Cicladi occidentali

di Guido Lazzati –

I TAPPA: KEA
3 agosto. ….. dopo mesi di serate passate a leggere guide, racconti e appunti di viaggio, a studiare cartine, profili di coste e isole, navigando – su internet – dal computer di casa, finalmente partiamo! Da vecchi amanti delle isole greche – sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo e ancora intatto – abbiamo subito scartato quelle più “classiche”, le isole più famose e turisticizzate, e per questo più affollate e contaminate (e care). Niente Mikonos, o los, o Paros o Santorini quindi; ma nemmeno Rodi o Creta, o le Spodari, o le lonie (tutte splendide e piene di fascino, ma non proprio in agosto). Ci sarà pure, tra il Dodecaneso, l’Egeo settentrionale e le Cicladi minori, una qualche isoletta che fa al caso nostro! Già, ma cosa cerchiamo poi esattamente? Forse si può dire, in tre parole, semplicemente, “la Grecia vera”, quella conosciuta nei primi viaggi, ormai vent’ anni fa, con poca gente sulle spiagge, un mare autentico, pulito, senza schiume sospette o strane patine oleose (ah, il blu cobalto dell’ Egeo!); niente fast food, albergoni, finti locali-tipici acchiappaturisti. La vera anima della Grecia sono i rumori – le cicale e la musica di bouzuki ovunque – i colori, abbacinanti – il bianco dei villaggi e delle cappelle votive e l’ intenso blu del mare e del cielo – gli odori – quell’ aria tersa che sa di salsedine e che porta il profumo dolce e intenso di ulivi, di tamerici, di mandorli, di macchia mediterranea – i sapori – forti e decisi dei cibi, del vino resinoso e dell’ ouzo.
Alla fine la scelta cade sulle Cicladi Occidentali, così vicine ad Atene e all’ Attica eppure ancora così poco battute del turismo di massa, ignorate o quasi dai tour operator; frequentate per lo più da giovani ateniesi e da pochi, fortunati e attenti viaggiatori europei.
Da nord a sud, viste sulla cartina, sembrano una manciata di piccoli sassolini caduti nel mare: Kea, Kithnos, Serifos, Sifnos e la più remota Milos (con le isolette satelliti di Kimolos e Poliegos).
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3 Agosto
Si parte dunque. Dopo tre ore di stivaggio, un pò nevrotiche e confuse (la curiosità dei vicini di casa e degli amici affolla e circonda il camper come fosse una piccola star e trasforma in una autentica gimcana ed esercizio d’equilibrio il nostro andirivieni con vestiti, vettovaglie varie, attrezzature per il plein air e quant’ altro di utile – e inutile – pensiamo bene di caricare a bordo), anche l’ ultimo pacco di spaghetti ha trovato una sua collocazione e persino 6 bottiglie di rosso Sangiovese di Romagna sono riuscite, quasi clandestinamente, ad essere imbarcate. Alle 19.35, salutati da un caloroso gruppetto di aficionados – nonni in testa – accendiamo il motore ed imbocchiamo finalmente la A14 in direzione Sud. Prima meta: il porto di Bari.
Non si può dire che la prima notte si sia dormito bene: ci fermiamo infatti verso le due in un’ area di servizio all’ altezza di Pescara sud, affollata e sporca come solo di sabato 3 agosto (a\lmeno si spera) può essere, e parcheggiamo astutamente al fianco…col buio non si vedeva e poi comunque non c’ era altro posto libero…di una piccola discarica fumante e nauseabonda.
4 Agosto
L’ olezzo ci sprona a ripartire velocemente e così il viaggio all’ alba prosegue, ed a metà mattina siamo già alla periferia di Bari: a Giovinazzo per l’esattezza, dove tra speroni di roccia unti da un mare che tanto sa di petrolio, i bimbi ed io addirittura ci facciamo un primo bagno, se non altro per rinfrescarci un pò. Simona no, non osa immergersi in tanto splendore e resta sul ciglio della strada a guardarci perplessa, con un occhio a noi e l’ altro attento al camper (sui furti improvvisi e le misteriose sparizioni che avvengono nei dintorni di Bari si narrano storie assai poco rassicuranti). Il pranzo al ristorante La Posta del Saraceno, alle porte della città, è tutto da dimenticare: dalla scortesia dei gestori, allo sporco dei servizi igienici, alla totale improvvisazione del servizio. Abbiamo anche mangiato? forse sì, ma nemmeno lo ricordiamo; quel che è certo però è che abbiamo speso, e non poco.
