Sulle tracce di guerra: Croazia, Montenegro e Bosnia-Erzegovina

di Luciano Marraffa – 
Mi accingo a fare un viaggio lungo, più che altro esplorativo, di circa 3.000 chilometri, per rintracciare aree di territori che hanno vissuto gli strazi della guerra balcanica 20 anni fa.
Mi sono rivolto a una agenzia che, forse unica, proponeva questo tipo di viaggio nei giorni freddi invernali, tra il 27 dicembre fino al 2 gennaio. Il prezzo lo trovavo abbordabile e il viaggio altrettanto interessante in compagnia della mia compagna. Ero consapevole che per fare economia dovevo fare a meno di certe comodità, come ad esempio disporre di voli aerei diretti o di un automobilista a nostra disposizione. Significava perciò fare qualche sacrificio rispetto ai normali tempi più rilassati e alle abitudini quotidiane.

Dunque partiamo il 27 dicembre con il pullman GT della compagnia viaggio alle ore 16,30 dalla Stazione Centrale di Milano. Con noi viaggiano altre cinquanta persone. Il tempo è sfavorevole col cielo nuvoloso e pioggia fastidiosa. Arrivati nel territorio croato attraversiamo la strada innevata e con pericolo di tenuta. Qualche perdita di tempo alle frontiere di Kleck dal lato croato e a Neum dal lato bosniaco. Pochissimi chilometri in questa curiosa enclave della Bosnia Erzegovina e riprendiamo il territorio croato. Nessun altro imprevisto fino alla nostra prima meta Dubrovnik, con arrivo all’hotel Telal alle ore 10,30.

Bisogna procurarsi il biglietto dell’autobus per giungere alla città vecchia. Si sale con comodo dalla porta davanti passando dal controllo del conducente. Nessuno può fare il furbo! Tutta la città merita di essere ammirata nella potenza delle sue mura, nei suoi edifici e piazze dell’epoca rinascimentale, nella ricostruzione di luoghi colpiti durante la guerra. In una sala del palazzo Sponza . gioiello del 1312 sede prima della Zecca poi della Dogana, si conserva il memoriale delle giovani vite cadute per l’indipendenza della Croazia dalla Repubblica Jugoslava. Gli abitanti mi appaiono garbati , talvolta cordiali verso i turisti numerosi. Non transigono sulle norme da rispettare. Io stesso, avendo scattato una foto proibita nella piccolo museo dei Domenicani, per acquietare il sospettoso custode ho dovuto cancellare dalla mia fotocamera la foto incriminata di un dipinto dell’ ignaro Tiziano Vecellio. Al momento del bisogno alimentare sostiamo al primo ristorante di un certo livello riconosciuto, al costo per noi fuori ordinanza di euro 40, ma con risultato alquanto soddisfacente: 1 birra, 1 acqua minerale, due tipi di risotto, ricette locali, più caffè. La vecchia città è visitata in lungo e in largo, dall’alto fino al porto caratteristico. Il contorno delle luminarie natalizie crea un effetto magico condiviso anche nelle altre località che poi visiteremo. Un giorno intero mi sembra sufficiente per apprezzare Dubrovnik molto legata a  Venezia nel suo passato glorioso.

Foto di Luciano Marraffa

Lo stradun, strada principale della città, ce lo ricorda e poi Piazza della Loggia e monumenti adiacenti . Bella Dubrovnik anche nelle luci della sera. Riprende a piovere, ci ripariamo sotto qualche porticato o nella chiesa centrale di San Biagio, protettore della città. La gente si prepara ad assistere, numerosa e devota, alla messa serale. L’indomani, giorno 29 alle ore 7,45 si parte per Montenegro. Il tempo di attesa è maggiore nella frontiera montenegrina per il disbrigo delle formalità. Sono un incanto le Bocche di Cattaro , Patrimonio UNESCO che ammiriamo lungo il percorso e memorizziamo con istantanee fotografiche. Sono considerate come i fiordi norvegesi ; per noi la rassomiglianza è soprattutto per il cielo cupo e velatamente nebbioso. In più si aggiunge la pioggia battente quando, posteggiato il pullman,visitiamo un piccolo villaggio delle Bocche, Perast. E’ importante questo villaggio per la l’intensa attività marinara durante il XVII e XVIII secolo, per i lussuosi palazzi delle famiglie nobili molto legate a Venezia; noi visitiamo il palazzo dei BruJovic, il più bell’esempio di stile rinascimentale – barocco, ora anche museo da visitare. Di fronte a Perast due isolette vicine con chiese: S. Stefano e isola della Madonna di Skrpjela o della Scalpello.

Foto di Luciano Marraffa

A Cattaro (o Kotor) sotto la pioggia persistente visitiamo il centro storico con le sue viuzze, i diversi palazzi tra cui il palazzo Ducale, la Torre dell’orologio, principalmente la cattedrale cattolica di San Trifone in stile romanico – pugliese e la chiesa di San Nicola, per non fare torto agli ortodossi, tra l’altro maggioritari in Montenegro. La Fortezza si erge maestosa, ma le vertigini vengono a noi tutti per cercare un unico bar preso d’assalto per rifocillarci. Si riparte ore 14,00, destinazione Porto Montenegro, località sofisticata e chic del Paese con ville lussuose, boutique di lusso, locali alla moda e strutture di attracco dei mega yacht. Non continuo a descrivere, tanto non è per i nostri gusti e possibilità; siamo solo contenti che è incominciato ad affacciarsi un timido sole.



