Oltre il Sahara

di Giovanni Mereghetti –
Alle porte del 2000, quando le fantasie di Verne sono diventate realtà, andare per le strade del mondo può sembrare fuori dal tempo, può sapere di favola, può considerarsi inutile.
Non è così, almeno non lo è per me che, stanco di una vita soffocata dal consumismo, stanco di tutto ciò che sono le regole, stanco di tutta quella gente che rincorre miti di cartapesta, decide di partire.
Partire…. Lasciare tutto per seguire un orizzonte, un orizzonte che forse riuscirà a darmi la libertà, una libertà vera.
Fuggire… fuggire lontano, fuggire dalla noia cupa che nasce dalla routine di ogni giorno che scorre sempre uguale ai precedenti. 
Il bisogno di evadere, il desiderio di avventura è qualcosa che si agita in noi e stimola giorno dopo giorno a scoprire, a conoscere la vita per essere padroni della propria esistenza, essere quindi “se stessi”, in ogni circostanza, è il vero significato della parola “libertà”.
A volte ci si limita a sognare ciò che pare irrealizzabile senza osare tradurlo in realtà, sapendo che, spesso, usiamo l’aggettivo “irrealizzabile” soltanto per comodo. Allora ci si infuria con se stessi, si vorrebbe rivoltare il mondo per cancellare un passato che , forse, ha dato assai poco.
Nasce così il desiderio di staccarsi dalle solite persone mediocri ed ipocrite, che non hanno gli stessi nostri ideali, che non credono in ciò che crediamo noi, per isolarsi e riflettere ricercando un’identità costituita da altri valori.

Una volta tanto c’è pure il desiderio di abbandonare tutto per cercare una risposta ai nostri intimi “perché”, che formuliamo osservando certe dure leggi della vita senza comprenderle.
Fatalmente al ritorno da ogni avventura si ritroverà il proprio ambiente, e più che mai sarà difficile reinserirsi nell’atteggiamento della vita di ogni giorno, quindi diverrà arduo accettare un compromesso con se stessi, qualunque esso sia. Fondamentalmente però ci si accorgerà di essere diventati ricchi spiritualmente.
Prima o poi verrà ancora voglia di partire per scoprire spontaneità, semplicità, sincerità; ed il pensiero di poter ripetere queste esperienze ci aiuterà ad accettare la nostra realtà.
Nell’intimo di ognuno di noi si agitano contemporaneamente o si alternano gioie ed amarezze, abbattimento ed euforia, disperazione e freddi ragionamenti logici che anch’io di volta in volta, ho provato e provo a seconda della circostanza che vengo ad affrontare.
Molte persone del resto sono soggette ad improvvisi cambiamenti di umore; e d’altra parte che senso avrebbe la vita se tinta completamente di nero o di bianco senza alcuna sfumatura?
Raramente un giovane non ha mai sognato di avventurassi in località sconosciute e remote, però esiste una sostanziale differenza fra l’avventuriero vero e proprio, che se vogliamo è dotato di vera e propria vocazione, ed il sognatore, il quale di fronte ai sacrifici che comportano questi viaggi si arrende. Spesso è destino dell’avventuriero vedere che il mondo lo raggiunge, ed il bisogno di viaggiare nasce da un’esistenza di spazio in cui muoversi, in luoghi dove non esistono barriere, dove si è liberi o forse si crede di esserlo.
Si dice che non ci sia più nulla di sconosciuto, non esiste più il rischi ignoto, ogni situazione può essere prevista e calcolata ma ci sono luoghi che al solo nominarli, evocano immagini di fascino e mistero.
Il mondo di Livingstone e degli Stanley è finito, ma ripercorrere le loro tracce significa poter cogliere atmosfere perdute ed affascinanti.
È sulla sorta delle considerazioni suddette che ho deciso di percorrere le vie dell’Africa In un raid che si è trasformato quasi in un’odissea. Steppe infuocate, piste e gente misteriosa, costumi, popoli dalle nobili origini che si perdono nel tempo.
Il pensiero affascinante di una misteriosa Africa stimola alla ricerca di un’avventura diversa e, piano piano, cresce un entusiasmo tale che si carica sempre di più col tempo fino a quando non può più restare un sogno.
Viaggiare non è solo una vacanza, ma bensì molto di più; oserei definire ciò una scuola di vita che ci porta ad osare per vedere, vedere per conoscere, conoscere per amare…
In una società emancipata e progredita, che offre bellissimi testi di geografia e tanti libri, dove le agenzie turistiche ti portano dove vuoi, in ogni Paese… è forse preferibile guardare con i nostri occhi, se ancora ci appartengono!
Ci sono cose che desideriamo tanto pur ignorandone il motivo profondo; forse cerchiamo forti emozioni, o più semplicemente un contatto intimo con la natura che amiamo.
Del resto qualche volta occorre dar vita ai sogni più belli.
Nelle mie esperienze di viaggio ho potuto constatare un notevole miglioramento nel mio carattere; ho acquistato una certa sicurezza anche nelle valutazioni più difficili e poi, perché no, sono riuscito ad avere un giudizio più sereno sull’esistenza ed a sentirmi un po’ riconciliato con la vita.
Mi vengono inculcati tanti falsi valori, quali valori reali, per cui spesso, finiscono per credere che la felicità sia un dono del successo e del denaro. Poi qualcosa in me si ribella ed arrivo alla conclusione che c’è ben altro da vedere e da scoprire.
È perciò che ogni tanto decido di partire, sempre alla ricerca, di qualche particella di verità.

 
Quanta strada

Quanta strada ho percorso:…ricordo il mio primo viaggio.
Nel 1981 con la mia FIAT Ritmo compio l’intero giro della Francia (km 3500); un anno dopo, sempre con la stessa auto, percorro le strade di Svizzera, Germania, Lussemburgo, Belgio e ancora Francia (km 4000).
Nel 1983 a causa del servizio militare sono costretto a rinunciare; non importa, l’anno prossimo mi rifarò con qualcosa di interessante.
Infatti nel 1984 il primo vero raid: Casorezzo-Nothkapp.
In soli 18 giorni percorro l’intero giro della Scandinavia macinando quasi 10000 chilometri.
Le renne, i lapponi, il camping di Fakse (Danimarca), le grosse bistecche cosparse di marmellata, il salmone affumicato (molto buono),…hanno lasciato un ricordo indelebile nella mia mente.
Dimenticavo le belle ragazze nordiche…quante emozioni!
1985: il 2 Agosto m’imbarco da Venezia sull’Espresso Egitto: ”Destination Lake Nasser”.
Dopo tre giorni di navigazione con breve sosta in Grecia, sbarco al porto di Alessandria d’Egitto.
Dopo lunghe pratiche burocratiche devo subito darmi da fare per sostituire il cavo della frizione della mia A112.
L’impatto con il continente nero è tremendo.
Sinceramente non mi sarei mai immaginato un caos di questo tipo.
Alessandria è un continuo andare e venire di carretti, gli automobilisti guidano tutti come pazzi, appena mi fermo per chiedere informazioni sono circondato da una miriade di bambini, i quali, allungando una mano mi chiedono il “bacsisc” (mancia).
Sembra quasi un incubo, ma voglio andare avanti.
Nella capitale egiziana i prezzi degli alberghi sono proibitivi e decido di accamparmi nei pressi delle piramidi.
Pian piano mi abituo a questo tipo di vita e, nonostante il caldo, percorro in media 500 km al giorno.
Ad assyut sono ospite della polizia, finalmente posso lavarmi.
Assisto a scene di vita quotidiana che non mi sarei mai immaginato.
Come sono diversi da me.
Il giorno successivo raggiungo l’oasi di El Karga percorrendo per 600 km. Li piste del deserto libico.
La sera di nuovo al “Police club”. Oggi è giorno di festa al club, sta per essere celebrato un matrimonio.
Voglio curiosare un po’, ma finisco per farmi “beccare” dal capo del club, il quale è felicissimo di invitarmi alla grande festa. Sono emozionato, tutti mi guardano, forse attratti dal mio “look” non certo adatto ad una festa del genere.
I bambini mi toccano continuamente, mi invitano a ballare,… è quasi un sogno.
I sogni finiscono presto e … con un pizzico di malinconia lascio Assyut per imboccare la strada che costeggia il Nilo.
Nel primo pomeriggio sono a Luxor.
La colonnina del termometro sfiora i 50°, sono a pezzi, a volte mi chiedo se ne valeva pena di continuare. Non è da me arrendermi, voglio arrivare fino in Sudan, solo là sarò in pace con me stesso.
12 Agosto, ore 12.30: è fatta, dopo un viaggio di 350 km. In un deserto di roccia mista a sabbia sono ad Abu Simbel, davanti a me appare grandioso il tempio, sulla mia sinistra il lago Nasser. La gioia è immensa, forse indescrivibile.
Come poter raccontare ciò che hanno visto i miei occhi!
La via del ritorno corre veloce, Aswuan, Luxor, sono felice, canticchio, fischio, … quanta gioia!
A Qena decido di seguire la pista per Bur-Safaga, sulla carta è segnata con un incoraggiante “very good”.
Mamma mia che strazio, è un continuo traballare, le buche si contano a migliaia, inoltre la strada continua a salire verso le montagne del deserto arabico.
Il paesaggio è incantevole, ma i miei nervi e la piccola A 112 sono quasi al limite.
Dopo ben 17 ore di guida sono a Hurgada, il vento soffia forte, le onde spumeggianti del Mar Rosso accarezzano la bianca spiaggia; per un po’ rimango ad ammirare questa meraviglia, poi … mi tuffo dove l’acqua è più blu.
Da Hurgada al Cairo, ancora deserto, ma contrariamente al primo, il paesaggio non è gran che.
Il Cairo con i suoi 15 milioni di abitanti è la più grande città dell’Africa. Percorrere le sue vie è come percorrere un formicaio, gente che va, gente che viene.
Nelle vie del mercato di El Kalili c’è di tutto: dal bambino che allunga la mano e che chiede il solito “BACSISC”, al vecchio che fuma il narghilè, alle donne che con forza trascinano il carretto.
Nonostante questa miseria noto una certa fierezza nella gente che vive in questo quartiere.
Cosa dire dei miei 4700 km. Percorsi nella terra dei Faraoni, in questa terra che ha visto nascere e morire una civiltà ormai perduta, ma tanto grande da affascinare i miei sogni di bambino e da lasciarmi meravigliato ancora adesso, a più di 4000 ani di distanza?
Sarebbe inutile tentare di descrivere le sensazioni che ho provato durante le visite delle meraviglie archeologiche degli antichi egizi, sono state talmente contrastanti, ma sicuramente molto simili a quelle di chi, fra di voi, ha già visitato questi luoghi. Ciò che in vece mi ha colpito di più in questo viaggio è qualcosa che in partenza non averi mai pensato di trovare, cioè la stupenda, accattivante umanità che la gente egiziana possiede.
Sono partito, infatti, premunito dall’Italia perché le notizie che da noi circolano sull’Egitto non sono delle migliori, tanto da mettere sempre in luce la tremenda sporcizia del paese e dei suoi abitanti, l’incuria e l’arretratezza di questi ultimi.
Che la sporcizia ci sia è inutile negarlo, ma non è spaventosa come si vuol far credere e, quanto agli abitanti, secondo me sono sempre un mondo tutto da scoprire, che va toccato con mano, giorno per giorno, per riuscire ad avere una immagine veritiera.
Non ho mai scelto il tipo di viaggio organizzato perché è triste vedere come spesso, anche chi viaggia con le agenzie più specializzate vive un viaggio quasi come un documentario che va guardato, ammirato, fotografato, ma senza mai calarsi nella realtà di chi si ha davanti.
Così si finisce col tornare a casa con la convinzione che tutto ciò che si pensava prima di iniziare il viaggio, fosse l’esatta realtà.
Ma è così che si può giudicare con obiettività?
Invece è facile lasciarsi andare agli usi locali, alla passeggiata serale lungo il Nilo con i negozietti locali pronti ad offrirti un thè per il solo piacere di parlarti, al ristorantino tipicamente egiziano, alla caffetteria dove è piacevole stare a conversare mentre i locali fumano il narghilè.
Insomma basta vivere la loro vita per accorgersi che la realtà egiziana è completamente diversa da come pensavamo che fosse.
La gente è felice di vederti, di incontrarti, di ospitarti, è felice di farti vedere la propria casa ed il modo di vivere, è felice di aiutarti. Spesso bastano i soliti petulanti ragazzini con la loro ossessionante richiesta della mancia per convincerti che gli egiziani sono tutti pezzenti e mendicanti.
È facile cadere in errore, ma proprio questi bambini, che solitamente fanno la corte ai turisti, mi hanno accompagnato per le viuzze di Giza rifiutando poi, la mancia che gli offrivo.
Questa gente allora è pronta a sfruttare il turismo perché con esso vive, ma quando hai bisogno di aiuto, quando cerchi la loro amicizia, quando cerchi di essere uno di loro e non il turista, allora potrai non accorgerti di quanto siano gentili e di quanto siano semplici, con tutto quanto di buono questa parola può significare.

 
Perché “oltre il Sahara”
 
L’Africa ha il potere di trasformarmi completamente, facendomi diventare un’altra persona.
È una terra così affascinante che, secondo me, appartiene ad ogni uomo; è veramente dentro di me e quando sono lì, quando la vedo, ho come la sensazione di conoscerla da sempre, di esserci già stato, tutto mi sembra diverso, oppure antico, in qualche modo già conosciuto.
Nel deserto sono riuscito a gustare questo paesaggio sconfinato, quasi crudele, in parte inesplorato.
Qualche ciuffo d’erba, qualche cespuglio ingiallito dal sole, qualche lucertola, i dromedari che corrono all’orizzonte, il paesaggio è lunare, ma non riesco a vedere oltre l’infinito, qui sta’ il vero motivo dell’inquietudine che ho dentro, l’inconscia spinta alla ricerca di “novità”, il desiderio di andare al di là delle cose e bucare il muro dell’invisibile.
 
Andare verso l’Africa vuol dire cercare un contatto diretto con la natura e con l’uomo che lo abita, contatto che, in una società soffocata dal consumismo e stimolata solo dalla sete di progresso, non è più possibile avere, perché qui tutto è calcolato, tutto è programmato, il tempo, i minuti, i secondi sono diventati degli “idoli” da rispettare.
In Africa la proporzione della natura è dominante; è la natura che vince su tutte le tentazioni di sostituirla a qualcosa d’altro, rimane lei l’unica interpretazione possibile per un contatto che qui rimane esclusivo tra gli elementi naturali e l’uomo.
Grandi i fiumi, grandi le savane, grandi gli animali: grande quindi il senso di subalternità che avvince, sgretola addosso ogni velleità porta a godere nel totale abbandono di ogni certezza e riferimento abituale.
Al tramonto, quando la natura si placa, quando il vento, che ha accompagnato tutta la giornata, cessa il suo urlo e la sua rabbia, quando il caldo si mitiga, quando tutto si distende;
ovunque regna una grande pace come se, elementi e uomini volessero rifarsi dopo la grande battaglia del giorno e del sole.
Il tempo passa non turbato dalla fretta né dall’orologio.
Nessun impegno mi assilla, nessun rumore mi disturba.
Mi sazio così … in silenzio, mentre nel cielo si accendono le stelle. Chi non ha visto, non può credere cosa siano le stelle nel deserto, per il deserto.
Pochi spettacoli della natura sono così come un mare di dune sotto il cielo, sabbia e cielo separati da un tratto di linea orizzontale: nient’altro.
Questa sabbia che mi scivola tra le mani è ciò che resta della storia passata, delle civiltà che vissero qui.
Camminare sui granelli di sabbia che non temono né il leone né la pantera, mi rende felice. Questa terra deserta e sconfinata fugge veloce al mio sguardo come carezza impalpabile.
La prima impressione che mi ha lasciato questa avventura fra le dune, è stata quella della libertà. Una libertà nuova, ampia, autentica, gioiosa. L’aver scoperto che sono nulla che non sono responsabile di nessuno, mi ha dato la gioia del bambino in vacanza e … nonostante il sole del mattino, ho visto ancora le stelle e come il deserto me le aveva avvicinate.
Sulla terra è il silenzio che ha la voce più bella per parlarci.
Molti viaggiatori partono perché intuiscono queste sensazioni, tornano in Africa perché non possono più farne a meno : il mal d’Africa li porta a cercare una situazione emotiva inimitabile.
Africa come pianeta, con le sue genti e l’impenetrabilità delle abitudini; chilometri e chilometri di solitudine per entusiamarsi in un incontro apparentemente insignificante, e poi, spingersi di nuovo verso la nullità del deserto, il silenzio, l’assenza di tutto.
Africa delle piste: tagli profondi nelle foreste, interminabili solchi che si esauriscono chissà dove, oltre la mappa ufficiale; Africa dalle immagini improvvise: acqua, vegetazione molle, terra secca, roccia piatta e orizzontale e pietra gotica nelle montagne bizzarre; Africa della velocità per il ghepardo, Africa dal ritmo lento per le piroghe sui fiumi.
Accanto alle ferite del suo cuore più povero, c’è anche lo spazio per viaggiare e capire: c’è l’Africa da inghiottire mentre ci si lascia sopraffare; ha il prepotente senso di appartenenza alle più grandi forze della natura.
Dall’Atlantico al Mar Rosso corre il Sahara, un immenso rettangolo di acqua e pietra, il deserto che ha occupato con prepotenza una grossa parte del continente africano.
Imboccare le sue piste significa perdersi in un mare infinito, un mare che non ti darà pace, finché non sarai la …” oltre il Sahara”.
 

