Rhum in the room

di Giorgio Lucchini – 
Un pugno nello stomaco: questo era Manila alle 8 p.m. Ora locale.
Dopo 2 anni ero riuscito a convincere il mio amico (e per l’occasione) guida Roberto, a portarmi nelle Filippine con lui.
Eravamo partiti il 13 gennaio dal Catullo, e subito la situazione si era presentata piacevole: era arrivato in tempo limite, quando cominciavo ad innervosirmi, su una limousine… non si poteva fare a meno di ridere! Dopo una ventina di ore di viaggio eravamo atterrati a Manila; il tempo di recuperare un albergo, una doccia veloce e poi on the road.
Fuori dall’ albergo, in Mabindi street, comincio a vedere i primi bambini nudi e sporchi che dormono sui marciapiedi, famiglie intere vicino all’ immondizia; i pochi svegli sono sorridenti e… non ho paura, mi sento impotente… ferito, pero’ cerco di amalgamarmi.
La zona dove siamo e’ abbastanza centrale, e ci sono molti alberghi anche se non sono quelli mega, che sono in un altro quartiere. Da una via all’ altra si trovano ristorantini di varie etnie, dai cinesi, ai vietnamiti, a quelli medioorientali. Ma la costante e’ un senso di decadenza, di una provvisorieta’ accompagnata alla miseria e alla sporcizia che accompagna la vita di queste persone.
Mentre camminiamo parliamo delle aspettative di vita di uno che abita li’; di quello che puo’ sperare, di quello che puo’ pensare di noi europei che arriviamo con i portafogli gonfi. Ho girato un poco il mondo, e ho visto ancora delle scene simili, ma dopo aver sentito ancora qualche “crock” sotto le scarpe, e aver evitato rigagnoli di dubbia provenienza, il pugno allo stomaco si fa sentire sempre piu’ forte.
Per farmi passare lo shock, ci fermiamo in un bar; subito veniamo abbordati da un paio di ragazze… qualche parola in inglese, un vago appuntamento e andiamo alla ricerca di un posto dove mangiare.
Troviamo un ristorante cinese e ci rilassiamo mangiando degli ottimi noodles con carne e brodo che affronto con i bastoncini, e visto che non e’ la prima volta, non faccio una brutta figura.
Il bello di un viaggio e’ osservare… tutto il possibile: oltre ai proprietari, che stanno mangiando anche loro, c’e’ un tavolo di uomini che hanno voglia di bere, e ci stanno riuscendo veramente bene:
penso che tireranno una “Ciclopica” con i fiocchi.
Noi siamo alla terza birra e decidiamo di andare a caccia di avventure: “Torniamo al bar di prima?”
dice Roberto, io non ho obiezioni di sorta; ci fermiamo a cambiare qualche dollaro in un piccolo ufficio abitato da una signora incinta: la valuta e’ giusta e nessuno ci importuna… comincio a rilassarmi.
Nel tragitto vedo ancora qualcosa delle mie prime ore a Manila, e la gola comincia anche a sentire i primi fastidi dell’ inquinamento: Manila e’ una citta’ che non si ferma mai; e migliaia di Jeepney, automobili, pullman continuano a girare 24 ore al giorno! Ho visto vigili con mascherine inutili, taxisti sputare i polmoni, pedoni fare testamento, e ciclisti con la casa sul portapacchi; per non parlare di quelli che non hanno neanche la bici.
In completa confusione mentale entro col mio amico nel bar di prima, eredita’ di un tempo in cui gli yankee spadroneggiavano, con un banco circolare su cui una volta ballavano le ragazze circondato da sgabelli, una musica assordante, le luci soffuse e l’ immancabile biliardo: un paio di minuti e naturalmente veniamo abbordati; conosco il Brazil e non voglio farmi spennare la prima sera… sbaglio, perche’ in questo luogo i ritmi sono diversi (non ci sono le maracas).


Mentre l’ esperto si pavoneggia, io sono leggermente imbranato e sicuramente faccio una delle solite figure di cacca… ma dalla cacca s’ impara sempre qualcosa, e a un certo punto cambiamo posto.
Dopo tutte quelle birre comincio ad avere impellente bisogno di orinare e entriamo nel primo posto che troviamo… a parte la scarsita’ di donne non sembra molto diverso da quello di prima: che siamo capitati in un locale gay?
Nessun problema… ci sono molte persone che stanno giocando a biliardo; qualcuno con la propria stecca… noi cominciamo a bere, a un tavolino vista strada.
1,2,3 birre e non succede nulla; Roberto vede, e mi fa notare una ragazzina su zatteroni, provvista di zaino (la sua casa) che arranca sui malmessi marciapiedi di Manila: “ Questa e’ messa male; non sa’ dove andare a dormire!”.
Le sorridiamo… perche’ ci va’, e lei ci dice qualcosa che non riusciamo a capire attraverso i vetri, comincio a sentire forti pressioni alla vescica: la San Miguel fa’ effetto, e devo guadagnare il bagno se non voglio pisciarmi addosso come un bimbo.
Mi segue un ragazzotto corpulento, che guardo distrattamente pensando solo a scaricare il surplus di liquido.
Quando torno a sedermi la ragazza della vetrina e’ entrata con una sua amica: sono della serie: “poverine”, ma comunque non mi dispiace offrirle qualcosa da bere e fare quattro chiacchiere.
Alla fine siamo troppo ubriachi per avere pulsioni sessuali, e dopo aver comprato la prima bottiglia di Tanduay della serie, le facciamo dormire nella nostra camera… non ci sono problemi a Manila.
La mattina dopo partiamo per il tour culturale. Oltre all’ umidita’ , l’ inquinamento e un grosso caos,
a Manila esiste anche Intramuros; che e’ la citta’ vecchia, il posto dove gli spagnoli avevano la loro fortezza.
Per arrivarci, da Mabindi passi una vasta area pedonale, dove ci sono delle statue, gente che cazzeggia, qualche senzatetto che dorme li’, oltre a vari giardini tra cui uno Giapponese e fiori e piante. Sembra un buco in mezzo alla citta’ , senza case, solo delle panchine e qualche baracca dei giardinieri.
Passiamo sotto un’ arco massiccio, e il colpo d’ occhio cambia; le costruzioni sono curate, enche se rimane sempre quella sensazione di decadenza, la stessa che ho provato guardando i grattacieli che sembrano gia’ vecchi appena costruiti.
L’ architettura e’ da fortezza, e anche la chiesa di S. Augustin, che visitiamo con annesso museo dei conquistadores cattolici ha il perimetro chiaramente a prova di scasso.
Visitiamo qualche vecchia residenza e un grande negozio, dove oltre a pacottaglia per turisti, ci sono dei pregevoli pezzi di artigianato… purtroppo sono tutte cose che in uno zaino non ci stanno.
La chiesa di S. Augustin, merita un discorso a parte, girando le varie canoniche e le cappelle, si vedono la miriade di oggetti sacri, naturalmente di gusto spagnolo, con cui gli uomini di chiesa sbalordivano gli indigeni, e nei vari quadri raffiguranti gli sbarchi, si intuisce la grande potenza dei religiosi in quei tempi oscuri.
Vale la pena di andarci… anche solo per vedere il magnifico organo, o il giardino… poi ci sono delle fotografie d’ epoca e un mucchio di quadri.
Il fuso orario comincia a farsi sentire, e andiamo a farci un riposino: domani abbiamo un volo da prendere: “Palawan the last frontier”.
Ci svegliamo in tempo per trovare per la strada Apple Joy: una delle ragazze della sera prima, che dopo averci abbracciato se ne va’; e a quel punto troviamo per caso un ristorante vietnamita dove non c’e’ traccia di europei, e mangiamo un chowloon con noodles… che sarebbe una minestra di verdura con spaghetti di riso e… a scelta pollo o carne.
Buona, con l’ aggiunta di salsa di soia e peperoncino.

All’ imbrunire troviamo l’ altra delle due ragazze: il mondo e’ piccolo, che ci porta in un locale dove fanno musica dal vivo; naturalmente mangiamo qualcosa e intanto osserviamo. C’ e’ qualche europeo oltre a noi, e qualche gruppetto di ragazze in caccia; noi vogliamo fare i bravi ragazzi almeno per il momento e quindi stiamo sulle nostre, anche se devo dire che qualcuna induce molto in tentazione, ma io ho deciso di concedermi solo per amore e non per soldi in questo viaggio… almeno finche’ resisto. Conosciamo un cantante abbastanza scatenato, che ha nel repertorio canzoni dei Clash e altre cose locali. alla fine arriva al nostro tavolo, dove ci sdebitiamo con un paio di birre per aver fatto cantare la nostra amica.
Vuol rifilarmi a tutti i costi la sua cantante… che devo dire e’ abbastanza carina, ma non se ne fa nulla e alla fine dopo che mi ha raccontato la storia della sua vita torno nella mia camera a nanna.
Prima di addormentarmi comincio a pensare che queste Filippine non mi dispiacciono affatto, anche se sono piene di problemi, e la gente ha una vita molto dura… ho visto le impalcature di bamboo, che gia’ a Hong Kong mi avevano colpito perche’ mi sembravano improbabili, i poliziotti armati all’ ingresso dei grandi magazzini, qualche stralcio di televisione… la realta’ che non posso ancora comprendere, pero’ mi sento tranquillo e continuo a sorridere alla gente, che ricambia forse perche’ sembriamo “La strana coppia”.
Arriviamo agli uffici della Philippines Airlines alle 8.45 per scoprire che dal 1° di Gennaio hanno cambiato l’ orario dei voli: nonostante avessi controllato in rete qualcuno non aveva aggiornato il sito…
prendiamo il biglietto dopo aver assalito un paio di funzionari e ci facciamo portare in un lager vicino all’aeroporto, sconosciuto anche ai tassisti.