Foto di Luciano Marraffa

Arriviamo verso il tramonto, che qui inizia prima che a Milano, a Budua (o Budva) , che ha un centro storico interessante da visitare, mura medievali grandiose, che noi non riusciamo ad apprezzare sufficientemente per la pioggia nemica e per le luci affievolite del tardi pomeriggio. So che è una città molto attiva d’estate con i lidi più estesi e più bianchi del Montenegro. Qui si sono esibiti big della musica moderna; anche questa sera si prepara un concerto all’aperto, ma con la pioggia battente avrà successo?

Sabato 30 dicembre alle ore 7,30 si procede per altre località montenegrine. Prima sosta, ma dall’alto per fotografare Santo Stefano, che da antico villaggio di pescatori è diventato un hotel  esclusivo con 830 euro a notte.

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Dopo un paio di ore arrivo a Cetinje, vecchia capitale di Montenegro. Paesaggio nevoso in questa piccola città di 15.000 abitanti, che mi sembrano del tutto assenti e tappati in casa; ci fanno festa solo due cani autoctoni che ci accompagnano per un bel tratto di strada. Senza grandi emozioni la visita al Monastero del 1484 e ricostruito più volte fino all’attuale del 1786; mi fa più curiosità la piccola chiesa Vlaska il cui steccato è costituito, si dice, da 1544 canne da fucile sottratte ai nemici turchi ottomani. Sembra impossibile che questa piccola città sia stata sede reale in cui è vissuta la regina Elena di nostra conoscenza. Ma il palazzo Biliajarda, residenza di Petar II Petrovic, edificato nel 1878 e costituita di molte sale ben arredate e ragguardevoli fa crescere il mio stupore , come anche il cosiddetto Palazzo Blu,ammirato dall’esterno, ora sede del Presidente di Montenegro.

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Continua il viaggio tra le montagne magicamente innevate con scorci immemorabili, pochissime casette ogni tanto, alberi e arbusti secchi per la stagione che sicuramente si ravviveranno durante la bella stagione per essere rivisitati nel loro ambiente con i loro vari colori. Verso le 11 arriviamo a Podgorica (ex Titograd) capitale del Paese. Non è previsto visitare quel poco di antico che vi rimane, soprattutto legato all’epoca ottomana, che forse potrebbe essere interessante . Ci fanno invece visitare la nuovissima cattedrale ortodossa, costruita solo in 20 anni. Mi piace, comunque, ricordare che nella capitale scorrono ben cinque fiumi e qui vive quasi un terzo della popolazione montenegrina. Alle 12,45 dopo avere attraversato un paesaggio più brullo e una valle aperta stiamo per raggiungere Ostrog. S’intravede il Monastero bianco in alto, ma per il momento il pullman viene ostacolato sulla strada da un nugolo di persone al seguito di un funerale. Facciamo supposizioni sul ruolo e importanza del defunto, ma può anche darsi che sia un modo normale di condividere il lutto da tutto il villaggio. Per la prima volta notiamo la statura alta dei montenegrini; credo sia una caratteristica di tutta la popolazione locale. Ancora qualche chilometro e arriviamo all’altezza di 800 metri nelle vicinanze del Monastero basso che noi non visitiamo per il tempo ristretto e per la pausa pranzo. La salita al Monastero alto avviene tramite una navetta messa a nostra disposizione per una strada di tre chilometri. Il complesso monasteriale è un’attrazione soprattutto per la posizione, trovandosi abbarbicato e quasi fuso con la roccia che lo circonda su un paesaggio incantevole. Racchiude insolite chiese sotterranee affrescate nella maniera bizantina. E’ uno dei santuari più importanti degli ortodossi, ma il santo eremita qui sepolto, San Basilio di Ostrog, è venerato sia dai cristiani sia dai musulmani. 

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Le ombre della sera si avvicinano. Ci tocca riprendere lunghe ore di viaggio su sedili non molto comodi. La temperatura esterna scende sotto i 0 gradi, non manca la neve degli altri giorni, la strada ogni tanto diventa più pericolosa e bisogna rallentare. Alla dogana montenegrina, prima di accedere alla frontiera della Bosnia Erzegovina, ci fanno difficoltà non so bene per quale motivo, addirittura ci dicono di passare dall’altra frontiera lontana 200 chilometri. Ho l’impressione che ci siano tentativi di corruzione da parte della Polizia, si tergiversa, si confabula, si contratta con il risultato di allungare i tempi, così che arriviamo a Sarajevo oltre le 22,00. Sistemazione controversa in due alberghi diversi, cena e pernottamento.