L’attesa
 
Organizzare un viaggio come il nostro potrebbe anche essere semplice per chi dispone di una certa somma di denaro, ma per noi….!
I problemi incontrati nella preparazione del nostro viaggio sono stati molti, forse troppi, ma quando la voglia di partire arriva ad assillarti, giorno per giorno, allora, non ci si arrende così facilmente; si vorrebbe rivoltare il mondo pur di vedere le cose andare per il verso giusto.
Il chiedere aiuto agli sponsor diventa sempre più difficile, soprattutto per due nomi come Pietro e Giovanni che, forse, potrebbero dire qualcosa solo ad un sacerdote.
Quindi, tanto impegno e tanta faccia tosta sono le prime doti richieste per la ricerca di qualche “soldino” o di qualche accessorio.
Molte volte ho sentito denigrare il mio lavoro, molte volte ho incontrato gente pronta ad approfittare della mia situazione; non importa…… la mia battaglia continuerà e, non sarà certo quel sig. Grillo, che con le sue frasi diplomatiche ha tentato di prendermi per i “fondelli” e di far naufragare il mio vascello.
Fortunatamente le persone non sono tutti “Grilli” e, anche se le mie mete possono sembrare un’utopia, Ambra, Adelino, Donata, Carla e tanti altri, hanno saputo apprezzare la mia iniziativa.
Se il mio lavoro sta diventando sempre più interessante devo ringraziare anche loro che, nonostante i loro molteplici impegni, hanno sempre trovato un po’ di spazio anche per me.
Durante i preparativi ho avuto occasione di conoscere molta gente, gente di ogni tipo; dall’industriale all’avventuriero.
Ricordo tutte le frasi dette, tutti i consigli, i rimproveri, ma ricordo in modo particolare l’incontro con Giorgio Caeran.
Giorgio, 34 anni, comasco, è forse un esempio da seguire.
Il suo coraggio, la sua tenacia, la sua umanità, lo hanno portato ad imprese indimenticabili ed invidiabili.
Nell’ormai lontano 1977 percorse con la sua Vespa le strade dell’India; quasi 23000 km tra mille disavventure e popoli sconosciuti.
Sempre tenace e sempre con una gran voglia di conoscere, ha poi percorso le vie dell’Africa occidentale.
Ascoltare Giorgio è incantevole; le sue frasi, il suo modo di parlare, i suoi sentimenti, non possono non far riflettere chi ama l’avventura.
…problemi, problemi, ancora problemi, non ne posso più.
A volte il morale non è dei più carichi, d’altro canto era prevedibile anche questo, altrimenti che gusto ci sarebbe se tutto filasse liscio come l’olio.
Anche per i lavori più belli e più amati, occorrono dei momenti di riposo e di riflessione, ormai sono cinque mesi che, giorno dopo giorno, senza soste percorro questo cammino.
Ho bisogno di riposo, di evadere, di dimenticare tutto per qualche giorno.
Via dal lavoro che ormai mi sta dando molto poco, via dalle solite persone ipocrite.
Un pulmino qualche amico vero, quattro soldi in tasca e tre giorni ad Amsterdam riescono a regalarmi la giusta carica per gli ultimi preparativi del viaggio.
A parte qualche giorno di riposo che mi permetto di prendere, c’è ancora molto da fare per la preparazione di questo raid, ma tutti questi sforzi saranno sicuramente ricompensati da emozioni indimenticabili che vivrò in prima persona in quella magnifica terra che chiamiamo il “Continente Nero”.
 

“diario di viaggio”
  
1° Novembre
 
è il primo Novembre, fra qualche ora arriveranno i miei amici per l’ultimo saluto prima della partenza.
Ormai da qualche ora mi giro e rigiro nel letto, senza riuscire a prender sonno, ciò che mi aspetta questa mattina mi preoccupa moltissimo, non ho mai avuto tanta gente attorno.
Alle 7:00 non posso più rimanere nel letto, mi alzo e sveglio anche Pietro.
Una semplice colazione e poi arriva il momento di indossare la tuta da “battaglia”: mi guardo allo specchio con un pizzico di narcisismo, mi sistemo i capelli e mi guardo negli occhi forse un po’ preoccupati.
Il campanello suona, sono i miei amici, mi fanno una grande festa, ma io non riesco a dire una parola.
Alle 9:15 è ora di recarsi nella piazza del mio paese per la presentazione del viaggio e per la partenza.
Salgo sul sedile posteriore della macchina di Maurizio e …. partiamo.
Maurizio inizia a suonare il clacson a festa, la cosa mi da molto fastidio e, dopo averlo pregato di smetterla, sono costretto a mollargli qualche pugno sulla spalla; inutile, continua a suonare senza sosta fino alla piazza.
Non c’è molta gente e la cosa mi rende un po’ felice.
Illusione, pura illusione, perché i curiosi non tardano ad arrivare. Mi avvicino a “Cartiza”, nome che Carla e Patrizia hanno dato alla nostra vecchia R12; le guardo per l’ennesima volta e penso:” … ma come potrà arrivare alla meta”, vengo subito distolto dai miei pensieri dalle domande della gente che, incuriosita si fa sempre più numerosa.
Verso le 10.00 Antonietta si avvicina al microfono; sono emozionantissimo, richiama la folla all’attenzione e inizia … inizia un discorso formato da semplici parole ma il tono e la convenzione con cui le pronuncia mi portano alla commozione.
Non sono l’unico, anche Pietro ha la testa china e non dice nulla; la gente è sempre perplessa, non riesce a capire il perché di una cosa simile, ma mentre si interroga io, sto solcando la frontiera tra il sogno e la realtà.
Ore 11.00, è ora di partire; un ultimo saluto a papà e a mamma che non riescono a trattenere le lacrime e poi, come scrissero i miei mici sul loro biglietto di auguri:”.”. è giunto il momento di alzare le vele, prendere i venti del destino ovunque spingano la barca; dare un senso alla vita può condurre alla follia, ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio, è una barca che anela al mare oppure lo teme…”.
Scortati dai motociclisti del Motoclub Azzurra di Casorezzo, sfilo tra le vie del paese dando l’ultimo saluto ai miei paesani; percorro questi ultimi metri nel mio paese con un nodo alla gola come mai prima d’ora.
I motociclisti ci fanno strada fino all’imbocco dell’autostrada ad Arluno.. un ultimo saluto ai “centauri”, qualche foto e poi … il ritiro del biglietto autostradale da’ inizio ad una corsa festaiola sulla Milano-Fiori.
Siamo in anticipo e sfruttiamo questo ultimo tempo disponibile per far sosta in un’area di servizio.
Dopo circa mezz’ora ripartiamo, dietro di noi, sulle auto dei miei amici, c’è gran festa.
Alle 14.30 siamo a Genova, attraverso la città e dopo qualche chilometro facciamo ingresso al porto.
Subito sbrigo le pratiche burocratiche poi rimango in compagnia dei miei amici.
 
L’attesa è snervante, non ne posso più, vorrei correre sul traghetto e poter partire subito, ma c’è ancora un’ora da aspettare prima dell’imbarco.
Mi guardo attorno, non vedo altro che Land Rover, Toyota e motociclette superattrezzate; penso a lungo, guardo Cartiza, alle piste del deserto, alla sabbia, alla savana e alle altre mille difficoltà che dovrà superare, …chissà se riuscirà ad arrivare fino in fondo?
Finalmente alle 16.30 annunciano l’imbarco; è ora di salutare gli amici. Tutti mi incoraggiano, anche Patrizia con le lacrime agli occhi mi vorrebbe dire qualcosa, ma come al solito non parla. un ultimo abbraccio e poi “fuggo” verso la rampa d’imbarco.
Per circa mezz’ora dobbiamo vedercela con personale di bordo per il posto in cabina poi, possiamo uscire sul ponte.
… i miei amici non mollano, sono ancora li …
alle 18.00 in punto il traghetto Habib alza gli ormeggi: si parte!
Saluto gli amici dal finestrino e poi eccomi qua, … solo … a cercare di ricostruire questa giornata.

 2 Novembre
 
 
ci svegliamo molto presto, mangiamo qualcosa e facciamo subito conoscenza con 5 ragazzi di Firenze; la loro meta è Agadez. La giornata è lunga e noiosa, vorrei già essere sulle piste del Sahara e invece …
Finalmente alle 16.30 in un orizzonte offuscato, appare la costa africana, fra poco si sbarca e inizierà la grande galoppata; dopo circa un anno eccomi qua, di nuovo sul continente africano ala ricerca di sensazioni forti e momenti irripetibili.
Sbarchiamo velocemente e anche il controllo dei passaporti è veloce, ma come prevedevo, il controllo doganale è lungo e noioso, per di più rallentato da quel maledetto sacco di occhiali portato con noi per poterne fare dono alla gente del posto.
Dopo qualche discussione fatta col capo della dogana, mi viene annotato sul passaporto l’importazione di 100 paia di occhiali; peccato, vorrà dire che i tunisini rimarranno ancora abbagliati dal sole.
Usciamo dal cancello del porto alle 19.00, ad attenderci c’è Janel, un mio carissimo amico di vecchia data.
Con lui raggiungiamo la sua abitazione anche dista dalla capitale tunisina una cinquantina di chilometri.
La strada è buia e l’asfalto sembra un gruviera: è molto difficile guidare in queste condizioni.
Alle 21.00 arriviamo a Tebourba, il piccolo paese di Janel; ad attenderci c’è l’intera famiglia, ci fanno una gran festa e ci offrono una bella cena.
Passiamo poi la serata parlando con i famigliari di Janel.

3 Novembre
 
la sveglia suona presto, sono le 5.45.
un’abbondante colazione da il buongiorno al mattino, qualche foto ricordo e poi … subito in macchina; alle 9.30 ho un appuntamento a Kairouan con i cinque ragazzi di Firenze.
Il cielo è nuvoloso e soffia un forte vento; nei pressi di El Fahs inizia anche a piovere.
Percorro questa strada con un impulso irrefrenabile che è diventato verso il deserto più avventuroso.
Alle 10.30 con un’ora di ritardo, sono a Kairouan; cerchiamo gli amici fiorentini e poi corro subito alla ricerca di una banca per poter cambiare qualche dinaro tunisino.
Prima di lasciare la città facciamo rifornimento e poi, con il deserto nei pensieri, corro veloce lungo le piste facili della Tunisia dei turisti, per poter sfiorare oasi celebri come quella di Gafsa.
Purtroppo all’attraversamento dell’oasi siamo bloccati da uno strano rumore della vettura, sembra provenire dal cambio.
La cosa non ci preoccupa più di tanto, ma strada facendo il umore si fa sempre più assordante.
In compagnia di questo rumore e di una forte tempesta di sabbia, alle 16.30 arriviamo a Nefta; non siamo tranquilli e io preferisco cercare subito un meccanico. Dopo aver vagato per tutta la città, troviamo un meccanico… ci si potrà fidare?
Sembra molto sicuro di sé; avvia il motore, da’ un’occhiata sotto l’avantreno e dopo qualche secondo di riflessione dice:” …italiano, sei fortunato! Manca solo l’olio nella scatola del cambio”. Accidenti, possibile che Renzo, il mio meccanico, si sia dimenticato di rabboccare il livello?
Con qualche dinaro riusciamo a sistemare l’inconveniente e ci mettiamo subito alla ricerca di un posto dove passare la notte. Mentre giriamo per Nefta alla ricerca di un camping, incontriamo quattro motociclisti di Rimini e con loro passiamo la serata in una capanna posta al centro dell’oasi.
Dopo aver sistemato i bagagli all’interno della vettura ci accorgiamo di avere una ruota sgonfia, la sostituisco immediatamente e poi mi affretto a preparare la cena. Mangiamo all’interno della capanna illuminata da una lampada a petrolio e trascorro l’intera serata con gli amici di Rimini: decidiamo di partire assieme.
Alle 22.00 stendo il saccopelo sul pavimento in cemento all’interno della capanna e, mentre scrivo le ultime righe di una dura giornata sul mio diario, mi addormento senza nemmeno accorgermi.
 
4 Novembre
 
Vengo svegliato dal raglio di un asino, per un po’ rimango nel mio saccopelo poi, verso le 6.00 mi alzo e vado a svegliare Pietro che ha preferito dormire all’interno della vettura.
Alle 7.30 partiamo, una strada breve porta fino alla frontiera di Algeri situata appena dopo Hazoua l’ultimo controllo tunisino. Il paesaggio è ormai cambiato, il poco verde della Tunisia è ormai un ricordo, ora è steppa arida e la sabbia del deserto comincia a mostrarsi.
Una barriera, la prima, interrompe la continuità del paesaggio.
L’uscita della Tunisia è una frontiera facile, un breve controllo ai documenti, agli occhiali, e poi ci danno il via libera.
Ora viaggiamo nel silenzio, lungo una striscia d’asfalto, su una terra che è di nessuno fino all’inizio dell’Algeria.
Le cicatrici del Sahara hanno la forma e le voci dei doganieri e poliziotti che proteggono una frontiera innaturale, difendendola con timbri e controlli.
Avanti, con nella testa Abidjan e la Costa d’Avorio lontane ancora migliaia di chilometri e già diventate mitiche. Purtroppo la dogana algerina è un intoppo; questioni burocratiche interrompono l’abbrivio di un viaggio già entrato nel vivo.
Sono le 9:00, un doganiere ci ritira i passaporti, non importa, sarà una mattinata nella terra di nessuno infuocata dal sole. Finalmente alle 11:30 riusciamo a sbrigare le ultime pratiche burocratiche, cambiamo i 1000 dinari secondo le norme algerine e ci dirigiamo verso El Oued.
Percorriamo questo nastro d’asfalto in brevissimo tempo e alle 13:30 arriviamo a El Uoed; riforniamo la vettura e ci mettiamo alla ricerca dell’ufficio dove poter stipulare l’assicurazione. Quasi per caso passiamo sulla strada dove si trova l’ufficio e vediamo parcheggiate le moto degli amici riminesi; parcheggiamo l’auto e ci affrettiamo a compilare il modulo per l’assicurazione della vettura.
I due impiegati sono stati molto veloci e così possiamo ripartire subito.
La strada si mantiene sempre buona e possiamo tenere una media abbastanza elevata.
Dirigersi verso Ouargla significa fare l’incontro atteso; il mare di sabbia, le dune che sono le onde di un oceano di una bellezza quasi sensuale, di un colore morbido e uniforme, caldo e pastoso senza mai un momento di squallore.
Non è neppure polveroso finché non ci si va in mezzo, il paesaggio è stupendo, sembra un’immobile glassa spalmata da un pasticcere.
Intanto si presenta pian piano il Sahara, come un mare che si fa grosso lentamente passando dalla piatta ai marosi.
La strada taglia la steppa e affonda nel giallo chiaro delle dune che a volte ricoprono la strada.
Ci sono lingue longitudinali che sfiorano il bordo della strada, poi mucchi sempre più consistenti; in alcuni tratti la sabbia impedisce il passaggio su metà carreggiata, bisogna scivolare a sinistra per trovare il solido con le ruote.
Si vedono i cartelli spuntare semi sommersi dalle dune.
Un deserto bello e gentile, tanto perfetto da sembrare quasi fasullo, ma anche il deserto più abusato nelle immagini e più sognato quando se ne ascoltano i racconti.
Eccolo mi dico, l’ho sognato per molto tempo, ho fatto di tutto per poterlo attraversare, … ma sarà sempre così?
I Fellhain, i contadini che portano la Gondura a strisce, che si vedono in lontananza, sembrano comparse di cartapesta, tanto sono suggestivi in questo palcoscenico immaginario.
Ma sotto questa apparente serenità si nasconde una realtà ben più difficile; qui siamo nel Souf, che significa “fiume” in berbero, una regione percorsa da una falda acquifera sotterranea nascosta sotto la sabbia venti, trenta o quaranta metri.
Per riuscire a ricavarci da vivere… “si deve scavare fino all’acqua, piantarvi il seme della palma da dattero e passare il resto della vita a combattere contro il vento che giorno dopo giorno annulla l’opera dell’uomo…..”.
Passano i km e mi abituo alle dune ..In questo deserto da cartolina, bello e liscio, incontriamo un solitario delle piste; è un milanese sulla quarantina, solo il tempo per una stretta di mano ed una foto e ci rimettiamo subito in marcia verso Touggourt.
Prima di raggiungere la città, il paesaggio cambia improvvisamente, le dune finiscono e con loro finisce anche la suggestione fiabesca della sabbia arabesca.
Touggourt è uno dei segni dell’Algeria moderna che si stà ricostruendo.
E così dopo un’altra corsa al volante di Cartizia, arriviamo a Ouargla.
Il sole è già tramontato; decido con Pietro e gli amici di Rimini di pernottare in un alberghetto, ne vale la pena, tanto in Algeria dovrò spendere i 1000 dinari del cambio obbligatorio.
Dopo essermi fatto una salutare doccia posso saziarmi con l’ottima cena preparata dal mio compagno di viaggio.
Qualche chiacchera in compagnia e poi …subito a nanna.
 
