Da S.Rita a S.Rita, una pedalata infinita

di Giorgio Roncari – 
A Cascia con una rosa. 
1a tappa: sabato 9 giugno dalla Colombina di Brissago a Gaggiano, 104 km
A Cascia ci andiamo per onorare un riguardo ricevuto da mio nipote Patrizio che due anni fa, dovendo subire un intervento al cuore, si rivolse a S. Rita e l’operazione andò meglio del previsto. In casa nostra la devozione a S. Rita risale a mia madre, la nonna di Patrizio, la quale alla Santa dai miracoli impossibili, come è venerata, innalzò preghiere in momenti difficili e di quadri e santini ha poi riempito la casa.

Avremmo dovuto fare questo bicipellegrinaggio lo scorso anno ma i dottori avevano sconsigliato mio nipote: “Ancora troppo presto per uno strapazzo del genere” avevano detto e così l’abbiamo rimandato ed ora siamo pronti.

Siamo i soliti quattro, io Giorgio, Patrizio, che indossa un misuratore cardiaco, e i miei figli Rubens e Tiziano detto Titty. Rubens ha passato da pochi mesi i quarant’anni, Titty è lì a un passo, Patrizio ha l’età di Cristo e io il doppio. Non è che io e i miei figli siamo particolarmente devoti, ma ci teniamo a onorare la promessa fatta a Patrizio

Abbiamo studiato il percorso e scaricato una serie di cartine: 9 tappe partendo dalla sponda lombarda del Lago Maggiore, dove abitiamo e oggi seguiremo i navigli fino a Gaggiano, domani visiteremo il santuario della Barona a Milano, poi passe- remo da Lodi e arriveremo al Po. Nei giorni successivi toccheremo Busseto, Parma, percorreremo la Via Emilia fino a Rimini, quindi la costa adriatica sino a Civitanova Marche dove lasceremo il mare e, prendendo per Tolentino, ci addentreremo nei monti Sibillini per arrivare infine a Cascia. Da qui con una tappa supplementare ci sposteremo a Spoleto dove, in treno torneremo a casa. Previsti 850 km.

Non si tratta di un cammino prestabilito e organizzato con ostelli come la Francigena o Santiago, che abbiamo già fatto, ma noi ugualmente ci siamo creati una credenziale, una carta di viaggio che faremo timbrare durante il nostro cammino per avere un ricordo. Il primo timbro ce lo ha fatto Don Giampiero, parroco di Roggiano e la comunità del luogo ci ha affidato una rosa in carta composta da loro da conse- gnare al santuario di Cascia.

Ci siamo informati su internet e abbiamo trovato un sito che riporta tutte le ciclabili d’Italia così cercheremo di percorrerne il più possibile soprattutto per una questione di sicurezza. Per esperienza, però, sappiamo che a volte le ciclovie sono dispersive, un dentro e fuori che allunga parecchio la strada, o dal fondo malmesso e che rallenta il cammino, quindi a

mano a mano che procede- remo il viaggio decideremo cosa meglio fare.

La partenza è alla chiesetta di S. Rita alla Colombina nel comune di Brissago Valtrava- glia, nelle nostre valli, ed è per questo che il nostro raid si chiama da S. Rita a S. Rita pedalata infinita. Abbiamo fatto anche la decalcomania per le bici. Siamo qui con amici e parenti che vogliono salutarci e Patrizio ha organizzato la colazione. C’è anche Michela, la mia compagna, che avrebbe dovuto seguirci in bici fino a Milano ma deve rinunciare per impegni di lavoro. A Bologna verrà a trovarci Sara, l’amica di Titty che è di Scandicci, Firenze . A Rimini dormiremo a Bellaria nella casa a mare di Giulia, la ragazza di Patrizio. A Cascia ci aspetterà mia sorella Lina e suo marito

Silvano, i genitori di Patrizio. Insomma tutto programmato e ora, che abbiamo finito i saluti, partiamo. Sono le 9 il tempo è buono, prevedono caldo.

Percorriamo la solita strada che conosciamo a memoria: Cittiglio, Bardello, Ternate, Go- lasecca, Ticino dove, all’ostello della diga del Panperduto, fac- ciamo il primo timbro del viaggio. Sono le 12,15 e abbiamo già fatto 50 km. Qui ha inizio il Canale Villoresi che ci accompagnerà fino a Nosate da dove continueremo sull’alzaia del Naviglio Grande.

Il Villoresi venne ideato nel 1877 dall’ingegner Eugenio Villoresi, monzese, praticamente a spese proprie. Non era concepito per essere una via navigabile perché lo svilupparsi delle ferrovie non richiedeva più questo tipo di collegamenti, fu invece progettato come grande arteria d’irrigazione nella pianura milanese. Mette in collegamento il Ticino con l’Adda, presso Cassano, passando da Monza, per una lunghezza di 86 km, la sua utilità d’irrigazione al giorno d’oggi è poco rilevante però in questi ultimi decenni sulle sue sponde è stata creata una lunga ciclabile.

Il Naviglio Grande invece era l’arteria principale di quel sistema di canali che col- legavano Milano coi laghi e il mare, si può dire le autostrade antiche. Ebbe inizio nel XII sec e al suo sviluppo lavorò anche Leonardo da Vinci che creò nuove conche ossia chiuse. Anch’egli, dopo aver perso di interesse e importanza, ha avuto un rilancio turistico e oggidì

vede una lunga ciclabile sulle sue alzaie e alcuni battelli che lo percorrono.

Alle 13 ci fermiamo in un angolo pic-nic per il pranzo a base di panini e acqua delle borracce come fa- remo quasi sempre a mezzogiorno. La birra andiamo a berla in un baretto, a fianco della chiesetta di S. Maria in Binda di Nosate meta di tutti i ciclisti. È un bel tempietto con origini dell’VIII sec. dai pregevoli affreschi rinascimentali anche se in parte rovinati e un elegante campanile a fungo neoromanico. Pochi sanno come Guareschi, nell’immediato dopoguerra, lo spunto per creare Don Camillo e Peppone l’abbia preso dal parroco e dal sindaco comunista di Nosate, due tipi fumantini.

Continuiamo sulle alzaie passando le varie borgate sulle sponde del Naviglio. A Castelletto di Cuggiono ragazzini si tuffano dal ponte, del resto il sole è a perpendicolo, caldissimo, fino a 36°, che ci

 obbliga ad un’altra bibita a Cassinetta di Lugagnano dopo 80 km. Sono le 16. Arriviamo a Gaggiano che sono le 17.30 e fatto 100 km. Avevamo prenotato qual- che giorno addietro un appartamento, ma siamo arrivati in anticipo e così attendiamo una ventina minuti il ragazzo

che ci accompagna in un’altra casa, un poco più avanti, perché in quella prenotata hanno iniziato lavori di ristrutturazione.

L’appartamento è al secondo piano e così portiamo sulle scale le nostre bici lasciandole in fondo al balcone. Doccia e ci distraiamo ognuno alla sua maniera in attesa di andare a mangiare nella pizzeria sottostante. Qualche telefonata. Prima di tornare io e Patrizio facciamo un salto ad una festa lì vicino ma ci stiamo poco perché ci mangiano le zanzare.

TRA ADDA E PO

2a tappa: domenica 10 giugno da Gaggiano a Castelnuovo Bocca d’Adda, 105 km

Partiamo presto, alle 8; fa già caldo. Ci fermiamo poco più avanti al primo bar che troviamo, a Trezzano, a fare colazione. Quando riprendiamo passiamo Corsico, e arriviamo alla Barona dove c’è il Santuario di S. Rita. Vorremmo accendere una candela e farci fare il timbro ma c’è messa e attendiamo la fine. Entriamo con le nostre poco consone tenute da ciclista.

È un edificio imponente dalle forme piuttosto rigide e dalla facciata bicromatica: pietra bianca bergamasca e mattoni rossi. Fu iniziata nel

1939 e terminata nel ‘56 su progetto dell’ing. Giuseppe Invitti, fra le cose migliori, il pregevole portone in bronzo e, nell’interno a tre navate, alcuni grandi mosaici policromi ispirati prevalentemente alla vita di Santa Rita. Nella cripta si venera l’Insigne Reliquia, una falange di un dito della mano e vi è esposto un bel presepe.

Quando ripartiamo dobbiamo percorrere un bel po’ di strada in città e poi nella periferia che è cosa sempre difficoltosa, fra il traffico, i semafori e le vie che a volte fatichiamo a trovare. Alle 10,30 siamo alla stazione di Rogoredo: abbiamo fatto solo 20 km.

La ciclabile che speravamo di incontrare qui, è poca roba. A S. Donato decidiamo di fare una deviazione per passare davanti all’ospedale dove era stato ricoverato Patrizio, tanto per fare una foto. A questo punto trascuriamo Melegnano che non è più sul nostro tragitto, ma andiamo un poco alla cieca zigzagando nella campagna su strade secondarie e tranquille passando da Mediglia, dove in passato venivano prodotti i blocchi di ghiaccio per la città di Milano, Colturano, Dresano, Sordio. Non siamo lontani dall’Adda.

Dopo 40 km. siamo a Tavazzano. È mezzogiorno passato e ci fermiamo a mangiare scatolette su due panchine all’ombra in un parchetto. La prendiamo comoda. Ripartiamo dopo un’ora e mezza e il caffè. Spicca nella campagna la lunga ciminiera di Tavazzano che è origine

 di una delle tante discussioni tra di noi, e stavolta il motivo è la sua altezza. Rubens scommette 250 m. – scommettiamo su tutto come bambini – io la valuto 100, gli altri salomonicamente stanno nel mezzo. Andiamo in internet a verificare. Le diavolerie moderne ci hanno tolto il gusto di quelle belle discussioni d’un tempo dove, in mancanza di dati certi a portata di mano, ognuno rimaneva della propria opinione.

Ha ragione Rubens perché dicono che è 205 m. Pare vogliano smantellarla; per ora è il terzo edificio più alto d’Italia dopo la ciminiera di Porto Tolle che è 250 m. e la moderna Torre Unicredit di Milano, 231 m. Per un bel po’ dobbiamo sorbirci le sue prese in giro “…perché io le cose le so, e ho un cervello preciso e voi dovete assorbire le mie perle di saggezza”. “Il cacasenno…” butto lì sarcastico.

Troviamo la via Emilia e poi la Francigena. Pedaliamo ormai da tempo nella pianura in mezzo alla campagna. Passiamo il grande e artistico

cimitero di S. Bernardo di Lodi che pare più un monastero che non un campo- santo. Vi è sepolto Eugenio Castellotti pilota della Ferrari morto in prova a Modena.

Alle 14,15 arriviamo a Lodi: 50 km alle spalle. Ci accoglie il castello visconteo col suo possente torrione. Andiamo in centro a cercare il Duomo, un robusto fabbricato medioevale. Si dice che venne iniziato il giorno stesso della costruzione di Lodi da parte

 di Federico Barbarossa, (da qualche parte c’è anche la statua) al quale i lodigiani furono sempre fedeli, dopo la distruzione della vecchia città da parte dei milanesi. È una delle chiese più grandi di Lombardia anche se a guardarla non si direbbe. Vi ha sede il Vescovo. Foto in gruppo. È chiusa e non possiamo neanche buttarci dentro uno

sguardo. In piazza c’è un mezzo raduno di macchine d’epoca. Il personaggio più famoso è il Fanfulla, uno dei tredici della disfida di Barletta al quale è dedicata una via.