Buttiamo via una giornata agli arresti domiciliari, leggendo qualche libro e continuando a guardare l’ orologio che non vuole saperne di andare avanti, il tutto inframmezzato da schiacciamento di zanzare, visto che siamo in un posto di quelli vicini a scoli vari.
La cosa positiva e’ che in 10 minuti siamo in aeroporto, e dopo il check in ci sentiamo rinascere…
fra qualche ora saremo a Palawan… fra qualche ora cambia lo scenario.
Inganniamo il tempo osservando la varia umanita’ che affolla la sala d’ imbarco… riconosciamo il fratello di Ronald Regan, qualche marine diretto a qualche base americana e una moltitudine di Filippini, che comincio a distinguere nelle varie discendenze: ci sono quelli di origine cinese, quelli di origine portoghese o spagnola, e quelli puri; ognuno ha delle caratteristiche somatiche diverse.
Finalmente prendiamo il nostro volo e dall’ alto vedo la miriade di isole che compongono l’ arcipelago; senza intoppi ci prepariamo ad atterrare a Puerto Princesa… il pilota fa miracoli per immettersi dritto sulla pista combattendo contro varie raffiche di vento, e se devo proprio essere sincero per la prima volta in tutti i miei voli comincio a preoccuparmi.
Ma il nostro capitano ha le palle, e ci porta a terra come da copione… poi ci tocca aspettare una mezzoretta, perche’ la scaletta e’ in sciopero e non ne vuole sapere di attaccarsi al portellone: sbarchiamo con una decina di operai che la tengono ferma a mano, guardando con apprensione Roberto che e’ abbastanza corpulento.
Puerto Pricesa e’ la capitale dell’ Isola di Palawan; una delle piu’ grandi isole delle Filippine, e’ una citta’ non molto grande e dai molteplici aspetti, che scopriro’ piu’ avanti.
Dopo aver recuperato i bagagli, veniamo subito avvicinati da due “Driver” che il mio amico conosce da tempo, che ci portano ad un albergo. E’ la mia prima esperienza su un trycicle, che sarebbe una specie di “Ape” senza cassone ma con una carenatura: e’ il taxi per eccellenza a Puerto; comodo, colorato, simpatico e… sempre diverso perche ogni driver lo personalizza, come del resto fanno con le Jeepney.
Avevo deciso di smettere di fumare… e praticamente era un giorno che non toccavo una sigaretta: mentre sto facendo la guardia ai bagagli fuori dall’ Airport Village Hotel, che a parte il nome non ha nulla di eccezionale e si spende poco, mi capita tra le mani il Van Nelle e automaticamente mi faccio una sigaretta: c’e’ abbastanza umidita’ e non mi viene molto bene, subito si avvicinano alcuni drivers che stazionavano li’: “Marihuana?”. “Mah dai!!!” Figurati, se ne convincono solo dopo essersi fatti qualche cicca. E’ un primo approccio con gli abitanti, e cosi’ rispondendo alle loro domande inizio a familiarizzare. Comincia a piacermi questo posto… non so’ ancora il perche’ ma comincia a piacermi, e la sensazione continua anche dopo, quando appena il tempo di gettare i bagagli ce ne andiamo in un posto a bere una birra tranquillamente con i nostri amici driver: Rolli, Bernardo, Nito, Alfredo,Victor e tutti gli altri di cui non ho ben presente il nome, ma ne ho conosciuti tanti! La barista e’ carina alla “Tratoria” e con una San Miguel, fredda tra le mani sparscono anche le tante ore di volo e lo stress del viaggio, alla seconda birra decidiamo di tornare in albergo a darci una ripulita prima del pranzo.
Prima scoperta della “ Doccia Filippina” che abituandosi non e’ poi cosi’ male: consisterebbe nel riempire un secchiello con l’ acqua e bagnarsi, poi insaponarsi, e poi risciacquarsi nella stessa maniera; semplice no!?
Naturalmente ristorante Vietnamita: ci andiamo con Rolli e parliamo del piu’ e del meno davanti a un buon Chowloon special e all’ immancabile San Miguel.
Instancabili, anche perche’ non riusciamo a dormire, nel pomeriggio andiamo a fare 4 passi in citta’.
Cosa normalissima, se non per il fatto che a un certo punto ci si accoda un bambinetto che vuol fare la strada con noi; Roberto gli prende la manina e ci teniamo compagnia per un bel pezzo di strada, poi lo ritroviamo e lo accompagnamo per un altro pezzo.
Il primo impatto con Puerto e’ buono: e’ molto piu’ pulita di Manila, e anche se c’e’ abbastanza traffico non c’e paragone, percorrendo la via principale che porta fino al molo non posso fare a meno di notare la curiosita’ che suscitiamo nei passanti: siamo piu’ alti della media dei filippini, e non si puo’ fare a meno di notarci, anche per il nostro modo di muoverci, decisamente insolito; cosi’ i sorrisi si sprecano e anche i commenti, che naturalmente non capisco, ma mi sembrano amichevoli. Arriviamo fino al mercato, dove scopro che la maggior parte delle verdure sono… a misura di filippini; cosi’ vedo cipolle mini, aglio mini, e i famosi “Kalamansi” che sarebbero dei limoni minuscoli ma dal gusto forte. Finalmente all’imbrunire, per dare un po’ di respiro ai miei neuroni ci sediamo a farci una birra, e poi un bicchiere di rosso californiano da “Bruno’ s vini e specialita’ italiane” : e’ uno Svizzero, ma il vino e’ buono e non costa un’ esagerazione.
In albergo poi, arriva qualcuno che vuol farci conoscere due ragazze, ma di quelle serie: non prostitute, l’ idea non mi dispiace e organizziamo per la sera dopo. Non riusciamo proprio a stare chiusi in camera e usciamo; di fronte c’e’ il ritrovo dei driver, che quell’ ora sono ormai cotti. Facciamo un giro di birre, regalo qualche caramella a qualche bimbo, e conosciamo un ragazzino orfano: tutti gli danno una mano… nei limiti del possibile, ma sicuramente la sua vita non sara’ facile.Tutto questo mi riempie di rabbia, impotenza,… purtroppo sono solo un viaggiatore… non ricco; potrei salvargli la vita per un mesetto… poi tornerei a casa! Cerco di ricacciare la nuvola nera che vedo ormai sulla mia testa e con gli altri discutiamo dell’ Italia, di quello che conoscono, che e’ veramente poco, e dei loro problemi che sono veramente tanti. Ma hanno una loro filosofia che non riesco a capire bene, ma che in qualche maniera li aiuta a sopportare tutto.
Arriva Alfredo, con una balla da gatto e ci carica sul trycicle per portarci dove si puo’ mangiare.
Quando ci accorgiamo che sta per finire la strada gli diamo una svegliata, e lo costringiamo a restare a mangiare carne e patate in un posto gestito da Tedeschi; cosi’ conosco ancora altre cose di quel paese, e tanto per finirla in bellezza, torniamo in Hotel e stappiamo la prima bottiglia di Tanduay: da quel momento in poi viene fuori di tutto… Alfredo e’ Paesano di Roberto, perche’ e’ di Cabayougan… posto dove Roberto ha un pezzo di terra… per sintetizzare la bottiglia va a finire nel cestino, naturalmente vuota.

Alfredo dopo vari tentativi riesce ad uscire dalla porta, io e Roberto ci commuoviamo per l’ orfano e si sono fatte le quattro del mattino. Potenza del Tanduay; il mattino dopo lucidissimi,
alle 8.30 Rolli mi trascina a vedere la Crocodile Farm: un centro governativo, dove cercano di salvaguardare i Coccodrilli, e altre specie selvagge; mi sembra giusto pagare il biglietto e visitarlo e
oltre a coccodrilli di varie eta’ ci sono anche degli esemplari di fauna dell’ isola; ma gli zoo non mi sono mai stati molto simpatici, preferisco vederli liberi gli animali, con tutto quello che comporta.
Al ritorno ci fermiamo a meta’ strada: stanno uscendo gli studenti e ogni tanto vedi qualche ombrellino: perche’ li’ il sole picchia e se ci stai 12 mesi l’ anno… picchia.
Mentre sono seduto a un baracchino osservo cosa fanno le persone, naturalmente mi guardano e parlano tra di loro, percepisco delle differenze di linguaggio forse parlano qualche altro dialetto.
Rolli mi spiega, che ci sono molti Vietnamiti a Palawan, e in queste 4 case ci sono solo loro.
Mi rilasso guardando il lento scorrere della vita; sono lontani il caos della citta’, il mio lavoro, i ritmi frenetici che scandiscono tutti i giorni.
E’ il momento di mettere qualcosa sotto i denti, e prendo confidenza con un’ altra tradizione Filippina affrontando il mio primo “Chicken Inato” in vita, scopro che le mani servono anche per mangiare, l’ importante e’ lavarsele, prima e dopo.
Arriva la sera, e andiamo da Tom Tom a conoscere queste ragazze davanti a del buon cibo; e’ molto accogliente, fanno della buona musica, e c’e’ una bella atmosfera, e’ il ritrovo preferito degli occidentali che vivono a Puerto, e l’ allegria e’ di casa. Cosi’ conosco Imelda:che naturalmente di cognome non fa Marcos… ma dovevo aspettarmelo; la mia prima volta nelle Filippine, non potevo che conoscere una ragazza che si chiamava cosi’.
Due occhi marroni incastonati in un viso dalle fattezze cinesi, simpatica, carina… un poco timida.
Dopo varie rotture di ghiaccio, ci buttiamo nelle danze e comincio ad innamorarmi: ”una giornata al mare in compagnia con pesce ecc. ecc.” Riesco a tradurre nel mio un po’ arruginito inglese, che con l’ uso si sta’ ripulendo.
