Viaggio di nozze attraverso l’Australia

di Laura Barisione –

Eccoci in partenza per il tanto desiderato viaggio in Australia. Dopo aver trascorso l’estate più calda della nostra esistenza tra il lavoro e i preparativi per il matrimonio, finalmente è arrivato il giorno della partenza.
Esattamente 18 ore dopo esser stati dichiarati marito e moglie e dopo una nottata di festeggiamenti tra musica e spumante, siamo in aeroporto pronti per partire. 

Domenica 7- Lunedi 8 settembre 2003 Genova- Sydney
Partenza dall’aeroporto di Genova alle 11.00 destinazione Sydney con scali intermedi a Roma Fiumicino e Singapore.
Dopo aver rischiato di non partire a causa di un ritardo nella consegna del bagaglio a Fiumicino, ci siamo imbarcati sul volo Quantas destinazione Singapore. A bordo scopriamo che si tratta di un volo “storico”: è infatti l’ultimo volo su questa tratta, dopodiché la Quantas collegherà l’oriente solo con Francoforte e Londra!
Il volo risulta decisamente piacevole, il servizio a bordo è molto curato e il personale, che spesso parla italiano, è davvero cortese!
Scesi a Singapore abbiamo giusto il tempo di cambiare gate e imbarcarci sull’ultimo aereo che ci porterà a Sydney. A causa di un disguido con il carico dei bagagli resteremo fermi in aeroporto per due ore prima di partire, con un conseguente ritardo all’arrivo.
Giungiamo quindi a destinazione stanchi morti che sono ormai le 20.30 di lunedi 8. Spostiamo le lancette dell’orologio avanti di 8 ore e saliamo su un taxi collettivo che per 8 A$ a testa ci porta al nostro albergo, il Four Points Sheraton. Ci restano solo le forze per una doccia e poi dritti a letto, dove cadiamo addormentati come sassi fino alle nove della mattina dopo!!!

Avendo scelto di ricevere il viaggio come regalo di nozze, abbiamo dovuto prenotare la maggior parte dei servizi dall’Italia, in modo da dare la possibilità all’agenzia di stabilire delle quote, oltreché per poterle garantire il compenso per il servizio di raccolta. Il questo modo abbiamo dovuto definire l’itinerario completo prima di partire, prenotando i voli intercontinentali e interni, tutti gli alberghi e il noleggio dell’auto. In una differente occasione avremmo scelto di prenotare solo i voli di andata e ritorno e le prime notti in hotel, decidendo sul posto, di giorno in giorno, dove fermarci. In questo modo avremmo anche risparmiato parecchio rispetto a quanto abbiamo effettivamente speso. L’Australia ci è parsa infatti decisamente poco costosa, offre svariate possibilità di alloggio, dall’ostello all’hotel a 5 stelle, in alcune località i bed and breakfast si susseguono lungo la strada ogni poche decine di metri. I posti dove mangiare poi non mancano davvero! Anche l’affitto della macchina è più conveniente se effettuato in loco e l’organizzazione e la cordialità degli abitanti consente di muoversi in completa sicurezza attraverso tutto il paese.

Martedi 9 SETTEMBRE 2003 SYDNEY
Oggi inizia davvero il viaggio! Cominciamo dalla città più importante del paese: abbiamo deciso così perché qui in questo periodo sta iniziando la primavera, la temperatura quindi è mite e l’aria fresca! Dopo un’estate infuocata in Italia non ce la sentivamo di iniziare il lungo tour dal caldo tropicale del nord!!

La giornata inizia verso le nove quando riusciamo a riprendere i sensi dopo il sonno migliore degli ultimi anni! Siamo ancora piuttosto spaesati e soprattutto non mi sembra vero di essere dall’altra parte del mondo!
Usciamo dall’albergo cercando, cartina alla mano, di capire da che parte siamo girati e prendiamo a caso una strada tra quelle che ci sembra ci possano portare verso il centro.
In realtà il nostro hotel è già piuttosto in centro, e si affaccia direttamente su Darling Harbour, ma non ce ne siamo accorti subito visto che la nostra stanza dà sul lato opposto.
Ci fermiamo a fare colazione da Sandwich king, all’angolo tra la Market street e la Kent Street, quindi ci dirigiamo a Circular Quay. Attraversiamo la città in verticale passando per le vie del centro: George Street, King Street, Pitt Street, in parte isola pedonale.
Le strade sono piene di gente: mamme con passeggini, studenti, turisti e soprattutto impiegati in giacca e cravatta o tailleur. Tutti sono accomunati dall’espressione rilassata, nessuno sembra essere stressato o innervosito come spesso si vede per le vie delle nostre città!

Sydney si trova nello stato del New South Wales, lo stato più popolato d’Australia, grazie anche al suo clima favorevole. La città è costruita attorno ad una bellissima baia naturale e si estende su una superficie amplissima, ospitando in un’atmosfera magnifica circa 5 milioni di abitanti. Quello che si vede in questa città è solo una delle tante facce dell’Australia: la metropoli contemporanea in stile europeo-americano amante del mare, contrapposta al paesaggio desertico e ricco di natura che vedremo nei prossimi giorni.

Arriviamo a Circular Quay, una delle due zone portuali della grande baia di Sydney, popolata da turisti che si mescolano agli artisti di strada e agli australiani che passeggiano o fanno jogging sotto il caldo sole primaverile, rinfrescato da una piacevole brezza.
Giriamo a piedi tutta l’area, passiamo sotto al maestoso Harbour Bridge, il ponte in ferro alto più di 130 metri e lungo quasi cinquecento, simbolo, insieme all’Opera House, della città. E’ possibile scalare il ponte accompagnati dalle guide e imbragati come veri alpinisti. Attraversiamo la zona dei pontili e arriviamo ai piedi dell’Opera House, il famosissimo teatro a forma di vele, che a dire la verità rende meno da vicino che non in lontananza o in fotografia, a causa dell’enorme quantità di cemento grezzo con cui è costruito. Rimandiamo a domani il giro della baia sul battello, quando avremo smaltito del tutto il lungo viaggio aereo.
Proseguiamo a piedi lungo la baia e attraverso i giardini botanici reali. Percorsi pedonali all’interno del parco costeggiano grandi prati, aiuole con fiori tropicali, alte palme, viali con panchine.
I cartelli ai bordi dei viali invitano a calpestare l’erba e a vivere pienamente il parco.
Lasciamo il parco attraverso l’uscita a nord e ci troviamo lungo la Sir John. Tornando in centro da qui vediamo la Galleria d’Arte, la cattedrale di St. Mary. Prima di arrivare all’albergo passiamo davanti al Queen Victoria Market, un enorme centro commerciale ricavato in un vecchio palazzo vittoriano. All’interno del centro commerciale, che si sviluppa su tre piani di un intero edificio e si snoda sotto le strade del centro, sono ancora visibili i pavimenti a mosaico, le vetrate colorate e le ringhiere in ferro battuto. Ovviamente è d’obbligo un giro all’interno, dove puntualmente ci perdiamo!
Nel tardo pomeriggio facciamo un salto in albergo per un breve riposo, prima di uscire per la cena. Approfittiamo della vicinanza e cerchiamo un ristorante nella zona del Darling Harbour, l’altra area portuale cittadina. I ristoranti non mancano, possiamo scegliere tra vari locali etnici, grill bar, gelaterie e chioschi. Ci orientiamo verso il Waterfront restaurant, dove assaggiamo per 50A$ in due pane all’aglio (un must da queste parti), barramundi e costine di maiale con insalata e verdure.
Una breve passeggiata tra le vie del porto illuminate e torniamo in camera… per oggi siamo abbastanza stanchi e poi non ci siamo ancora completamente abituati al nuovo fuso!

Mercoledi 10 SETTEMBRE 2003 SYDNEY

L’effetto del fuso si è fatto sentire questa notte: alle tre ci siamo svegliati e non c’è più stato modo di riaddormentarci. In fondo per il nostro orologio biologico sono le sette della sera e non c’è motivo per dormire!!
Tiriamo fino alle otto, poi ci alziamo e cerchiamo un bel posto dove fare colazione. Questa mattina scegliamo la food court del Centrepoint a cui si accede da Pitt Street, all’interno della quale si affacciano moltissimi banconi, ognuno con le proprie specialità, al centro dell’area sono sistemati dei tavolini per consumare il pasto. Acquistiamo due enormi muffin dalla bakery e un ottimo e freschissimo orange juice al bancone dei succhi.

Continuiamo il nostro giro alla scoperta della città. Torniamo a Darling Harbour da dove ci imbarchiamo per il giro della baia. La crociera dura un’ora ed effettua cinque fermate. Si può scendere dove si vuole e risalire sul battello successivo, che passa a distanza di circa un’ora. Per tutto il viaggio ci accompagnano i commenti dell’equipaggio diffusi dall’altoparlante. Attraversiamo la baia tra una varietà di ambienti: i grattacieli della business area, le villette dei quartieri alti, abitati da attori e personaggi famosi, spiaggette tranquille e scogliere.

Saltiamo le prime due fermate previste a Circular Quay e Opera House, visto che ci siamo già stati ieri e proseguiamo la visita della baia fino a Watson’s Bay passando per Sydney Heads, i due promontori uno di fronte all’altro che separano la baia dall’oceano. L’ultima fermata è Taronga zoo e anche qui tiriamo dritti.
Ripassiamo a Darling Harbour dove dovremmo scendere, proseguiamo invece fino a Circular Quay, in questo modo potremo tornare all’albergo attraversando il quartiere dei Rocks. Anticamente questa era la zona dei magazzini del porto dove nel 1788 sono nati i primi insediamenti della città, ma di recente è stata riordinata e oggi è ricca di negozi e ristoranti.

Tornati in centro non ci perdiamo un giro in monorail, il trenino che corre su un unico binario sopraelevato e compie un percorso circolare tra le vie della città.
Quindi ci prendiamo una vista dall’alto di tutta Sydney dalla cima della Centrepoint Tower: dalla terrazza coperta circolare si gode di un panorama immenso, e sarebbe stato ancora meglio se avessimo atteso il momento del tramonto!!

Angora una passeggiata fino a King’s Cross, il quartiere ricco di locali a luci rosse, sale giochi, sexy shop, ristoranti e prostitute che passeggiano lungo la strada. Nonostante questo è anche il quartiere dei giovani e dei saccopelisti che trovano alloggio nei moltissimi ostelli della zona. Ciò lo rende un quartiere popolare tranquillo dove si può camminare senza paura anche la sera, quando i locali aprono e le strade si animano di vita, musica e colori.

Per cena torniamo a Darling Harbour, dove ci dedichiamo ad una lunga passeggiata prima di entrare nella food court e assaggiare piatti messicani e cinesi.

Oltre a quello che abbiamo visto in questi due giorni, sono molte le cose da non perdere in città:
l’acquario sottomarino a Darling Harbour, il National Maritime Museum, museo della nautica che mostra dai rimorchiatori alle navi da guerra, ai velieri, a un faro galleggiante fino a una barca in legno arrivata nel 1977 a Darwin carica di profughi vietnamiti.
Il “Chinese Garden, considerato il più bel giardino cinese del mondo fuori della Cina, Chinatown, Little Italy, un giro della città sul Bus Explorer blu, che per due ore porta in giro fra i sobborghi di Sydney e le famose baie, una visita alle case vittoriane e le botteghe di Paddington, gli avvenimenti sportivi dell’Entertainement Centre, la Vetrina Olimpica, creata su quello che era il traghetto di Manly.

A pochi chilometri dalla città poi le attrazioni principali sono rappresentate dalle Blue Mountains, dalle splendide spiagge sull’oceano, le tradizionali località di soggiorno di Tweed Heads e Murwillumbah, le spiagge e le isole di Merimbula, i pascoli e le foreste delle Southern Highlands e dell’antico Parco Reale.

Giovedi 11 SETTEMBRE 2003 BONDI BEACH e volo a Melbourne

Anche questa mattina, dopo un’altra notte di sonno a tratti, scegliamo la food court per fare colazione. Oggi è l’ultimo giorno a Sydney e decidiamo di trascorrere la giornata tra sole e relax sulla spiaggia di Bondi.
Da Pitt Street proseguiamo verso Circular Quay, da dove partono gli autobus per Bondi Beach. Gli autobus che possiamo prendere sono il numero 380 oppure il L82, il primo fa tutte le fermate, mentre il secondo è il diretto. Parte prima il 380 quindi approfitteremo per fare un giro della città più dettagliato!
In circa 40 minuti arriviamo alla spiaggia: la sabbia bianca e il blu dell’oceano appaiono dall’alto di una collinetta, l’autobus si svuota di turisti e locali venuti qui come noi per godersi il tiepido sole primaverile sulla spiaggia.
Decine di surfisti con la muta e la tavola sotto braccio escono dai tanti ostelli del lungomare e corrono verso le onde. Noi ci siamo limitati a sentire l’acqua con i piedi, ma la temperatura è talmente gelida che niente ci convincerebbe ad un bagno, nonostante la gente del posto, tra cui anche molte signore piuttosto attempate, si tuffino come se fossimo ai Caraibi!!
La giornata è soleggiata e ci sdraiamo a prendere il sole sulla sabbia, la sensazione di caldo è molto attenuata dal vento che soffia fortissimo, tanto che domani ci sveglieremo con il viso arrossato!
All’ora di pranzo compriamo due panini e della torta alla banana in uno dei numerosi locali sul lungomare. Il paese di Bondi infatti si compone di casette basse e colorate affacciate sul mare e circondate da prati verdi. E’ davvero molto pittoresca, e da l’idea di essere una meta turistica molto vitale e gettonata nel periodo estivo.
Ci sistemiamo sul prato dietro la spiaggia a mangiare, circondati da gabbiani affamati che puntano alle nostre briciole. Nel pomeriggio abbiamo il tempo di fare una passeggiata lungo la spiaggia prima di riprendere l’autobus per Circular Quay e tornare in albergo a recuperare i bagagli.
Quindi un taxi ci accompagna all’aeroporto dove alle 20 partiremo per Melbourne.
In aeroporto abbiamo il tempo di mangiare un panino e una macedonia prima dell’imbarco che avviene puntuale all’orario previsto.
Alle 21.30 sbarchiamo a Melbourne, stato del Victoria. Piove e fa freddo, decisamente più freddo che a Sydney. Il taxi ci accompagna per 32.20$ al Radisson on Flagstaff gardens dove trascorreremo le prossime due notti.

 

Venerdi 12 SETTEMBRE 2003 MELBOURNE

La notte di sonno ci ha preparati per un’altra giornata piena a spasso per la città. Il tempo non è molto bello e fa anche un gran freddo, che patiremo ancora di più non avendo messo in valigia niente di più pesante di una felpa e un giubbino di jeans.
Usciamo dall’albergo sprovvisti di cartina e ci dirigiamo verso il centro. Ci fermiamo a fare colazione da “La Stradda”, un locale su William Street a quattro passi dall’hotel frequentato soprattutto da studenti che, a differenza di noi che prendiamo torta e cappuccino, fanno colazione con uova, fagioli, salsicce e bacon, come usa da queste parti.

