. Ad ogni buon conto ieri sera, al rientro in hotel, ho telefonato al mio cugino Piero, che abita vicino a Brindisi, per chiedergli di cercare, da qualche parte nelle sue vicinanze, un\u2019officina autorizzata Lancia per effettuare un controllo di sicurezza sulla Y. <br \/>\n Fatta una pi\u00f9 che abbondante colazione a buffet, saldiamo il conto, carichiamo i bagagli sull\u2019auto che lasciamo al parcheggio dell\u2019hotel e ci apprestiamo a trascorrere le ultime ore in Albania visitando le strade interne e i quartieri attigui a quelli della camminata di ieri sera. Durante la passeggiata, la nostra attenzione si sposta anche sulle scritte e le insegne che incontriamo. In tutti questi giorni, per curiosit\u00e0 pi\u00f9 che per necessit\u00e0, ho annotato vari termini in cui via via ci siamo ripetutamente imbattuti. La quantit\u00e0 di parole corrispondenti a quelle italiane, pur con qualche differenza di trascrizione, ci sorprende; troppo simili per essere casuali, alcune sono sicuramente dei prestiti moderni (spesso proprio dalla nostra lingua), riguardanti l\u2019alimentazione, tecnologie o attivit\u00e0 di origine recente: barberi, gomisteri, lavanderi, tapiceri, pasticeri, piceri, restorant, tavolin\u00eb; pjat\u00eb, vegjetarian, sup\u00eb, spageti, makarona, salc\u00eb, pica, birr\u00eb, lavazho, makin\u00eb, trageti, ambulanc\u00eb, kamion, semafor, autostrad\u00eb, bilet\u00eb, kosto, drejt, shkall\u00eb, shkoll\u00eb kish\u00eb, parku, muzeu, manastir \u2026 altre come rruga, (che mi fa venire in mente il veneziano ruga o il francese rue), rrota (dal latino rota), ishull (dal latino insula?), sh\u00ebn (dal latino sanctus?) sono certo pi\u00f9 antichi. Mi riprometto di cercare di saperne di pi\u00f9 una volta tornato a casa.<br \/>\n Camminiamo alla ricerca di qualcosa da portare a casa, come simbolico ricordo del nostro viaggio. Poich\u00e9 la passeggiata di ieri non ci ha mostrato nulla che valesse la pena di essere acquistato .\u00a0almeno con la manciata di spiccioli che ci \u00e8 rimasta\u00a0\u2013 ci orientiamo verso qualche prodotto alimentare locale. Dopo qualche tentativo a vuoto, scoviamo un supermarket che . ironia della sorte. \u00e8 affiliato alla CONAD; qui oltre a prodotti identici a quelli acquistabili in Italia, ma a un costo decisamente inferiore, troviamo finalmente un reparto che vende alimenti tipici, ci indirizziamo verso il banco dei formaggi e, calcolatrice alla mano, scegliamo alcune formaggette di djathe al naturale o con aggiunta di olive, peperoncino o altre spezie, una provola di ca\u00e7kavalli (pi\u00f9 stagionato e salato del solito) un paio di grosse bottiglie di kos, il tipico yogurt gustoso e dissetante, dei dolci al miele, in tutto simili nel nome e nel sapore agli stucchevoli loukum e baklavas turchi e infine delle birre, tra cui la ritrovata Kor\u00e7e. Riusciamo a spendere fino all\u2019ultimo lek e, soddisfatti andiamo a imbarcarci, con un\u2019ora di anticipo, nella speranza di non dover attendere troppo in coda sotto il sole.<br \/>\n Speranza vana: sul molo ci sono pi\u00f9 macchine e camion di quanti ne avevamo visti nel porto di Brindisi; la fila sembra interminabile; quando finalmente \u00e8 il nostro turno di arrivare alla garitta della dogana, un solerte funzionario ritira patente e documenti per il consueto controllo al computer, mentre un altro militare sbircia dentro la macchina, poi con sguardo severo e gesti autoritari ci fa segno di scendere e ci chiede per quale motivo siamo venuti in Albania. Arianna mantiene la calma, mentre io sono gi\u00e0 nel pallone e faccio un concitato esame di coscienza per cercare di capire quali errori, colpe, reati, delitti posso aver inconsapevolmente commesso o per chi posso essere stato scambiato. Dev\u2019essere la classica reazione dell\u2019italiano medio \u201ccodipagliuto\u201d davanti all\u2019autorit\u00e0, immortalato da tanti film della commedia all\u2019italiana; e la constatazione mi infastidisce non poco. Quando poi mi chiedono la targa della Y di Arianna, e io rispondo con quella della mia Panda, mi vedo kafkianamente gi\u00e0 deportato nell\u2019equivalente locale della Lubianka o di Guantanamo, ma a questo punto i militari, che hanno evidentemente scherzato a fare i duri col turista imbranato, scoppiano a ridere e, smessa l\u2019aria burbera, mi invitano gentilmente ad andare. Ancora un po\u2019 seccato (soprattutto con me stesso per la figura fatta) mi accodo alle altre auto e vengo finalmente ingoiato nel capiente ventre del traghetto, gi\u00e0 pieno come un uovo. <br \/>\n Anche stavolta la partenza avviene con sensibile ritardo, ma noi ci godiamo dal ponte scoperto e in pieno sole l\u2019allontanamento della nave dal molo. Un po\u2019 alla volta, mentre diciamo addio (o arrivederci) all\u2019Albania, ci sfilano davanti a distanza crescente le isole di fronte alla citt\u00e0, il promontorio della penisola di Orikum e Corf\u00f9, velata dalla lontananza. Gli altri passeggeri