Istantanee di un viaggio a Sydney

di Andrea Vitti –
Impressioni…
Uno sguardo veloce dal finestrino d’aereo mentre questo s’inclina virando sopra la città. Il mare è colorato di rosa dal sole che sorge. Rosa, rosso e verde sono i primi colori che ricordo di questa terra. Uscito dal Kinsford Smith Airport di Botany Bay,
la vista ancora abbagliata dalla forte luce esterna dopo la penombra della sala arrivi, vengo investito dall’intenso profumo balsamico nell’aria. Sydney è a tutti gli effetti una città verde e “verde” qui vuol essenzialmente dire una distesa sconfinata di eucalipti che diffondono le loro benefiche essenze nella calura australe. La luce che mi accoglie è quella intensa e carica di certi paesaggi del sud Italia. Brilla un sole caldo da mattina di prima estate e la fredda e grigia giornata autunnale, che ho lasciato a Milano, contribuisce ad accentuarne il contrasto. Nel cielo di un blu carico le uniche nuvole in vista sono quelle artificiali create da un paio di piccoli aeroplani che, disegnando invisibili arabeschi, scrivono messaggi pubblicitari in aria con sbuffi bianchi di vapore. Uno di questi scrive “welcome”, ed è bello pensare che stiano dando il benvenuto proprio a me.

A prima vista…
Nel tragitto dall’aeroporto vedo per la prima volta Sydney. Un’immagine in movimento come una serie di fotogrammi, dal punto di vista mutevole dell’automobile, per descrivere le primissime sensazioni su questa città. Vedo una città bassa ed incredibilmente estesa, cresciuta chissà come in mezzo ad un paesaggio selvaggio di colline e fitte foreste, che cerca di contendere spazio a questa natura, in un paese dove lo spazio è l’ultima delle preoccupazioni. Una metropoli adagiata in un sito eccezionale, dove la terra e l’oceano si incontrano formando quello che è conosciuto come uno dei porti naturali più spettacolari del mondo. Attraversiamo zone di costruzioni basse dai fronti eterogenei, simili a moderni villaggi di frontiera; quartieri residenziali di villette con giardini ben curati che sembrano case per le bambole; schiere di terrace houses con le ringhiere di ferro battuto ricamate al tombolo; fronti compatti di costruzioni basse da “far west” animate da mille colori di insegne. Di tanto in tanto grossi centri commerciali ingombrano la vista, goffi attori dell’allegra cacofonia di edifici che dà un ché di confusionario all’ambiente, alimentando un sentimento di anarchia e libertà che non ho mai trovato fastidioso, anzi! Qua e là si riconoscono le forme di una chiesa o una moschea, una sinagoga, un tempio indù o una chiesa ortodossa importata direttamente dalla Grecia. Un esercito variegato di dimore per altrettanti Dei (o per lo stesso Dio con differenti nomi?) che esprimono meglio di ogni altra cosa una cultura, quella australiana, fatta di culture. Ed ovunque il verde e l’acqua.