5 Novembre
 
La sveglia suona sono le sei; sveglio Pietro e con lui faccio un’abbondante colazione.
Alle 7:00 siamo pronti per partire; attraversiamo la città e imbocchiamo la strada che porta a Ghardaia.
Cartizia corre veloce sulla buona strada; di tanto in tanto ci fermiamo per scattare qualche foto e con questo ritmo arriviamo quasi a Ghardaia senza accorgerci che la benzina sta per finire.
Purtroppo rimaniamo a secco, fermiamo subito una Peugeot sulla quale viaggiano tre simpatici algerini che ci offrono qualche litro di benzina, rifiutando poi i soldi.
Ci salutiamo con una stretta di mano e sulla strada che si snoda fra le montagne oscure giungiamo a Ghardaia, centro della regione del M’zab algerino e città di puritani mozabiti.
Facciamo subito il pieno della vettura e riempiamo anche una tanica da venti litri; con questa benzina dovremmo tranquillamente raggiungere El Golea.
La strada è ancora buona e tra una marcia e l’altra, posso permettermi di mangiare una bella scatola di carne.
Incontriamo molti automezzi pesanti che risalgono da El Golea o forse da Tamanrasset; Berliet, Mercedes, ma tutti a trazione integrale.
Alle 14:30 siamo ad El Golea, rabbocco il serbatoio e decidiamo di proseguire alla volta di In-Salah.
La sensazione del vero deserto, delle distanze infinite, di un mondo di sabbia, della solitudine, degli spazi enormi, delle difficoltà, comincia qui, dopo El Golea, una città che convive con le dune, dove la sabbia fa parte della vita quotidiana, entra nelle case, si respira con l’aria, modella l’aspetto umano.
Il road book segna una buona strada fino a In-Salah, corriamo senza preoccupazione ma, quando il sole sta per tramontare, la strada si apre in una spaccatura.
Una piccola voragine sembra inghiottire Cartiza, che pur molleggiata sembra sfasciarsi in una serie di colpi e contraccolpi che fanno vibrare ammortizzatori e carrozzeria; bisogna rallentare, a volte fermarsi e scendere nei “crateri” con attenzione e risalire dall’altra parte. È meglio nei tratti più disastrati, abbandonare i resti dell’asfalto e correre solcando la striscia ai lati della strada , se cosi la possiamo chiamare. dietro di noi stanno sopraggiungendo i quattro motociclisti riminesi, sembrano volare sulla sabbia ma, improvvisamente il vecchio Aldo cade a terra.
Ci fermiamo subito, ma non è nulla di grave; risale subito sulla sua Honda e riparte con un pizzico di prudenza.
Il sole è ormai scomparso all’orizzonte e la luce pian piano se ne va. Dopo poco è buio pesto, facciamo molta fatica a scorgere le tracce che portano a In Salah, in più siamo costretti a continue deviazioni a causa delle rocce che sporgono dalla sabbia. Abbiamo sbagliato; dovevamo fermarci prima, ma questa pista percorsa al buio potrebbe diventare una trappola… troppo tardi per i rimpianti.
Continuiamo, ma le tracce si fanno sempre più esili; guardo la bussola … impossibile, mi allontano dall’auto per non influenzare l’ago, inutile! Abbiamo preso la direzione sbagliata. Non sappiamo cosa fare, ci fermiamo qui, nel buio dell’altopiano Tademait. Non possediamo una carta topografica, quindi la bussola diventa inutile.
Rimango all’interno della vettura, attorno a me il nulla; non ho paura, cerco di pensare ai consigli ricevuti, ma non c’è nulla da fare, forse conviene aspettare il sorgere del sole. quando orami rassegnato accendo una sigaretta vengo abbagliato da una luce fortissima, accendo subito i fari della nostra vettura per segnalare la nostra presenza. Il mezzo si dirige verso di noi e si ferma. È un camion algerino; a bordo, oltre all’autista c’è un autostoppista spagnolo.
Fortuna vuole che sono diretti anche loro a In Salah.
Ci mettiamo in marcia, il camion è stracarico, ma nonostante questo viaggia a velocità sostenuta. All’interno della vettura è un continuo traballare di zaini, borracce e altro; così per un centinaio di chilometri che sembrano non finire mai.
Ormai stravolti, alle 22.00 arriviamo a In Salah, non ho nemmeno la forza di mangiare, cerco subito un posto per la notte e senza neppure togliermi le scarpe, mi addormento in un lungo sonno fino al sorgere del sole.
6 Novembre
 
Sono le 6.00, il rumore di un camion mi sveglia.
Pietro sta ancora dormendo come un ghiro, cerco di riprendere sonno, ma non ci riesco. Il tempo passa velocemente e anche Pietro si sveglia.
Prima di partire controllo la vettura, le buche di ieri potrebbero aver danneggiato l’avantreno. Per fortuna la vettura è in piena forma e alle 8.30 ci mettiamo in marcia.
I primi chilometri scorrono veloci su un manto di asfalto, il vento soffia forte e spesso la sabbia ricopre l’asfalto.
La macchina è stracarica e supera con difficoltà anche i più piccoli laghi di sabbia. Sono preoccupato, con questo peso non arriveremo mai dall’altra parte del deserto. Ancora qualche chilometro e la sabbia inizia a “mostrare i denti”; passo ad una marcia inferiore, l’auto sbanda e improvvisamente si insabbia.
Scendiamo dalla vettura, il vento soffia fortissimo e sono costretto a coprimi il viso con la tela che ricopre i bagagli. Per più di mezz’ora tolgo la sabbia da sotto l’auto, cerchiamo di ripartire, ma non c’è nulla da fare, bisogna ricorrere alle piastre.
Con pinza e cacciavite nelle mani tolgo gli arnesi dal portapacchi, alziamo la vettura e infiliamo le piastre sotto le ruote anteriori , una spinta e Cartiza con un balzo riesce a liberarsi dalla trappola.
Colgo l’occasione di questa sosta per liberarmi di un po’ di occhiali …. Non voglio più avere problemi con le dogane.
Qualche minuto di riposo e poi ripartiamo, verso “Tam”.
La pista è un vero disastro : buche, sabbia e incomincia anche ad apparire la terribile “Tole ondulee”.
Cartiza sembra andare molto bene e tra una scatola di tonno e una di carne, giungiamo alle gole di Arak .
Sono le 16.30, fra poco il sole tramonterà, non conviene rischiare al buio.
Ci fermiamo poco prima del campeggio, in un casolare dove un tuareg ci offre un buon thè alla menta, … ci voleva proprio dopo tanta strada di arsura.
Alle gole di Arak c’è un campeggio inteso come un’area intorno ad una costruzione in cemento dove alcuni tuareg cucinano cuscus e vendono thè alla menta.
Le capanne di frasche di palma diventano rifugi per la notte; non esistono servizi né docce ma solo una vasca al centro del quadrato dove vanno a bere i pochi cammelli che passano di qui.
Un generatore da’ corrente ad un impianto di illuminazione che smette di funzionare presta.
Nel campeggio sono radunati ragazzi locali su selvagge moto da enduro , dai serbatoi enormi, ci sono resti anche di molte vetture abbandonate da chissà chi, forse da viaggiatori come me.
Nel campeggio oltre agli amici riminesi, c’è anche un gruppo di francesi con sei Peugeot 504, quest’auto pare vada molto bene sulle piste sahariane; ma i francesi ne perderanno ben quattro prima della mitica città di Agadez.
Sono le 19:30, mentre mi accingo a cucinare una manciata di spaghetti, viene spento il generatore, è buio pesto, mi faccio luce all’interno dell’auto per cercare una torcia.
Gli spaghetti sono pronti, apparecchio il cofano della vettura e, facendomi luce con la torcia, mangio la mia meravigliosa cena all’italiana.
Dopo cena aiuto Massimo, uno dei ragazzi di Rimini, in una riparazione alla sua moto, poi non mi resta altro che stendere il saccopelo all’interno della capanna e coricarmi.
Nonostante il giubbotto che ho indossato, fa molto freddo e non riesco a chiudere occhio, questa nottata sarà un continuo dormiveglia fino al nuovo giorno.
 
 
7 Novembre
 
 
Mi sveglio, per modo di dire, alle 6:30, controllo accuratamente la vettura e ci mettiamo subito in marcia per un’altra giornata difficile.
Venti km dopo Arak la pista tende a diramarsi in molte direzioni; seguiamo le tracce alla nostra destra, c’è molta sabbia e la vettura rallenta sempre più all’impatto con le zone di Fesc Fesc.
Proseguiamo sempre ad alta velocità per evitare gli insabbiamenti, ma quando la sabbia appare come un mare, Cartizia si “pianta” senza scampo.
Fortunatamente la gente del deserto è molto cordiale e, con l’aiuto di alcuni passanti riusciamo a disincagliare la vettura.
A causa della forte andatura che siamo costretti a mantenere per non insabbiarci, facciamo molta fatica a seguire la giusta direzione.
Qualche ora più tardi, infatti, ci troviamo isolati su uno slargo sconosciuto, abbastanza staccato dalla pista, da non sapere in quale direzione puntare.
Con un po’ di timore cerchiamo di fare il punto con la carta e con la bussola per ritrovare la direzione.
La pista da prendere ha un fondo troppo sabbioso, l’auto non ce la farebbe mai, … cosa facciamo?
Mi siedo scoraggiato all’ombra della vettura; Pietro è nervoso, no riesce a darsi pace.
Rimaniamo ad attendere per quasi un’ora, mentre il caldo si fa sempre più insopportabile.
Ma quando inizio a pensare al peggio, all’orizzonte appare un automezzo.
Cerchiamo di farci notare ed in pochi minuti il camion ci raggiunge.
Dal finestrino si affaccia l’autista, … Capisce subito il nostro problema e fa cenno di seguirlo.
In poco tempo ci riporta sulla pista battuta e così possiamo proseguire verso “Tam”… Grazie anonimo camionista ….
Il percorso da Arak a Tamanrasset in teoria è facile perché c’è una strada, ma in realtà l’asfalto è inagibile per quasi tutto il tragitto;
o perché sbarrato dai militari o perché in condizioni disastrose.
Per scendere a sud ci si deve affidare a piste alternative; proviamo ad imboccare una deviazione a destra cercando di non perdere di vista la strada militare.
Ma, per evitare spuntoni di roccia, collinette improvvise e avvallamenti insidiosi, ci allontaniamo sempre più dai punti di riferimento. Seguiamo alcune tracce, vecchie o recenti, chissà…
Il terreno è a volte duro, a volte soffice di sabbia , a volte sassoso, sempre imprevedibile.
Il primo incontro con la micidiale Tole ondulee avviene qui.
“La bestia nera” di tutti i sahariani sono le “rughe” del fondo della pista causate dal continuo passaggio dei mezzi pesanti.
I colpi di rimando degli ammortizzatori, soprattutto dei camion, creano a poco a poco, piccole gobbe perpendicolari alla direzione di marcia, solchi micidiali, di frequenza e profondità variabile.
Le gobbette possono essere alte una o due dita e distanti l’una dall’altra un palmo o arrivare a cinque, dieci centimetri e presentarsi ad ogni metro.
Non è facile immaginare cosa succede quando si percorrela Tole ondulee con un’auto come la nostra.. il più insidioso dei pavé cittadini al confronto, è un tavolo da biliardo.
Due soli i modi per superarla: procedere lentissimi, quasi a passo d’uomo o correre come forsennati a 70\80 km/h.
Se si va piano gli ammortizzatori riescono a seguire il ritmo delle sollecitazioni anche se all’interno i saltellamenti sono snervanti; se si corre si riesce a volare sopra le gobbette senza dare il tempo alle sospensioni di spingere le ruote negli avvallamenti, ma così Cartiza perde ogni aderenza; il retrotreno sbanda continuamente, le curve strette significano un’uscita dalla pista quasi certa.
La velocità intermedia è da scartare; le vibrazioni interne mettono a dura prova i nervi e la meccanica, il corpo sussulta a una frequenza allucinante.
Mi viene voglia di urlare, fermarmi e smettere.
Nel deserto bisogna andare avanti, a volte bisogna osare oltre i propri limiti … e per assurdo, l’incontrare le gobbette, cercando semmai piccole e corte deviazioni, vuol dire che la pista è quella giusta.
Proseguiamo senza soste; sono a pezzi e anche l’auto inizia ad avere qualche problema, ma continuiamo …. Tamanrasset è ormai vicina.
Una giornata di vibrazioni continue, di schianti, di rumori assordanti di carrozzeria e Tamanrasset si annuncia con l’esaltante visione di una strada asfaltata.
Sono le 17.30, percorriamo il breve tratto asfaltato che inizia all’aeroporto, passiamo sotto l’arco della porta di Tam e giungiamo nella via principale dove rivediamo gli amici riminesi.
Dopo tante ore di sconvolgente percorso, l’approdo in un centro mi fa subito pensare a follie.
Mi aspettavo una grande città di piacevolezza, in realtà è una via centrale circondata in lontananza dai quartieri periferici di case basse e strade in terra e sabbia, abitate da tuareg sedentarizzati.
Pietro è distrutto, e forse ha anche la febbre.
Lo accompagno nella camera di un hotel da quattro soldi dove si butta sul letto senza nemmeno svestirsi; accusa un forte mal di pancia, non so cosa fare.
Chiamo il vecchio Aldo, ma anche lui si limita solo ad incoraggiarlo.
Passa qualche ora e Pietro sembra essersi addormentato, ne approfitto per mangiare qualcosa e per controllare la vettura.
Nel cortile dell’hotel non c’è nemmeno un po’ di luce, chiedo a Massimo di reggermi la torcia per poter fare un’accurata manutenzione . Stringo i bottoni, rabbocco il livello dell’olio, e fin qui tutto bene; mi sdraio sotto l’avantreno, Cartiza mi sembra più bassa del solito, sono molto preoccupato per la sua salute, gli ammortizzatori sono fiacchi e il peso all’interno della vettura è notevole. Vuoto una tanica d’acqua, Massimo mi guarda e, scrollando la testa mi dice:”… non riusciremo mai ad arrivare ad Agadez con questo peso, anche la mia moto comincia a battere la fiacca…”.
Chiamiamo Aldo, bisogna trovare una soluzione, da Tam ad Agadez sono 900 km di pista sabbiosa dove l’inesperienza o la superficialità potrebbero costare caro.
Chiamiamo un beduino e gli chiediamo notizie sulla strada che porta in Niger. Da buon esperto guarda la vettura, poi volge lo sguardo verso le quattro moto e con tono rimproverante esclama: ” Ragazzi! Molta gente è partita nelle vostre stesse condizioni, ma pochi sono riusciti ad uscire da quella terribile pista…”.
Ormai è tardi, e con tanta preoccupazione decido di andare a riposare.
 
