Gambia

di Alberto Sordi –
In albergo ci sono pochi italiani, oltre a noi due solamente altre due coppie di Lecco (che praticamente non si muoveranno dalla spiaggia…), tutti gli altri ospiti sono inglesi, ed il personale è in effetti abbastanza sorpreso di aver a che fare con europei non-anglici (e scarsamente portati per la lingua d’Albione, ma decisamente portati per la mimica), ed è meglio così: se non capisci la lingua degli altri, si possono evitare inutili ed imbarazzanti scambi di saluti a cena e colazione ;-))))) Nella Gambia i mezzi pubblici sono pressochè inesistenti, ci si muove soltanto coi taxi ed i “bush-taxi” (minibus con orari aleatori e destinazioni conosciute praticamente solo agli Dei ma, se si riesce ad incappare in quello giusto, decisamente economicissimi). Poi ci sono i taxi “turistici” di colore verde, che stazionano ovviamente di fronte agli hotel, sono riservati ai turisti e chiedono cifre dieci volte superiori ai taxi gialli “pubblici”… non è certo la prima volta che mi imbatto in combinazioni del genere, direi che sono una “norma” extraUE, ma continuo a chiedermi PERCHE’ un turista dovrebbe prendere il taxi verde e pagarlo di più?
Non sono più puliti di quelli gialli.
Non sono meglio tenuti di quelli gialli.
Non hanno sedili più comodi di quelli gialli.
Boh?
Va bene, considerazioni a parte, ci facciamo portare a Banjul, la capitale distante una 15ina di chilometri (usando un taxi verde, ma pagandolo come un taxi giallo… ha tanto insistito per portarci, che ci è sembrato giusto fargli guadagnare i suoi 150 Dalasi, ma non i 1000 che ci aveva chiesto eh? Tra l’altro, la Lonely asserisce che coi taxi verdi non si tratta, quando ho tempo e/o voglia dovrei scriver loro di correggere l’informazione) La capitale è un paesone di circa 30.000 abitanti, niente architettura particolare da notare, ma un gran bel mercato, con un gran bel nome: Albert Market 🙂 Mi ci sento a casa! Al di la’ del nome, è troppo tempo che non mi immergo in un po’ di vita “altra”, e camminare in mezzo agli odori ed ai colori di un mercato africano è esattamente quello che mi serve per ricaricare le batterie.

Usciti dal mercato, passeggiamo lungo Liberation St., e ci dirigiamo verso il porto cittadino… una gran differenza da dentro a fuori il mercato non c’è, negozi e venditori da tutte le parti pure lungo la via, solo che qua passano le automobili… ah, e non ci sono bancarelle di pesce. Il porto è un CASINO DISUMANO, ma talmente ricco di impressioni da farmi sedere e restare a guardare il niente odoroso e rumoroso per un po’.
Tornando, ci fermiamo a mangiare ad una bancarella… oddio…un coso con una friggitrice appoggiata sopra, dove una bella ragazza frigge i “fishpai” (credo si chiamino così), sorta di sfoglia fritta nell’olio, ripiegata a triangolo ed imbottita di carne e salsa. Cosa strana, a parte il ripieno il gusto della sfoglia fritta è ESTREMAMENTE familiare: a Ferrara li chiamiamo “Pinzini”, a Modena “Gnocco fritto”, a Bologna “Crescentine”, ma comunque si chiamino, sono identici al “fishpai”!!
Siamo piuttosto stanchi, il caldo picchia ed il fisico comincia a cedere, quindi, visto che siamo in vacanza, decidiamo di tornare in albergo, e per oggi basta, che mica siamo a cottimo 😉 In albergo conosco Ousman, un barista che parla francese e forse ha delle dritte interessanti per andare a Georgetown lungo il fiume Gambia.
Considerazioni in finale di giornata: i tizi che voglio appiopparti qualcosa sono estremamente insistenti. Inoltre lontano dalle spiagge dei buana-faccia-di-stracchino ce ne sono pochi o niente, quindi siamo effettivamente un “bersaglio” ben visibile. 🙂 A parte l’insistenza dei tipi, la sensazione generale di pericolo rasenta lo zero. I ladri e gli scippatori ci saranno pure qua, ma io non ne ho visti.
Bella gente! Alti, snelli, bei volti… i commenti di Morena sui muscoli color ebano e sulle pance piatte e scolpite si sprecano, roba da chiedere il divorzio! La spiaggia di Kotu dove siamo alloggiati è enorme, ma poco interessante, onde alte adatte al surf e correnti forti: perchè tutti ‘sti grassi inglesi vengono a svernare qui? Mi sa che non si sono ancora accorti che le Colonie hanno dichiarato l’indipendenza da qualche annetto, e credono di essere ancora i proprietari della zona…però ho bevuto un frullato di baobab, ed è buono. 🙂