Gironzoliamo un po’ per il centro senza meta, finché incontriamo un information point dove ci regalano una mappa della città. Finalmente cominciamo a orientarci!
Melbourne è una città molto estesa, ma il centro si limita ad un reticolato di vie che copre qualche isolato. I tram corrono tra le vie della città e uno di questi, il City Circle Tram, porta in giro gratuitamente i turisti.
Qui si concentrano i grattacieli e i centri commerciali della città, tra cui Il Melbourne Central, un centro nato all’interno di una fabbrica abbandonata e restaurata. All’interno del centro commerciale, che presenta una caratteristica cupola è ancora presente la ciminiera della fabbrica. Purtroppo l’edificio è in fase di ammodernamento e ristrutturazione, percui molte aree non sono agibili e l’architettura del posto non è visibile al meglio!
Questa visita ci consente di ripararci per un po’ dal freddo che c’è fuori e anche di fare uno spuntino veloce alla food court, in particolare ci facciamo un bel piatto di pasta dal bancone italiano, dove ci serve un ragazzo toscano trasferito qui anni fa con la sua famiglia.

Melbourne è una città forse meno affascinante di Sydney, ma anche qui lo stile di vita e la cortesia degli abitanti invogliano a pensare che si viva davvero bene, come ci confermano alcuni abitanti del posto.
Per le strade il traffico non è caotico e non ci è mai capitato di sentire un clacson o una sirena suonare. La pazienza qui è di casa.
Melbourne è anche una delle città australiane più ricche di persone di origine italiana: in parecchie occasioni ci è capitato di sentire parlare la nostra lingua dalla gente del posto!

I giardini che circondano la città, verdi e molto curati sono forse più attraenti degli edifici del centro, poco carichi di storia e ricchi di stili differenti uno dall’altro.
La città è attraversata dal fiume Jarra, sulle cui rive si concentrano i maggiori centri culturali, sportivi e di svago. Sulle rive del fiume sorge anche il casinò, il cui ristorante ci è stato vivamente consigliato da un emigrato italiano residente a Melbourne incontrato in aereo, ma che purtroppo non abbiamo avuto modo di provare!!
Per gli appassionati di sport le tappe d’obbligo sono l’Albert Park, dove si corre il gran premio di formula uno e il National Tennis centre, sede degli open d’Australia di tennis.
Un po’ fuori dal centro sorgono i Royal Botanic Gardens, pieni delle più svariate specie vegetali e di bei laghetti.

Nel pomeriggio non ci facciamo scappare la visita alle Rialto Towers, sulla cui sommità sorge il Melbourne observation deck. Con i suoi 253 metri è il grattacielo più alto dell’emisfero australe, dal piano di osservazione panoramico si gode di una meravigliosa vista a 360° sulla città e sui dintorni. Solo da quassù si capisce quanto è grande la città, le cui dimensioni si estendono a perdita d’occhio.
Compreso nel biglietto da 11.80A$ c’è la possibilità di assistere anche ad un bellissimo filmato della durata di 20 minuti intitolato “Melbourne, the living city”, vincitore di vari riconoscimenti cinematografici. La pellicola illustra la città e lo stato del Victoria, le attrattive e le manifestazioni locali.

Per cena ci dirigiamo su Lygon Street, una via interamente dedicata ai ristoranti, in prevalenza orientali e italiani. La percorriamo tutta sui due lati, e alla fine scegliamo un italiano, il Mercadante. La scelta si rivelerà proprio indovinata: ordiniamo una pizza, una pasta alle verdure, cassata e caffè tutti degni di uno chef italiano!! Anche il prezzo ci soddisfa: 40A$ in due!
Nel locale scopriamo anche un’altra delle usanze australiane: poiché le licenze per gli alcolici seguono regole molto complicate e la licenza per la vendita spesso non autorizza al consumo (ci è capitato che ci chiedessero di uscire dal locale per bere una birra acquistata nello stesso posto), in tutti i ristoranti è possibile portarsi le proprie bottiglie di vino da fuori, facendosi addebitare solo il costo del servizio. Questo indipendentemente dal tipo di licenza di cui è in possesso il ristorante.

 

Sabato 13 SETTEMBRE Melbourne-APOLLO BAY 200 Km

Questa mattina ritireremo l’auto presso il depot Hertz in città e inizieremo del viaggio in tre tappe verso Adelaide.
La sede cittadina della Hertz si trova accanto al Queen Victoria Market, un enorme mercato coperto dove si possono trovare generi alimentari locali ed “esotici”, vestiario, artigianato e tantissimi altri prodotti. I prezzi della verdura sono decisamente più convenienti rispetto ai nostri e la qualità della merce sembra ottima. Verrebbe voglia di comprare tutto, ma poi non sapremmo cosa farne!!
Ci limitiamo a qualche acquisto per la colazione e ci tratteniamo sul resto, anche perché non possiamo caricarci di oggetti già da ora, visto che dovremo ancora viaggiare parecchio per aerei e troppo bagaglio ci darebbe fastidio. Con dispiacere però, perché alcuni oggetti mi sono rimasti proprio sul cuore!

Sbrighiamo le formalità del caso, integriamo l’assicurazione base con la copertura per ruote, parabrezza e oggetti personali e saliamo sull’auto che ci porterà in giro per i prossimi cinque giorni. E’ una bella Toyota Camry, un modello sconosciuto qui da noi, una berlina molto grande e comoda!
L’impiegata molto gentilmente ci segna sulla mappa la strada da seguire per arrivare all’autostrada ed uscire dalla città, cosa che ci verrà molto utile, anche perché questa novità della guida a destra non entusiasma molto mio marito che, pur essendo un autista modello, si trova un po’ impaurito da questo fatto!
Un attimo di panico ci coglie alla prima svolta (da che parte si va??!!), poi cominciamo a capire come funziona, certo non ci si può distrarre neppure un istante, specialmente quando si tratta di svoltare a destra e in prossimità delle rotatorie!
Seguiamo la Queen Street fino all’incrocio con la Flinders, poi proseguiamo a destra verso la M1 Princess Freeway che seguiamo fino a Geelong. Da qui la B100 ci conduce a Torquay, da dove parte la Great Ocean Road.
Cominciamo anche a fare la conoscenza degli originali cartelli stradali gialli e neri che avvertono della possibilità di incontrare canguri, koala, cammelli e vacche. Ci accompagneranno per tutto il viaggio fino a Darwin a ricordarci, se servisse, che la natura qui la fa proprio da padrona!!!

La Great Ocean Road è considerata una delle più belle strade costiere del mondo. Pur non avendo visto tutte le altre non possiamo che essere d’accordo. E’ davvero una strada meravigliosa, che con i suoi 1200 chilometri attraversa paesaggi stupendi e regala viste spettacolari, anche se la pioggia che ci accompagna oggi non ne esalta la bellezza.
Lungo la strada si trovano moltissimi punti panoramici dove è possibile fermare l’auto e godersi la vista.
Il paesaggio varia dall’inizio alla fine tra scogliere, piccole baie, spot per surfisti e ampie spiagge sabbiose. I paesi si susseguono, ricchi anche di hotel, cottage, B&B, ristoranti. Io mi fermerei una notte in tutti!!!
La prossima volta dedicherò più tempo a questa parte di Australia, che mi è rimasto uno dei migliori ricordi di tutto il viaggio!
Nell’immediato entroterra si possono ammirare bellissime foreste e cascate. Nei pressi di Lorne imbocchiamo la deviazione che ci porta alle Erskine Falls, cascate di 38 metri visibili dalla base di una lunga scalinata che scende tra felci e alberi giganteschi.
Proseguiamo attraverso un paesaggio mozzafiato fino ad Apollo Bay, meta di oggi e della notte.
Al Comfort In International ci accoglie un portinaio molto cortese e simpatico che mi sgrida perché non firmo con il nome da sposata!! Ci porta poi alla nostra stanza: un bellissimo mini appartamento su due piani con ingresso indipendente e parcheggio personale. La stanza è anche dotata di forno a microonde che ci verrà molto utile per la cena e la colazione di domani.

Apollo Bay sembra davvero una bella cittadina, ma con questo tempaccio non riusciamo a goderci una passeggiata tranquilla sul lungomare.
Ci limitiamo al pranzo in un take away che ci prepara sul momento fish and chips e lasagne. Niente di che, ma abbiamo una fame orba e mangeremmo qualunque cosa!
Al supermarket compriamo succo di frutta e torta che, con il latte che ci ha dato il portiere e il caffè presente in ogni stanza, ci sarà sufficiente per colazione.

Il vento soffia fortissimo e piove a dirotto. Ci rifugiamo in stanza e dedichiamo il resto del pomeriggio a fare il primo bucato. Per la prima volta mi trovo obbligata ad usare anche l’asciugatrice, cosa che ho sempre detestato, pensando che rovinasse la biancheria. In questo caso non potrei proprio farne a meno e infilo dentro tutto il bucato. Il risultato è talmente soddisfacente che ho deciso di comprarne una!!!

In stanza troviamo una locandina che pubblicizza i voli panoramici su aerei a sei posti sui dodici apostoli. L’idea mi piace un sacco, ma chissà se con questo tempo decolleranno anche domani!?

Verso le sei smette di piovere e usciamo di nuovo. Ormai il sole è tramontato, non ci resta che fare una breve passeggiata tra i negozi chiusi e comprare una pizza da asporto che mangeremo più tardi in camera.

Dopo cena alziamo al massimo il riscaldamento e ci infiliamo sotto le coperte a studiare il percorso che seguiremo domani.

Domenica 14 SETTEMBRE Apollo Bay -MOUNT GAMBIER 400 Km

Questa mattina siamo stati svegliati dal freddo e dal rumore del vento. Durante la notte le nubi hanno lasciato posto alle stelle, ma questa mattina la pioggia ha ripreso a scendere.
Alle nove, dopo una piacevole colazione in a camera siamo pronti per partire. Riprendiamo la Great Ocean Road verso ovest attraverso un paesaggio caratterizzato da foltissima vegetazione, alberi altissimi e tratti di mare in tempesta. Da queste parti i repentini cambiamenti di tempo sono normali, infatti durante la giornata si alterneranno pioggia, sole, sole e pioggia, grandine, temporale ma soprattutto freddo e vento fortissimo. La prima tappa è la foresta pluviale di Maits Rest. Lasciamo la macchina nel parcheggio e ci inoltriamo attraverso la vegetazione. Un sentiero pavimentato in legno ci conduce per un paio di chilometri attraverso la foresta ricca di felci, sequoie, ruscelli. La pioggia per un momento lascia spazio ai raggi del sole che colpiscono le foglie bagnate creando un’atmosfera da fiaba.

Riprendiamo la macchina e proseguiamo per Cape Otway, dove si arriva dopo una deviazione di una decina di chilometri dalla strada principale. L’ingresso senza guida costa 9$, con la guida 11. Scegliamo la prima possibilità anche perché ovviamente la visita guidata è appena partita e il tempo minaccia nuovamente pioggia, percui preferiamo affrettarci. Per sicurezza all’ingresso acquistiamo anche un impermeabile in naylon, che verrà proprio utile da qui a breve.
All’interno del sito sono presenti, oltre al faro costruito nel 1848 e considerato il più meridionale d’Australia, l’antica stazione telegrafica, la casa del custode del faro, la casa dell’aiuto custode e un bunker risalente alla seconda guerra mondiale. Alcune di queste strutture sono ora destinate a esposizione degli oggetti appartenenti alla vita dei custodi, ed è in fase di allestimento un museo del faro.
Tra un acquazzone e l’altro riusciamo a salire sulla cima del faro. Da qui godiamo di una vista a 360° sulla scogliera e sul cielo minaccioso. Il vento è talmente forte da non farci sentire affatto al sicuro sul poggiolo del faro!!
Sul mare compare anche l’arcobaleno: resisterà solo qualche minuto prima che il nubifragio si scateni. Riusciamo a rifugiarci nella locanda di fronte al faro prima di inzupparci, dove attendiamo la prossima schiarita bevendo una cioccolata calda seduti sul divano a guardare un filmato sul faro e sui naufragi avvenuti in zona.
Da qui inizia infatti il tratto noto come “costa dei naufragi”, dove si stima giacciano sui fondali 80 relitti!

Proseguiamo verso i dodici apostoli, all’interno del Parco Nazionale i Port Campbell. Dal parcheggio parte il sentiero panoramico che porta alla scogliera e al promontorio panoramico. Lo spettacolo è stupendo: i faraglioni modellati da onde e vento appaiono due sulla sinistra, altri otto sulla destra. I rimanenti sono ormai erosi completamente. Il vento è talmente forte da non riuscire a tenersi fermi, il cielo è carico di pioggia e il mare in tempesta si scaglia con violenza sulle rocce.
Siamo davvero nel punto più emozionante di tutta la costa sud dell’Australia, lo spettacolo è di quelli da togliere il respiro!! Questo è uno dei luoghi che ci ha colpito maggiormente lungo tutto il viaggio suscitandoci emozioni davvero forti!.
Aerei ed elicotteri sorvolano in continuo la zona, mi sarebbe piaciuto moltissimo fare un volo panoramico su un piccolo aereo, ma anche per un’impavida volatrice come me non sarebbe stato facile fidarsi a decollare con questo vento!!
Ci fermiamo qui a lungo, nonostante il freddo e il vento, a godere di questo meraviglioso spettacolo naturale, finche zuppi di pioggia torniamo a malincuore all’auto.

Ci fermiamo successivamente a Lock Ard Gorge, un punto lungo la costa dove una spiaggia di sabbia rossa si è creata all’interno di una gola. Qui, come racconta il pannello esplicativo, la Lord Ard avrebbe fatto naufragio, lasciando solo due naufraghi sopravvissuti: un marinaio e la figlia di emigranti irlandesi.

All’ora di pranzo ci fermiamo a Port Campbell, un piccolo e caratteristico paesino affacciato su una baia dove troviamo un locale per magiare un buon hamburger inondato, come al solito, da un mucchio di salse e patatine.

L’ultimo tratto in cui la Great Ocean Road corre sul mare porta a Bay of Island. Altri faraglioni emergono dall’acqua a creare un panorama meraviglioso. Il vento e il freddo non danno tregua neppure qui e si sta anche facendo tardi. Proseguiamo direttamente fino a Mount Gambier, tralasciando Wournambol, luogo famoso per la possibilità di avvistamento balene tra maggio e ottobre, anche perché gli avvistamenti avvengono prevalentemente all’alba.

Arriviamo a Mount Gambier e spostiamo l’orologio indietro di mezz’ora. Abbiamo infatti lasciato il New South Wales e siamo entrati nel South Australia. Fa freddo e la pioggia ha ricominciato a scendere. Ci sistemiamo al Quality Inn International. La camera è molto grande, anche se non molto accogliente. Come prima cosa cerchiamo la guest laudry per un altro bucato: questa volta tocca alla roba scura, quindi dopo una doccia bollente che ci serve a scaldarci le ossa dopo la giornata gelida, usciamo in cerca di un posto dove cenare.
Neppure oggi abbiamo incontrato i canguri, a parte qualcuno ai bordi della strada investito dalle auto. Purtroppo è uno spettacolo a cui ci dovremo abituare, specialmente a Kangaroo Island e attraverso il deserto. Solo ci è parso di scorgere qualche Koala sugli alti rami degli eucalipti che fiancheggiavano lunghi tratti di strada..ma è anche possibile che si sia trattato di suggestione!!



E’ domenica sera e la città appare quasi deserta. Uno dei pochi locali aperti è il Fasta Pasta, una sorta di catena che troveremo anche in altre città, dove si servono pizza, pasta e tipiche bistecche locali accompagnate dai soliti contorni.
Alle nove siamo già sotto le coperte, come è diventata abitudine da quando siamo in questo continente, visto che abbiamo dovuto imparare a cenare molto presto e, non essendo amanti della vita notturna, preferiamo riposarci la sera e alzarci presto la mattina!
Del resto anche volendo, a parte nelle grandi città, non sono molte le cose da fare dopo cena nei piccoli centri!