Una birra con calma ad un bar vicino cercando di prenotare, tramite internet, un hotel a Castelnuovo Bocca d’Adda ma pare non ci sia nulla, decidiamo quindi di arrivarci e vedremo di trovare qualcosa sul posto. Timbro all’ufficio turistico. Quando ripartiamo lascio qualcosa e i miei figli mi canzonano per la mia proverbiale sbadataggine. In effetti spesso dimentico qualcosa ma ho anche il dubbio che me la nascondano loro perdivertirsi alle mie spalle.

Andiamo a cercare la ciclabile del Canale Redefossi, un lungo percorso di 40 km che dovrebbe arrivare fino a Castelnuovo con vari tratti d’ombra che non fanno male perché anche oggi il sole è quasi sempre cocente e oramai abbiamo una bellissima abbronzatura pezzata da ciclista.

Passiamo Basiasco e poco prima di Turano, Titty buca. Proprio lui che ha la sua ‘Gnappetta’, come l’ha battezzata, nuova di pacca. “Io se fossi stato una bici

– dico sghignazzando – è mi avessero chiamato con quel nome moscio mi sarei offesa prima”. Rubens e Patrizio gli suggeriscono di chiamarla Rita o Rosa.

E’ la tartaruga invincibile di Fantazoo – risponde lui intento alla riparazione – ma voi non potete capire.”

Sono quasi le 16 e i km 63, ne dovrebbero mancare ancora una trentina. Qualche pompata ma, visto che non tiene, per non perdere tempo usiamo il fast, la bomboletta gonfia veloce. Le nostre bici hanno tutte un nome: la mia ‘Giacobina’ perché mi ha portato a Santiago, Rubens ‘Meravijosa’ come lui, e Patrizio ‘Claudiana’ perché ha fatto la ‘Via Claudia Augusta’. Del resto se unnome ce l’hanno le barche…

Stiamo viaggiando dov’era il mitico Lago Gerundo, bonificato nel medioevo. Castiglione d’Adda, Camairago, Cavacurta, Maleo dal grande arco in onore del feudatario Manfredi Trecchi – borgate, a volte frazioni, addormentate nella pianura – e infine Castelnuovo Bocca d’Adda, un paesone di

case basse dove arrivano turisti per vedere l’Adda che si getta nel Po. Chiediamo di un albergo e ci indicano da Lele. Si tratta di una vecchia locanda dove fortunatamente hanno due camere da tre letti per 50 euro l’una. Lele è la proprietaria.

Sono le 18, siamo in viaggio da dieci ore e abbiamo fatto 92 km, metà dei quali nella campagna verde coltivata principalmente a grano, scorgendo molti animali, soprattutto trampolieri e papere e, sul Canale Redefossi, svariate nutrie, ma del resto questo fosso, che deriva dal Seveso, in passato era usato come scarico di parte delle fogne di Milano. Doccia poi, siccome alla domenica sera Lele non fa cucina e in paese non c’è altro che un kebab d’asporto, inforchiamo di nuovo i nostri cavalli di ferro e andiamo a cenare a S. Nazzaro, 6 km a sud, di là del Po, già in Emilia, da dove ripasseremo domani, una strada nella campagna, poco larga con le auto che vanno veloci. Troviamo un ristorante – pizzeria dove mangiamo bene e abbondante, buona la torta fritta. Ritorniamo quindi in fila indiana al buio con le nostre lucine – portando così i km giornalieri a più di 100 – e finalmente il meritato riposo.

NELLE TERRE DI VERDI

3a tappa: lunedì 11 giugno da Castelnuovo Bocca d’Adda a S Ilario d’Enza, 80 km

Facciamo colazione al bar di Lele con la quale scambiamo quattro parole; è una donna abbastanza anziana e cordiale, la locanda è un’eredità di famiglia. Poi si accende una delle tante discussioni tra me e Tiziano, stavolta sulla strada da seguire, controversia che fa ridere anche il maresciallo sopraggiunto nel frattempo.

Partiamo che sono le 8,30 rifacendo la strada di ieri sera verso il Po. Vorremmo arrivare tra Parma e Reggio Emilia, una novantina di km. La giornata è già as- solata e calda però prevedono qualche temporale in serata. Passiamo il grande fiume, entriamo nel pia- centino e pedaliamo di filato su tranquille strade secondarie in mezzo alla campagna verde incontrando cascine isolate, grumi di case e pochi paesi. Caorso, conosciuta più per la centrale nucleare dismessa che per la bella Rocca Mandelli; S. Pietro in Cerro dove c’è un castello con un lungo appariscente viale alberato d’accesso; Villanova d’Arda, popolare per le ciliegie e la sagra del pesce gatto, sfioriamo

Vidalenzo dove le strade sono intitolate alle opere verdiane ed infatti poco oltre giungiamo davanti alla villa di Verdi a Sant’Agata.

Purtroppo è chiusa perché è lunedì – come del resto tanti altri musei in Italia – ma il giardiniere che sta bagnando le aiuole, vedendoci con le nostre bici cariche di borse, ci apre il cancello, giusto il tempo per farcì fare una foto davanti e quattro chiacchere. Si chiama Costantin, è moldavo, ha una figlia, è già una dozzina d’anni che lavora in villa e ci pare soddisfatto. “Arriva tanta gente, in particolare sabato e domenica – ci dice – ma anche gli altri giorni arrivano comitive, soprattutto scuole.” Peccato che la foto che ci ha fatto riprenda solo uno

scorcio della casa. Riprendiamo passando il grande parcheggio e, per una strada di campagna, la- sciando il piacentino per il par- mense, arriviamo a Busseto. Sono le 11, abbiamo fatto 30 km., davanti a noi splendida Rocca dei Pallavicino dove ha sede il municipio nel quale riesco a farmi fare il timbro. I Parravicino fecero di Busseto la capitale dello stato che fu autonomo fino al XVII secolo quando divennero feudatari dei Farnese di Parma. Nella piazza antistante, porticata come altre strade, vi è la monumentale statua a Giuseppe Verdi, opera di Luigi Secchi.

Molti i monumenti, del resto era una capitale a tutti gli effetti, primo fra tutti il Teatro, poi la Collegiata, i musei di Verdi e di Renata Tebaldi, svariate chiese, palazzi e ville anche nella campagna, come la Corte delle Piacentine dove Bertolucci girò alcune scene dei film ‘Novecento’ e ‘La luna’. Sosta per un succo nella piazza della rocca, alcune foto, qualche cibaria e riprendiamo per Roncole, la frazione dove Verdi nacque nel 1813. La casa è un museo; sull’aia un busto del Cigno di Busseto e una targa dedicata a Giovannino Guareschi, l’autore di Don Camillo e Peppone che nel borgo ci visse. A mezzogiorno passato decidiamo di fermarci in un giardino pubblico a Soragna a pranzare. Avevamo preso della frutta in una

 cascina ma dobbiamo rinunciare a mangiarla perché dura come il legno. Vedremo domani se si sarà ammorbita. C’è mercato. Un caffè mentre gli ambulanti smantellano i loro banchetti e ripartiamo col cielo che nel frattempo è andato rannuvolandosi fino a gocciolare, ma poi ci ripensa. Soragna è stato il minuscolo principato dei Lupi, con tanto di rocca medioevale, auto- nomo fin quasi all’Unità, come molti altri borghi nella terra d’Emila.

Dieci km e siamo a Fontanellato dove ci accoglie la superba Rocca Sanvitale, d’origine medioevale ma ricostruita nel rinascimento. Ora è proprietà comunale e vi ha sede il municipio e un museo. I km sono 50. Siamo diretti a Parma per dove ne mancano ancora una ventina. Attraversiamo Fontevivo, Ponte Recchio e dopo un’altra ora arri- viamo a Ponte Taro dove troviamo la Via Emilia, un’arteria sempre dritta che dovremo tenere fino a Cesena.

L’intensità del traffico ha un sussulto notevole, uno sfrec- ciare veloce di auto e mezzi pesanti, che ci costringono a pedalare con attenzione ai bordi dell’asfalto. Una decina di chilometri, metà dei quali nella lunga periferia, e siamo a Parma. Sono le 15,15. Parma richiede una visita più attenta, quindi, dopo aver fatto il timbro all’ufficio informazioni in Piazza Garibaldi, andiamo a

cercare il Duomo, opera considerata fra le maggiori dell’architettura romanica in Italia, al quale, nella stessa piazza, sta affiancato il massiccio Battistero ottagonale a balconate, opera del XIII sec di Benedetto Antelani, uno dei più famosi ‘magister da muro’ dell’epoca e, di rimpetto la rinascimentale abbazia di San Giovanni Evangelista. Fa- moso è anche il Teatro Regio, conosciuto come quello dei melomani più esigenti al mondo.

Parma, con quasi 200.000 abitanti è la seconda città dell’Emilia – Romagna e ha una storia notevole. Città augusta dei romani, ducato Longobardo, dopo essere stata sotto i Visconti, nel Cinquecento di- venne, unita a Piacenza, ducato autonomo dei Farnese. Alla loro estinzione, successero i Borbone in alternanza con gli Asburgo tra i quali, Maria Luigia, la moglie di Napoleone e rimanendo stato sovrano fino all’unità d’Italia.

 I cittadini più famosi sono il Parmigianino pittore, Arturo Toscanini direttore d’orchestra, Alberto Bevilacqua scrittore e il ciclista Vittorio Adorni. Vi è un’università antichissima seconda, in Italia, solo a Bologna e il suo polo fieristico è di livello internazionale, ma Parma, che è divisa in due dal fiume omo- nimo, è famosa soprattutto per il formaggio e il prosciutto.

Decidiamo di fare tappa a S. Ilario d’Enza, una dozzina di km oltre, e così, mentre ci rinfreschiamo con una birra ad un bar, prenotiamo, per 86 € con colazione, l’hotel Forum. Un’ora e ripartiamo. L’afa è soffocante. La via Emilia, la SS 9, qui denominata occidentale, è sempre molto battuta ma una stretta corsia ci permette di pedalare sul bordo della careggiata. Ciclabili qui non ce ne sono e non sappiamo quante riusciremo a trovarne su tutta la

statale. La pianura è sempre seminata a grano per la maggior parte.

Arriviamo a S. Ilario alle 17 precise e 80 km. Il Forum è un grande e curato hotel, con sale convention, dove ci danno una quadrupla, non tanto spaziosa, al 4° piano ma a noi va più che bene e le bici ce le fanno mettere in uno stanzino alla reception. Sarà l’hotel migliore in rapporto prezzo – servizio.

S. Ilario, una cittadina di 11/12 mila abitanti, è il solo comune tra Parma e Reggio Emilia nella cui provincia si trova. In antico era chiamata Sant’Eulalia, come la chiesa che è l’unico monumento di un certo riscontro.

Doccia, riposo e quindi andiamo a cenare in un ristorante consigliatoci, è uno di quegli ambientini eleganti e ricercati, ma alla fine non abbiamo speso neanche molto. Il costo delle cene è un altro dei tanti motivi di scommesse tra di noi. Gelato sotto un edificio di una quindicina di piani che dicono grattacielo.

Scommettiamo la sua altezza ma nessuno ce lo sa dire, nemmeno internet, se non che è stato fatto nel 1966. Dopo esserci persi un poco in giro, alla fine ritorniamo in camera. Domani arriveremo a Bologna e le previsioni dicono ancora soleggiato con possibilità temporali. Speriamo vada come oggi che alla fine non ha piovuto.