Lo chef e’ Victor, e devo dire che a parte vedere il povero granchio soffrire… lo assumerei in uno dei migliori ristoranti di pesce; White Beach si chiama la spiaggia, e tradizionalmente, le famiglie vengono li’ a fare pic nic in compagnia. La giornata trascorre in allegria, con qualche nuotata e la seconda mia scoperta sulle tradizioni Filippine: le donne fanno il bagno vestite… mi viene ancora da sorridere a pensarci, ma del resto e’ cosi’, fa parte delle loro tradizioni e bisogna accettarlo. Naturalmente non e’ che il nostro tempo possa trascorrere senza che succeda qualcosa di anomalo: stiamo nuoticchiando tranquillamente, e vediamo un labrador in braccio a una ragazza… o il contrario; a un certo punto ce lo troviamo vicino, e si dirige verso di noi, abbracciando e baciando prima Roberto, e poi me’.
Solo vicino all’ equatore possono succedere cose cosi’… oppure negli altri posti e’ piu’ difficile, ma lo stesso e’ uno di quegli episodi “magici” che riescono a riconcigliarti con la vita. Rilassati e’ soddisfatti torniamo a sera in albergo, domani partiamo per Sabang: dopo qualche giorno di relax e’ ora di conoscere la parte selvaggia di quest’ isola; decido di continuare la conoscenza con la mia amica, e la assumo come segretaria in cambio di una settimana di vacanza, accetta.
Il mattino mi sveglio presto e mi incammino verso il mare: saranno un paio di kilometri, e’ Domenica e lungo la strada ci sono varie chiese; oltre a guardare la vegetazione, gli alberi e la gente che passa ascolto anche delle canzoni religiose, cantate in coro da qualche fedele, di qualche chiesa.Incontro poche persone, e mi immergo nella natura: ci sono degli alberi alti che mi ricordano la savana, fiori coloratissimi di cui non so’ il nome, e ancora una volta mi rendo conto di quanto abbiamo perso nelle nostre citta’ di cemento.
Nito passa a prendermi e andiamo a casa di Imelda, conosco anche la mamma e mi sento responsabile… con qualche preoccupazione, arriviamo alla stazione delle Jeepney; Roberto e’ davanti a uno stuzzichino e visto che c’e’ da aspettare, mi accodo e ci concediamo il solito paio di birre, visto che per il Tanduay e’ troppo presto.
La nostra Jeepney e naturalmente molto colorata e con cromature vistose, stracolma di carico e bagagli e parte solo, e ripeto solo, quando e’ completamente carica.
Arriva il momento fatidico di salire a bordo, e mi rendo conto che a volte la mia statura e’ un impiccio.
Mi intrufolo al mio posto, che e’ davanti; cosi’ posso vedere bene l’ autista, di fianco nulla, perche’ i finestrini sprovvisti di vetri sono ad altezza filippina e io vedo solo la strada.
A parte queste sottigliezze siamo in mezzo alla gente, quella vera, quella che vive li’ .
Vicino al guidatore ci sono altre persone, lui riesce a guidare tutto spostato a sinistra: Roberto mi dice che e’ quasi normale, o almeno succede la maggior parte delle volte. Non mi preoccupo affatto, perche’ sicuramente non ha la faccia di quello che vuole morire e quella strada la fa tutti i giorni.
Abbandoniamo l’ asfalto; non per voglia ma perche’ e’ finito e inizia la strada… quella naturale, con le buche.
Basta fare un cenno, perche’ la Jeepney si fermi; in un punto imprecisata dopo San Vincente sale un ragazzo, dopo aver caricato la sua casa… due o tre travi di legno, delle stuoie, un paio di batterie e uno zaino.
Gli inservienti riescono a farci stare tutto, e con il loro codice formato da colpi sulla carrozzeria danno il via libera per la partenza.
Nel frattempo mi guardo intorno e mi convinco sempre di piu’ che questo posto mi piace, le persone sono simpatiche, i bambini mi sorridono e il Dott. Peso (che sarebbe Roberto) ogni tanto mi fa fare delle figure di merda tipo: prendermi il braccio e metterlo al collo di imelda facendo gesti sconsolati al resto della platea, Imelda diventa sempre piu’ rossa; essendo filippina non riesce ancora a capire in che mani si e’ messa, io guardo il guardabile cercando di non commettere errori, e gli altri passeggeri fanno fatica a trattenere le risa.
A proposito di riso, lungo la strada vedo come si fa a farlo asciugare: su grandi stuoie, con degli attrezzi di legno che assomigliano a scope. Roberto e’ caricato a mille perche’ comincia ad avvicinarsi a casa sua, difatti dopo varie curve, baie di cui non ricordo il nome, vegetazione lussureggiante, stiamo arrivando a Cabayugan dove ha un pezzo di terra, c’e’ una notevole emozione nei suoi occhi semichiusi per la polvere, che sottile si infila nel naso e nella gola. Ogni tanto qualche “Carabao” attraversa la strada.
Me ne aveva parlato dei motori delle Filippine, di quei rispettabili animali che aiutano la gente nel loro lavoro, lenti ma tenaci e non si fermano mai. Era la prima volta che ne vedevo uno, e nonostante la brusca frenata, non potevo che guardarlo con affetto… qualche giorno dopo, forse, con meno… ma succede: “Carabao perche’ sei morto… pane e vin non ti mancava… “ cantavamo tra lo stupore dei viaggiatori, mentre venivamo sballottati tra la jungla.
Non posso dimenticare le soste in qualche villaggio, dove naturalmente si accalcano i venditori di qualunque cosa… naturalmente prodotti locali: ho mangiato delle arachidi crude con un gusto unico, che rimangero’ la prossima volta che ci passo.
Uno strattone mi dice che stiamo per arrivare a Sabang, mentre il sole ha ancora qualche minuto di vita, e riesco a vedere solo il posto di polizia con qualche mitra e il mare.
Stiamo dimenticandoci di pagare, perche’ arrivano subito due tipi che hanno riconosciuto Roberto, quando arriva il ragazzo con tutti i soldi fra le dita, ci ricordiamo anche di questo, succede tutto velocemente, e ci troviamo nel nostro Resort. Non ho ancora visto praticamente nulla di Sabang, ma il suo odore mi piace, e mentre la luce cala mi riprometto di guardarlo meglio domani.
Prendiamo possesso dei cottage e conosco un paio di altre persone; divido la stanza con Imelda con cui non ci sono ancora coinvolgimenti sessuali, e andiamo a farci una birra in compagnia.

Mi siedo rivolto verso la via, anche se non mi sono ancora orientato e mi guardo intorno. Ci sono i proprietari dei cottage qualche avventore e Elmer, pescatore e guida che il mio amico conosce da tempo.
Seguo i loro discorsi ancora sotto choch, senza capire molto, rimanendo nel mio angolino e aspettando la parola giusta per intervenire.
Arriva il momento di andare a mangiare qualcosa: muniti di torce ci avviamo verso il Blue Bamboo; perche’ la luce va via alle dieci e mezza, e non e’ che ci sono i lampioni sempre. Ci arriviamo per niente, perche’ quella sera non c’e’ nessuno e non si mangia e alla fine torniamo a l nostro albergo a dividere la zuppa che era rimasta.
E’ la prima volta che dormo con una donna filippina nell’ altro letto, mentre avvolta nelle coperte come in un bozzolo fa i suoi sogni; quella sera tutti gli animali del posto insetti compresi vengono a darmi il benvenuto, e fra ululati, miagolii e qualche colpo di tosse, non e’ molto facile prendere sonno. Al mattino non devo avere una bellissima cera, ma lo stesso trascino la mia amica a fare un giro sulla spiaggia e sento sotto i miei piedi la sabbia di Sabang; devo ancora rendermi conto veramente di dove sono, ma quando arriviamo a una formazione calcarea che mi ricorda un paesaggio lunare, mi giro guardando i profili delle montagne, poi il mare, poi… decido di tornare indietro e vado a svegliare Roberto.
Facciamo quattro chiacchiere, mentre mi spiega quelle spiagge e altre cose del posto nell’ intervallo tra un’ onda e l’ altra. Passiamo la giornata in completo relax; tanto per entrare in sintonia con quel luogo, coi suoi silenzi, con i suoi ritmi lenti e il suo fascino, cosi’ comincio a vedere bambini che giocano a S-cianco, o fanno rotolare una piccola ruota attaccata a un bastoncino, o fanno strani giochi in compagnia, e sembra che si divertano molto… alla faccia della Playstation.
Abbiamo fatto conoscere delle ragazze del posto a Imelda, cosi’ non si sente sola e puo’ spettegolare
liberamente.
Ogni tanto si sente il rumore di un vecchio trattore cinese riadattato: e il “Tura Tura” ; praticamente il taxista del paese, che per tutto il giorno trasporta le persone da Sabang a Cabayugan. Una persona colta e curiosa, interessata a conoscere altre realta’ ; scopro anche che e’ testimone di geova, come mia sorella.
Tra tutte queste sensazioni sto trascurando la mia amica: la marco stretto e riusciamo a parlare della sua vita, di chi e’; siccome secondo me’ continua a raccontare un sacco di balle, comincio a chiamarla Pinocchia, accompagnando con un classico gesto e un fischio, e dopo qualche ora e’ diventata una moda a Sabang.
E’ il mio primo giorno in un villaggio filippino e comunque riesco a sopravvivere fino a sera, andiamo a mangiare da Lorena al Blu Bamboo: e’ una vecchia amica di Roberto; un misto tra Peter Pan, un terremoto e un qualcosa di alieno.Mangiamo bene, poi si aggiunge gente e diventa una piccola festa. A un certo punto sento una certa pressione, data sicuramente dal bisogno di stare un momento solo, vado a fare un bagno perche’ c’e la luna piena: e’ la prima volta che vedo le stelle cosi’ presenti che quasi le puoi toccare: tutte le costellazioni a portata di mano, senza sbavature. Qualcuno mi aveva parlato di plancton luminescente e allora volevo provare: di plancton luminescente nemmeno l’ ombra, pero’ ad un certo punto girandomi verso la riva vedo una massicciata che mi guarda; tutti i sassi con il loro occhietto mi controllano. Difficile crederci senza esserci: “Parola di scout”. Ci metto qualche secondo a collegare che stanno riflettendo la luna, e quello che vedo e’ l’ effetto sulla loro superfice liscia, ma mi sembra veramente di essere in un posto magico, e di starci bene.