8 Novembre
 
sono le 6.00, il sole a queste latitudini sorge in un battibaleno. non bisogna perdere tempo, dobbiamo cercare qualcuno che possa caricarci i bagagli e i 60 litri di benzina contenuti nelle taniche necessari per arrivare al prossimo posto di rifornimento.
Rompo le scatole a moltissima gente, ma nessuno è disposto a sovraccaricare il proprio mezzo.
Il morale non è tra i più brillanti, e in queste condizioni non c’è neppure la voglia di continuare.
Passeggio per le vie di Tam fino a mezzogiorno, poi con la preoccupazione di chi ha paura di non farcela, decido di mandare un telex ai miei famigliari.
Alle 12.30 ritorno all’hotel, Aldo sta contrattando con un tuareg per il trasporto del materiale.
Parlano per circa mezz’ora poi, improvvisamente si stringono la mano: è fatta!
Non perdiamo tempo, carichiamo tutto sulla Patrol del tuareg di nome Hamed; sono le 15.00, si parte, seguiamo la fuoristrada che attraversa le vie del paese.
Ci fermiamo a riempire le taniche e per far provviste di pane. Sui muri del centro leggo un annuncio che riguarda un gruppo di tedeschi partito da qui mesi orsono e mai arrivato a destinazione.
Si sente dire anche di un paio di motociclisti, in ritardo di alcuni giorni.
Chi parte prende nota perché nel Sahara c’è una legge che impera su tutte le altre: “aiutare chi è in difficoltà in ogni momento, in qualsiasi situazione …….”.
Tra poco lasceremo la leggendaria Tam, da decenni punto di partenza degli avventurieri del deserto e oggi, inizio del tratto più difficile della Parigi-Dakar.
Tam, il mito, come lo sono le sue guide, figli di nomadi e cammellieri che continuano le tradizioni dei padri non più sulle eleganti selle tuareg, ma al volante di potenti fuoristrada.
Imbocchiamo la strada che porta al posto di polizia, percorriamo qualche km e siamo costretti ancora ad una sosta per le formalità doganali; arrivare al posto di frontiera di In-Guezzan senza i documenti in regola, significa farsi rimandare indietro, ricacciati verso la burocrazia da inflessibili controllori.
Finalmente alle 16:30 ripartiamo, seguiamo il Patrol di Hamed, dietro di noi, i motociclisti di Rimini.
Scavalchiamo velocemente le montagne che circondano la città e avverto subito i segni di un cambiamento.
Il deserto si fa sempre più piacevole, niente più Tole, se non i rari tratti, ma sabbia liscia, mari enormi di fondo vellutato, grandi distese che scendono lentamente verso l’orizzonte.
È una discesa, anche se quasi impercettibile, perché Tamanrasset è sull’Hoggar a 1400 MT di altitudine.
Proseguiamo verso il Tassilli seguendo una pista larga qualche chilometro e … infinita. Corriamo veloci accompagnati da uno stupendo tramonto.; Massimo lasciala pista per qualche scorribanda sulla sabbia soffice, corre veloce verso l’orizzonte, lasciando dietro di sé una nuvola di polvere che, illuminata dal sole, mi fa ricordare uno dei tanti filmati del Parigi- Dakar.
Uno scenario stupendo, sognato per più di un anno.
Il sole scompare rapidamente dietro la linea retta dell’orizzonte; è ora di fermarsi, cerco uno spazio fuori dalla pista dove poter montare le tende. In compagnia di Pietro, Hamed ed i motociclisti riminesi, tento di cucinare gli spaghetti in un’acqua che non bollirà mai a causa del forte vento. Rimedio subito con la solita scatoletta di tonno. Nel frattempo Hamed ha acceso il fuoco, mi avvicino a lui che, vedendomi arrivare mi alluna la mano offrendomi del thè alla menta. Con lui passo la serata cercando di scambiare qualche parola sul deserto.
Sono le 23.00 e fa molto freddo; mi corico nel mio saccopelo e cerco di dormire. Dopo quasi un’ora di inutili tentativi, esco dalla tenda per accendermi una sigaretta; piano piano mi allontano dal bivacco, il vento soffia forte nel deserto e nel cielo splendono migliaia di stelle che illuminano la splendida notte africana.
Mi siedo sulla sabbia, attorno a me, il silenzio.
Cerco di godermi questi momenti magici e tra le urla del vento mi torna in mente un antico proverbio tuareg “… non dire che il deserto è silenzio, chi dice ciò è un uomo che non può udire la sua possente voce.”
Ma chi sono i tuareg? Chi sono questi principi del deserto!?
Il nome “tuareg” accende subito la fantasia e ci riporta, con gli occhi della mente, alla nostra infanzia. Ai libri, alle illustrazioni e ai filmati che parlavano di questi indomabili guerrieri; gli “uomini blu”, vincitori di centinaia di razzie.
Ma i vincitori della nostra infanzia, sono i vinti di oggi; vittime di un implacabile progresso che non ammette intrusi e non accetta più le sorpassate tradizioni secolari.
E cosi anche i tuareg hanno dovuto piegarsi nel corso degli anni e delle migliaia di “figli del vento” oggi non resta che un piccolo gruppo da poche centinaia di uomini che cercano di resistere in qualche modo, rintanandosi nelle zone più impervie, ai limiti delle sacche vuote del Grande Deserto.
Ai margini del nostro mondo civile dunque, sparsi tra il Sahara centrale e il Sahel, entro i confini di tre paesi (Algeria, Niger e Malì) assistono impotenti a una progressiva disgregazione della loro razza. i tuareg tutti di razza berbera hanno un’origine piuttosto discussa. Tuareg, secondo gli arabi, vuol dire “abbandonati da Dio “ poiché ai tempi dell’invasione essi lottarono a lungo contro l’islamismo prima di accettare, anche se in forma molto blanda, la conversione.
I tuareg per contro, affermano che il loro nome deriva da un’antichissima voce che significa “ egli è libero” e potrebbe riallacciarsi al nome Targa, con cui i tuareg stessi chiamano il Fezzam, regione che anticamente dominavano.
Conosciuti pure come i “figli del vento”, della lancia e della spada, per il loro carattere guerriero, divennero celebri anche per il loro aspetto reso sinistro dal viso velato, che collimava con la loro crudeltà; fino a ieri infatti erano il flagello del deserto.
Una caratteristica che distingue i tuareg dagli altri popoli dell’Africa araba è il velo maschile: il Taghelmust, che consiste in una striscia di 3,50 m e larga 25 cm. Abilmente passa sull’occipite, sulla fronte e sulla bocca, arrivando a coprire anche il naso. Il tessuto è un blu scuro impregnato d’indaco, come gli ampi mantelli per cui lascia un po’ di colore sulla pelle, da cui deriva l’appellativo “uomini blu”.
Il declino vero e proprio di questa razza fiera e indomata, incominciò circa settant’anni fa quando i vari coloni, ultimate le conquiste decisero di liberare gli schiavi.
Il lento ma progressivo cambiamento li costrinse a ritirarsi nelle zone più ostili del Sahara e a isolarsi per mantenere intatta la purezza della razza, le tradizioni e, quel che conta di più, la libertà.
Ma i contatti con i viaggiatori e i turisti inducono i giovani a pensare che oltre l’ultima duna del deserto li attenda una vita migliore; le antiche fonti di reddito dei tuareg infatti si assottigliano sempre più, mentre le necessità aumentano.
Per contro il nomade è conservatore e lo stato moderno è per lui ancora legato ad una mentalità e ad uno schema medioevale, qualcosa di incomprensibile.
Il suo pensiero di vivere in una civilissima casa di mattoni lo fa star male.
In fondo quello che gli piace è ancora sapere che in qualche momento del giorno o della notte, può sollevare una parete della Jiaima (tenda) e vedere l’immensità del deserto davanti a lui; per questo qualcuno dice che nessuno potrà distruggere completamente i tuareg se non i tuareg stessi.
 
9 Novembre
 
sono le 6.30, l’alba illumina l’interno della tenda, fuori il vento soffia senza tregua.
Lascio il calduccio del mio saccopelo per gettarmi nell’aria gelida del mattino.
Il freddo è pungente, a fatica smonto la tenda e sistemo i bagagli all’interno della vettura, poi avvio il motore e inizio a rincorre l’orizzonte.
La pista è buona; in alcuni tratti possiamo correre a 100 km/h verso le forme scure di montagne lontane, sfiorando i profili sassosi di collinette e scivolando col rumore di un soffio sul terreno morbido. In altri tratti dobbiamo superare laghetti di sabbia in velocità per non consentire alle ruote di sprofondare in una morsa da cui è difficile uscire.
Il motore è sempre al massimo, per sfruttare tutti i cavalli disponibili, sono sempre pronto a scendere alla marcia inferiore non appena sento diminuire il regime dei giri.
L’emozione della vastità, l’emozione di approdare alle dune di Laouni, un altro leggendario punto di passaggio obbligatorio per tutti i sahariani.
Ecco il deserto più stupefacente, assolutamente diverso da quello di dune, bello ma “facile” incontrato a El Oued.
Il passaggio dalle dune di Laouni è difficoltoso, la sabbia è molto soffice e la ormai stanca Cartizia si insabbia decine di volte. Tra i relitti di auto spingiamo Cartizia con l’aiuto degli amici riminesi,… ancora uno sforzo e anche le terribili dune sono superate. Nessuna sosta per riposare, qui il Sahara non è un paesaggio da guardare, è una situazione più che un luogo dentro cui si vive un rapporto profondo con una natura che, paradossalmente per un deserto considerato simbolo di morte, ha una vitalità straordinaria. Una montagna difficile si conquista, un mare insidioso si sfida, al Sahara semplicemente ci si unisce in un incontro che non è mai una lotta per designare un vincitore; e neppure una corsa contro il tempo, perché non è un ostacolo da superare più in fretta possibile, ma un cammino lento verso un orizzonte che pare irraggiungibile, che inaspettatamente varia di continuo per terminare all’improvviso com’era cominciato. Ma la fine del Sahara è ancora lontana e le sue suggestioni ancora vicine.
Sono le 14.30, all’orizzonte appare In Guezzam, una strada in terra battuta tra le consuete costruzioni basse, color ocra scuro. I fabbricanti dei doganieri spuntano sotto il sole dopo un’altra insabbiata, un posto di frontiera isolato che rappresenta il porto di speranza per migliaia di nigerini, saliti fin quassù per cercare un’improbabile soluzione alla loro fame.
L’Algeria tollera il loro misero accampamento di tende disastrate e i bambini denutriti, capre magre alla ricerca di fili d’erba inesistenti, di nigerini che restano lì, ad aspettare, fantasticando, vivendo di quel cibo che il governo algerino distribuisce, organizzati come nomadi ma senza più quell’indipendenza e fierezza che era nelle culture nomadi.
La formalità di uscita dall’Algeria sono, come al solito, lunghe; controlli ai bagagli, alla vettura e timbri sul passaporto.
Alle 16.30 un doganiere ci alza la sbarra che limita il confine con la terra di nessuno, proseguiamo verso la porta del Niger.
Alle 17.00, mentre il sole pian piano cala all’orizzonte, arriviamo alla frontiera nigerina. Subito un doganiere in tuta sportiva mi ordina con tono arrogante di scaricare completamente la vettura, … inutili i reclami: o vuoto l’auto o non passo. Accontento anche questo curioso doganiere che fruga anche nello zaino, tra calzini e magliette. Mi spiace, ma per i tipi come lui non ho nessun regalo…
Alle 18.00, gli uffici doganali abbassano le serrande, il controllo del passaporto verrà effettuato domani mattina.
Sarà una serata tra la sporcizia di Assamakka.
Cucino una bustina di asparagi poi, un pezzo di formaggio chiude la cena. Le ore passano e col passare delle ore si alza il vento gelido della notte; qui in prossimità della dogana c’è il divieto di montare tende da campeggio, decido di passare la notte nel mio saccopelo
steso sulla sabbia.
L’aria si fa sempre più gelida, e come se non bastasse, la sabbia sollevata dal vento mi finisce tutta in viso…è impossibile prendere sonno in queste condizioni. Tra un brivido e l’altro, le ore passano e cado stremato in un sonno profondo fino al sorgere del sole.
 
 
10 Novembre
 
Dopo una nottata “cambogiana”, casa c’è di meglio di un cane che ti dà la sveglia, abbaiando a meno di un metro di distanza?
Inizia un altro giorno, forse l’ultimo tra le sabbie del deserto; sono le 6.30, ripiego il mio saccopelo e corro subito a farmi vistare il passaporto. Lasciamo la dogana alle 8.45, il vento soffia forte, la visibilità è molto scarsa e c’è sempre il pericolo di perdersi.
Proseguiamo con cautela nella tempesta di sabbia e cerchiamo di non perdere di vista le balise che segnalano la pista giusta; le balise sono bidoni di benzina, mucchi di sassi messi a piramide, gomme di autocarro sovrapposte, insomma tutto ciò che può essere notato da lontano.
Parlare di pista qui è difficile: le balise in realtà indicano il passaggio migliore di una spianata ondulata che appare sempre assolutamente uguale. Così per circa duecento chilometri in un continuo alternarsi di laghetti di sabbia molle e cunette di terreno pietroso. Corriamo veloci per ore infinite sempre con il rischio di insabbiamenti, la polvere continua ad accumularsi all’interno dell’abitacolo fino a far diventare il cruscotto e la tappezzeria color deserto; ma è una polvere asettica questa, che non infastidisce chi sa vivere fino in fondo un rapporto che si ha con il deserto, è un rapporto selvaggio , a volte difficile ma, affascinante …affascinante come un mondo da fiaba.
Alle 12.15 rimettiamo le ruote di Cartizia sull’asfalto, qualche chilometro ….ed eccoci ad Arlit, dove l’Africa araba si conclude e comincia l’Africa nera, …. Ho come la sensazione di entrare in un mondo remoto. Mi reco subito alla polizia per i consueti controlli, tipici del costume nigerino, sotto il sole cocente devo attendere per più di tre ore prima di ottenere il visto necessario per proseguire.
Nel frattempo saluto il generoso Hamed, che essendo di nazionalità nigerina non ha bisogno di nessun visto. Nell’attesa mi diverto a barattare qualche paio di occhiali in cambio di due portafortuna tuareg; riesco a barattare anche la sveglia di Ambra e per concludere vendo anche la ruota distrutta nel deserto alla modica cifra di 2000 CFA… offerta speciale.
Finalmente alle 15.30 arrivano i gendarmi, cerco di fare tutto nel minor tempo possibile, ma come al solito perdo molto tempo per la lentezza delle pratiche assicurative del veicolo.
Alle 17.30 riaccendiamo il motore e ripartiamo alla volta di Agadez.
Qui la sabbia del deserto appare come un’onda di morte che avanza e cancella la vita.
Il Sahara è un’enorme confine che separa la fierezza mista ad orgoglio e fanatismo dei musulmani del nord, dalla rassegnazione sempre più drammatica dei Paesi che si avvicinano all’equatore. Comincia qui il grido di dolore che non smetterà mai di risuonare nell’aria che si fa sempre più greve…cadeau, regalo, mani tese e disposte a ricevere qualunque cosa con occhi imploranti.
La strada che porta ad Agadez è asfaltata e in poco più di tre ore riusciamo a raggiungere l’ultima città del deserto: Agadez. Soliti controlli di polizia e poi è già buio…non ci resta che cercare un’alberghetto da quattro soldi.
troviamo i quattro ragazzi di Rimini e con loro affittiamo una camera all’hotel Sahara. Questo hotel, se così lo vogliamo chiamare, me lo ricorderò per parecchio tempo. Infatti in questo hotel, dopo aver cenato con uno schifosissimo piatto di cous-cous, assisto ad una rissa all’interno della sala da pranzo e poi la camera è in stile “vecchia topaia” abitata da salamandre, zanzare e rospi….Io non mi ritengo un ragazzo schizzinoso, ma quando i rospi saltano sul saccopelo…
Nonostante la compagnia degli altri animaletti, non riesco a chiudere occhio. Il caldo è insopportabile e uscire dal saccopelo significherebbe farsi “sbranare” da feroci zanzare assetate di sangue. Così per tutta la notte, in un bagno di sudore, senza neppure avere la possibilità di rinfrescarsi sotto una doccia.
 