LA VIA EMILIA

4a tappa: martedì 12 giugno da S Ilario d’Enza a Bologna, 85 km

Alle 6 mi alzo e vado a bere il caffè a un bar vicino all’hotel scambiando quattro parole col barista, ciarliero e cordiale. Torno per svegliare i miei ascari. Prepariamo le borse e scendiamo per la colazione: cappuccio, brioche, yogurt e marmellata. Dopo esserci fatti fare il timbro alla reception sulla nostra carta di viaggio, alle 8 riprendiamo la Via Emilia sempre diritta e movimentata. Stasera a Bologna ci raggiungerà Sara la ragazza di Titty che viene da Firenze.

Questa strada ha avuto una parte importante nella toponimia dell’Italia, infatti pochi sanno che, dopo l’Unità, dovendo titolare le varie regioni e non sapendo come chiamare quella vasta zona sotto il Po comprendente

una filza di ducati e i piccoli feudi fino allora auto- nomi, venne individuato l’appellativo in questa antica via romana che l’attraversava e così fu coniato Emilia aggregandola alle Romagne, come erano dette le province storicamente sotto il dominio di Roma papalina con capoluogo Bologna. A rigor di logica sarebbe quindi errato definire, come si fa oggi, emiliani i bolognesi anche se loro stessi ne rivendicano questa prerogativa.

Non pedaliamo molto quando mi accorgo come la mia ruota anteriore abbia una macchia bianca che mi gira davanti. ‘Avrò pestato qualcosa’ penso, però mi fermo e mi accorgo invece che il battistrada è consumato e ha uno sbrego dove si vede anche la camera d’aria. Forte dell’esperienza dell’anno scorso sul ‘Canal du Midi’ in Francia, mentre gli altri mi sacramentano dietro, rattoppo il foro con del nastro isolante nero che fa miracoli, l’unica cosa è non usare il freno davanti sennò il tampone inciampa nello scotch.

Dobbiamo al più presto trovare un ciclista che pare ci sia sempre al paese successivo. Invece dobbiamo fare 10 km, superare Calerno, Gaida, Cadè, Cella e arrivare alla periferia di Reggio Emilia prima di trovarlo. Il nastro isolante ha fatto miracoli. Il ciclista, simpatico e onesto, rimane stupito del nostro raid, mi cambia velocemente copertone e camera d’aria che era già rattoppata, sistema il freno a disco di Titty che inciampa, ci dà un flaconcino d’olio, tutto per 25 €. Ripartiamo non prima di esserci fatti fare il timbro.

Giungiamo in centro città che sono le 10 e abbiamo fatto solo 18 km. Ci fermiamo anche qui come a Parma, in Piazza del Duomo per una visita e quattro spremute. C’è mercato e moltissime bici parcheggiate o ammucchiate al muro. Qui siamo nel regno delle biciclette, tante però sono dei ferri vecchi. È curioso osservare come la gente tenga la sella bassa e pedali coi piedi piatti

Pure Reggio ha una storia nobile: fondata da Caio Emilio Lepido – quello della Via Emilia – col nome di ‘Regium Lepidi’, fu ducato Longobardo, quindi sotto gli Este di Ferrara e poi, quando questi si trasferirono da Ferrara, ducato autonomo congiunta a Modena fino all’Unità; a parte, come del resto in tutta la penisola, il periodo napoleonico. Dopo l’Unità mutò il nome antico di Reggio di Lombardia in quello attuale. È stata la prima città ad esporre il Tricolore il 7 gennaio 1797. Suoi figli più celebri sono il poeta Ludovico Ariosto, gli attori Maria Melato e Romolo Valli e il tenore Ferruccio Tagliavini. Anche Reggio Emilia, come Parma è famosa per il formaggio.

La Cattedrale, davanti a noi, risale all’IX secolo, di impianto romanico ma molto rinnovata, dalle forme grevi, incassata come è tra i palazzi del Vescovado e del Broletto. Di fianco spicca la Torre del Bordello così detta perché eretta nel XV sec dove c’era il casino. Altri monumenti sono la scenografica Basilica di S. Prospero, barocca, col Torrazzo ottagonale, posta dietro la Cattedrale, il palazzo del Capitano del Popolo e la Piazza dei teatri: il Romolo Valli, l’Ariosto e della Cavallerizza. At- tualmente conta 170.000 ab.

Una foto al Crostolo, la statua che raffigura il fiume di Reggio, una al romano blu e ripartiamo per Modena. Ci dividono 25 km e un solo vero paese, Rubiera dove una banda sta suonando ‘Bandiera Rossa’. Passiamo il Secchia, entriamo nella

provincia di Modena e dopo una dozzina di km siamo in periferia dove ci fermiamo a mangiare qualcosa al parco Ferrari laddove ci sono cippi e vie dedicati ai piloti Ferrari morti in pista.

Una gazza, probabilmente abituata alla gente, viene a mangiare senza timori sul nostro tavolo, la riprendiamo, la chiamiamo Margherita. Ripartiamo alla 1.30 e, incredibile, la mia gomma nuova si sta afflosciando. Pompare non serve e così, abbastanza contrariati, cambiamo la camera.

Riprendiamo e giungiamo nella piazza principale della città ad ammirare la Ghirlandina dalla caratteristica e raffinata guglia ottagonale che da un po’ vedevamo in lontananza. Patrimonio dell’Unesco, è la torre campana- ria del Duomo, alta 90 metri, costruita nel Millecento. È così detta per due ghirlande, ossia le ringhiere che contornano la punta. Anche il Duomo, dell’XI in stile romanico, è una bella costruzione in marmo bianco che ri- salta.

Altri monumenti sono il Palazzo Ducale, sede dell’aristocratica Scuola Militare Ufficiali, quello Comunale con la statua simbolo

della Bonissima sospesa ad uno spigolo, e numerose chiese tra cui quella del Voto eretta a ringrazia- mento alla fine di una pestilenza, poi la Sinagoga e il Teatro Pavarotti.

Modena, la cui pianta antica è a pentagono, fa 185.000 ab. Fu insediamento etrusco, poi capitale della Gallia Cisalpina coi Romani e dal rinasci- mento fino all’Unità, capitale del ducato estense di Modena e Reggio. In antico subì numerose e rovinose inondazioni dei fiumi Secchia e Panaro. Spesso in lotta con Bologna, è sede arcivescovile e di un’antica università. È la città della Ferrari, della Maserati, della De Tomaso e della Panini, ma anche dello zampone e del Lambrusco. Molti i suoi figli celebri: Alessandro Tassoni, poeta; Ciro Menotti, patriota; Alberto Braglia, ginnasta olimpionico; Enzo Ferrari, industriale, Arrigo Levi, giornalista; Mirella Freni, soprano Luciano Pavarotti, tenore; Francesco Guccini, cantautore e fermiamoci qui.

Dopo una birra e un caffè shakerato preso al bancone per errore da Tiziano con i baristi che ci squadrano male, ripartiamo. La ciclabile che fin qui trovavamo a brevi tratti su una stretta corsia o sul marciapiede, ora non c’è più. Brutto e stancante pedalare sulla via Emilia; traffico altissimo e rumoroso, sempre molti i mezzi pesanti, articolati, tir, rimorchi. Non ci si può parlare, nemmeno distrarsi per guardare gli Appennini che ci accompagnano sulla destra, e si deve stare attenti a bere dalla borraccia.

Castelfranco Emilia, la città di Valerio Massimo Manfredi autore di romanzi storici e di Alfonsina Strada, pioniera del ciclismo femminile e poi Cavazzona dove ci fermiamo per una bibita. C’è molto caldo fino a 40°. Abbiamo fatto 60 km, tre quarti della tappa odierna. Avvisiamo la signora dell’appartamento affittato a Bologna che arriveremo attorno alle 6.

Riprendiamo entrando nella provincia di Bologna. Anzola dell’Emilia sede del primo Museo del gelato al mondo. Da lontano si comincia a vedere il santuario di S. Luca. Bologna è vicina, entrarci in bici, però, è cosa da pazzi; bisogna destreggiarsi fra un traffico enorme e nelle rotonde

bisogna avere dieci occhi. La ciclabile, la ritroviamo solo quando siamo in città. Nuvole nere ci seguono da un po’ di tempo e folate di vento ci investono. Arriviamo all’appartamento, che non è lontano dalla stazione, alle 17,45 con la mia gomma che si sta afflosciando di nuovo e la cosa non mi piace. I km alla fine sono 85.

Aspettiamo la proprietaria che ci fa mettere le bici in cantina e poi ci spiega mille cose. Per non smentire la mia fama di smemorato, ho dimenticato la tripla elettrica a S. Ilario. Doccia e ci perdiamo nelle nostre cose in attesa che arrivi Sara da Firenze e, quando Tiziano va a prenderla alla stazione, tutti insieme andiamo a cena. Il cielo è tornato pulito.

Ci indirizziamo quindi verso Piazza Maggiore dove c’è un concerto degli ‘Stato Sociale’, una band moderna; tanti ragazzini urlanti. Cerchiamo la famosa ‘pietra scura’ dietro al Nettuno da dove

un pollice malandrino della statua, crea una veduta prospettica decisamente osé. Dicono sia stato uno sberleffo ideato dal Giambologna per imbrogliare la censura del Papa. Un salto sotto alle Torri, un giro tra le strade del centro, qualche telefonata, una foto alla casa di Dalla. Nel frattempo finisce il concerto e anche noi, nella fi mana di ragazzini un po’ frastornati, ritorniamo pigramente all’appartamento. È oramai mezzanotte.

IN ROMAGNA TRA PIOGGIA E TRAFFICO

5a tappa: mercoledì 13 giugno da Bologna a Bellaria 119 km

Ci alziamo assai presto, facciamo colazione e poi mentre Tiziano e Patrizio ac- compagnano Sara alla stazione, io riparo le gomme. Riusciamo a partire alle 9 e ci indirizziamo verso la Piazza Maggiore e poi alle due Torri. Da lì, deviando di poco, ci dirigiamo verso la parrocchia di

S. Rita dove ci facciamo fare il timbro e accender un cero. Il diacono ci dice che sua moglie ha fatto in primavera il Cammino di Santiago ma è tornata con la bronchite per la tanta pioggia presa. Nel tragitto mi ero fatto gonfiare le gomme come si deve ad un ciclista per 2 €.



Uscire da Bologna, come da ogni città appena un pò grande è sempre difficoltoso e noi ci troviamo sulla trafficatissima Via Lenin con rotonde a più corsie, le peggiori. A S. Lazzaro di Savena, in periferia, troviamo un tratto di ciclabile, anche se è un poco dispersivo e mal segnalato, poi è di nuovo Via Emilia che ora, dopo Bologna, è diventata orientale. Prima di Ozzano passiamo il bivio per il Passo della Raticosa e mi ritorna in mente il racconto dell’Antonio, un novantenne del mio paese che andò in bici a Roma nell’Anno Santo del 1950, passando appunto dalla Raticosa e mangiando, per darsi forza, un chilo di marmellata. Presi come eravamo a seguire il percorso, non abbiamo parlato di Bologna che superficialmente ma crediamo che sia una città tanto famosa da non essercene neanche bisogno, però ci piace ricordare come vi sia stata fondata, nel 1088, l’Università laica intesa nel senso moderno più vecchia al mondo.

Superiamo Ozzano Emila, costruita dov’era l’antica e importante città romana di Claterna. Dalle parti di Osteria Grande la mia gomma si affloscia di bel nuovo. Ci fermiamo a ripararla con Titty che dà in escandescenze perché “…io faccio il gommista, tu il barbiere e se non sei capace di rattoppare le gomme non devi farlo” T’ho insegnato io a mettere le pezze alle camere d’aria!” rispondo a tono e per un po’ ci becchiamo di brutto con Patrizio che ci osserva attonito e Rubens che ci filma divertito.