Un consiglio che possiamo dare a chi programma un viaggio in Australia è di partire tranquillamente senza bisogno di prenotare tutte le sistemazioni alberghiere dall’Italia. Questo almeno nella parte meridionale del continente.
Infatti sono tantissimi gli alberghi, i bed and breakfast, i motel, i lodge, i campeggi che si susseguono lungo la strada uno accanto all’altro. In questo modo si può scegliere con estrema libertà l’itinerario da seguire valutando sul posto il tempo che si vuole dedicare a ciascuna località.

Lunedi 15 SETTEMBRE Mount Gambier- ADELAIDE Km. 435

Partiamo presto da Mount Gambier, alle 7.30 visto che oggi ci attende una tratta piuttosto lunga. Arriveremo infatti fino ad Adelaide dove, secondo il nostro programma di viaggio, avremo a disposizione solo il pomeriggio di oggi per una visita.
Tralasciamo anche l’unica attrazione del posto: il Blue Lake, un lago azzurro che riempie il cratere di un vulcano immerso nella vegetazione. A parte questo la città non offre altro, anzi ci è parsa molto tranquilla: la tipica cittadina di provincia!

Attraversiamo per molti chilometri un paesaggio contornato prevalentemente da prateria: i pascoli si susseguono uno dopo l’altro, popolati da un’infinità di vacche e pecore. Capiamo anche perché la carne da queste parti è così buona!
Ci troviamo sulla Princess Highway (A1), sole e pioggia continuano ad alternarsi. Per un lungo tratto costeggiamo anche le grandi saline dal tipico colore rosa che si estendono all’interno del Coorong National Park.
In cinque ore arriviamo ad Adelaide, la capitale del South Australia. In prossimità della città la strada diventa a tre corsie per senso di marcia e anche il traffico aumenta.
Non abbiamo molta difficoltà a trovare il nostro albergo, l’Adelaide Meridien.
Scarichiamo i bagagli e usciamo subito. La temperatura è decisamente migliore rispetto ai giorni scorsi, anche se il cielo continua ad essere coperto e a tratti scende la pioggia.
Il centro è un po’ lontano dall’albergo e per raggiungerlo attraversiamo un grande parco accanto al quale sorgono l’ospedale e l’università. Parchi e distese erbose circondano infatti la città da tutti i lati.
La città ci appare subito molto ordinata e pulita. Le case sono per la maggior parte basse e in stile vittoriano e le strade si incrociamo ad angolo retto. Nel centro si susseguono negozi e centri commerciali, come in altre città c’è il Mall, una via pedonale contornata da negozi e ristoranti.
Devo dire che le città non sono i posti che più ci hanno colpito di tutto il continente, questo forse a causa del fatto che essendo molto giovani non rispecchiano la nostra idea della città con centro storico, stradine lastricate e un passato da raccontare. Ciò di cui si può godere è invece lo stile di vita dei loro abitanti, l’atmosfera rilassata e il senso di tranquillità e cordialità che trasmettono.
Giriamo per il centro senza una destinazione precisa, pranziamo nella food court di uno dei tanti centri commerciali, quindi ci rechiamo all’ufficio informazioni turistiche per farci spiegare qualcosa su come raggiungere Cape Jervis, da dove domani mattina ci imbarcheremo per Kangaroo Island.

Purtroppo, pur avendo a disposizione un mese, in alcuni posti non abbiamo il tempo sufficiente per poter visitare tutto quello che vorremmo. Non riusciamo infatti a visitare le colline intorno ad Adelaide, ricche di coltivazioni di uva e fattorie per la produzione di rinomatissimo vino, come Barossa Valley. Le agenzie locali organizzano tour organizzati di visita alle fattorie, con annessi assaggi delle varie produzioni. Abbiamo sopperito acquistando alcune bottiglie a Cairns prima di partire per tornare a casa.

Ricomincia di nuovo a piovere e decidiamo di tornare all’albergo. Per la cena ci orientiamo verso un ristorante messicano proprio di fronte all’albergo, Zapata’s. Per 50$ in due mangiamo delle ottime enchilada di pesce con riso e verdure e una bistecca con vari contorni, oltre a vino e dolce!

Martedi 16 SETEMBRE 2003 Adelaide – KANGAROO ISLAND

Il nostro traghetto parte da Cape Jaervis alle nove e ieri sera all’ufficio informazioni ci hanno detto che sono necessarie due ore per raggiungere l’imbarco da Adelaide.
Facendo due conti non ci resta che alzarci alle sei meno un quarto.
Riprendiamo la superstrada verso sud attraversando il centro della Fleurieu Peninsula. Per quello che abbiamo visto sulla guida e nelle foto varrebbe la pena trascorrere qualche giorno anche in questa zona, ma proprio non abbiamo il tempo.
Negli ultimi 70 Km la strada si riduce a una corsia per senso di marcia, la pianura ricca di pascoli di vacche e pecore merinos lascia spazio dapprima a colline e successivamente a un paesaggio quasi montano che si affaccia all’improvviso sull’oceano regalandoci uno stupendo panorama.
Neppure a dirlo anche oggi siamo partiti con la pioggia, anche se pare che un timido raggio di sole spunti sul mare…

Arriviamo a Cape Jervis alle 8.30, il tempo per cambiare i vaucher e imbarcare l’auto e il traghetto puntualissimo molla gli ormeggi.
Il traghetto non è l’unica possibilità per raggiungere l’isola, si può anche volare da Adelaide, ma è poi necessario noleggiare l’auto sull’isola. L’aereo che compie il tragitto poi è molto piccolo..altro motivo per faci scegliere il tragitto via mare.
Il mare è discretamente agitato, anche a causa del forte vento. Dobbiamo cercare di non distrarci troppo con TV e giornali, o rischiamo di passare piuttosto male i prossimi 50 minuti!!

Sbarchiamo a Penneshaw, una delle quattro città dell’isola.
L’isola dista 16 Km dalla terra ferma, misura 155 Km di lunghezza per 55 di larghezza ed è quasi interamente Parco Naturale. Le altre tre città sono Kingscote, il capoluogo, American River e Parndana. Parlare di città è forse un po’ esagerato, si tratta in realtà di piccoli paesi dove si concentrano i pochi negozi presenti sull’isola, le scuole, alcuni alberghi e poche variopinte case in legno a un piano. Per il resto sull’isola vi sono solo fattorie e pascoli. Un servizio di scuola bus raccoglie ogni giorno i bambini dalle fattorie per portarli a scuola nelle città. Alcune fattorie offrono a turisti camere e colazione, ci sarebbe piaciuto soggiornare in uno di questi posti, chi c’è stato ci ha raccontato di aver vissuto davvero una bella esperienza.
Le strade che attraversano l’isola sono prevalentemente in terra battuta non asfaltata, ad eccezione delle direttrici principali. Le condizioni sono buone e consentono anche alle auto a trazione non integrale di percorrerle.

La prima destinazione della giornata è Seal Bay che raggiungiamo percorrendo la strada asfaltata da Penneshaw fino a Cygnet River e giù fino alla riserva, attraversando chilometri di pascoli e coltivazioni di fiori gialli (dovrebbe essere colza).
L’unico modo di vedere dalla spiaggia la colonia di leoni marini che popola la zona è farsi accompagnare dai rangers. Alla biglietteria però la gentile addetta ci spiega che essendo una giornata particolarmente fredda tutti gli animali si sono rifugiati tra la vegetazione all’interno della spiaggia. Ci consiglia quindi di lasciar perdere la visita guidata sulla spiaggia e di effettuare da soli il percorso segnato fino al limite della spiaggia. Ci promette anche che se non resteremo soddisfatti ci farà pagare solo i 2$ di integrazione del biglietto per rifare il giro guidato. Accettiamo subito, tanto dovremmo comunque attendere un’ora prima della prossima partenza dei rangers.
La decisione si è subito rivelata indovinata: un’ampia colonia di leoni è addormentata al riparo degli arbusti alle spalle della spiaggia, molti sono davvero vicini, si sono infatti sistemati proprio sotto la passerella in legno che definisce il percorso pedonale. Quando arriviamo all’altezza della spiaggia due cuccioli escono dall’acqua e si mettono a giocare e a rincorrere un gabbiano a pochissimi metri da noi. Sono davvero bellissimi!! Ci rendiamo conto di aver avuto più fortuna e di aver visto gli animali più da vicino rispetto a chi ha fatto la visita guidata!
Devo dire che anche il consiglio di Leandro di arrivare prima delle 17, ora di chiusura della riserva, ci è stato molto utile!
L’esperienza è stata davvero eccezionale..ma ora la fame comincia a farsi sentire. Ci ricordiamo di aver visto un cartello con la scritta “MEAL” poco prima della deviazione per Seal Bay. Detto fatto siamo arrivati ad una specie di fattoria costruita con assi di legno e teli di naylon, all’interno della quale sono sistemati tavoloni grezzi direttamente sulla terra battuta. La scelta non è molto varia, il menù è prevalentemente a base di pesce. Ordiniamo sandwich, patatine e pesce fritto, mentre il locale si riempie di altri turisti scesi da un pullman gran turismo!
Siamo pronti per proseguire la visita di questa meravigliosa isola! Ci dirigiamo a nord, verso il Parndana Wildlife Park, un parco privato nato nel 1992, in cui vengono accolti e curati animali in difficoltà, abbandonati o rimasti orfani. Il biglietto di ingresso del costo di 6$ a testa contribuisce al nutrimento e al recupero di questi animali.
Continuiamo a preferire le strade asfaltate, specialmente dopo essere stati ammoniti dall’autonoleggio che non ci saranno assicurati i danni occorsi all’auto su strada sterrata. Ma da qui a poco la tentazione sarà troppo forte…
Giriamo liberamente per questo parco in cui gli animali sono ospitati all’interno di ampi recinti. Ci sono canguri bianchi, marroni e grigi, koala, wallaby, wombat, un coccodrillo, varie specie di pappagalli coloratissimi, emu, ekidna, e un sacco di altri animali. Dopo una brutta esperienza con le oche (un consiglio: non entrate nel recinto dello stagno o difficilmente riuscirete ad uscirne!!) e dopo aver tenuto in braccio e coccolato un cangurino ci siamo fatti tentare da una strada sterrata per raggiungere Stokes Bay. Qui si può vedere una bellissima spiaggia di ciottoli da dove, attraverso un angusto passaggio tra gli scogli si accede ad una bella spiaggia di sabbia. Il paesaggio ricorda molto la Cornovaglia, forse anche a causa della stagione e del tempo.

Sempre seguendo la strada sterrata, che ci consente di accorciare molto le distanze, raggiungiamo Emu Bay, un bellissimo centro abitato affacciato sul mare e composto da villette dolorate e ordinatissime.
Comincia a calare il sole e noi riprendiamo la strada asfaltata per arrivare a Kingscote, all’Ozone Seafront hotel, dove trascorreremo la prossima notte. L’hotel è molto accogliente, come la signora che ci riceve, e tutte le stanze hanno una grande vetrata affacciata sull’oceano. Riceviamo anche la bella notizia che domani mattina avremo la colazione offerta.

Ci prendiamo giusto il tempo per un caffè e una doccia e ripartiamo per andare a vedere la parata notturna dei pinguini. Alle 19.15 ci presentiamo al punto di incontro in Kingscote Terrace dopo aver acquistato i biglietti scontati direttamente in albergo. La visita prevede la proiezione di un filmato di 10 minuti sulla vita e le abitudini della specie di pinguini che abitano la zona. Si tratta dei pinguini più piccoli del mondo, sono alti solo 30 centimetri e pesano circa 1,5 Kg. In compenso nuotano tutto il giorno e dormono solamente quattro minuti per volta! Quindi il volontario ci accompagna alla scogliera dotati di torce dalla luce arancione che non disturba gli uccelli di ritorno dalla giornata di pesca. La luce bianca li abbaglierebbe, rendendoli facile preda dei cani, che, insieme alle auto, sono i loro peggiori nemici sulla terra ferma.
Ce ne sono tantissimi sparpagliati qua e là tra gli scogli e sui pontili in cerca della loro tana. Sono buffissimi quando saltellano tra le rocce!! Qualcuno si avvicina a pochissima distanza da noi, ma quando se ne accorge scappa via a nascondersi!

Mercoledi 17 SETTEMBRE 2003 KANGAROO ISLAND e rientro ad Adelaide

Secondo giorno sull’isola dei canguri. Dopo aver approfittato del buffet dell’albergo siamo pronti per scoprire il resto dell’isola.
Lasciamo definitivamente Kingscote e ci dirigiamo a Cape Borda prendendo la strada asfaltata che diviene sterrata trenta chilometri circa prima del capo.
Superato l’antico cimitero dei guardiani del faro arriviamo a destinazione. Neppure a dirlo anche questa volta siamo fuori orario per il tour guidato! Sono le 11.15 e il prossimo giro partirà alle 12.00. Il vento è fortissimo e decidiamo di fare da soli una passeggiata nei dintorni prima di proseguire all’interno del Flinders Chase National Park. Per la prima volta, consigliati da altri due turisti come al solito molto gentili, vediamo i canguri in libertà. Un folto gruppo di marsupiali popola infatti l’area attorno al faro, addirittura possiamo vedere una mamma intenta ad allattare il suo piccolo!
Risaliamo in auto infreddoliti e lungo la strada assistiamo ad uno spettacolo fantastico: un’enorme aquila ferma sul ciglio della strada a nutrirsi da una carcassa di canguro spicca il volo appena ci avviciniamo. E’ enorme e completamente nera con un’apertura alare di almeno tre metri. Quando si alza da terra fa ombra sulla nostra auto! Purtroppo non facciamo in tempo a riprenderla, ma il ricordo difficilmente si cancellerà dalla nostra memoria!! L’episodio si ripeterà altre tre volte nel corso della giornata, anche se non vedremo più un animale così grande!

Siamo sempre sulla strada sterrata, ormai ci abbiamo preso gusto, e attraversiamo verso sud il Flinders Chase National Park fino al centro accoglienza visitatori. All’interno del parco possiamo ammirare altri canguri liberi e un’infinità di strani uccelli, simili a oche grigie, ma con il becco più piccolo e di colore giallo acceso.

Ci portiamo all’estremo sud dell’isola fino ad Admiral Arch. Dal parcheggio parte un sentiero che porta fino alla scogliera che, scavata dal vento, forma un arco dove tantissime foche giocano o si scaldano al sole. Veramente oggi hanno poco da scaldarsi…il vento è talmente freddo e forte che in pochi secondi occhiali e macchine fotografiche sono completamente incrostati di salsedine. Mi serviranno parecchie salviette umide per pulirli!
Continuiamo a costeggiare l’oceano e arriviamo a Remarkable Rocks, dopo una breve sosta a Cape du Couedic a dare un’occhiata ad un altro dei meravigliosi fari presenti sull’isola.
Remarkable Rock è una formazione rocciosa su un promontorio lungo la scogliera completamente erosa e modellata dal vento fino ad assumere una forma stranissima. Un particolare lichene ricopre la roccia conferendole il colore arancio.

Proseguiamo sulla South Coast verso est. Sono le 16 e ancora non abbiamo pranzato. Ci manca anche la benzina. E’ meglio cercare rifornimenti!! Sulla mappa vediamo che a Vivonne Bay è segnalato un distributore, probabilmente ci sarà anche un locale dove mangiare qualcosa. Sulla strada incontriamo infatti una piccola rivendita che ci rifornisce di benzina attraverso una vecchissima pompa e ci prepara due hamburger e una fetta di torta davvero ottimi.
Questo è uno di quei posti e di quei momenti in cui sembra che il tempo si sia fermato a 60 anni fa!!

