Una notte a Tokio

di Marco –  
Decollo a Roma atterraggio a Zurigo, nuovo decollo dalla città Svizzera e finalmente arrivo all’aeroporto di Narita, in Giappone. Ventidue ore di viaggio, più o meno 9.927 chilometri, due albe e un tramonto, tre film, ore di musica in cuffia, il pianto dei due neonati nella prima fila dell’economy, un paio di superalcolici dopo i pasti, altro che la melatonina, per dormire un po’. 

Tutto questo per stare a Tokyo solo mezzo pomeriggio e una notte, quasi neanche il tempo di vedere il sole.

Che ti trovi catapultato in mondo altro lo capisci da subito, appena salito sul treno che in 90 minuti collega l’aeroporto di Narita alla centralissima e caotica stazione di Shinjuku, quando appare il capotreno, in divisa e guanti bianchi, saluta i passeggeri con un inchino, percorre tutto il vagone, si volta e di nuovo si inchina con le mani giunte in segno di deferenza verso i viaggiatori. Per ingannare il tempo apro il tablet alla ricerca di qualche informazione per stimare i costi della vita a Tokio e invece mi imbatto in un divertente articolo con stime di spesa per viaggi impossibili o quasi pubblicato su L’insider.

Tempo di lasciare il bagaglio al capsule hotel dove ho prenotato un posto e di nuovo in strada per sfruttare il poco tempo nella capitale giapponese.

Due fermate di metro, da Shinjuku a Shibuya dove si trova l’incrocio più trafficato del mondo, centinaia di persone che attraversano in direzioni opposte in perfetto ordine e sincronia, pochi passi più avanti il monumento ad Hachiko, il cane simbolo di amore e fedeltà verso il suo padrone, una delle storie che ha commosso grandi e piccini in tutto il mondo.



Con negli occhi le immagini del film di Lasse Hallström risalgo in metro verso la stazione di Kamiyacho per arrivare alla Tokyo Tower, che alla fine non è altro che una copia della Torre Eiffel, e che con i suoi 333 metri di altezza non passa certo inosservata.
Ma basta poco per capire di non ci si trova a Parigi , basta salire sul treno automatico verso la baia di Odaiba, guardare fuori dal finestrino e veder apparire la Statua della Libertà, poi fare una breve passeggiata nella zona e trovarsi all’improvviso di fronte ad una gigantesca statua di Gundam in scala 1:1 e quindi alta più di 20 metri. E’ un Gundam Unicorn che a tratti si anima e si trasforma in Gundam Sandrock (Distruttore). Tutto chiaro no? Non sei a Parigi, non sei New York , sei stato semplicemente trasportato nel manga creato da Yoshiyuki Tomino.

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O forse sei semplicemente stanco e confuso, fuso dal fuso, dai superalcolici assunti come sonniferi che non hanno funzionato, forse è il caso di tornare a rilassarsi in hotel.

Ma quel “capsule” che precede la parola hotel sta a significare che arriverai in un luogo in gran parte asettico e automatizzato, ti assegneranno un armadietto per riporre i tuoi vestiti e il tuo bagaglio, una chiave magnetica e un braccialetto per accedere alla tua area, una divisa uguale per tutti, avrai a disposizione degli spazi comuni, dei bagni dove passerai la tua prima mezz’ora a cercare di capire a cosa servono tutti quei pulsanti posizionati sul water, e quindi potrai accedere all’area dove si trova la tua capsula. Una specie di alveare dove hai prenotato il tuo spazio di circa due metri per uno, alto poco più di 120 centimetri e dove potrai stare sdraiato o al massimo seduto. E badate bene, la definizione “alveare” è alquanto generosa e tranquillizzante perché serve a non far pensare che la struttura è davvero somigliante a quella dei fornetti cimiteriali.

Ma non ho tempo di riflettere sulla mia sistemazione, Morfeo mi rapisce non appena la mia testa si poggia sul cuscino e mi accompagna in una notte costellata di sogni assurdi.

Mi ritrovo all’improvviso in una città bagnata dal mare ma circondata dal deserto, abitata da creature di tutti i tipi e certamente non terrestri, vedo ragazzi che cavalcano strane creature a quattro zampe chiamate fathiers, in lontananza un’enorme astronave parcheggiata su una spiaggia. Mi volto e trovo un cartello che indica il nome della città: siamo a Canto Bight. Bene, fantastico, potrò incontrare Lando Calrissian e Brushan, parlare con Finn e Rose, congratularmi con Temiri Blagg per averli aiutati. Ma che ci faccio io su un pianeta ai confini della galassia, nel bel mezzo di una guerra civile, come sono finito dentro uno degli episodi di Star Wars, che razza di incubo è questo? Mi sveglio sudato nella capsula con la sensazione di essere in uno di quei cilindri che servono per ibernare i viaggiatori intergalattici. Esco sudato dal mio ‘’tubo’’ , vedo intorno a me altre persone con la mia stessa divisa e questo non giova al mio disorientamento. Mi affretto verso il mio armadietto recupero i miei abiti, prendo il mio bagaglio e mi avvio verso l’uscita del capsule hotel.

Esco, l’aria fresca mi carezza il viso, odo il brusio della gente, i rumori del traffico: mi sento meglio, rassicurato, non c’è nulla di strano qui. Alzo pian piano gli occhi al cielo e proprio di fronte a me, in cima ad un grattacielo, appare Godzilla!

Tutto normale quindi, sono proprio a Tokyo.

 

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