Ed ecco il porto, che già è vacanza: col suo caotico formicolare di auto, i giganteschi Tir e l’incessante via vai di persone, turisti con zaini dalle dimensioni improbabili, gruppetti di ragazzi che vagano, a frotte, trascinandosi un po’ frastornati in attesa dell’ imbarco o alla ricerca del chek in giusto, e loro: i traghettoni attraccati, che aspettano soltanto, come enormi balene ciondolanti con le fauci aperte, l’ arrivo delle orde di pesciolotti, grandi e piccoli; che a loro volta altro non attendono se non di entrare dentro, per poi salpare.
Dopo un’ ora di fila al chek in, stanchi e sudati (36 gradi di puro scirocco), alle 18 ci imbarchiamo. Il traghetto della Superfast Ferries è nuovo, molto pulito e bello; peccato che il nostro Mc Louis 430 (l’ ultimo tra tutti i camper ad essere imbarcato) venga sistemato non all’ aria aperta sul ponte, come da programma, ma all’ interno del garage, incastrato al millimetro tra camion vari, auto e moto. Tutto quanto ci sembra molto faticoso, sarà per la stanchezza, sarà per il clima torrido che si respira, un misto di smog da gas di scarico, salsedine, umidità. Mangiamo così qualcosa preparato da Simona, senza quasi appetito, e alle 21.30 siamo già tutti a letto. Simpatica sorpresa: mentre chi ha trovato posto sul ponte si gode una bellissima stellata sul mare e la rinfrescante brezza marina, a noi è riservato invece il privilegio di fortissime luci al neon che entrano prepotenti dai finestrini – che per l’ afa siamo costretti a tenere aperti – e di un incessante e tremendo rumore accompagnato da sbuffi di aria calda che provengono da enormi bocchettoni di sfogo dell’ aria condizionata (che ovviamente, in uscita, funziona alla rovescia…) proprio ad un passo dalla mansarda del nostro camper. Alla fine lo sfinimento dei novelli Fantozzi ha la meglio sulle avverse condizioni e, tutti, piombiamo in un misto di sonno, sogni, risvegli, che in qualche modo ci accompagna sino all’ alba. E sino alle coste della Grecia.
5 agosto
Sono le 6 del mattino, e la corona delle Ionie accompagna l’ avanzare del traghetto che sfila lentamente le coste dell’ Epiro, di Corfù e Paxi, passa tra Lefkada, la costa nord di Cefalonia e Itaca e poi si dirige verso l’ imbocco del canale di Corinto. Visto coi colori del primo mattino, è uno spettacolo molto bello. La luce già sembra diversa e i profili di costa a noi nota ci evocano bellissimi ricordi e buone sensazioni.
Alle 12.30, in perfetto orario, sbarchiamo a Patrasso, caotica come sempre, e di lì via, di corsa, partiamo immediatamente per Lavrio. Verrebbe voglia di fermarsi



un po’ a visitare i paesini che si affacciano sul canale di Corinto, che ogni volta percorriamo sempre di fretta, ma in due ore e mezzo siamo ad Atene, dove ci perdiamo per più di un’ ora nel caos degli svincoli e dei viadotti sopraelevati, alla ricerca della statale che percorre da nord a sud tutta l’ Attica (n.b. ad Atene non abbiamo individuato un cartello stradale, uno, che indicasse la strada, mah!). Con l’ affanno di non riuscire ad arrivare a Lavrio in tempo per prendere al volo l’ ultimo traghetto della giornata e dover quindi accamparci precari per un’ altra notte (siamo piuttosto sfiniti ed i bimbi, per quanto bravi, iniziano a dar segni di cedimento, cioè cominciano a litigare tra loro per ogni piccolo motivo) percorriamo l’ Attica sino a capo Sounion senza una minima sosta, portando il nostro Mc Louis con una disinvoltura e ad un’ andatura solo il giorno prima decisamente impensate. Peccato la fretta, perché di sfuggita si intravedono scorci di calette e borghi splendidi, che meriterebbero anche loro ben altra attenzione. Neppure al capo, dove transitiamo verso le 18.30, ci concediamo il tempo per una sosta ed una foto al mitico tramonto. Coraggio, il porto dista ormai solo una quindicina di chilometri ed infatti, alle 19, eccolo lì: bruttino parecchio ma ormai finalmente alla nostra portata. Simona si butta di corsa dentro alla prima biglietteria che incontriamo (si fa anche fregare sul costo dei biglietti, ma questo lo scopriremo solo dopo) ed alle 19.30 siamo (ancora una volta) l’ ultimo veicolo che si imbarca a bordo al volo prima che le gomene vengano mollate ed il traghettino lasci la costa diretto verso sud, alle isole. E’ fatta, con la lingua di fuori ed un po’ di incoscienza (ho guidato per stradine strette e tortuose come neanche in autostrada avrei fatto), sani, salvi e soprattutto felici, iniziamo a respirare l’ aria salmastra dell’ Egeo!