sembrano meno interessati di noi a godersi lo spettacolo: quel mare di cobalto, ora tanto tranquillo, probabilmente lo hanno gi\u00e0 visto tante altre volte e magari meno ben disposto e d\u2019altra parte il loro non \u00e8 un ritorno in patria al termine di un viaggio di piacere come per noi, che passiamo ore a rammentare quella citt\u00e0, quel personaggio o quell\u2019aneddoto che ci hanno colpito durante questi otto giorni. <br \/>\n Il tramonto \u201ccolor nostalgia\u201d, che tinge d\u2019arancio la ciminiera, di rosa il cielo velato e di grigio il mare, ci coglie nel silenzio a tre quarti della traversata, quando la terraferma di entrambe le sponde \u00e8 invisibile e si rinnova l\u2019antica fascinazione dei viaggi senza meta, nell\u2019ignoto, in solitudine. Poi con l\u2019apparire delle prime stelle, si scorgono basse sull\u2019orizzonte, verso sud, delle luci che stelle non sono e nemmeno possono appartenere a barche da pesca n\u00e9 provenire da Brindisi o da isolotti che qui non esistono; forse si tratta di quelle piattaforme petrolifere su cui verteva il referendum di qualche settimana fa. Chiss\u00e0 in quanti ci lavorano e ci vivono, se mai questi due momenti possano essere disgiunti in questa sorta di confino: uomini di terraferma prigionieri del mare, per settimane, mesi, anno dopo anno, in una parvenza di vita pi\u00f9 dura di quella di chi &#8211; imbarcato su una nave, con un monotono orizzonte fatto solo di acqua e cielo &#8211; almeno sa che \u00e8 in viaggio per raggiungere un porto\u2026<\/p>\n<p> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter\" src=\"http:\/\/www.markos.it\/quaderni\/gif\/le-strade-dell-albania\/Piattaforme_Brindisi.jpg\" width=\"610\" height=\"366\" \/> <\/p>\n<p> Infine, quasi all\u2019improvviso, ecco stagliarsi davanti a noi la costa pugliese contrassegnata da tanti puntini luminosi che diventano una nebulosa sempre pi\u00f9 sfavillante, man mano che ci avviciniamo: \u00e8 Brindisi e la fine del nostro viaggio nel Paese delle Aquile.<\/p>\n<p align=\"justify\">e leggere altri racconti di Pierluigi nel suo sito web  <\/p>\n<p align=\"justify\">\u00a0<\/p>\n<table border=\"0\" width=\"95%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"5\">\n<tbody>\n<tr>\n<td width=\"5%\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.markos.it\/quaderni\/hotel.gif\" width=\"30\" height=\"30\" \/><\/td>\n<td width=\"95%\"><a href=\"http:\/\/www.markos.it\/viaggi\/consigli-di-viaggio-come-organizzare\/cerca-hotel\" target=\"_parent\" rel=\"noopener\"><span style=\"font-family: Arial; font-size: small;\">Il Viaggio Fai da Te &#8211; Hotel consigliati in Albania<\/span><\/a> <br \/>\n <a href=\"http:\/\/www.markos.it\/viaggi\/consigli-di-viaggio-come-organizzare\/noleggio-auto-low-cost\/\" target=\"_parent\" rel=\"noopener\"><span style=\"font-family: Arial; font-size: small;\">Autonoleggio &#8211; Noleggio Auto Low Cost in Albania<\/span><\/a> <br \/>\n <a href=\"http:\/\/www.amazon.it\/gp\/bestsellers\/books\/508754031\/ref=as_li_qf_br_sr_tl?ie=UTF8&amp;tag=markitlungles-21&amp;linkCode=ur2&amp;camp=3370&amp;creative=23322\" rel=\"nofollow\"><span style=\"font-family: Arial; font-size: small;\">Acquista guide turistiche a prezzi scontati su Amazon.it<\/span><\/a><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.assoc-amazon.it\/e\/ir?t=markitlungles-21&amp;l=ur2&amp;o=29\" alt=\"\" width=\"1\" height=\"1\" border=\"0\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span id=\"TBDownLevelDiv\"><span class=\"Stile23\">\u00a0<\/span><\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di\u00a0Pierluigi Cortesi\u00a0&#8211; Brindisi &#8211; Vlore. Sono quasi le 20 quando raggiungiamo Brindisi dopo una decina <a href=\"https:\/\/www.markos.it\/viaggi\/in-auto-lungo-le-strade-dell-albania\/\">Leggi tutto<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":4251,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[70,3],"tags":[71,700],"class_list":["post-4250","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-albania","category-europa","tag-albania","tag-pierluigi-cortesi"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.2 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\r\n<title>Le strade dell&#039;Albania sono lastricate di buone intenzioni - Racconto di viaggio in automobile<\/title>\r\n<meta name=\"description\" content=\"Viaggio in auto in Albania per vedere una natura ancora selvaggia e incontaminata dal cemento, prima che il turismo di massa snaturi e omologhi tutto\" \/>\r\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\r\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/www.markos.it\/viaggi\/in-auto-lungo-le-strade-dell-albania\/\" \/>\r\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\r\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\r\n<meta property=\"og:title\" content=\"Le strade dell&#039;Albania sono lastricate di buone intenzioni - 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