Notturno…
Il primo incontro con la city ed i suoi grattacieli è velato e reso magico dalla notte che, con le sue ombre e le mille luci che vi si oppongono, riesce ad aggiungere fascino al fascino diurno, a volte un po’ opaco, di queste immense metropoli. E’ quasi mezzanotte, dal piccolo promontorio detto Mrs Macquarie’s Point, in fondo ai Botanical Gardens, si gode una vista spettacolare sul porto e lo skyline. Le masse imponenti dei grattacieli illuminati, che si riflettono nelle acque scure, fanno da quinta multicolore ai giardini botanici debolmente rischiarati dalle luci dei lampioni. L’aria è fresca in una notte tranquilla, i rumori della civiltà arrivano lontani e ovattati lasciando fiato allo sciabordio dell’acqua lungo la passeggiata ed agli acuti di grossi pipistrelli tra gli alberi. In cima ai 350 metri della Amp Tower, sopra al ristorante girevole di 4 piani, due enormi statue in metallo sorvegliano la città. Montate per le olimpiadi ricordano ancora l’epopea sportiva che ha appena portato Sydney al centro del mondo. Tutt’intorno, illuminati dai fari, grossi uccelli bianchi volteggiano lenti, dando al tutto un aspetto quasi surreale. In mezzo alla baia giace immobile, adagiata su un fluido velluto nero trapuntato di riflessi, la primadonna della scena. Come eburneo volatile l’Opera House sembra ritrarsi con altezzosità per librarsi leggera sull’acqua, nella quale le forme espressioniste dei tetti si riflettono come ali di gabbiani a volo radente sull’oceano. Il traffico di imbarcazioni che le danzano attorno incornicia l’effetto di “edificio galleggiante”, purtroppo rovinato di giorno dal rozzo e pesante basamento, che perde invece ogni materialità nell’illuminazione notturna. Tutto sembra fermo sotto il brillio fioco della croce del sud, ed è fissato nella mente come una di quelle cartoline notturne che quando arrivano ti fanno sognare ed invidiare chi ha avuto la fortuna di stato essere là. Sullo sfondo la struttura metallica dell’immenso Harbour Bridge disegna atmosfere cubiste in bianco e arancio su tela blu.

Gente…
Un mercato: quale luogo più appropriato per osservare un popolo e le sue particolarità? Individui di tutte le razze, vestiti nei modi più svariati, circolano tra le bancarelle allegramente. Moltissimi sono asiatici, qualcuno corrisponde allo stereotipo che si ha all’estero degli italiani, che qui è uguale a quello dei greci o dei libanesi. Alcuni hanno carnagione chiara e tratti nordici o anglosassoni e penso che stonino leggermente sotto questo sole forte e intenso. Una contagiosa aria di allegra rilassatezza li caratterizza in ogni modo tutti, riunendoli sotto la comune definizione di “aussies” per i quali “no worries” vuol dire prego e “it’s easy” è attributo di ogni problema. C’è sempre tempo per un sorriso, una battuta o una pacca sulla spalla e nessuno è mai troppo di fretta per non ascoltare cosa si ha da dire. Non è raro vedere qualcuno a piedi nudi o magari con i bigodini in testa, ma non siamo di certo qui per giudicare. Andare a fare la spesa in pigiama è una sensazione spassosissima, da provare per uno che, a Milano, è abituato a sentirsi a disagio se i calzini non si intonano perfettamente con i calzoni. Per loro noi siamo raffinati, per me spesso snob. Loro sono Inglesi, Irlandesi, Scozzesi, Italiani, Greci, Libanesi, Russi, Asiatici di ogni paese, Sudamericani e chi più ne ha più ne metta. Gravosa macchia in questo cocktail multicolore, dal sapore indubbiamente gradevole, è purtroppo la figura sotterranea, non presente, nascosta degli aborigeni. Gli antichi abitanti di questi territori si vedono raramente, più come essenze eteree per l’etere dell’alcol, che come antichissimi custodi della terra dove sono nati e dei suoi segreti. Ne incontro pochi che portano addosso la fierezza delle loro radici e su quei volti dai tratti forti vedo il retaggio di secoli di vita in un tutt’uno con la natura. Una pianta è forte se ha radici forti, se quelle si ammalano o vengono recise la pianta muore, ma fino alla fine rimane viva la speranza che possa tornare rigogliosa.