Alle 20.45, dopo un’ ora e un quarto di navigazione, attracchiamo a Korissia, il porto principale di Kea. Che splendore, le luci del paese viste in avvicinamento dal mare, i caicchi ciondolanti ed i tipici ristorantini coi tavolini quasi a bagno nell’ acqua, le casette bianche e, sullo sfondo, la collina brulla e, più in alto, le stelle. Dopo tanto desiderarlo, l’ impatto è addirittura superiore alle aspettative e la parte di noi che fugge dalla corsa insensata della nostra concitata vita cittadina già si sente “a casa”: il tranquillo ritmo insulare subito ci avvolge e ci conforta ed è come se in silenzio dicesse: “gettate pure l’ ancora, mettete in folle il motore, che qui si vive ancora seguendo il tempo e adattandosi ai suoi ritmi, senza rincorrerlo affannati nel tentativo folle e vano di anticiparlo“. Andiamo quindi verso il campeggio di Pisses (a 18 Km.), ma ci ripromettiamo di tornare a conoscere meglio Korissia quanto prima.
Per arrivare a Pisses si attraversa una buona fetta di isola da nord a sud e si percorrono valli piuttosto brulle seguendo una strada che corre tortuosa e a tratti alta sul crinale delle colline. Di quando in quando, magari subito dopo una curva, si aprono piccole vallette fertili (sull’ isola c’è grande abbondanza di acqua), coltivate perloppiù a frutta, fichi, mandorli, olivi, e si scorgono isolate panaghia, le cappelle votive, che spiccano, per i loro muri imbiancati a calce e le cupole azzurre o rosse, tra il grigio bruno delle rocce e il blu del cielo. A circa due chilometri da Pisses la strada inizia serpeggiando a discendere ed attraversa un fitto bosco di ulivi ed altre piante (molti eucalipti) sino alla piana che si apre sul golfo e che termina con l’ ampia spiaggia di sassi e sabbia chiara, carezzata dal mare, sempre turchese. Al limitare della spiaggia, una cornice di ombrose tamerici nasconde le poche case, l’ unico albergo (senza troppe pretese), il campeggio e le due taverne. Poco più indietro alcuni studios e nulla più (in realtà, girovagando tra gli stradelli sterrati della piana, si scoprono qua e là, ben nascoste tra la vegetazione, parecchie costruzioni, case di contadini e piccoli appartamenti turistici).
6 Agosto
Il campeggio di Nik Politis ci accoglie sin da subito come una vera oasi di pace: è il 6 agosto e, delle sessanta piazzole, almeno la metà è vuota, gli eucalipti garantiscono a tutti una meravigliosa ed abbondante ombra, ed anche le strutture comuni (la lavanderia, i bagni, la cucina), realizzate in piccole casupole cubiche in pietra a vista, sono decisamente graziose, funzionali e ben integrate nel paesaggio. Completano il quadro lo spaccio (dove in una trentina di metri quadrati non manca nulla di ciò che è veramente essenziale) ed il bar/taverna, coi suoi tavolini all’ aperto e la presenza costante di un qualcuno sempre pronto ad accompagnare una rilassante chiacchierata multietnica (siamo gli unici italiani, a parte una coppia di motociclisti girovaghi di Torino che non si fermano su di un’ isola per più di due o tre giorni al massimo e che riincontreremo più volte nel nostro tour) annaffiata con birra ghiacciata, retzina o ouzo che sia.
All’ alba ci svegliano le cicale, presenza costante con cui impareremo presto a convivere, che innalzano un portentoso coro al cielo sin dalle prime luci del giorno e che non cessano i loro inni se non a notte ormai fonda. In compenso non si sente, neppure in lontananza, alcun rumore d’ auto nè di motore.