Domenica 08/02/2009

“Andiamo a vedere i coccodrilli?”
“Ma si, siamo in Africa, non si puo’ non vedere i coccodrilli”
Allora eccoci a Bakau, paesotto sulla costa atlantica, più o meno a metà strada fra Kotu e Banjul, dove gli abitanti mantengono, al centro del villaggio, un lago con dei coccodrilli grassi e imbolsiti, il Kachikaly Crocodile Pool. Il cocco viene considerato animale sacro, e come tale nutrito e vezzeggiato, ed il fatto che la religione dominante da queste parti sia l’Islam pare non creare nessun tipo di contrasto… beh, diciamo che le Grandi Religioni sono abbastanza una bella facciata, nemmeno troppo in profondità rimangono vive e vegete le antiche credenze. Niente a che fare con il sincretismo religioso di Cuba o del Brasile, proprio se ne fregano dei dettami “ufficiali” (Cristiani o Islamici che siano), continuano bellamente a portare i loro amuleti, a rivolgersi agli sciamani e tutto il resto.
E mi pare più che giusto così. 🙂
Entrare nel Crocodile Pool costa la bella cifra di 50 Dalasi (più o meno un euro e mezzo), un tizio ci fa accarezzare un coccodrillo (a me fa un po’ schifo per la verità), girelliamo fotografando intorno, poi usciamo e attraversiamo il villaggio, fatto di polvere rossa, capanne col tetto di lamiera o paglia e steccati sconnessi: qualcuno potrebbe a questo punto insistere nel chiedermi che ci sono andato a fare, ma è per vedere posti come Bakau che ci sono venuto! E poi, essere inseguito da bambini che ci vogliono toccare, che si meravigliano della nostra pelle rosea (siamo praticamente a ridosso della zona degli alberghi, ma le facce-di-stracchino rimangono asserragliate sulla spiaggia)… beh, per quanto mi riguarda vale da solo il viaggio o quasi 🙂