Dobbiamo arrivare a Penneshaw entro le 19.30, per prendere il traghetto, non abbiamo più molto tempo per fermaci qua e là. Non riusciamo però a resistere quando incontriamo la deviazione per Little Sahara. Una distesa bianchissima di sabbia e dune si presenta davanti a noi. Sembra di aver cambiato continente!! Ci rotoliamo un po’ nella sabbia, peccato che sia così fine che con il contributo del vento ci ha messo KO la macchina fotografica, neppure estratta dalla custodia! Fabio dovrà lavorarci parecchio prima di renderla di nuovo funzionante.
Dobbiamo proprio correre verso il porto. Per abbreviare il tragitto riprendiamo la strada non asfaltata. Arriviamo in tempo e durante l’imbarco ricomincia a piovere. Anche il mare è piuttosto burrascoso e arriveremo a Cape Jervis barcollanti!!

Mancano ancora 150 Km per tornare ad Adelaide che percorreremo con poco entusiasmo completamente al buio… speriamo di non incontrare animali troppo da vicino!! Stanotte pernotteremo di nuovo all’Adelaide Meridien, con una bella sorpresa: la stanza è ancora più grande della precedente, soprattutto il bagno, dotato di una vasca idromassaggio. Proprio quello che ci vuole dopo questa giornata faticosa!! Chissà se anche questo è un regalo di nozze, come le bottiglie di spumante trovate in alcune camere delle scorse notti!!

Giovedi 18 SETTEMBRE 2003 Volo da Adelaide ad AYERS ROCK via Alice Springs

Lasciamo la macchina all’aeroporto di Adelaide, il contachilometri segna 1830 Km in più rispetto a quando l’abbiamo presa.
Ci imbarchiamo sul volo per Alice Springs, per ripartire subito verso Ayers Rock. Un piccolo problema all’impianto di condizionamento dell’aereo ci farà ritardare la coincidenza di un paio d’ore. Dimentichiamo il disguido appena dal finestrino scorgiamo il monolito che si avvicina nel pieno del suo splendore! Si eleva dalla boscaglia arida del deserto con i suoi 348 metri d’altezza e il suo colore rosso che lo ha reso famoso, le cui gradazioni variano nell’arco della giornata al variare dell’intensità dei raggi del sole.
In aeroporto ritiriamo la nuova auto, che è esattamente identica alla precedente. Finalmente sentiamo il sole e il caldo sulla pelle e possiamo eliminare giubbotti e felpe, sostituendoli con T-shirt e sandali.

Andiamo direttamente verso Uluru (così si chiama Ayers Rock in lingua aborigena) senza neppure sistemare le nostre cose in albergo. Paghiamo l’ingresso al parco: con 16.25$ a testa abbiamo diritto di entrare per tre giorni, dall’alba al tramonto.
Per prima cosa visitiamo il Centro culturale aborigeno: una galleria di immagini racconta le ragioni per cui il luogo è sacro per la gente del posto e spiega alcuni dei loro principi fondamentali di vita. Uluru è il “luogo sacro dei sogni”, dove il “Tempo del sogno” è il tempo dei primordi della creazione, in cui dalla terra emersero gli Esseri Ancestrali per popolarla e modellarla. Loro crearono piante, animali e tribù. Al Tempo del sogno Uluru era solo una collina di sabbia, ma dopo la creazione assunse la forma attuale. Le pieghe verticali, i pozzi d’acqua alla base, le macchie di licheni non sono che la testimonianza della presenza a quel tempo di animali mitici.
Annessa al centro culturale si trova una rivendita di oggetti di artigianato aborigeno e approfittiamo per acquistare un paio di boomerang del tipo però che non ritorna.
Sono già le 16.30 e decidiamo di rimanere fino al tramonto rimandando l’arrivo in hotel.
Percorriamo un paio di volte l’intero percorso alla base della montagna, ammirando ogni sua sfaccettatura, da tutti i possibili punti di vista. Rinunciamo alla salita per rispetto alla volontà di chi lo considera un luogo sacro e chiede di evitare quella che per loro sarebbe una profanazione. Lo spettacolo è meraviglioso, la roccia ha colori e forme davvero unici, bisogna vederla per capire ciò che a parole è difficile descrivere.
Verso le 18.00 raggiungiamo il punto dedicato all’osservazione di Uluru al momento del tramonto, il Sunset Lookout.
Il parcheggio è già colmo di macchine, furgoni, camper, station vagon pittoresche e ricolme dei bagagli e delle attrezzature più svariate, per non parlare della quantità di pullman, ai quali è riservata un’apposita aerea del piazzale, venuti qui ad ammirare lo spettacolo della montagna che cambia colore.
E’ già fantastico vedere questa moltitudine di gente di tutto il mondo qui radunata, fa un effetto strano! In questo momento mi sento veramente partecipe di qualcosa di grandioso. Ci sono anch’io in mezzo ad australiani, giapponesi, europei, aborigeni. Siamo partiti da ogni angolo del pianeta e dopo aver percorso migliaia di chilometri ci ritroviamo tutti qui desiderosi di assistere allo stesso tramonto.

Il sole si abbassa e il monolito comincia a cambiare colore. Passa attraverso tutte le sfumature del rosso, dell’arancio, del viola proprio sotto i nostri occhi. Siamo talmente appagati da quest’esperienza da convincerci ad alzarci all’alba e ripeterla al sorgere del sole.

Adesso possiamo recarci all’Ayers Rock Resort, l’unica struttura ricettiva del posto, che offre al suo interno diversi tipi di sistemazione: un campeggio, un lussuoso residence, due hotel, due piscine e negozi di vario genere.
Noi siamo sistemati all’Outback Pioneer Hotel. Prima di fare qualsiasi altra cosa vogliamo cenare!!! Diamo un’occhiata in giro e scegliamo di farci il nostro barbecue. Compriamo la carne al banco, possiamo scegliere tra emu, coccodrillo, canguro, pesce, ma preferiamo andare sul sicuro con un bel filetto e una T-bone steak. Nel prezzo della carne è compreso anche il libero accesso al buffet delle insalate. Ci cuociamo la carne sulla piastra a nostro gradimento e il risultato è davvero ottimo!!
La musica dal vivo ci coinvolge in un’atmosfera decisamente particolare: siamo in mezzo a persone di tutte le nazionalità, tra cui spicca un originale giapponese rasta, che cenano allo stesso tavolo in mezzo al deserto!

Oggi siamo entrati nello stato del Northen Territory che occupa un sesto dell’intera superficie australiana ed è abitato da meno di 200 mila persone.
Questa è una delle poche zone della terra in cui si possono ammirare bellezze naturali tuttora intatte, che si presentano come erano prima dell’era glaciale. C’è una tale varietà di animali e piante endemiche da essere stati dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’umanità.
Tutto lo stato offre paesaggi di una bellezza unica, ricchi di contrasti: si passa dal bush al deserto, alla vegetazione tropicale.
E gli australiani sanno bene quale è il valore di ciò che li circonda e sono estremamente rispettosi del loro ambiente e impongono anche a chi viene da fuori le loro regole di tutela e salvaguardia dell’ambiente, pur non privandolo della possibilità di viverlo pienamente.

Venerdi 19 SETTEMBRE 2003 Ayers Rock – OLGAS – Kings Canyon 310 Km

Come programmato ci alziamo prima dell’alba per avere il tempo di raggiungere il Sunrise Lookout. La sveglia suona alle 5.30, il tempo di vestirci e incolonnarci alle altre auto che lasciano il resort per la stessa destinazione.
Lo spettacolo di ieri sera si ripete, questa volta dalla parte opposta della roccia. I colori sono più rosa rispetto al tramonto, ma una piccola parte di poesia viene a mancare quando una marea di gente, in prevalenza giapponesi scende dagli autobus, dotata di seggioline da campeggio e scatole-kit per la colazione e “invade” l’area di osservazione.
Certo la mattina fa freschino e la felpa non è certo di troppo!
Restiamo qui finché il sole è alto nel cielo, quindi torniamo al resort per prendere le valigie e procurarci il necessario per la colazione e il pranzo.
Al supermarket troviamo muffin, succhi di frutta, pane, frutta, formaggio e l’indispensabile acqua. I prezzi non sono esattamente bassi, ma considerato che siamo in mezzo al deserto non possiamo di certo lamentarci!

Torniamo all’interno del parco diretti questa volta ai Monti Olgas (Kata Tjuta in aborigeno) a circa 50 chilometri dall’ingresso del parco. Il significato della parola Kata Tjuta è “tante teste” e proprio a tante teste che emergono dall’acqua assomiglia questa roccia formata da 36 cupole risultato dell’erosione del vento e della sabbia di un monolito simile a Uluru. Ci limitiamo ad ammirare il posto dal punto panoramico che si trova lungo la strada, per poi avvicinarci fino ai piedi della montagna.
Non percorriamo a piedi il percorso ad anello alla base della montagna consigliato, preferendo metterci subito in cammino attraverso il deserto per raggiungere Kings Canyon nel pomeriggio.

Percorriamo la Luritja road e 30 Km circa prima di Kings Canyon, in corrispondenza di King’s Creek un cartello ci segnala la possibilità di effettuare voli panoramici in elicottero a 35$. Visto che stranamente sto guidando io decido di fermarmi a dare un’occhiatina.
Il volo da 35$ dura circa tre minuti e si limita a sorvolare l’area sovrastante. Per compiere il giro completo sul canyon ne occorrono 175. Visto che come al solito in questi casi l’unica interessata alla cosa sono io decido di rimandare la decisione a domani, quando ripasseremo di qui per dirigerci ad Alice Springs.
Intanto per oggi prendiamo possesso della stanza al Kings Canyon resort, il fratello quasi gemello dell’Ayers Rock resort, solo un po’ più piccolo e meno fornito di negozi e trascorriamo il resto del pomeriggio sul bordo della piscina. L’unica attività di rilievo sarà caricare la lavatrice!
L’acqua gelida della piscina ci ha un po’ rinfrescati dopo la calura del giorno e siamo pronti per la cena!
Il clima qui è decisamente diverso da quello dei giorni scorsi: il sole è sempre presente e la temperatura si aggira intono ai 35°C. L’aria è secca e il caldo si sopporta abbastanza bene, basta rifornirsi a sufficienza di acqua durante tutta la giornata.

Le possibilità per la cena non sono molte e non avendo prenotato il ristorante non ci resta che dirigerci verso l’unica alternativa: l’outback BBQ. Non troviamo il divertimento di ieri sera: qui la carne la portano in tavola già cotta. La qualità non è delle migliori, ma il simpatico spettacolo offerto da una coppia di cantanti-intrattenitori che coinvolge tutta la sala nel loro show riesce a farci trascorrere proprio una bella serata!.

Certo li per li non ci si fa caso, ma a rifletterci un momento in questo posto si è proprio isolati dal resto del mondo. In mezzo a tanta gente non ci si pensa, ma basta fermarsi un momento a pensare e ci si accorge che a parte il resort non esiste un centro abitato nel raggio di 350 Km, non c’è aeroporto né tantomeno un taxi e i cellulari non prendono. Non si può scappare facilmente! E’ davvero una sensazione strana per noi che siamo abituati a vivere in un paese così densamente popolato.

Sabato 20 SETTEMBRE 2003 KINGS CANYON – Alice Springs Km. 450

La mattinata di oggi è dedicata alla camminata che porta in cima alla cresta di Kings Canyon. Partiamo piuttosto presto, per evitare le ore più calde della giornata.
Kings Canyon è il più grande e spettacolare canyon d’Australia, caratterizzato da una profonda gola e da pareti di roccia stratificata ed erosa dal colore rosso fuoco alte più di 300 metri che si affacciano su un panorama mozzafiato!
Alle 8.15 siamo già ai piedi della montagna. L’escursione inizia con una scalinata molto ripida ma non molto lunga scavata nella roccia che conduce fino in cima alla cresta del canyon. Dopo di che il sentiero prosegue praticamente in piano con qualche saliscendi per sei chilometri. Per tutto il tempo costeggiamo lo strapiombo che cade a picco sul deserto e sulla foresta sottostanti con pareti verticali colorate di rosso, bianco e nero a seconda della storia che hanno subito. La vista è assicurata… almeno per chi non soffre di vertigini.

Il sentiero che ci ha portati qui attraverso roccia e vegetazione seccata dal sole e dal vento prosegue per un tratto con una scalinata di legno che scende fino ad un’oasi, formata da un ruscello e da fitta vegetazione, dove un simpatico uccellino ci allieta con un buffissimo canto, la attraversa e risale sull’altra sponda. Quindi comincia la discesa che ci riporta al parcheggio.
Per compiere tutto il percorso abbiamo impiegato due ore e 40, avanzando con estrema calma; forse le guide esagerano un po’ a indicare come tempo di percorrenza tra le tre e le quattro ore. Purtroppo non abbiamo avuto incontri con animali locali. Mi sarebbe piaciuto incontrare un bel varano: abbiamo sentito dai racconti che è molto facile avvistarli quassù, ma forse Fabio è più contento così!
Se decidete di intraprendere questa camminata non dimenticate di portare molta acqua, un berretto e un buon paio di scarpe. In alternativa potete dedicarvi al percorso di un chilometro che gira attorno alla base del canyon, ma a parere mio non si fa tanta strada per perdersi uno spettacolo simile!!!

Alle 11.30 siamo pronti per affrontare i 450 Km che ci separano da Alice Springs. Cominciamo davvero ora il viaggio attraverso il deserto, che andando avanti diventa sempre più arido e secco.
Non potendo affrontare la strada sterrata che ci risparmierebbe un bel po’ di chilometri a causa delle condizioni con cui abbiamo noleggiato l’auto torniamo sulla Lasseter Highway e proseguiamo verso est per 110 Km fino ad immetterci sulla famosissima Stuart Highway, la principale direttrice che congiunge Adelaide a Darwin attraversando in linea quasi retta chilometri di arido deserto ricoperto di terra rossa e bassa vegetazione che ci fanno provare il senso dell’immensità senza confini!
A questo proposito se potete noleggiate in questa parte dell’Australia un veicolo a quattro ruote motrici: vi divertirete sicuramente un sacco senza rischiare di incorrere in problemi con l’assicurazione!
Appena svoltato ecco i primi road train, gli enormi camion merci che si trascinano tre o quattro rimorchi attraverso il deserto, e che costituiscono una delle caratteristiche del posto.
Passiamo dritti anche in prossimità dei voli in elicottero… ho deciso che mi limiterò all’esperienza della mongolfiera ad Alice Springs.

La radio non riceve alcuna frequenza e i telefoni continuano a non avere segnale! Per fortuna sono molte le auto che percorrono la nostra strada in entrambe le direzioni.
All’incrocio tra la Lasseter e la Stuart incontriamo la Erldunda Roadhouse, dove ci fermiamo qualche minuto. E’ una roadhouse molto grande, possiede molte pompe di benzina, una postazione internet e un recinto con moltissimi emu. Noi approfittiamo per mangiarci un gelato, tanto per combattere la temperatura infuocata che ci ha accolti scendendo dall’auto.
Finalmente vediamo qualcosa che ci ricorda la civiltà: un cartello sulla strada segnala che da questo punto in poi è possibile ricevere frequenze radio, comincia anche la linea elettrica, poi la ferrovia, finché nei pressi della città ritroviamo case, negozi, parcheggi.
Visto anche che in molti tratti nel deserto non esistono limiti di velocità arriviamo ad Alice Springs piuttosto presto e alle 16 entriamo già nella nostra camera all’Aurora Alice Springs.
Purtroppo un forte mal di testa mi mette KO fino al tardo pomeriggio, quando usciamo in esplorazione della città, ma è tardi e come in tutta l’Australia i negozi sono già chiusi.
Abbiamo il tempo per una passeggiata sulla Todd Mall e per cercare un posto dove cenare. Casualmente ci imbattiamo nel famoso Bojangles, un saloon ristorante segnalato in altri diari di viaggio e su molte guide. L’atmosfera è davvero coinvolgente: quasi un museo dell’outback, pieno di pelli di animali, tra cui quella di un coccodrillo di 4 metri e suppellettili varie appartenenti alla storia dei pionieri d’Australia. Dalle 21 all’una viene persino realizzato un programma in diretta radiofonica.
Il cibo è davvero ottimo e il personale molto carino. Per non parlare della fantastica idea di mettere nel centro della sala una botte piena di noccioline a cui si può liberamente attingere in attesa della cena. D’obbligo gettare le bucce delle arachidi sul pavimento!!