Dei nove giorni trascorsi a Kea, quasi la metà (un po’ per la stanchezza ed il bisogno di “rallentare” e un po’ per l’ armonia e la semplice bellezza del posto) li passiamo fermi a Pisses, bighellonando tra la spiaggia e il campeggio, giocando coi bimbi in acqua o sulla spiaggia, facendo conoscenza coi vicini di piazzola (Dimitri e Nikos, due gran belle persone, ragazzi di Atene, uno ingegnare e l’ altro musicista), oppure oziando all’ ombra in taverna.
Sarà la vita finalmente rilassata, sarà il movimento all’ aria aperta (il mare è quasi sempre calmo, ben protetto dalle rocce che circondano la baia, e si fanno quindi eccellenti nuotate), sarà anche per questo dolce far niente, ma alla sera i bimbi crollano come due pere cotte e pure io e Simona, fatte due chiacchiere al fresco sotto una miriade di stesse, andiamo volentieri a letto.
Quello che veramente è straordinario è che non ci manca davvero nulla, non vorremmo niente di più nè di diverso. La sera del primo giorno passato interamente a Pisses, così scrivo sul diario di bordo prima di crollare come un bambino: “C’ è da dire una cosa: qui il cielo sembra più cielo, il mare più mare e anche la terra, la roccia brulla, sembra più viva, presente. Tutto questo dà un senso di pace e armonia rare. Viene da pensare che tutto è a posto e che non potrebbe essere diversamente”.
Com’ è lontana Bologna, coi suoi problemi, lo stress, le corse di tutti i giorni!
A volte, come diversivo, partiamo in cordata – io davanti, poi Filippo, quindi Tommaso e in coda Simona – per avventurosi trekking a piedi partendo dalla spiaggia: raggiungiamo altre calette (una in particolare, di sole rocce con un mare fondo e limpidissimo, d’ un blu intenso), ci foriamo i piedi e ci graffiamo le gambe con gli arbusti e i sassi, sudiamo come dei cammelli, sbuffiamo e imprechiamo, ma ci guadagnamo il grande privilegio di essere davvero soli, circondati dalla sola natura; e dal silenzio. E raggiungiamo posti intatti, che ancora sono tali e quali erano un tempo, cento, mille, un milione di anni fa.
7 Agosto
A sud di Pisses la strada prosegue, per un primo tratto asfaltata e poi sterrata, passando per l’ ampio golfo di Kondouros e giungendo fino alla baia di Kampi: è tutto un susseguirsi di calette deserte, una più bella dell’ altra, per lo più raggiungibili solo a piedi, con una breve passeggiata tra gli arbusti.
La zona di Kondouros è una delle più turisticizzate dell’ isola; non mancano alcuni localini modaioli e qualche disco pub, sulla spiaggia, e sulla collina spiccano parecchie ville con piscina (mah!), molte delle quali ricavate da vecchi mulini a vento in sasso, ristrutturati lussuosamente. Evitiamo la principale delle calette di Kondouros (dove osa addirittura una rombante moto d’ acqua) e ci scegliamo una minuscola spiaggetta un po’ più periferica, dove siamo assolutamente soli e dove troviamo un passaggio nella roccia che consente di aggirare uno sperone stando sempre a bagno, in mezzo metro d’ acqua, attraversando una specie di stretto canion, lungo cinque o sei metri e passando sotto una piccola grotta: Tommaso, forte dei suoi tre anni e mezzo, non ha il coraggio mentre Filippo, che va ormai per i sei, armato di braccioli, muta e canna di bambù alla cui estremità sono saldamente attaccato io, azzarda la circumnavigazione e si diverte come un matto.
8 Agosto
Kampi si trova circa tre chilometri più a sud di Kondouros, ed è una baia spettacolare, l’ ideale per fare il bagno con bambini: a circa otto/dieci metri dalla battigia c’ è infatti un riff naturale di rocce affioranti che circoscrive, ripara e protegge, e forma una laguna d’ acqua trasparente e calda, dove sguazziamo tutti per ore divertendoci ad inseguire i piccoli branchi di pesciolini che a volte restano intrappolati nelle pozze naturali. La particolare colorazione dell’ acqua – trasparente con riflessi azzurrini – è favorita dal fondale, che è costituito da micro sassolini perfettamente levigati e bianchi, che sembrano quasi frammenti di origine corallina. A Kampi pranziamo in una taverna a due metri dalla spiaggia, sotto un bellissimo glicine rampicante, serviti con grande premura dall’ intera famiglia proprietaria del locale (siamo gli unici avventori assieme ad una coppia, madre e figlia, di pittoresche e diafane signore inglesi) che prima di farci accomodare a tavola ci conduce in cucina per scegliere direttamente dalle pentole i piatti che preferiamo. Mangiamo anche piuttosto bene, spendendo poco, anzi nulla se consideriamo l’ incantevole cornice in cui ci troviamo.