Sento i richiami degli altri, e esco dall’ acqua prima che vengano a cercarmi.
Mi rivesto sotto gli sguardi dei miei amici, dopo aver cantato e suonato in compagnia ci dirigiamo verso casa, e a questo punto mi sconcentro un poco.



Non c’e’ luce oltre a quella della luna e delle nostre torce e il percorso e’ zeppo di trabocchetti, tipo gomena di una barca che mi frega al momento giusto, al posto giusto, giusto per farmi cadere e scarnificarmi gli stinchi.
Per fortuna il propoli che Roberto mi mette sulle gambe, unito a degli antibiotici, un po’ di fortuna e a una guaritrice, mi ha salvato da qualche infezione.
Il mattino dopo tutto il paese s’ informa delle mie condizioni, e ognuno ha il suo consiglio da darmi: oggi andiamo a vedere l’ Underground River, vanto di Palawan; e’ un fiume sotterraneo che si estende per molti kilometri, ma ora se ne puo’ visitare solo un paio. Saliamo sulla barca di Captain Elmer, che ci conduce senza guai fino alla piccola baia dove c’e’ il fiume; mentre aspettiamo il nosro turno, si fanno vedere degli enormi varani, che con la loro lingua saggiano l’ aria in cerca di cibo e non disdegnano infilare il muso negli zaini degli escursionisti.
Muniti di caschetti e salvagente ci inoltriamo a bordo della nostra canoa, con il pilota che ci indica dove puntare le luci per vedere qualcosa: Roberto mi racconta di quando con una spedizione speleologica lo ha percorso tutto, mappandolo anche nei rami secondari, con incontri a volte non molto simpatici; tipo ragni o serpenti.
Per noi comodi turisti invece oltre al disagio per l’ enorme umidita’, gli incontri sono solo con la miriade di pippistrelli e con le meraviglie architettoniche della natura, che quando ci si mette non ha maestri. Vedo cattedrali di stalattiti, che si fondono in varie tonalita’ col verde dell’ acqua, una specie di presepe mi si presenta dopo una curva, e il lento e regolare rumore della pagaia risuona sotto le volte dove grappoli di pippistrelli dormono.
Al ritorno decidiamo di fare il “sentiero delle scimmie” , una bella camminata me la faccio proprio volentieri… questo posto mi fa star bene, mi riempie di energia; capisco perche’ piaccia cosi’ tanto al mio amico, e mi sta contagiando!
Affidiamo Imelda a Captain Elmer e al suo equipaggio, e ci inerpichiamo per il sentiero: Bandana, e cappello da jungla sembiamo proprio dei guerriglieri; e’ un sentiero guidato per facilitare i turisti, pero’ e’ abbastanza duro, perche’ devi salire su una collina e poi ridiscenderla, il tutto in mezzo alla vegetazione lussureggiante; potrebbe passare qualunque tipo di animale, e nel profondo spero di vedere una scimmia e magari fare amicizia, ma oltre a farfalle dai colori sgargianti, insetti indescrivibili, liane e sassi, non riesco a fare nessun incontro strano.
Ad un certo punto comincio a sentire il rumore del mare, e emergo in una baia meravigliosa: vedo la barca in lontananza, e nell’ attesa che vengano a prenderci ci facciamo un bagno ristoratore in quello scenario da favola.
Tornati a Sabang, andiamo andiamo a farci uno spuntino al solito posto; ormai comincio a riconoscere la proprietaria, la signora incinta, il bambino nel girello… sembra che il tempo sia fermo, scorra ad un’ altra velocita’, ti permetta di cogliere quelle sfumature che noi ormai abbiamo perso, presi dalla nostra fretta quotidiana… e poi si mangia bene: quel giorno ci sono anche i poliziotti del paese, stanno guardando della gente che gioca a carte, c’e anche una donna e sono molto presi… sembra di stare in italia in una tranquilla osteria; se non fosse per il clima, la lingua e i tratti somatici potrebbe essere.
Non riesco a capire il gioco e mi limito a osservare, con noi c’e’ anche Alma, la manicure del paese: Roberto la conosce da tempo ed e’ una persona simpatica, finito di mangiare mi convince a farmi triturare le unghie; e’ la prima volta che lo faccio, ma dopo aver appreso che nella loro cultura avere le mani e i piedi ben curati e’ una cosa buona, acconsento di buon grado. Dopo mi sento diverso, anche se un poco strano.
Visto che ci siamo anche Imelda si sottopone alla tortura, e poi sembriamo tutti dei V.I.P. e la cosa ci fa molto ridere. Decidiamo di andare a mangiare al Dap Dap: il locale di Mania; una ragazza tedesca che vive li’ con il marito e un paio di bimbe, cerco di non farmi male durante il percorso e ci riesco. Il posto e’ molto bello: circolare, interamente in bamboo, con intorno altri tavoli, un’ amaca che ti fa venir voglia di stendertici sopra e qualche tappeto.
Mi viene quasi da piangere, quando le due bimbe ci portano la birra ridendo e lo prendo con un buon auspicio, e poi quando la piu’ piccola mi tira i pantaloni per farsi prestare i miei occhiali per giocarci e a cenni comunichiamo, sento una grande pace dentro.
Non riusciamo a finire la cassa di birra che avevamo ordinato, neanche con l’ aiuto di Stefan e Jocelyn, che sono lui tedesco e lei filippina, e vivono a Martaffe che e’ un posto meraviglioso, sperso tra le montagne e a mezz’ ora dal mare.
Li conosco quella sera e mi risultano simpatici, parliamo dell’ Europa, della situazione mondiale e anche di calcio, e alla fine decidiamo di andarli a trovare il giorno dopo. Torniamo a casa senza danni e mi rifugio nel piccolo chalet con Imelda; naturalmente il generatore e’ fermo e bisogna arrangiarsi con un lumicino a olio che riesce a impedirti di schiantarti contro qualcosa, e bisogna tenere acceso tutta la notte… per scacciare gli spiriti maligni. Cerchiamo di non sfiorarci, ed e’ molto difficile visto lo spazio tra i letti: “Che non creda che ci sto’ provando!”.
Parliamo di varie cose e alla fine si riavvolge nel suo bozzolo lasciandomi immerso in mille pensieri; a parte le zanzare gli altri animali hanno deciso di fare i bravi e riesco a farmi un sonno decente.
Il mattino comincia con una gita a vedere le mangrovie che sono nei canali dopo la spiaggia, dove conosco Daniel, un ragazzino sordomuto dotato di un’ intelligenza straordinaria che mi ha colpito veramente: dopo essere scesi dalla barca dove lui aiutava a pagaiare, ci incamminiamo verso il ritorno e dopo qualche minuto ci raggiunge in una spiaggetta di quelle che spuntano come i funghi.
Avevo gia’ visto sulla spiaggia delle scritte, e solo adesso capisco chi era l’ autore. Con estrema naturalezza scriviamo sulla sabbia i nostri nomi l’ eta’ e altre cose, e poi continuiamo a gesti, si stabilisce un rapporto simpatico, senza barriere o quasi, e’ facile e comincio a pensare che veramente questi luoghi abbiano qualcosa di magico.
Percorriamo la spiaggia e Daniel ci segue in bicicletta; ad un certo punto qualche neurone nel mio cervello ha un piccolo sussulto e trasmette agli altri neuroni un messaggio, io casualmente lo recepisco e mi scateno.
In quattro e quattr’ otto organizziamo una sfida sulla spiaggia, Roberto fa lo starter, e io a piedi e Daniel in bici partiamo come frecce… dopo qualche centinaio di metri esplodo e, naturalmente lo faccio vincere. Lui ride come un matto, e io riprendendo fiato e ringraziando i piccoli folletti di quel posto mi sento bene e siamo solo al mattino.
Arriviamo con la barca alla spiaggia vicino a Martaffe: starebbe benissimo su qualche cartolina, ma meglio rimanga li’.
Ci incamminiamo in mezzo alla jungla, attraverso un sentiero tortuoso, tra prati e cattedrali di bamboo abbassandoci fino a terra per passare qualche tunnel naturale, il verso di qualche uccello squarcia il silenzio, e la boscaglia si accompagna a spazi aperti interrotti da qualche ruscello. E li’ cominciano i guai.
Un paio riusciamo a passarli agevolmente, e anche se fatichiamo a tener dietro a Imelda e Alma, non rallentiamo la marcia, nonostante i miei sandali di pelle inadatti al percorso.
Ci troviamo di fronte a un tronco piu’ lungo degli altri; io non mi ero molto allenato a fare l’ equilibrista anche perche’ con il mio baricentro alto, sono handicappato e decido una strada alternativa.
Non sono molto convinto mentre mi aggrappo a un ramo, e quando sento l’ equilibrio che decide di andare a farsi un giro e il mio piede che si immerge in una melma indescrivibile affondando inesorabilmente, mi giro appena in tempo per vedere Roberto che scivola facendo la stessa fine; quasi all’ unisono cadiamo tutti e due in acqua mista a fango e merda di Carabao… ridendo come
deficienti, con le donne che cercano di tirarci fuori noi non troviamo meglio da fare che urlare: “Siamo nella cacca, siamo nella cacca, siamo nella cacca!”
Qualche spirito buono ci ha salvato da infezioni miste, visto che deve avermi morso qualcosa secondo Alma, ma anni di condizionamento dei miei anticorpi devono essere serviti a qualcosa.
Dopo esserci lavati in un ruscello pulito arriviamo nella valletta dove abitano i nostri amici.
Naturalmemente, non ci sono e passiamo del tempo ad ammirare il posto, dondolandoci sull’ amaca.