Alice Springs si trova sul tropico del capricorno, al centro del continente e del deserto ed è l’unica città nel raggio di centinaia di chilometri. Nacque nel 1872 come deposito sulla nuova linea telegrafica e divenne in breve tempo centro commerciale. Qui arrivavano le carovane di dromedari che portavano cibo e materiali dal sud-est.
Con i suoi 27 mila abitanti è la seconda città del Northen Territory e rappresenta il punto di partenza ideale per la visita del Red Centre.
Il cuore della città è rappresentato dal Todd Mall, la zona pedonale ricca di negozi e ristoranti e di tantissime agenzie che organizzano i tour nel Red Centre.
Questa è anche la più famosa città dell’outback, pervasa dalla storia dei pionieri, dalla cultura aborigena e da colori vibranti e arido paesaggio.

Da Alice Springs parte anche il Ghan, il mitico treno che percorre il tragitto fino ad Adelaide sulla nuova linea ferroviaria ricostruita sul tracciato che risale all’epoca dei pionieri. Ora ci stiamo un po’ pentendo di non essere arrivati qui da Adelaide con il treno, ma tutto sommato qualcosa ci deve pur rimanere per la prossima volta!!!

Domenica 21 SETTEMBRE 2003 ALICE SPRINGS

Finalmente una mattina senza sveglia! Ciò nonostante alle 7.30 siamo già in piedi. E’ domenica e molti esercizi sono chiusi, mentre i restanti fanno orario ridotto. Usciamo sulla Todd Mall per fare colazione e con grande sorpresa troviamo il mercato. Le guide riportano come data di riferimento per il mercato cittadino la seconda domenica mattina del mese. Questa è in effetti la terza, meglio così, non si sa se le indicazioni siano sbagliate o solo non aggiornate, fatto sta che possiamo fare un giro tra le bancarelle che propongono cibo, artigianato aborigeno, abbigliamento, dischi e oggetti di ogni genere. Troviamo un banco che vende cappelli originali australiani e ne compriamo subito due in pelle di canguro, visto che il prezzo è molto conveniente (circa il 40% in meno) rispetto a quanto abbiamo visto fino a ora nei negozi.
Dopo aver fatto colazione ci mettiamo in macchina alla volta del Desert Park, un parco pochi chilometri a sud della città, al cui interno sono ricostruiti tre ambienti tipici del deserto: la riva dei fiumi (da queste parti quasi sempre asciutti!), l’ambiente sabbioso e l’ambiente delle foreste, oltre ad un acquario, alla “nocturnal house” e a vari teatri, aree di presentazione dove vengono proposti, ad orari stabiliti, spettacoli con gli animali.
All’ingresso ci consegnano la mappa del parco corredata dagli orari delle presentazioni e degli spettacoli: tra dieci minuti comincia una rappresentazione nel Nature Theatre. Ci rechiamo sul posto dove ci fanno accomodare ordinatamente sugli spalti di un piccolo teatro all’aperto sovrastato da un tendone bianco che ci ripara dal sole. Un ranger ci racconta la vita e le abitudini delle specie di uccelli che popolano questa zona. Mentre lui parla una civetta, un falco e tre aquile compaiono a turno dal cielo e vengono ad esibirsi proprio sopra le nostre teste, rispondendo alle istruzioni del ranger. E’ davvero bello!
Proseguiamo attraverso il parco per le prossime due ore. Il percorso a piedi di circa 1600 m ci porta tra canguri ed emu in libertà, decine di uccelli, alcuni all’interno della Nocturnal house. Il caldo si fa sempre più insistente, non so quanta acqua stiamo bevendo in questi giorni! Chiudiamo la visita al parco con il film “a Changing Heart”: su uno schermo gigante viene ripercorsa l’evoluzione dei deserti australiani e il conseguente cambiamento dei panorami nel corso degli ultimi 4500 anni.
Usciti dal parco ci troviamo già di strada per il National Road Hall of Fame, un museo-collezione di auto, autobus e camion d’epoca. Alcuni esemplari sono ancora in attesa di ristrutturazione, mentre altri sono perfettamente rimessi a nuovo. Ci sono anche alcuni tra i primi esemplari di road train, la principale ragione per la nostra visita al museo, ai quali non manchiamo di scattare le dovute foto!

E’ ora di pranzo e il caldo è diventato insopportabile, torniamo sul Todd Mall in cerca di un posto dove mangiare qualcosa, possibilmente dotato di aria condizionata.
Prima di sederci ai tavolini di un “Eat in or take away” per un hamburger facciamo un giretto in un paio di negozi di souvenir mentre le ultime bancarelle del mercato fanno su la loro roba.
Da quando siamo partiti uno dei desideri più forti è quello di fare il giro in mongolfiera sul deserto. E questa è l’occasione giusta: entriamo in una delle tante agenzie e prenotiamo il volo per domani mattina. A essere precisi volerò solo io, mentre Fabio mi accompagnerà e parteciperà alla colazione. Per il prezzo speciale (ci dicono valido solo per domani) di 200$ avremo un volo e due colazioni nel deserto!

Nel pomeriggio ci dedichiamo alla visita della vecchia stazione telegrafica. A soli 2 Km dal centro di Alice Springs si può visitare la stazione del telegrafo, costruita nel 1871 e restaurata di recente.
Sulla via del ritorno ci fermiamo alla School of the Air. Essendo domenica non sono in programma lezioni, ma attraverso un filmato, la registrazione di una lezione e la visita alla postazione di trasmissione ci facciamo un’idea di come possono seguire le lezioni scolastiche i bambini che abitano le case più isolate del deserto. E’ chiamata la classe più grande del mondo: dal lunedi al venerdi le lezioni raggiungono migliaia di bambini sparsi su un territorio di 1.3 milioni di Kmq. Per molti di loro è l’unico contatto con il mondo esterno e gli insegnanti si alternano alla radio e insegnano i bambini a leggere e a scrivere, conversando con loro e correggendo i compiti via radio!
Verso sera saliamo ad ammirare il tramonto su Anzac Hill. Dalla cima di questa collina raggiungibile a piedi o in auto si può godere di un bel panorama sulla città che appare molto verde e ordinata ed è resa ancora più bella dalla luce del sole che cala.

Unica nota negativa del posto è stata vedere lo stato in cui si trovano a vivere gli aborigeni della zona. Fino ad ora ne avevamo incontrato qualcuno solo ad Ayers Rock. Qui ce ne sono molti e per lo più vagano scalzi e mal vestiti giorno e notte, quando molti di loro si riducono a girovagare completamente annebbiati dall’alcol.
Non abbiamo avuto modo di approfondire la loro conoscenza, possiamo però dire sulla base di un paio di episodi che ci sono sembrati alquanto cortesi e carini. In fondo è dalle piccole cose che si vede la grandezza del cuore delle persone.

Lunedi 22 SETTEMBRE 2003 Alice Springs -TENNANT CREEK 504 Km

La sveglia suona alle quattro stamattina, mentre alle 4.30 arriverà a prenderci il pulmino per la gita in mongolfiera.
Puntuali ci dirigiamo a sud della città percorrendo qualche chilometro sulla Stuart per poi deviare su una strada non asfaltata che ci conduce in mezzo al deserto. E’ ancora notte fonda quando, dopo un consulto tecnico tra i driver delle mongolfiere che voleranno questa mattina in merito a venti e condizioni meteo, i membri dell’equipaggio con l’aiuto di tutti i partecipanti scaricano dai carrelli i cesti e dispiegano sul terreno il pallone.
La cesta viene abbattuta su un fianco e il pallone disteso sulla sabbia. Un compressore inizia a soffiare aria nel pallone fino a riempirlo circa per metà, quindi il pilota comincia a dare fuoco: l’aria si scalda e piano piano il pallone comincia ad alzarsi riportando il cesto in posizione verticale.
Possiamo salire. Un breve briefing sulle posizioni da mantenere durante l’atterraggio e uno alla volta ci infiliamo nella cesta. La mongolfiera comincia ad alzarsi da terra. E’ una sensazione diversa da quella che si prova a volare con i mezzi più tradizionali: sembra di essere immersi nell’ovatta, non si avverte alcun movimento, nessun sobbalzo o turbolenza. Stiamo letteralmente fluttuando nell’aria, saliamo e scendiamo lentamente con tanta dolcezza da dover guardare in basso per rendersi conto che ci si sta muovendo… se non fosse per il forte calore che emana la fiamma!!
Dall’alto il territorio sottostante, fitto di bassa vegetazione, è solcato da piste di terra che corrono dritte e si incrociano tra loro, dirette non si sa dove.

La luce comincia a rischiarare il cielo da dietro le montagne e dall’alto possiamo vedere la meravigliosa alba in mezzo al deserto, mentre sotto di noi sfila un branco di dromedari. Il volo dura circa mezz’ora, quindi atterriamo a qualche chilometro di distanza dal punto di partenza. Ad attenderci c’è il resto dell’equipaggio che ci ha seguiti da terra con i pulmini. Fabio è con loro e mi ha confessato di aver avuto più paura andando a 100 all’ora con loro in mezzo agli arbusti che se fosse venuto in mongolfiera!! Secondo me si è un po’ pentito, ma tanto non lo ammetterà mai!
Al termine del volo è di nuovo richiesta la collaborazione di tutti per sgonfiare, ripiegare e riporre il pallone, cosa che comporta una gran sudata e un bagno nella sabbia rossa!
E’ proprio ora di fare colazione. Sono le sette e ci viene offerta la champagne breakfast calda: champagne locale, buono anche se molto più leggero e aromatizzato del nostro, cosce di pollo arrosto, quiche di verdure, formaggio, frutta, torta al cioccolato, succo d’arancia e caffè. Proprio niente male!! E’ l’equipaggio stesso a servirci dopo aver sistemato una serie di sgabelli tutti intorno alla tavola imbandita. Un modo davvero originale per iniziare la giornata!
Alle nove siamo di ritorno in albergo, abbiamo il tempo sufficiente per una doccia e un ultimo giro a caccia di souvenir prima di intraprendere i 504 Km che ci separano da Tennant Creek, dove pernotteremo stanotte.

Lungo la strada ci fermiamo a curiosare in due roadhouses. La prima, Barrow Creek, da fuori non sembra niente di particolare. All’interno invece tutte le pareti sono rivestite di banconote, fotografie, biglietti da visita e messaggi di chi è passato di qui. Ovviamente anche noi lasciamo un segno: non avendo biglietti da visita attacchiamo alla parete la tessera associativa della S.M.S. di Gavazzana con le nostre firme!
La seconda, Wycliffe Well, è famosa per essersi autoeletta “la capitale australiana dell’avvistamento UFO”. Fuori è completamente ricoperta di murales sul tema degli extraterrestri, addirittura è riprodotta un’intera famigliola verde vicino alla sua astronave. Altri extraterrestri si affacciano dal tetto. All’interno una delle pareti è ricoperta da ritagli di giornale che parlano di presunti avvistamenti e sono in vendita magliette con disegni di omini verdi. Da notare anche una vetrina contenente un’intera collezione di bambole provenienti da tutto il mondo: davvero kitsch!!

A un centinaio di Km da Tennant Creek ci fermiamo alla Devil’s Marbles conservation Reserve: incredibili massi granitici dalla forma tondeggiante giacciono sul terreno o in bilico uno sopra all’altro. E’ un fenomeno naturale davvero unico, che i geologi spiegano come il risultato dell’erosione e delle condizioni climatiche, ma che la popolazione aborigena è più propensa a considerare come le uova fossilizzate del serpente arcobaleno.

Arriviamo a Tennant Creek, il posto più caldo di tutta l’Australia! Come Alice Springs anche Tennant Creek è stata fondata nel 1872 come stazione del telegrafo. La scoperta dell’oro nel 1932 ha trasformato questa cittadina in uno degli avamposti per i cercatori del prezioso metallo, come testimoniato dalle vecchie miniere ancora oggi visitabili.
Ci sistemiamo all’Eldorado Motor Inn e non troviamo il coraggio di uscire dalla stanza fino alle 17.30, anche se sappiamo bene che a quest’ora tutti i negozi saranno chiusi. La città in ogni caso non sembrava molto vitale neppure qualche ora fa al nostro arrivo.
Facciamo un giro sulla via principale, che non è altro che la Stuart che in questo tratto prende il nome di Paterson Street. Vediamo un paio di hotel, due take away, un bottle shop drive through e un supermarket. A parte il bottle shop è tutto chiuso. In giro solo qualche gruppetto di aborigeni e di cani randagi.
Decidiamo di fare il pieno di benzina e tornare in hotel per cena. Questa deve essere di certo la bassa stagione, visto che anche l’albergo è poco frequentato. Il ristorante oggi ha abolito il menu alla carta e ci offre solo un buffet da due portate per 20$ a testa. Ci accontenteremo di un pezzo di pollo arrosto, verdura e immancabili patatine.
Alle nove siamo già a letto…in fondo questa mattina ci siamo alzati prima dell’alba!
Ci avvantaggeremo domani, quando dovremo percorrere altri 550 km.

Martedi 23 SETTEMBRE 2003 Tennant Creek – MATARANKA 550 km

Non proviamo neppure a cercare di fare colazione fuori dall’albergo, ci dirigiamo direttamente al ristorante interno dove faremo colazione con 8$ a testa.
Alle 8.15 siamo già in marcia. Prima di arrivare a Mataranka, meta di questa sera, vorremo fare un giro al Battery Hill mining centre, le antiche miniere d’oro, antico cuore di Tennant Creek, ma il cielo coperto minaccia pioggia e quindi decidiamo di proseguire subito verso nord per arrivare in tutta calma.
Dopo pochi km incontriamo la pioggia che ci scenderà insistente per una buona mezz’ora. A rallentare ulteriormente il cammino c’è anche una carovana di decine e decine di mezzi militari diretti verso nord che ci accompagna lungo la strada per tutto il tragitto, costringendoci a numerosi sorpassi.
Il paesaggio cambia lentamente via via che ci allontaniamo dal centro dell’Australia e da Tennant Creek, che è considerato il punto di frontiera tra Red Centre e Top End: al rosso della terra di affianca dapprima il verde degli alberi che divengono sempre più alti e fitti, fino a lasciare definitivamente il posto alla vegetazione tipica delle zone tropicali.
Il Top End è la parte più settentrionale del Northen Territory, caratterizzato da un clima prettamente tropicale, da una vegetazione rigogliosa e da numerose specie di animali acquatici, in grande contrasto con il Red Centre, il vero e proprio cuore dell’Australia dove il clima è desertico, la terra rossa e il cielo blu intenso, il paese dei canguri e delle incredibili formazioni rocciose.