Alterniamo ancora alcuni giorni al campo base di Pisses – il 9 e il 12 agosto – dove per far la spesa di frutta e verdura non occorre neppure spostarsi da sotto l’ ombrellone: uno se ne sta rilassato a far niente, magari con gli occhi chiusi, e ad un tratto inizia ad avvertire un odore, per così dire, pungente, apre gli occhi e si ritrova all’ ombra di un tranquillo somarello carico di gerle e sacchetti con a fianco un vecchio contadino, che tutte le mattine porta in spiaggia i prodotti della sua terra (tra cui la mitica glità, una specie di verza-lattuga che va mangiata cotta e condita con limone e olio e che tanto piace a Simona) per offrirli ai turisti. Offrirli non è proprio il termine più adatto: quattro pomodori quattro – ci costano, ad esempio, due euro. Però è tutta roba buonissima, molto succosa e fresca.
10 Agosto
Decidiamo di andare a nord-est, oltre la Kora, in una zona quasi deserta dove alcuni isolani ci hanno detto esserci diverse belle spiagge e alcuni piccoli monasteri arroccati sulle colline, quasi inaccessibili, dove vivono ancora , in beato isolamento, degli anziani monaci ortodossi. Decidiamo di passare per l’ interno, anziché seguire la (apparentemente) più lunga strada costiera; percorriamo così uno sterrato che corre panoramico lungo i crinali delle colline, con dirupi spaventosi (io prego in silenzio di non incontrare nulla, neppure uno scooter, che provenga in senso opposto, perché un incrocio sarebbe impossibile e quanto all’ eventualità di dover far retro…. beh, meglio non pensarci). Dopo un’ ora circa di lenta e sudata marcia – e dopo aver incontrato in tutto, si e no appena tre o quattro misere casette di contadini – ci troviamo a 500 metri di altitudine su uno striminzito sterratino, con la montagna da un lato ed il nulla dall’ altro. A bordo del Mc Louis è sceso un silenzio pesante; ormai è chiaro che non possiamo più tornare indietro essendo impossibile fare inversione, ma avanti che cosa ci aspetta? E se solamente ci capita di forare una gomma? Siamo letteralmente sospesi su di un baratro di rovi e rocce puntite. In fondo alla scarpata inizia però a scorgersi un piccolo triangolino di mare, che man mano che procediamo, va facendosi pian piano sempre più ampio e prossimo, sinchè il pendio si fa finalmente più dolce e si scende verso una fertile vallata, ampia e tutta ricoperta di alberi da frutto, che vista dall’ alto sembra una enorme manona verde scura che dalla montagna grigia si allunga e si protende sino al blu del mare. Spaty, la nostra meta, non delude le attese ed in un attimo ci fa dimenticare fatica e stress da camel trophy: la baia sembra dipinta, tanto è bella la lunga mezzaluna di sabbia che, da un lato, è incorniciata da una ininterrotta serie di tamerici e, dall’ altro, va a tuffarsi nell’ acqua trasparente, che digrada così lentamente da lasciar intravedere le sinuose linee che le maree disegnano sul suo fondo sabbioso, per diverse decine di metri. Naturalmente non manca la tipica taverna, meritato ristoro per i fortunati che si avventurano sin qui. Un’ intera giornata di bagni di mare, e un intermezzo culinario di tutto rispetto (ottima la kalamarakia, ovvero i calamaretti fritti), ci ritemprano e ci danno la forza, verso sera, di rimetterci in marcia per tornare al campo base di Pisses. Forti dell’ esperienza dell’ andata, optiamo per l’ altro tragitto, quello costiero, che si rivela non meno spettacolare ma molto più veloce e sicuro. Dopo nemmeno mezz’ ora di strada panoramica (e asfaltata), che si snoda sinuosa seguendo il profilo della costa, aprendosi a scenari di calette solitarie, speroni rocciosi e piccoli isolotti mozzafiato, siamo a Korissia, il porto d’ attracco dell’ isola.
11 Agosto
Passiamo la mattina a fare alcuni lavoretti “camperistici”: il lungo tragitto di ieri ha lasciato il segno, non tanto su di noi quanto sul povero Mc Louis che, oltre ad essere tutto ricoperto di polvere grigio-rossastra, ha diversi graffi sulle fiancate e, sul tetto, il camino (hem hem) divelto.