Praticamente non c’e’ anima viva, se si esclude qualche maiale da guardia che grugnisce ogni tanto.
Sarebbe il posto ideale per venire sequestrati dai famosi “ribelli” di cui ho molto sentito parlare, ma anche se ci stanno osservando, staranno ancora ridendo delle nostre disavventure.
Ci vorrebbe una bottiglia di Tanduay, o una buona “tromba” ma nelle Filippine non si puo’.
Purtroppo bisogna abbandonare quel posto, e mi viene male al pensiero di riattraversare il ponte… la prendo come una prova.
Questa volta i danni sono limitati, e il resto e’ una passeggiata. Arriviamo alla spiaggia, mentre l’ equipaggio cominca a preoccuparsi; Alma anche, e mi fa pesare il graffio sul pollicione: me lo disinfetto nell’acqua di mare sperando che non sia il mio momento anche se morire li’ non sarebbe poi cosi’ male. Saliamo nuovamente in barca per raggiungere le cascate… ci arriviamo in mezzo ai flutti, e sbarco mentre i marinai tengono ferma l’ imbarcazione come possono: “ like a crab” come un granchio.
Riesco a dare un paio di calci col pollicione ad un paio di scogli che sono li’ da millenni, ma trattengo l’ urlo per non dare alcuna soddisfazione a Roberto.
Purtroppo non c’e’ molta acqua, e le cascate non sono nel massimo splendore; comunque e’ bello farsi fare un massaggio naturale dall’ acqua fredda che continua per la sua strada incurante di chi ci passi. La barca se ne e’ andata, e capisco che non tornera’… nessuno mi ha detto che bisogna andare a piedi, e io da buon deficente totale, con aggravanti varie, ho lasciato le scarpe sul natante.
Oltre a sentirmi completamente scemo, mi prendo anche qualche parolaccia; visto che ci aspettano un paio di chilometri su una distesa di pietre. Non sono mai stato un vigliacco, e mi preparo alla tortura: Alma mi impone le sue ciabattine, e sono costretto ad accettarle.
Cerco di non pensarci mentre il mio cervellino si arrovella per trovare una soluzione, e osservo quello che ancora una volta mi sembra un paesaggio irreale, rimasto fermo nel tempo, e spero che qualche spiritello amico che sicuramente esiste li’, mi aiuti.
Dopo una piccola prova; e visto che non sono proprio una “pippa” , partiamo. Per qualche centinaio di metri tutto bene, ma poi la tensione, il sudore che mi fa scivolare e la rabbia che monta dentro mi interrompono la concentrazione, e comincio a sbagliare pietra e a microslogarmi tutte le caviglie disponibili e anche qualcuna in piu’. Imelda mi aiuta come puo’, dandomi la mano per tenermi in equilibrio, ma il dolore si fa sempre piu’ insistente, e anche se stringo i denti lo sento pulsare per tutto il corpo.
Comincio ad avere delle visioni, e vedo monaci shaolin che mi prendono in giro mentre saltello come uno stambecco impedito, facendomi vedere quello di cui sono capaci.
Il buon Roberto e’ avanti, nonostante tutte le maledizioni che gli mando: bastava mi avesse detto che dovevamo tornare a piedi, e avrei le mie fide scarpe da running… la prendo come una prova; un qualcosa che devo superare se voglio essere in sintonia, una prova molto dolorosa ma accettabile, resa meno dura dalle mie due amiche che si prodigano per la mia salute.
A un certo punto mentre io e Imelda ci teniamo per mano, i due deficenti davanti intonano una marcia nuziale, col risultato di farmi perdere l’ equilibrio e slogarmi l’ultimo ossicino sano.
Tutte le cose anche quelle piu’ brutte finiscono, e quando vedo una costruzione penso che ormai ce l’ ho fatta: e’ un tempio buddista, e allora la mia mente provata dalla sofferenza comincia a fare le congetture piu’ diverse… non ho bevuto e non mi sono drogato, ma lo prendo come un segno del destino.
Abbraccio le mie due ancelle, ed entriamo; non e’ la prima volta che ne vedo uno e come sempre la pace che si avverte non puo’ che contagiarmi. Arriva un monaco, e Roberto riesce anche a farsi regalare un libretto di preghiere.
Tornati in paese, davanti ad un paio di birre mi vengono riconsegnate le mie scarpe, su un vassoio… e ci organizziamo per il mio compleanno: si’ perche’ il mio amico si e’ lasciato sfuggire che domani e’ il mio compleanno, e visto il passatempo nazionale filippino, cioe’ il pettegolezzo, ormai lo sanno tutti e devo organizzare un minimo di qualcosa, anche perche’ ormai sono diventato un personaggio e la voce di quello che e’ successo si e’ gia’ sparsa, almeno a giudicare dai sorrisini che si vedono al nostro passaggio.
Ci pensero’ domani, anche perche’ dopo che Alma mi fa’ un massaggio con i fiocchi… non pensate male: solo massaggio; mi sento meglio, anche se le caviglie pulsano e al pensiero di affrontare il giorno dopo qualche altro chilometro a piedi, per andare a vedere le proprieta’ di Roberto sento un leggero terrore, penso al destino e al fatto che non sono venuto li’ per stare disteso a leccarmi le ferite.
Mi sveglia Daniel, che ormai e’ diventato nostro amico e naturalmente fa colazione con noi, anche se continua a dirmi a gesti di smettere di fumare, e che sono un diavolo perche’ ho l’ orecchino: formiamo un bel gruppetto; una combriccola scanzonata che mette il buonumore.
Dopo un buon caffe’ ci incamminiamo in una mattina radiosa: obiettivo Cabayugan; sono una decina di chilometri verso Puerto, a tutti quelli che ce lo chiedono diciamo che abbiamo deciso di andarci a piedi… le risate si sprecano, ma ormai fa parte del gioco, e io sono diventato il Dottor Lucignolo visto tutto quello che mi capita.
La strada praticamente e’ in mezzo alla jungla, alberi e vegetazione strana tutt’ intorno, anche la “Mimosa pudica” che sarebbe una specie di mimosa, anzi e’ una mimosa, che ha una particolarita’: se le tocchi le foglie si ritrae, e se continui, fa finta di appassire, reclinando il capino fino a morire; mi ricorda lo Zorro, che avevo visto in Mexico… solo che quello era un animale. Passo qualche minuto a terrorizzare un povero fiore, mentre risuonano le urla delle scimmie nella boscaglia e per la strada passa qualche viandante che ci saluta cordialmente.
Quanto sembra lontano il mio mondo, fatto di auto e di cemento; ogni passo e’ una scoperta e il tempo scorre lentamente.
Mentre io e Imelda facciamo un po’ di scherma con un paio di bastoni, passa il “Tura Tura” che ci da’ un passaggio fino alla casa di Eddie, dove conosco la signora Ate-Fe’: la moglie.
In una casa immersa nel verde, con piante di ananas, fiori di ogni tipo, galline, oche e maiali; mangio delle cose buonissime e semplici che mi risintonizzano con il mio essere, e cancellano qualunque brutto pensiero che passava di li’.
Lasciamo Pinocchia a spettegolare con la signora, e ci incamminiamo verso le proprieta’ di Roberto: si e’ fatto dare un “Bolo” , che sarebbe un machete, e continua a tenermelo vicino alle gambe… nonostante le sue assicurazioni, sono leggermente apprensivo, visto quello che mi succede di solito, ma ci mastichiamo questi 4 o 5 chilometri senza danni, osservando il paesaggio che veramente merita. Alberi di vari tipi costeggiano la strada, se alzi lo sguardo vedi delle formazioni rocciose che, ricoperte di vegetazione, sembrano bucate in certi punti, e invece e’ solo un’ effetto ottico… ad un certo punto vedo passare velocissimo un dinosauro verde in miniatura e non sono piu’ tanto sicuro di non essere in un film. Ogni tanto incrociamo bimbi che vanno a scuola; tutti con le loro divise e tutti ci sorridono, nonostante sembriamo due ribelli che armati di Bolo stanno andando a qualche battaglia.
Vedo la scuola, con varie classi che rumoreggiano al nostro passaggio, risaie divise in lotti regolari, con l’ immancabile carabao che trascina qualunque cosa, ruminando imperturbabile.

Alla fine arriviamo: quello che una volta era un prato ben tenuto con un banano e qualche ananas, ora sembra il set di un film su Sandokan.
Roberto disbosca qualche ettaro, solo per gioco perche’ tra un paio di settimane sara’ tutto come adesso se non si decide a venire a abitarci… ma deve aspettare ancora qualche tempo. Dopo la fatica (sua) ci fermiamo a berci un paio di birre seduti vicino a un maiale che mi guarda incuriosito.
Dopo la terza decidiamo di prendere la strada del ritorno e grazie al sole che decisamente picchia duro e anche alle birre dobbiamo fare un pit stop prima di raggiungere la base.
La grandissima signora Afe’ ci ha preparato una merendina: frittatina con verdure; ragazzi e’ una cosa che veramente apre il cuore… fa scorrere veloce il sangue e crea una musichetta celestiale.
Ci immergiamo completamente in quella vita rurale, guardando le galline che arrivano al richiamo, e girovaghiamo per l’ orto che circonda tutta la casa mentre la voglia di una pennichella si fa sempre piu’ forte.
Visto che Eddie non arriva, prendiamo la prima jeepnej che passa di li’ prima che diventi troppo scuro.
A Sabang, ormai si e’ diffusa la voce che e’ il mio compleanno, e molti mi fanno gli auguri… e’ bello ma non posso offrire da bere a tutti, e mi limito a ringraziare con grandi sorrisi, anche perche’ qualcuna ha fatto casino, e dobbiamo andare a disdire la cena al Dap Dap perche’ Lorena e’ tornata, e devo fare gli spaghetti al Blu Bamboo come avevo promesso; per farmi perdonare mi impegno a terminare la serata li’.