Acquietato l’alterco e terminata la riparazione, riprendiamo. Castel S. Pietro dove è nato Capirossi e dove il campanile, unico in tutta Europa, ospita un concerto di 55 campane. Toscanella di Dozza, e dobbiamo fermarci di nuovo dato che a Rubens è saltato un elastico, gli si è incastrato nei rapporti dietro e per toglierlo ci vuole il suo tempo. Riprendiamo ma gli inconvenienti non sono finiti e la mia gomma pare proprio non voglia fare giudizio e dobbiamo fermarci ancora a ripararla. Deve essere qualcosa di microscopico nel copertone che non riusciamo a individuare. Ci proviamo tutti a sfregare l’interno del telo e il cerchio; probabilmente riusciamo a rimuoverlo perché poi, grazie a Dio, non andrà più a terra. Prima di arrivare a Imola ci prende il temporale che da un po’ minacciava e dobbiamo fermarci, per l’ennesima volta, sotto a delle piante e coprire con la plastica le nostre borse. Arriviamo in città all’una con il sole. Abbiamo fatto 40 km. C’è di buono che la Via Emilia qui non è così trafficata come attorno a Bologna.

Imola, sul fiume Santerno, fa 70.000 abitanti, il secondo comune della provincia di Bologna. Era la romana ‘Forum Cornelii’, fondata pare da Silla, nell’VIII sec. fu fortezza di confine del regno longo- bardo di Liutprando. Conquistata nel 1499 da Cesare Borgia, che mirava ad uno stato suo, sarà annessa al papato assieme alle Romagne. Molti i suoi monumenti: la cattedrale di S. Cassiano del Millecento; la Chiesa di Santa Maria in Regola antecedente all’anno Mille che custodisce il velo della Vergine; la massiccia Rocca Sforzesca del Milletrecento con ristrutturazioni di Leonardo. Imola è famosa, però, soprattutto per l’Autodromo Dino Ferrari. Vi è nato un santo, Pietro Crisologo, seppellito nella cattedrale, e un mangiapreti, Andrea Costa fra i fondatori del Partito Socialista Italiano. Crediamo di essere ormai giunti a metà del nostro raid. Ci facciamo una piadina in un bar. Telefoniamo a Danilo, il più vecchio dei miei figli, per fargli gli auguri dato che oggi è il suo compleanno. Quando torneremo faremo una pizzata tutti insieme. Rimontiamo in sella e usciamo dall’abitato rasentando la Curva della Rivazza dell’autodromo.

Non passa molto e ci prende un nuovo acquazzone. Stavolta ci rifugiamo sotto una pensilina. Pedaliamo un’ora abbondante passando per Castel Bolognese che è in provincia di Ravenna, il cui comune è stato ristrutturato da Giuseppe Mengoni, quello della Galleria di Milano, e quindi arriviamo a Faenza, la città della maiolica, famosa a livello mondiale sin dai primi secoli, dove c’è il più grande museo di ceramiche e maioliche.

Faenza, fondata dai romani, come molte di queste cittadine sviluppatasi sulla via Emilia, col nome di ‘Faventia’, sarà signoria dei Manfredi e poi soggetta allo Stato della Chiesa. Attualmente conta 60.000 ab circa. Passiamo le due piazze principali, la Piazza della Libertà con la bella Cattedrale rinascimentale di influenze toscane e la Torre

dell’Orologio, ricostruzione assai recente di quella antica posta al centro del ‘castrum’ romano, e poi la Piazza del Popolo, scenografica, porticata, coi palazzi del Podestà e del Municipio, entrambi di origine medievale. È la città di Evangelista Torricelli, l’inventore del barometro e del politico Pietro Nenni.

Altri 15 km sempre dritti sull’Emilia, fra la campagna verde e tanti frutteti, traversando qualche paesino, con gli Appennini che si son fatti vicini e la pioggia che adesso viene sottile ma insistente, e raggiungiamo Forlì. Sono le 16,30 abbiamo fatto 80 km

La romana ‘Forum Livii’ conta quasi 120.000 abitanti la sua storia è legata soprat- tutto a Caterina Sforza signora di Forlì, una delle donne più importanti del rinascimento italiano che tenne testa in varie occasioni alle truppe veneziane, francesi e papaline. È quella che sulle mura della Rocca, sollevandosi le gonne, disse a Cesare Borgia, il quale minacciava di uccidergli i figli se non si arrendeva, “Fatelo, se volete, qui ho quanto basta per farne altri!“.

Ci fermiamo per un caffè vicino alla Cattedrale con un negoziante che viene a chiederci di spostare i nostri mezzi dal davanti alle sue vetrine. In una città di biciclette come

Forlì chissà le volte che dovrà farlo. Ripartiamo mentre un ragazzo in bici scivola pesantemente sulla strada bagnata ma non si fa nulla. Fotografiamo la bella Piazza Aurelio Saffi sulla quale si affacciano gli edifici più rappresentativi della città: la Basilica romanica di S. Mercuriale con l’imponente campanile del XII secolo, il Pa- lazzo Comunale del XIV secolo con la Torre dell’Orologio, e il Palazzo delle Poste, in stile Littorio, del resto è la provincia del Duce e

la città dove è nata la figlia Edda. Erano forlivesi pure i patrioti Pietro Maroncelli e Aurelio Saffi.

Sono oramai quasi le 17 e ci mancano ancora 40 km per Bellaria dove pernotteremo nell’apparta- mento di Giulia la ragazza di Patrizio e dove ci at- tendono mia sorella Lina e suo marito Silvano che han deciso di raggiungerci. Prepareranno cena. Passiamo Forlimpopoli, il paese di Pellegrino Artusi, gastronomo, padre della moderna cucina italiana a cui è dedicato un monumento, un premio e una festa. Sono le terre del Passator Cortese, il brigante che qui, con la sua banda fece la più fe- roce delle sue razzie. Bella anche la possente Rocca Ordelaffi.

Alle 18,15 siamo a Cesena, la città del Sangiovese, del liscio, del buon mangiare, ma anche di quattro papi: Pio VI (1775 – 99, Gianangelo Braschi); Pio VII (1800 – 23, Barnaba Niccolò Chiaramonti) nativi di Cesena, Benedetto XIII (1724 – 39, Pietro Francesco Orsini) e Pio VIII (1829 – 30, Francesco Saverio Castiglioni) che della città furono rispettivamente arcivescovo e cardinale. Cesenati di nascita erano l’allenatore Azelio Vicini e il ciclista Marco Pantani.

Cesena ha origini neolitiche, ma furono i romani a darle importanza. Fu poi sotto il do- minio Bizantino di Ravenna. Nel 1377 fu sac- cheggiata dai Bretoni in una delle innumerevoli guerre del tempo. Fu Signoria dei Mala- testa che eressero la stupenda Rocca e crearono la magnifica Biblioteca patrimonio dell’Unesco. Come tutte queste zone, fu in- fine soggetta al Papato fino all’Unità. Fa quasi 100.000 ab e dal 1992 è stata affian- cata a Forlì nella denominazione della provincia.

È tardi quindi non ci fermiamo che per qual- che foto: la Cattedrale, la Porta Santi, la statua del fisarmonicista. Usciamo dalla città e pieghiamo a sinistra per strade secondarie nelle quali ci perdiamo, cercando la rotta giusta con l’aiuto di Googlemaps e qualche mia domanda che Tiziano aborra.

Macerone, Cella, Sala, paesini dell’entroterra sul Rubicone che è un rigagnolo, finché raggiungiamo il mare a Gatteo, il paese dei Casadei, sullo sfondo il grattacielo di Cesenatico, quindi il Rubicone, S. Mauro dove è nato Pascoli e infine, dopo 11 ore, Bel- laria, dove arriviamo stanchi e stufi alle 20 con 120 km nelle gambe. Siamo stati in sella 7 ore e 15’ effettive con i polsi, ancor più del sedere, che cominciano a dolorare. Leghiamo le bici nel cortiletto.

Cena in casa con Lina e Silvano che più tardi andranno a Rimini e tra quattro giorni ci raggiungeranno di nuovo, prima di Cascia. Facciamo bucato e stendiamo tutto nelle camere. Prima di andare a letto io e Patrizio andiamo a bere qualcosa in un baretto sulla spiaggia. Il cielo non promette bene, staremo a vedere. Per ora godiamoci il riposo.

TRA MALATESTA E ROSSINI

6a tappa: giovedì 14 giugno da Bellaria a Fano 69 km

Stanotte ha piovuto e ancora pioviggina. Sveglio i miei ascari e raccogliamo gli indumenti stesi; qualcuno non è del tutto asciutto. Colazione a uno dei baretti sulla spiaggia quindi, coperti da giubbini e plastica, partiamo, di malavoglia, che sono già le 9,30. Non fa neanche caldo, però prevedono

sole per le 13. Percorriamo il viale sul lungo mare a velocità ridotta: Igea, Torre Pedrera, Viserbella, Viserba, stazioni balneari tutte uguali e, col maltempo, un poco malinconiche. A Viserba casualmente incontriamo Valerio, un mio conoscente della Valcuvia, è lì in vacanza con la moglie. Saluti, foto, due parole e riprendiamo.

Dieci chilometri ‘au bord de mer’ e giungiamo a Rimini. L’attraversiamo lentamente, rallentati anche dal mercato, indirizzandoci ad un bagno dove ci aspettano Lina e Silvano. Arriviamo alle 11 e stiamo

insieme una mezzoretta tra un succo, un caffè e qualche chiacchiera con un ambulante di colore dalla parlantina facile e spiritosa dal quale prendiamo qualcosa.

A Gabicce non fate la via panoramica – ci consiglia Silvano – è un promontorio che ho già fatto in bici da corsa, è stata dura e per voi, con le borse, sarà peggio.” Vuol dire che prenderemo la statale Adriatica.

Rimini, la romana ‘Ariminum’, era già importante allora essendo crocevia di strade consolari romane, arrivava infatti da Roma la via Flaminia e partivano l’Emilia per Piacenza, e la Poppilia per Acquileia. È qui che Cesare disse ‘il dado è tratto’. Fu, in successione, sotto i Goti, dei Bizzantini, libero Comune, Signoria dei Malatesta che favorirono una celebre scuola di pittura, e, dal Cinquecento, dominio pontificio fino all’Unità. Vi è sorto il primo stabilimento balneare dello stivale inaugurato nel 1843 e ancor oggi è la località vacanziera più frequentata. Conta 150.000 abitanti e nel 1992 è stata elevata a provincia, smembrandola da quella di Forlì. Rimini, la città della piadina, del divertimento, ma anche del Tempio Malatestiano, ha ricevuto la fama mondiale soprattutto da Fellini, il suo figlio più famoso con i suoi film qui ambientati, soprattutto ‘Amarcord’. L’Emilia Romagna eccelle nel baseball e la squadra di Rimini ha vinto 13 Campionati italiani e 3 Coppe dei campioni.

Ripartiamo mentre Lina e Silvano vanno a cercare la chiesa di S. Rita. Da qualche giorno un pedalino mi fa tribolare, si deve essere rotto un cuscinetto e gira male obbligandomi spesso a perdere l’appoggio. È da ieri che cerchiamo un ciclista o un negozio per sostituirlo.