31 dicembre Un giorno intero per visitare la capitale della Bosnia. Intanto attraversando la città in pullman notiamo alcuni palazzi con le ferite della guerra balcanica: bucherellati dai mortai, sgretolati o resi scheletri. A piedi ci spostiamo in gruppo per dare uno sguardo d’insieme della città lungo il lungofiume Miljacka, raggiungendo il quartiere turco più antico con i suk , i bazar, le moschee accanto alle chiese ortodosse e cattoliche e in ultimo la parte austro- ungarica con gli edifici dell’epoca e la cattedrale cattolica. Avverto pacifica convivenza tra i vari gruppi religiosi. In pullman ci rechiamo verso l’aeroporto dove visitiamo il museo del Tunnel. Il tunnel lungo 960 metri fu scavato tra il 1993 e il 1995 dai cittadini assediati dalle forze serbe-montenegrine, congiungendo una casa privata della città e l’area dell’aeroporto di Sarajevo controllato dalle forze dell’ONU. Di qui passavano vettovaglie, aiuti umanitari, armi , uomini e l’ex presidente bosniaco Izetbegovic su sedia a rotelle. Immagini di tragedia , di dolore che si avverte ancora ora nel comportamento dei bosniaci che visitano il museo, in silenzio e senza adoperare foto e smarphone. Io stesso metto da parte fotocamera e cellulare condividendo tale intimo sentimento dei locali. Pausa pranzo con la consorte in un tranquillo ristorante nel quartiere turco; ordino una birra , ma cortesemente mi viene rifiutata, poiché si tratta probabilmente di un ristoro musulmano. Opto per il tè e un piatto tipico bosniaco: butrek ,pasta sfoglia salata con carne. Il pomeriggio continuo con la mia compagna nella visita della città, non voglio perdermi il Ponte Latino dell’ attentato al Principe Francesco Ferdinando d’Austria e altri monumenti significativi.

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Per chiedere a qualcuno informazione riguardante la strada del nostro hotel m’introduco in una piccolo bar dove vendono caffè in busta, ordino un caffè ma è preparato alla maniera turca. Va bene lo stesso! Qui incominciamo a familiarizzare con una coppia bosniaca che si dispone a fare la nostra medesima strada. Ambedue sono vissuti un periodo a Roma, lui per sfuggire alla guerra, lei per lavorare in casa privata. Raccontano la loro storia. I genitori di provenienza hanno diversa opzione religiosa. I loro due figli praticano tutte le tradizioni e feste religiose di Sarajevo. Alla mia domanda alla Signora: “A quale religione lei appartiene?” risponde : “Non ho una religione, le pratico tutte quante”. Verso le 21 con alcuni del nostro gruppo di viaggio rimaniamo in albergo per il cenone del fine anno . Nella stessa sala ci sono i cittadini di Sarajevo che abbigliati per il gran galà cenano e al ritmo della loro musica si esibiscono in pista seguendo in coro anche i canti. Non sono scatenati ed eccessivi, mostrano piacere di danzare e moderazione. Noi siamo approssimati nel ballare, ma soprattutto sembriamo pigmei in mezzo a loro che hanno una corporatura più robusta e un’altezza elevata degna del fenotipo dinarico proprio delle popolazioni slave. Delusione per la cena modesta, per il mancato spumante allo scoccare del nuovo anno. Ma non si può dare tutti i torti al Paese che ci ospita il quale, dopo appena vent’anni dalla fine della guerra, vive ancora nell’insicurezza e instabilità e sta faticando molto per il proprio sviluppo economico.

1 gennaio Alle ore 10,30 partenza per Mostar. Vi arriviamo dopo un paio di ore. La città, infelicemente famosa per il ponte vecchio ora ricostruito, distrutto dai croati cattolici bosniaci nelle ostilità contro i bosniaci musulmani, conserva l’aspetto antico del periodo ottomano, soprattutto oltre il ponte. Tutti a fotografare il nuovo ponte costruito, ma esso simboleggia ancora una volta il distacco, la non sopita ostilità di una sponda rispetto all’altra. 

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Anche qui i palazzi buchellerati e in forme scheletriche o perfino distrutte stanno ancora a testimoniarlo. Ritorna a piovere. Il tempo di mettere qualcosa sotto i denti e poi in viaggio verso l’ultima meta, Medjugorie a pochi chilometri dal confine della Croazia. Vicino al parcheggio del pullman ognuno s’industria a prendere un taxi per giungere alla collina delle apparizioni. Man mano si sale a piedi la collina delle due croci l’atmosfera diventa più spirituale e religiosa, rispettando se non altro le persone che ci credono e sono in preghiera. Nessuno dei nostri, che io sappia, sale più alto nel luogo esatto delle apparizioni, poiché il terreno è pietroso e scivoloso. Tanti pellegrini in giro, nella chiesa di grande dimensione si celebra la messa, tutto intorno fervono attività economiche e sviluppo. Una ottima cena tranquilla in un vistoso ristorante del centro corona il viaggio che sarà ancora lungo e senza normale riposo, poiché è previsto arrivare a Milano l’indomani mattina. Sono stati rispettai i tempi al cronometro : ore 9,30 ci ritroviamo alla Stazione Centrale da dove siamo partiti. Io sono stanco ma soddisfatto per le nuove conoscenze acquisite.

Luciano Marraffa

 

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