Cerco di rilassarmi, ma ricevo varie visite di gente che vuole farsi invitare e a qualcuno devo dire di si’… spero di avere abbastanza soldi, perche’ li’ non ci sono bancomat e neanche possibilita’ di cambiare, e non vorrei fare brutte figure nonostante i prezzi bassi.
Dopo una bella doccia filippina, e senza neanche un bacio di incoraggiamento da Imelda, ci incamminiamo, non senza prendere un paio di bottiglie di Tanduay di scorta e aver offerto un paio di birre ad un tavolo di ragazzotti che non potevo invitare.
Arriviamo a destinazione e prendo possesso della cucina sotto lo sguardo attento e preoccupato della cuoca.
Le pentole non sono il massimo e non conosco i fuochi, ma una promessa e’ una promessa e mi calo nella mia parte di chef con la cuoca ufficiale che non sembra molto convinta delle mie capacita’ … pero’ mi riesce uno spaghettino aglio olio e peperoncino degno di nota; dietro consiglio di Roberto ci metto un po’ di pomodoro… scenografia.
C’e’ anche qualche ospite Americano che gradisce e mi fa i complimenti, mentre davanti a una candela (usanza del posto) mi cantano happy birthday salta fuori una bottiglia di Custoza, che il mio amico aveva comprato a Puerto.
Erano anni che non passavo un compleanno cosi’ , e farlo a migliaia di chilometri da casa coccolato
come non mai riesce a commuovermi.
Ad un certo punto devo andare dall’ altra parte… recupero Imelda, e alla luce delle torce ci dirigiamo al Dap Dap; li’ ci aspetta un gruppetto di persone, tiro fuori dallo zaino l’ altra bottiglia di Tanduay e cominciamo a familiarizzare, naturalmente nel modo filippino, cioe’ un solo bicchiere che ci si passa.
Dopo un po’ e qualche piatto di pesce, Mania accende il karaoke, passatempo nazionale, e i nativi si scatenano.
Naturalmente le canzoni sono americane, e tutte romantiche; la solita storia di lui che ama lei ecc. ecc. . Comincio a sbadigliare, per fortuna arriva Roberto con il resto della combriccola e l’ altra bottiglia e gli animi cominciano a scaldarsi. Apro le danze con Imelda che e’ molto imbarazzata, poi cambio un paio di dame e improvviso uno strip molto casto (solo la maglietta) poi recuperiamo una chitarra e lasciamo i filippini cantare il karaoke mentre con un chitarrista del posto rivisitiamo i successi internazionali degli anni ’60.
Sembra una vera festa, e ne parleranno per molto tempo in quel di Sabang.

Al momento di pagare il conto, mi manca qualcosa, e lascio un “chiodo” che prometto di saldare al ritorno da Port Barton… si’ perche’ domani altro viaggio; arriviamo ai cottages per il solito intervento divino, incrociando qualche pescatore che alla luce delle lanterne sta prendendo il mare. Ancora una volta Imelda non si concede… probabilmente proprio non le piaccio, vabbe’ accontentiamoci di una meravigliosa giornata senza perdere le speranze.
Un magnifico sole ci accompagna nelle tre ore di barca, Capitan Elmer sonnecchia smaltendo i postumi della serata precedente, noi siamo caricati, ognuno per i suoi motivi: io per la novita’, Roberto perche’ ama quei posti, Imelda perche’ rivede suo fratello dopo tanto tempo… se non e’ una delle solite bugie da Pinocchia.
Immersi nei nostri pensieri solchiamo il Mar Cinese meridionale che quel giorno ha deciso di rimanere calmo.
Con noi c’e’ una coppia di orientali, con cui dividiamo le spese, ma se ne stanno per gli affari loro e noi continuiamo a fare il solito cabaret. In lontananza scorgiamo varie isole meravigliose, e ogni tanto qualche pesce volante guizza riflettendo i raggi del sole, picchia e cabra come il “Barone Rosso” facendo marameo ai nostri tentativi di cattura accompagnandoci fino all’ ingresso della baia di Port Barton.
Sbarchiamo davanti all’ Eldorado, da Dan: un italoamericano che avevo conosciuto casualmente a Puerto, il posto e’ simpatico, e concediamo alla nostra amica una stanza tutta per lei… il paese e’ piccolo e la gente mormora.
Port Barton e’ una baia molto tranquilla con una spiaggia di sabbia finissima e acqua cristallina, la gente e’ cordiale, e girando per le strade i bambini ti sorridono e sono sempre curiosi. Rivediamo molti degli europei che c’erano a Sabang, che a differenza di noi sembrano proprio turisti. Passiamo la giornata crogiolandoci in quella tranquillita’ , filosofeggiando fino a sera quando casualmente troviamo Giuseppe, un’ altro veronese che avevamo conosciuto a Puerto e Jesus; uno spagnolo che si sta’ costruendo una casa in un’ isola vicina, organizziamo una visita per il giorno dopo.
Imelda e’ andata a dormire presto, io e Roberto non ci riusciamo, e ascoltando la musica dei grilli, che non sono un complesso ma dei veri grilli che continuano a cantare, ci inventiamo la solita burla: cerchiamo qualcosa da poter lanciare sulla finestra della Pinocchia per attirare la sua attenzione senza rompere i vetri.
Sembriamo due ragazzini stupidi, ma poi troviamo dei pezzi di funghi e qualcos’ altro e riusciamo nel nostro intento, si affaccia e ci augura la buona notte; rimaniamo ancora seduti a goderci la serata ridacchiando come due monellacci.
Al mattino, attrezzati di tutto punto e senza presenze femminili ci dirigiamo verso la spiaggia dove ci aspettano i nostri amici, Capitan Elmer ci porta qualche cocco, noi abbiamo la nostra papaia e gli altri ci mettono il pesce… tutto quello che ci vuole per una colazione su una spiaggia deserta.
Arriviamo dopo un’ oretta di barca all’ isola dove Jesus ha il terreno, non senza aver assistito ad un documentario in diretta: ad un certo punto vediamo un’ aquila che volteggia sopra un costone, nulla di particolare pero’ Roberto continua ad osservarla e ad un certo punto si alzano dal fogliame due piccoli uccelli, che la attaccano con ferocia probabilmente per difendere i piccoli, e la costringono alla fuga; cose che capita di vedere solo una volta nella vita. La cosa ci galvanizza e cominciamo a parlare di noi, tanto per conoscerci meglio, e cosi’ scopro che il figlio di Jesus e’ un
esperto conoscitore di conchiglie, e un vecchio collezionista gli ha addirittura lasciato in eredita’ una collezione di inestimabile valore, stupito dalla sua competenza nonostante i suoi dieci anni.
Mi ritrovo ancora una volta a pensare che solo viaggiando si ha modo di conoscere delle cose diverse, e mi ritrovo a pensare ancora una volta a come poter fare per viaggiare sempre, ma poi mi scontro contro il solito scoglio, tanto per rimanere in tema: i soldi, e allora prima di incupirmi, cambio pensieri.
Il posto e’ qualcosa di stupendo; ci sono solo due capanne, una baia tranquilla, palme e una piccola cascata per lavarsi.

I collaboratori di Jesus, hanno catturato due Pavoni reali, che sono il simbolo di Palawan, e Jesus pagandoli li costringe a liberarli, per buon auspicio. Ci cuociono i pesci in maniera semplice e gustosa, e ce li dividiamo, naturalmente mangiando con le mani, tanto c’e’ pieno di mare e per lavarsele non c’e’ problema. Ci concediamo un bagno lungo il piu’ possibile, in un’ acqua di una temperatura incredibile, e ci schiodiamo solo quando viene l’ ora di tornare anche perche’ dobbiamo andare a visitare un’ altra isola Manta Rei.
Ormai siamo simili ai Tigrotti di Monpracem; gli zingari del mare, e fantastichiamo su improbabili avventure piratesche, raccontandoci le storie salgariane e osservando il mare che comincia a ingrossarsi. Io e Roberto siamo nei primi posti e ci facciamo un sano idromassaggio di acqua di mare; nulla al confronto di quello che vediamo poi: una piccola imbarcazione si avvicina sulla destra… sarebbe nulla se non fosse stracolma di persone, e il pilota in piedi con le “briglie” in mano, che cavalca le onde. E’ una scena d’ altri tempi: “ Ecco i pirati che ci abbordano!” azzarda qualcuno, e cominciamo a affilare i coltelli preparandoci al combattimento. Ormai ci vediamo combattere con orde di pirati che ci assalgono, e naturalmente vinciamo noi ricacciandoli in mare. Niente di tutto questo, invece e’ un piacere vedere come riesce a evitare gli scogli senza rovesciarsi, in piedi come un cavaliere su uno stallone selvaggio; a un certo punto cambia strada e incrociamo una canoa, con un navigatore solitario che ci saluta. Il mare si e’ calmato, e anche se qualche nuvola oscura il cielo approdiamo finalmente a Manta Rei.
E’ un posto da favola, e dopo aver visto come procede la costruzione della barca di Jesus, imbocchiamo un sentiero tra la spiagga e la giungla per raggiungere Tiziana e le altre signore vicentine, che vivono li’; ci guida un bimbetto timido che mi ispira sicurezza: “ Dove passa lui di sicuro ci riesco anch’ io”. Incrociamo un gruppetto di bimbi, tra cui uno non vedente, che ci salutano contenti; scopriremo poi che tornano da una lezione a casa delle “vicentine” e sempre di piu’ mi sento in sintonia con quei posti totalmente privi di stress e frenesia, ma a contatto con la natura, e naturalmente inciampo rischiando di cadere, ma elegantemente riprendo l’ equilibrio che avevo lasciato andare per gli affari suoi e arrivo a destinazione incolume.