Sotto le torri di vetro…
Prendo il trenino, puntualissimo, che in 45 minuti circa mi porta dalla piccola stazione di Toongabbie, in questi sobborghi giardino deserti, anonimi e un po’ noiosi, fino nel cuore di una città modernissima di grattacieli, negozi, traffico e folla. Quando esco dalla stazione di Winyard, alla base di uno dei palazzi del centro, mi viene naturale alzare subito gli occhi per cercare l’abbraccio rassicurante del cielo ed è strano non trovarlo oltre il limite consueto degli edifici. Lo sguardo scorre lungo i piani fino a scoprire una sottile striscia azzurra lassù, molto in alto. Volevo provare la sensazione di camminare per le strade dritte, fra questi colossi e devo dire che ti fa sentire minuscolo, schiacciato, quasi fuori luogo visto che questo è il loro luogo e noi siamo creature piccole piccole che si arrampicano nel ventre di giganti di vetro e cemento. Il forte vento freddo che soffia dal mare si incanala lungo le strade, stretto tra i fianchi delle costruzioni, come respiro possente della città. Questa è la città delle torri di vetro, la città per l’uomo è molto più in basso, al livello consueto dello sguardo, quello che non ti fa venire il male al collo o le vertigini. I negozi, le luci e le insegne riportano i piedi dei giganti ad una dimensione più umana. Palazzi vittoriani ben tenuti e file di terrace houses strette fra di loro si accoccolano di tanto in tanto alla base dei grattacieli come ricordi retrivi di vecchia Europa.

George Street e il quartiere “The Rocks”…
Cammino a caso seguendo il reticolo geometrico di streets e lanes nella direzione che, secondo me, dovrebbe portare all’acqua. Per chi è abituato al labirinto del centro di Milano orientarsi in questo spazio cartesiano non è poi così difficile. Improvvisamente l’altezza degli edifici si fa più contenuta e fra i tetti a falde appare incombente la gigantesca mole dell’impalcato del ponte. L’atmosfera da vecchio continente si fa più intensa ed una scritta coloratissima avvisa che sono entrato nel quartiere The Rocks, primo insediamento europeo in Australia. Il confronto con la modernità lasciatami alle spalle imprime un clichè di anziano signore aristocratico su questo quartiere carino, tagliato a misura di turista. Le cortine compatte di edifici bassi delimitano la famosa George Street intarsiata di locali e pubs e gallerie d’arte. Dagli interni oscuri, nel più classico stile irlandese, si intuiscono figure di gente che beve e si diverte, mentre armonie di jazz, irish music, R&B si mischiano a risa e chiacchiere in un reel multicolore. Con un po’ di fantasia non è difficile immaginare facce di avventurieri, marinai e disperati di altri luoghi ed altri tempi seduti ai banconi.



Domenica, mercato “on The Rocks”…
Vengo accolto dalla confusione e dall’allegria del mercato domenicale. Koala, vombati e canguri di peluche, collanine ed anelli, vestiti e cappelli, vasi, statue e stampe aborigene dagli inconfondibili colori, calendari, cartoline e francobolli, magliette e cappellini delle Olimpiadi, gli immancabili boomerangs e molto ancora: mirabilia di ogni tipo, forma e colore occhieggiano ed ammiccano dalle bancarelle a clienti e curiosi ammaliati. Un aborigeno sorridente, vestito all’occidentale, vende dei bellissimi didjeridoos. Siede suonando su uno sgabello di legno e dal lungo ramo lavorato esce un suono profondo, continuo ed ipnotico, con acuti e cambi di ritmo improvvisi. Tra gli spettatori affascinati un grosso turista è particolarmente interessato e chiede di provare, ma dallo stesso strumento che prima vibrava di un suono magico e antico esce una corta e fiacca pernacchia più simile ad un meno nobile brontolio intestinale.