Si va a Serekunda, la città più grande della Gambia, e crocevia di tutte le merci e gli scambi della zona, con un taxi giallo e scassatello che ci trasporta per i soliti 150 Dalasi. E’ un ENORME mercato, nelle vie sovraffollate risulta impossibile fotografare, tanto si è sommersi e sballottati dal fiume di gente che la percorre, un caos veramente inenarrabile ma eccitante come poche cose al mondo, e pure qua sensazione di pericolo zero: nel casino totale avrebbero potuto fregarmi anche i pantaloni (in Italia sarebbe successo), ma niente, nessuno che anche solo accenni al tentativo.
Veniamo abbordati da due “piattole” che, a ben vedere, non vogliono altro che scambiare due chiacchiere con questi pallidi turisti lontani dalla loro zona (anche qua nessuna presenza di europei… e siamo ad una decina di km dalle spiagge); uno dei due parla un po’ di francese, e riesco a spiegargli che vorremmo stare da soli: gentilmente se ne va, e dopo un po’ anche l’altro lascia perdere.
Le strade sono di terra battuta rossa, e quelle asfaltate sono comunque ricoperte di polvere rossa, il sole incavolato dell’Africa spande dovunque i suoi raggi a riflettere il colore sulle case e sulle auto… ah, giusto! Abbiamo visto un’auto tappezzata di avvisi medici, sia scritti che illustrati: direi un presidio medico ambulante, notevole come idea. Beviamo un paio di bibite: una è prodotta in Egitto, ed una viene dalla Thailandia… ma pensa te…
Ripartiamo per Lamin, con l’intenzione di fare un giretto sul fiume, ma il taxi ad un paio di km dal Lamin Lodge scassa una gomma. Non “buca”, la scassa proprio. E del resto, con la serie di voragini che ha superato per arrivare qua, mi meraviglio che non si sia scassata prima. E’ vero che le strade in buone condizioni sono pochissime, ma il taxista per arrivare a Lamin ha fatto decisamente il giro dell’oca (o del porco unto, come direbbe mio cognato Riccardo), prendendo gli stradoni più distrutti della Gambia Occidentale, nell’intento evidente di trasportarci a destinazione e contemporaneamente curare altri suoi affari: a Bakau ha cercato e salutato una ragazza, poi ha rintracciato un tizio a cui ha dato un telefono, poi ha scambiato una qualche informazione con un gruppo di persone, poi ha cercato e salutato un altro tizio… insomma, diciamolo che un po’ se l’è cercata 😉 Abbandoniamo quindi il taxi ed il suo depresso autista al loro destino, avviandoci verso il fiume, circondati da una schiera di bambini e bambine; Morena ne prende in braccio una, ed immediatamente un’altra pretende di salire in braccio a me! Sudati arriviamo in riva al Gambia, e ci lasciamo catturare da dei… boh, chissà come posso chiamare chi noleggia le piroghe?
Comunque si chiamino, ci fanno fare un giro di un’oretta scarsa in mezzo alle mangrovie, ed una volta a terra i pagaiatori ci scroccano pure una mancia extra sul conto pattuito: ODIO farmi potare come un cespuglio, ma non ho scelta e caccio i Dalasi, 400 di noleggio e 100 di mancia.
I pagaiatori non sono contenti (ne volevano 400), io non sono contento (ne ho spesi 100 in più del pattuito), non ho visto che un paio di uccelli e dell’acqua, e per tornare ci tocca far chiamare un taxi ai gestori del Lamin Lodge (altri 25 Dalasi). Quando arriva, l’avido autista, consapevole che noi siamo consapevoli di non avere nessuna possibilità di contrattare, dato che l’UNICO mezzo di trasporto nel raggio di un po’ di chilometri è il suo, ci rapina altri 400 Dalasi!!!!! 🙁 Ok, con un Euro ci compri 34 Dalasi, in valore assoluto non è che ci siamo rovinati, ma tendo a “ragionare” nella valuta locale… e poi è una questione di principio, ecco. :-/ Una volta in albergo, parlo di nuovo con Ousman, che ci spara 8000 Dalasi a cranio per andare a Georgetown via fiume: francamente mi pare una cifra assurda, meglio riparlarne.