11 Novembre

 
Mi sveglio, per modo dire, alle 6,30; la mia tuta bianca ha ormai cambiato colore e, a fatica la indosso, mi guardo allo specchio. Ho gli occhi profondi, la barba incolta e nonostante la voglia di raggiungere la meta, non riesco a mascherare la fatica. Anche Pietro è stremato;
da qualche giorno soffre anche di una terribile dissenteria.
Prima di ripartire controllo accuratamente la vettura: olio acqua, bulloni e pulizia del filtro dell‘aria. Dopo queste operazioni, cerco una banca per poter cambiare qualche travellers’ chèque, In Niger è necessario stipulare anche il permesso per fotografare presso l’ufficio del turismo.
Alle 10.15 imbocchiamo la lingua di asfalto che porta a Tahoua, il Sahara è davvero finito e avanza una regione totalmente diversa. E’ il Sahel, una terra lentamente bruciata dalla polvere, dalla siccità del deserto che insinua sopra terra che potrebbe essere buona, con lingue di sabbia simili alla frangia di un mare che finisce su una spiaggia.
Il nome Sahel ha origini dall’arabo e significa “riva”.
In genere nei paesi africani indica la striscia di terra che separa la costa dagli altopiani dell’interno. Ma in questo caso si tratta della terra che lambisce un altro tipo di mare, il Sahara; in questa zona sterminata, oggi avviata allo sfacelo economico ed etnico, otto stati formano l’ultima fragili barriera contro l’assalto del Sahara che avanza inesorabile come l’alta marea, riempiendo di sé ogni cosa, divorando centimetro per centimetro terre già rese aride dall’harmattan, il vento arroventato del deserto.
A cercarlo sulla carta il Sahel non esiste, sotto questo unico nome vengono emblematicamente accomunati gli stati africani colpiti dalla più terribile tragedia che possa abbattersi sull’umanità: la fame.
Dall’esteso e popolatissimo Mali all’altrettanta sterminata e polverosa Mauritania, le piste della carestia sono visibili, come profonde ferite in un corpo scarnito, nelle crepe della terra, nei greti arsi, ma ancor più nei volti e nei corpi della gente .
Il Sahel comprende paesi lontani ore d’aereo l’uno dall’altro, spesso anche molto diversi, politicamente instabili o sull’orlo del colpo di stato, ma tutti devastati dal flagello della siccità che rischia di cancellarne per sempre l’esistenza dal nostro pianeta.
Non appena ci si lascia alle spalle la costa o ci si allontana dai capoluoghi, si incontrano villaggi di capanne cilindriche, costruite con impasto di argilla, fango e paglia, senza pavimento e completamente prive di mobili.
Non esistono strade, ma piste continuamente modificate, a tratti cancellati dalla sabbia; solchi lungo i quali carovane di uomini e di cammelli si spostano come fantasmi, senza una meta alla ricerca di acqua, di un filo d’erba, di un pugno di mais.
…… E dire che qui per lunghi secoli fiorì il grande impero del Mali, principale fonte di rifornimento d’oro per tutta l’Europa fino alla scoperta dell’America, e che Tombouctou, sul fiume Niger, era l’ultimo porto prima del Sahara, centro importantissimo quindi, per i commerci e gli scambi.
Oggi, con il Niger ridotto ad un filo d’acqua, il porto di Tombouctou è diventato un’arsa piattaforma dove poggiano grandi barche in secca permanente e tutto in torno, al posto di quella che era una verde oasi, si estende il deserto.
La fame è una realtà irreversibile.
Nella città è possibile ancora cibarsi con qualche pollo scheletrito, mentre nei villaggi all’interno, ci si nutre di topi e di larve di formiche; la morte giunge inesorabile, silenziosa, in questo mondo di polvere e di afa: una tragedia tanto più drammatica quanto più è pacata, senza le immagini apocalittiche che fanno spettacolo.
Da sempre emarginato ed escluso da qualsiasi iniziativa di sviluppo anche ai tempi del colonialismo, privo o quasi di risorse naturali, il Sahel è ormai da anni il centro della miseria.
Ma non è molto il tempo a disposizione per trasformare il tetro palcoscenico della morte in un ambiente dove l’uomo possa ancora sperare di vivere.
Corriamo per centinaia di km in una pianura bruna coperta da una foschia bruna che sembra nebbia. La polvere si deposita sugli alberi che qui cominciano a crescere, ma impedisce i processi vitali e li fa morire.
Copre le colture di miglio, cancella col tempo i pascoli che sono il sostentamento delle mandrie di bovini dalle lunghe corna che si vedono pascolare in prossimità delle strade.
Quando incontro i pastori Tuareg, non perdo l’occasione di fermarmi e scambiare qualche parola.
Non riesco ad essere insensibile ad una realtà che sto toccando con mano.
Di tanto in tanto nella nebbia compare l’ombra di un villaggio, di rotonde capanne dal tetto aguzzo di paglia abitate da figure nere coperte di abiti colorati che, non appena scorgono passare un’auto, corrono verso la strada.
Il caldo inizia a diventare insopportabile ed ad ogni villaggio non perdo l’occasione per rifornire le mie borracce.
Ai margini delle strade troviamo piccoli laghetti d’acqua sporca da cui escono come fantasmi tronchi contorti di alberi rinsecchiti.
Spesso sono bacini artificiali, ricavati grazie a sistemi idrici, e servono da riserva d’acqua per un raggio di 10 o 20 km per uomini ed animali.
Lontano da un villaggio incontro un gruppo di ragazzini; mi fermo e cerco di dar loro qualcosa da mettere sotto i denti per poter placare quel senso di vergogna che mi ferisce, davanti a scene vissute sempre come lontane.
Veder sorridere quei bambini mi gratifica e forse mi fa sentire in pace con me stesso.
Alle 16:45 siamo al controllo di polizia di Tahoua; da questa mattina sono tormentato da un granello di sabbia entratomi in un occhio e, nonostante il collirio l’arrossamento dell’occhio mi provoca un gran fastidio.
Mentre Pietro sbriga le formalità doganali, il vecchio Aldo tenta di togliermi il fastidioso granello con la stagnola delle sigarette.
Dopo numerosi tentativi l’operazione riesce,…. Ora sto meglio.
Ripartiamo seguendo a distanza le luci delle quattro moto; ormai il sole sta per scomparire dietro l’orizzonte.
Anche quest’oggi arriveremo a destinazione col buio.
La strada sembra correre veloce, quando Stefano si ferma ai lati della strada; la sua moto fuma ed emette un suono metallico preoccupante.
Illumino la moto con la torcia mentre Massimo cerca di risolvere il problema.
Purtroppo il motore è bloccato e non ci resta che trainare la moto fino alla prossima città.
In una notte impenetrabile riusciamo a spingere la moto fino a Birnin-konni; cerchiamo un posto per la notte e dopo aver cenato, aiuto Massimo a smontare il motore della ormai inservibile Honda.
Alle 11:30 saluto i motociclisti riminesi e mi rintano nel mio sacco a pelo.

 
12 Novembre
 
Questa mattina voglio riposare un po’ di più e così, decido di svegliarmi alle 7:00; faccio subito colazione e controllo la vettura, … il deserto potrebbe aver danneggiato qualche organo.
Ma fortunatamente la nostra Cartizia, anche se un po’ fiacca gode ancora di ottima salute.
Prima di metterci in marcia, aiuto i motociclisti riminesi a contrattare il prezzo per il trasporto della moto fino a Niamey dove, spero, riusciranno a trovare qualche soluzione.
Partiamo alle 8:45, all’uscita dalla città facciamo rifornimento di carburante, poi, ci dirigiamo sulla buona strada asfaltata che divide il Sahel.
Passano i km, le scene ai bordi delle strade, durante le soste, sono sempre più raccapriccianti.
Una folla di bambini e di adulti è sempre pronta ad assieparsi attorno alla vettura e a frugare tra i rifiuti dei vari spuntini.
In questa parte d’Africa sembra che la dignità dell’uomo si sia perduta; alla fierezza dei Tuareg si contrappone un atteggiamento di servilismo e sottomissione che sono il retaggio di secoli di soprusi e sfruttamento non ancora terminati.
Il Niger ha molte risorse minerarie che forse non riuscirebbero a salvare questo paese, un paese il cui pacchetto azionario è in mano a multinazionali straniere.
La tappa di oggi è una delle più corte, di tanto in tanto ci fermiamo nei villaggi ed io ne approfitto per scattare qualche foto.
Tra una foto e l’altra, alle 17:45 siamo alle porte di Niamey, compiliamo velocemente i soliti formulari al posto di polizia e poi ci addentriamo nel centro della capitale nigeriana, Niamey.
Niamey ha l’aspetto di un grosso villaggio; strade attraversate da mandrie di bovini si contrappongono ad un albergo lussuoso di una catena internazionale e a palazzi amministrativi modernizzati.
Tutto ciò trattasi di strutture realizzate da uomini bianchi in evidente contrasto con la realtà del paese.
Troviamo un posto per la notte all’hotel Tènèrè, nonostante il prezzo molto basso il servizio e le camere sono eccellenti; dopo tante notti passate in “postacci”, un bel letto è ben gradito.
Mentre Pietro prepara la cena, cerco un telefono e mi metto in contatto con la mia famiglia.
A volte qualche chiacchera scambiata con le persone care ridanno il giusto morale e la carica necessaria per completare imprese delicate e faticose come: “oltre il Sahara”…
La serata scorre veloce nel bar dell’albergo e tra una birra e l’altra, giunge anche la mezzanotte: è ora di andare a dormire.
 
13 Novembre
 
 
Sono le 7.00, un raggio di sole illumina la camera dell’Hotel , per un po’ rimango a poltrire nel letto ma poi mi devo alzare a causa del solito cameriere che sveglia i “poveri” viaggiatori per annotare sul suo registro il numero del passaporto. La mattinata la trascorriamo in un assolato posto di polizia in attesa di una visto sul passaporto che, non arriva mai; a volte questi militari fanno perdere la pazienza anche ai più calmi, ma non conviene nemmeno protestare altrimenti si rischia di passare l’intera giornata ad attendere un timbro. Nel frattempo gli amici di Rimini trovano un posto sull’aereo diretto a Roma per Stefano e la sua moto.
Alle 11.00, un poliziotto mi riconsegna il passaporto col visto necessaria per l’uscita dalla capitale. Ritorno all’Hotel per salutare gli amici riminesi; Massimo è molto preoccupato per il pessimo stato delle motociclette, non posso che incoraggiarlo e stringendogli la mano gli dico: ”Massimo, non arrenderti, un giorno potrai pentirtene”. Con un po’ di malinconia lascia l’Hotel Ténéré, qualche chilometro ed è subito un altro intoppo: un altro petulante controllo, i doganieri ci fanno togliere tutti i bagagli, ma cosa vorranno controllare in una vecchia vettura come la nostra?
Dopo circa mezz’ora abbiamo via libera, percorriamo velocemente il tratto di strada che porta alla frontiera nigeriana; i controlli in dogana sono veloci,.. cosa insolita in un paese africano, e alle 14.oo ci accingiamo a percorrere quel cuscinetto di sicurezza posto tra le due frontiere che chiamano “terra di nessuno” . Il posto di frontiera del Burkina Faso è tutto un racconto: durante il primo controllo ci viene chiesto un rotolo di carta igienica dal doganiere di servizio, evidentemente…..qualche centinaio di metri e il mio bagaglio viene alleggerito di una confezione di carne in scatola dalla gendarmeria, di questo passo arriverò a Ouagadougou senza viveri.
Nonostante i doni dati ai doganieri, i controlli sono lenti e noiosi e solo alle d16.30 riusciamo ad avere il visto d’entrata nel paese. Proseguiamo sulla buona strada asfaltata che porta alla capitale, di tanto in tanto dobbiamo lasciare la strada principale a causa di lavori in corso ed addentrarci in piste alternative che si snodano nella savana. Anche in Burkina Faso come in Niger, i controlli di polizia sono frequenti su tutta la rete stradale.
Il sole scompare all’orizzonte,…manca ancora molta strada prima di arrivare alla capitale: sono le 22.45, ed io, sogno un posto dove stendere il mio saccopelo; fortunatamente un giovane vestito all’europea ci accompagna alla Sacra Famiglia dove un religioso di colore ci offre un posto per la notte.

14 Novembre
 
Sono le 6.30, ormai da qualche ora mi giro e rigiro nel letto. Il caldo a questa latitudine si fa sentire anche di primo mattino. Dopo un’abbondante colazione offerta dai missionari, ci rimettiamo in marcia verso la missione di Nanoro. Attraversiamo la città, come Niamey anche Ouagadougou ha un hotel lussuoso, costruito prima dell’avvento del regime socialista e via via che si va verso il sud si fa più vistosa la presenza dei condizionamenti e degli interessi economici del mondo industrializzato
Il villaggio di Nanoro è situato a nord della capitale, per raggiungerlo occorre percorrere la strada che porta al confine col vicino Mali. Fino a Boussè è tutto asfalto, poi una pista nella savana porta fino al piccolo villaggio.
Nonostante i soliti controlli della polizia locale, alle 10.30 arriviamo a destinazione, ad attenderci troviamo Vittorio, un missionario che opera da ormai quattro anni in questo Paese.
Dopo i rituali saluti, scarico l’auto e mi faccio una doccia; mezzogiorno arriva in un baleno e, se Dio vuole, il pranzo di oggi sarà uno di quelli che non dimenticherò facilmente…… dopo quasi due settimane di scatolette…!
Canoro, come forse ha già detto, è una missione della sacra famiglia di Torino , i fratelli missionari che lavorano qui si occupano principalmente di allevamento e coltivazioni dando anche lavoro a buona parte degli abitanti del piccolo villaggio.
Il pomeriggio scorre velocemente, e dopo aver fatto un meritato pisolino, convinco Vittorio a farci da guida nella savana alla ricerca di qualche villaggio incontaminato.
Con la sua Mazda ci addentriamo nella savana sulle piste larghe poco più di un metro, è un continuo saltellare all’interno della vettura. Viaggiamo per circa un’ora in direzione nord fino a quando avviene l’incontro inatteso: un villaggio di pastori Peul.
Ci fermiamo, sono quasi incantato a simili scenari. Qualche foto, una stretta di mano al capo tribù ed eccoci di nuovo in marcia per addentrarci ancor di più nella savana.
E’ una continua gimcana tra gli arbusti rinsecchiti per venti, trenta chilometri o forse più.
Ai bordi della pista ci sono vastissime piantagioni di cotone e, di tanto in tanto, appaiono imponenti i baobab.
Ci fermiamo in un altro villaggio costituito da capanne circolari di argilla col tetto di paglia a forma di cono; a prima vista potrebbero sembrare dei trulli, ma poi…ci si accorge subito che la gente …non parla pugliese.
Vecchi silenziosi, bambini che giocano e donne che allattano, sono tutte scene di vita che sembrano serene ma guardando negli occhi di questa gente, appare sempre un mondo di sofferenza…un mondo che non può lasciare insensibile chi, come me, certe verità le ha toccate con mano.
Prima del calar del sole siamo di nuovo alla missione di Nanoro. La serata la passo in compagnia di Paolo, un simpatico piemontese che vive da sedici anni in Africa per lavoro. Con lui si parla dei problemi che si stanno creando in Burkina Faso dopo la rivoluzione del 1983.
Sono le 23.30, dopo aver scritto le ultime righe di un’altra pagina del mio diario di viaggio mi rinchiudo nella zanzariera e … buonanotte.
 
15 Novembre
 
Oggi doveva essere una giornata tranquilla e invece questa imprevedibile Africa riserva sempre molte sorprese, e a volte anche spiacevoli come quella di oggi.
Quest’oggi dovevamo solo preoccuparci di prenotare il biglietto aereo per il ritorno, ma purtroppo mentre Vittorio ci accompagnava agli uffici della Compagnia Aerea Le Point, siamo stati bloccati da un militare in borghese che, con tono arrogante, accusava Pietro di aver filmato una zona militare.
Inutile la discussione ai bordi della strada, l’apparecchiatura cinematografica doveva essere posta sotto sequestro all’attenzione della “securitè” locale.
Un duro colpo per Pietro, ma anche per il nostro viaggio che, ormai vicino alla meta poteva essere fermato solo da un inconveniente stupido e banale.
Col morale andato a rotoli, ci dirigiamo agli uffici della Compagnia Aerea, dove anche qui la fortuna ci ha voltato le spalle; oggi è sabato e gli uffici della città sono chiusi. Ormai è mezzogiorno, decidiamo di pranzare dai fratelli missionari di Ouaga. Il pranzo non era dei migliori, ma a dire il vero non era il pranzo ma la voglia di mangiare non c’era.
Verso le 15.00, come d’accordo con il poliziotto, ci presentiamo agli uffici della “securitè”. Per più di due ore rimaniamo senza parole ad attendere quel maledetto “camporeau” che non arriverà mai a causa dell’arrivo in città del presidente francese Mitterrand.
Domani è domenica e come ci si poteva immaginare gli uffici della polizia sono chiusi. Lasciamo il posto di polizia e ci dirigiamo a Canoro. Durante questo tragitto, di circa novanta chilometri, si fanno molte ipotesi sul futuro del nostro raid, ma la realtà è un’altra: fino a quando non avremo il visto d’uscita dalla capitale burkinabé, non potremo proseguire.
Arriviamo alla missione quando è già buio. Pietro non ha parole e si rinchiude nella camera senza nemmeno cenare.
Io decido di mangiare qualcosa in compagnia di Vittorio, poi dopo qualche partita a dama, decido di andare a riposare.