Bellariva, Marebello, Rivazzurra, Miramare; madonna ma quante sono queste località balneari? Poi Riccione, città di discoteche e colonie marine dove ci venni anch’io nei miei anni infantili. Misano col suo autodromo e le frazioni curiosamente titolate a stati sudamericani. Poi Cattolica, la patria del ‘Sic’, Marco Simoncelli il pilota, congiunta a Gabicce che però è già Marche. Il confine passa sul Tavollo, un rigagnolo trasformato in porto canale. Sono le 13 e se finora il sole ha giocato con le nuvole e la pioggia, obbligandoci a mettere e togliere i giubbini, ora, preciso come da previsioni, splende caldo in cielo. Abbiamo fatto 35 km praticamente tutti sul bordo del mare, una strada non certo veloce ma tranquilla, e quindi ci fermiamo a mangiare una piadina – che ci costa una cifra – ad un bar dove ci facciamo anche timbrare la nostra carta di viaggio. Nel contempo prenotiamo, per 56 €, un appartamento a Fano per dove dovrebbero mancare altri 30/35 km. Prima di lasciare Gabicce riesco a trovare un ciclista che mi sostituisce i pedali.

Ci immettiamo quindi sulla Statale 16 Adriatica. Si tratta della strada più lunga d’Italia che percorre tutta la penisola da Padova a Otranto (LE) col- legando i maggiori capoluoghi della costa adriatica per uno sviluppo di oltre 1.000 km. Fortunatamente non è incasinata come l’Emilia, per lo meno qui.

Non sarà lo strappo del promontorio ma anche questa strada monta non poco. È la prima salita che troviamo dopo oltre 500 km, e così cominciamo a sudare con la Rocca Malatestiana di Gradara, quella del bacio galeotto tra Paolo e Francesca, che ci guarda distratta dall’alto. Patrizio, ha inserito il rampichino e fa girare le gambe come una trottola.

Come fai a pedalare così veloce? – dico – Mi stanco solo a guardati”. “Io mi trovo bene” mi assicura. Saliamo quindi ognuno col proprio passo. Case Baldioli, Ponte del Colom- barone, la Siligata, più che paesi, grumi di case. Alla Siligata, dopo 6 km comincia la discesa veloce su Pesaro, dove dopo Cattabrighe, arriviamo passando più o meno alle 16 e ci fermiamo per visitarla, per quello che possiamo, imboccando la via Gioacchino Rossini.

A Pesaro, città della musica, tutto gira intorno a Rossini, il più famoso dei suoi figli, dal Museo alla casa natale, al Teatro, al Festival li- rico. Quest’anno poi è il 150° della morte e la

città gli ha dedicato un ricco e lungo programma di celebrazioni rossiniane iniziate nel ‘16 e che termineranno nel ‘19. Saliamo dritti passando la Cattedrale eretta sui resti di un edificio tardo ro- mano, la casa natale di Rossini, la piazza del Po- polo col Palazzo Ducale porticato, fino alla piazza del Teatro dove ci fermiamo per una bibita. Non vediamo invece la massiccia Rocca Costanza del Quattrocento.

Pesaro, 95.000 abitanti, è di origine antica, dell’età del bronzo, ma fu il centro princi- pale dei Piceni. Dopo Roma e le dominazioni barbare e bizantina, sarà libero comune poi signoria dei Malatesta e degli Sforza fino a entrare nella sfera papale. Con Urbino fa capoluogo di provincia. Oltre a Rossini ha dato i natali al soprano Renata Tebaldi, al politico Arnaldo Forlani e al nuotatore Filippo Magnini.

Ritorniamo sulla stessa via per riprendere la nostra strada arrivando fino al mare dove fa bella mostra di sé la “Palla”, una delle famose sfere in bronzo 

opera del 1998 di Arnaldo Pomodoro sotto la quale, come novello Atlante a riposo, Titty si fa fotografare.

Quando ritorniamo a pedalare sono le 17 e lo facciamo su una lunga cicla- bile, che qui chiamano ‘bicipolitana’, che arriva fino a Fano praticamente sul bordo della spiaggia, di fianco alla ferrovia. Un ragazzo ci raggiunge e per un buon tratto ci scorta. È anche lui un appassionato di due ruote e ci racconta che nei giorni del terremoto di un paio di anni fa, in bici era andato nei paesi terremotati dell’Abruzzo a portare il suo aiuto. Procediamo blandamente tanto oggi è una tappa breve, e ci voleva dopo la faticata di ieri.

Ogni tanto pedaliamo affiancati che sembriamo il quarto stato in bici. Incrociamo anche uno, sempre in bici, che Rubens giura essere stato Ligabue. Arriviamo a Fano alle 18,15 e quando troviamo il nostro appartamento non risponde nessuno. Una vicina di casa chiama la titolare ma lei dice che non ha avuto prenotazioni e non lavora con il gruppo dove abbiamo prenotato noi e che l’appartamento non è in ordine e lei è al lavoro. Amareggiati cerchiamo un’altra sistemazione. Pensavamo di spendere meno e invece ci tocca spendere di più. “Probabilmente siamo stati truffati” conveniamo, ma invece quando torneremo a casa riuscirò a farmi restituire i soldi.

Troviamo l’Augustus per 100 € con colazione. Un bell’albergo, appena di là del canale Albani, di sei piani dove ci fanno mettere le bici in un locale nello scantinato. Entriamo in camera alle 19. Abbiamo fatto quasi 70 km. Doccia, qualche indumento umido da stamattina steso sul balcone e un’ora dopo usciamo per una pizza in centro.

Fano dopo Ancona e Pesaro, è la città più popolosa delle marche con oltre 60.000 ab. Il fanese più famoso è papa Clemente VIII, (1592 – 1605 Ippolito Aldobrandini). Vi si festeggia il più antico carnevale d’Italia. È nelle sue vicinanze, sul fiume Metauro che i romani sconfissero il cartaginese Asdrubale, fratello di Annibale. Col nome di ‘Fanum Fortunae’ fu un im- portante centro romano e ne conserva ancora molte vestigia come le mura

in buono stato, la porta Augusta, il Teatro e altro. Bella anche la romanica Cattedrale del XII sec. e l’im- mancabile Rocca Malatestiana. Noi, passeggiando la sera prima di rientrare, riusciamo a vedere, la Piazza XX Settembre col Palazzo della Ragione e la cinquecentesca Fontana della Fortuna, ed il Chiostro di S. Teresa.

IL CONERO

7a tappa: venerdì 15 giugno da Fano a Porto Recanati 89 km

Facciamo colazione, chiacchierando con una coppia milanese, lei è appassionato di Bici e viene spesso a fare giri nelle nostre parti. Sistemiamo, poi, con fascette il portapacchi di Patrizio che tende a stortasi per via di una vite spannata e quindi partiamo. Sono le 9,30, bella giornata. Oggi passeremo Ancona e stasera inten- diamo dormire a Numana: 70 – 80 km a seconda se decidiamo di fare il Conero che è un promontorio con salite mica da ridere. Pedaliamo sulla lunghissima litorale Adriatica piana e abbastanza

tranquilla. Passiamo il Metauro il maggior fiume delle Marche, poi Torrette di Fano,  Marotta, località storica- mente contesa tra Fano e Mondolfo. Due moderni palazzi a forma di vele fanno la loro curiosa figura, ci potrebbe stare tutta la gente di Cuvio, il mio paese.

A Cesano entriamo nella provincia di Ancona e, alle 11.15, dopo una ventina di km, arriviamo a Senigallia la città, come dice il nome, dei Galli Senoni e di Pio IX (1846 – 70 Giovanni Maria Mastai Ferretti) l’ultimo Papa Re. Da qui in giù il dialetto cambia espressione, da quello più scivolato romagnolo a quello stretto e a scatti umbro-marchigiano. Senigallia merita una sosta e una visita.

Dopo i Galli che la eressero capitale, fu città romana, dominio bizantino e territorio Papale. Nel XIII sec fu distrutta in una delle tante guerre fra guelfi e ghibellini. Senigallia fu anche dei Malatesta che eressero

 una fortezza, potenziata ed ampliata in seguito dai Della Rovere, ora nota come Rocca Roverasca, il mo- numento più importante di Senigallia, davanti alla quale non potevamo non farci fotografare.

È in questa città che Cesare Borgia mise in pratica il più subdolo e crudele dei suoi tradimenti quando, nel tentativo, assecondato dal padre Papa Alessandro VI (1492 – 1503 Rodrigo Borgia), di crearsi uno stato suo, si ritrovò contro i suoi capitani. Fatta allora mostra di remissione, li invitò tutti ad una cena in un palazzo di Fano, e in un’imboscata li fece sopprimere tutti. Evento narrato dal Macchiavelli nel ‘Principe’ come ‘il magnifico inganno di Senigallia’.

Ci facciamo un succo dalle parti della Rocca parlando con un ciclista che ci dice come sul Conero sia dura la prima rampa ma poi è un su e giù fattibile e il panorama merita ampiamente la passeggiata. Un giro per le vie del centro fotografando qual- che monumento come il Foro Annonario, dove all’Ufficio Informazioni facciamo il timbro e prendiamo una cartina

 delle Marche, il Palazzo Ducale e la grande Piazza Garibaldi dove s’affaccia la Cattedrale per la verità poco appariscente.

Senigallia che conta 45.000 abitanti è famosa per la plurisecolare ‘Fiera Franca’, sorta nel XIII secolo, e la cosiddetta ‘spiaggia di velluto’, ‘bandiera blu’ europea. È anche terra ballerina e numerosi sono stati i terremoti, l’ultimo dei quali nel 1997. Oltre a Pio IX qui è nato il suo boia, Mastro Titta, il calciatore Renato Cesarini quello famoso per i gol negli ultimi 5 minuti, la ‘zona Cesarini’ appunto e, fra i contemporanei, il rapper Fabri Fibra.

Ripartiamo dopo un’ora abbondante tenendo la strada sul bordo della spiaggia attrezzata di bagni. In lontananza il promontorio di Ancona. Marzocca e poi a Marina di Montemarciano dove dobbiamo riprendere la statale Adriatica. Dopo pochi km siamo a Falconara Marittima dove facciamo la pausa pranzo in un anonimo parchetto con una coppietta di ragazzini che, poco discosta, non smette di sbaciucchiarsi. Falconara è un 

centro industriale alle porte di Ancona, della quale ha sempre seguito le vicissitudini storiche. Qui si trova l’aeroporto ‘Raffaello’ e soprattutto, al largo, la piattaforma petrolifera dell’API e le raffinerie.

Funzionava anche la fabbrica della Montecatini ora in abbandono. La cosa migliore che vediamo è la grande stazione ferroviaria bianca in stile neoclassico.

Ripartiamo alle 2 sulla la strada litoranea dove c’è traffico e buche. Torrette, Palombina, la zona dell’ospedale, la Mole Vanvitelliana, e alle

14,45 dopo 55 km, arriviamo al porto di Ancona. Caos: taxi e autocarri, pedoni e macchine, pullman e moto. Molte le navi attraccate, una della MSC è grandissima. Se Ancona è questa non è un granché attraente. In fondo, su un’altura, la Cattedrale. Ci fermiamo per una birra e il timbro all’Ufficio Informazioni; non l’hanno e l’addetta, stupita del nostro viaggio, ci fa una scritta a mano.