Lunedì 09/02/2009
Decidiamo di dedicarci all’escursione naturalistica, e disperdiamo al vento altri 250 Dalasi per andare all’Abuka Nature Reserve. Non è proprio un posto favoloso, un sacco di alberi di non so che tipo (del resto non so riconoscere un pioppo da un castagno), tantissimi uccelli di varia foggia e natura, scimmie seminascoste fra i rami, ed al suo interno una specie di “ospedale” per animali (o forse un mini zoo), ma si sta’ bene, è tranquillo e nessuno ci disturba; ma dopo 3 ore di camminata in mezzo ai rami , le nostre vecchie gambe non ne possono più, e decidiamo di uscire. Di taxi nemmeno l’ombra, anzi molto ma molto sole (è quasi mezzogiorno), e quindi proviamo a fermare un “bush-taxi” che sembra viaggiare in direzione Serekunda. A bordo siamo gli unici bianchi, e ci sentiamo un po’ osservati, ma pare che vada effettivamente nella direzione giusta, ed infatti per 10 Dalasi a testa ci scarica nel centro della città-mercato dove, per altri 100 Dalasi, un taxi ci riaccompagna in albergo: cavolo, è un sistema da usare più spesso! 🙂 [ammesso che riesca a capire gli orari e le destinazioni, ovvio…] Vicino al resort vediamo, seminascosto dalla vegetazione, un chiosco di un metro e mezzo per un metro e mezzo, dove mangiamo l’unica cosa in vendita (frittata con cipolla) e beviamo l’unica bevanda che ha da darci (caffè d’orzo rovente), il tutto per la ridicola somma di 30 Dalasi (85 centesimi… in due!) Il tipo che lo gestisce è gentilissimo, e chiaramente sorpreso di averci come clienti, normalmente da lui si servono solo i taxisti per uno spuntino veloce, i turisti li vede solo passare e basta. Chiediamo pure a lui informazioni per andare a Georgetown via fiume, e l’unico cliente presente al momento (oltre noi due), telefona al fratello che ha una lancia, ma ci comunica che servono, fra andata e ritorno, 4 giorni… peccato! Se penso che, per 200 Euro di differenza potevamo prenotare 15 giorni ed avere quindi il tempo di navigare il Gambia, mi mangio le mani (me ne sono accorto praticamente il giorno prima di partire, prendendo pure dell’asino dalla mia dolce metà).

Martedì 10/02/2009
Riuscire a capire come si arriva a Gunjur coi bush-taxi è un’impresa disperata: l’autista non capisce la cartina, il bigliettaio dice di parlare francese ma risponde “oui” anche se gli chiedo informazioni su quella ……. della mamma (vabbe’ non l’ho ovviamente fatto, ma ci sono arrivato vicino ^__-). Ho capito, anche questa volta prendiamo un taxi! Che ci scarica a Gunjur o, per meglio dire, all’incrocio che porta a Gunjur, per arrivare al villaggio c’è un bel po’ di strada sterrata da fare, e per un tratto ci accompagna uno studente coranico senegalese, incuriosito pure lui da queste facce pallide, o forse desideroso di poter parlare francese con qualcuno, visto che pure lui l’inglese non lo sa 🙂 Arrivati alla sua madrassa ci saluta gentilmente, mentre noi proseguiamo arrancando verso il mare ancora abbastanza distante.
Arriviamo finalmente e… sorpresa! Stazionano davanti al villaggio un sacco di bush-taxi, e ci arriva una carrabile sterrata, grrrrrrrrrrrr!!!!
Comunque è bellissimo, barche e gente (tantissima gente), pesci appena pescati e pesci ad essiccare, l’odore è ovviamente intenso, siamo letteralmente presi d’assedio da bambini e curiosi e venditori di chissà che cosa. Un po’ per sganciarci ed un po’ per riparaci dal sole, ci rifugiamo nell’unico “negozio” del villaggio, dove Morena ha il privilegio di potersi sedere su di una cassa dietro al bancone, mentre l’anziano proprietario letteralmente scaccia chiunque appena ci guardi, e ci mangiamo in tranquillità due panini col cioccolato spalmabile (estratto da un barattolone formato famiglia da 5 kg) e beviamo cocacola calda. [panini+coca+2 bottiglie d’acqua 40 Dalasi] Lo stomaco borbotta in maniera preoccupante, non so se è colpa della bibita calda o della similNutella scaduta, comunque regalo generosamente la mezza lattina di bibita avanzata ad un ragazzo, paghiamo salutiamo e ce ne andiamo a passeggio. Incontriamo, alla “periferia” del villaggio, un senegalese che lavora costruendo barche per i pescatori, e fra una chiacchiera ed un “fishpai” ci informa della massiccia presenza nel tessuto economico locale dei suoi connazionali.
Per la verità, le parole, più o meno testuali sono:”Gli abitanti della Gambia non vogliono lavorare e sudare, se non ci fossimo noi senegalesi a muovere le braccia, questi sarebbero già morti di fame”. Decisamente per la serie: “tutto il mondo è paese” 😀 Ci appollaiamo sulla enorme spiaggia all’ombra protettrice di un paio d’alberi, in attesa che arrivi un’ora meno rovente, facciamo un paio di bagni rinfrescanti nelle onde oceaniche, poi saliamo su di un bush-taxi a caso dove, in attesa della partenza, veniamo intrattenuti da un agitato ragazzo coi capelli rasta e da un tranquillo trentenne… è risaputo che non parlo inglese, e che pure Morena con la lingua d’Albione ci azzecca poco, allora (continuo a chiedermi anche adesso) come accidenti abbiamo fatto a farci capire e a capire? Miracoli dell’adattabilità umana e del talento gesticolatorio italico immagino.
Il minibus, dopo una veloce sgroppata fra una voragine ed una crepa della carrozzabile, ci scarica sulla strada principale, dove saliamo su di un altro bush-taxi diretto a Brikama. Stiamo poco a Brikama, giusto il tempo di guardarci attorno e di fare qualche foto, poi un taxi ci riaccompagna a Kotu.
Nota di colore locale: qui si fumano TUTTI dei cannoni di maria che nemmeno in Jamaica…
Altra nota: per bere si servono di “confezioni” fatte di un sacchetto di plastica da cui succhiano l’acqua o la bibita, che scopriamo costare una decina di volte in meno della equivalente bevanda in bottiglia di plastica.