16 Novembre
 
Mi sveglio alle 8.30, oggi sarà una giornata di riposi, anzi di attesa.
Sistemiamo i miei panni sporchi nello zaino e approfitto del tempo disponibile per dare una controllatine alla mia apparecchiatura fotografica;
la sabbia del deserto potrebbe aver danneggiato gli organi più delicati delle fotocamere.
Sono le 10.30, non so cosa fare. Passeggio nel grande cortile della missione per circa mezz’ora, …mi sto annoiando tremendamente e per fortuna incontro Paolo che tra una barzelletta e l’altra mi tiene compagnia fino all’ora di pranzo. Dopo pranzo dedico un po’ di tempo al mio diario di viaggio; fuori il caldo è davvero insopportabile e l’aria che si respira è sempre più pesante. Nel Sahara, l’aria era secca e pura; si vedevano fuochi di bivacchi brillare a due, tre chilometri, qui la cappa di umidità avvolge le cose e le persone rendendo la vita molto fiacca. Il Burkina Faso, che in dialetto antico significa “Paese degli uomini degni”, ha un grande progetto: scrollarsi di dosso i condizionamenti e l’oppressione delle nazioni potenti attraverso uno sforzo gigantesco teso all’autonomia economica.
Intanto, sulla strada dell’utopia, questo Paese deve risolvere problemi come quello del riempire le pance a migliaia di persone che si affollano in accampamenti improvvisati intorno alla capitale, attirati dal mito della città e da quello che sembra rappresentare.
Ma i palazzi moderni sorti per incanto, non distribuiscono benessere.
L’anno scorso i contadini del sud hanno avuto una stagione uccisa dalla siccità e dovranno vivere degli aiuti che vengono dalle regioni del nord, graziate da piogge benefiche.
Il sole sta tramontando,…e un altro giorno sta finendo in una trepida attesa dell’indomani che se Dio vorrà, sarà la fine dei nostri problemi. È ora di cena; attraverso il cortiletto che collega gli alloggi alla sala da pranzo e aspetto l’arrivo di Vittorio sfogliando una rivista francese. Rimango a tavole per molto tempo facendo razzia di ogni genere di cosa: carne, spaghetti, ananas, banane,…
Sono le 21.30, l’aria sembra essersi rinfrescata grazie al vento che spira dal deserto; per un po’ rimango in compagnia di Pietro, poi non resta che andare a dormire, domani la sveglia suonerà molto presto.
 
17 Novembre
 
Sono le 5.30, è ora di alzarsi, se vogliamo riavere la cinepresa dobbiamo presentarci molto presto alla polizia. Partiamo subito, Vittorio ci fa da apripista sulla strada in terra battuta che porta fino a Boussè dove è sito il controllo di polizia e si deve pagare la tassa di pedaggio per poter approdare alla strada asfaltata che porta alla capitale.
Alle 7.30 siamo puntuali alla “securitè”, dove ad attenderci troviamo il soldato “esaltato” che ci ha sequestrato la cinepresa.
Per poter entrare negli uffici del piano superiore, bisogna superare i passaporti presso il corpo di guardia. Saliamo le scale seguendo un poliziotto che, giunto in una stanza, inizia a farci domande sul funzionamento dell’apparecchio, così per una decina di minuti poi,…l’attesa.
“Niente da fare, la cinepresa la riavrete solo dopo la partenza del Presidente francese Mitterrand” esclama il capo. Con rabbia scendiamo le scale e ci dirigiamo al corpo di guardi per ritirare i passaporti; qui, un’altra sorpresa contribuisce ad aumentare la tensione di un viaggio giunto a pochi chilometri dalla meta: infatti con diffidenza nei nostri confronti, trattengono il passaporto di Pietro.
Di male in peggio;
io sono molto preoccupato, in questi paesi non si scherza su queste cose. La mattinata è solo agli inizi e decidiamo così di andare agli uffici “Le Point” per comprare il biglietto aereo. Prenotiamo un volo per il 26 novembre diretto a Marsiglia, poi una volta arrivati in Francia non sarà un problema raggiungere Milano. Siamo senza soldi e, non potendo cambiare i travellers cheques a causa della presenza di Mitterrand in questo paese, non ci resta che farci ospitare dai missionari di colore della Sacra Famiglia.
Pranziamo così, gratis, dai missionari e il pomeriggio è una continua ricerca di qualcuno che ci possa dare una mano a riavere la cinepresa e il passaporto. Verso sera, facciamo conoscenza con un vecchio commissario del precedente regime, il quale promette che l’indomani mattina verrà con noi alla polizia e …sistemerà “inconveniente”.
Col morale leggermente risollevato, passo la serata passeggiando nella via principale di Ouagadougou e, dopo l’ennesima bibita scolata tutto d’un fiato, decido di andare a riposare. Sarà una nottata di guerra con le terribili zanzare africane che non mi daranno un attimo di pace fino al mattino.
 
18 Novembre
 
Alle 5.30 suona la campana della missione, un altro giorno inizia all’insegna della speranza. Pietro dovrà presentarsi alle 7.00 al commissariato di polizia accompagnato dal vecchio commissario che, spero, potrà porre fine a questo inconveniente. Mentre Pietro va alla polizia, decido di andare in banca per il cambio di travellers cheques .
In città ci sono molte banche, ma solo la principale è autorizzata al cambio dei travellers cheques; con passo spedito attraverso mezza città, cammino tra le vie del mercato circondato da una miriade di bambini, sempre in cerca di un cadeau.
Di tanto in tanto vengo “bloccato” dagli ambulanti che popolano le vie di questa capitale africana. Mi offrono di tutto: frutta, maschere, collane, tele dipinte a mano, ….sono troppo preoccupato per poter dar retta a tutta questa gente e poi, non ho nemmeno uno spicciolo. Dopo una lunga camminata, giungo alla banca dove, con una lentezza spaventosa, riesco a cambiare quei 2000 franchi francesi che serviranno per le ultime tappe del viaggio,…..almeno spero.
Ritorno alla missione, Pietro non è ancora tornato…attendo con ansia il suo ritorno scrivendo qualche riga sul mio diario.
Finalmente alle 9.30 arriva Pietro, ma della cinepresa nemmeno l’ombra; Pietro mi guarda con tono “scazzato” e mi dice: “potrò sbagliarmi, ma Abidjan la vedremo in cartolina.”
Certo che, dopo tutto quello che abbiamo fatto per poter realizzare questo viaggio, sarebbe un colpo vedere il lavoro di un anno andare a rotoli. Beviamo una birra offertaci da un missionario di colore, poi, con Abidjan nelle nostre teste, passeggiamo nella via centrale degli hotels; approfitto del tempo disponibile per mandare un telex a Rosalina, che, sempre gentile darà notizie ai miei familiari.
E’ quasi mezzogiorno e la fame inizia a farsi sentire; decidiamo di pranzare al centro missionario francese gestito dalle suore, qui si mangia abbastanza bene e il prezzo è veramente basso, solo 600CFA. Mentre pranziamo facciamo conoscenza di un “ tipo “ di Reggio Emilia, molto simpatico di nome Danello.
Il pomeriggio sarà ancora un’attesa snervante. Cerchiamo d’ingannare il tempo, divertendoci a barattare gli occhiali rimasti nel sacco con qualche souvenir del posto.
Ancora una volta ci riveliamo degli ottimi “marocchini” facendo ottimi affari.
Verso la fine del pomeriggio facciamo conoscenza di Josep, un musicista reggae venuto dal Ghana per una serie di concerti in Burkina Faso; grazie a lui, ha avuto occasione di rispolverare il mio vocabolario di inglese che qui in Africa ho usato ben poco. Ormai è l’ora di cena, salutiamo Josep dandoci appuntamento a lunedì prossimo.
Pranziamo dalle suore in compagnia di Danello che, allieta la serata con una serie di barzellette.
Sono le 21.30, la stanchezza inizia a farsi sentire e forse è giunta l’ora di salutare tutti e di andare a dormire.
  
19 Novembre
 
Suona la campana che dà la sveglia ai missionari, sono le 5.30, è ancora buio e sinceramente non ho una gran voglia di alzarmi, così rimango nel letto a poltrire fino alle 6.30 poi mi alzo e corro a far colazione, altrimenti, rischio di non trovare più nulla. Pietro è già andato alla polizia,….speriamo che almeno oggi riuscirà a riavere la cinepresa.
L’attesa del ritorno di Pietro è snervante e nonostante la tosse, continuo a fumare come un turco. Questa mattina sono molto triste, non riesco a togliermi di testa tutta la gente che mi ama e chi, come loro, mi ha dato fiducia per la realizzazione di questo progetto che, di questo passo, rischia veramente di andare a vuoto per un banale inconveniente. La forza e la voglia di continuare non mancano, manca soltanto un pizzico di fortuna che proprio mentre scrivo questa frase sul mio diario…arriva….! Arriva Pietro e con lui arriva anche la cinepresa e il passaporto; finalmente ritorna anche la cosiddetta ”carica” per poter continuare. Prima di partire per Abidjan, vogliamo sbrigare le pratiche doganali che consentiranno di donare la vettura a fratel Vittoria.
Purtroppo, per queste pratiche occorre molto tempo e di conseguenza la partenza per l’ultimo volo verso la meta verrà rimandata all’indomani mattina.
Ormai è mezzogiorno, non ho molta fame, ma conviene buttare qualcosa nello stomaco; nei prossimi giorni non ci sarà molto tempo per pranzi e cenette.
Il pomeriggio lo passiamo negli uffici doganali; infatti il costume nazionale richiede molti timbri per qualsiasi formalità,…contenti loro! E’ ormai sera, sfrutto queste ore libere per poter effettuare un controllo accurato alla vettura: olio, acqua, pressione dei pneumatici…. Sembra che sia tutto a posto per il gran finale.
Alle 19.30 ceniamo dalle suore, poi, dopo l’ultima sigaretta, decido di andare a dormire, domani sarà una giornata dura.
 
20 Novembre
 
Pietro bussa alla mia porta, sono le 5.00, fuori è ancora buio pesto, nemmeno il tempo per una colazione e siamo subito in marcia verso la Costa d’Avorio e la sua foresta tropicale.
E’ molto buio, non vedo nulla, guidare in queste condizioni è veramente pericoloso ma non c’è soluzione, il tempo rimasto è ormai ridotto a pochi giorni e se vogliamo raggiungere Abidjan non dovremo perdere un solo minuto. Dopo il controllo all’uscita dalla città, Cartizia sembra volare e, alle 10.00 siamo già a Bobo Diulasso, facciamo il pieno di benzina e per sicurezza mettiamo anche una decina di litri nella tanica.
Ci avviciniamo al confine e i controlli di polizia si fanno sempre più numerosi e più scrupolosi. Ad ogni città e ad ogni villaggio siamo costretti a soste, a volte brevi a volte lunghe e noiose. Durante queste soste non mancano i soliti curiosi che accerchiano l’auto, la guardano e la toccano come fosse una bella donna, lasciando impronte di mani su tutti i cristalli.
Alle 12.45 siamo al posto di frontiera Burkinabè; le formalità contrariamente al solito, sono veloci, grazie anche a una monete di 50 lire donata al doganiere.
Siamo sulla strada che percorre la “terra di nessuno”, cuscinetto di sicurezza tra le due frontiere. Improvvisamente la bella strada asfaltata, diventa un’insidiosa pista in terra battuta dove, le buche profonde sembrano inghiottire la nostra auto. Anche il posto di frontiera ivoriano viene superato in breve tempo, e, la Costa d’Avorio è ormai sotto le ruote della nostra auto. Percorriamo velocemente i 90 chilometri di pista che portano alla prima città ivoriana: Ferkessedougou. Ricompare l’asfalto che ci accompagnerà fino alla meta. Maciniamo chilometri su chilometri e alle 17.30 siamo a Katiola. Le immagini di modernità della Costa d’Avorio cominciano qui; i palazzi appaiono come simboli violenti degli interventi venuti dall’esterno. Si sa, la Costa d’Avorio ha aperto le porte agli “aiuti” di paesi amici; conclude affari senza sosta con le multinazionali del mondo e consente lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali, soprattutto le foreste e il legname che se ne ricava.
Appare il simbolo di un benessere che in realtà è solo fittizio e gestito soltanto da una classe privilegiata.
Dopo aver rifornito l’auto, lasciamo anche Katiola e ci dirigiamo, percorrendo una buona strada asfaltata, verso Bouake.
Percorriamo gli ultimi chilometri verso Bouake in un buio impenetrabile, tanto da non vedere nemmeno l’immensa foresta ai bordi della carreggiata.
Alle 19.30 siamo alle porte della città; percorriamo la via centrale alla ricerca di un alloggio dove poter superare la notte. In questa città il traffico è molto caotico, percorrere le sue vie significa impegnarsi in una stressante gimcana che sembra interminabile.
Ogni tanto la fortuna si accorge anche di noi, infatti, mentre percorriamo una via della periferia a sud della città, notiamo ai bordi della strada un’insegna indicatrice di una missione italiana. Raggiungiamo subito la missione dove, un religioso napoletano ci offre la cena e un alloggio dove poter passare la notte.

21 Novembre
 
I camion sfrecciano ad alta velocità sulla strada principale che passa a pochi metri dalla missione.
Vengo svegliato dai continui suoni emessi dai clacson degli automezzi; sono le ore 5.30 sveglio Pietro e dopo un breve controllo alla vettura, partiamo alla volta di Abidjan.
Appena lasciata la città di Bouake siamo avvolti da una cappa di umidità impenetrabile. Man mano ci avviciniamo alla costa, il clima assume sempre più caratteristiche equatoriali e le pioggerelle sono molto frequenti; in compenso la frutta abbonda e, di tanto in tanto mi concedo piacevoli merendine con ananas, banane e mango.
La strada si mantiene buona e alle 7.30 siamo a Yamoussoukro, la seconda città ivoriana; percorriamo la via principale e ci dirigiamo verso l’ormai vicino Golfo di Guinea.
La foresta si fa sempre più rigogliosa e il miracolo ivoriano si fa sempre più evidente.
Il miracolo ivoriano è condensato in questi dati:
– primo produttore di cacao;
– primo produttore africano di banane;
– una dei più grandi esportatori mondiali di legname pregiato, olio di palma e ananas.
Ma il prezzo pagato per questo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali è molto alto. La foresta, grande patrimonio nazionale, è stata distrutta per almeno tre quarti; il disastro ecologico provoca mutazioni climatiche profonde, giustificate dal bisogno di sfruttare estensivamente le piantagioni di caffè e cacao, e dal vantaggio della vendita di legname pregiato sui mercati internazionali.
Ma avranno pensato al rimboscamento?
La seppur bella strada asfaltata, ha lasciato il posto a una lussuosa autostrada che porta fino alla capitale ivoriana.
Alle 11.00 siamo ad Abidjan, la “ Chicago dell’Africa “.
Abidjan, la “perla della laguna” secondo i vecchi racconti popolari e le canzoni moderne, mi viene incontro con uno sfolgorio di luci ed una sfilata di grattacieli.
Al primo impatto non sembra nemmeno Africa, ma un’isola splendente che balza fuori d’improvviso dalla foresta e dal mare.
Percorriamo la via principale che porta al centro; la grande metropoli mi assorbe sempre più e mi accompagna, con una divisa da festa, verso quartieri del Plateau e verso Cocody dove troneggia l’hotel Ivoire; ma al di là dei confini delle zone dello splendore si estende l’Abidjan di tutti i giorni.
Abidjan, una città che nel 1950 aveva 50.000 abitanti e che nel 1986 ne ha circa 2 milioni, dove il 40% dei residenti vive in bidonville e solo il 35% può usufruire dell’acqua corrente e dell’energia elettrica; i quartieri eleganti di Abidjan fanno vedere la realtà attraverso gli specchi deformati di una improvvisa opulenza africana; la ricca borghesia di recenti fortune, sostiene un ruolo da passerella, accentuando differenze e privilegi sociali tipo prim’ordine del capitalismo europeo.
Quindi una città spaccata in due: da una parte la città “tradizionale” cresciuta all’ombra dei grattacieli, dall’altra la città degli accampamenti dei disperati, delle bidonville miserevoli, della prostituzione e delle ,malattie, dove chiesette cattoliche costruite con legno e sassi accanto a moschee in miniatura sembrano richiami di speranza, mentre gli ambulatori ospedalieri non hanno acqua corrente e per le strade, bande di ragazzini abbandonati, si trasformano in pericolosa delinquenza organizzata. Ad Abidjan bisogna abituarsi ai contrasti più violenti.
Allo straniero può sfuggire molto della realtà africana, ma questa città è un caso a parte, non nasconde segreti, anzi, si soffre interamente senza misteri al suo visitatore di un continente amaro che vorrebbe nascondere il suo fascino esterno tra odio e amore.
La meta è raggiunta, ma il viaggio non è ancora finito. Ancora più di mille chilometri davanti a noi dove tutto può succedere e dove, per scaramanzia non voglio anticipare la vittoria.
Il tempo stringe e alle 14.00 lasciamo Abidjan per ritornare verso Bouake, dove anche questa notte pernotteremo alla missione cattolica di Fratel Gennaro.
I primi chilometri scorrono veloci, ma in prossimità di Yamoussoukro, siamo costretti a una sosta per lo scoppio di un pneumatico.
Cambio subito la ruota e riusciamo a metterci in marcia a tempo di record. Strada facendo ci imbattiamo anche in un violento acquazzone e, avendo i tergicristalli rotti, dobbiamo proseguire lentamente e con prudenza.
Arriviamo alla missione alle 17.30, subito corro alla ricerca di un gommista per riparare almeno una delle ruote forate.
Durante il controllo giornaliero della vettura, noto una perdita di benzina nella parte alta del serbatoio …Cartizia è proprio a pezzi, spero non ci tradisca proprio all’ultima tappa.
La serata passa velocemente in compagnia di alcuni giovani, poi, dopo cena, non mi resta che coricarmi nel mio sacco a pelo.
 