Capoluogo delle Marche, Ancona, ha una popolazione di 230.000 ab ed è il più grande porto passeggeri e veicoli d’Italia. È detta la dorica perché fondata dai greci dorici che la chiamarono così per la somiglianza del suo promontorio con un gomito, in greco ‘ancon’ appunto. Traiano ne ampliò il porto, fu poi ostrogota e bizantina e nel 774 passò sotto lo Stato Pontificio. Dall’XI sec al 1532 fu repubblica marinara spesso in lotta con le mire espansionistiche di Venezia,

per ritornare di nuovo sotto la Chiesa fino, periodo napoleonico a parte, all’Unità. Durante la II Guerra mondiale, per via della sua posizione strategica dovette subire massicci bombardamenti degli alleati che in un giorno solo, il 1° novembre ’43, fecero migliaia di vittime.

Molti i resti romani come l’Arco di Traiano sul porto e il tempio di Afrodite ora basamento della cattedrale, i palazzi storici su tutti quello del Senato, le chiese, le fontane tra cui quella delle ‘tredici cannelle’, una dei simboli, della città: Qui è sorto uno dei più antichi e importanti centri ebraici della penisola e ancora vi si conserva il ghetto. È stata palcoscenico per moltissimi film, primo fra tutti ‘Ossessione’ di Luchino Visconti. Tra i suoi personaggi più famosi, Luigi Albertini, giornalista e direttore storico del Corriere della Sera, Ave Ninchi e Virna Lisi, attrici e Franco Corelli tenore.

Abbiamo infine deciso di fare il Conero del quale tutti ci han detto bene, così attraversiamo la città risalendo il Passetto, un largo viale alberato a due corsie e l’alea nel mezzo, la via principale di Ancona. Ora vediamo una città più bella e turistica. In cima al Passetto si

erge un grande tempio rotondo con colonne scannellate, è il monumento ai caduti e ricorda parecchio quello di Trento. La vista sul mare è spettacolare. Da qui parte la strada per il Conero.

Puttanaccia questa qui ci fa morire” dice Rubens osservando la ripida salita. “Al massimo faremo qualche tratto a piedi” faccio tanto per farci animo. Il primo km è uno scalino che tocca il 15 %. A metà ci fermiamo sudati fradici. Riprendiamo e Patrizio preferisce salire l’ultimo pezzo a piedi. Le bici sono pesanti. Finalmente spiana, poi scende, poi risale a volte ripida; in cima alle salite ci aspettiamo. Fa un gran caldo e così preferiamo pedalare a dorso nudo. Sono 20 km di strada zigzagante sulla collina fra piccoli borghi, con sprazzi di panorama bellissimi. A secondo dei tornanti, a volte è una balconata sul mare altre la vista sulle colline verdeggianti sottostanti coi vari paesi storici e artistici posti sui cocuzzoli come cartoline: Camerano, Osimo, Castelfidardo.

I punti più panoramici sono il Poggio, a metà strada, dove si scollina, Massignano e La Madonnina dai quale si

ammira tutto il litorale adriatico a perdita d’occhio: Porto Recanati, l’imponente complesso sacro di Loreto, Recanati e, lontano lontano, Macerata. Il traffico è scarso in compenso ci sono svariati ciclisti.

Voliamo via in discesa Sirolo e siamo a Numana, sono le 17,30 e abbiamo fatto 75 km. Ci fermiamo in piazza davanti alla moderna chiesa rotonda, per un gelato e nel contempo cercare qualcosa

per dormire tramite le app in internet, ma non troviamo nulla sotto i 200 €. Proviamo più avanti a Marcelli e Scossicci ma anche qui prezzi assurdi, d’altronde sono località di turismo d’élite e quindi decidiamo di farci altri 10 km e andare a Porto Recanati dove, siamo riusciti a prenotare in internet un appartamento per 100 €.

Teniamo la strada sul mare e ci arriviamo alle 19 dopo 89 km. Aspettiamo la giovane coppia che ci apre l’apparta- mento al secondo piano sul corso principale della città e ci dice alcune cose tecniche. Non c’è sgabuzzini e così ci portiamo

le bici in camera, a spalla sulle ripide scale. Quindi una doccia e a cenare in un ristorantino a base di pesce, una scorpacciata, buona e neanche cara. Prima di ri- tornare facciamo una passeggiata nel borgo.

Porto Recanati, 12.500 abitanti, è il primo comune nella provincia di Macerata. Fino al 1893, era comune di Recanati del quale seguì le vicende storiche. Trova origine, dalla città romana di ‘Potentia’, le cui ve- stigia si possono vedere nella frazione di S. Maria. Il monumento più importante è il Castello Svevo del XIV sec che è vicino al nostro appartamento e del quale fotografiamo il torrione.

Girovagando per la città incontriamo alcuni vestiti da calciatori, del resto oggi sono cominciati i mondiali di calcio in Russia. Lemme lemme ritorniamo verso l’apparta- mento. La salita ora si fa sentire.

LA VAL DI CHIENTI

8a tappa: sabato 16 giugno da Porto Recanati a Polverina 85 km

Fra una balla e l’altra come preparare borse, portare giù le bici, fare colazione al bar di fronte, riusciamo a partire alle 9,30. Anche oggi tempo bello e caldo. La nostra avventura sta ormai volgendo al fine e per questi 

ultimi due giorni dovremo risalire gli Appennini. Questa sera saremo a Polverina, sul laghetto omonimo dove ieri sera per telefono abbiamo prenotato per 230 € all’unico albergo che abbiamo trovato, tre camere

doppie, dato che oggi ci raggiungeranno Lina e Sil- vano. Al bar ci han detto di una ciclabile lungo il mare che arriva fino a Civitanova e così andiamo a cercarla. Si tratta di una carreggiata tranquilla che ter- mina però sulla spiaggia del Lido di S. Maria in Po- tenza e per uscire dobbiamo passare l’angusto sottopasso della ferrovia e portare le bici su una rampa di scale.

Riprendiamo la lunghissima statale Adriatica che comunque non è molto trafficata. Passiamo i villaggi turistici di Scarfiotti, Torre- nuova, Porto Potenza Picena, Fontespina e alla 10,15, dopo 15 km, siamo a Civitanova Marche. Titty vuole salutare Massimo, uno di qui che ha conosciuto in una vacanza e che lavora ad un dato supermercato e allora andiamo a cercarlo. Ci mettiamo un po’ perché di quella catena ce ne sono due e, chiaramente lo troviamo al secondo. Ci perdiamo via tra saluti e chiacchiere 

varie. Il modo di parlare qui è stretto, saltellante e ve- loce, ci fa morire dal ridere.

Civitanova fa 45.000 abitanti; porto greco col nome di ‘Cluana’, distrutta dai barbari e rinata come ‘Civitas Nova’, fu feudo dei Da Camerino, Visconti, Sforza e Cesarini che eressero il loro palazzo du- cale, e infine del papato. Curioso è il campanile ro- tondo della chiesa di Cristo Re, sul porto, che funge anche da faro. Fra le feste vi è quella di S. Rita il 22 maggio con la benedizione delle automobili dato che è la patrona degli automobilisti.

Prima di lasciare la città ci facciamo una spremuta e quando ripartiamo è già mezzogiorno passato. Mia sorella e Silvano nel frattempo sono partiti da Rimini, hanno preso panini e companatico e quando ci raggiungeranno mangeremo insieme.

Ora il nostro percorso si inoltra nella Val di Chienti, il fiume che scende dagli Appennini di Camerino, e forma alcuni laghi artificiali come quelli di Caccamo e Polverina. La valle è percorsa da due arterie, la superstrada e la provinciale che prendiamo noi e che comincia subito a montare 

sebbene in maniera abbordabile. S. Maria Apparente, Montecorsaro Scalo, sobborghi di Ci-vitanova, Trodica. La Val di Chienti, qui  è  un’ampia piana delimitata da alture non tanto elevate, dove, sulla no- stra destra, risplende una cupola dorata a mò di pagoda, e un lungo campanile, deve essere il Seminario di Macerata la quale, accattivante, svetta sulla collina mettendo in vista le sue cupole, i suoi campanili e i suoi palazzi. Avremmo potuto passarci ma ci hanno un poco frenato le salite per arrivarci. Più

avanti Pollenza e, sulle alture a sinistra, Corridonia e Urbisaglia, cittadine medioevali che rubano lo sguardo.

Ci raggiungono Lina e Silvano. “Andiamo avanti a cercare un posto picnic e vi aspettiamo” ci dicono. Lo trovano poco oltre, a S. Claudio alle porte di Piediripa. Pranzo al sacco tutti insieme divertendoci a ricordare e raccontare, canzonandoci un poco l’un l’altro. Hanno comprato di tutto e quando ci alziamo siamo appesantiti mica male. Caffè ad un bar e riprendiamo. Abbiamo fatto 40 km dovremmo essere circa a metà della tappa di oggi. “Noi vi aspettiamo a Tolentino” ci salutano Lina e Silvano. Sono le 14,15.

Pedaliamo tranquilli, su lunghi rettilinei poco trafficati, passando qualche frazione, allungandoci o raggruppandoci, con Rubens a chiudere la fila, come sempre da quando siamo partiti. Ogni tanto qualche ciclista ci raggiunge, ral- lenta e conversa un poco con noi complimentandosi. A Sforzacosta troviamo volontari con paletta agli incroci, quanto prima transiterà una corsa in bici ma riusciamo a passare prima che blocchino la strada. Un vecchio arco di trionfo ricorda il passaggio di Papa Pio VI (1775 – 1799 Giovanni Angelo Braschi) sulla via dell’esilio ai tempi della rivoluzione francese.

Un’ora e mezza e siamo a Tolentino. Ci aspettavamo una collina e invece è in piano. È uno dei centri lesionati dal terremoto di due anni fa. Molte le case puntellate compreso il Palazzo municipale e la Cattedrale. 20.00 abitanti, fu centro dei Piceni e poi dei romani, invasa dai barbari, libero comune nel Medio Evo e quindi della Chiesa.

È la città di Mario Mattioli il regista di molti film di Totò, ma anche di S. Nicola da Tolentino, monaco agostiniano del XII sec, protettore delle anime del purgatorio, nativo in un paesino vicino ma qui morto al quale è stata dedicata la Cattedrale. Il monumento simbolo di Tolentino è la Torre dell’Orologio con quattro quadranti che indicano le fasi lunari, le ore italiche, l’ora astronomica e i giorni della settimana e del mese. Fu ideato nel 1822 dal pesarese Antonio Podrini.

Raggiungiamo mia sorella e mio cognato che ci stanno aspettando in una pasticceria in piazzale Europa. Beviamo una birra. Il titolare è Yuri, uno di quei ciclisti incontrati sulla strada. 

E’ un patito della bici e ci dice che ha fatto delle vere maratone come andare in giornata a Venezia o a Roma. Ci fa il timbro sulla credenziale che è da un po’ che non ci riesce di farlo.

Ripartiamo che sono le 16,15. Lina e Silvano ci aspetteranno a Polverina. Tolentino è l’ultima cittadina che incontreremo. Ora la valle si fa più chiusa, le alture più elevate, la strada più tortuosa e la salita più sensibile, senza contare il vento spesso contrario.

Dieci km passando un centro commerciale e le varie frazioncine di Belforte di Chienti e siamo a Caccamo che si affaccia al lago artificiale omonimo. Una lapide ricorda come sia stata fondata dai siculi qui emigrati 4000 anni fa che così l’han chiamata in onore del loro paese.

La strada è ora un continuo sottopasso con la superstrada che assorbe tutto il traffico. Incontriamo varie cave di ghiaia e calcare, alcune borgate di quattro case e, dopo un’altra dozzina di km, annunciato da un rudere su un’altura – “un vecchio maniero medioevale dei Signori di Camerino” ci dirà l’albergatore – e finalmente Polverina, un grumo di case poco discosto dal lago omonimo nel vasto comune di Camerino

 

Lina dalla finesra dell’ Albergo ci riprende mentre tagliamo il traguardo. Sono le 18 e i km fatti 85, dei quali più di 60 in salita e, anche se non dura, è stata comunque tanta e ci ha stancato. Due parole, scaricando le borse, con un terremotato di Pieve Torina qui sfollato.