Ci troviamo davanti a una bella casa… naturalmente immersa nel verde, e davanti a un buon caffe’ conosco altre persone simpatiche, che ormai vivono li’ da una quindicina d’ anni e cerco di capire ancora qualcosa delle Filippine. Ascolto storie di scimmie che rompono e rubano gli specchi per vedersi, tanto che le nostre amiche devono coprili con un telo per salvarli, oppure storie di scimmie che hanno imparato ad aprire il frigorifero e rubare le banane; difatti ad un certo punto si sente un rumore e una delle sorelle corre in cucina a salvare il salvabile. Purtroppo non riesco a vederne neanche una di scimmie, ma ci credo anche perche’ credo che mi osservino nascoste tra il fogliame, naturalmente ridendo.
Continuiamo la conversazione su vari argomenti tra cui naturalmente la guerra incombente, e ci troviamo daccordo sul fatto che e’ una cosa ignobile. Purtroppo arriva l’ ora della partenza, e quasi quasi stavo per acquistare un pezzo di terra li’… ma non avevavo ancora parlato di soldi.
Con la testa piena di sensazioni e il cervello che non riesce piu’ a contenere tutte le informazioni e le novita’ di quella splendida giornata, ci dirigiamo verso Port Barton, e siccome le sorprese sono all’ordine del giorno facciamo ancora in tempo a vedere un grande peschereccio con una miriade di persone vestite di colori sgargianti, e distribuite sui bilancieri… sembra un grande albero di natale sul mare, ci sbracciamo a salutare i veri “zingari del mare” che ricambiano urlando qualcosa. Prendiamo terra vicino a una barchetta con esposta la bandiera dei pirati e ci beviamo l’
ultima birra in compagnia, in un posto sulla spiaggia. Jesus ci presenta come fossimo delle autorita’ al presidente della provincia (credo), poi ci dirigiamo come due vecchi marinai all’ El Dorado.
Sulla strada ci viene incontro Imelda sorridente… e’ bello venire accolti dopo una giornata di mare da un bel sorriso, e andiamo a salutare Mercy, una ragazza che avevamo conosciuto a Puerto e che vive li’.

Ci prepariamo per la cena, che quella sera consiste in un Maialino, naturalmente non solo per noi.
Il tutto si tramuta in una bella festa, con gli altri ospiti del locale, purtroppo Imelda ha voluto uscire con la sua amica, per vedere il fratello che gioca a basket… accusandola di essere la solita Pinocchia non posso che fare buon viso a cattivo gioco, e cerco di divertirmi con Jesus, Giuseppe e Roberto, con cui formiamo ormai una combriccola affiatata, e ci mettiamo daccordo per andare a El Nido nei prossimi giorni.
La serata ormai sta giungendo al termine e rimaniamo gli ultimi, con Dan ad aspettare Imelda che non torna, davanti a un cocktail. Ad un certo punto con un po’ di preoccupazione e malumore… e una punta di gelosia andiamo a dormire, ma non ci riesco molto e esco un paio di volte a vedere se e’ tornata, e anche Roberto comincia a preoccuparsi.
Mi sforzo di pensare che non sia successo niente di brutto, anche se nella mia testa girano i pensieri piu’ strani, cercando di non fare rumore, vado a fumarmi una sigaretta per calmarmi, all’ alba giusto per combattere con le zanzare a cui non sembra vero vedere un pasto a quell’ ora.
Il mattino dobbiamo partire, e la Pinocchia si presenta tranquilla per la colazione; i commenti si sprecano, e nonostante le sue assicurazioni faccio un po’ il sostenuto… tanto per giocare.
Capitan Elmer ha acquistato un gallo da combattimento, che coccola come un bambino e non ha nulla da dire, quando comicio a nutrirlo con pezzetti di cocco; la barca sfreccia sul mar cinese meridionale, fino a che… si ferma, il meccanico di bordo fa il solito miracolo, e dopo vari scongiuri e una mezz’ oretta di sosta riprendiamo la traversata verso Sabang.
In un punto imprecisato troviamo un’ assembramento di barche: un mercato del pesce in mezzo al mare, ci avviciniamo incastrandoci tra qualche barca e Elmer si tuffa per raggiungere il centro, dove acquista un sacco di pesce…naturalmente ancora vivo. Pregustiamo un ricco “Kinilao”.
Il vento si alza, e gli regalo una delle mie storiche magliette, con cui entra in porto in piedi, sulla prua, in modo che tutti lo vedano. Nonostante i miei timori non c’e’ nessun poliziotto con le armi spianate, vuol dire che non ci sono stati strascichi spiacevoli alla festa del mio compleanno, e ci precipitiamo a pagare il debito.
Stamo cazzeggiando e arriva Captain Elmer con il Kinilao: che sarebbe del pesche crudo, tagliato a pezzetti con spezie, aceto, Kalamansi (limone locale) e altro; che si mangia in compagnia con una bottiglia di Tanduay come bevanda, naturalmente allungato con acqua di un solo bicchiere, che ci si passa… e’ quasi un rito oltre ad essere squisito: “Masarap” in lingua locale.
Lo dividiamo con tutti quelli che ci sono li’ fino a che abbiamo finito il Rhum, e quando siamo tutti
allegri e quasi cotti, arriva un messaggero del Segretario del Barangay Captain, che ci invita a casa sua: sarebbe Eddie, il marito della signora Afe’ ; e di buon grado prendiamo la prima jeepney disponibile e andiamo a Cabayugan.
Comincio a pensare di non essere veramente li’ ma di essere in un sogno: da quando sono partito, non ho avuto che qualche ora di pausa, poi cose nuove a ripetizione… spero di non svegliarmi tanto presto.
A casa di Eddie ci beviamo un’ altra mezza bottiglia di Tandwuay parlando di varie cose, mentre costringo Imelda a farmi da segretaria, e a prendere appunti per i prossimi programmi, e con un caschetto di banane legate al marsupio che mi sono messo a tracolla, torniamo a Sabang facendo il solito ingresso trionfale.
Rimaniamo a Sabang qualche altro giorno, e i miei progressi con Pinocchia sono decisamente… anzi non ci sono: parliamo, stiamo bene (credo) insieme, ma non scocca la scintilla che ci vorrebbe.
Le mie caviglie cominciano a ribellarsi alle sollecitazioni continue a cui le sottopongo e anche se cerco di non farlo notare e’ una sofferenza fare anche qualche passo, e si sono gonfiate in modo
abnorme facendo preoccupare tutti a parte me’ che sono notoriamente incosciente, pero ci salta un giro nella giungla alla ricerca di serpenti e nativi con una guida indigena, e questo Roberto me lo rinfaccera’ per molto tempo, nonostante le mie assicurazioni che lo faremo la prossima volta… se sopravvivero’.
Intanto alla nostra combriccola, si e’ unita Michelle: una ragazza simpatica che avevamo conosciuto al mio compleanno e che aveva familiarizzato con Roberto, e ormai abbiamo adottato.
Per smuovere la mia situazione sentimentale, che ormai comincia a diventare preoccupante piu’ di quella fisica, organizziamo una cena per soli uomini in un locale sulla spiaggia dove ci sono un paio di cameriere diciamo… facili: una cosa disastrosa, che aveva il solo scopo di fare ingelosire la Pinocchia e costringerla a passare a vie di fatto; difatti si e’ ingelosita, ma lo stesso non si decide a concedersi.
Continuo a passare le mie notti a farmi divorare dalle zanzare e a parlare con le stelle meravigliose di Sabang.
Dovrebbero arrivare Giuseppe e Jesus, a recuperarci per tornare a Puerto e poi a El Nido, ma un mattino bigio, che accomuno al tempo che sta passando e all’ avvicinarsi della mia partenza da questo posto, ci viene consegnato un messaggio che conservo ancora.
Nonostante salti il nostro viaggio a El Nido ci mette di buon umore, perche’ dice: “Ciao Roberto e Giorgio. Causa problemi Jesus non puo’ venirvi a prendere. Ci vediamo a Puerto. Ciao Giuseppe”.
Leggendolo bene, vi accorgerete che per finire mancherebbe solo “Maria” . Ci consoliamo con un Kinilao, e capita’ anche il Tura Tura in una delle sue pause del trasporto, e’ desideroso di conoscere tante cose dell’ occidente, come Daniel il bambino sordomuto, che appena ha saputo che eravamo tornati, a ricominciato a venirci a trovare; gli ho fatto vedere un paio di mappe che ho in un libro di Terzian che mi sono portato dietro, e che parla della Cina.
Forse riceve la sua prima, vera lezione di geografia, comunque ci provo, e visto che non e’ assolutamente stupido, credo che abbia capito qualcosa.
Ormai siamo verso la partenza e mi spiace, perche’ insieme a quella gente semplice, un poco interessata forse, mi trovo veramente bene: non vedo la televisione da 15 giorni ormai, non sento assolutamente la mancanza di computer, comodita’ e bei vestiti, e comincio a riappropriarmi di un rapporto con la natura che avevo perso.
Partiamo quasi alla chetichella, con Michelle che viene con noi e affrontiamo il lungo viaggio con tanti pensieri. Il dolore che mi accompagnia e’ aumentato, anche grazie alla posizione di viaggio, e quasi ringrazio il pezzo di jeepney che si rompe a un centinaio di chilometri da Puerto e che mi permette di stare in piedi per qualche tempo. Riescono naturalmente a riparalo e arriviamo finalmente a destinazione, questa volta ci concediamo un albergo migliore: il Badjao Inn, con doccia calda e buon servizio… dopo giorni di jungla non fa male.
Imelda torna a casa, con la promessa di vederci la sera: io sono tosto e non sono abituato a lasciare le cose a meta’ , anche se dovro’ scontrarmi contro il solito muro.
Passiamo la giornata rilassandoci, anche perche’ dobbiamo andare a fare scorta di beveraggi, perche’ le visite non tarderanno e difatti a una certa ora arriva Eddie con il nipotino, poi Giuseppe con Miro, un veronese che vive a Puerto da molti anni e ha un figlio con una Filippina. Le cose continuano a evolversi e il tavolo davanti alle nostre stanze diventa un bar con allegri avventori e discorsi seri e meno. Alla sera non ho notizie della mia amica, e nonostante il sereno qualche nuvola si forma sopra la mia testa.