Mercoledì 11/02/2009
Saliamo sul bush-taxi diretto a Banjul e, qui arrivati, ci dirigiamo al porto, dove acquistiamo il biglietto del traghetto per Barra. Già solo la sala d’aspetto vale abbondantemente il prezzo (10 Dalasi a testa): gente di tutti i tipi, dai religiosi con veste tradizionale ai venditori di caramelle, dalle donne con turbante e bambino a tracolla alle ragazzine in tenuta scolastica, un tripudio di colori (tripudio? ho detto tripudio?? non ci posso credere… ^__^) e di suoni! Il traghetto poi… sul traghetto salgono tutti gli aventi diritto, e per tutti intendo dai camion alle biciclette ai passeggeri singoli, e senza uno straccio di precedenza: il primo che arriva alla passerella sale, e se dietro hai un mezzo cingolato, vedi di stare attento e di spostarti. Poi, una volta a bordo, in mezzo alla gente ammonticchiata in ogni dove, passano venditori di QUALSIASI COSA (cibo, acqua, bibite, DVD, scarpe, orologi…), carichi della loro mercanzia che riescono incredibilmente a non fare cadere!!
E vendono! Faranno forse offerte speciali per i passeggerei? Mah…
A Barra, a parte il porto, un porco sgrufolante nell’immondizia ed una quantità incredibile di gente attorno al porto, non c’è assolutamente nulla, solo polvere rossa e casette basse. Sinceramente meglio così, un po’ di silenzio e di tranquillità ci vogliono, e così girelliamo “a vanvera” per la strada di terra battuta, venendo abbordati da due bambini che vendono arachidi: uno piccolissimo con il vassoietto, ed uno più grandicello con la gestione della cassa. Ovviamente compriamo un paio di confezioni, e Morena paga con una banconota da 10 Dalasi; il “cassiere” comincia a frugarsi in tasca alla ricerca del resto, ma mia moglie non lo vuole, lasciando i due ragazzini a confabulare fra loro eccitati: non ho ancora capito l’effettivo potere di acquisto della valuta locale, ma mi sa’ che hanno fatto giornata 😉 Tornando al porto, dal cortile di una casa altri bambini urlano “hello!” per attirare la nostra attenzione, ci guardano con occhi curiosi e ci toccano ridacchiando. Regaliamo loro i sacchetti di arachidi, che ricevono con grandi sorrisi meravigliati. Arrivare a Banjul in bush-taxi è facile, andarsene con lo stesso mezzo un po’ meno, così prendiamo un taxi e rientriamo a Kotu: siamo un po’ cotti dal sole. :-/ Nel menu serale del resort ancora pollo o praline di pesce: basta, non ne possiamo più! E non è per fare gli italiani schizzinosi, è che il cuoco qua dentro non sa proprio fare a cucinare 🙁 Quindi decidiamo di cenare fuori e scialiamo in un ristorante della zona: braciola alta due dita e patatine fritte spezzatino e riso caffè DUE calici di vino (buono… retrogusto che non so definire, ma buono) Il tutto per 620 Dalasi (18 euro), ed un calcio alla miseria, che si vive una volta sola! Pago con 700 Dalasi ma non hanno il resto, arrivano al massimo a 50. Con gesto munifico lasciamo la differenza come mancia, sospettando che sia una “combine” voluta.