Doccia e alle 19,30 a cena all’albergo. È ‘Il Cavaliere’, è a conduzione familiare e uno dei figli del proprietario che fa da cameriere, ci narra che è stato suo bisnonno, detto ap- punto il Cavaliere, ad aprirlo. Ci dice che que- sta è una zona di tartufi neri e lui è un tartufaio e ci racconta un poco di quel mondo non privo di gelosie e piccole vendette.

Una pergamena appesa ricorda la sosta in paese di un dignitario austriaco nel XVIII sec, l’unico brandello di storia. Tiriamo in chiacchere le 10 e poi a nanna. Domani ci aspetta l’ultima tappa.

I MONTI SIBILLINI

9a tappa: domenica 17 giugno da Polverina a Cascia 70 km

Anche questa mattina il tempo è bello. È l’ultima volta che sistemiamo le borse. È sempre un togli e metti roba e poi ritogli perché non ti ricordi dove hai messo una maglietta o un attrezzo, poi rimetti, e poi aggancia le borse al portapacchi, un lavoro che a lungo andare diventa stressante. Silvano si propone di portare le nostre borse ma rifiutiamo tutti, pure Patrizio anche se si dice un poco stanco. “Non se ne parla nemmeno” protestiamo all’unisono, vogliamo arrivare al Santuario con le borse, siamo pur sempre pellegrini.

Colazione e partiamo alle 8,30, ci attendono una sessantina di chilometri, sulla carta e i primi 20, fino quasi a Visso, sono in salita, poi tutto un saliscendi nei monti Sibillini, almeno così ci dicono. Lina e Silvano partono più tardi e ci aspetteranno a Pieve Torina

dove un mese fa il terremoto si è fatto risentire violentemente, come a Visso. La- sciamo il lago di Polverina, un bacino artificiale costruito, come quello di Caccamo, negli anni Cinquanta per dare elettricità ai paesi della zona. Sono il diletto dei pescatori sportivi che trovano cavedani e carpe in abbondanza, come dicono i cartelli affissi.

Ora la strada viaggia in una stretta valle. Superiamo le poche abitazioni di Pontelatrave e Maddalena dove, appena oltre, termina la superstrada della Val di Chienti.

Pieghiamo a sinistra imboccando la Provinciale della Valnerina. Ci superano Lina e Silvano. Pochi chilometri e siamo a Pieve Torina. Sono le 9,15.

È un paesino di 1.500 anime noto per gli allevamenti di maiali, bovini e polli. Un se- colo fa contava ben 4.000 persone ed ora coi terremoti del 2016 e quello appena venuto, molte altre se ne sono andate. La via principale che attraversa il paese è sbarrata da transenne che però supero ugualmente. Case danneggiate, tetti crollati, la chiesa puntellata, sassi e calcinacci in strada, cumuli di detriti e spezzoni di ferro vecchi e nuovi. Demoralizzante. Appena oltre il paese è stato attrezzato un ampio prato con container e casette prefabbricate.

C’è uno chalet che funge da bar dove entriamo a bere un caffè prima che la marea di turisti di un pullman sopraggiunto intasi l’ambiente. Ripartiamo, Ora ci tocca la salita più impegnativa su una strada con poco traffico. Pure oggi si si tiene una corsa in bici che per fortuna schiviamo

ancora. Sarebbe stato tempo perso in attesa del passaggio dei partecipanti. All’altezza della solitaria chiesetta di S. Maria in Caspirano pieghiamo di nuovo a sinistra. Le montagne ora sono più vicine e le vette più alte, i prati sono a pa- scolo, colza in fiore e papaveri rossi; uno spettacolo. Incontriamo solo qual- che baita, i pochi paesi si scorgono aggrappati sulle creste o a mezza costa.

Fa caldo, abbiamo finito l’acqua. Incontriamo, solitario, il ‘Ristorante del Re’ e facciamo scorta assieme a qualcosa da sgranocchiare. Un km e, all’altezza del bivio per Appennino, siamo al Passo delle Fornaci: 815 mslm, la nostra ‘Cima Coppi’. La discesa comincia con una lunga galleria. Pochi chilometri rapidi e tortuosi e siamo a Borgo S. Antonio una frazione di Visso dove ci aspettano Lina e Silvano che stanno dialogando con uno del posto. Al ciglio della strada case demolite anche qui, altre resistono malgrado pesanti crolli.

Stanno lavorando con una ruspa sulla strada e ci vuole un po’ di pazienza prima che ci lascino passare, assieme ad altri mezzi. A Visso c’è molta gente, è possibile si sia ingenerato un turismo di curiosità. Anche qui il paese è transennato e ci sono containers. Il 90 % degli edifici è stato lesionato. Alle nostre latitudini il terremoto è qualcosa di vago,

qualche scricchiolio, i lampadari che dondolano e, al massimo, il crollo di un cornicione ma a vedere questa desolazione stringe il cuore. Ti viene da pensare cosa faceva prima questa gente,

alle loro abitudini ai loro usi e quale sarà ora la loro esistenza.

Non dobbiamo passare dal centro perché la nostra strada piega prima decisamente a destra e quindi non ci fermiamo che per il tempo di qualche foto. Sono le 11,15. Lina e Silvano prenderanno qui le cibarie che mangeremo più avanti, a Triponzo.

Visso è messo sulla via della transumanza, l’antico cammino delle greggi dall’Appennino alle campagne laziali. Distrutto in un terre- moto nel 1320 e ricostruito, contrariamente ad altri paesi che vennero pesantemente col- piti dai terremoti succedutesi in sei secoli, fatto singolare, non ebbe più gravi danni fino al 2016. Conta poco più di 1000 abitanti sparpagliati oltre che nel capoluogo nelle quindici frazioncine montane. Come Pieve Torina si è spopolato nell’ultimo secolo perdendo due terzi della popolazione. Fa parte del Club dei paesi più belli d’Italia ed è sede del parco Nazionale dei Monti Sibillini.

Ora ci inoltriamo nelle gole della Valnerina, un lungo e serpentino canyon fra i picchi dei Sibillini, a ridosso del Nera con le rocce a perpendicolo. Il ter- remoto aveva fatto franare le rupi obbligando a chiudere la strada. Una bella e rilassante discesa di una ventina di km in mezzo al verde con prospet- tici squarci alpestri, tra Marche e Umbria. Pochissime abitazioni. Ci passano Lina e Silvano.

A mezzodì siamo a Triponzo, poche case rag- gruppate dove ci vive quasi nessuno. Ci sistemiamo alla meno peggio sull’unica panchina all’ombra di una pianta mangiando i panini presi da mia sorella.

Siamo ormai in provincia di Perugia. Un torrione in rovina su una altura domina il paesino. Poco prima abbiamo superato i bagni termali per il quale il paese è conosciuto.

Ripartiamo alle 13. Su uno sperone svetta Cerreto di Spoleto, pare debba scivolare a valle a momenti ma tenacemente resiste avvinghiato alla montagna. Si dice che ciarlatano derivi da cerretano perché nel Me- dio Evo i suoi abitanti avevano gli appalti delle elemosine per ospedali e opere pie, che gestivano con grande parlantina e abile simulazione.

Pieghiamo a sinistra imboccando un lungo e alto viadotto e poi una interminabile galleria, non sarà l’unica. Lina e Silvano sono andati avanti per prenotare l’albergo a Cascia. La strada pare in leggera discesa ma se

non pedaliamo ci fermiamo. “Impressione ottica” dice Rubens. Di fianco a noi il Nera solcato da gommoni, è un fiume non molto largo adatto al rafting. Ci fermiamo per una coca a Serravalle, sul bivio per Norcia. Siamo oramai vicini alla meta, una dozzina di km sempre in leggera ascesa tra le montagne e finalmente arriviamo ai piedi di Cascia accolti da un grande monumento a S. Rita.

CASCIA E LA SUA SANTA

S. Rita, Margherita Lotti, venerata in tutto il mondo come la santa avocata dei casi impossibili, venne al mondo a Roccaporena di Cascia verso il 1380, pare figlia unica di una coppia di possidenti, nata dopo anni di matrimonio. Il padre era un ‘paciere in Cristo’, ovvero un giudice di pace chiamato a dirimere nelle lotte politiche fra guelfi e ghibellini che allora dilaniavano anche le famiglie. Ebbe quindi una buona educazione, imparando a leggere e scrivere cosa che poche donne potevano vantare ai suoi tempi. Giovanissima, come si usava, andò sposa a Paolo Mancini

membro di una nobile famiglia che si contendeva coi Cicchi, con ogni azione lecita e no, la supremazia e il prestigio di Cascia. Erano secoli dove ogni borgo era un piccolo feudo da conquistare e difendere. Ebbero due gemelli: Gian Giacomo e Paolo Maria. Donna devota, intelligente e di spiccata personalità, non le fu facile accettare le anguste condizioni sociali in cui versavano le donne nell’au- toritario sistema maschile medioevale, ancor più radicato nelle famiglie aristocratiche, né approvare quella faida di potere che esacerbava gli animi di tutti. Resasi conto a quali prepotenze e omicidi avesse partecipato il marito coi fratelli cercò in tutte le maniere di redimerlo e tanto parlò, tanto perseverò e tanto pregò che riuscì nell’intento. Ma l’odio e le rivalse incrociate colpivano senza riguardo e così Paolo fu ucciso da sicari dei Cicchi.

I fratelli giurarono vendetta e con loro i figli adolescenti che, influenzati degli zii, si ribellarono all’utopica volontà di perdono della madre. Non passò molto che i ragazzini morirono di peste. Rita, rimasta sola, disperata e detestata dai parenti del marito, chiese di entrare in convento ma essendo già stata sposata, e probabilmente per il timore delle suore di qualche ritorsione, non fu accettata. A quel punto ebbe un periodo di smarrimento e confusione che la portarono a perdere ogni interesse terreno e amor proprio fin quando, la badessa, mossa a pietà, le promise di accettarla in convento a patto che avesse rappacificato i Cicchi coi Mancini, una cosa quasi impossibile.

Allora si trasformò e insistendo, umiliandosi, prostrandosi con gli uni e gli altri, riuscì nell’intento che pareva impossibile. La tradizione dice che il miracolo sia stato dovuto alle sue assidue preghiere e alle continue penitenze, ma, senza diminuirne

l’importanza della sua opera umana e cristiana, non si possono negare mutamenti di equilibri politici e convenienze reciproche.

E qui comincia l’esistenza monastica di Rita che visse 40 anni in preghiera, contemplazione ed estasi. Una vita da mistica o d’esaltazione, a seconda dei punti di vista. Per quindici anni ebbe una piaga purulenta in fronte, si vuole una stigmate provocata da una spina, anche se la scienza è più propensa a parlare di osteomielite, un’infezione ossea, e ancor prima di morire si disse facesse miracoli, il più popolare e simbolico quello del roseto fiorito in inverno, che non ci pare così impossibile.