22 Novembre
 
Un’altra “alzataccia” e un’altra partenza prima del sorgere del sole per affrontare le ultime emozioni di questo massacrante ma entusiasmante viaggio.
Sono le 5.30 quando accendo il motore dell’ormai esausta “Cartizia” è molto buio e preferisco guidare con prudenza. In poco più di tre ore raggiungiamo Ferkessedougou, novanta chilometri di pista e poi, saremo di nuovo in Burkina Faso, dove “purtroppo” il nostro viaggio si concluderà.
Ancora una volta siamo costretti ad una sosta forzata a causa di una foratura,…è la quarta volta che buchiamo in questo viaggio.
Sostituisco immediatamente la ruota e dopo l’ennesimo controllo di polizia chi ci ferma più…!
Alle 11.00 siamo al posto di frontiera ivoriano; i controlli sono veloci e alle 11.45 siamo già alla dogana di Burkinabè.
I militari del Burkina Faso non si smentiscono mai: controllo ai bagagli, timbri, controllo dei vari numeri di telaio e motore della vettura….
Perdiamo molto tempo, ma quando il doganiere abbassa la sbarra d’acciaio che delimita il confine, inizia una galoppata inafferrabile. Ormai la meta è vicina, a questo punto solo la sfortuna potrà fermarci. Di tanto in tanto, ci fermiamo in prossimità dei numerosi “barrage”, dove solitamente, è radunata la gente del posto. E’ proprio qui, fra questa gente, che s’impara a guardare, distinguere, verificare quello che si è letto su una popolazione eterogenea per razze, religioni e cultura.
Come al solito, ad ogni sosta, i bambini accerchiano la nostra vettura; le mani sono sempre tante e sempre tese, mentre la parola “cadeau” risuona ininterrottamente. I bambini ridono sempre, ma i loro occhi sono pieni di curiosità triste e rassegnata.
Dopo un po’ l’occhio si abitua a simili scenari, ed è qui, su quest’ultimo tratto di strada, che si avverte la prima sensazione di un mondo che mancherà. Certo non sono i luoghi a suscitare questo genere di rimpianti, ma i momenti che ho vissuto in questa terra.
I chilometri sembrano volare, e quando il sole è appena tramontato, giungiamo a Ouagadougou; riforniamo la vettura e ci rimettiamo subito in marcia alla volta di Canoro. Attraversiamo la città per la via principale e ci dirigiamo sulla buona strada asfaltata che porta fino a Boussè. Percorrendo questa strada di sera, si vedono brillare i fuochi dei villaggi nella savana; le botteghe ai bordi della strada, sono ancora aperte, e ad ogni sosta, i venditori si precipitano verso di noi per poter racimolare qualche centesimo di più. Appena dopo Boussè lasciamo l’asfalto per imboccare la pista in terra rossa che porta alla missione di Fratel Vittorio. E’ molto buio, e spesso finiamo in buche molto profonde che potrebbero danneggiare la vettura proprio sulla dirittura d’arrivo.
Sono le 21.00,all’orizzonte le luci della missione ci fanno da faro, ormai è finita…Mentre Pietro canta la mia canzone preferita, mi prende un nodo in gola, sono emozionato; ancora una curva e…la meta e’ raggiunta e il sogno, il mio sogno, diventa realtà. Emozione, felicità, abbracci…la stanchezza scompare come per miracolo, resta solo la realtà di un grande sogno realizzato, una grande avventura portata a termine nonostante le grosse difficoltà incontrate, durante la preparazione e durante il viaggio. Ho ancora addosso la mia tuta da “battaglia” che ho portato durante tutto il viaggio; vorrei non toglierla quella polvere, quella sabbia, quelle macchie attaccate ovunque mi fanno sentire ancora in viaggio, hanno il sapore del deserto, di savana, di Africa…
La serata è un continuo racconto della nostra avventura poi, mentre il vento spira dal deserto, passeggio nel cortile della missione dove i canti locali creano un’atmosfera unica, un’atmosfera che forse, senza accorgermi, stimola sempre più il mio male ormai incurabile,…il “mio” mal d’Africa.
Sono le 24.00,mi rigiro e rigiro nel letto, non riesco a prender sonno, continuo a pensare: il deserto, la sua gente, le piste che ho percorso, la savana…Non riesco a convincermi che sto vivendo momenti irripetibili in un paese meraviglioso, un paese dal quale dovrò uscire come da un sogno, felice di aver sognato…
 
 
23 Novembre
 
Non resta che l’attesa… l’attesa di rientrare nella routine di ogni giorno.
La mattinata passa lentamente nel cortile della missione di Nanoro. Scarico completamente la vettura; sono le ultime fatiche del viaggio, ormai è tutto finito, finito davvero.
Questo è uno dei momenti più tristi di tutto il viaggio; vorrei continuare , magari verso altre mete, rincorrere nuovi orizzonti, percorrere nuove piste… ma la realtà è un’altra.
Anche se fra qualche giorno lascerò questa terra, ”dentro” rimarrà qualcosa di indelebile che mi permetterà di sognare ad occhi aperti, rendendo difficile l’attesa della prossima avventura.
Le emozioni però non sono finite, passo infatti il resto della mattinata parlando con alcuni operai della missione che mi dimostrano simpatia e amicizia e, quando li lascio per recarmi a pranzo, non posso non accorgermi di aver vissuto altre emozioni e altre sensazioni irripetibili.
Pranzo in compagnia di Pietro e di alcuni missionari poi, quando arriva Paolo, stappo una bottiglia di spumante italiano per brindare in onore del viaggio. Il pomeriggio è lungo e noioso, non so cosa fare; oggi ho persino letto alcuni fumetti per ingannare il tempo.
Alle 15.30 cerco di sintonizzare la radio di Paolo sui canali italiani, ma anche se in teoria la ricezione dovrebbe essere buona, riesco a malapena a sentire il campionato di calcio. Certo fa effetto sentire le voci che ti tengono compagnia tutti i giorni a più di 6000 chilometri di distanza. E’ quasi sera, nonostante la stagione, il caldo non molla un solo secondo. Decido di sfruttare questo tempo libero per farmi una doccia, poi, attendo l’ora di cena scrivendo qualche riga sul mio diario. Solita cena e solita serata, poi, non resta che chiudersi nella zanzariera a cercare di dormire.
 
24 Novembre
 
Mi sveglio alle 7.00 e, dopo aver fatto colazione, preparo lo zaino cercando di imballare quei quattro souvenir da portare agli amici. Purtroppo questa mattina ho avuto un’accesa discussione con il mio compagno di viaggio.
Abbiamo molti punti di vista in contrasto sui prossimi viaggi ma fin qui niente di strano o preoccupante. Quello che mi dà più fastidio è il fatto che Pietro non riconosce gli aiuti ricevuti dagli amici per realizzare questo viaggio.
Pietro nelle discussioni, ha un brutto vizio; quello di imporre le propri idee sugli altri usando a volte, anche maniere poco gradevoli da parte mia. Non ho nessun problema se Pietro si sente tanto sicuro di sé; meglio per lui…vorrà dire che nel prossimo viaggio dovrà contare solo sulle sue forze.
…..forse Giorgio Caeran aveva ragione quando diceva che simili viaggi vanno vissuti in solitaria… del resto se devo essere sincero sono stato io a coinvolgere Pietro in quest’avventura; quindi non poso dire altro che …mia culpa.
Dopo aver pranzato, ci mettiamo in marcia per Ouagadougou.
Percorriamo per l’ultima volta le vie in terra battuta di Nanoro con un pizzico di malinconia. Un ultimo controllo al passaporto all’uscita del villaggio e ….lascio definitivamente questo splendido posto. In poco più di due ore siamo nella capitale e cerchiamo di sistemare le ultime pratiche per poter donare la vettura;
ma come previsto, ci vorrà buona parte della giornata di domani per poter ultimare definitivamente i documenti.
Ormai sono le 18.00,cerco di farmi una doccia velocemente alla Sacra Famiglia, poi, mi reco dalle suore per la cena.
Rivedo Danello e faccio conoscenza di un camionista francese; con loro ceno e passo poi il resto della serata all’hotel Ran divertendomi tantissimo.
Alle 23.30 lascio gli amici e mi incammino verso l’alloggio dei missionari.
Un altro giorno è finito, ormai sono quasi alla fine di questa splendida avventura.
 
25 Novembre
 
E’ l’ultimo giorno, e…mentre il sole splende già alto nel cielo, decido di alzarmi.
Trascorro parte della mattinata nel caos della dogana e, tra un ufficio e l’altro, per più di tre ore, sistemo definitivamente le pratiche necessarie per poter lasciare la gloriosa Cartizia a Fratel Vittorio.
Sono già le 12.30, ormai il tempo sembra prendersi gioco di me, le ore passano inesorabilmente, lasciando solo posto ad una splendida storia.
Passeggiando per la via principale rivedo Josep, il suo berrettino di lana spicca in lontananza, colorando ulteriormente un’atmosfera già carica di contrasto.
Con lui cammino per la città, attraverso il mercato facendomi strada tra migliaia di persone e, di tanto in tanto, mi avvicino alle bancarelle in cerca di un ultimo souvenir.
Josep non mi molla un secondo ed è sempre pronto a contrattare per me in caso d’acquisto.
Senza dubbio il mercato è uno degli scenari più caratteristici dell’Africa: strani gli odori, strani gli oggetti in vendita, strana la gente…ma tutto splendido.
 
Come potrò dimenticare simili scenari?
Nemmeno con l’ausilio della mia più fervida fantasia sarei riuscito ad immaginare simili contrasti!
Ma…non esiste tempo sufficiente alla contemplazione di tanta
bellezza, ed io ne sto facendo parte come timido spettatore.
Come potrò raccontare tanti momenti magici, tante emozioni provate e sofferte, come descrivere quanto hanno visto i miei occhi?
Non sarà facile, le parole non basteranno e nemmeno le immagini fotografiche, per belle che siano, non potranno mai trasmettere ad altri la storia della mia avventura.
L’orologio segna le 18.00 e purtroppo segna anche l’ora di salutare Josep;…. un’arrivederci forse un’addio, ma in entrambi i casi non dimenticherò facilmente questo ragazzo che, slacciandosi il suo braccialetto di cuoio per farmene dono mi disse: “…I will remenber you, good-bye”.
Con le lacrime agli occhi contraccambio il suo gesto con il mio berretto rosso e ….una stretta di mano ci divide, forse per sempre.
M’incammino verso il caseggiato della Sacra Famiglia. Di tanto in tanto vengo circondato dai soliti venditori ambulanti ma, disponendo ormai di pochi spiccioli, non posso nemmeno comprarmi una bibita.
Alla missione trovo ad aspettarmi Pietro e Vittorio che mi invitano a cena dalle suore. Una cena veloce e poi la serata sarà alimentata da un’interminabile “show” di Danello all’hotel Ran.
Ancora una volta emerge la simpatia dell’ormai quarantenne emiliano: barzellette, scherzi,…allietano la serata, rendendo meno opprimente l’idea della partenza di domani.
Ormai è tardi. Dopo l’ultima barzelletta lascio tutti e mi reco nella mia stanza alla missione dove, con fatica mi sdraio nel letto per questa ultima notte africana.
 
 
26 Novembre
 
La sveglia suona, sono le 5.00; nel cortile ci sono già Vittorio e Danello ad attenderci per accompagnarci all’aeroporto.
Aiutato dia Pietro mi carico sulle spalle lo zaino, scendo per l’ultima volta le scale della missione di Ouaga e carico lo zaino sul pick-up di Vittorio.
Un tragitto di tre chilometri per le vie della capitale, mi condurrà alla “ porta di uscita” del mio viaggio.
E’ buio, in città non c’è anima viva, eppure, mi pare di sentire la voce della gente, i pianti dei bambini e….il lamento di quest’Africa che lascerò.
L’auto si ferma, scarico i bagagli e saluto Vittorio che deve rientrare a Nanoro.
Attendo per circa un’ora i doganieri per il controllo del bagaglio poi, quando la tenda dello stanzino dove si controllano i bagagli si apre, saluto anche Danello e con lui anche l’Africa.
Dopo i controlli dei passaporti, attendo in compagnia di Pietro l’ora d’imbarco che arriva in un battibaleno.
Salgo le scalette dell’aereo, prendo posto nelle prime file; il tempo sembra essersi fermato. Una fila interminabile di persone sale a bordo…fra poco si parte.
Le porte si chiudono, il regime del motore si alza sempre di più; piano piano l’asfalto della pista dell’aeroporto inizia a scorrere alle mie spalle…sempre più veloce, fino a quando il bestione si alza in volo…Arrivederci Africa…
Dall’alto osservo la capitale Burkinabè poi, arriva il fiume Niger e poi, il “mio deserto”, dall’alto sembra un mare vellutato color ocra. Il deserto è un dio bizzarro, è docile con chi riesce a dominarlo, spietato con chi ne finisce in balia per inesperienza o superficialità. Questo deserto ha preteso ed ha ottenuto un tributo di sacrifici.
Ogni carcassa immobile incontrata ai bordi delle sue piste, ha una triste storia da raccontare, intorno domina sempre il deserto, vincitore da sempre; ed è la lotta, forse il senso del “mal d’Africa”, una lotta contro gli elementi e contro sé stessi, perché nel deserto si è soli con le proprie ansie, le proprie paure, tutto il bene ed il male che si ha dentro…….ma la lotta è stata stupenda.
Nel deserto tutto è stato più difficile: muoversi, orientarsi, fermarsi, dormire.
Durante il giorno, sotto il sole cocente, il caldo era davvero estremo: 50 gradi all’ombra ed anche di più; le lamiere dell’auto erano intoccabili mentre le parti in plastica sembravano fondersi. Soltanto il vento e la velocità, uniti insieme, potevano portare qualche sollievo. Di notte invece, di colpo arrivava il freddo pungente che sembrava entrare nelle ossa, un freddo che faceva rimpiangere, per poche ore, il caldo torrido del giorno prima.
Eppure quando la “voce” del deserto mi ha chiamato, non ha saputo resistere, e, come altri uomini ho risposto all’appello.
L’ho fatto amandolo o forse odiandolo per quelle sue piste infide e infinite, per quelle sue dune affascinanti ma tutte così uguali.
Nel deserto bisogna essere decisi a soffrire, decisi ad affrontare solitudine, pericoli ed imprevisti. Ma per vincere bisogna osare oltre i propri limiti, non demordere mai, non darsi mai per vinto, non perdere mai la speranza. A questo va aggiunta una sfacciata convinzione di essere un buon organizzatore, ma non per la sterile soddisfazione di veder andare le cose per il verso giusto, bensì per quella infinitamente più nobile di realizzare grandi imprese per sé stessi e per gli altri; di coinvolgere in avventure incredibili chi ancora di questo mondo conosce forse la faccia peggiore e, chi certe verità le conosce solo per sentito dire, per immagini distorte, percepite qua e là sui giornali, al cinema, alla televisione. Quindi, è una passione sana che mi ha spinto a questa avventura in terra d’Africa. Dopo le esperienze vissute in questo raid, non è possibile non notare la differenza tra un paese ”contaminato” dalla civiltà e quella terra che chiamano “il continente nero”.
Mi accorgo che piano piano sto rientrando nei panni del mio io, sono un uomo del mio tempo, con le mie paure, le mie ansie e i miei condizionamenti.
Col passare dei minuti i puntini che vedevo dall’alto si fanno sempre più grandi; diventano case, palazzi, grattacieli…..è Marsiglia. Alla dogana incontro grossi problemi, forse per il mio aspetto un po’ trasandato, ma non importa, ormai a certe cose ho fatto l’abitudine.
Dall’aeroporto alla stazione ferroviaria sono 30 minuti di viaggio in un lussuoso autobus; poi, dopo qualche ora di attesa, salgo sul treno che mi condurrà a Milano.
Montecarlo, Ventimiglia, Genova, …..Milano.
E’ la fine e sinceramente non riesco a nascondere una certa amarezza, non riesco ad accettare l’idea che tutto possa finire così semplicemente. Ho vissuto questo mese ad un ritmo così frenetico che forse, non riuscirò a dare un taglio netto a tutto.
I ricordi mi scorrono rapidamente in mente: le carovane, i villaggi nella savana, il lavoro alla missione, i contrasti di colore.
Sulle fatiche ha prevalso il desiderio di contemplare quei colori, quel paesaggio, quella gente.
Per molti giorni conserverò gelosamente i ricordi di questa splendida favola. Ed ora, ripagato da tutte le sofferenze e le fatiche, il pensiero corre al futuro……quando potrò tornare?