Il Circular Quay…
Dovessi indicare il cuore pulsante di Sydney penserei subito al Circular Quay: il molo semicircolare che porta da “The Rocks” fino all’Opera House ed ai giardini botanici. Al centro dell’insenatura quattro pontili si protendono ad accogliere il via vai dei traghetti. Un andirivieni eterogeneo di imbarcazioni, barche a vela, e grosse navi fa sembrare la baia una placida ma trafficata autostrada blu. Lungo la passeggiata centinaia di persone vanno a spasso nella quiete domenicale, destreggiandosi fra spettacoli di funambolici performers, bancarelle e negozi di souvenir. I turisti si accalcano alle balaustre per fotografare il teatro dell’Opera ed il ponte che si fronteggiano sui due lati opposti della baia, cinta dai grattacieli della city. Sulle panchine o sdraiati nell’erba verde delle aiole gli aussies osservano la scena con la tipica flemma e noncuranza. Soltanto i gabbiani ed i grossi ibis, che scorrazzano tra la gente in cerca di qualcosa da mangiare, sembrano affannarsi e ricordarci che questa è l’epoca del “tutto (s)corre”.

Il teatro più fotografato al mondo…
L’Opera House è senza dubbio un edificio pensato per essere visto a 360 gradi, da infinite inquadrature, ognuna delle quali differente. Persino i percorsi di avvicinamento sono adatti allo scopo, sia che ci si accosti da terra, percorrendo le due insenature arcuate che convergono in Bennelong Point, sia che lo si faccia dal mare, col rollio della barca. Si dice sia uno dei teatri più fotografati al mondo e, viste tutte le foto che scatto avvicinandomi, mi sento di crederci. Probabilmente ciò è dovuto ad un riuscito mix di “mito”, che ne ha fatto un simbolo in tutto il mondo, e ragioni compositive simili a quelle descritte sopra. Solo quando mi trovo ai piedi della grande scalinata d’accesso al basamento mi accorgo anche di quanto sia maestoso. La sensazione di leggerezza delle coperture lascia il posto alla loro imponenza. Ora posso notare come le vele in calcestruzzo, che mi sembravano dei gusci di avorio, siano in realtà rivestite di piccole piastrelle in ceramica, poste in diagonale in un’alternarsi di bianco e giallo per un accorgimento ottico. Ampie vetrate, con le strutture metalliche dipinte color salmone, lasciano trasparire gli interni dei foyer dove bionde ragazze in divisa aspettano sorridenti i visitatori.

Botanical Gardens…
Fiori, odori, profumi e sciami,
foglie verdi e verdi d’erbe,
alberi come monumenti. Momenti,
momenti di vite passati sdraiati a osservare,
pensare, fermarsi.
Rincorrersi di voli di uccelli colorati,
rossi e blu di colori sfumati
con bianchi e gialli: pappagalli!
Volano macchie nel verde brillante,
macchia minuscola in macchia gigante,
viola, odorosa di Jacaranda in fiore.
Sole e ombra, ombra e sole, lente passano le ore
tra armonie di suoni, lontani in un lieve mormorare.
L’acqua mi abbraccia da un lato e dall’altro
la città, in disparte, si limita a guardare.

Sul vecchio traghetto per Manly Beach…
Il cielo plumbeo, il mare grigio e spumoso ed il vento freddo danno alle alte scogliere viste dal battello un aspetto nordico ma affascinante. La city e i suoi personaggi scompaiono lentamente dietro il frattale della costa mentre si avvicina in lontananza la spiaggia di Manly. La cittadina assomiglia a mille altre località di villeggiatura, con negozi e caffè e gente in aria vacanziera che ciondola per le strade. Ovunque regna la più assoluta serenità. La spiaggia è un grande arco di sabbia fine, gialla, fra due promontori rocciosi. Pochi temerari sono sdraiati in riva al mare livido ed arrabbiato che ha impedito, per oggi, l’accalcarsi estivo dei bagnanti. Voli di uccelli e onde fragorose sono l’unica parte in movimento di questa polaroid di giornata in bianco e nero. Finestre, terrazzi e verande vetrate si protendono verso l’oceano, mostrando orgogliosamente arredamenti minimali di una asettica modernità come medaglie sul petto di un generale. Su uno dei moli di legno del porticciolo una piccola ruota da luna park è ferma aspettando giorni migliori.