Venerata già da viva, quando morì, il 22 maggio nel 1457, non fu seppellita e la sua santità fu subito riconosciuta dai devoti pronti a giurare di avere ricevuto riguardi, grazie e miracoli. Nel 1610 il padre agostiniano Agostino Cavallucci, in previsione della sua beatificazione, scrisse la sua vita e chissà, centocinquant’anni dopo la sua morte, quante cose tramandate a voce nel frattempo, sull’onda emotiva, siano ‘lievitate’. Sebbene la sua fama e la sua devozione avessero oltrepassato la penisola e attecchito in tutto il mondo cattolico, ci vollero ben 453 anni, perché la Chiesa la dichiarasse Santa e fu Leone XIII (1878 – 1903 Vincenzo Pecci) a canonizzarla nel 1900. Da quel momento la sua popolarità ebbe un enorme sviluppo. Così come per Bernardette Soubirous anche a S. Rita vennero dedicati altari, statue e ritratti in quasi ogni tempio cristiano. Moltissime le chiese a lei consacrate e tante le pubblicazioni.

Anche lo spettacolo si è interessato alla sua vita, la prima volta nel 1943 quando gli fu dedicato un film girato a Cascia e Roccaporena con la popolazione locale a fare da comparse. Nel ’96, su impulso del santuario, venne prodotto un lungo documentario. Nel 2004 fu la volta di uno sceneggiato televisivo e nel 2007 di un musical. Nel centenario della canonizzazione gli fu pure dedicata

una messa cantata. Anche l’irriverente Paolo Poli, nel ’67, scrisse una parodia in due atti che però fu censurata. A S. Rita è stata innalzata la più alta statua religiosa cattolica del mondo, 56 m. che si trova a Santa Cruz in Brasile. Le poste Italiane gli dedicarono una serie di francobolli.

Se S. Rita operi prodigi impossibili come sono convinti i fedeli o se invece ci sia molta auto- suggestione fanatica, o convinzioni esaltate o altre ipotesi – del resto la natura di per sé manifesta fenomeni paragonati a miracoli – noi, anime peraltro assai scettiche, e non ce ne vogliano i tantissimi devoti, non vogliamo entrare nel merito. Di certo per mia madre è stata una grazia di S. Rita l’essere riuscito io a ritornare a camminare quando piccolissimo, fui colpito da poliomielite a un piede, anche se i medici con il loro intervento terreno, hanno sicuramente facilitato il prodigio.

Cascia è un paese arroccato sulla collina a 653 mslm, il comune conta poco più di 3.000 anime, la metà delle quali sparse in una quarantina di piccole frazioni e località. La statua in marmo bianco di S. Rita che ci ha accolto si trova sul bivio per Roccaporena, laddove Cascia appare al viandante come una macchia pallida nel verde, è stata messa qui nel 2015 proprio con l’intento di ricevere pellegrini e turisti, è alta 6 m. ed è stata offerta di un benefattore libanese.

Roccaporena dista 5 km, e vi si trova la casa natale di S. Rita e un santuario più piccolo.

Da qui al santuario principale di Cascia mancano un paio di km in salita. All’ingresso del paese troviamo Lina e Silvano davanti all’albergo dove hanno trovato tre camere a 60 € l’una, l’Hotel Rose. Pedaliamo l’ultimo km su una serpentina ripida e, finalmente, alle 15,30 precise, dopo 70 km e 7 ore, percorrendo il doppio porticato, giungiamo davanti al santuario.

 

L’attuale basilica fu iniziata nel 1937 per supplire all’aumentato afflusso di fedeli e la prima pietra fu po- sta il 20 giugno dal Cardinale Enrico Gasparri; progettisti furono gli architetti Giuseppe Martinenghi, mila- nese, e il valcuviano Giuseppe Calori di Vergobbio seppellito a Cuvio (VA) il mio paese. Sarà consacrata il 18 maggio 1947. Si tratta di una chiesa non molto ampia, bianca di travertino di Tivoli, con la facciata contornata da due campanili ottagonali a guglia. Ha un solo grande portale che si raggiunge tramite una breve e larga scalinata; di fianco, addossato, vi è il monastero. Foto tutti insieme anche con Silvano e Lina saliti dalle scale mobili.

C’è abbastanza gente. Incontriamo un attempato frate uscito dalla chiesa, gli diciamo del nostro viaggio di 800 km e della rosa che vorremmo consegnare. Si complimenta per l’impresa e ci fa entrare senza fare difficoltà per il nostro abbigliamento da ciclisti. Mi conduce in sacrestia e mi fa anche il timbro sulla credenziale. L’ultimo. C’è gente che vuole prenotare una messa e lo faccio anch’io

per mia mamma. Una donna gli dice che la Santa, come dicono qui, l’ha guarita da un tumore alla testa. Il frate si sofferma un attimo guardandola e poi la in- vita a mandare le carte cliniche.

Facciamo un’offerta e vorremmo accendere le candele per i tanti che ce lo hanno chiesto ma c’è un solo candeliere elettrico e i ceri sono tutti accesi. “La santa vede lo stesso” ci assicura il frate e se lo dice lui va bene così. Un mare di gente si accalca davanti alla cappella dove, dietro ad una balaustra sulla quale appoggiamo la nostra rosa di carta è conservato il corpo della Santa in un’urna di cristallo. Non è facile fotografarla. Molti sono raccolti in preghiera ma c’è anche chi è più attratto dalle opere d’arte della chiesa.

È a forma di croce romana, con svariate colonne, abbastanza alta, dipinta in stile moderno dai colori sgargianti dove prevalgono il blu e l’oro, e una cupola ottagonale. Numerosi i gli artisti che ci hanno operato tra cui Giacomo Manzù, e poi Eugenio Pellini scultore di Marchirolo, Silvio Consadori pittore bergamasco un cui dipinto è nella chie- setta di Comacchio di Cuvio, Luigi Montanarini e Ferruccio Ferrazzi, che hanno lavo- rato ad Arcumeggia. Sotto la basilica nuova vi è quella vecchia o inferiore che però non visitiamo.

Un’oretta e andiamo in albergo dove, dopo esserci ri- puliti, e aver telefonato a chi è rimasto a casa, smontiamo le bici e le mettiamo nella macchina di Silvano. Non pensavamo di farcele stare tutte, ma, togliendo ruote, selle, pedalini, e girando i manubri, ci riusciamo; ci entra anche quella di Titty che ha un manubrio che teneva mezza ciclabile. Abbiamo rinunciato ad andare a in bici fino a Spoleto perché siamo stufi e così ritorniamo un giorno prima. Viaggiare in treno senza bici sarà molto più pratico e facile. “L’anno venturo però dobbiamo fare qualcosa di più breve” dice Patrizio.

Facciamo quindi un giro per Cascia per acquistare regalini vari, prendiamo anche un quadretto per la chiesetta della Colombina da dove eravamo partiti. Io e Silvano compriamo anche qualche tartufo, questi neri hanno prezzi contenuti. Pure qui si vedono i danni del terremoto, il campanile della chiesa di S. Francesco è puntellato. Patrizio e Lina vanno a messa mentre noi gironzoliamo un poco prima di tornare in albergo. In attesa della cena, prenotiamo i treni per il ritorno e facciamo il resoconto della nostra avventura.

Abbiamo pedalato 9 giorni, percorso 806 km, siamo stati in strada quasi 85 ore delle quali 52 e mezza sul sellino. Abbiamo attraversato 4 regioni e 15 province. Conti alla mano abbiamo speso più o meno

55 € giornalieri a testa, alberghi, cene, cibarie e bibite varie, treni e quant’altro. Siamo stanchi, sì ma soddisfatti. Come sempre abbiamo visto paesi, città e luoghi che non avevamo ancora veduti, trovato usanze e sentito dialetti diversi. Abbiamo anche incontrato fabbriche dismesse come moderni dinosauri in rovina, e alberghi chiusi, addirittura murati, soprattutto sul litorale adriatico, però anche tante splendide opere d’arte e bellezze naturali.

Cena tutti insieme poi a nanna coi miei ascari che si sono divertiti fino all’ultimo a nascondermi le cose. Domattina alle 6 abbiamo il bus per Spoleto ma bisognerà cambiare a Serravalle, poi in treno andremo a Roma. Qui ci divideremo. Tiziano prenderà un ‘Freccia rossa’ per Firenze dove intende fermarsi un paio di giorni da Sara e noi, con un’altra ‘freccia’, arriveremo direttamente a Milano Centrale. Da lì la navetta per Malpensa, cambio a Saronno e infine ultimo treno per casa. Un’avventura che sarebbe stata un’odissea se fatta con le bici al seguito.

Solo un’ultima cosa devo dire: purtroppo, una volta a casa non ho più trovato la mia macchina fotografica e mi spiace perché di foto ne avevo fatte molte. O mi è stata rubata o magari han ragione miei ascari nel dire che sono smemorato.

TAPPE

TAPPA

KM

IN SELLA

MEDIA

IN STRADA

1 Colombina di Roggiano – Gaggiano

104

6,00

16.6

8,30

2 Gaggiano – Castelnuovo B. d’Adda

93 + 12

6,05 + 1

15,2

10,00 + 1

3 Castelnuovo B. d’A. – S. Ilario d’Enza

80

5,04

16,0

8,30

4 S. Ilario d’Enza – Bologna

85

5,40

15,9

9,45

5 Bologna – Bellaria

119

7,25

15,8

11,00

6 Bellaria – Fano

69

5,02

13,4

9,30

7 Fano – Porto Recanati

89

5,50

15,1

8,30

8 Porto Recanati- Polverina

85

5,36

14,9

8,30

9 Polverina – Cascia

70

4,42

14,7

7,00

totale

806

52,24

15,3

84,15

10 Cascia -Spoleto – Roma – Milano – Casa in treno

ALTRI DIARI DI VIAGGIO

‘VIAGGIO IN TERRASANTA’, memorie di un pellegrinaggio, agosto 2009. [consultabile sul sito: http://www.viaggimiraggi.it/Diari/?number=723]

‘SANTIAGO: IL MIO CAMMINO IN BICI’, 2 15 agosto 2011. [consultabile sul sito:

‘UN PO IN BICI’, una lunga pedalata sul grande fiume, 25-30 aprile 2012. [consultabile sul sito: http://www.markos.it/quaderni/poinbici.htm]

‘SANTIAGO UN ALTRO CAMMINO’,

1.000 km in bici sul Cammino del Nord, 2-17 giugno 2013.

‘VIA CLAUDIA AUGUSTA’,

la strada Romana dal Danubio al Po in bici, 25 aprile – 1 maggio 2014.

[consultabile sul sito: http://www.facebook.com/ViaClaudiaAugusta2014]

‘ANCORA UN PO IN BICI’,

pedalando sul Po verso il Monviso 8–11 aprile 2015.

[consultabile sul sito: http://www.markos.it/quaderni/poinbici.htm]

‘VIAGGIO NEGLI STATES’,

appunti alla rinfusa di una vacanza in Florida 12-27 settembre 2015.

‘LAGHI E FIUMI DI LOMBARDIA IN BICI’, 8–11 settembre 2015.

‘CAPODANNO 2016 A PARIGI’, 30 dicembre 2015– 4 gennaio 2016.

‘BARCELLONA’, 30 aprile – 3 maggio 2016.

‘IN VIA FRANCIGENA CUM BIROTA’, in bici a Roma, 2 – 12 giugno 2016 

‘LA CICLOVIA DEI DUE MARI’, da Bordeaux a Sète , 10 -19 luglio 2017

‘A SANTIAGO SUL CAMMINO DELL’EBRO’,

(partendo in bici e finendo da turisti dal 14 – 28 settembre 2017)

giorgio.roncari@virgilio.it

 

 

E’ possibile scaricare la versione Pdf di questo racconto

 

Commenti al racconto

avatar

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.