Il caldo è sempre soffocante e sempre meno secco.
Ci fermiamo a sgranchirci le gambe nei pressi di Daly Waters, in una road house costituita da diversi edifici, un ufficio postale, un supermarket e un campeggio. Questa volta non troviamo niente di particolare, anche perché all’ingresso campeggia un cartello con la scritta FOR SALE: evidentemente i proprietari hanno deciso di abbandonale la zona e trasferirsi altrove!
Nonostante tutti ci avessero sconsigliato, prima di partire, di attraversare il deserto in auto, siamo contenti della scelta fatta, che ci ha consentito di capire e vivere le realtà meno turistiche e più autentiche dell’Australia.

A Larrimah ci fermiamo nuovamente a fare benzina, quindi proseguiamo senza soste fino a Mataranka, un piccolo centro ben fornito (rispetto a quanto c’è nei dintorni, si intende), dotato di biblioteca, di un paio di take away, di un centro culturale e persino della scuola.
La città sorge nella regione del never-never, che trae il nome dalla novella di Jeannie Gunn “We of the never never”, che descrive la vita incredibilmente dura di una pioniera che, nonostante le avversità, decise di non tornare mai più (never-never) nella propria città natale ma di rimanere in questa zona ricca di fascino.

Con una deviazione di circa 8 km arriviamo al Mataranka Homestead, il resort dove trascorreremo la notte e da dove si accede all’Elsey National Park e alle piscine termali. A prima vista il posto sembra davvero carino, ma la stanza ci delude parecchio: piccola e disadorna con la porta scorrevole del bagno che non sta chiusa in alcun modo, essendo il pavimento della stanza in discesa! Ci mettiamo il costume e ci dirigiamo alla piscina. Ci inoltriamo attraverso una foresta di palme e arriviamo alla piscina dove l’acqua azzurra è mantenuta costantemente alla temperatura di 34° da una sorgente termale che fa sgorgare ogni minuto 16 litri di acqua. La scena è resa un po’ meno gradevole da una quantità indescrivibile di enormi pipistrelli neri (Flying fox) che ricoprono completamente gli alberi, spargendo un odore poco gradevole! Pare che siano di passaggio nel loro percorso migratorio al seguito della frutta in maturazione. Ma non si tratta dei pipistrelli a cui siamo abituati noi: qui parliamo di animali che nella loro posizione di riposo appesi ai rami misurano in lunghezza almeno 25 cm! Ne avevamo già visti alcuni a Sydney nei giardini reali, ma non così tanti!
Non ci priviamo di certo di un bagno ristoratore, ma finita la nuotata preferiamo non inoltrarci nella foresta per la camminata di 1,5 km tra la vegetazione…non ci sentiamo troppo tranquilli! Facciamo invece un passeggiata per il resort, scoprendo un sacco di wallaby che popolano l’area, zampettando qua e là tra tende , caravan e boungalows e la riproduzione della casa in cui la protagonista del romanzo “We of the never-never” visse, realizzata per girare le scene dell’omonimo film che ogni giorno a mezzogiorno viene proiettato all’Homestead.
Anche qui gli ospiti non sono molto numerosi, uno dei due ristoranti resta chiuso tutto il giorno, mentre l’altro funziona da ristorante e da take away. Considerato che abbiamo saltato pranzo decidiamo che le 18.30 non è troppo presto per la cena. Prima però vogliamo vedere cosa ci offre la città. Prendiamo l’auto e torniamo in centro. Niente ci entusiasma più di quello che ci offre il resort, e torniamo indietro. Il sole è già tramontato ed è quasi buio. Il cielo si è riempito di pipistrelli che, scesi dagli alberi, si sono messi in cerca di cibo. Per la prima volta in tutto il viaggio ci rendiamo conto di persona del perché sia sconsigliato guidare tra il tramonto e l’alba: per ben due volte siamo costretti a frenare bruscamente per evitare di investire un wallaby che ci ha attraversato all’improvviso. Purtroppo anche viaggiando con gli abbaglianti accesi wallaby e canguri si confondono con il colore della terra ai margini della strada e quando, attirati dalla luce, si buttano in mezzo alla strada non danno il tempo alle auto di fermarsi prima di investirli. Ecco perché le auto da queste parti sono equipaggiate di enormi paraurti!
Ceniamo al ristorante del resort dove rimaniamo piacevolmente soddisfatti: possiamo scegliere tra bistecche, barramundi (siamo nella capitale della pesca al barra), pollo cotti sulla griglia e contornati da un’ampia scelta di verdure e insalate. Io scelgo barra con verdure miste, Fabio la solita T-bone con insalate. Le porzioni sono enormi e la qualità veramente ottima!!
L’atmosfera è completata da un juke box che suona i migliori pezzi anni ’80 e da un gruppetto di allegri australiani che bevono in compagnia giocando a stecche!

Appese alla vetrata della reception ci sono (e a dire il vero non è il primo posto in cui le vediamo) le fotografie dell’inondazione del 27 ottobre 1998. E’ impressionante vedere come l’acqua avesse completamente distrutto ogni cosa in questo posto. Addirittura sul muro è tracciato il livello massimo raggiunto dall’acqua: è alto più di 3 metri!
L’inondazione non deve essere un fenomeno poco frequente in zona, infatti in prossimità di ogni corso d’acqua sono posti avvisi di possibile straripamento e i relativi indicatori di livello di acqua alta.

Mercoledi 24 SETTEMBRE 2003 Mataranka – KATHERINE 102 Km

Lasciamo Mataranka dopo il solito muffin accompagnato da succo d’arancia per colazione e il pieno di benzina. Oggi abbiamo da fare poca strada in macchina visto che trascorreremo la prossima notte a Katherine, a soli 100 km da qui.

Riprendiamo la Stuart e dopo 70 km ci fermiamo a visitare le Cutta Cutta Caves, grotte naturali scavate dal tempo e dall’acqua nell’arenaria. Attraversiamo un breve percorso nella vegetazione poco rigogliosa per arrivare all’ingresso delle grotte, dove ci attende la guida. Sono previste visite guidate alle 9, 10, 11 e 14,15,16. Per fortuna questa volta siamo arrivati in tempo per la prima visita, visto che fa già un caldo terribile… non so se più tardi avremmo resistito. Subito all’ingresso la guida ci fa vedere tre serpenti annidati negli anfratti della roccia, il posto ideale per la vita di questi rettili per temperatura e livello di umidità.
Scendiamo nella grotta attraverso varie camere ben illuminate e piene di formazioni stalagmitiche e stalattitiche, alcune ricoperte di minuscoli minerali che risplendono anche senza luce artificiale dando il nome alle grotte (cutta cutta in lingua aborigena significa tante stelle). Nell’ultima stanza la guida ci fa notare come la conformazione di alcune rocce ricordi un cane (Snoopy), un coccodrillo, un drago a testa in giù e perfino il profilo di Elvis.
La visita dura un’ora e alle 10 siamo di nuovo in macchina verso Katharine.

Ci dirigiamo al Nitmiluk National Park, dove si trovano le famose Katherine Gorge, tredici gole create dal fiume Katherine tra alte e ripide pareti di roccia solcata dal fiume a formare spettacolari scenari.
E’ possibile effettuare la visita alle gole in diversi modi: voli panoramici in aereo o elicottero, gite in canoa che possono durare da un’ora a due giorni, passeggiate a piedi da un’ora a cinque giorni o ancora gite in battello. Lungo il fiume infatti sono allestite molte aree dove è possibile campeggiare.
Noi scegliamo la gita in battello, in particolare quella che dura due ore e risale il fiume fino alla seconda gola. Le altre possibilità erano la crociera di quattro ore fino alla terza gola e quella di un giorno fino alla quinta.
La crociera partirà alle 13, quindi abbiamo il tempo per mangiare qualcosa al centro visitatori del parco.
Alle tredici puntualissima l’imbarcazione lascia il molo, sotto un sole cocente che sta mettendo a dura prova la nostra sopportazione del caldo.
Percorriamo la prima gola in cui il fiume, che ha in questo tratto la massima ampiezza, scorre tra alte pareti rocciose, fitta vegetazione e piccole spiaggette rocciose sulle quali non mancano tracce di coccodrilli passati da non molto tempo (anche se qui non c’è divieto di balneazione io ci penserei un po’ prima di tuffarmi!).
Tra la prima e la seconda gola ci trasferiamo su un’imbarcazione più piccola, più adatta alla dimensione del fiume in questo tratto. Per effettuare il trasbordo è necessaria una passeggiata ai piedi della parete rocciosa, sulla quale possiamo ammirare diversi dipinti aborigeni.
La seconda gola è più stretta della prima e presenta un panorama veramente bello, ricco di vegetazione che vive, alberi compresi, attaccata direttamente alla parete di roccia. In fondo alla gola, in una piccola grotta possiamo anche vedere i nidi in fango di piccolissimi uccellini che vivono in zona.
Lungo tutto il percorso il battelliere ci fornisce con estrema professionalità dettagliate e interessanti informazioni sull’ambiente circostante raccontandoci la storia e la natura del luogo.

Sono le tre e siamo veramente distrutti dal caldo, torniamo a Katherine percorrendo al contrario i trenta chilometri che la separano dal Nitmiluk Park e prendiamo possesso della stanza al Mercure Inn. Il posto è molto carino e ben curato: non mancano fiori, palme e prati verdi. Anche la stanza è proprio accogliente, grande e con due grandi vetrate ai lati.
Domani cominceremo la visita al Kakadu National Park…meglio rilassarci un po’!
Passiamo il resto del pomeriggio a mollo in piscina, dove l’acqua è calda. In realtà tutta l’acqua in zona è calda, compresa quella che esce dal rubinetto della fredda, spesso più calda di quella riscaldata!!
Verso sera usciamo per un giretto della città e per cenare. La città si compone di una serie di edifici allineati lungo la Stuart dove si trovano anche tutti i servizi cittadini. Sul diario di Leandro abbiamo letto bene del Katherine Club e noi come al solito ci fidiamo. La formula è la solita: ordinazione alla cassa e servizio al tavolo. La carne è molto buona, come i vari e abbondanti contorni!

Giovedi 25 SETTEMBRE 2003 Katherine – KAKADU PARK (percorsi 350 Km)

Colazione in camera questa mattina, con dolce e succo d’arancia acquistati ieri pomeriggio al supermercato, poi, con calma, lasciamo l’albergo e ci dirigiamo verso il Kakadu Park, dove trascorreremo le prossime due giornate.
Proseguiamo sulla Stuart verso nord, dopo circa 40 Km da Katherine incontriamo il bivio per le Edith Falls, cascate che fanno sempre parte del Nitmiluk Park, ma a cui si accede attraverso un altro ingresso rispetto a quello che porta alle Katharine Gorge. Avendo una particolare attrazione per le cascate imbocchiamo il bivio e percorriamo i 40 Km che ci portano nuovamente all’interno del parco. Si presenta davanti ai nostri occhi una piscina naturale ricca di acqua, nonostante questa sia la stagione secca, circondata da fitta foresta di eucaliptus. Sullo sfondo un salto di acqua si tuffa nel lago. Non si tratta di cascate molto alte, ma sicuramente il paesaggio in cui sono inserite le rende davvero interessanti!
I pochi visitatori presenti si godono un bagno rinfrescante o cercano l’abbronzatura sdraiati al sole. Probabilmente si tratta di persone che hanno passato la notte nel campeggio qui vicino, infatti anche qui, come in moltissimi luoghi di interesse è possibile campeggiare in aree appositamente dedicate pagando una tariffa minima. Noi facciamo una breve passeggiata nei dintorni, quindi decidiamo di proseguire verso il Kakadu National Park.
Torniamo sulla Stuart e all’altezza di Pine Creek deviamo sulla Arnhem Highway. Dopo qualche Km arriviamo all’ingresso sud del parco. E’ necessario pagare un biglietto di ingresso di 16,50$ a testa, che dà diritto a girare liberamente nel parco per sette giorni. Insieme al biglietto il ranger ci consegna un libricino guida del parco contenente anche l’elenco delle visite guidate ed i relativi orari di partenza.
Vediamo che la maggior parte delle visite ha inizio alle 7.30 della mattina, di conseguenza noi siamo almeno tre ore in ritardo! Volendo è possibile attendere i ranger ai punti di incontro segnalati in prossimità di tutti i luoghi di maggior interesse agli orari indicati. Ma visto che il nostro inglese è appena sufficiente per la sopravvivenza in questo paese, non ha molto senso ascoltare per ore capendo al massimo il 10% di quanto ci raccontano! In ogni caso abbiamo incontrato alcuni ranger e abbiamo notato la professionalità con cui svolgono il loro lavoro, spiegando nel dettaglio e con passione il significato e la storia di ciò che illustrano.

Il parco ha un’estensione di circa 19 mila Kmq, ospita 275 specie di uccelli, 75 specie di rettili, 10.000 specie di insetti oltre 1600 specie vegetali ed è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. La parte orientale del parco è delimitata dalle distese rocciose dell’Arnhemland, territorio aborigeno ricco di pitture e graffiti rupestri. Il parco include infatti una delle più vaste e migliori collezioni di dipinti su rocce, oltre a panorami spettacolari delle scarpate di arenaria, delle boscaglie e dei terreni paludosi. Kakadu protegge anche l’intero bacino di raccolta del South Alligator, il grande fiume subtropicale.

Proseguiamo fino all’altezza di Cooinda, tralasciando il bivio per le Jim Jim Falls e le Twin Falls, raggiungibili solo con un mezzo 4X4 e comunque in questo periodo dell’anno scarse in portata d’acqua.
Da Cooinda partono le crociere sulle Yellow waters. Quando siamo partiti da casa avevamo l’idea di partecipare alla crociera, ma siamo arrivati qui a mezzogiorno, l’ora meno consigliata per l’escursione, poiché gli animali, a causa del caldo, si rifugiano e non si fanno vedere.
Optiamo quindi per una passeggiata di 1,5 Km lungo il perimetro della laguna, fino ad una piattaforma panoramica affacciata sul billabong.
Il caldo è davvero soffocante e rientrare in macchina ed accendere il condizionatore è un vero sollievo!

Continuiamo a seguire la strada principale che percorre il parco in lunghezza prima verso est e poi in direzione opposta fino all’uscita nord. La prossima meta è il Warradjan Aboriginal Cultural Centre. All’interno del centro culturale è testimoniata la storia del popolo Bininj, i “padroni” della zona. Attraverso l’esposizione di oggetti, disegni, fotografie e scritti vengono illustrati la vita e gli usi di questo popolo e la loro idea della creazione.
Usciti dal centro ci dirigiamo verso Nourangie Rock, uno dei due siti principali in cui si possono ammirare esempi di rock art aborigena.
Un percorso circolare di un Km e mezzo ci porta ai dipinti aborigeni, troviamo addirittura, in corrispondenza del principale sito, un gruppo di studiosi dell’Università di Cambridge intenti all’analisi di un’opera, che dovrebbe essere stata creata tra i 100 e i 20000 anni fa, alla quale cercano di attribuire età e significato.
I soggetti principali sono le scene di caccia, le scene di vita sociale e le divinità del Tempo del Sogno.

E’ ora di fare una pausa e rinfrescarci un po’ prima di proseguire. Decidiamo di farlo al centro visitatori. In realtà questo dovrebbe essere, secondo le guide, il punto di partenza per la visita al parco, ma essendo arrivati da sud e non avendo molto tempo a disposizione ci arrangiamo così. Il centro fornisce anche, specie nel periodo umido che va da gennaio a marzo, le informazioni sulla percorribilità delle strade e sul livello di fiumi e torrenti.