…e Bondi Beach…
quella delle feste leggendarie; del beach volley alle Olimpiadi; dei surfisti detti anche “biscottini per squali” e dei lifesavers con le mutande rosse che tolgono i biscottini dall’acqua; delle bambolone gonfiate che fanno jogging e dei muscoli ostentati. Ma anche quella che, in questa giornata ancora di nuvole basse, trovo semideserta, con grande delusione di turista pieno di aspettative da depliant. Il Pacifico, schiacciato sotto il peso della cappa di piombo del cielo, si scuote e si agita con spruzzi di spuma bianca. Soltanto i pochi surfisti sembrano apprezzare, puntini neri intermittenti fra le onde. Sulla spiaggia rare persone sdraiate sugli asciugamani si perdono nella sua vastità. Un’estesa corona di costruzioni variopinte segue l’arco dell’insenatura, più ampia e incurvata di quella di Manly. Sulle scogliere ai due lati della baia stanno aggrappate le stesse ville moderne e lussuose, insieme ad alcune interessanti costruzioni che sembrano incrostare gli scogli da più tempo. La goffa mole gialla e un po’ decadente dell’Hotel Bondi ingombra il centro della vista. Tutt’intorno una costellazione di caffè, pubs, negozi e ristoranti dovrebbero accogliere folle di giovani festanti che oggi hanno disertato. Se Manly è la spiaggia per rilassarsi, Bondi è la spiaggia per divertirsi, ma qualcuno oggi deve essersene dimenticato. Anche qui gabbiani volano veloci sfruttando le correnti e la brezza mi porta un profumo intenso di iodio: quel profumo forte del mare in burrasca che ti resta dentro per sempre. Quando, molti giorni dopo, rivedrò Bondi in una giornata di sole e folla, in tutto il suo splendore da réclame in technicolor, ripenserò a questo giorno ed alla fortuna di averla potuta vedere anche così.

Homebush Bay…1
La “casa dei cespugli”, un tempo degradata ed inquinata area nei sobborghi della città, è stata tolta ai cespugli e donata al mondo che ha qui potuto ammirare i Giochi Olimpici di Sydney 2000. Certo dev’essere assolutamente magnifico passarci mentre è al centro dell’attenzione planetaria, nell’incredibile kermesse dei giochi, ma una volta conclusesi le dirette e spenti i riflettori a me ha fatto la seguente impressione…
Ordinato deserto super-tecnologico con terra di autobloccanti rosa e grigi, dove tribù di giapponesi, abilissimi cacciatori di immagini, si aggirano con la stessa dimestichezza con cui gli aborigeni affrontano il bush dei territori centrali. Le notevoli architetture dei complessi sportivi si trovano sparse come sassi in questo spazio: giganteschi monoliti sacri al totem dello sport, così forte da cantare e incantare l’intero pianeta in un contemporaneo, nuovo “tempo del sogno”. Sogno di unire per una volta sotto lo stesso ideale mille culture. Sogno per un paese giovane e dinamico, finora semplicemente definito “down under”, di stare anche solo per un po’, seduto sul tetto del mondo. Tra gli edifici spiccano l’onda dell’Aquatic Center, il volume elegante della stazione ferroviaria e l’immenso Australia Stadium, nuova Uluru di questo orizzonte, oggi deserto, domani chissà?