Giovedì 12/02/2009
Gitarella a Bakau, a pochi chilometri da Kotu lungo la costa. Il paese conserva ancora un centro originale, con tanto di mercato e ristorantini, dove finalmente notiamo anche altri occidentali a passeggio (anche se rigorosamente accompagnati da locali), ma verso la spiaggia inizia una incredibile zona di resort di lusso, con tanto di ordinatissimo finto-mercato con ordinatissimi negozietti a schiera di artigianato locale, e “pub” che vendono grandi birre alla spina. Qui le facce-di-stracchino si muovono in semilibertà, sciabattando annoiate fra l’oceano e la piscina, avventurandosi intrepide nel mercatino, sorvegliate a distanza dalle guardie all’ingresso.
Torniamo a Kotu, Morena si sente stanca e va in camera, e qui comincia la parte meno divertente… ha un febbrone della madonna, ha freddo e trema, io rintraccio tutte le coperte che posso, ma ovviamente continua a star male. Verso sera sembra star meglio, si alza e si avvia verso il bagno, si appoggia allo stipite e mormora “udio a mor… [oddio muoio]” e scivola per terra!!!!
Mi lancio a prenderla e, mentre la sorreggo, sento distintamente un ciack provenire dalla mia schiena: no!!! l’ernia adesso no!!!!! Semiparalizzato e dolorante, la trascino verso il letto, in un sacramentare intenso, non so come riesco a stenderla e lentamente mi raddrizzo, ma comincia a vomitare!!!
Memore dei telefilm americani sui dottori, mi rendo conto che, distesa, potrebbe soffocare nel suo vomito quindi, sempre bestemmiando a gran voce, la faccio scivolare e sedere sul pavimento. Nel frattempo rinviene, si guarda attorno e borbotta “perchè sono in terra?”. Con la schiena a pezzi, mi siedo di fianco a lei e comincio a sghignazzare in preda a una mezza crisi isterica… Ovviamente, la vacanza finisce con un medico che la visita, Morena che non si fida di quello che io ed il medico ci diciamo in francese e vuole la traduzione o, peggio, interviene a sproposito confondendo il dottore, una puntura ed una pasticca, un discreto spavento e la perdita dell’ultimo giorno di vacanza.

Note a margine
La popolazione da “villaggio vacanza” continua a meravigliarmi: grasse ragazze inglesi che, senza rispetto per gli usi locali, espongono i loro topless, vecchie matrone abbarbicate al braccio di nerboruti discendenti di Kunta Kinte (il villaggio originale è a pochi chilometri da qua), nordeuropei biondicci e dal ventre gonfio di birra a farsi massaggiare da ragazze degne della copertina di Vanity Fair… e nessuno che si muova dalla piscina, al massimo vanno in spaiggia, mangiano e bevono arrossandosi al sole africano, senza aver visto un metroquadro al di la’ della zona dei resort. De gustibus…

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