Siamo giunti al bivio per Ubirr e questa è proprio l’ora raccomandata per effettuare la visita: l’ora del tramonto.
Ubirr è l’altro importante sito di incisioni rupestri aborigene. Un percorso circolare di un chilometro porta alla scoperta di altri dipinti. A metà del percorso circolare è possibile intraprendere una breve salita sul monte Ubirr, da dove si gode veramente una vista mozzafiato sulla piana alluvionale dell’East Alligator River sottostante e sull’Arnhemland. Siamo veramente rapiti dallo spettacolo e la luce del tramonto rende tutto ancora più magico. Anche questo è un luogo sacro per la gente del posto, che chiede il massimo rispetto. Purtroppo non siamo gli unici a voler godere della bellezza del posto e una copiosa folla si raduna quassù, togliendo parte della magia. Restiamo qua il più a lungo possibile, ma sappiamo di dover percorrere ancora 50 Km prima di giungere all’albergo e non vogliamo guidare con il buio, per non rischiare di scontrarci con animali attratti dalla luce dei fari, quindi appena il sole cala sulla piana torniamo al parcheggio e ci incamminiamo verso l’Aurora Kakadu dove arriviamo alle 19.30 affamati al punto da precipitarci immediatamente al ristorante, dove, come in tutta l’Australia, la cena viene servita entro le 20.30!!

Venerdi 26 SETTEMBRE 2003 Kakadu park – DARWIN (percorsi 300 Km)

Il Kakadu Aurora Resort è situato nei pressi dell’entrata nord del Kakadu National Park, quindi dopo poche decine di Km di paesaggio attraversato da parecchi corsi d’acqua, usciamo dal parco dirigendoci verso Darwin.
All’altezza di Humpty Do scorre l’Adelaide River, il corso d’acqua più importante del Northern Territory, popolato da numerosi alligatori. Lungo la strada sono posizionati i moli da cui partono le crociere “Jumping Crocodille”. Siamo curiosi di vedere questi enormi cannibali, ci fermiamo e acquistiamo i biglietti per la prossima crociera.
Ci sono crociere da un’ora a 25$ e da un’ora e mezza a 37$ a testa. Noi scegliamo quella della durata di un’ora. Tra tutte le esperienze di contatto con gli animali che si possono fare in Australia, questa non sarà sicuramente la meno artificiosa, ma tutto sommato potrebbe essere l’unica occasione per vedere coccodrilli in libertà..sempre che non vogliamo fare un bagnetto nel fiume…
Del resto si possono vedere coccodrilli in semilibertà al Crocodille Park, a 20 Km circa da Darwin o rinchiusi al Territory Wildlife Park.
Alle 11.30 la crociera parte. Il nostro pilota-guida come prima cosa si raccomanda di non sporgerci assolutamente con alcuna parte del corpo e per nessun motivo dall’imbarcazione, quindi comincia a muovere la barca alla ricerca degli alligatori. Non ci vuole molto tempo perché un paio di rettili si facciano vivi. In effetti a pensarci bene sono un po’ complici dell’avventura: loro sanno che all’arrivo della barca avranno qualcosa da mangiare, in cambio dovranno solo fare un paio di salti fuori dall’acqua!!
Sono davvero enormi: 4 metri di animale che affiora dall’acqua prima solo con gli occhi, poi tira fuori il muso per annusare la carne e poi si alza con tutta la forza fino ad uscire con metà della sua lunghezza e avventarsi sul pezzo di carne che il pilota agita appeso ad un lungo bastone. E’, uno spettacolo davvero impressionante!
La barca prosegue avanti e indietro per il fiume, dopo anni di esperienza infatti il pilota conosce esattamente i punti dove può trovare i vari esemplari, che lui chiama addirittura per nome. Ci spiega infatti che i coccodrilli sono animali stanziali, abituati a vivere nella propria porzione di territorio, difendendosi dalle invasioni di altri individui, combattendo fino al punto di rimetterci qualche arto!
Riportandoci verso il molo il pilota ci offre una descrizione dei vari incidenti mortali che negli ultimi anni hanno avuto come protagonisti coccodrilli e turisti impavidi. Alla fine siamo stati fuori un’ora e un quarto… abbiamo fatto bene a scegliere la crociera più corta!!

Proseguiamo verso Darwin, dove pernotteremo questa notte e la prossima. Arrivati alla Stuart ci rendiamo conto che è ancora piuttosto presto, così ci dirigiamo verso il Territory Wildlife Park, un parco naturale che accoglie animali endemici del Northen Territory e dell’area dl Top End e altri “importati”, come cammelli e dingo. Il parco è molto vasto e ci si può muovere al suo interno sia camminando, sia utilizzando un piccolo trenino circolare.
Un’enorme voliera permette di ammirare numerose specie di uccelli e un grande acquario ospita barramundi, meduse, tartarughe e un enorme coccodrillo. Nella nocturnal house sono in esposizione animali notturni e rari, come topi d’acqua, civette e pipistrelli fantasma!

Riprendiamo la strada verso Darwin, attraversiamo gli ultimi km di prati alternati a frutteti e piano piano le costruzioni si fanno sempre più presenti, cominciano i sobborghi della città, aumentano i distributori, i negozi, i supermercati. L’idea che ci stiamo facendo della città è quella di un posto tranquillo, certamente molto diverso dalle metropoli del sud. Arriviamo fino al centro e al Mirambeena resort, sulla Cavenagh street, dove trascorreremo i prossimi due giorni. Dopo una doccia ristoratrice usciamo per un giro della città e per cercare un posto dove cenare.
Il caldo afoso non dà tregua, neppure dopo il calare del sole. Facciamo un giro sulla Smith Mall, l’area pedonale dove sono concentrati quasi tutti i negozi di souvenir della città. Ovviamente a quest’ora sono già chiusi, ci rifaremo domani, giornata dedicata alla visita della città. In questo periodo ci troviamo nella stagione secca, che si contrappone alla stagione umida che va da novembre ad aprile circa. La temperatura è decisamente elevata, così come il tasso di umidità, non oso immaginare cosa possa essere tra qualche mese!! L’unico vantaggio è che ancora non abbondano le noiosissime mosche che ci costringerebbero ad usare la retina per ripararci il viso, infatti ci ronzano attorno solo pochi esemplari che non ci infastidiscono più di tanto!

Cerchiamo Sizzler, il ristorante di cui abbiamo letto giudizi particolarmente buoni sul diario di Leandro, ma non riusciamo a trovarlo da nessuna parte, neppure consultando le pagine gialle. Attanagliati dai morsi della fame entriamo da Giuseppe’s, un ristorante italiano che ci servirà una pasta non tra le migliori tra tutte quelle assaggiate nel continente e anni luce lontana da quella mangiata a Melbourne!!

Sabato 27 SETTEMBRE 2003 DARWIN

Oggi la giornata è dedicata al relax, alla visita della città e ad un po’ di shopping. Purtroppo anche questa volta, come era già successo ad Alice Springs, ci troviamo a visitare una città nel fine settimana, quando i negozi effettuano orario ridotto, cioè il sabato chiudono alle 13.00, mentre la domenica sono chiusi del tutto. Solo qualche negozio di souvenir del centro fa eccezione.
Darwin è lo sbocco naturale del Top End, una moderna cittadina con palazzi, alberghi, università e complessi sportivi e culturali. Un quarto della popolazione è costituita da aborigeni, che convivono con europei, asiatici e australiani dando vita ad una città multietnica. Dopo il ciclone Tracy che nel 1974 ha raso al suolo la città, Darwin è stata completamente ricostruita.

Giriamo per il centro senza meta, attraversiamo Cavenagh Street, dove si trova anche il NT General Store, il più fornito emporio di abbigliamento e materiali per la sopravvivenza nel deserto di tutto il Northen Territory. Sfortunatamente siamo alla fine del viaggio e qui troviamo molte cose che ci sarebbero state utili nel corso dei giorni passati, anche se la tentazione di acquistare abbigliamento da esploratore è molto forte!!. Proseguiamo sulla Smith Street Mall”, la zona pedonale piena di ristorantini, caffè e negozi di souvenirs, la Michael, ricca di ristoranti e locali, fino ad arrivare sull’Esplanade, il bel parco cittadino sul litorale, delimitato dagli edifici coloniali e adornato da un memoriale di guerra, informazioni storiche e la possibilità di fare passeggiate tra le piante tropicali ammirando il porto della città.

Il pomeriggio lo trascorriamo nella piscina dell’albergo, tra una nuotata e un sonnellino sulla sdraio al riparo dal sole!
Verso sera siamo sufficientemente riposati per decidere di fare una passeggiata fino a Cullen Bay, il porticciolo turistico della città, ad aspettare il tramonto.
Ci andiamo a piedi, tanto per fare un po’ di movimento dopo una giornata così rilassata. Ci vorrà mezz’ora di cammino, ma ne varrà la pena: il sole sta per tuffarsi in acqua e colora di rosa le palme, la sabbia, le barche ormeggiate e le casette affacciate sulla baia.
Rientriamo in città che è praticamente buio, decisi a trovare un ristorante per la cena che sia migliore di quello di ieri sera.
Sulla guida abbiamo letto di un locale in stile pub inglese, il Rorke’s drift. Dopo pochi minuti di strada lo individuiamo sulla Michael, poco lontano dal nostro hotel. Il ristorante funziona un po’ come gli altri provati nel corso del viaggio: ci si siede ad uno dei tavoli liberi, quindi dopo aver scelto le portate dal menu si ordina e si paga al bancone. Dopo poco le ordinazioni arrivano direttamente al tavolo.
Questa sera l’atmosfera nel locale è molto calda: è infatti in corso un incontro di rugby tra Roosters Sydney e Bulldogs, trasmesso da una rete locale. I tifosi presenti animano molto l’atmosfera scatenandosi in un tifo sfrenato!!!!

Domenica 28 SETTEMBRE 2003 DARWIN – in nottata trasferimento a Hamilton Island

Abbiamo ancora tutta la giornata a disposizione prima del volo che questa notte ci porterà ad Hamilton Island, sulla barriera corallina, per l’ultimo periodo di relax della vacanza.
Carichiamo nuovamente i bagagli in auto e lasciamo l’albergo, ancora indecisi sulla destinazione di oggi.
Possiamo scegliere tra il Litchfield National Park o i dintorni della città. Quando ci siamo svegliati il cielo era completamente coperto di nubi grigie, anche se la temperatura non risulta più bassa neppure di un grado!! Il cattivo tempo e il fatto che questa sera partiremo verso il mare ci trasporta in un’atmosfera decisamente rilassata, che ci induce a tralasciare l’idea di visitare il Litchfield. In realtà questa sera ci pentiremo un po’ di questa decisione, visto che passeremo la giornata a bighellonare senza concludere molto!
Sulla guida abbiamo letto dei molti mercati della domenica mattina, così ci dirigiamo subito a Nighcliffe e poi a Rapid Creek nella speranza di trovare gli ultimi regalini da comprare per parenti e amici. In realtà il mercato, molto caratteristico e variopinto, non è altro che un susseguirsi di bancarelle che vendono piante, frutta e verdura e cibo prevalentemente orientale. Sembra quasi di essere in una via di Honk Hong!!
Sono le 11, abbiamo ancora un paio d’ore a disposizione per tornare in centro città a recuperare i souvenir nei pochi negozi aperti sul Mall. Riusciamo infatti a comprare una maglietta, un boomerang, una tazza e qualche altro oggettino.
Approfittiamo anche per mangiare qualcosa in uno dei tanti fast food della zona, quindi proseguiamo per il Casuarina National Park, pochi km a nord di Darwin. La spiaggia è davvero bella, ma non c’è nessuno tranne qualche ragazzo con i cani. Ci è parso infatti che gli australiani non amino frequentare le spiagge quanto noi. Nessuna spiaggia infatti è mai affollata se non di surfisti e spesso i pochi visitatori si limitano a passeggiare con i vestiti addosso.

Oggi il caldo è ancora meno sopportabile del solito, così per ritemprarci cerchiamo un laghetto dove fare il bagno.
La prima meta è l’Howard Springs Nature Park. All’ingresso del lago un cartello ci avverte che in questi giorni è sconsigliato fare il bagno a causa della grande quantità di batteri presenti nell’acqua. In effetti il lago non è affatto invitante, anche se molti hanno deciso di ignorare l’avviso e tuffarsi ugualmente.
Proviamo con la piscina artificiale che si trova accanto al laghetto, ma viste le ridotte dimensioni e la quantità di persone immerse lasciamo stare.

Proseguiamo sulla Stuart verso sud, fino all’incrocio per Berry Spring, dove dovrebbe trovarsi un altro parco naturale con laghetto dove finalmente concederci un bagno.
Anche qui l’affollamento è davvero notevole, in fondo è domenica e anche gli australiani cercano un posto dove trascorrere la giornata lontano dalla calura!!! L’area infatti è molto ben attrezzata, con tavoli, panche e griglie per il barbecue, la passione degli Aussie.
Il laghetto è pieno di gente, ma è decisamente più invitante del precedente. Ci fermiamo a rinfrescarci e per l’ora del tramonto torniamo a Cullen Bay, questa volta con la macchina, a vedere l’ultimo tramonto Darwiniano. Il forte vento di mare allevia il caldo mentre aspettiamo il calare del sole sulla spiaggia, circondati da molte famiglie che si radunano per il picnic serale in riva al mare.

E’ ancora troppo presto per andare all’aeroporto, per far passare un po’ di tempo ci sediamo a bere qualcosa ai tavolini di uno dei tanti locali sul lungomare, un ristorante messicano dall’atmosfera molto simpatica e dopo un po’ ordiniamo anche la cena.

Con calma raggiungiamo l’aeroporto dove all’una e trenta ci imbarcheremo sul volo per Hamilton Island, via Sydney.
All’inizio per arrivare all’isola non era previsto questo itinerario, infatti avremmo dovuto fare scalo a Cairns, impiegando molto meno tempo, ma pare che non ci sia il volo Darwin – Cairns. Ad averlo saputo prima avremmo potuto strutturare l’intero itinerario delle tre settimane al contrario, partendo cioè da Darwin per arrivare a Sydney e quindi proseguire per Hamilton Island.
L’idea era però quella i trovare subito un po’ di fresco dopo un’estate italiana davvero calda, per abituarci poi nuovamente e gradualmente al caldo. Certo così è diventata un po’ lunga!!!