Al pomeriggio ci dirigiamo ancora verso Korissia. Oltre il porto, a nord, ci sono due piccoli villaggi: Vourkari e Otzias. Il primo è un tranquillo paesino di pescatori che si affaccia su una piccola insenatura ben riparata, dove troviamo ormeggiati un certo numero di lussuosi yachts; il secondo è un vero gioiello: una manciata di case bianche aggrappate a una collinetta a picco sul mare, un bel porticciolo con eleganti cafenion e “psaro-taverne” (ristoranti di pesce) che si specchiano nelle acque della baia, ampia e dalla forma quasi circolare e tutta circondata da mandorli. Vediamo Otzias poco prima del tramonto ed è un’ esplosione di colori, di contrasti di luci, e ci sembra davvero un posto di grande bellezza e armonia; ci raccontano però che è spesso sferzato dal meltemi (la baia è esposta proprio a nord) e allora lo scenario cambia decisamente ed alte e violente ondate arrivano a infrangere la sonnolenta quiete del luogo.
Per cena ci concediamo, in via del tutto eccezionale, una mangiata in piena regola al ristorante e andiamo da Filippa, al porto, famoso per una specialità: gli straccetti di carne alla brace, teneri l’ inverosimile e gustosi come pochi (ed annaffiati da un generoso vino, prodotto sull’ isola). Satolli e soddisfatti torniamo a Pisses e, prima di andare a dormire, ci sdraiamo ancora un’ oretta in spiaggia, con la scusa delle stelle cadenti, per assaporare fino in fondo la bellezza di questa terra, di questo mare, di questo silenzioso cielo stellato.
12 Agosto
E’ l’ ultimo giorno che passiamo a Kea: sistemiamo ancora un po’ il camper, facciamo qualche altro bagno in spiaggia a Pisses e poi, dopo pranzo, puntiamo alla Kora, che ancora non abbiamo visitato: soffia un fastidioso vento caldo da sud, davvero anomalo per la stagione, il cielo è color grigiocielodibologna e l’ umidità impregna di sè ogni cosa e rende la passeggiata su e giù per i vicoletti del borgo una faticosa camminata neppure tanto gratificante: sarà per il clima non propizio, sarà per l’ orario pomeridiano ma non troviamo praticamente nessuno in giro, e ben poche botteghe sono aperte. Nella piazzetta subito sotto il vecchio kastro veneziano, in buona parte accupata dai tavolini degli unici due ristoranti del paese, molto caratteristici, ci fermiamo a riposare e a bere qualcosa e poi decidiamo di rientrare alla base, per i primi preparativi per la partenza di domattina.
E’ sì, siamo un po’ malinconici: la vacanza è tutt’ altro che finita, ma partire da Kea ci dispiace proprio e ci lascia comunque dentro un qualcosa difficile da descrivere a parole (ci siamo forse, semplicemente, innamorati del posto?): certe sensazioni, certe emozioni bisogna in effetti viverle di persona, non si riescono a raccontare fino in fondo. Ci ripromettiamo quindi, mentre dal traghetto vediamo scorrere l’ ultima parte della costa sud dell’ isola, di tornarci presto: abbiamo lasciato ancora diversi posti da vedere e molte cose da fare e, soprattutto, da rivedere e da rifare. E così, mentre passiamo di fronte a piccole spiaggette inesplorate e a verdi valli ancora vergini, ci domandiamo dubbiosi per quanto tempo ancora questo piccolo Eden, questo scoglio di pace così vicino eppure così distante, riuscirà a preservarsi, miracolosamente intatto e puro, dall’ inevitabile assalto del turismo di massa ……… ma ecco che già, a dritta oltre la prua, si intravede in avvicinamento l’ ammiccante luce del vecchio faro di capo Kefalon e, dietro, le prime insenature della rocciosa costa di Kithnos, nostra prossima meta.

Il meglio di Kea: le spiagge semideserte fino all’ una di pomeriggio e il mare; il “mitico” forno-pasticceria in centro a Korissia e l’ ottimo ristorante Filippa; il campeggio a Pisses; la calma, ovunque.
Note dolenti: le api e, quando soffia, il meltemi che può durare anche cinque giorni consecutivi (cala solo di notte) ed essere molto fastidioso. Abbiamo trovato un po’ di catrame in alcune calette subito a sud di Korissia (nella zona di Xilà).

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