Decidiamo di andare alla ricerca, e sequestrato un trycicle ci dirigiamo all’ indirizzo… e’ sera, e il driver non conosce la zona, aggiungiamoci il fatto che io ci sono stato una volta sola di giorno, dopo aver chiesto ad un migliaio di persone senza esito,con un senso di sconfitta, ce ne andiamo a mangiare con le pive nel sacco.
Anche da “Tom Tom”, quella sera c’e’ poca gente, e la tristezza per la prima volta in questo bellissimo viaggio mi assale mentre Roberto e Michelle giocano a biliardo.


Sono triste anche la mattina dopo, quando dobbiamo andare con Miro dall’ herbolaria: una specie di guaritrice che dovrebbe fare qualcosa per le mie gambe, e anche per il mio spirito.
Vichy,la moglie di Miro, mi spiega che non vuole soldi ma solo qualcosa da mangiare, perche’ senno’ perde i poteri
Poteri che credo abbia veramente perche’ dopo avermi cosparso di cenere in vari punti del corpo, soffiato addosso il fumo di un composto di piume di gallo e altro, mentre gli altri mi guardavano per vedere se ad un certo punto crollavo, mi dice delle cose sul luogo dove mi sono fatto male che non poteva sapere.
Mi dice anche che una donna mi ha fatto una specia di fattura, e per farmela togliere devo ritrovarla e farmi fare un segno della croce con la saliva sullo stomaco.
Faccio un rapido scanning delle donne che ho conosciuto nel mio viaggio, e anche se potrebbe essere uno scherzo, visto che sono in un paese straniero, con tanto di “White Lady”, sono propenso ad andare fino in fondo.
L’ unica donna potrebbe essere la Pinocchia, e allora decidiamo di andarla a cercare.
Partiamo, non dopo esserci mangiati una zuppa di riso in un locale vicino al porto che Miro conosce bene; la spedizione composta da me’ , Giuseppe, Michelle’ , Roberto, Miro e Vichy con il piccolo Mario; il loro bellissimo e sorridente bimbo, arriva finalmente in zona.
Io non riesco a ricordarmi la casa, e allora cominciamo a girare in tutti i quartieri vicini; vedo posti che altrimenti non avrei visto, case sul mare, il quartiere degli “Squatter” , e di Pinocchia nessuna traccia.
Comincio a perdere le speranze e anche il morale, che nascosto sotto le mie caviglie gonfie, non vuol saperne di farsi vedere.
Mi viene voglia di mollare, ma non sarebbe da me’ lasciare qualcosa incompiuto… poi potrebbero esplodermi i piedi.
A Miro viene un’ idea e andiamo all’ aeroporto a recuperare Carlito, il driver che mi aveva portato la prima volta. Lo recuperiamo assieme ad un’ altro, e con la jeep stracolma riusciamo finalmente nel nostro intento, dopo una mattinata di ricerche, finalmente la rivedo e la tensione sparisce, anche il piccolo Mario sembra contento.
Vichy la convince a farmi il segno con la saliva; Imelda mi conduce in casa, mi alzo la maglietta e lei fa’ quello che deve fare, poi mi guarda, forse sta per scattare la molla e… arriva Roberto per fotografarci.
Ok, sara’ per la prossima volta, ci diamo appuntamento per la sera e torniamo dagli altri a berci qualcosa. E’ sparita anche la nuvola che mi seguiva e tutto il resto della giornata passa in maniera meravigliosa: andiamo a trovare la Gina; una vecchia conoscenza di Roberto che ha aperto un nuovo locale, poi andiamo a casa di Miro, vicino al mare dove tra un bicchiere di Tanduay e un piatto di spaghetti approfondiamo la conoscenza, e capisco che ama veramente le Filippine e comincio a amarle anch’io. Alla fine mi presta un bellissimo libro in inglese, che parla delle antiche tradizioni e della storia di questo paese.
Dopo aver visto la gallina che giornalmente gli fa’ l’ uovo sul sedile della jeep, torniamo in hotel, naturalmente in ritardo dopo esserci concessi un paio di bicchieri di rosso da Bruno’s.
Le nostre amiche ci stanno aspettando con Eddie, e intanto hanno ordinato un piccolo spuntino; il tempo per una doccia, e per mettermi qualcosa di decente e filiamo a consumare questa serata nel migliore dei modi.
Scopriamo un posto nuovo, dove c’e anche musica, e la serata scorre dolcemente e con allegria, per finire poi da Tom Tom, dove c’e’ un chitarrista dal vivo, torniamo verso l’ hotel… ma da soli, perche’ abbiamo perso le nostre donne.

Roberto comincia ad insultarmi e io non posso fare altro che mandarlo a quel paese ed uscire a cercare un trycicle per andare alla ricerca. Finalmente ne passa uno, sto per salire… e le due fuggitive arrivano come se niente fosse: riesco ad esprimere il mio disappunto in un inglese perfetto… e decidiamo di andare al karaoke di fronte; anzi vengo letteralmente trascinato.
Il karaoke e’ una delle passioni nazionali filippine, e ormi comincio ad abituarmici. Comunque sopporto anche questo per far felice la mia amica, che dopo avermi dedicato una canzone… se ne torna a casa per l’ ennesima volta, perche’ ecc. ecc.
Pensando alla Pinocchia faccio arrivare mattina, circumnavigando la mia stanza per tutti gli assi cartesiani possibili.
Il mattino dopo devo tornare dall’ erbolaria, con Imelda per farmi visitare e recuperare delle foglie speciali di banano per curare le mie povere gambe.
Imelda non si presenta, Roberto dorme e alle 6 del mattino mi dirigo all’ appuntamento senza dimenticare di acquistare del caffe’ e del latte come mi aveva consigliato la moglie di Miro.
Naturalmente la seduta e’ interessante, e alla fine capisco che la vecchietta ne capisce di medicina, perche’ oltre alla coreografia mi consiglia di tenere le gambe in alto, come avrebbe fatto un qualunque medico occidentale.
Aspetto che i miei amici si sveglino, con le foglie di banano avvolte intorno alle gambe, e devo dire che funzionano, poi vado a cercare Carlito perche’ voglio studiare bene la strada che mi porta a Liberty Road, ad invitare Pinocchia e anche ad insultarla per non essersi presentata.
Sembra contenta di vedermi, e la cosa non puo’ che farmi piacere… che sia scoccata la famosa scintilla?
Ormai abbiamo solo un paio di giorni prima del ritorno, e comincio a intristirmi al pensiero; questa sera abbiamo una cena con i parenti acquisiti di Roberto, che per l’occasione sfoggia un pareo sconvolgendo tutti.
Li trasciniamo al solito karaoke ed a un certo punto li molliamo dedicandoci alle nostre amiche…
per l’ ultimo giorno abbiamo in programma una giornata al mare, con pic nic e varie, organizzata da
Choiro.
Imelda adduce tutte le scuse possibili e io perdo le staffe mandandola discretamente a quel paese; incazzato nero recupero la prima che mi capita e la invito.
Giornata piacevole con tutta la ghenga, con rhum e pesce e le ultime fotografie: ci sono Miro con la famiglia, Giuseppe, e naturalmente noi. Filosofeggiamo fino all’ imbrunire concedendoci dei discreti bagni, in cui io e Roberto non perdiamo l’ occasione di fare i pagliacci, cosa che ci riesce benissimo.
Ho ancora negli occhi le immagini del tramonto, dove l’ acqua prendeva un colore scuro e le figure si stagliavano in un bianco e nero irreale.
Si conclude il tutto, naturalmente davanti alle nostre stanze dove diamo fondo alle scorte di Rhum, e per la prima volta vedo la pioggia nelle Filippine; e non fa che aumentare la mia tristezza mentre preparo i bagagli, mi ritrovo ancora una volta solo con i miei pensieri e esco dall’ hotel sotto l’ acqua, entrando nel primo locale che mi capita.
Mi siedo e ordino una birra… ancora oggi non ricordo nulla del locale, solo che mi sono messo a parlare con una ragazza di cui ho una visione molto sfuocata, e forse era un sogno. Non ricordo il tenore dei nostri discorsi, ma i miei non dovevano essere molto allegri: il pensiero della Pinocchia non mi lasciava, e dispiaceva averla trattata male.
Dopo una notte senza sogni mi sveglio pronto per la partenza. Le partenze non sono mai felici, e mentre Michelle ci saluta velocemente con le lacrime agli occhi, non posso che continuare a sperare che Imelda venga a salutarmi; arriva Donna invece, quella con cui avevo passato l’ ultima domenica. Almeno e’ stata gentile.

Ci imbarchiamo, con io che guardo per l’ ultima volta fuori dall’ aeroporto sperando fino al momento in cui le ruote si staccano dal cemento della pista, di vedere quegli occhi nocciola, incastonati in un viso dalle fattezze cinesi; perdo le speranze verso i mille metri di quota.
A Manila passiamo dieci ore di attesa al self service dell’ aeroporto, in mezzo ai filippini, non nell’ area riservata agli stranieri… noi preferiamo cosi’: un poco filippini ci sentiamo.
Del ritorno ricordero’ sicuramente le migliaia di controlli di sicurezza che ci hanno sfiancato per tutte le 30 ore di quel viaggio, e anche Ann: una ragazza cambogiana seduta vicino a noi, con cui abbiamo familiarizzato.
Non potevo fare a meno di guardarla mentre dormiva: aveva un viso che incarnava tutta la dolcezza orientale.
Quegli occhi sono l’ ultimo ricordo della mia prima volta nelle Filippine mentre la saluto a Francoforte.
E’ un bell’ arrivederci, alla ricerca di un mucchio di cose da scoprire in una terra sconosciuta, giocando, vivendo ogni momento.

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