Lunedi 29 SETTEMBRE 2003 – Venerdi 03 OTTOBRE HAMILTON ISLAND

Arriviamo a Sydney alle 6.00, il tempo di cambiare terminal e ripartiamo per Hamilton Island. Il sole è già alto e dal finestrino possiamo vedere il panorama sulla bellissima città. Devo dire uno spettacolo davvero stupendo: dopo averla goduta dal basso ora possiamo ammirare la meravigliosa baia anche dall’alto, illuminata dai colori dell’alba!!!
Dopo un paio d’ore di volo atterriamo sulla nostra isola, Hamilton Island nell’arcipelago delle Whitsundays.
I motivi per cui abbiamo scelto questa tra le tante isole della barriera corallina australiana sono prevalentemente due: le opinioni davvero positive che abbiamo raccolto su questo posto prima di partire, che lo descrivevano come l’arcipelago più bello del continente, e il fatto che ci fosse un volo di linea che atterrava qui con un aereo non troppo piccolo (che avrebbe parecchio infastidito Fabio!!).
Il clima che ci attende è perfetto: 27°C ben ventilati e soprattutto senza umidità!! Ci voleva proprio dopo 10 giorni di caldo tropicale!!
Allo sbarco ci attende un’addetta del resort che ci indica il bus che ci porterà alla nostra sistemazione. Non è necessario che ritiriamo i bagagli, ci verranno consegnati direttamente in camera. Wow, sembra proprio un bel posto!!
In realtà la perfetta organizzazione si ferma qua: da questo momento in poi poche saranno gestite altrettanto bene!
Arrivati alla reception ci fanno sapere che la nostra camera (e quindi anche i bagagli) non sarà pronta prima di due ore e mezza. Certo non è proprio l’ideale, considerato che su tutta l’isola esiste un solo resort, un porticciolo e l’aeroporto, tutti appartenenti alla stessa organizzazione. Qui atterrano e ripartono un paio di aerei al giorno, forse sarebbe il caso che le stanze fossero pronte in concomitanza con gli arrivi! Facciamo un giro per il resort tanto per occupare il tempo. Tra numerosi negozi di abbigliamento, beauty farm e bar avvistiamo la piscina, molto grande e bella, ma ovviamente non riusciamo a recuperare neppure una sdraio, visto che sono già le dieci passate. Non abbiamo neppure il costume (è nella valigia) e comincia a fare caldo! Proseguiamo per un giro del centro abitato dell’isola nella zona del porticciolo, che rimane dalla parte opposta rispetto al resort, dove si trovano anche la maggior parte dei ristoranti, altri negozi, alcuni centri sportivi e persino un’agenzia immobiliare che un paio di volte la settimana organizza visite alle ville in vendita dell’isola. Le distanze sull’isola sono molto contenute, i due punti più lontani sono separati da un chilometro circa. La strada che congiunge il resort al porto però scavalca una collina con una ripida salita e un’altrettanto ripida discesa. La cosa sembra fatta apposta, visto che per il resto l’isola è stata spianata, con forte disappunto da parte degli ambientalisti locali, per costruire il porto, l’aeroporto e il resort, che comprende anche due alti grattacieli. Sono state costruite di conseguenza dighe artificiali e il fatto che sia rimasta questa collina ci fa pensare che la cosa sia finalizzata a farci noleggiare un buggy, una piccola vettura di bassa cilindrata completamente scoperta a due, quattro o sei posti, dello stesso tipo di quelle impiegate sui campi da golf. Sull’isola ne girano davvero una grande quantità, ma hanno un costo molto elevato: 450 dollari la settimana. Poi essendo alimentati a miscela in alcune zone rendono l’aria irrespirabile! L’unica alternativa è un servizio di pulmini che per due dollari e 50 a corsa compiono il percorso resort-porto.
Poiché trascorreremo questi cinque giorni prevalentemente in completo relax sulla spiaggia, abbiamo deciso che quando avremo bisogno di spostarci lo faremo a piedi!

Finalmente ci viene assegnata la stanza. Fa parte di un piccolo complesso disposto su due piani e immerso nella vegetazione tropicale vicino alla spiaggia. Per fortuna non siamo in cima al grattacielo: sarebbe stato davvero poco caratteristico per un’isola corallina!
Insieme alle chiavi della stanza ci viene consegnato il programma settimanale delle attività: pallanuoto, immersioni, aerobica, ping pong, trivial, crichet, minigolf e altre attività, tutte rigorosamente a pagamento! Qui, a parte il pernottamento, niente è compreso nel costo della camera!

Ci prepariamo e scendiamo in spiaggia. E’ molto bella, lunga con sabbia fine e palme e corredata di sdraio e ombrelloni fatti di foglie. Il mare è molto bello, anche se la barriera corallina è piuttosto lontana dalla spiaggia e per raggiungerla è necessario partecipare a gite organizzate. Sulla spiaggia c’è anche molta meno gente rispetto a quella che popola la piscina. Ci rendiamo anche subito conto dell’elevato numero di bambini, quasi tutte le famiglie ne hanno due o tre. Non ci vuole molto per capire la ragione: su tutta l’isola i bambini fino a 14 anni mangiano gratis!!

Trascorriamo la maggior parte delle giornate seguenti in spiaggia, dove la fatica più grossa sarà sfogliare le pagine di un libro. Il sole è molto forte, ma la brezza fresca che soffia tutto il giorno rende tutto davvero piacevole.
L’alternanza delle maree è davvero impressionante: l’ho scoperta una mattina molto presto, alle sei circa andando in spiaggia a prendere il posto sulle sdraio e i dolci caldi al forno. Dove durante il giorno facciamo il bagno a quest’ora ci sono solo decine di metri di sabbia e rocce. In linea d’aria il mare si ritira almeno di duecento metri!!! Lo stesso succede nel tardo pomeriggio, mentre il momento di altezza massima si ha a mezzogiorno e a mezzanotte, infatti le attività sportive acquatiche si svolgono solo tra le undici e le quattro, anche perché il sole qui tramonta molto presto, alle 17.30 circa.

All’ora di cena scopriamo un’altra pecca nell’organizzazione dell’isola: andiamo verso i ristoranti del porto, ma non avendo prenotato un tavolo non riusciamo a trovare posto in nessuno dei sette locali. Certo nessuno ci aveva detto che fosse necessaria la prenotazione. Non ci rimane che cenare nel ristorante italiano, molto caro e ricercato.
Il giorno successivo, memori dell’esperienza, cerchiamo di prenotare la cena al bistrò del resort, ma qui non accettano prenotazioni e la sera faremo una gran fila per cenare!!! La cosa si ripeterà tutta la settimana, una sera addirittura una signora ci chiederà di sedere allo stesso tavolo per risparmiare tempo nell’attesa. Si rivelerà una serata divertente, infatti grazie al coinvolgimento di questa australiana e di suo figlio parteciperemo anche alla gara di trivial organizzata nel resort!

Il penultimo giorno ci imbarchiamo per la gita a Whiteheaven beach, la meravigliosa spiaggia bianca silicea lunga cinque chilometri sull’isola di Whitsunday. L’isola è la più grande dell’arcipelago, è completamente disabitata ed è interamente parco marino protetto ed. La si raggiunge solo via mare e solo nelle ore diurne. E’ uno spettacolo indescrivibile, che ci ripaga abbondantemente di ogni disagio vissuto negli ultimi giorni. Non avevo visto mai una sabbia così bianca, una spiaggia così bella, né dal vivo, né in tv o sui cataloghi di viaggio. Questa deve essere davvero la spiaggia più bella del mondo!!!!
Restiamo qui solo un paio d’ore che trascorriamo a giocare come bambini nell’acqua azzurra e trasparente, non abbiamo il coraggio di uscire e avventurarci tra la folta vegetazione che ricopre l’isola fino alla spiaggia, anche se un po’ ci pentiremo, perché perderemo l’occasione di vedere moltissimi animali in libertà! Risaliamo in barca per il pranzo e ammiriamo da lontano questo paradiso costeggiandolo per tutta la sua lunghezza, mentre ci dirigiamo a Bali Hai, l’isola più a nord di tutto l’arcipelago, dove faremo un’immersione sulla barriera corallina.
L’equipaggio è molto gentile e professionale, per tutta la giornata ci fornisce informazioni turistiche, ci offre il caffè con i biscotti la mattina e il tè nel pomeriggio e ci tiene anche una breve lezione sull’uso dell’attrezzatura da snorkelling.
Il capitano ci anticipa che probabilmente a causa delle condizioni del mare non potremo immergerci e il programma dovrà subire delle variazioni. A noi non sembra che le condizioni del mare siano così negative, anzi ci pare proprio che non ce la stia raccontando giusta: il mare è una tavola e il vento pur provenendo da nord (cosa che sembra preoccupare il capitano) non è poi così teso!
Ma da lì a poco capiamo forse quale è la vera preoccupazione del capitano: poco distante dalla barca vediamo passare un branco di pinne scure. Di certo non si tratta di delfini, anzi sentiamo qualcuno tra quelli che si sono accorti del passaggio parlare di squali!!
Ovviamente dal ponte di comando nessun cenno… se fossero stati animali “amici” ce li avrebbero fatti notare!!
Arriviamo comunque a Bali Hai, un atollo disabitato lungo solo qualche decina di metri. Qui il capitano scende sulla barca d’appoggio per accertarsi delle condizioni. Al suo ritorno ci conferma che dovremo rinunciare all’immersione. Questo giro di perlustrazione ci è sembrato un po’ un teatrino: secondo noi era già convinto che il programma sarebbe variato ancora prima di sbarcare!!
Non ci rimane che il giro sul sottomarino per ammirare la barriera corallina.
L’esperienza non è delle più felici perché i vetri degli oblò sono parecchio rigati e non consentono di ammirare la barriera nel massimo del suo splendore, ma soprattutto perché qua sotto tra caldo e movimento oscillatorio mi sto sentendo male!!!
Sulla via del ritorno facciamo un’ultima tappa a Daydream Island, una piccola isola dell’arcipelago interamente “colonizzata” da un grande resort. Un tuffo in piscina e un giro per le boutique e facciamo venire l’ora di imbarcarci per tornare alla nostra isola.

E’ l’ultima sera che trascorriamo qui, domani mattina partiremo per Cairns, ultima tappa di questo lungo viaggio. Ceniamo al bistrò, dove pasta e pizza non sono male e dopo una passeggiata al porto torniamo in camera a fare le valigie.

Sabato 04 OTTOBRE 2003 Hamilton Island – CAIRNS
Al check in scopriamo che il nostro volo partirà con due ore di ritardo e per di più parte dei nostri bagagli resteranno a terra perché viaggeremo su un aereo molto piccolo! ..ed è questa la cosa che fa infuriare Fabio, ma tanto non ha molte alternative… a meno che non voglia restare qui!! Un vantaggio però c’è: volando bassi potremo ammirare una splendida vista della barriera corallina che scorre sotto di noi illuminata dal sole e circondata di spiagge bianche.

Arriviamo a Cairns, Queensland, alle 13.30 e ci facciamo portare in hotel, l’Oasis resort, dal taxi. Purtroppo in seguito al ritardo aereo non abbiamo più tempo sufficiente per la gita in treno a Kuranda. Sono molto dispiaciuta, avrei tanto voluto fare quest’ultima escursione!! Non abbiamo neppure l’auto a noleggio, altrimenti avremmo potuto provare ad andarci per conto nostro. Niente da fare anche per Cape Tribulation , località molto rinomata ma ancora più lontana.
Non ci resta che la possibilità di un giro in città. E’ sabato pomeriggio e siamo preparati per trovare i negozi chiusi. E invece ci attende una piacevolissima sorpresa: qui i negozi sono aperti tutti i giorni della settimana fino a tarda sera, esiste persino un Night Market ricco di souvenir, cibo e articoli d’ogni genere!
La città è molto frequentata dai giapponesi che possono arrivare in pochissime ore di volo e l’economia locale fa parecchio conto sui turisti nipponici.

La città è anche un ottimo punto di partenza per le gite, anche giornaliere, sulla barriera corallina. Se mai dovessi tornare penso che sceglierei di trascorrere qui più tempo e partire ogni giorno alla scoperta di un’isola nuova tra quelle che si trovano a poca distanza dalla costa!

Trascorriamo il pomeriggio passeggiando sul lungomare fino alla palude, riserva acquatica e avicola. Per la cena scegliamo tra uno dei tanti locali del lungomare affollati di giovani, un pub che offre la solita formula dell’ordinazione al banco. Non ne possiamo quasi più di condimenti e salsine che annegano qualsiasi portata, anche il fegato comincia a dare segni di cedimento. Fortuna che ho già ordinato alla mamma un bel minestrone col pesto per dopodomani!!!

Dopo cena facciamo gli ultimi acquisti al Night Market, dove magliette, pupazzi, boomerang sono davvero più assortiti, abbondanti e convenienti che altrove. Ad averlo saputo avrei comprato tutto qui!
La città è ricca di giovani, provenienti da ogni angolo del pianeta che spesso partono da qui per il loro viaggio in Australia. A angoli di strada si trovano bacheche con annunci di chi cerca compagni di viaggio, offre camere in ostello, acquista o vende auto usate. Anche i locali del centro sono molto giovani, c’è musica ovunque, le strade sono affollate fino a tardi e gli ostelli sono abbondanti tanto quanto le agenzie che organizzano tour per il paese a prezzi scontatissimi.

Domenica 05 OTTOBRE Cairns – ITALIA
E’ giunto il giorno della partenza. Il volo per Singapore parte dall’aeroporto di Cairns alle 14.30. Lasciamo i bagagli nella hall dell’albergo e torniamo sul lungomare a fare colazione in uno dei tanti locali sui cui banconi muffin e caffè hanno preso il posto di bistecche e birra.
Arriviamo in aeroporto con un buon margine di anticipo, abbiamo così il tempo di fare il check in con estrema calma, assistiti da una gentilissima hostess che fa di tutto per accontentare la nostra richiesta di avere un posto vicino all’uscita di emergenza. Ancora una volta abbiamo la dimostrazione di quanto le persone da queste parti siamo disponibili e cortesi, cosa che ci rimarrà nei ricordi almeno quanto la bellezza dei posti visitati!
In attesa del volo spendiamo gli ultimi dollari in un paio di bottiglie di vino e un sacchetto di noci di Macadamia.

Alle 19 circa sbarchiamo a Singapore, da dove ripartiremo per Francoforte tra 4 ore

Lunedi 06 OTTOBRE 2003 ITALIA

Arriviamo a Francoforte all’alba, piuttosto stravolti per il viaggio e cerchiamo il gate da dove ci potremo imbarcare sul volo per Milano, dopo aver riportato l’orologio indietro di nove ore. Atterriamo a Milano puntuali alle 9.00. Qui finisce il viaggio meraviglioso, che ricorderemo spero per sempre!! Quello che ci aspetta ora è un altro tipo di viaggio… speriamo altrettanto fantastico!

Concludo con qualche informazione utile per chi è in partenza:
il dollaro australiano vale oggi circa 0.60 euro, non è stato facile trovare la valuta in Italia, ma è stato possibile cambiare facilmente sul posto. E’ molto semplice anche prelevare moneta locale dal bancomat e pagare con la carta di credito.
La corrente elettrica è a 210 V con spina a tre lame. Serve quindi l’adattatore, facilmente reperibile in Italia, ma anche sul posto nei negozi di souvenir, nei supermercati e negli hotel.
I telefonini dualband funzionano perfettamente, anche se costa molto telefonare, ricevere telefonate costa meno, così come inviare sms.
In tutti i 17 hotel in cui siamo stati abbiamo trovato ferro e asse da stiro, in molti casi anche lavatrici e asciugatrici a disposizione degli ospiti, quasi sempre a pagamento (dai 2 ai 4 dollari per lavaggio).

Sono passati quasi due mesi dal giorno in cui abbiamo fatto ritorno a casa e oggi, riguardando depliant, guide, fotografie che mi hanno aiutata a completare il diario ho già voglia di ripartire e penso a come organizzerei il secondo viaggio. Sono tante, tantissime le cose che abbiamo dovuto trascurare lungo il viaggio a causa del poco tempo a disposizione e che ora avrei tanta voglia di tornare a vedere. Certo un mese non è in assoluto un breve periodo per una vacanza, ma lo è quando la destinazione è così lontana e offre così tanto. Tornerei a visitare le fattorie e le cantine di produzione del vino, Perth, le Blue Mountain, le spiagge del Queensland, i parchi naturali del South Australia, la Fleurieu Penisola, il Ghan e tutto il resto che non abbiamo visto. Per questo vi consiglio: programmate attentamente il vostro viaggio, ma sappiate comunque che anche dopo un’attenta organizzazione difficilmente riuscirete a scoprire tutto ciò che è possibile vedere e vivere nel continente. L’importante è che possiate assaporare l’atmosfera del luogo, la cordialità della popolazione e imparare il senso di rispetto che ha qui l’uomo nei confronti della natura, un rispetto che noi con la nostra cultura non riusciamo neppure a immaginare.

Il Viaggio Fai da Te – Hotel consigliati in Australia

 

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