Kirribilli e Mylson’s point…
New York, Toronto, San Francisco, Chicago… le metropoli ed i loro grattacieli, un ponte, l’acqua, le luci e la notte. Questi elementi hanno costruito nel tempo dei modelli e delle icone magiche che sono ormai nell’immaginario di tutti. Penso che “magica” sia la parola perfetta per definire l’atmosfera che si respira in questa notte mentre, seduto sulle rive della baia a Mylson’s Point, dalla parte opposta della city, guardo la città per l’ultima volta dandole il mio commiato. Ancora una volta le luci, i grattacieli e l’Opera House, l’acqua e la danza placida e variopinta di riflessi e tremolii nella notte che tutto ammanta. Sopra la testa, da qui davvero immenso, l’ardito salto dell’Harbour Bridge, sotto i cui piloni mi sento scomparire. Intorno a me è disteso un parco verde e curato, attraversato da una passeggiata che, passando sotto il ponte, porta fino ad un appartato molo di legno, dove il ghigno luminoso della maschera-ingresso del vecchio Luna Park smaltisce indigestioni d’euforia. In secondo piano la ruota panoramica si sta prendendo un meritato riposo. Proseguo oltre e raggiungo una rada placida dove alberi e sartie di piccole imbarcazioni tintinnano al vento. Cammino così in una continua scoperta, cercando di assorbire quanto più posso per fissarlo nella mente e portarlo a casa con me. Gli elementi ci sono tutti per definire questa notte magica e ritengo che questi siano un luogo ed un tempo ideali per essere innamorati, di chi o di cosa per ora non conta. Di notte avevo dato il mio primo, vero saluto a Sydney, di notte mi sembrava giusto dirle grazie ed arrivederci a presto, un giorno.

Nota conclusiva…
Ebbene sì: i koala esistono davvero!!! Sono gli animali più teneri, morbidi e finti del mondo, sembrano dei peluche e pare impossibile che siano reali. I canguri non portano i guantoni da boxe, ma ospitano effettivamente i piccoli in una tasca sul ventre e, per la cronaca, non scorrazzano liberi per le strade di Sydney. Se qualcuno vi parla dagli alberi saranno, presumibilmente, coloratissimi pappagalli e la mattina è meglio che, prima di mettervi le scarpe, controlliate non siano state comodo giaciglio per un inaspettato ragno, grande come il palmo della vostra mano. Io, in Australia, mi sono sentito come a casa e l’amore che prima avevo per questa terra è ora ancora più forte e reale. Forse “libertà” è la parola che meglio di tutte sintetizza le sensazioni descritte.
Un infinito grazie alla mia dolce Laura, ai miei genitori e mio fratello Paolo. Thanks from the depth of my heart to Matthew, Lisa, Dean, Erin, Calel, Zane, Glenn, Alison, Elizabeth, Naomi, Kathryn, Cassie, Steve, Stan, John, Meg, George, Bill, Fadia, Narella, Antoniette and anybody else I had the pleasure to meet in Oz, the land down under.

Alcune semplici spiegazioni per capire:
– la traduzione letterale di Homebush è “casa del cespuglio”, o “cespuglio casa”.
– Il “bush” è più estesamente inteso dagli australiani come una di quelle vaste aree coperte di foreste, principalmente eucalipti e mangrovie, che caratterizzano larghe porzioni del continente.
– Il “tempo del sogno”, secondo gli aborigeni, è il tempo antichissimo della creazione del mondo. Durante il tempo del sogno gli antenati, detti sogni, uscirono dalla nuda terra e vagarono per tutto il continente “cantando” le cose che iniziarono così ad esistere. Quasi ogni elemento naturale presente sul territorio rappresenta un luogo sacro, dove i sogni creatori si sono fermati a riposare o hanno compiuto una qualche azione. Il più importante in assoluto, origine di tutti i sogni, è il maestoso monolito di Ayers Rock, detto Uluru, situato praticamente nel cuore dell’Australia sopra quello che sarebbe un forte “polo energetico” del nostro pianeta.
– “Down Under”, ovvero “giù sotto”, è uno dei nomi con cui si usa chiamare l’Australia. Comune soprattutto negli anni 80 è oggi usato più che altro da americani, neozelandesi, inglesi o irlandesi. Caratteristici sono i mappamondi rovesciati in cui l’Australia si trova in alto e l’Europa e gli USA, “down under”, se ne stanno a testa in giù.

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