LE TAPPE

 

                                                Giorni effettivi di viaggio

Data

Itinerario

               Distanze

Note varie

Parziale

Progressivo

Sabato 1 nov. 1986

Casorezzo

Genova (traghetto Habib)

     _  

   173            

   _

   173

Tot km 173

Domenica 2 Nov. 1986

(Traghetto Habib)

TUNISIA

Tunisi

Tebourba

   _

 

 

52

 

 

 

   173

   225

Tot km 52

Lunedì 3 Nov. 1986

Tebourba

Tunisi

Kairouan

Gafsa

Tozeur

Nefta

   _

   43

   47

   209

   93

   33

   225

   268

   315

   524

   617

   650

Tot. Km 425

Martedì 4 Nov. 1986

Nefta

Hazoua (frontiera tunisina)

ALGERIA

(frontiera algerina)

El Oued

Touggourt

Ouargla

   _

   38

 

 

 

 

     10

     84

     95

   167

   650

   688

 

 

 

     698

     782

     877

   1044

Tot. Km 394

Mercoledì 5 Nov. 1986

Ouargla

Ghardaia

El Golea

In Salah

   _

   189

   274

   404

   1044

   1233

   1507

   1911

Tot km 867 di cui 180 di pista

Giovedì 6 Nov. 1986

In Salah

Forte Arak

   _

   279

   1911

   2190

Tot km 279 tutti di pista

Venerdì 7 Nov. 1986

Forte Arak

Tamanrasset

   _

   396

   2190

   2586

Tot km 396 di cui 300 di pista.

Sabato 8 Nov. 1986



Tamanrasset

144° km dopo Tamanrasset

   _

   144

   2586

   2730

Tot km 144 tutti di pista

Domenica 9 Nov. 1986

144° km dopo Tamanrasset

In Guezzam (frontiera algerina)

NIGER

Assamakka (frontiera nigeriana)

   _

   255

 

 

 

 

   30

   2730

   2985

 

 

 

   3015

Tot km 285 tutti su pista

Lunedì 10 Nov. 1986

Assamakka

Arlit

Agadez

   _

   210

   249

   3015

   3225

   3474

Tot km 459 di cui 210 di pista

Martedì 11 Nov. 1986

Agadez

Abalak

Tahoua

Babeguicheri

Dabnou

Birnin-konni

   _

   243

   170

     49

     43

     34

   3474

   3717

   3887

   3936

   3979

   4013

Tot km 539

Mercoledì 12 Nov. 1986

Birnin-konni

Dogondoutchi

Dosso

Birnin-Gaoure

Niamey

   _

   145

   137

   33

   132

   4013

   4158

   4295

   4328

   4460

Tot km 447

Giovedì 13 Nov. 1986

Niamey

Torodi (frontiera nigeriana)

BURKINA FASO

Kantachari (frontiera burkinabè)

Matiakoali

Fada-Ngourma

Koupela

Zorgo

Ouagadougou

   _

   88

 

 

 

 

42

   57

   93

   92

   30

   137

   4460

   4548

 

 

 

 

   4590

 

   4647

   4740

   4832

   4862

   4999

Tot km 569

Venerdì 14 Nov. 1986

Ouagadougou

Boussè

Nanoro

   _

   50

   43

   4999

   5049

   5092

Tot km 93 di cui 43 di pista

Lunedì 17 Nov. 1986

Nanoro

Boussè

Ouagadougou

   _

   43

   105

   5092

   5135

   5240

Tot km 148 di cui 43 di pista

Giovedì 20 Nov. 1986

Ouagadougou

Sabou

Boromo

Pa

Hounde

Bobo-Diulasso

Banfora

Niangoloko (frontiera burkinabè)

COSTA D’AVORIO

Ouangolodougou (frontiera ivoriana)

Ferkessedougou

Tafire

Katiola

Bouake

     _

     86

     88

     46

     31

   105

     85

   159

 

 

 

 

     47

     49

     45

   132

     53

   5240

   5326

   5414

   5460

   5491

   5596

   5681

   5840

 

 

 

 

 

   5887

 

   5936

   5981

   6113

   6166

Tot km 926 di cui 96 di pista

Venerdì 21 Nov. 1986

Bouake

Tiebissou

Yamoussoukro

Toumodi

ABIDJAN

Toumodi

Yamoussoukro

Tiebissou

Bouake

   _

     64

     42

     46

   197

   210

     46

     42

     64

   6166

   6230

   6272

   6318

   6515

   6725

   6771

   6813

   6877

Tot km 711

Sabato 22 Nov. 1986

Bouake

Katiola

Tafire

Ferkessedougou

Ouangolodougou (frontiera ivoriana)

BURKINA FASO

Niangoloko (frontiera burkinabè)

Banfora

Bobo-Diulasso

Hounde

Pa

Boromo

Sabou

Ouagadougou

Boussè

NANORO

     _

     53

   132

     45

     49

 

 

 

 

     47

 

   159

     85

   105

     31

     46

     88

     86

     80

     43

   6877

   6930

   7062

   7107

   7156

 

 

 

   7203

   7362

   7447

   7552

   7583

   7629

   7717

7803

   7883

   7926

Tot km 1049 di cui 139 di pista

Lunedì 24 Nov. 1986

Nanoro

Boussè

OUAGADOUGOU

     _

   43

   62

   7926

   7969

   8031

Tot km 105 di cui 43 di pista

 

 

 

TOT KM PERCORSI: 8031

TOT KM DI PISTA: 1762

GIORNI EFFETTIVI DI VIAGGIO: 19

 
 
FORMALITA’ E INFORMAZIONI GENERALI
 
 
ALGERIA : Ambasciata di Roma tel. 06804141
Ambasciata italiana in Algeria: 13 CHEMIN CHEIKH BACHIR BRAHIMI, EL BIAR -ALGERI- tel. 783399
Consolato italiano in Algeria: 12 SQARE PORT SAID, ORANO tel. 355193
DOCUMENTI PERSONALI: è necessario il passaporto senza alcun visto consolare.
Per entrare nel paese è necessario cambiare obbligatoriamente un ammontare di 1000 Dinari algerini.
Per il campeggio libero è necessario chiedere preventivamente il permesso alla polizia (obbligatorio nel Sahara).
DOCUMENTI PER IL VEICOLO: occorre stipulare una polizza di assicurazione presso il posto di frontiera.
MONETA: l’unità monetaria è il dinaro algerino.
Al cambio attuale il dinaro algerino vale circa 320 lire
BENZINA SUPER: 3,00 D.A.
N.B. prima della partenza da Tamanrasset è necessario sbrigare le
pratiche prima della doganali.
 
TUNISIA: Ambasciata di Roma tel. 06/8390748
Ambasciata italiana in Tunisia: 3 RUE NASSER – TUNISI tel. 24748636
consolato italiano in Tunisia: 3 RUE DE RUSSIE TUNISI.
DOCUMENTI PERSONALI: occorre il passaporto senza visto consolare.
DOCUMENTI PER IL VEICOLO. Sono sufficienti i documenti italiani.
MONETA: l’unità monetaria è il dinaro tunisino pari a circa 2300 lire italiane.
BENZINA SUPER:320 millesimi
 
NIGER: Ambasciata del Niger: RUE DE LONG-CHAMPS – 154 PARIGI tel.00-33-14/5048060.
Ambasciata italiana in Niger : vice consolato P.B.10388 Niamey tel. 723291.
DOCUMENTI PERSONALI: è sufficiente il passaporto senza alcun visto consolare. I turisti sono tenuti a presentarsi alla polizia all’arrivo in ogni località importante.
Per entrare in Niger è necessario dimostrare di possedere un corrispettivo di 150.000 Franchi del Niger (circa 660.000 lire). Inoltre è necessario il pagamento di 1500 CFA al passaggio dalla frontiera o alla prima città importante ( dal nord Arlit).
DOCUMENTI PER IL VEICOLO: occorre il permesso internazionale di condurre e il certificato internazionale per autoveicoli. E’ consigliabile munirsi del carnet de passages en douane. In frontiera è necessario stipulare una polizza assicurativa RCA.
MONETA: la moneta locale è il Franco del Centrafrica, pari a circa 4,4 lire.
DISPOSIZIONI SANITARIE. È richiesto il certificato internazionale di vaccinazione contro la febbre gialla e contro il colera. Raccomandata è la profilassi antimalarica.
BENZINA SUPER: 285 CFA.
 
BURKINA FASO : Consolato di Milano tel. 024390193
Consolato di Roma tel. 066799054
Vice consolato italiano in Burkina Faso: Ouagandougou B.P.1455 tel. 33605
DOCUMENTI PERSONALI: occorre il permesso internazionale di condurre e il certificato internazionale per autoveicoli. L’importazione di veicoli è libera dietro pagamento di una cauzione.
MONETA: La moneta locale è il Franco del Centrafrica pari a circa 4,4 lire italiane.
DISPOSIZIONI SANITARIE: richiesto il certificato internazionale di vaccinazione contro la febbre gialla e contro il colera. Raccomandata è la profilassi antimalarica.
BENZINA SUPER: 258 CFA
 
COSTA D’AVORIO:
Ambasciata della Costa D’Avorio a Roma: 06/860565
Consolato onorario a Milano: 02/404384
Ambasciata italiana nella Costa d’Avorio: RUE DE LA CANEBIERE 16 B.P.1905 ABIDJAN tel. 311361.
DOCUMENTI PERSONALI: è sufficiente il passaporto senza alcun visto consolare.
DOCUMENTI PER IL VEICOLO: occorre il permesso internazionale di condurre e il carnet de passages en douane.
MONETA: la moneta locale è il Franco del Centrafrica pari a circa 4,4 lire italiane.
DISPOSIZIONI SANITARIE: richiesto è il certificato internazionale contro la febbre gialla e contro il colera.
Raccomandata è la profilassi antimalarica.
BENZINA SUPER: (95 ottani) 305 CFA.

 
DISPOSIZIONI SANITARIE
 
Prima di partire per un raid Africano, è necessario informarsi bene riguardo le norme profilattiche volte a prevenire le infezioni.
In alcuni paesi Africani è necessario il certificato internazionale di vaccinazione contro la febbre gialla e contro il colera.
Per queste vaccinazioni è necessario rivolgersi all’ufficio d’igiene di via Statuto n.5 a Milano.
La validità legale di questi certificati si differenzia a secondo del tipo di vaccino effettuato. Per il vaccino contro il colera la validità è di sei mesi a partire dal sesto giorno dopo l’iniezione del vaccino.
Per quanto riguarda il vaccino contro la febbre gialla, la sua validità è di dieci anni a partire dal decimo giorno dopo la prima vaccinazione o dal giorno stesso di una rivaccinazione fatta prima dello scadere di dieci anni dalla precedente.
Oltre a questi due vaccini obbligatori non bisogna dimenticare le altre precauzioni sanitarie altrettanto importanti.
Per quanto riguarda la profilassi antimalarica, è necessario analizzare con cura le zone da attraversare.
Nel mio caso ho ritenuto opportuno effettuare una profilassi a base di clorochina e metakelfin.
La profilassi antimalarica dovrà essere iniziata una settimana prima dell’attraversamento delle zone infette e prolungata fino a sei settimane dopo il rientro. La dose di mantenimento da me presa in considerazione è la seguente:
clorochina: due compresse al giorno, una volta alla settimana sempre nello stesso giorno. (lunedì)
metakelfin: una compressa alla settimana sempre nello stesso giorno, in un giorno diverso da quello di assunzione della clorochina. (giovedì)
Altrettanto importante è il “neotyf”, quest’ultimo è un vaccino per l’immunizzazione contro la febbre tifoide.
La dose vaccinante è costituita da nove capsule da ingerire, suddivise in tre giorni alterni. La sua validità è di due anni.
Considerato che la sostanza è sensibile agli antibiotici, sulfamidici e antimalarici, la profilassi antimalarica va effettuata non prima di una settimana dall’ultima somministrazione di “neotyf”.
Inoltre anche se può sembrare esagerato, sarebbe opportuno ricorrere al “globuman”, si tratta di un paio di iniezioni da 2ml ognuna, efficaci contro l’epatite virale per un arco di tempo di sei , sette settimane.
Prima della partenza è bene farsi visitare dal dentista; il Sahara non è certo il luogo ideale per farsi togliere i denti…

 
 
 
FARMACIA DI VIAGGIO E PRONTO SOCCORSO
 
* *        un paio di forbici
* *        laccio emostatico
* *        una “coperta spaziale” di sopravvivenza
* *        compresse o bustine di polvere per disinfettare l’acqua: euclorina, steridiolo a rapida idrolisi oppure micropur.
* *        amuchina
* *        bende ,garze sterili e cotone idrofilo
* *        Retine tubolari
* *        20 gr. di mom (polvere antiparassitaria)
* *        disinfettanti intestinali e antidiarroici (bimixin, bassado, mexaform)
* *        disinfettante per uso esterno (mercuro-cromo, acqua ossigenata)
* *        reintegrante salino (polare)
* *        aspirina e antinevralgici
* *        pomate per scottature
* *        collirio
* *        un prodotto polivitaminico (enervit)
* *        autan e spirali fumogene (vulcano)
*  
 
 
LA PREPARAZIONE DELL’AUTOMEZZO
 
La preparazione dell’automezzo è una cosa molto importante per chi deve affrontare un viaggio nel Sahara.
Chi ha la fortuna di possedere una Land-Rover o una qualsiasi fuoristrada, non deve fare un gran lavoro per affrontare le piste.
Per quanto riguarda le normali vetture da turismo e in particolare “Cartizia”, occorreranno una serie di modifiche molto importanti prima di affrontare il deserto. La prima modifica effettuata è stata l’applicazione di una slitta di protezione sotto la coppa dell’olio e sotto la scatola del cambio. Questa slitta è stata ricavata da un foglio di lamiera dello spessore di 1,5 mm opportunamente sagomata e applicata con bulloni ai longheroni della vettura.
Questo accorgimento permette oltre ad una maggior protezione degli organi sopraccitati un minor sforzo per il disincaglio della vettura in caso di insabbiamento.
Un’altra modifica importante ma non effettuata, sarebbe stata l’applicazione di un filtro dell’aria a bagno d’olio in sostituzione al normale filtro a cartuccia, il quale potrebbe essere insufficiente data l’eccessiva polvere presente nell’aria.
Un filtro (quelli in carta sono ottimi) posto tra la pompa della benzina e il carburante è sufficiente a trattenere le impurità presenti nel carburante. Questi tre accorgimenti sopracitati sono essenziali per poter affrontare le piste del Sahara con un minimo di sicurezza.
Prima della partenza sarà bene effettuare un attento controllo alle bullonerie degli organi principali della vettura.
Quando si parte per un viaggio come “oltre il Sahara” si vorrebbe portare ogni pezzo di ricambio e ogni accessorio; purtroppo il carico disponibile è sempre limitato e l’eccessivo carico della vettura potrebbe provocare guasti irreparabili. Occorrerà quindi, fare una scelta molto attenta, nei paesi africani i concessionari non forniscono certo il meglio del servizio.
Con un po’ di fortuna e un po’ d’impegno, si potrà reperire il materiale da uno sfasciacarrozze.
I principali pezzi di ricambio portati durante il viaggio sono stati i seguenti:
-un filo di frizione e filo acceleratore
-un ammortizzatore anteriore e uno posteriore
-una pompa acqua e pompa benzina
-manicotti e tubetti vari
-bulloni, dadi, viti e fascette di vario tipo
-filtro benzina
-serie di lampadine
-due ruote di scorta
-due camere d’aria
-quattro candele
Per il disincaglio della vettura nei casi di insabbiamento, è necessario disporre di due piastre da sabbia; queste sono ottenibili da un foglio di lamiera opportunamente sagomato e forato, in modo da renderle leggere e nello stesso tempo robuste.
Da non dimenticare la pompa a pedale, sulla sabbia molle è necessario ridurre la pressione dei pneumatici, a volte anche del 60%.

 
 
 
SCHEDA TECNICA DI “ CARTIZIA”
 
Tipo di auto: RENAULT 12 TS
 
Motore a 4 cilindri di 1289 cm, cambio a 4 marce.
 
Potenza max: 62 Cv (DIN) a 5500 giri/m
 
Velocità max: 150km/h
 
Peso a vuoto: 915 kg.
 
Consumo: 10 l ogni 100 km.
 
Anno di immatricolazione: 1976

 
 
PRIMA DI PARTIRE PER QUESTO RAID, IL TACHIMETRO INDICAVA 116.480 KM.
 
 

Il viaggio è stato realizzato nel 1986…

 

 
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